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Emergenza maltempo, i conti correnti del Pd per gli alluvionati

Ecco i conti correnti attivati dal Pd per contribuire alla sottoscrizione a favore delle popolazioni colpite dai nubifragi in Liguria e Toscana.
LIGURIA – codice IBAN IT14Q0617510700000003111580 intestato a Partito democratico coordinamento della Spezia con causale: contributo popolazione colpita da alluvione.

TOSCANA – codice IBAN IT82U0611024500000082067680, intestato a Partito democratico di Massa Carrara con causale: donazioni alluvionati Lunigiana.

Il Fmi mette l’Italia sotto tutela «Ora non è un Paese credibile», di Bianca Di Giovanni

Sorvegliata speciale. Così esce l’Italia dal G20. Non sono solo Sarkozy-Merkel ad esprimere preoccupazione. È ora il Fondo monetario: «L’Italia non è unn Paese credibile». Gli osservatori del Fmi da domani a Roma. «Silvio, non hai capito che il problema sei tu? Se non ti dimetti, lunedì i mercati ci distruggono». La “frasetta” (che in serata i suoi addetti stampa hanno tentato di smentire) sussurrata da Giulio Tremonti all’orecchio di Berlusconi subito dopo la conferenza stampa del G20 filtra da ambienti vicini all’esecutivo e mette il sigillo al crollo della credibilità del nostro governo, unico vero leitmotiv del summit francese.
Tutti, proprio tutti, qui a Cannes hanno citato preoccupati le catastrofiche conseguenze della crisi di fiducia dei mercati nei confronti dell’Italia. Crisi confermata anche dopo le decisioni drastiche prese ieri: «Una valutazione e una sorveglianza dettagliate della commissione europea (sulle politiche italiane, ndr) e la verifica pubblica della realizzazione delle politiche su base trimestrale da parte dell’Fmi», recita il comunicato finale del vertice. Una doppia camicia di forza imposta a Berlusconi dopo un lungo negoziato, diplomaticamente salutata come un gesto di responsabilità italiano. Ma la misura d’emergenza non ha convinto. Mentre Berlusconi la annuncia alla stampa, raccontando di un’Italia ricca e felice, e soprattutto che la «certificazione» dell’Fmi non gli è stata imposta, la Borsa crolla e il differenziale tra i Btp e i Bund tocca i massimi. La Bce comincia a comprare, ma non riesce a limitare i danni. La cintura di salvataggio appena annunciata è stata bruciata
dallo stesso premier. Tanto che in serata in alcune redazioni tedesche si diffonde la voce che il premier italiano potesse dimettersi in nottata.
LA CINA ABBANDONA L’EUROPA
I timori per la “bomba Italia” sono stati espressi dai verticim delle autorità europee (Barroso, Van Rompuy), dal duo Merkel-Sarkozy, da i Paesi emergenti (per esempio il Messico), li ha fatti intendere senza nominarli la Cina, che ha lasciato il vertice prima della chiusura lasciando l’Europa al suo destino confuso e instabile, infine lo ha fatto l’Fmi con Christine Lagarde: «Il problema dell’Italia è la mancanza di credibilita » . Mentre sul Times e sul Guardian
si parlava del nuovo disco del premier con Apicella. La parola Italia a Cannes ha cancellato la Spagna, l’Irlanda e persino la Grecia. Nella nottata tra giovedì e venerdì in un dopo cena ad alta tensione tra i Paesi europei Angela Merkel esprime preoccupazione per l’Italia, e il ministro Schauble specifica, usandole stesse parole della Lagarde: il problema non è il debito,ma la credibilità politica. Berlino parla già dell’intervento dell’Fmi, mentre Roma smentisce. In mattinata è Manuel Barroso ad annunciare che Roma ha chiesto il “monitoraggio” del Fondo.
Il presidente della Commissione aggiunge che già la prossima settimana partirà una delegazione di Bruxelles a Roma. «L’Italia, che è un paese essenziale della zona euro, uno dei paesi principali, ha lodevolmente preso la decisione di fare appello alla Commissione Ue e al Fmi per certificare i risultati che avrà raggiunto su base trimestrale», aggiunge
poco dopo Sarkozy.
LA «CERTIFICAZIONE»
Tutti sembrano tirare un sospiro di sollievo: Roma si è piegata. Ma che vuol dire davvero “certificazione”? Secondo indiscrezioni riportate dal sito economico “Linkiesta” gli ispettori del fondo atterreranno a Roma ià domani sera. Saranno guidati dall’economista finlandese Juha
Kahkonen. Cominceranno da subito a stilare il loro rapporto, che sarà completato intorno al 20 novembre. Tempi acceleratissimi. Una cura d’urto che preoccupa soprattutto
perché potrebbe sottintendere che ci sono dubbi non solo o non tanto sull’attuazione delle riforme annunciate, quanto sulla tenuta del bilancio. Anche se il ministro Tremonti ha escluso in modo deciso che l’ intervento dell’Fmi possa interessare le manovre di bilancio. Gli osservatori hanno anche notato, tuttavia, che il ministro dell’Economia si è
presentato in ritardo alla conferenza stampa del premier, lasciando al solo Berlusconi l’onere di annunciare l’intervento dell’Fmi. Una presa di distanza? L’ipotesi confermerebbe le voci sui dissensi interni all’esecutivo. Un assist disperato arriva da Barack Obama, che si dichiara fiducioso sulle possibilità dell’Italia di uscire dalla crisi. Il presidente americano sa che ormai anche oltre Atlantico i destini sono legati alla Penisola.
Il caso Italia, comunque non si chiude con l’annuncio del “filtro” del Fondo monetario. Non solo per la reazione dei mercati. L’idea che un controllo ravvicinato sulla politica
economica sia un attacco alla sovranità del Paese si fa strada nei corridoi del vertice internazionale.
Tanto che Sarkozy rassicura: «Non è nostro obiettivo cambiare né il governo dell’Inghilterra né quello dell’Italia, non rientra nei nostri compiti. L’Italia non è sola, questa è la base della solidarietà europea». Ma in pochi credono a una effettiva autonomia in fatto di politica economica.

L’Unità 05.11.11

"Ora spaliamo il fango e l'incultura", di Giuseppe Conte

Si piangono vite umane, prima di tutto. E una grande bellezza deturpata. Si accerteranno responsabilità e colpe. Si ripenserà, io spero, il rapporto che deve avere l’uomo con il territorio che lo circonda, con il Pianeta che lo ospita. Niente forse oggi è più importante di questo. Spalare via, con il fango, tutte le incrostazioni di avidità, di menefreghismo, di incultura.

E riprendere a sperare in una Liguria all’altezza delle pagine dei poeti e degli scrittori che negli anni l’hanno cantata e amata.

È incredibile la violenza istantanea con cui l’acqua e il fango cancellano la vita: dove scendono e rotolano loro, tutto si azzera. La loro potenza ha qualcosa di ineluttabile. Una moltitudine di auto rovina, carambola, precipita impazzita: si sentono voci umane che dai poggioli dei piani alti delle case si lasciano andare a esclamazioni di stupore terrorizzato e impotente, e persino a qualche: «basta!» come se l’acqua, il fango, la pioggia avessero orecchie e cuore come noi, e potessero ascoltarci.

Tutta la Liguria, la sua immagine, la sua essenza, è stata colpita. La mia è una regione fragile, verticale, scoscesa, stretta tra alture aguzze e un mare ventoso. Una regione il cui territorio è stato lavorato nei secoli, ma senza ottenere l’armonia rettilinea o sinuosa tipica, ad esempio, della campagna Toscana: il lavoro che ha prodotto le «fasce», le «miagie», i muri di pietra che uno sull’altro, paralleli e in ascesa sino all’azzurro del cielo, tagliano orizzontalmente le colline liguri, ha dato vita un paesaggio duro, scabro, in cui civilizzazione e natura mostrano i segni della loro eterna lotta.

Oggi non posso pensare che una alluvione, l’incuria dell’uomo, il turismo di massa alleati in un patto atroce abbiano la meglio. La ripresa ci sarà, ne sono sicuro. Ne fa fede il carattere dei liguri, che si rimboccano le maniche, che non aspettano l’arrivo di chissà quali aiuti dall’alto, che riservano alle autorità diffidenza sempre e talvolta qualche fischio, qualche pallottola di quel fango che li ha messi in ginocchio.

Il Sole 24 Ore 05.11.11

«Via il governo e l’Italia ce la fa» Dalla piazza la sfida di Bersani, di Simone Collini

Oggi a San Giovanni la manifestazione del Pd: «Noi pilastro imprescindibile dell’alternativa». Ci sarà anche il segretario della Cgil Camusso. Al via una sottoscrizione per le zone alluvionate. «Con il cambiamento l’Italia ce la farà». Dal palco di San Giovanni oggi Pier Luigi Bersani lancerà parole «di fiducia», illustrando le proposte del suo partito per uscire dalla crisi e puntando a dimostrare non solo che un’alternativa al berlusconismo può già esserci, ma che il Pd ne è un «imprescindibile pilastro». Il leader dei Democratici sa che la prossima settimana si giocherà in Parlamento una partita decisiva, perché sembrano essersi create le condizioni per la caduta del governo ma anche perché a seconda di come si aprirà la crisi si capirà che direzione prenderà il dopo Berlusconi. E Bersani, che con Dario Franceschini sta valutando se presentare una mozione di sfiducia sia la mossa più conveniente per raggiungere l’obiettivo («certo, in un Paese normale non accadrebbe che in una situazione di crisi così grave si debba stare attaccati al voto di una o due persone»), sta lavorando perché il tutto non si risolva poi in «un ribaltone».
Se nel centrodestra c’è infatti chi lavora a un governo guidato da Gianni Letta che possa aprire all’Udc, il segretario del Pd ha messo in chiaro in tutti i colloqui avuti negli ultimi giorni che il suo partito sosterrà soltanto un esecutivo che segni una netta «discontinuità», poggi su un consenso «larghissimo» e sia composto da persone autorevoli in Italia e all’estero. Ne ha parlato anche con Pier Ferdinando Casini, con il quale il leader del Pd non dispera di chiudere quando sarà il momento un accordo elettorale, anche se è già stato messo a punto un piano B che prevede un patto di legislatura basato su pochi punti programmatici condivisi da far valere dopo il voto (lo stesso leader Udc non nasconde di volersi tenere le mani libere al voto perché poi «la nostra forza sarebbe quella di costringere il vincitore a venire a patti»).
DAL PREMIER BATTUTE AGGHIACCIANTI
Che si vada effettivamente verso un governo di transizione o che Berlusconi riesca a impedirlo e a portare il Paese alle elezioni anticipate, Bersani (convinto comunque che si voterà prima del 2013) oggi vuole mostrare da San Giovanni la forza organizzativa e programmatica di cui dispone il Pd. Dal palco tricolore, con alle spalle la scritta «Ricostruzione: un grande Paese merita un futuro migliore» e ai lati le parole «In nome del popolo italiano», il segretario Pd non solo attaccherà a testa bassa un premier che continua a negare la crisi facendo «battute che fanno rabbrividire, agghiaccianti» e un governo che con la sua mancanza di credibilità ci ha portato «sul fronte più esposto» della crisi. «Essere sotto tutela per un grande Paese come il nostro è un fatto che ci toglie libertà e anche un po’ di dignità», diceva ieri dopo i pronunciamenti di G20 e Fmi, e oggi ribadirà il concetto, dicendo che se ci sarà un cambio politico ci vorrà poco a recuperare la credibilità persa perché il Pd ha proposte alternative per superare la crisi e perché «il mondo ha capito che un conto è Berlusconi e un conto sono gli italiani».
In piazza dalle 12 ci saranno, oltre al gruppo dirigente del Pd (“rottamatore” Matteo Renzi compreso) anche esponenti dell’Idv (guidati da Antonio Di Pietro), di Sel, dei Verdi, associazioni come Articolo 21, il segretario della Cgil Susanna Camusso. Dal palco, dove suoneranno Roberto Vecchioni i Marlene Kuntz e altri, parleranno prima della chiusura di Bersani la portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) Laura Boldrini, l’assessore all’Ambiente del comune di Calice al Cornoviglio, in provincia di La Spezia, Alessandra Rossi (il Pd lancerà proprio da qui una sottoscrizione in favore delle zone alluvionate di Liguria e Toscana), il vicepresidente della Dc cilena Jorge Burgos e il leader della Spd tedesca Sigmar Gabriel, giunto a Roma ieri pomeriggio. Nella serata un impegno improvviso ha trattenuto invece a Parigi il socialista francese François Hollande, che ha registrato un videomessaggio che verrà trasmesso prima dell’intervento di Bersani.

L’Unità 05.11.11

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Bersani in piazza:“Ora tocca a noi”

Sarà perché il suo animo emiliano lo fa restare ancorato con i piedi per terra che Pierluigi Bersani non riesce a sembrare intimamente certo di un crollo ad horas di Berlusconi, al punto da lanciare oggi da piazza San Giovanni il segnale ai militanti che il governo di emergenza sarebbe comunque solo un passaggio, ma l’orizzonte politico resta il voto. Altrimenti non si vede perché lo slogan forte del comizio odierno, sarà una sorta di «adesso tocca a noi», più bellicoso rispetto alla decantazione di «larghe intese» sempre poco allettanti per il popolo della sinistra.
Siamo alla crisi? «Mah, vedremo…», risponde cauto Bersani alla vigilia di una manifestazione che sarà ristretta nei tempi e nel folklore, per rispetto alle vittime di Genova e per il timore di acquazzoni sulla capitale.
E anche se la linea fissata resta quella trasmessa al Colle di una piena disponibilità ad un governo del Presidente, i paletti fissati dal leader Pd delineano un sì ben condizionato: «Un governo di transizione deve essere fatto innanzitutto da persone autorevoli in campo nazionale e internazionale», quindi niente governi a guida Pdl; secondo, «no a un ribaltone e a un governo che viva nel piccolo cabotaggio di uno o due voti», dice al Tg3 Bersani. Perché, dicono i suoi, «a un governo che sia una sommatoria di opposizioni e dissidenti del Pdl lui non ci sta». Per concludere infine che «se non c’è tutto questo si deve andare a votare prima del 2013». Facendo intendere di ritenere più probabili elezioni in primavera, anche se il Pd sostiene gli sforzi di Casini per raccogliere altri voti in grado di sostenere un’eventuale mozione di sfiducia. Intanto Bersani rassicura i mercati dicendo «siamo un grande paese, se dobbiamo fare sacrifici, sappiamo come farli», anche senza tutele e «la gente aspetta che qualcuno intervenga in modo equo, andando a prendere i soldi dove ci sono, con equità».

La Stampa 05.11.11

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“Il Pd in piazza per la spallata “Governo autorevole o voto”
Le condizioni di Bersani: servono misure eque”, di Giovanna Casadio

Oggi è il giorno della piazza. Tricolore. Con migliaia di persone (organizzati 700 pullman, 14 treni, 2 navi). Con il pensiero alla tragedia della Liguria e della Toscana (sarà lanciata la sottoscrizione per aiutare gli alluvionati, e ridotta la festa annunciata). Con l´obiettivo di fare sentire la voce dell´Italia migliore. Con le parole d´ordine: «Cambiamento, fiducia e ricostruzione. O si cambia il governo o si anticipano le elezioni come hanno fatto altri governi in Europa. Berlusconi deve fare un passo indietro». Pierluigi Bersani difende la scelta del Pd di una grande manifestazione in piazza San Giovanni: «Chi dice che la manifestazione democratica è inopportuna, sbaglia». La piazza della protesta civile può essere una delle tessere della spallata a un governo in agonia, in uno dei momenti più drammatici per l´Italia. L´inizio della liberazione: sperano i Democratici, sicuri che «Berlusconi teme le Idi di novembre, a marzo non arriva». E nelle trenta cartelle di discorso, circa un´ora, che Bersani ha finito di limare ieri sera, c´è la sfida per il “dopo”.
«L´Italia merita rispetto e un futuro migliore», ripeterà. Come già nello spot online della manifestazione preceduto dal filmato di Merkel e Sarkozy che ridono dell´affidabilità del premier italiano. Il Pd è certo che al 2013 questo governo non approda. Pronti a votare oppure ad appoggiare responsabilmente un governo tecnico. A condizione che sia «autorevole, composto da persone autorevoli in Italia e all´estero». Non ci sarà sponda insomma a un esecutivo di Gianni Letta o di Schifani. Insisterà quindi su un altro tasto, il segretario: l´equità. «Servono misure eque, nessuno pensi a fare macelleria sociale», è l´avvertimento. Quello che Di Pietro voleva sentir dire. Il leader di Idv sarà in piazza. Non ci sarà Vendola, ma presente una delegazione di Sel.
C´è l´incognita meteo (prevista pioggia in mattinata: per questo tra i gadget c´è anche il poncho impermeabile). Nel partito le polemiche scemano. Non ci sarà Follini, ma tutti presenti da Fioroni a Veltroni, D´Alema, Bindi e anche Renzi il “rottamatore”. Enrico Letta accoglierà dalle 9,30 i manifestanti che arrivano alla stazione Termini. Alemanno ha proibito i cortei, ma saranno sfilate alla spicciolata. Hollande non ci sarà, manda un video. Bersani parla alle 16. Musica dalle 12,30, e alle 14,30 Boldrini; il leader Spd, Gabriel; poi ancora musica con i Marlene Kuntz e Vecchioni.

La Repubblica 05.11.11

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«Basta con la politica dell’incomprensione. Investire sui giovani», di Roberto Brunelli

Il cantautore oggi sul palco di S. Giovanni: «Sarà la piazza della fiducia che vuole resettare gli anni bui del berlusconismo».
Professor Vecchioni, lei sarà sul palco di San Giovanni. Quella piazza chiede il riscatto del Paese. Ci sarà, questo riscatto?
«Sì, sono ottimista. Il governo effetivamente è al capolinea: c’è voluto del tempo, ma era inevitabile che accadesse. Semplicemente non è possibile che una minoranza resistente del centrodestra nemmeno lo chiamerei centrodestra, per la verità tenga in vita un governo che fa ridere tutto il mondo mentre in un’Italia sempre più disperata tutte le categorie lavorative gli si rivoltano contro. Ci fossero solo gli operai e i precari, per dire, si potrebbe dire che è una cosa di parte… E invece no: la Confindustria, i commercianti, le parti sociali, tutti a ripetere che questo governo non ha più nessuna legittimità. Io credo che oggi questa piazza rappresenterà una parte molto grossa del pensiero della maggioranza italiana».
Intanto però c’è lo spettro dell’Europa. La Grecia è alla disperazione. L’Italia vi si sta avvicinando.
«Bisogna resettare. Abbiamo seguito politiche di incomprensione per anni e anni. Anche le sinistre non sono state eccezionali nel capire che fosse necessario un nuovo modo di pensare il presente, la società, il futuro. In questo, il nostro apporto ai giovani è stato piuttosto basso. Se davvero vogliamo cambiare la società, dobbiamo imparare a rischiare sui giovani. Fin dall’inizio, fin dai primi anni di vita, i giovani devono essere educati al prossimo, agli altri, al senso degli altri. In Italia abbiamo sempre avuto molto spiccato il senso di noi stessi, e abbiamo sempre avuto molta difficoltà ad agregarci, ad associarci, a sentire le altre persone uguali a noi. Troviamo più vantaggioso allearci con i simili: ci ritroviamo nei club, nelle congreghe, nelle sette. Raramente ha predominato il sentire civile in Italia. E invece i ragazzi lo devono imparare subito, sin dalle elementari. Deve essere una materia fondamentale».
Se n’è dibattuto molto in questi ultimi tempi: meglio andare a votare subito oppure è meglio andare ad un governo di transizione o, chiamiamolo così, di salvezza nazionale?
«Mah… io questo non lo so di preciso. Non sono un politico, sono un poetastro, uno scrittorastro, non so dire quali siano le cose migliori dal punto di vista politico. D’istinto mi viene di pensare che bisogna andare a votare subito. Però se il modo migliore per togliercelo di torno (Berlusconi, ndr) è un governo istituzionale o qualcosa del genere, va bene lo stesso».
Cosa ci rimarrà di tutti questi anni di berlusconismo? C’è chi pensa che il berlusconismo abbia attecchito anche in diversi ambiti della sinistra…
«C’era anche prima il berlusconismo. Non era aggregato, ma c’era: io, io io, il profitto, il guadagno, il potere, la deriva mediatica. Tutta roba da cui Paese si deve depurare. Dopodiché, il problema non è tanto lui, quanto quello che rappresenta: un mondo falso, un mondo di fiction, un mondo in cui l’unica cosa importante è comprare e vendere. È quel simbolo che va abbattuto. Guardi, è fondamentale che esista una destra, che esista un contraddittorio. Ma in Italia la destra non è Silvio, è Fini: quella è una destra storica con cui confrontarsi».
Intanto la crisi sembra avvitarsi intorno a se stessa, in una spirale autodistruttiva. Un meccanismo che pone molte domande intorno a cosa sia oggi la democrazia….
«È una domanda difficilissima. Grecia, Portogallo, Spagna: quando parliamo dell’oggi dobbiamo valutare gli errori fatti negli ultimi venti o trent’anni, le dimenticanze, le insensatezze, gli abbagli. Però la democrazia però non può, non deve essere messa in discussione. È l’unica possibilità che abbiamo di soppravvivere. Non è una scienza, non né perfetta, né vicina alla perfezione, ma non ne possiamo fare a meno. Se non ci fosse la democrazia, l’Italia oggi sarebbe in bancarotta. I tedeschi e i francesi stanno aiutando proprio perché c’è un senso comune della sopravvivenza, e un senso comune della democrazia».
Sul palco di San Giovanni ci sarà il capo della Spd tedesca Sigmar Gabriel, il francese Hollande manda un videomessaggio. In molti pensano che oggi, per rispondere alla gravità della crisi, l’unica possibilità sia «pensare europeo»…
«Certo che bisogna pensare europeo, ed è un trampolino per pensare mondiale. I Paesi del Vecchio continente, dal nord al sud, sono molto simili. Siamo quasi tutti indoeuropei o latini, e guardi quanto sono simili i nostri pittori, i nostri poeti… è la storia a renderci simili. Certo non possiamo rinchiuderci nella nostra piccola Italia. C’è addirittura che vuole dividerla, l’Italia: siamo alla follia. Non c’è bisogno nemmeno di commentare. Il presidente Napolitano ha già sottolineato il ridicolo».
Da New York a Roma, sembra che tutto il mondo stia manifestando. Si scende in piazza con proposte concrete. Pare quasi che sia in corso un diffuso cambiamento di mentalità… «Lo credo anch’io. Sono molto ottimista sul cambiamento: non si può andare avanti in un mondo in cui il 10% possiede tutto e il 90% quasi niente. Non è naturale. Non sono un economista, ma penso che le storture si possano riparare. Non solo nell’aldilà. Anche qui, nel presente. A cominciare da oggi».

L’Unità 05.11.11

"Il Ministro Bossi e la libertà di stampa", di Giovanni Valentini

Già condannato a otto mesi di reclusione con una sentenza passata in giudicato per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, e quindi tecnicamente pregiudicato, il ministro delle Riforme Umberto Bossi, leader della lega Nord, è stato successivamente condannato anche per vilipendio della bandiera italiana. Una volta, il 26 luglio 1997, con la raffinatezza che notoriamente gli è abituale, disse tra virgolette: “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo”. Un´altra volta, il 14 settembre di quello stesso anno, invitò pubblicamente una signora che aveva esposto la bandiera su un balcone a “metterla nel cesso”.
Nel primo caso, fu condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, ma poi la Cassazione lo condannò in via definitiva. Nel secondo caso, la Camera dei deputati non ha concesso l´autorizzazione a procedere nei confronti di Bossi; la Corte costituzionale ha annullato la delibera di insindacabilità parlamentare; poi la pena detentiva originariamente prevista per il reato d´opinione è stata derubricata in una pena pecuniaria e infine la Cassazione ha confermato la condanna a tremila euro di multa.
Con questi precedenti a carico, se non per il decoro della sua carica istituzionale, il ministro Bossi dovrebbe stare più attento a non commettere altri reati: per esempio, quello di istigazione a delinquere (l´articolo 414 del Codice penale prevede la reclusione da uno a cinque anni, se si tratta di delitti). “Prima o poi spaccheremo la faccia a chi sui giornali continua ad attaccare la mia famiglia”, ha dichiarato nei giorni scorsi il Senatùr in una circostanza solenne come la Sagra della zucca, a Pecorara in Val Tidone, nel Piacentino. E giustamente il presidente della Federazione nazionale della stampa, Roberto Natale, ha protestato definendo “inaccettabili” gli insulti e le minacce del ministro.
Ora è vero che, come predicava lo stesso Bossi nel lontano 1995, sul piano dell´informazione l´Italia non è un Paese democratico e anzi assomiglia sempre più a un Paese sudamericano. Ma questo deriva proprio dall´anomalia che risale a Silvio Berlusconi, alla sua concentrazione televisiva e pubblicitaria, al suo macroscopico conflitto di interessi. Cioè a quel medesimo capo del governo di cui il Senatùr è rimasto nel frattempo il principale e ormai unico alleato, complice o correo che dir si voglia.
Se nella sua intimidazione contro i giornalisti il leader della Lega si riferisce alle notizie sul pensionamento anticipato della moglie, rivelate recentemente da Gianfranco Fini a Ballarò; oppure alle ironie e alle contestazioni sull´erede al trono designato, il figlio Renzo soprannominato “il Trota”, in entrambi i casi deve prendersela soltanto con se stesso. Sono colpe sue. “Un politico – come teorizzava nel ´94 Augusto Minzolini, proprio lui, il domestico di Berlusconi che ancora apparecchia la tavola del Tg 1 – è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e deve comportarsi e parlare come tale”.
Semmai Bossi dovrebbe apprezzare il fatto che finora i giornalisti italiani non hanno infierito sulle sue condizioni di salute psico-fisiche, evidentemente compromesse e precarie, che fanno parte anch´esse della sua figura pubblica e potrebbero legittimare qualsiasi dubbio o interrogativo sulla sua lucidità o affidabilità istituzionale. Quando il ministro farfuglia davanti ai microfoni e ai taccuini; quando si trascina sostenuto per le braccia o per le ascelle; quando si abbandona a dodici sbadigli durante l´intervento di Berlusconi in aula a Montecitorio; o quando si esibisce nel suo ampio repertorio di gestacci e pernacchie, gli organi d´informazione hanno tutto il diritto di criticarlo. Il rispetto per l´uomo non può interferire con il giudizio sull´uomo di governo.
Con appena l´8,5 per cento dei voti raccolti ormai tre anni fa, finora Bossi ha avuto in mano le sorti dell´esecutivo e quindi del Paese. E almeno fino a quando ricopre l´incarico di ministro, è tenuto a comportarsi di conseguenza, con “disciplina e onore” come prescrive la Costituzione a cui ha giurato fedeltà. Altrimenti, non fa il bene del Paese, del governo e neppure della Lega: vale a dire dei suoi elettori, dei suoi parlamentari e dei suoi amministratori pubblici.

La Repubblica 05.11.11

"Dimensionamento avanti tutta, anzi no", di RP da La Tecnica della Scuola

Il sottosegretario Giuseppe Pizza risponde alla Camera ad una interpellanza urgente del PD: “Convengo sulla necessità di procedere con tempi adeguati”. Verrà anche aperto un tavolo di confronto in Commissione Cultura. Al dimensionamento delle istituzioni scolastiche sembra non credere più nessuno, nemmeno il Ministero.
L’ultimo stop arriva addirittura dal sottosegretario Giuseppe Pizza che nella giornata del 3 novembre ha risposto alla Camera ad una interpellanza urgente proposta da alcuni deputati del Partito democratico.
“Chiediamo di sospendere l’applicazione di questa norma – ha detto l’onorevole Maria Coscia presentando l’interpellanza – e di aprire un tavolo di concertazione con le regioni e con la Conferenza unificata”.
“Chiediamo insomma di aprire un tavolo di confronto serio – ha aggiunto Coscia – per vedere come procedere in modo ragionevole”.
Inattesa la risposta del sottosegretario Giuseppe Pizza: “Convengo con l’onorevole interpellante che le operazioni relative ai piani di dimensionamento debbano essere svolte in tempi adeguati di consultazione tra i vari soggetti coinvolti, in modo da consentire che sui piani stessi venga raggiunta la più ampia condivisione possibile”.
E ancora: “Vorrei anche aggiungere che trovo fondate le motivazioni addotte dall’onorevole Coscia nella sua interpellanza e che – come Ministero – mi dichiaro pronto ad aprire in Commissione un tavolo in vista di un migliore e maggiore funzionamento del sistema scolastico”.
Le affermazioni di Pizza vanno lette anche nel contesto delle ultime vicende: pochi giorni fa le Regioni avevano approvato un documento per chiedere di rimodulare il dimensionamento sulla base di un piano triennale.
Senza dimenticare che in Commissione Cultura maggioranza e opposizione si sono trovate d’accordo sulla proposta di ridiscutere tempi e modi del dimensionamento delle scuole.

La Tecnica della Scuola 05.11.11

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“Dimensionamento scolastico: indietro tutta?”
La risposta del sottosegretario Pizza ad un’interpellanza parlamentare lascia sperare in un ripensamento del governo su un’operazione sciagurata quale la chiusura di oltre mille scuole

Circa un mese fa avevamo chiesto la moratoria di un anno per fermare la costituzione di istituti scolastici abnormi, come previsto dalla manovra finanziaria di luglio 2011 per risparmiare ancora sulla scuola.

La nostra iniziativa politica ha dato vita ad un movimento istituzionale (vedi documento della Conferenza delle Regioni), civile e politico che sta spingendo lo stesso governo a un ripensamento.

La proposta, come si ricorderà, prevedeva la chiusura di oltre 1.130 scuole con la sciagurata conseguenza di sguarnire i territori di importanti presìdi culturali, tagliare migliaia di posti (Dirigenti scolastici, Dsga e collaboratori scolastici), aumentare l’ingovernabilità del sistema, cambiare il senso pedagogico degli istituti comprensivi da luogo di costruzione di un curricolo di base in verticale a scuole pollaio o istituti “mostri”. Tutto questo pur di far cassa (170 milioni di euro).

Le proteste hanno spinto l’opposizione a muoversi anche in sede parlamentare. Così l’onorevole Coscia (PD), componente della commissione cultura della Camera, ha presentato un’interpellanza con la quale chiede al Governo di sospendere per un anno l’applicazione della norma sul dimensionamento. La risposta del sottosegretario all’istruzione Giuseppe Pizza conferma la nostra impressione che anche in sede di governo si siano resi conto della gravità di una tale operazione. Risponde Pizza: ”Vorrei anche aggiungere che trovo fondate le motivazioni addotte dall’onorevole Coscia nella sua interpellanza e che – come Ministero – mi dichiaro pronto ad aprire in Commissione un tavolo in vista di un migliore e maggiore funzionamento del sistema scolastico”.

Ancora una volta è dimostrato che protestare e non rassegnarsi al peggio serve e dà risultati. Invitiamo, perciò, tutti i colleghi, docenti, dirigenti, personale ATA, e tutti i cittadini a battersi nelle scuole, nei consigli comunali e regionali per ottenere il rinvio di almeno un anno evitando forzature che farebbero solo il male alla scuola.

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(Iniziative per rinviare i tempi di applicazione delle disposizioni concernenti l’organizzazione della rete scolastica – n. 2-01231)

PRESIDENTE. L’onorevole Coscia ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01231, concernente iniziative per rinviare i tempi di applicazione delle disposizioni concernenti l’organizzazione della rete scolastica (Vedi l’allegato A – Interpellanze urgenti).

MARIA COSCIA. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, con la nostra interpellanza poniamo una questione molto delicata al Governo, che già ha creato moltissime difficoltà nelle scuole, compresa la difficoltà di una tenuta quotidiana del loro lavoro e del loro compito così importante e fondamentale.
Le istituzioni scolastiche, come sappiamo, sono già duramente provate dai tagli indiscriminati di questi tre anni e si sono trovate quest’anno sulla loro testa a dover procedere alla applicazione di una norma francamente incomprensibile. Abbiamo già sollevato questa questione in sede di espressione del parere della VII Commissione (Cultura) sulla manovra di luglio (decreto-legge n. 98 del 2011, convertito dalla legge n. 111 del 2011).
Infatti, il comma 4 dell’articolo 19 prevede una norma assolutamente inapplicabile, cioè, addirittura, che con questo inizio di anno scolastico si dovesse procedere ad aggregare tutte le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado in istituti comprensivi da un giorno all’altro.
Si tratta di un iter che sappiamo essere piuttosto complesso e delicato e che assolutamente non poteva avvenire in piena estate. Infatti, così non è stato, e la norma non è stata applicata.
Tuttavia, questo ha creato difficoltà, apprensioni, tensioni e malesseri pesantissimi nelle istituzioni scolastiche, allarmando inoltre genitori e interi quartieri e comuni, perché questa norma si dice debba essere applicata in tempo utile per il prossimo anno scolastico.
Signor sottosegretario, lei lo sa, perché è da tempo che segue queste questioni: non è semplice andare a riaggregare e, quindi, a rifare sostanzialmente in tutto il Paese, in ogni regione, il piano di dimensionamento delle istituzioni scolastiche. Infatti, di questo si tratta alla fine: riguarderà, cioè, un numero apparentemente limitato. In realtà, siccome bisogna riaccorpare tutte le istituzioni scolastiche, vengono messi in discussione piani definiti oltre dieci anni fa e che ogni anno subivano dei semplici aggiustamenti, resi necessari dai cambiamenti periodici che sopraggiungevano.
Peraltro, questa norma, ancora una volta, si muove in modo improvvido, perché rischia di vanificare una questione che noi riteniamo, invece, importante, ovvero quella di far decollare gli istituti comprensivi in tutto il Paese come strutturazione del sistema delle autonomie scolastiche capaci di garantire lo sviluppo della continuità didattica. Si tratta, in altre parole, di consentire ai bambini che iniziano la scuola dell’infanzia, poi vanno alla scuola elementare e poi alla scuola media, di avere un percorso didattico di continuità.
Questo obiettivo fondamentale rischia di essere vanificato, perché si interviene in modo burocratico e autoritario. Si pretende, da un momento all’altro, di passare dal range prima previsto di 500 a 900 o oltre 1.000 alunni. Peraltro, si procede, così come si sta facendo, in modo forzoso ad accorpare scuole a chilometri di distanza, senza che vi sia stato quel percorso di sviluppo e di continuità didattica. È veramente un delitto dal punto di vista della progettazione e della programmazione didattica.
Si sta procedendo in alcune realtà, dove magari anche gli enti locali sono stati insensibili a certe richieste, accorpando scuole elementari con scuole medie che sono in altri quartieri, come per esempio avviene a Roma e in altre realtà dove i bambini e i ragazzi andranno in altre scuole medie. Pertanto, viene meno la funzione fondamentale degli istituti comprensivi.
Ora, dunque, si tratta di un percorso importante e delicato che richiederebbe una maggiore attenzione ed un Governo molto più attento a quelle che sono le esigenze e i diritti dei bambini all’istruzione e alla formazione. Pertanto, riteniamo che sia una scelta assolutamente non solo non condivisibile ma anche non praticabile prevedere di applicare tutto questo il prossimo anno, se si hanno a cuore, appunto, i diritti fondamentali dei bambini e la qualità della nostra scuola pubblica.
Che cosa succede? Nel frattempo, le regioni (che sono, ovviamente, più legate al territorio rispetto a questo Governo) che cosa hanno fatto? Una buona parte delle regioni ha presentato ricorso alla Corte costituzionale, come già era avvenuto nel 2008 – lo ricorderà, sottosegretario -, impugnando l’articolo 64 del «decreto-legge Tremonti» e, tra l’altro, ottenendo soddisfazione dalla Corte costituzionale, tanto che si dovette poi modificare il piano programmatico. Dall’altra parte, altre regioni, come per esempio la regione Piemonte, come al solito con la duttilità di cui sono capaci, hanno deciso autonomamente di applicare la norma con un piano triennale. Quindi, signor sottosegretario, vi è maggiore ragionevolezza nei territori e nei governi dei territori di quanto, purtroppo, non avviene a livello statale e centrale.
Pertanto, chiediamo a lei e, suo tramite, al Ministro e al Governo, di sospendere l’applicazione di questa norma e di aprire un tavolo di concertazione con le regioni e con la Conferenza unificata – quindi, anche con le rappresentanze degli enti locali – perché, appunto, è previsto un percorso nella definizione del dimensionamento che vede le proposte delle scuole, poi i pareri dei comuni, i piani provinciali e, alla fine, il piano regionale. Dunque, chiediamo di aprire un tavolo di confronto serio da questo punto di vista, per vedere come procedere in modo ragionevole.
La seconda cosa che le chiedo non è scritta nell’interpellanza urgente. Tuttavia, la faccio presente in questa sede. Chiedo di avere la sua disponibilità ad una discussione serrata in Commissione cultura proprio perché – lo ripeto – con ragionevolezza si possa evitare di alimentare disagi e malesseri così profondi nelle scuole e nei territori e assumere, piuttosto, un comportamento tale che ci aiuti a salvare quello che c’è di buono in un obiettivo condiviso come quello di far decollare gli istituti comprensivi facendo salvo, però, quello che è il loro obiettivo fondamentale e non con comportamenti e gestioni burocratiche e autoritarie come, appunto, sta avvenendo.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca, Giuseppe Pizza, ha facoltà di rispondere.

GIUSEPPE PIZZA, Sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca. Signor Presidente, l’onorevole interpellante richiede che vengano assunte iniziative finalizzate a rinviare i tempi di applicazione delle norme di cui all’articolo 19, comma 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, che ha introdotto nuove modalità in materia di riorganizzazione della rete scolastica. Tale norma prevede che «per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, a decorrere dall’anno scolastico 2011-2012 la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi (…)».
Preliminarmente, si rappresenta che, essendo già stati a suo tempo definiti i piani di dimensionamento per il corrente anno scolastico 2011-2012, la nuova normativa potrà trovare applicazione dall’anno scolastico successivo.
Si conviene con l’onorevole interpellante che le operazioni relative ai piani di dimensionamento debbano essere svolte in tempi adeguati di consultazione tra i vari soggetti coinvolti, in modo da consentire che sui piani stessi venga raggiunta la più ampia condivisione possibile.
A tal fine, si comunica che, proprio in considerazione della delicatezza e della complessità della materia, sono in corso interlocuzioni per l’apertura di un tavolo con la Conferenza unificata. Il Ministero, da parte sua, metterà a disposizione dati ed elementi utili alla definizione del piano di dimensionamento che ogni regione dovrà elaborare allo scopo di ottemperare alla disposizione.
Quanto ai ricorsi presentati da alcune regioni circa la legittimità costituzionale dell’articolo 19, commi 4 e 5, del citato decreto-legge n. 98 del 2011, cui l’onorevole interpellante fa cenno, si fa presente che il Ministero sta predisponendo la memoria per la difesa innanzi alla Corte costituzionale.
Vorrei anche aggiungere che trovo fondate le motivazioni addotte dall’onorevole Coscia nella sua interpellanza e che – come Ministero – mi dichiaro pronto ad aprire in Commissione un tavolo in vista di un migliore e maggiore funzionamento del sistema scolastico.

PRESIDENTE. L’onorevole Coscia ha facoltà di replicare.

MARIA COSCIA. Signor Presidente, prendo atto della disponibilità del sottosegretario a ragionare in termini pacati sulla questione. Mi auguro che questa disponibilità si traduca poi in atti concreti e che – come chiedevo – si apra veramente questo tavolo e si sospenda l’applicazione di questa norma fino al momento in cui non si arrivi ad un accordo con la Conferenza unificata e ad una condivisione in sede di Commissioni.

da www.flcgil.it

"L'importanza della verità", di Adriano Prosperi

L´autunno italiano è triste, luttuoso, incerto. Gravano su di noi la maledizione della natura e l´irrisione del mondo intero. La lingua stessa sembra diventata di legno, equivoca, inservibile. Ma quando la usa il presidente della Repubblica tutti la capiscono. «Parliamoci chiaro, – dice oggi Giorgio Napolitano – nei confronti dell´Italia è insorta in Europa, e non solo in Europa, una grave crisi di fiducia. Dobbiamo esserne consapevoli e sentircene, più che feriti, spronati nel nostro orgoglio e nella nostra volontà di recupero». Dire la verità, dirla con chiarezza, con nettezza, in limpido italiano è il dovere d´ufficio che il capo dello Stato si è assunto. Oggi ne abbiamo avuto una nuova prova, tanto più importante quanto più amara è questa verità e più urgente la necessità che il Paese intero ne prenda coscienza. Da giorni, da anni, un altro uomo, uno che dice di governare l´Italia ma che è considerato da tutto il mondo un ostacolo alla credibilità di tutti noi come individui e come Paese, tenta di venderci la sua capacità di illusionista, mentre coi più meschini calcoli di potere personale rinvia le scelte necessarie e trascina sempre più in basso la credibilità del Paese avvolgendo nelle nebbie di messaggi vaghi la comunicazione con le istituzioni europee.
La parola di Napolitano giunge ancora una volta tempestiva in risposta alle incredibili dichiarazioni di un premier che cerca di raccontarci la sua favola preferita: quella dell´Italia paese ricco, dove abbondano i soldi e i consumi, dove i ristoranti e gli hotel traboccano di clienti, gli aerei di passeggeri. Dove se c´è qualche problema è per colpa dell´euro. A queste menzogne il Paese ha il torto di avere creduto nella sua maggioranza per troppi anni. Oggi scopre a carissimo prezzo di avere sbagliato: la voce dei pentiti non potrebbe essere più corale. E la verità è la medicina amara che deve prendere per guarire, per cessare di essere un burattino nelle mani di un manipolatore professionale dell´informazione.
Enorme è il conto che viene presentato all´Italia al risveglio dal suo lungo sonno. Ci vorranno generazioni intere per saldarlo – le generazioni dei nostri figli. Il nostro è oggi un Paese che va letteralmente in pezzi, giorno dopo giorno: qui se sono fatiscenti e abbandonati i ruderi del mondo antico, ancor più fragili sono le costruzioni recenti.
Mai come oggi l´idea che ci sia qualcuno che governa l´Italia appare surreale. È per questo che è necessario dire agli italiani che c´è una grave crisi di fiducia nel mondo che ci riguarda e che dunque tutti gli italiani debbono sentirsi chiamati a risalire questa china. Il Paese Italia resterà inaffidabile finché parlerà al mondo con la voce dell´attuale presidente del Consiglio. Dunque deve esserci un´altra voce che si faccia ascoltare e che parli a nome di noi tutti. Poi ci divideremo nella divisione dei debiti e nel conteggio di chi deve pagare. Ma non oggi.
Riconciliare le parole con la verità è il primo passo della ricostruzione che ci aspetta. Sarà una lunga fatica ma senza questo primo passo non si può nemmeno cominciare a rimboccarsi le maniche. Dunque è fondamentale che ci sia chi dice parole di verità: tanto meglio se lo fa con la garanzia di una credibilità che gli deriva non dalla sua pur altissima posizione istituzionale ma dal fatto di non avere mai mentito agli italiani e di avere saputo interpretare sentimenti e bisogni profondi del Paese. “La verità vi renderà liberi”, si legge nel Vangelo di Matteo. “La verità è rivoluzionaria”, scriveva Gramsci.

La Repubblica 05.11.11

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“Un atto di dignità”, di EZIO MAURO

Giunto al fondo della sua avventura, Silvio Berlusconi scopre di aver perso insieme la fiducia del suo Paese e del mondo. Il vertice G20 di Cannes è stato un calvario per il premier, isolato tra i Grandi e costretto a impersonare la parte del sorvegliato speciale dell´Occidente. Per anni Berlusconi ha ingannato l´Italia con una falsa rappresentazione della realtà. Ma oggi il quadro è cambiato perché la crisi espone il vuoto della sua politica davanti alla governance mondiale delle democrazie, dove valgono le regole e dove le anomalie non sono tollerate. L´Italia, dice Cristine Lagarde, ha un problema di credibilità: che investe il presidente del Consiglio in primo luogo, perché impersona le istituzioni di governo e una maggioranza che si sfarina, nella fuga dalla nave che affonda, quando soldi, ricatti e promesse non bastano più e la politica si vendica. Tutto è consumato. Il Premier ha un´unica strada per uscire di scena con dignità. Vada in Parlamento, ammetta di non avere la maggioranza, chieda aiuto all´opposizione per approvare il pacchetto di Risanamento europeo, annunciando un minuto prima che si dimetterà un minuto dopo il voto. Così si dimostrerà che l´Italia ha le energie e la responsabilità per salvarsi. E Berlusconi uscirà di scena, dopo tanti danni, con un gesto utile al Paese.

La Repubblica 05.11.11