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"Quei due miliardi mai utilizzati contro il dissesto. Il piano annunciato nel 2010 è fermo", di Sergio Rizzo

Questo governo ha fatto ciò che non era mai stato fatto in passato». Era il 2 novembre del 2010. Esattamente un anno fa Stefania Prestigiacomo annunciava con questa rivendicazione il decollo del piano straordinario per combattere il dissesto idrogeologico. Due miliardi, per mettere in sicurezza un paese martoriato dall’abusivismo e dall’incuria sul quale, insisteva il ministro dell’Ambiente, «le cosiddette bombe d’acqua (come quella che ha colpito venerdì Genova, ndr) aprono nuovi fronti di pericolo».
Neanche sei mesi dopo, alla vigilia delle elezioni regionali in Campania, Regione da oltre dieci anni in mano al centrosinistra, il capo di un governo «come mai impegnato nella lotta ai dissesti» prometteva che avrebbe bloccato per decreto le demolizioni di migliaia di costruzioni abusive a Ischia. Lo stesso Silvio Berlusconi che il 24 gennaio del 2003 aveva proclamato fermamente: «Confermiamo la lotta contro l’abusivismo». Frase pronunciata, beninteso, poche settimane dopo che il suo governo aveva varato il terzo condono edilizio della storia italiana. Una sanatoria smentita fino a qualche giorno prima dal Cavaliere in persona con queste parole: «Il condono edilizio è una ipotesi sconosciuta di cui il governo non ha mai ipotizzato l’esistenza».
Impossibile, alla luce di tanta coerenza, stupirsi che il decollo di quel piano straordinario annunciato da Stefania Prestigiacomo non sia mai concretamente avvenuto, come qualche giorno fa, dopo l’alluvione delle Cinque Terre, proprio il ministro dell’Ambiente ha dovuto ammettere. I 2 miliardi e 21 milioni di euro finanziati già da due anni in parte con fondi nazionali (un miliardo 92 milioni) e in parte con risorse regionali (928 milioni) sono fermi. I cantieri, denuncia una nota dell’Associazione dei costruttori, «non sono mai stati avviati». Più di 300 milioni per la Sicilia, 220 ciascuno per Calabria e Campania, 210 per la Puglia, 224 per la Lombardia… Senza poi considerare che i lavori rischiano di essere definanziati come conseguenza della manovra economica.
Non bastasse, negli ultimi quattro anni gli stanziamenti ordinari del ministero dell’Ambiente per tenere sotto controllo il rischio idrogeologico sono stati quasi azzerati: da 550,6 milioni del 2008 a 408 nel 2009 per scendere a 147 nel 2010 e a 83,9 milioni quest’anno. Un taglio, crudele e penoso, dell’84,8%, perpetrato senza incontrare opposizione. E questo la dice lunga.
Indifferenza dello Stato centrale e delle Regioni: quando non complicità negli stupri al territorio. Ignavia delle amministrazioni comunali, responsabili di piani regolatori con la previsione di interventi d’espansione indiscriminati e lucrose (per molti costruttori amici dei politici) variazioni di destinazione d’uso: quando non talvolta oggettivamente fiancheggiatori dell’abusivismo. Aggiungiamoci l’abolizione dell’Ici prima casa, che ha incentivato i sindaci a distribuire concessioni edilizie a valanga per le seconde case, allo scopo di fare cassa, e il quadro è quasi completo. Quasi, perché poi c’è la raffica dei condoni, grazie ai quali sono stati regolarizzati milioni di metri cubi edificati in aree franose, negli alvei dei corsi d’acqua, senza il rispetto delle minime norme costruttive e urbanistiche. Sanatorie devastanti, costate più di quanto abbiano reso alle casse pubbliche, avendo costretto i Comuni a sostenere pesantissimi oneri di urbanizzazione. Un immenso mucchio di spazzatura cementizia che si è negli anni aggiunto alla spazzatura edilizia «legale», metà di quanto costruito in Italia a partire dal secondo dopoguerra, che secondo l’urbanista Aldo Loris Rossi dovrebbe essere rottamata quanto prima.
Le ragioni e le responsabilità per cui si è arrivati a questo punto sono dunque tante. Il fatto è che stiamo assistendo a un consumo di territorio assolutamente sconsiderato, senza però che in questo diluvio di laterizi si realizzino le infrastrutture che ci sono necessarie. Come denuncia Salvatore Settis nel suo libro Paesaggio, Costituzione, Cemento, il nostro è l’ultimo fra i Paesi europei per sviluppo demografico, mentre è invece in testa alla graduatoria dei cementificatori. Ogni giorno si volatilizzano 161 ettari, una superficie pari a quella di 251 campi di calcio. L’Italia ha già sacrificato più del 7% del proprio territorio: un’area grande come la Toscana. Con punte massime in Lombardia, dove la superficie non più naturale supera il 14%. Ma è un valore assolutamente comparabile con il 6,3% della Liguria, regione praticamente tutta montuosa. Inutile dire che il rischio di dissesto va di pari passo. E poi ci meravigliamo che a Genova sia accaduto questo disastro.
Inaccettabile il bilancio degli ultimi due anni, quando otto regioni duramente colpite dall’emergenza idrogeologica hanno pagato un tributo di 69 cadaveri. E la Liguria è in cima a questa lista sconcertante.
Soltanto nel 2010 tale sfacelo è costato alla Protezione civile 645 milioni di euro. Di questi, più di 100 per le città e i paesi liguri. In un’Italia nella quale l’82% dei Comuni (ben 6.633 su 8.101) corre il pericolo di dissesto, e soltanto il 6% di questi ha deciso di spostare le abitazioni dalle aree dove non dovevano essere costruite, come dicono i dati ministeriali riportati nell’indagine «Ecosistema rischio 2010» di Legambiente, quello della Liguria è fra i territori maggiormente rischiosi. E non soltanto a causa di una morfologia particolarissima. I Comuni liguri nella lista nera sono 232, il 99% del totale. È messa appena peggio soltanto la Calabria, insieme a Provincia di Trento, Valle D’Aosta, Molise, Basilicata, Umbria.
Il bello è che tutto questo era ampiamente noto, ben prima delle ultime tragedie. E fa decisamente male rileggere oggi che cosa scriveva il grande Indro Montanelli sul Corriere l’8 aprile 2001, pochi mesi prima di lasciarci, rispondendo al grido di dolore di un lettore che chiedeva di salvare la Riviera ligure: «Nella distruzione della vostra Riviera è responsabile tutta la vostra classe dirigente, non soltanto quella politica. Ne sono responsabili quella imprenditoriale, quella finanziaria, quella mercantile, quella alberghiera. Tutti. Tutti, anche il cosiddetto uomo della strada: tutti abbacinati dall’irruzione dei cantieri, fabbriche di miliardi e di posti di lavoro; dalla speculazione edilizia che prenderà d’assalto il promontorio dando agl’indigeni la grande occasione di arricchirsi con un orto. Che pacchia! Una pacchia che durerà sei, sette, dieci anni, per poi ridurre questo angolo d’immeritato paradiso alla solita colata di cemento e di asfalto».

Il Corriere della Sera 06.11.11

"Corsi deviati e lavori mai fatti e i torrenti sono bombe a orologeria", di Fabio Tonacci

Per la manutenzione le risorse tagliate dell´84% in cinque anni. Solo metà dei piani di emergenza per l´evacuazione dei cittadini è aggiornato. Nessun cantiere per ridurre la pericolosità della rete fluviale è stato aperto. «La verità è che non ci sono nastri da tagliare né cerimonie da presenziare quando si costruisce un invaso di trattenimento dell´acqua». La spiegazione del perché nel 2011 un nubifragio, violento ma annunciato, riesca a mettere in ginocchio una città intera, con torrenti che straripano e persone che muoiono, è anche nelle parole amare del decano dei professori di sicurezza idraulica, Luigi D´Alpaos, ordinario all´università di Padova. Dal 1966 studia le centinaia di alluvioni che hanno colpito l´Italia. «La politica, a tutti i livelli, non ha mai voluto imparare dai disastri del passato – dice – non finanzia la difesa del territorio perché non porta voti. È un problema culturale, e oggi anche economico». Cosa bisognerebbe fare, dunque?
Già nel 2005 i Piani di assetto idrogeologico hanno elencato, regione per regione, gli interventi per ridurre la pericolosità della rete fluviale italiana. Sono indicati centinaia di invasi di trattenuta temporanea dell´acqua da costruire a monte dei centri abitati, per controllare le piene e ridurre la velocità dell´acqua. «Un invaso da 60 milioni di metri cubi – spiega D´Alpaos – risolverebbe ad esempio il problema delle piene per fiumi come il Piave e il Bacchiglione. Costa 150 milioni di euro». Nei Pai sono indicate le dighe di laminazione per controllare lo straripamento e le aree golenali da ripristinare spostando case e aziende. Una mappa fiume per fiume. In tutto servono 44 miliardi di euro. E quanto ha stanziato il ministero dell´Ambiente? I fondi straordinari per le opere di difesa del territorio – si legge in un dossier dell´Ance, l´associazione dei costruttori – ammontano sulla carta a 2 miliardi, tra Stato e Regioni. In realtà nessun cantiere di quelli previsti è stato aperto. Sono stati erogati appena 300 milioni di euro, e solo per tamponare le emergenze dell´ultimo biennio.
Per la manutenzione dei corsi d´acqua (la pulizia degli alvei e il rimboschimento delle sponde, per aumentarne la solidità e la capacità drenante delle acque) va ancora peggio. I fondi ordinari assegnati dal ministero sono stati ridotti, negli ultimi 5 anni, dell´84%. Erano 550 milioni nel 2008, saranno 84 nel 2012. Briciole. «La manutenzione spetta agli enti locali – spiega l´ingegnere Paola Paglia, della Protezione Civile – senza l´aiuto dello Stato nessuna amministrazione riesce trovare risorse nel proprio bilancio per la cura dei canali».
L´Italia poi oggettivamente è un paese difficile. L´82 per cento dei comuni è ad “alta criticità idrogeologica”, in Valle d´Aosta, Umbria, Molise e Basilicata lo sono tutti. Sono a rischio circa 3,5 milioni di italiani. «Nonostante ciò – dice Giorgio Zampetti di Legambiente – e nonostante nubifragi sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici, le amministrazioni concedono permessi a costruire in aree vietate dai PAI, quelle ad alto rischio a ridosso dei fiumi. A volte anche sopra. A Reggio Calabria ci sono cantieri nella Fiumara dell´Annunziata, a Milano il Seveso è stato coperto da edifici e strade, a Genova c´è un palazzo che ha i pilastri portanti nell´alveo del torrente Chiaravagna».
Quando la piena arriva in città come queste, sfondando gli stretti canali sotto le strade e le case, c´è poco da fare. «Bisognerebbe “stombare” i torrenti sotterranei come il Fereggiano a Genova – propone Zampetti – rimuovendo le coperture dove possibile, alzando ponti e gallerie, allontanando le strade dagli argini». Significa rivoltare l´assetto urbanistico della città. In casi di calamità, poi, dovrebbero scattare i piani di emergenza per l´evacuazione e la sicurezza dei cittadini. Il 70 per cento dei comuni italiani ne ha uno, ma solo nel 50 per cento dei casi è aggiornato a norma di legge. E sulla comunicazione ai cittadini c´è ancora molto da fare.

La repubblica 06.11.11

"Studenti in cammino verso l’Italia che lotta", di Dario Costantino*

Eccoci, per riaprire ed espandere tutti gli spazi che la violenza del 15 ottobre ha tolto al movimento, in termini di azione politica e di libertà, per contribuire alla costruzione dell’alternativa con gli occhi e la mente degli Studenti. Un’intera settimana di mobilitazione diffusa. Sarà la nostra chiave per rilanciare le ragioni che hanno portato migliaia di persone per le strade, per ampliare il nostro orizzonte di pensiero, ponendoci più domande di prima, spingendo il Paese a una riflessione comune. Lo faremo da studenti, parlando di scuola prima di tutto; parlando di lavoro e conoscenza lanceremo le nostre speranze al paese. Per un movimento più ampio dei confini nazionali, per una generazione che prenda coscienza di sé, che parli alla politica e alla democrazia, che si appropri di nuovi spazi di libertà e consapevolezza.
Le destre hanno distrutto in trent’anni conquiste eccezionali dentro i luoghi di lavoro, nelle democrazie, nelle scuole, regalando ogni potere decisionale agli interessi del mercato, sottomettendole alle ragioni della rendita e del mercato. La lotta per riportare alla gente una fetta enorme dei poteri democratici di cui è stata espropriata passa anche da noi Studenti, perché non basta l’indignazione: serve la Politica!
Da studenti chiariremo quanto sia necessaria un’apertura dei nostri istituti verso il web, il territorio, verso il Lavoro, verso una formazione permanente che abbracci lo studente fino al cassintegrato in cerca di lavoro, che sviluppi le capacità di ogni ragazzo, che non lo abbandoni mai per strada, che non punisca ma educhi attraverso la condivisione e l’interazione, abbandonando lo sterile nozionismo e la gerarchizzazione dei saperi.
Investire risorse materiali e immateriali per la conoscenza e il sapere si traduce nell’affermazione delle libertà individuali e collettive dentro e fuori il lavoro, nutrendo lo stesso e dal quale si possono nutrire.
L’investimento a lungo termine a redditività differita verso un positivo eccesso di sapere, per uno stimolo alla domanda e all’offerta di lavoro più qualificata, dà alla sinistra e a Noi le nuove ragioni per le quali lottare.
Apriremo domani a Reggio Calabria, parleremo con i lavoratori del porto di Gioia Tauro, abbandonati al loro destino. Passeremo da Pomigliano per incontrare gli operai della Fiat, per chiederci cosa insieme possiamo fare per loro e per tutti. Scenderemo nel profondo Sud di Catania per una grande manifestazione nazionale, passando da Genova, Firenze, Roma e tante altre grandi e piccole città italiane con la consapevolezza che il mondo cambia se si crede che possa cambiare, tutti insieme.

*Portavoce nazionale federazione Studenti

L’Unità 06.11.11

"Gli eroi del fango", di Maurizio Crosetti

C’è un´Italia che a mani nude salva l´Italia, è questo il meglio di ciò che siamo: scavando, spalando, togliendo fango con un secchiello o con un assurdo pezzetto di legno, disperatamente, eppure quasi con gioia. Un´Italia orgogliosa e invisibile, nella melma ma non ancora devastata dentro, non ancora alluvionata nel profondo. Storie esemplari di piccoli eroi: anche questo hanno proposto le infinite ore d´acqua, buie come una notte che non passa, lucenti come un uomo e una donna quando non s´arrendono, anche se forse ne moriranno.
Cristian Silvestri, 21 anni, per mezza giornata l´avevano dato per disperso. Invece era pure lui in via Fereggiano. «Tornavo dall´Università, mi sono rifugiato dentro una macelleria quand´è arrivata la piena, c´era gente attaccata alle ringhiere, ho afferrato una donna, l´ho tolta dall´acqua, poi altre due. L´ho fatto perché dovevo». Uscito dalla lista dei morti, poi su Facebook per avvertire gli amici. E in strada, nel silenzio che viene dopo l´ecatombe. Ora un cagnolino bianco annusa il fango. Un bambolotto nudo, riverso sulla schiena, si prende l´acqua in faccia e sembra una creatura. Due volontari, lui e lei, si baciano sulla bocca con un sorriso e poi spalano. Solo rumore di pioggia, e il ruggito del torrente color terra.
Francesco Plateroti, 45 anni, benzinaio, aveva concluso il turno di notte. Dalla sua stanza, proprio sopra l´androne della morte, sente gridare aiuto. Scende in basso, vede Domenico, il figlio di Angela Chiaromonte: lei non ce la farà, invece il ragazzo lo salva passandogli un pezzo di legno, il ramo di un albero, perché si aggrappi e non s´arrenda. «Mi urlava “salvami, ti prego, salvami!”, e poi “prendete mia madre, è la sotto!”, abbiamo fatto il possibile. Ho tirato fuori dal fango anche il mio amico Vincenzo Ranieri, che è in pensione. L´ho afferrato per la vita, ma per la donna non c´è stato niente da fare».
Si può essere piccoli eroi anche con un minimo gesto di calore, porgendo un panno asciutto e una tazza di tè: come quella che Armanda Verdona passa al benzinaio Francesco. E si può esserlo solo aiutando, senza neppure dire nome e cognome: come la ragazzina di 16 anni che ora racconta in Rete quei momenti, nell´androne diventato una tomba: «Abbiamo fatto la catena umana, abbiamo salvato prima il ragazzo e poi il signore, il ragazzo lo conoscono i miei amici che giocano a pallone con lui, nel Baiardo, abbiamo la stessa età. Mi dispiace tanto per la sua mamma Angela».
C´è puzza di gasolio, rumore di idrovore e compressori in un silenzio da cattedrale. Mentre piove altra notte sulla città, dentro questo assurdo arcipelago genovese, i ragazzi del Cus Genova Rugby si danno appuntamento in piazza Manzoni. Poi andranno in via Fereggiano, a spalar via la morte. Hanno appena aperto un gruppo su Facebook che si chiama “Noi nel fango ci muoviamo bene”: nell´elemento naturale si affanna anche Francesco Avignone, 21 anni, studente all´Accademia delle belle arti e angelo del fango. «Abbiamo scavato con le mani, con le scope di saggina, con i secchielli, con pezzi di legno, con tutto quello che trovavamo. Speravo ci fosse più gente insieme a noi, più volontari, pazienza. I rugbisti hanno forza e coraggio. Alcuni di noi erano stati anche alle Cinque Terre, qualche giorno fa, e domattina saremo di nuovo qui. Ma scrivete per piacere che vengano tutti, anche l´Esercito, chiunque».
I piccoli eroi si muovono dentro lo scirocco che comincia a picchiare sulle case color pastello, alzando i baveri e nuvole d´altra acqua: svuotano l´oceano con un catino di plastica. Hanno mantelline gialle, mangiano panini a brevi morsi. La paura è un silenzio che scende dalla montagna, insieme all´allarme di una nuova piena. Si scappa ai piani alti delle case, il terrore è questa cosa gelata che proviamo tutti, mentre ci stanno dicendo di fuggire, di correre. Poi l´allarme rientra: non il sentimento di essere povera cosa, vite precarie in prestito. Come Bennardo Sanfilippo, il poliziotto che cercò il corpo della moglie Angela e trovò quello della bimba Janissa. Come Serena Costa, 19 anni, che aveva preso il fratellino Danilo a scuola: «È annegata per riportarmi a casa, avevo la sua mano stretta tra le mie, poi l´ho sentita andare», e così Serena è morta schiacciata tra due auto. Come la mamma albanese, Shpresa Djala, prima a scuola e poi affondata. Come Evelina l´edicolante, che lavorò tra i giornali al posto del marito Attilio, influenzato, e ora lui dice: «Si è sacrificata per me».
I piccoli, esemplari eroi di quest´Italia con l´anima asciutta, senza paura del fango che fa marcire il cuore, assomigliano ad Emanuele Gissi, 38 anni, ingegnere, comandante provinciale dei Vigili del fuoco. Gli stessi pompieri che abbiamo visto in tivù e su Internet mentre salvano i bimbi dell´asilo, portandoli all´asciutto a cavalcioni uno per uno, con delicato amore, come se fosse solo un gioco. Via così, dall´acqua che spaventa. Il comandante Emanuele ha salvato almeno dieci persone, quelle del pullman numero 82, proprio davanti alla casa della tragedia: «Li abbiamo fatti uscire da quella trappola, erano appesi alle ringhiere, abbiamo aperto i portoni del palazzo diventato un rifugio». Poi è andato nella cantina, dove cinque donne stavano affogando. Si è messo la muta, è sceso nel fondo dell´abisso: «Per due volte ci siamo tuffati, non è servito». E invece sì, che è servito: a farci sentire tutti più vivi, adesso e qui, nella tormenta che dovrà pur finire.

La Repubblica 06.11.11

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“Tutte le colpe per una tragedia”, di GIOVANNI VALENTINI

Stavolta hanno ragione sia Bagnasco sia Berlusconi: il primo ad ammonire che “la natura va rispettata”, il secondo a riconoscere che “s´è costruito dove non si doveva costruire”.
Con la differenza, però, che l´uno (da uomo di Chiesa) predica bene e l´altro (da uomo di governo) razzola male. L´apocalisse di Genova mette drammaticamente allo scoperto le responsabilità di tutti, vecchie e nuove; l´incuria e il degrado; l´abbandono del territorio e i tagli dei fondi statali; ma anche l´incapacità dell´amministrazione locale a fronteggiare un´emergenza ampiamente prevista e annunciata.
Sappiamo bene, e qui l´abbiamo ripetuto fin troppe volte, che il dissesto del Malpaese ha origini complesse e remote. E tuttavia, in questa occasione, emerge una responsabilità più immediata e diretta di chi governa una città critica come Genova, con un territorio morfologicamente a rischio, compromesso da una lunga pratica di cementificazione, speculazione e abusi edilizi, ancor più che dalle sue caratteristiche naturali. Di fronte a una tale situazione endemica, l´amministrazione comunale non ha saputo né prevenire né contenere i danni e soprattutto non ha saputo impedire questo tragico bilancio di vite umane.
Da giorni era scattato l´allarme della Protezione civile sul pericolo, definito “elevatissimo”, che incombeva su Genova e sulla Liguria. È chiaro che, in uno stato di allerta, nessuno può rimuovere le cause più profonde di un disastro di queste dimensioni: dal cambiamento climatico al dissesto idrogeologico. Ma che senso ha, allora, invitare la popolazione a restare a casa e poi lasciare aperte le scuole, i negozi, gli uffici? O non sospendere la circolazione e chiudere le strade al traffico privato?
Qualche tempo fa, in attesa di un uragano che fortunatamente si rivelò meno violento del previsto, l´amministrazione cittadina di New York e la stessa Casa Bianca decretarono il coprifuoco. Il sindaco e perfino il presidente degli Stati Uniti furono accusati di inutile allarmismo. Ma non conviene, allora, eccedere in cautela e prudenza quando è minacciata la sicurezza collettiva, piuttosto che affidarsi al caso o alla buona sorte? Il sindaco di Genova non avrebbe fatto meglio a seguire l´esempio del suo collega americano?
Senza buttare la croce addosso a nessuno, e senza cercare a tutti i costi un capro espiatorio, bisogna dire che né il Comune né la Regione, né tantomeno il governo nazionale, si sono dimostrati all´altezza della situazione. Quella che manca in realtà è un´autentica e profonda cultura ecologica, in grado di modificare radicalmente la difesa del suolo e quindi di gestire le eventuali emergenze, partendo dalla consapevolezza che queste purtroppo ci sono e ci saranno anche in futuro.
Basta consultare del resto l´ultimo rapporto dell´Ispra, l´Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale, per verificare la “mappa del rischio” regione per regione. E si tratta di un ente pubblico, finanziato dallo Stato, da tutti noi cittadini e contribuenti. L´Istituto registra e denuncia testualmente “un consumo di suolo elevato in quasi tutti i Comuni studiati e un incessante incremento delle superfici impermeabilizzate”, ricoperte cioè di cemento, asfalto, plastica, materiali metallici, “causato dall´espansione edilizia e urbane e da nuove infrastrutture, con una generale accelerazione negli anni successivi al 2000”. A che servono dunque tutti questi rapporti, questi studi, se poi restano lettera morta?
Il fatto è che la difesa dell´ambiente è forse l´unico settore in cui i danni prodotti dai tagli di bilancio, a parte il valore della vita umana, sono destinati prima o poi a superare i rispettivi risparmi. Costa senz´altro di più ricostruire che prevenire. Ma, a cominciare proprio da qui, occorre recuperare in primo luogo un´etica collettiva della responsabilità: nei confronti della natura, del prossimo e di noi stessi.

La Repubblica 06.11.11

"Forse stavolta l'Italia s'è desta", di Eugenio Scalfari

Che il tempo di Berlusconi fosse scaduto era chiaro a tutti da un pezzo, ma la cosa singolare è che ormai è finalmente diventato chiaro anche allo stato maggiore del suo partito e, a quanto sembra, anche a lui.
Altrettanto chiaro è che la via delle elezioni anticipate non è praticabile; la sconfitta del Pdl e della Lega sembra inevitabile e catastrofica. Ma c´è anche un´altra e più stringente ragione: l´Italia non si può permettere due mesi di campagna elettorale con i mercati che porterebbero lo “spread” a 600 punti base e il rendimento dei titoli pluriennali all´8 per cento.
Non resta che un governo del Presidente guidato da una personalità al di fuori dei partiti, che abbia grande autorevolezza internazionale e l´appoggio di tutte le forze responsabili rappresentate in Parlamento. Tra queste ci deve essere anche il Pdl affinché la fiducia parlamentare sia solida e non esposta a trabocchetti che avrebbero un effetto devastante sulla crisi economica.
Questi sono i dati ormai certi della situazione. Incerte sono ancora – ma non lo saranno per molto poiché il tempo stringe – le modalità del “passo indietro” berlusconiano: farsi battere in Parlamento o dare le dimissioni prima che la sconfitta sia certificata da un voto?
Gianni Letta, che insieme ad Alfano e a Verdini ha informato il presidente del Consiglio che la sua maggioranza numerica non c´è più, propende per le dimissioni prima d´un voto di sfiducia. L´occasione potrebbe esser quella dell´8 novembre, giorno in cui si voterà alla Camera il Rendiconto economico dello Stato. Questo documento è essenziale perché, in mancanza della sua approvazione, non è possibile approvare la legge di Bilancio e quella di stabilizzazione economica.
Le opposizioni potrebbero astenersi e l´ex maggioranza approvare il Rendiconto, in tal modo apparirebbe chiaro che la maggioranza ha appunto cessato di esistere perché è scesa al di sotto dei numeri che la rendono tale.
A quel punto il presidente del Consiglio si presenterebbe dimissionario al Quirinale e la partita passerebbe nelle mani di Napolitano. Il resto riguarda il capo dello Stato verso il quale si concentra da tempo la fiducia del Paese e di tutti i governi dell´Europa e dell´Occidente.
Questo è uno dei possibili passaggi, ma altri ce ne sono che conducono allo stesso risultato: un nuovo governo presieduto da un “Papa straniero” con l´appoggio di tutti e in particolare dell´Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Con quale programma?
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Alcuni dicono che il programma è quello contenuto nella lettera d´intenti che Berlusconi presentò pochi giorni fa alle Autorità europee e che queste avevano corretto e integrato prima ancora di riceverla. Ma quel documento era comunque assai vago e non conteneva alcuni elementi fondamentali.
Altri dicono che il programma sia quello contenuto nella lettera della Bce firmata da Trichet e da Draghi inviata al nostro governo lo scorso agosto e parzialmente recepita nelle successive e raffazzonate manovre berlusconiane (con Tremonti alla finestra).
Conclusione: il futuro governo dovrebbe assumersi un durissimo compito di macelleria sociale che aumenterebbe la disistima della pubblica opinione verso la “casta”, cioè verso tutti i partiti aumentando pericolosamente il solco tra il Paese reale e le istituzioni.
Ebbene, a mio avviso questa diagnosi è completamente sbagliata.
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Il nuovo governo dovrà fare una scelta di fondo prima ancora di metter mano ai concreti provvedimenti che la realizzino e dovrà farla in pochissimi giorni.
Ma io credo che questa scelta sia già stata fatta e coincida con quanto sostengono da tempo sia Draghi (ormai insediato alla guida della Bce) sia il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: crescita e rigore, ma probabilmente prima crescita e poi rigore.
Francamente non so quanto questa scelta coincida con le ondivaghe indicazioni delle Autorità europee e soprattutto della Germania. Finora l´Europa e la Germania in particolare hanno privilegiato il rigore, ma gli effetti sono stati assai poco soddisfacenti.
Il rigore è certamente necessario per arrestare, anzi per far diminuire il peso dei debiti sovrani e il rischio d´un blocco del sistema bancario internazionale. I governi interessati – in particolare quello italiano – hanno cercato di eludere quella precettistica senza tuttavia imboccare la strada della crescita. Le conseguenze – già in parte verificatesi e ancor più incombenti – aggravano il rischio di una deflazione e insieme di un´emergente inflazione per mancata offerta di beni e servizi, cioè l´anticamera d´una devastante recessione.
La lettera della Bce dello scorso agosto e le numerose esternazioni successive di Mario Draghi segnalavano la necessità di abbinare rigore e crescita, ma per il primo indicavano anche misure e tempi, per la seconda formulavano solo esortazioni.
Successivamente, il 2 novembre, Draghi ormai nel pieno delle sue nuove funzioni, ha deciso con l´appoggio unanime del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, la diminuzione significativa del tasso di sconto dell´euro.
La sua prima mossa da Francoforte ha dunque indicato la via della crescita.
Obama dal canto suo è stato ancora più netto: ha esortato l´Europa a puntare sullo sviluppo produttivo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e su una rete di protezione dei disoccupati e dei lavoratori precari prima ancora di passare a nuove strette rigoriste.
Queste diagnosi e le conseguenti terapie dovrebbero – dovranno – costituire la base d´azione del futuro governo del Presidente. Lo definiamo così perché il nostro Presidente è il solo depositario della fiducia interna e internazionale ed è dunque il solo garante effettivo dell´azione di governo.
Uscito di scena Berlusconi non avremo più bisogno d´esser commissariati dalla Commissione di Bruxelles e dall´Fmi se non per il rispetto delle regole che abbiamo a suo tempo approvate con tutti i Paesi membri dell´Unione. Il controllo sulla situazione italiana sarà il Quirinale ad effettuarlo per quanto riguarda l´aderenza della sua politica alle scelte di fondo per uscire dal drammatico stallo in cui ci troviamo.
L´obiettivo è dunque chiarissimo: bisogna che il prodotto interno lordo cresca a ritmi più adeguati perché solo la sua crescita contribuisce a far diminuire il deficit e a far aumentare il saldo delle partite correnti.
Per ottenere questo risultato è necessario un aumento della domanda per consumi e investimenti e quindi uno sgravio fiscale consistente sul lavoro e sulle imprese. E poiché queste agevolazioni non possono esser fatte accrescendo il fabbisogno e quindi il debito, occorre spostare l´onere tributario dalle spalle dei più deboli a quelle dei più abbienti e degli evasori, dalle aziende alle persone, dai redditi ai patrimoni. Un´altra terapia riguarda i redditi dei disoccupati e dei precari affinché essi possano contribuire all´aumento della domanda. E qui si apre anche il capitolo delle pensioni.
Il nuovo governo dovrebbe impegnarsi alla costruzione di un patto generazionale tra padri e figli, facendo passare tutti gli attuali pensionati – con l´esclusione dei lavori usuranti – al sistema contributivo e ad un prolungamento dell´età pensionabile, a condizione che i risparmi derivanti da quest´operazione siano interamente destinati ad una nuova rete di “welfare” che preveda salari minimi di disoccupazione e copertura previdenziale sul lavoro precario discontinuo.
Infine, per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre adottare le proposte di Ichino e di Boeri che consentono maggior libertà di entrata e di uscita dal posto di lavoro, impedendo licenziamenti discriminatori e incentivando l´assunzione di giovani. Va da sé che l´evasione fiscale e il taglio delle spese superflue debbono essere tenacemente perseguiti. Per evitare che il miglioramento strutturale si accompagni ad ulteriori aumenti di spesa e di evasione come purtroppo finora è avvenuto.
Un governo di questa natura non ha certo davanti a sé una strada fiorita di rose, ma neppure di macelleria sociale.
È un programma di ricostruzione economica che manca da dieci anni, culminati nel disastro in cui ora ci troviamo.
* * *
Ma un governo di ricostruzione non si può limitare al capitolo, pur di estrema importanza, dell´economia e della finanza.
Deve – dovrà – ricostruire l´etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano. Deve – dovrà – riformare la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti attraverso le preferenze o, meglio ancora, i collegi uninominali almeno per una parte notevole dei seggi in palio. E dovrà dimezzare il numero dei parlamentari, abolire i vitalizi degli ex membri del Parlamento, tagliare le spese politiche al centro e negli enti territoriali.
Ma deve soprattutto unire le forze della sinistra e quelle del centro nell´opera ricostruttiva che ha giganteschi appuntamenti: i giovani, le donne, i vecchi, il Sud, l´immigrazione, la lotta alla violenza e al crimine organizzato. Un anno non basta a realizzare questi obiettivi. Ci vorrà una legislatura costituente nel senso sostanziale del termine, come auspicò Aldo Moro quando promosse l´apertura al Pci di Berlinguer pochi giorni prima del suo rapimento.
Le sue parole – che ho ricordato su queste pagine due settimane fa – ancora risuonano per la loro attualità e sono oggi tanto più facili da tradurre in concrete decisioni in quanto non si tratta di un accordo tra forze antagoniste ma tra forze che torneranno ad essere alternative non appena la ricostruzione sarà stata avviata verso il suo compimento e nuove regole saranno entrate nella politica e soprattutto nel costume.
Mentre scrivo queste mie riflessioni una folla di aderenti e sostenitori del Pd si è riunita in piazza San Giovanni per dar forza al nuovo corso e arriva la notizia che sono più di venti i deputati che hanno abbandonato il Pdl. È un numero sufficiente per costituire subito un gruppo autonomo, ma è sensazione generale che lo smottamento continuerà in Parlamento e ancora di più tra i cittadini elettori. La svolta che questo giornale invoca da anni è dunque ormai un fatto compiuto.
Concludo con le parole del nostro Inno nazionale: Fratelli d´Italia, l´Italia s´è desta.

La Repubblica 06.11.11

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“La nave va? I dati e la verità sulla crisi”, di GIAN ANTONIO STELLA

L’ottimismo su ristoranti e alberghi «sempre pieni» autorizza
i cittadini a chiedere: se tutto va bene, perché dovremmo farci imporre riforme dolorose «Per lui il Paese luccica, per loro non c’è più latte per i bambini». Giuliano Ferrara descrisse così, anni fa, la guerra di propagande tra il Cavaliere e i suoi avversari. Il guaio è che quello sventolio di slogan opposti ha impedito all’Italia di capire davvero «come» sta. E la spalmata di ottimismo su ristoranti, aerei e alberghi «sempre pieni» autorizza i cittadini a chiedere: ma se tutto va bene, perché dovremmo farci imporre riforme dolorose?
Ernesto Galli della Loggia poneva il problema già nel marzo di tre anni fa, quando la crisi doveva ancora esplodere in tutto il suo devastante fragore: «L’Italia ha soprattutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà, su che cosa è davvero e come funziona la società italiana».
Da allora, la situazione si è fatta più pesante. Lo dicono le tabelle dei Pil del Fmi, la disoccupazione giovanile salita al 29,3%, il crollo della competitività turistica, i ritardi enormi sul rete web, l’impennata ulteriore del debito pubblico, la denuncia dell’Associazione dei costruttori edili: «Il disegno di legge di Stabilità per il 2012 segna un ulteriore pesante calo delle risorse per nuove infrastrutture, pari al 13,6%, in termini reali rispetto all’anno precedente». Sul 2008 va peggio ancora: «Le risorse per nuove opere pubbliche subiscono una contrazione del 43%». Non mancano solo i soldi per il ponte di Messina: anche per la manutenzione.
L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha elaborato, su dati Bankitalia, una tabella. Dice che le imprese che non ce la fanno a restituire i prestiti alle banche sono esposte per 75 miliardi e mezzo euro: il doppio che nel 2007. Le famiglie che non ce la fanno, di euro, ne devono 23 e 769 milioni: quasi 13 miliardi in più di quattro anni fa. Al punto che Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia, dice che queste famiglie, indebitate per oltre 19 mila euro a testa (oltre 27 mila a Roma o Milano) potrebbero «cadere nelle grinfie degli usurai». Colpisce la progressione dell’indebitamento dal 2002 ad oggi: +186% a Caserta, +198% a Taranto…
Rileggiamo le parole dette dal Cavaliere spiegando che la scelta dei mercati di scaricare i nostri Bond è una «moda passeggera»? «La vita in Italia è la vita di un Paese benestante. I consumi non sono diminuiti. I ristoranti sono pieni. Sugli aerei con fatica riesci a prenotare dei posti. I posti di vacanza nei “ponti” sono iperprenotati. Non credo che l’Italia senta qualche cosa che possa assomigliare a una forte crisi». Ma è così?
Prendiamo i voli «sempre pieni». Dice una tabella dell’Aea, l’associazione delle compagnie aeree europee, che nel 2011 fino a settembre il «load factor» (cioè il riempimento) degli aerei Alitalia è stato del 71,4% contro una media Aea del 77,6. Che si impenna con Air France all’80,4, con l’Iberia all’82, con la Klm all’84. Lo stesso amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, tre settimane fa, diceva al Corriere che sulla tratta Milano-Roma, punto di forza, il riempimento medio è del 52%.
Colpa della nuova società? Difficile sostenerlo: pian piano i conti, a quanto pare, cominciano a tornare. Ma tutto si può dire, meno che gli italiani si svaghino volando e si fatichi a trovare posti a bordo… Per capirci, il «load factor» effettivo del 2007, per Alitalia, era molto più alto: 78,8%.
E gli alberghi «iperprenotati»? Nell’arco dell’estate, dice un’Ansa di fine settembre su dati di Michela Vittoria Brambilla, le cose sono andate abbastanza bene. Grazie agli stranieri, però: gli italiani in vacanza sarebbero stati 24,5 milioni. E non più per «villeggiare» un mese come un tempo. «La vita quotidiana nel 2010» dell’Istat spiega che la rinuncia totale alle ferie nel 2001 era determinata da motivi economici nel 33,1% dei casi: oggi questa quota è salita al 50,1%.
Quanto ai ristoranti «sempre pieni», dieci giorni fa, agli Stati generali di Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, lanciava l’allarme: «Una crisi come questa ha fatto vittime e danni dovunque, anche nel settore dei pubblici esercizi. Premesso che non ci piace la cultura della lamentela inconcludente e inopportuna vista la gravità del momento (…) le cose vanno male…».
Quanto male? Prendiamo il Sole 24 ore di un anno e mezzo fa: «I dati che emergono su un campione di circa 5 mila locali (quelli recensiti nelle più importanti guide gastronomiche dall’ufficio studi Fipe) sono che il numero dei coperti nei ristoranti con fascia di prezzo più alta è diminuito del 54,5%». Di più: «Il consumo di vino è in forte calo (il 34,8% ha risposto che è in grande diminuzione, il 36,5% in diminuzione). Meno coperti, soprattutto a mezzogiorno e durante i giorni infrasettimanali, e meno vino determinano un netto calo di fatturato che, a fronte di costi fissi inalterati, ha provocato a molti ristoranti enormi difficoltà, a volte insormontabili…». E da allora, non va certo meglio.
Spiegano all’ufficio studi di Confcommercio: «Fino al 2008 se investivi un euro ricavavi prima della tassazione l’11% l’anno. Oggi 2,9%. Le piccole e medie imprese è meglio se se comprano i Btp».
È un errore dirlo? Il Cavaliere è convinto di sì. Tanto da sbuffare più volte contro «gli uffici studi» che «un giorno sì e uno no» diffondono notizie sulla «crisi di qua, crisi di là» finendo per «alimentare una crisi che ha origini soprattutto psicologiche». Ma è così? Sia chiaro: è giusto credere fino in fondo nell’Italia, negli italiani, nelle capacità di un Paese che nei momenti difficili ha saputo tirar fuori straordinarie risorse umane, imprenditoriali, intellettuali. E ben venga l’iniziativa del signor Giuliano Melani di invitare tutti a credere nel Paese e comprare titoli di Stato italiani. Ma un conto è avere la feroce determinazione di superare la crisi, un altro negare che questa sia mai esistita. Non si va da nessuna parte, senza partire dalla verità. Altrimenti, insistiamo, ogni italiano potrebbe chiedere: perché mai varare tagli, tasse e riforme dure se dopotutto la barca va?

Il Corriere della Sera 06.11.11

"In nome del popolo italiano", di Pier Luigi Bersani

Grazie a voi, Democratiche e Democratici, Amici e Compagni, Cittadine e Cittadini che siete qui con noi. Voglio dire prima di ogni altra cosa lo sgomento per la drammatica alluvione che ha investito la Liguria e prima ancora la Liguria e la Toscana e che ci lascia in ansia anche in queste ore. Tante vittime, tante famiglie nel dramma; Genova, e tanti meravigliosi paesi, cari agli italiani e a tutto il mondo, terribilmente devastati. Cittadini che vedono le loro case e i loro beni invasi, travolti dall’acqua. Una tragedia. Noi ci stringiamo attorno alle famiglie delle vittime e alle popolazioni colpite. Noi ci saremo, in ogni sede utile, e per tutto il tempo necessario perché vengano le risposte dell’emergenza e del soccorso, del ripristino e della ricostruzione. Cominciamo oggi stesso da San Giovanni lanciando una grande sottoscrizione per un aiuto concreto. Da questa piazza un abbraccio commosso ai cittadini colpiti della Liguria e della Toscana.

Siamo tanti in questa piazza ferita dalle violenze di poche settimane fa e che oggi riportiamo alla sua storia migliore.
San Giovanni non è solo una piazza. E’ il simbolo di tutte le piazze del nostro paese: luoghi dove il popolo italiano con i suoi partiti, le sue associazioni, i suoi sindacati, ha fatto la nostra democrazia. Luoghi di pace, di festa, di lotta.
Noi non permetteremo mai che rimangano vuoti. E non permetteremo che rimangano muti.
Mai!

Anche per questo fatemi dire grazie alle forze dell’ordine che anche oggi non hanno fatto mancare il loro impegno e il loro servizio prezioso.

E grazie alle Associazioni e ai Movimenti che hanno scelto di essere qui. Con i loro simboli e le loro proposte.
Un saluto alle forze del centrosinistra: SEL, IDV, I Socialisti, i Moderati di Portas.

Vedo le vostre bandiere: grazie per questa presenza generosa.
Ma il saluto più affettuoso lo voglio dare ai nostri ospiti europei e internazionali. Li accogliamo con emozione, amicizia, fraternità.
Sappiamo bene che questa manifestazione si svolge nel cuore di un’emergenza drammatica per l’Europa e per l’Occidente intero. E di un’emergenza ancora più drammatica per l’Italia.

Ma proprio la coscienza della difficoltà ci spinge a pronunciare oggi una promessa e a stringere un patto con le grandi forze della sinistra e del progressismo europeo.
Lo facciamo a Roma, a Roma nella città dove si firmarono i primi trattati dell’Unione e dove si è sottoscritta la Costituzione dell’Europa.

La nostra promessa è che riporteremo l’Italia là dove deve stare.
Là dove ci aspetta il mondo.

Riporteremo l’Italia alla sua dignità, al suo buon nome, alla vocazione europeista che fu di Spinelli, di De Gasperi, di Prodi.
Il patto è che tutti assieme – noi, le grandi forze della democrazia e del progresso – rilanceremo il sogno di un’Europa politica, sovrana, forte della sua civiltà e aperta verso il mondo.

Dopo l’euro, non si va indietro, si va avanti!
Perché l’Euro non è la malattia.
La malattia è l’Europa delle destre, l’Europa azzoppata dalle destre.
L’Europa della signora Merkel e del signor Sarkozy.

Quanto a Berlusconi, lui nella tragedia si è ritagliato un posto ma solo nelle vignette di satira. E sia chiaro che anche di questa vergogna dovrà rispondere!
La destra dunque, non altri, ha messo in ginocchio l’Europa! A partire da come hanno gestito l’emergenza della Grecia.
Certo che quello era un problema serio. Ma poteva essere isolato con facilità. La Grecia è il 3% del PIL Europeo!
Ma ha prevalso la loro dottrina, quella coltivata per anni: quella della chiusura e del ripiegamento difensivo in politica e quella del lasciar fare al mercato in economia. Hanno prodotto un disastro.
E così, per non aver voluto spendere uno, adesso spendiamo mille!

Ora – solo ora – anche le destre si svegliano e scoprono che abbiamo un destino comune, ma è tardi, dopo che a piene mani si è seminato l’egoismo delle persone, dei territori e delle nazioni.
Adesso improvvisano. Balbettano. Inventano soluzioni che durano un giorno. Di colpo scoprono che bisogna mettere qualche briglia ai mercati.

Peccato che le briglie non ce le hanno più. Le hanno gettate via!
E allora tocca a noi.
Lo dico a Francois e Sigmar e agli altri leader europei, con i quali parliamo e che la pensano come noi.
Questa volta dobbiamo riuscire, non possiamo fallire, dobbiamo tornare a vincere per ridare speranza, riforme e un’etica comune a un grande continente.
Tocca a noi – ai democratici, ai socialisti, ai liberali veri – rifare l’Europa.
E farla più democratica, sovrana, giusta, libera.
Noi lavoreremo a un continente più unito nelle sue politiche economiche e sociali. Lo renderemo di nuovo protagonista sulla scena internazionale.

E per riuscirci combatteremo assieme, da subito, con una nostra piattaforma perché l’Europa si dia finalmente gli strumenti per garantire l’Euro, gli strumenti per controllare la finanza e farla partecipare a uno sforzo comune, gli strumenti per sostenere investimenti, occupazione, crescita.
Questo – cari Democratici – è il primo messaggio che si leva da qui: mai come oggi tocca alle forze progressiste alzare la bandiera dell’Europa perché nel ripiegamento – nell’idea che ciascuno si occupa solo di casa sua – vincono le destre e i risultati li abbiamo sotto gli occhi!

Ma oggi a Roma, è giusto che prendiamo un altro impegno ugualmente decisivo. Ed è spingere l’Europa a fare quello che non ha mai fatto davvero: guardare al Mediterraneo, finalmente!
Il Mediterraneo. Il nostro Mare.
Verrà un giorno in cui questo nostro mare si lascerà alle spalle le tragedie e i lutti di adesso; un giorno in cui lanceremo fiori sull’acqua per ricordare con vergogna la barbarie di migliaia di esseri umani – donne, bambini – annegati mentre inseguivano una speranza di vita.
Verrà il giorno delle Istituzioni libere nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.
Verrà il giorno in cui i popoli di Israele e di Palestina vivranno in pace, da fratelli, nei loro Stati.
Noi quel giorno lo vogliamo e lo vedremo!

Siamo pronti.
Siamo pronti a una nuova era di scambi e di amicizia.
Siamo pronti a darci la mano per crescere assieme.
L’Italia deve portare l’Europa a quell’incontro e il nostro Mezzogiorno deve portare l’Italia – tutta l’Italia – a quell’appuntamento.
Assieme ai progressisti daremo all’Europa una voce dentro il mondo globale.
Perché il mondo è globale. Ma non per questo è diventato un mondo giusto e rispettoso dei diritti umani.
E’ un mondo dove gli squilibri sono ancora intollerabili e scrivono il destino di miliardi di persone.
Ma c’è un solo modo per evitare le crisi che stiamo vivendo: crescere un po’ tutti senza troppi squilibri nei rapporti economici e commerciali. E crescere ciascuno nel suo paese senza diseguaglianze sociali indecenti.
Un’altra strada non c’è!

Per arrivarci bisogna regolare i grandi fattori della globalizzazione; la finanza, l’accesso alle materie prime, la temperatura del globo, le migrazioni, le guerre.
E debellare la fame e nutrire il pianeta, gli obiettivi al centro dell’Expo di Milano nel 2015.
Bisogna fare dei passi graduali, ma sicuri, verso un Governo democratico del mondo!
Questa per noi, per il Partito Democratico, lo diciamo da Roma, deve essere la piattaforma di una nuova grande organizzazione delle forze progressiste e democratiche del mondo, che oltrepassi le famiglie più antiche e gloriose e unisca le forze in nome di quei valori indisponibili che sono l’uguaglianza e la libertà.
La sfida è immensa ma appassionante: creare le idee-guida per un mondo nuovo. Guardare di nuovo all’economia reale, alle persone e alle cose, ai beni comuni e ai valori delle società. Idee guida alternative a quelle disastrose della destra, perché le crisi di oggi non si ripetano mai più.

Care Democratiche e cari Democratici,
in questo quadro difficile ci siamo noi, c’è l’Italia.
Un grande paese.
Lasciate che lo ripeta: un grande paese.
Alle spalle abbiamo una storia complessa.

Abbiamo conosciuto grandezze e tragedie. Due guerre mondiali, il colonialismo, una dittatura e la vergogna delle leggi razziali.
Ma anche la forza di un popolo che ha sempre saputo rialzarsi e ripartire. Come dopo il fascismo, quando in una manciata di anni un panorama di macerie, morali e materiali, ha lasciato il posto a una delle potenze industriali del pianeta.
Anche per questo, tra le cose che ci indignano di più è vedere il nostro paese sbeffeggiato. Vedere che, all’estero, dell’Italia si ride.

Questo non era mai accaduto: e questo non lasceremo che accada mai più.
Perché, nonostante tutto, siamo ancora tra i dieci Paesi più ricchi del mondo.
Abbiamo un patrimonio ineguagliabile, di bellezze, risorse, capacità.
Abbiamo una geografia cruciale. E siamo presenti a milioni in ogni angolo del mondo. Gente che lavora, gente rispettata, gente per bene.

E allora proprio noi, che non facciamo ombra a nessuno e possiamo parlare con tutti, noi possiamo fare molto per un’Europa nuova e per un mondo nuovo!
Basta che non perdiamo la stima di noi stessi!
Ma la stima di noi stessi passa dalla stima degli altri!
La realtà è che oggi noi non siamo quello che dovremmo essere.
Mentre siamo dove non dovremmo stare: nel luogo più esposto della crisi, nel suo epicentro, percepiti ormai come un rischio ed esposti alle scelte e alle convenienze di altri.
L’ho detto e ripetuto quasi ogni giorno: non c’era una sola ragione perché ci trovassimo lì!
Se ci siamo arrivati è per la politica di un Governo incapace e sconsiderato.
Ci siamo arrivati perché una propaganda volgare ha combattuto contro il linguaggio della verità.
Purtroppo avevamo visto bene, e per tempo, quello che adesso vedono tutti.
Avevamo visto dove si precipitava.

Chi non ci vuole bene, da mesi ci descrive come un partito incerto, ondivago.
Ma io torno a chiedere, da qui, da questa piazza: c’è qualcuno, c’è una forza politica, un commentatore che in tutto questo tempo abbia avuto una posizione più chiara e netta della nostra?
Abbiamo detto due anni fa che dopo il decennio della destra – perché otto anni su dieci hanno governato loro! – ci sarebbe stato un tramonto fiammeggiante e pericoloso.

Abbiamo avanzato le nostre proposte su ogni decreto che loro licenziavano. Abbiamo detto ogni santo giorno che quel signore doveva andarsene, perché ci avrebbe condotti al disastro.
E abbiamo ripetuto che tutti i paesi più esposti – Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna – a questa crisi avevano dato comunque una risposta: cambiando governo o anticipando le elezioni.

Noi – il primo partito dell’opposizione – siamo sempre stati pronti a fare la nostra parte, in entrambi i casi.
C’è stato qualcuno più chiaro di noi?
Alzi la mano.
Lo vogliamo vedere.
Alzi la mano chi ha visto meglio e più lontano!
E allora Basta!
Basta con la denigrazione del PD, dell’unica forza che può davvero dare una mano al Paese.
Lo dico senza superbia. Senza arroganza.
Lo dico perché adesso l’Italia è davvero nei guai.
La situazione è grave. E’ molto grave.
Il Paese soffre, ha paura, è pessimista.
Noi non cavalcheremo mai questa paura. Sarebbe irresponsabile.
No. Noi abbiamo convocato questa piazza per dire una parola importante, e questa parola è “Fiducia”!
Anche questa è una promessa, che nasce, che parte da qui, da San Giovanni.
L’Italia ce la farà.
Gli italiani ce la faranno.
Lo ripeto: siamo uno dei Paesi con più “storia” nel mondo.
E abbiamo già dimostrato di saper domare la finanza pubblica, quando c’era gente seria al Governo.
Non ci nascondiamo i problemi, ma guardiamo anche al paese che sta in campo. Che reagisce.
A quell’Italia che migliora le esportazioni. E questo succede perché abbiamo lavoro buono, impresa buona, prodotti buoni.
E se è così, perché non dovremmo avere un mestiere nel mondo nuovo?
Lo sappiamo bene che i nostri ricercatori scappano via, ma sappiamo anche che passate le Alpi ce li prendono al volo, perché sono tra i migliori. I figli migliori di un paese che non sa neppure di averli!

E quanta ricchezza abbiamo ancora nascosta, al riparo e che non sta dando una mano?
E quanta ricchezza morale abbiamo già in campo!
La ricchezza della società consapevole, che ha riempito le piazze di Milano, di Napoli, Torino, Bologna e decine di altre città, dove il centrosinistra ha trionfato nel voto amministrativo.
E ancora, la ricchezza di quel volontariato che non raccoglie solo soldi ma si rimbocca le maniche. E di quel Mezzogiorno dove una massa di giovani e donne, di persone oneste, aspetta di potersi esprimere, di liberare talenti e capacità.
Eccole, le vere energie di questo paese.
Davanti a noi c’è un cammino complicato. Ma non tutto è buio! E non tutto è notte.
Ci sono molte luci. E una brilla più delle altre: la nostra Costituzione, la più bella del mondo, capace di illuminare i passi fondamentali del nostro cammino.
Abbiamo le forze e ce la faremo.
Ma non sarà una passeggiata.

Certo, prima di tutto c’è una vecchia pratica da sbrigare: Berlusconi deve andare a casa.
O ci va da solo o ce lo manderemo noi o in Parlamento o alle elezioni.
Ma deve andare a casa.
Lo abbiamo detto da tempo. All’inizio quasi da soli. Poi, mano a mano, si sono uniti gli altri. Con un po’ di ritardo, com’è nello stile di una parte di questo paese. Quelli che sventolano la bandiera, ma solo alla fine della partita!
Ma va bene lo stesso. L’importante è che lo dicano.
Però, per favore, nessuno faccia la caricatura di quello che abbiamo detto e che diciamo noi.
Nessuno ci spieghi col dito alzato che non basta cacciare Berlusconi per risolvere i problemi!
Lo dite a noi? A noi?
Ma lo sappiamo da prima di voi, che quando se ne andrà non si porterà via i problemi!
Ce li lascerà tutti, e per ogni giorno che passa ce ne lascerà uno di più.
Però sappiamo anche che il giorno dopo si potrà finalmente cominciare a lavorare per uscirne, dai problemi!
E quando verrà quel momento non racconteremo favole, perché di favole si può morire.
Chi vorrà sentire delle favole dovrà rivolgersi altrove.
Perché per noi la seconda parola, dopo “Fiducia” sarà “Verità”.

Assieme alle italiane e agli italiani guarderemo in faccia i problemi, soprattutto quelli che non si risolvono in un giorno.

E il Primo di questi problemi è un macigno sulla strada dell’Italia: è il fatto che da anni cresciamo poco. Troppo poco. Nei tre anni della crisi abbiamo perso ricchezza per più del doppio della media europea.
Altroché star meglio degli altri!
Oggi davanti a noi non vediamo una ripresa ma una stagnazione che può diventare facilmente recessione. E tutto questo mette in discussione il lavoro e in particolare il lavoro dei giovani.

Il Secondo problema è una finanza pubblica che non è in sicurezza. Il costo del debito cresce in modo pauroso mentre l’economia è troppo bassa per portare da sé risorse alle casse dello Stato.
Le loro manovre ingiuste lasciano aperti buchi impressionanti, anche perché hanno promesso all’Italia e al mondo di prendere soldi dove soldi non ce ne sono!

Terzo problema: la macchina pubblica non gira.
Il sistema delle decisioni nelle Istituzioni e nella Pubblica Amministrazione non sta meglio dopo la cura populista di questi anni. Anzi sta molto peggio.
Non si è riformato nulla, non si è semplificato nulla, si è complicato di più. Fare uno Stato che funzioni è ancora un cantiere da aprire.

Il Quarto problema è che alcuni servizi fondamentali sono finiti in affanno e in alcune aree del Paese ormai sono andati sotto la soglia della sostenibilità e della decenza.
Sto parlando di sanità, di scuola, di sicurezza, di servizi locali, dal trasporto pubblico che si sta bloccando ai servizi sociali. I nostri Comuni non possono fare i bilanci! E sto naturalmente parlando di cura del territorio!
La cura del territorio, l’amore per la nostra terra: e mentre lo dico, ancora una volta, il pensiero più affettuoso va alla gente straordinaria di Liguria e Toscana che piange vite perdute e subisce danni incalcolabili. E abbiamo un Governo che ha cancellato i cinquecento milioni all’anno che noi avevamo sempre garantito per la difesa del suolo, che ha provato a fare un altro condono edilizio; abbiamo una maggioranza che al Senato ha votato che i cambiamenti climatici non ci sono (alla Camera sono stati più contenuti. Hanno solo votato che Ruby è la nipote di Mubarak).

Il Quinto e ultimo problema, che però tutti gli altri contiene, è il tessuto civico e democratico di questo nostro paese.
Le diseguaglianze sociali e quelle fra Nord e Sud sono aumentate in modo drammatico.
Un ragazzo su quattro è a rischio povertà. Quella povertà che la crisi ha sospinto anche dove non era mai arrivata: nel ceto medio, tra tanti artigiani e piccole imprese che abbassano la saracinesca perché non reggono più. O tra quei cinquantenni che perdono il lavoro e si chiedono con disperazione se per loro ci sarà un’altra possibilità. E vogliamo tacere del colpo che stanno subendo le condizioni dei disabili? O possiamo tacere che ai cittadini de L’Aquila viene chiesto in questi giorni di pagare in un colpo dodici rate di tasse arretrate mentre ancora le attività sono ferme? L’elenco sarebbe infinito.
Ma in questo enorme disagio, in questo quadro d’insieme la credibilità delle Istituzioni e della politica è ai minimi storici.
Il populismo nelle sue diverse espressioni alla fine ha portato un risultato solo: quello di moltiplicare le spinte dell’antipolitica.

Lo dico da qui: noi – almeno noi – sappiamo distinguere. Sappiamo che l’indignazione di milioni di cittadini non solo è legittima ma giusta.
Ma sappiamo anche che senza la fiducia in una buona politica, la democrazia non può funzionare e le risposte non possono venire.
Ecco, questi sono i problemi che dobbiamo guardare in faccia.
E non c’è bisogno di essere maghi dell’economia per sapere che l’emergenza finirà, che il mondo ci lascerà tranquilli solo quando vedrà che li stiamo affrontando sul serio, quei problemi. Ma se non troveremo delle ricette nostre, arriveranno le ricette degli altri come si sta già ben vedendo, e potranno anche non piacerci, e lasceremo comunque agli altri un pezzo della nostra libertà e della nostra dignità. Se i sacrifici bisognerà farli, li decideremo noi! Almeno questo, un grande Paese deve poterlo dire. E un grande Partito deve dirlo.

Per questo fiducia e verità dovranno darsi la mano.
Dichiarare i problemi e avere la fiducia per uscirne: questo è il punto.
Lo si può fare in un solo modo. Con l’equità.
Con l’idea di uno sforzo comune dove chi ha di più dà di più, con l’idea di un cambiamento che scomodi un po’ tutti, ma scomodi di più chi finora si è scomodato meno. E con una guida politica unita, solida e pulita che trasmetta dedizione totale all’Italia e agli Italiani e non ai propri interessi.
Noi chiamiamo tutto questo ricostruzione.
E’ il messaggio di Piazza San Giovanni. Ricostruzione.
Ricostruzione della fiducia e della speranza.

Ricostruzione di una democrazia costituzionale piena e funzionante. Ricostruzione di un patto sociale e di sviluppo sostenibile. Di una nuova mappa di diritti umani, civili, sociali e insieme di nuovi doveri e responsabilità verso gli altri.
Sappiamo bene che questi giorni ci richiamano a una emergenza drammatica. Lo abbiamo detto agli Italiani e lo abbiamo detto al Presidente della Repubblica che ringrazio qui per il Suo impegno straordinario: noi non cerchiamo ribaltoni o soluzioni di piccolo cabotaggio parlamentare. Se c’è discontinuità, se c’è cambiamento, se c’è una credibilità internazionale e interna da parte di un nuovo Governo, noi siamo pronti assieme a tutte le opposizioni a prenderci le nostre responsabilità, a dare un contributo di equità e di efficacia a misure che a questo punto debbono essere vere e proprie misure di salvezza nazionale.
Ma tutto questo, se si determinasse, sarebbe un passaggio di transizione, l’avvicinamento ad un ciclo più radicale e impegnativo di cambiamento che potrà avvenire solo con il concorso attivo e l’assunzione di responsabilità e condivisione dei cittadini elettori.
Sia chiaro comunque che anche un eventuale governo di transizione non potrebbe che muoversi nel senso di un nuovo patto sociale, capace di tenere unito questo paese, dopo le drammatiche divisioni di questi anni.
E sappiamo già quale senso dare a questa svolta, quale obiettivo mettere davanti a tutto; sappiamo con quale bussola orientare le nostre politiche come fu per l’Euro.

Questo grande obiettivo, questa bussola sarà il lavoro per la nuova generazione.
Nessuno sarà abbandonato, nessuna scelta sarà dimenticata ma il lavoro dei giovani sarà la bussola. Perché se l’Italia vuole avere un futuro deve mettere al lavoro la nuova generazione.
Sappiamo anche da dove cominciare per dare il segno del cambio di stagione.
Cominceremo dalla politica, dalla sua riforma, dalla riforma delle Istituzioni e della Pubblica Amministrazione.
Siamo stanchi di presentare proposte (dal dimezzamento dei Parlamentari all’abolizione dei vitalizi) e vederle bloccate dalla destra salvo finire anche noi nel mucchio del discredito.
Siamo stanchi.

E’ un gioco pericoloso non solo per noi, ma per la democrazia!
Vogliamo una maggioranza per governare, e il giorno dopo si fa sul serio!
Vi garantisco che si fa sul serio, e si allineano i costi della nostra politica ai costi europei. Non un euro in più. E dopo tante parole a vuoto, qualcosa di serio sulla Pubblica Amministrazione! Cinque livelli di governo non si possono più sostenere! La pletora amministrativa e delle società pubbliche non si può più sostenere. La spesa corrente va messa sotto controllo davvero, come già abbiamo dimostrato di saper fare a differenza della destra, tutta chiacchiere e distintivo, capace solo di farla crescere, azzerando gli investimenti.

Cominceremo dunque da lì, e insieme, da subito, una riforma fiscale.
L’evasione deve pagare, i patrimoni rilevanti e le grandi ricchezze devono pagare. Non può pagare solo chi sta pagando adesso e chi ha pagato fin qui, non si può dare addosso solo al lavoro, ai pensionati, alle famiglie.
Ci vuole un fisco orientato all’equità, al lavoro, alla crescita.
Noi sappiamo come si fa e lo faremo. Perché sono il fisco e l’evasione, le cose che ci fanno più diversi dall’Europa, anche se nella lettera del Governo non se ne faceva cenno!
E le liberalizzazioni, noi le abbiamo fatte, noi le sappiamo fare, ne abbiamo un nuovo elenco pronto e le faremo, perché pensiamo che la flessibilità non la si può chiedere solo ai lavoratori, che non si può scaricare sul consumatore, a piè di lista, i costi e i profitti di chi è protetto, che non si può impedire a un giovane di fare il mestiere che sa fare. Non puoi tenerlo a tirocinio per mesi o anni senza che prenda un euro!

E poi il welfare da preservare e riformare. Cominciando dalla precarietà. Lo ripetiamo: un’ora di lavoro stabile deve costare un po’ meno e un’ora di lavoro precario deve costare un po’ di più. Questa è la premessa per dare a un ragazzo la possibilità di arrivare per tempo a un salario decente. Ed è la condizione perché lui e tutti i suoi coetanei abbiano la speranza di una pensione decente. In questa logica, e solo in questa logica, siamo pronti a confrontarci: a discutere delle ricadute in positivo di un meccanismo di flessibilità volontaria in uscita, che può e deve alzare l’età effettiva di pensionamento.
Bisogna fare qualcosa per chi cerca il lavoro e non lo trova.
Anche a noi piace la Danimarca, la flexicurity di cui in questi giorni il Governo si è improvvisamente innamorato; che costa però tantissimi soldi. La Danimarca noi la stiamo vedendo in cartolina! Da un anno e mezzo è in corso una fase violenta di espulsione dal lavoro.

Vogliamo, in aggiunta, incoraggiare i licenziamenti, pensando che questo di per sé migliori il mercato del lavoro?
Come si può pensare una sciocchezza simile?
Perché non pensiamo piuttosto a crearlo, un po’ di lavoro.
Perché non pensiamo alla politica industriale, alla ricerca, alle tecnologie italiane, alle reti, all’efficienza energetica, all’economia verde, al nostro made in Italy a partire dal potenziale che può esprimere il Mezzogiorno! Perché non pensare per il Mezzogiorno a mettere almeno una parte delle residue risorse europee in un programma garantito e automatico per investimenti e occupazione di giovani e donne a cominciare dai giovani laureati?
La nostra industria, la nostra agricoltura abbandonata, i servizi, la piccola impresa: vogliamo tornare a occuparcene?
Perché il lavoro non cade dal cielo, ma viene da lì.
Insomma, riforme!

Un progetto di ricostruzione per il lavoro: per il lavoro delle donne e delle nuove generazioni.
E riforme per la ricostruzione democratica.
Dopo dieci anni di cura populista c’è tutto da risistemare e su tutto abbiamo pronta una proposta. Istituzioni, legge elettorale, federalismo, funzionamento della giustizia, conflitti di interesse e incompatibilità, informazione e Rai tv, ovunque si volge lo sguardo c’è un peggioramento, c’è malfunzionamento, c’è discredito del sistema.
Perché era l’altro modello che secondo loro doveva funzionare: quello del “salvatore della patria”, quello del nome sul simbolo, quello del consenso che viene prima delle regole, perché le regole legano le mani al campione; il modello che vive sul nemico e sul capro espiatorio: il magistrato, il comunista, il terrone, l’immigrato, l’euro.
Il modello che non conosce la distinzione dei poteri, il modello che comunica ma non governa, perché quel che conta non è fare, è raccontare; non è fare è dire che si fa, è convincere che si sta facendo, è gonfiare con la comunicazione la bolla delle illusioni.
Noi da questa piazza lo diciamo all’Italia: questo modello ci ha precipitati nel fondo del pozzo perché non è in grado di decidere nulla, e alla fine il conto lo paghiamo tutti!

Ma attenzione. Ci riproveranno, non hanno altra carta che quella!
E allora qui diciamo: noi siamo pronti alla battaglia e stavolta il terreno lo imporremo noi!
E il terreno sarà un’alternativa chiara: o il modello populista o la riforma della democrazia nel solco della Costituzione.
Questa sarà la scelta. O affidarsi di nuovo a un imbonitore o scegliere finalmente un modello che ci riporta alle grandi democrazie del mondo. Perché salvatori della patria non ce ne sono più – abbiamo già dato! – e ci si può salvare solo tutti assieme!

Ecco dunque – care democratiche e democratici, amici e compagni che siete qui – la ricostruzione che vogliamo è una ricostruzione civica, morale, economica e sociale. E’ una profonda ricostruzione democratica.
Fra poche settimane presenteremo il nostro progetto alla “Conferenza per la Ricostruzione”.
Siamo pronti.
E del resto cos’altro abbiamo fatto in questi anni, cos’altro stiamo facendo se non predisporre idee e progetti, per l’Italia?
Diremo alla “Conferenza per la Ricostruzione” la sintesi del nostro progetto, e sarà un progetto alternativo, un progetto di cambiamento. Pareggio di bilancio sì ma insieme a equità, lavoro e sviluppo.
Ci rivolgeremo alle italiane e agli italiani.
Chiederemo l’aiuto di tutti per sgombrare le macerie di questi anni.
Ci metteremo al servizio di un risveglio collettivo.
Proporremo un progetto di governo che sappia parlare alle sensibilità positive, ai movimenti che si sono risvegliati nel Paese.
Quello delle donne, innanzitutto.

Perché l’autonomia e la dignità delle donne, insieme al loro stare in campo, misurano da sempre il grado di civiltà, di benessere, di un paese. Quando il rispetto per le donne regredisce, quando si umiliano i loro diritti, è il Paese intero che subisce un danno culturale e sociale incalcolabile. Ma insieme, e grazie ai movimenti, abbiamo reagito. Quelle piazze d’Italia di febbraio con la sciarpa bianca sono state un simbolo di riscossa prima di tutto sul piano civile. E ci inchiniamo, un mese dopo la tragedia, alla memoria delle cinque donne morte fra le macerie del laboratorio in cui lavoravano a quattro euro l’ora. Sentiamo tutti la vergogna di quelle morti.

Vogliamo dunque un cambiamento che poggi sulle straordinarie risorse femminili di questo Paese. Più donne nel lavoro, nelle carriere. Più donne nelle Istituzioni. Più riconoscenza per la loro intelligenza.
E allora diciamo sì a un piano per l’occupazione delle donne a partire dal Sud. Diciamo sì’ alla legge contro le dimissioni in bianco che questo governo ha stracciato. E alle risorse per la scuola pubblica e la cultura. Se faremo tutto questo anche l’economia si rimetterà in moto, si torneranno a fare figli e le famiglie saranno più forti contro la crisi. E soprattutto basta con umiliazione e la retrocessione delle donne! Dignità e rispetto!

Sapremo parlare con la forza del riformismo, al richiamo che ci viene dai movimenti che sono cresciuti attorno alla domanda di diritti, in un paese che fatica persino a licenziare una norma di civiltà contro l’omofobia, o riconoscere che un bambino nato qui, di qualsiasi colore sia è un italiano! Movimenti attorno ai beni comuni, a cominciare da quello della legalità e dal bene comune dell’istruzione, della conoscenza, della scuola.
Sapremo parlare alle speranze che tornano a fiorire nel Mezzogiorno e che abbiamo visto vivere sui volti e nelle parole dei duemila ragazzi che abbiamo incontrato a Napoli e che faranno con il Partito Democratico un viaggio lungo un anno, un viaggio di formazione, scambio di esperienze e iniziative sul territorio.
E ci faremo interrogare dal risveglio di sensibilità religiose che sentono il dovere di una presenza più attiva sul terreno della politica.

Stiamo lavorando e vogliamo lavorare ancora per offrire a loro lo spazio di una politica consapevole delle sue responsabilità, della sua autonomia e anche del suo limite, una politica che poggi sul pilastro di un Umanesimo forte, sulla centralità della Persona; una politica che possa unire i credenti e i non credenti appassionati della comune umanità degli uomini, della loro dignità e della loro libertà.
Ci metteremo a servizio, non a comando.
Chi ha il compito di guidare si mette a servizio, perché il senso del guidatore sta nel viaggio di tutti e non nel suo!
Il messaggio fondamentale lo daremo, ho detto, alle italiane e agli italiani.

Le alleanze politiche vengono dopo. Perché il più contiene il meno; e perché se non si alza la canzone popolare i cantanti da soli concludono poco!
Le alleanze politiche sono dunque per noi la conseguenza, non la premessa, della proposta per l’Italia.
Se diciamo ricostruzione, allora diciamo alleanza dei progressisti e dei moderati, diciamo patto di governo per una legislatura di ricostruzione, per sostenere la riscossa del Paese, per sconfiggere il rischio che viene dalla peggiore destra d’Europa.
E’ inutile immaginare una destra diversa, la destra italiana è quella e non può essere che quella!
Questa dunque è e resta la nostra proposta: alleanza dei progressisti e dei moderati per una legislatura di ricostruzione.
Unità per la ricostruzione.

Sappiamo che questa proposta è una sfida per tutti.
Per il centrosinistra, per le forze di centro e per lo stesso Partito Democratico. Ma guardando il dramma del Paese tutti devono accettarla!
Il Centrosinistra è alla prova della sua credibilità.
Tutti, Partito Democratico, SEL, IDV, Partito Socialista ne siamo consapevoli. Vogliamo ne siano consapevoli quelle culture radicali, e quelle culture ambientaliste a cui ci rivolgiamo con amicizia.
Nessuno si stupisca che il Partito Democratico dica con forza: non rifaremo l’Unione.

Il Partito Democratico è nato dopo, e per correggere quell’esperienza (che pure, adesso si può dirlo, lasciò alla destra 5 punti di avanzo primario, 70 miliardi all’anno che sono stati buttati via) ma non rifaremo quel percorso!
Sono contento di poter annunciare qui, a San Giovanni, che abbiamo fatto passi avanti nella costruzione di un centrosinistra di governo; sia nel lavoro programmatico, sui punti più delicati; sia per l’allestimento di un meccanismo del tutto nuovo che garantisca la stabilità della maggioranza parlamentare; sia per i percorsi di partecipazione popolare, per l’indicazione della leadership del centrosinistra e sia, infine, per una proposta politica comune aperta alle forze moderate.
Con questo appello alle forze di Centro per un patto di legislatura noi non strattoniamo nessuno. Vogliamo mettere davanti a tutti la situazione reale del Paese che non giustifica pregiudizi o barriere insormontabili per chi voglia lasciarsi alle spalle il populismo, per chi voglia mettere in sicurezza i fondamentali del Paese e dargli una prospettiva.
La destra non è scomparsa, Berlusconi non è stato e non è una barzelletta. La destra ci sarà, sarà forte e sarà aggressiva, cattiva.

Lo diciamo anche a coloro che si sono illusi in questi anni che Berlusconi fosse comunque preferibile al Centrosinistra; a coloro che ancora oggi perdono tempo a pensare che si possa oltrepassare Berlusconi e riprendere la nostra strada e il nostro volto nel mondo escludendo il Partito Democratico o indebolendolo, o dividendolo. Vediamo bene le operazioni in corso. Vediamo la ricerca confusa di soluzioni che possano prescindere dal PD o ridurlo a una ruota di scorta, a una salmeria.
No.

Il primo Partito del Paese non può essere e non sarà mai una ruota di scorta. Abbandonate questa idea, è una illusione!
E’ un’idea distruttiva non per noi ma per l’Italia!
E se in queste posizioni si annidasse ancora dell’egoismo sociale, l’idea cioè che la nave possa galleggiare facendo bagnare solo quelli della terza classe, ci si convinca finalmente: qui è a rischio la nave e non solo la terza classe!

Mentre rivolgiamo questo appello agli altri, sappiamo bene quello che tocca a noi.
Ce ne è anche per noi!
Per noi che abbiamo osato, unici in Italia, ma in buona compagnia nel mondo, chiamarci Partito e Democratico annunciando con questo la promessa di una riforma della democrazia rappresentativa, della politica, dei partiti; per noi che siamo nati per rompere il muro tra politica e società civile; per noi partito del lavoro, della Costituzione dell’unità della nazione; per noi, c’è una responsabilità da assumere davanti agli italiani.
Dopo soli quattro anni, ancora giovani quindi, e con tante cose da migliorare, siamo il primo partito del Paese, non siamo più un esperimento!
Davanti agli italiani che vogliono il cambiamento tocca soprattutto a noi prenderci la responsabilità.
Siamo all’altezza di questo?
I nostri comportamenti, le nostre discussioni sono sempre all’altezza della nostra responsabilità?
Sia chiaro: la discussione noi la rivendichiamo, fa parte del nostro progetto di democrazia. O il berlusconismo è così entrato in vena che sembra strano agli italiani che non parli uno solo per tutti?
Non è così, in nessuna democrazia del mondo! Non c’è uno che parla per tutti!
Il punto è: di che cosa si discute e come si discute.

Si deve discutere sui problemi veri, che i cittadini capiscono, e non sui problemi che capiamo solo noi e qualche organo di stampa. Si deve discutere, ma trasmettendo solidarietà e unità sulle scelte che si prendono.
E se ci chiamiamo Partito Democratico, vuol dire che non facciamo il verso al berlusconismo ma che facciamo l’inverso del berlusconismo!

E’ perché pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito!
Se ci chiamiamo Partito Democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà. Capaci dunque di ascoltare tutti, di dialogare con tutti, di aprirci in modo vero, ma mai di metterci a rimorchio di qualcuno.
Per la ricostruzione del Paese noi chiediamo alle Italiane e agli Italiani di essere messi alla prova del governo. Nel passaggio più difficile dell’Italia, dal dopoguerra a oggi, il Partito Democratico avrà il suo vero battesimo.
Ci aiuterà una nuova generazione che è già in campo.

Mostreremo di saper essere quel Partito riformista e di governo che l’Italia aspetta. Ciò che abbiamo seminato fin qui, con fatica, ma non senza risultati, ci aiuterà a essere un Partito riformista che governa non stando solo nel palazzo, ma stando nel palazzo, nelle piazze e nei luoghi di vita e di lavoro degli italiani.
Radicati, presenti nella realtà come un grande partito popolare.
Quello che si vede in questa piazza, quello che tornando a casa è pronto a muoversi piazza per piazza, casa per casa, per dire alle italiane e agli italiani: noi ci siamo.

Noi siamo con voi.

Abbiate fiducia, assieme cambieremo le cose, assieme ce la faremo. L’Italia ce la farà.
Viva l’unità per la ricostruzione, viva il Partito Democratico, viva l’Italia.

www.partitodemocratico.it

"Alzare la testa", di Claudio Sardo

ll discredito del governo Berlusconi umilia l’Italia e colpisce lasocietà, le imprese, i risparmi. Il commissariamento dell’esecutivo si fa ogni giorno più stringente, come dimostrano le decisioni prese ieri a Cannes. Il premier è stato prima piegato dall’Europa e dagli Usa e obbligato a sottoporre il piano di risanamento alla verifica del Fmi, poi è stato costretto a dire che era una sua libera scelta.
Siamo sprofondati nel punto più basso. E si ha timore nel dirlo perché, se Berlusconi dovesse ancora resistere nel bunker,potremmo precipitare ulteriormente. L’Italia oggi è in pericolo. Un pericolo erio, grave, incombente. Le successive manovre votate dal Parlamento sono state tutte travolte dai mercati, annullandone gli effetti. Cambiare il premier e restituire al Paese una guida autorevole e una solidità politica è ormai l’emergenza. Non può finire nel baratro, in default, uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea. Siamo una nazione carica di storia, di creatività e ingegno, di aziende con grandi potenzialità, di lavoro di qualità, di reti di solidarietà umana, di famiglie capaci di sopportare tante disfunzioni del welfare. Nonostante il discredito e il debito pubblico continuiamo a essere uno dei Paesi più ricchi del mondo.E i nostri giovani, le donne, il Sud – cioè i più penalizzati dalla crisi e dalle politiche inique – continuano a chiedere di cambiare, di non essere esclusi, di mettere in gioco talenti e speranze.
Oggi la piazza del Pd, pure nel lutto per la tragedia di Genova, vuole dare voce all’Italia che non si piega, né si rassegna alla protesta individuale, oppure a quella generica che dà la colpa a tutti e nei fatti assolve tutti. Quando si tocca il fondo bisogna innanzitutto alzare la testa. E allungare lo sguardo. È forte la tentazione di rotolarsi nel fango, tra le macerie della credibilità italiana. Purtroppo è la cosa più facile. In tanti lucrano sul discredito che colpisce nel mucchio, sul rimpallo di responsabilità parziali, sulla depressione che affonda le speranze. Per il premier in declino il disprezzo della politica e la demolizione di qualunque alternativa è diventata la più efficace arma di resistenza. E su quella scia si trovano a marciare, ieri come oggi, influenti oligarchie economiche, spalleggiate magari da pseudo-radicalismi di sinistra.
La piazza del Pd parla invece di ricostruzione. Della pazienza, dell’umiltà, della necessità di costruire. Alzare la testa. Sì, bisogna essere più forti anche dei propri limiti. Perché i problemi, le diversità, le rivalità, le insufficienze, gli egoismi non mancano nel Pd e appesantiscono oggi le ali del centrosinistra. Invece i momenti migliori sono stati proprio quelli in cui il centrosinistra è riuscito a legare i propri interessi con il destino del Paese, con la sua unità, con il suo riscatto materiale e morale. Salvare l’Italia, farla risalire, dare un futuro ai giovani è oggi un’impresa non meno ardua di quella dell’euro che impegnò gli interi anni Novanta.
L’approdo non è certo. I sacrifici saranno pesanti e solo una misura di equità li renderà sopportabili. Anche i rischi sono molteplici: compreso quello di una perdita di consensi. Ma la politica si riscatta solo con il rischio. E con obiettivi limpidi. Il rinnovamento è una questione di contenuti, prima che di generazioni che chiedono giustamente spazio. Per ricostruire l’Italia bisogna voltare pagina. Non basterà cambiare un Berlusconi con un berluschino. Ci vuole un’Italia che torni a pesare in Europa e che contribuisca a cambiare le politiche europee.
Anche per questo è importante la manifestazione di piazza San Giovanni: perché accanto a Pier Luigi Bersani ci sarà il leader della Spd Siegmar Gabriel e il candidato socialista alle presidenziali francesi, François Hollande, sarà presente
con un videomessaggio. Prima di ogni formula interna, è questa alleanza tra progressisti che può aprire la strada verso un’Europa più forte, più comunitaria, più solidale nel giocare la partita della globalizzazione. Il Pd è nel dna un partito europeo. Ma ciò non vuol dire perdere lo spirito critico o rinunciare a battersi per cambiare ciò che non va nell’Unione (peraltro il fallimento della cura greca rischia di essere riprodotto da noi). Non sono mancate neppure le critiche per la convocazione della piazza. Ma i ricostruttori devono alzare la testa insieme. Per dare un segnale a tutta la società. Un segnale di altruismo. In piazza ci sarà il Pd. Ma non solo. Il partito più grande del centrosinistra deve tenere le braccia larghe. Anche perché così avrà più forza nel dire basta ai leader solitari, che soffocano i corpi intermedi per cercare il popolo che applaude. Questo è il berlusconismo che ha già deformato le nostre istituzioni e ci
ha portato sulla soglia del baratro.

L’Unità 05.11.11