Latest Posts

"Il punto di non ritorno", di Mario Calabresi

In altri tempi Silvio Berlusconi tornando dalla Costa Azzurra si sarebbe fermato a Genova, in altri tempi avrebbe speso un poco del suo tempo per mostrare attenzione verso una regione in cui le acque hanno ucciso 16 persone in meno di una settimana. Il nostro premier ogni giorno di più mostra di aver perso il contatto non solo con l’Italia ma anche con la realtà.

C’è la moda passeggera di assaltare i titoli di Stato italiani», ha detto ieri alla conferenza stampa finale del G20, fingendo di non sapere che se i risparmiatori di tutto il mondo abbandonano o non comprano i nostri titoli è perché abbiamo un gigantesco problema di credibilità. Lo abbiamo dovuto sentire dalla viva voce del direttore del Fondo monetario Christine Lagarde, lo stesso organismo che insieme all’Unione europea dovrà monitorare i passi dell’attuazione della lettera con cui ci siamo impegnati al risanamento e al rilancio. Siamo sorvegliati speciali, ma anche di questo fingiamo di non accorgerci.

Nella rappresentazione della realtà del Cavaliere in Italia «non c’è una forte crisi» e lo dimostrerebbero i ristoranti pieni e gli aerei in cui è difficile trovare un posto. Per la mancanza di un contatto vero con i suoi concittadini, il premier non sa che in quei ristoranti gli italiani spesso si stanno mangiando i loro risparmi.

Ieri sera, secondo i conti di Verdini e Alfano, il governo non ha più la maggioranza alla Camera, per questo sono andati a Palazzo Grazioli a riferirglielo. Ma anche qui Berlusconi non ha mostrato di comprendere che il suo partito si sta sgretolando, sembra non sentire il disagio terribile che attraversa ormai anche i suoi fedelissimi, che a più riprese – anche se non pubblicamente – gli hanno suggerito di fare un passo indietro. Si dice sicuro di recuperare qualche voto nei prossimi due o tre giorni, puntando ancora una volta su quel calcio-mercato politico di cui si è mostrato a più riprese maestro.

Forse la trincea potrebbe reggere ancora, ma ormai senza nessuna prospettiva futura, con il solo fine di non uscire di scena, di restare al governo una settimana in più.
Secondo il «Financial Times» Giulio Tremonti avrebbe messo in guardia Berlusconi che la sua permanenza a Palazzo Chigi potrebbe significare un disastro per l’Italia sui mercati. Si guarda all’apertura delle Borse di lunedì con ansia, si guarda al crescere dell’ormai famoso spread (la differenza tra il rendimento dei nostri titoli di Stato e quelli tedeschi), che ormai punta pericolosamente a raggiungere quota cinquecento, si guarda a quanto siamo costretti a pagare d’interesse per far acquistare il nostro debito. Gli occhi di tutta Europa sono puntati su queste cifre, solo quelli del premier sembrano essere puntati in un’altra direzione. Se la barriera costruita intorno alle nostre emissioni ancora regge è solo grazie ai continui acquisti della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Ma se i nostri partner, a partire da Francia e Germania, lanciassero il segnale che non si possono continuare a spendere i denari di tutti per tenere a galla l’Italia allora il disastro sarebbe assicurato.

Per questo è diventato obbligatorio chiedersi come Berlusconi speri di salvarsi e di salvarci, cosa possa ancora fare per cercare di far cambiare rotta agli eventi. Siamo vicini al punto di non ritorno, al momento in cui il cambio di governo sarà dettato da eventi esterni, possono essere questi i mercati o i partner europei, oppure da una drammatica votazione parlamentare su provvedimenti economici. Nessuno si merita una situazione e un finale di questo tipo, non l’Italia e nemmeno Berlusconi.

E’ ancora in condizione di scegliere lui i tempi e i modi per un passo indietro, sarebbe un gesto sensato verso il Paese, verso la sua maggioranza e i suoi elettori. Per farlo però dovrebbe aprire gli occhi e guardare a quanto è cambiato lo scenario che lo circonda, scoprirebbe che la crisi stringe l’Italia e l’Europa, che gli italiani hanno bisogno di normalità e tranquillità e sono sfiniti dalle prove di forza, dai giochi di Palazzo e dalle battute.

La Stampa 05.11.11

"I carnefici del territorio", di Carlo Petrini

Il 4 novembre 1966 l´Arno invase Firenze. Dopo 45 anni nulla è cambiato. Si resta sgomenti. L´Italia non regge più ore e giorni di pioggia. Muoiono persone, e anche una sarebbe troppo. Muoiono bambini. Non servono più gli allarmi se i sindaci non mettono in atto misure di prevenzione. Se il clima è cambiato, se a Genova in cinque minuti sono caduti 50 millimetri di acqua, dobbiamo cambiare anche noi. Altrimenti si continuerà a morire, nelle grandi città e nelle nostre case che crediamo sicure. A Genova il sindaco ha lasciato scuole e uffici aperti, e solo ieri sera ha proibito, per oggi, il traffico di auto. Troppo tardi.
Oltre alla profonda tristezza, da lacrime agli occhi, si resta increduli nonostante lo si sia detto troppe volte. Si denunciano lo scellerato consumo di suolo libero, la cementificazione selvaggia, l´incuria cui sono sottoposti i terreni demaniali in svendita, i boschi, le coste e i suoli che un´agricoltura in crisi come non mai non riesce più a curare. Lo Stato da anni taglia fondi e personale per la cura del territorio. Pensano alle grandi opere e non si preoccupano più delle piccole. Minime, ma che a volte salvano vite. Ci sono delle colpe. Gravi.
L´altro ieri il ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ammetteva il fallimento dell´impegno principale assunto sull´ambiente. Come ha dichiarato la ministro in commissione al Senato, il miliardo di euro stanziato con la Finanziaria 2010 per la messa in sicurezza del territorio non è mai stato reso disponibile. Con la legge di stabilità è stato anche ufficialmente cancellato e sostituito con un impegno del tutto generico, e non vincolante. Queste sono colpe, per cui un normale cittadino verrebbe condannato. Non c´è crisi che tenga di fronte alla cura del bene comune, il primo impegno che ogni Stato degno di questo nome dovrebbe avere.
Non c´è cura se non si cura la piccola agricoltura di qualità, che in molte zone ritenute “arretrate” ha salvato dal naufragio (umano nonché meteorologico) intere aree del Paese. Non c´è cura se si preferisce l´agricoltura dei grandi numeri, quella industriale che dicono «competitiva», che alla fine desertifica. Non c´è cura se c´è cemento ovunque. Non c´è cura se il soldo arriva a prevalere sul buon senso, quello che potrebbe salvare i nostri territori dalla bruttezza e dall´insicurezza più letale.
Smettiamola di dire che le alluvioni sono eventi eccezionali. Perché le abbiamo rese normali. Di fronte a cittadini ormai disabituati alla cura, lo Stato e la politica su questo fronte hanno colpe enormi. Sono anni che non si vede tra le priorità di un programma elettorale o di governo la difesa del territorio, nemmeno tra i riempitivi. Spero che mentre si contesta questo governo, visti i drammi recenti, i partiti inizino a pensarci seriamente, a programmare, a spendere parole e impegni forti, proprio a partire dalle adunate di piazza. Spero che ascoltino quella buona parte di società civile che lo chiede da tempo e già ci lavora con passione e sacrifici. O quegli agricoltori distrutti dai debiti che nonostante tutto lo fanno ogni giorno, nel proprio podere. Un poeta come Tonino Guerra un anno fa mi ha detto: «L´Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c´era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che l´abitavano: i contadini. Dobbiamo riapprendere quella forza d´amore che avevano loro». Qui non è più sufficiente indignarsi, bisogna tornare ad amare per davvero questa terra. Vilipesa non soltanto nei comportamenti inqualificabili di chi governa, ma nell´indifferenza di fronte a scempi che non sono più tollerabili. Anche se non lo erano già ben prima di arrendersi allo sgomento di questi tristi giorni della nostra storia.

La Repubblica 05.11.11

Ricorrenza della fine della Prima Guerra Mondiale, giorno dell'Unità Nazionale e festa delle Forze Armate: discorso ufficiale di Manuela Ghizzoni

Sindaco, Autorità civili, militari e religiose, Rappresentanze delle Forze armate, Cittadine e cittadini, alunni genitori e insegnanti delle scuole Pertini, mai come quest’anno la celebrazione del 4 novembre cade in una fase delicatissima per il nostro Paese e per l’Europa. Viviamo uno dei momenti più difficili della nostra storia repubblicana, per la concomitanza di una profonda crisi economica, sociale e politica – o meglio – della rappresentanza democratica e del potere esecutivo.

Ciascuno di noi è chiamato a riflettere sul fatto che nel centocinquantesimo anniversario della Patria, e segnatamente nel giorno in cui celebriamo la Festa dell’Unità nazionale e delle Forze armate, l’Italia corre il rischio di rimanere schiacciata nella morsa della recessione economica, dell’immobilismo sociale, dell’acuirsi delle disuguaglianze e della crisi di credibilità che ha investito la classe dirigente, a partire da quella politica.

Ma è nei momenti più difficili che si misura la statura complessivamente di un Paese e di coloro che sono chiamati a guidarlo.

Ora, più che mai, dovremmo ritrovare quell’orgoglio e quello slancio etico che consentì agli italiani di uscire dal periodo più buio del Novecento. In questo drammatico momento, dovremmo farci guidare da quello stesso desiderio di libertà e democrazia, da quei valori di eguaglianza e solidarietà, da quello sguardo tenacemente rivolto al futuro, nonostante la dittatura e la guerra, che permisero, allora, di scrollarsi di dosso il regime fascista e di rifondare il nostro Paese.

Non abbiamo certo la caratura di quelle generazioni. Se paragonati, sembreremmo nani di fronte a giganti, ma forse salendo sulle loro spalle e ricordandone la qualità, le gesta e i valori, il nostro sguardo potrebbe proiettarsi verso il futuro con l’ottimismo della volontà.

Dobbiamo ritrovare quella forza e quell’energia che appartiene alla tradizione e alla storia del popolo italiano e che ha avuto nella generosità, nel sacrificio e nello spirito di servizio che anima le nostre forze armate uno degli esempi migliori.

La festa di oggi è una opportunità per riflettere proprio su questa considerazione.

La ricorrenza del 4 novembre fu istituita per ricordare la fine della Prima Guerra mondiale e il sacrificio di chi perse la vita durante quel sanguinoso conflitto indossando una divisa al servizio del Paese.

Tra il 1915 e il 1918, l’inutile strage, come venne definita dall’allora Papa Benedetto XV la Grande Guerra, chiamò alle armi quasi 6 milioni di italiani: 600.000 non ritornarono più a casa e 450.000 restarono gravemente feriti. Il conflitto coinvolse anche il territorio carpigiano, provocando circa 600 vittime tra i militari impegnati in zone di guerra.

Nelle trincee, per la prima volta vennero a contatto soldati di ogni ceto sociale provenienti dalle diverse regioni d’Italia. Nella polvere e nel sangue delle trincee, sotto il fuoco nemico e i bombardamenti, nella palpabile paura che lo scontro generava tra i soldati, spesso mandati letteralmente al macello da ufficiali incapaci, si concretò il sogno a lungo vagheggiato dalle generazioni del risorgimento: ma l’irreversibile scelta di un’Italia una si cementò – purtroppo – con il sangue di seicentomila caduti.

Come ha scritto John Foot, “la guerra esercitò un forte potere unificatore per la nuova Italia, ma costituì anche un fattore di divisione”.

Potremmo forse dire che fu la prima di una serie di divisioni sulla memoria degli eventi “epocali” della nostra storia nazionale e sul loro uso politico.

Non è questa la sede per riprendere compiutamente un dibattito storiografico che pur attiene al carattere originario della nostra nazione e – aggiungo – del nostro ceto politico, ma è bene qui ricordare che la memoria della Grande Guerra fu scissa tra quanti – la sinistra socialista e anarchica e molti cattolici – volevano mantenere vivo il ricordo di chi quella guerra l’aveva sofferta, cioè le vittime, militari e civili, i reduci e le loro famiglie per conclamare l’orrore e l’insensatezza del conflitto e coloro i quali – i nazionalisti, molti dei quali divennero poi fascisti – volevano enfatizzare l’eroismo ed il patriottismo dei protagonisti della guerra, cioè i caduti, mentre la guerra veniva presentata come una sofferenza giusta e necessaria per la “grandezza dell’Italia”.

Si tratta di una divisione che ha trovato corrispondenza materiale nella cosiddetta “guerra dei monumenti”, tra il 1915 e il 1927. Una guerra – con un inevitabile strascico di violenze fisiche – che vide opporsi i monumenti realizzati per ricordare gli eroici “caduti” a quelli eretti invece per onorare le “vittime”, militari e civili. Nella fase liberale prefascista, molti municipi socialisti istituirono monumenti che ricordando l’orrore della guerra proclamavano parole di pace, ma ebbero vita breve perché furono presto distrutti dalla furia iconoclasta fascista.

Perché proprio sulle macerie della Grande Guerra e nella crisi economica che essa produsse, il fascismo costruì le sue fortune agitando la bandiera della vittoria mutilata. Anche questo deve essere un monito per il futuro.

Oggi noi non celebriamo la guerra, bensì celebriamo la fine della prima guerra mondiale, e insieme la giornata delle forze armate e la festa dell’unità nazionale.

Nell’età repubblicana, infatti, il 4 novembre ha raddoppiato il proprio valore simbolico: oltre ad essere festa nazionale dell’unità del popolo italiano nel sacrificio, ricollegando tale occasione alla memoria delle lotte risorgimentali, è anche Festa delle Forze armate, depositarie dei valori di concordia e di unità, che in questo giorno dal 1949 dichiarano la loro fedeltà alla Repubblica.

Il modo migliore per ricordare il 4 novembre e festeggiare le forze armate è quello di lanciare un forte messaggio di pace.

Sotto l’egida degli organismi e della comunità internazionali, le nostre forze armate sono impegnate in operazioni di peace keeping in diverse zone nevralgiche del mondo. Operazioni condotte con professionalità e senso di responsabilità pienamente coerenti con il vincolo sancito dalla nostra Carta Costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

In occasione della consegna delle decorazioni all’Ordine Militare d’Italia, l’impegno delle nostre forze armate è stato ieri al centro delle riflessioni espresse dal Presidente della Repubblica, che ha ribadito la necessità di una progressiva ma decisa integrazione interforze e multinazionale.

Ci associamo con orgoglio al ringraziamento e alla riconoscenza che il Presidente ha indirizzato ai nostri militari impegnati in quelle missioni, e alla commossa vicinanza espressa ai familiari dei militari che vi hanno purtroppo perso la vita, come è accaduto anche recentemente in Afganistan. Un Paese tormentato da un conflitto interminabile, un Paese nel quale la situazione è ancora difficile ma – lo ricordava il Presidente Napolitano – la nostra presenza contribuisce alla faticosa costruzione di “una via corrispondente alla autodeterminazione del popolo afgano”.

La festa dell’Unità d’Italia è soprattutto l’occasione per ribadire la volontà di una comunità ad essere tale; è l’adesione ai principi di democrazia e di solidarietà, cioè le basi fondamentali della nostra Costituzione, e la conferma di un impegno a trasfondere tali principi nelle nostre azioni quotidiane. Un impegno che dobbiamo assumere con convinzione, perché i vincoli che legano la nostra comunità nazionale sono sottoposti alle sollecitazioni di una società in rapido mutamento e di una crisi economica che rischia di travolgere tutto.

È dunque bene ribadirli, riaffermarli ed esplicitamente richiamarli questi principi, anche quando si parla di assetti istituzionali che devono essere meno centralistici e quando si rivendica maggiore autonomia per le istituzioni territoriali: ma si badi, tutto questo non può confondersi con un indebolimento della coesione e della identità nazionali.

Al rafforzamento della nostra unità nazionale molto hanno contribuito i Presidenti della Repubblica Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Di questo impegno dobbiamo essere loro grati, perché ha sottratto la nostra unità nazionale alla fragile e sterile retorica patriottarda e perché ci ha reso più forti nell’affrontare le sfide imposte dal contesto internazionale.

Innanzitutto la sfida dell’incontro e del dialogo con altre culture, con altre identità, con altre tradizioni.

Poi le prove a cui è esposta la nostra economia, il nostro progresso sociale e la tenuta della nostra coesione sociale, e con essi il futuro delle nuove generazioni.

Se vogliamo affrontare queste prove per vincerle – lo ricordava ieri il Presidente – dobbiamo muoverci nell’alveo della integrazione e della solidarietà europea.

Quanto sta accadendo in queste settimane è la prova che ci vuole più Europa, più integrazione europea, politica ed economica.

Da 60 anni, noi italiani, lavoriamo per questo obiettivo: ora dobbiamo essere artefici di un colpo di reni perché si giunga rapidamente – lo dico con le parole del Presidente Napolitano – a “più sovranità condivisa il cui esercizio sia affidato alle istituzioni europee governate nella collegialità”.

Per una Europa sociale, democratica e solidale, fondata sui valori della pace e dell’antifascismo. Una Europa che sia comunità culturale rispettosa delle identità nazionali e delle appartenenze locali e territoriali.

Ma i problemi che derivano da una situazione economica che potremmo definire inedita per la sua gravità e complessità sono davanti ai nostri occhi; in questa congiuntura potrebbero dominare le forze oscure che cavalcano paure e inquietudini. Vediamo infatti riemergere pregiudizi, razzismi e intolleranze, che la lezione impartita dalla storia del ‘900 europeo avrebbe dovuto cancellare definitivamente. Ma non sempre la storia procede in senso positivo. Anzi, è sempre possibile un rigurgito del passato, ed è per questo che la democrazia va vivificata e alimentata.

Ecco perché continuiamo a impegnarci per conoscere e ricordare la nostra storia recente, ecco perché dobbiamo continuare a batterci per una Europa capace di affrontare le nuove sfide del presente con strumenti e strategie che siano coerenti con la sua tradizione democratica e di solidarietà.

Il messaggio di oggi deve dunque essere un messaggio di pace e di augurio per un mondo migliore. Questo è il nostro impegno e l’impegno delle forze armate, questa è la ragione per cui continuiamo a celebrare il 4 novembre, per sentirci parte di una Nazione per la quale tanti italiani, chiamati a servire la Patria in armi, sacrificarono il bene supremo della vita e per rinnovare l’omaggio alle Forze Armate come struttura portante, insieme ad altre, dello Stato democratico.

Quello Stato nazionale unitario, nato 150 anni fa, che deve restare – sulla base dei principi e delle istituzioni di cui la Costituzione repubblicana ci ha offerto il compiuto disegno – punto di riferimento e di continuità per tutti i cittadini, al di là di ogni tensione politica e di ogni fase critica.

La crisi che stiamo attraversando è pericolosa e profonda, ma, come scriveva Albert Einstein “E’ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. E’ nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza”.

Oggi noi siamo chiamati a rinnovare queste parole.

Lo dobbiamo a tutti coloro che caddero per la Patria e a tutte quelle donne e quegli uomini che ogni giorno indossano una divisa per servire il Paese.

Lo dobbiamo agli italiani del passato, ma soprattutto agli italiani del futuro, che oggi sono rappresentati dagli alunni delle scuole Pertini.

Bambini che hanno una storia famigliare e tradizioni culturali diverse, che hanno un diverso colore di pelle, ma che condividono un futuro comune, che è nostro compito preparare nel modo migliore possibile.

Scuola: "Vergognose schedature, non è reprimendo che si danno risposte", di Francesca Puglisi

Invece di ascoltare gli studenti, li si reprimono. C’è chi alimenta il clima di scontri e tensioni. E’ vergognoso quanto accaduto agli studenti di Roma, prima sottoposti alle cariche della polizia e dopo a schedature forzate davanti agli istituti, impedendo loro di lasciare il piazzale della stazione Tiburtina.

Il clima di scontro e tensione continua che si sta alimentando a Roma non aiuta nessuno, se non i veri violenti: Roma è sempre stata città aperta e i provvedimenti sbagliati di Alemanno scaricano sulle forze dell’ordine la responsabilità di gestire situazioni sempre più complesse.

Ma gli studenti che sono scesi per le strade chiedono solo di essere ascoltati e non è reprimendo che si danno risposte. Ci auguriamo dunque che Roma possa tornare a essere luogo in cui esprimere pacificamente le proprie opinioni.

www.partitodemocratico.it

******

“Studenti in piazza: tutti schedati”, di Flavia Amabile

Roma, corteo non autorizzato alla stazione Tiburtina: scontri con la polizia. Li hanno fregati all’ultimo, quando l’accordo sembrava finalmente trovato. Dopo sei ore di occupazione – quasi una prigione – sotto il cavalcavia della stazione Tiburtina, gli studenti liceali avevano raggiunto un compromesso con le forze dell’ordine per uscire dall’area senza essere né fermati né identificati: passare a gruppi di trenta alla volta.

C’era voluta una trattativa estenuante, fatta di telefonate, offerte e controfferte, con l’aiuto di un gruppo di esponenti politici giunti a dare sostegno, per arrivare a questa soluzione che sembrava aver accontentato tutti.

Per l’Idv c’era Stefano Pedica. Per il Pd, Vincenzo Vita, il consigliere regionale Luigi Nieri, il segretario romano del Pd, Marco Miccoli, e il consigliere comunale Paolo Masini.

Non era chiaro però a chi aveva partecipato alla trattativa che al passaggio degli studenti sarebbero entrate in azione le videocamere della polizia scientifica. Anche senza nomi, insomma, identificare chi ha partecipato all’occupazione della stazione Tiburtina sarà uno scherzo, e quindi punire chi ha commesso degli illeciti.

Perché a Roma dal 15 ottobre organizzare manifestazioni in centro è proibito, un divieto che sta creando molte polemiche: la Cgil ha annunciato un ricorso al Tar mentre buona parte dell’opposizione lo considera incostituzionale.

Non è l’ordinanza di Alemanno che hanno violato i liceali romani, però: hanno scelto per la loro protesta luoghi lontani dai palazzi del potere e dal centro. Mancava l’autorizzazione e la comunicazione del percorso con alcuni giorni di preavviso. Il questore aveva avvertito tutti il giorno prima della manifestazione: si andava incontro a responsabilità amministrative, civili e penali.

E, quindi, le schedature. Erano iniziate già al mattino presto davanti ai licei da dove si sarebbero mossi gli studenti, il Virgilio e il Mamiani. «Non è mai successo che gli studenti vengano identificati davanti alle scuole o che vengano controllate le assenze per punire chi è andato a manifestare», hanno commentato i ragazzi della Rete Studenti-Udu. L’appuntamento era il piazzale della stazione Tiburtina. Che in poco tempo è andata in tilt: chiusa la metropolitana, deviati gli autobus. Erano in trecento, hanno tentato di forzare il blocco delle forze dell’ordine e sfilare anche senza autorizzazione. Da lì sono partite le cariche. Dopo poco gli studenti hanno anche hanno tentato di occupare un cantiere, danneggiando una recinzione di ferro e sono stati allontanati con altre cariche. Poi quattro ore di tensione e guerra di nervi, con sfottò da parte degli studenti contro i celerini e il blocco totale da parte delle forze dell’ordine. Intorno all’ora di pranzo sono arrivati anche genitori a sostenere i figli e rifornimenti di cibo.

A fine giornata il sindaco Gianni Alemanno difende la sua ordinanza. «Per fortuna non ci sono stati grandi incidenti e mi dispiace sinceramente che la forza pubblica sia dovuta intervenire, perché abbiamo il massimo rispetto per gli studenti e per il loro diritto a manifestare. Però – ha chiarito – ci sono delle regole che tutti devono rispettare». Ma secondo il presidente della Provincia Nicola Zingaretti «le cariche contro gli studenti sono un errore, figlio di un altro gravissimo errore. Come abbiamo detto fin dal primo momento, impedire i cortei è una decisione sbagliata e destinata a produrre tensione».

La Stampa 04.11.11

Bersani: "In piazza con noi chi ha a cuore l´Italia", di Goffredo De Marchis

Domani il Pd a San Giovanni: “Via Berlusconi, ricostruiamo il Paese”. Di Pietro ci sarà. Attesi 14 treni, 2 navi, oltre 700 pullman. Vendola: “Guardo con grande simpatia”. Il Partito democratico “riapre” Piazza San Giovanni alle grandi manifestazioni dopo il sabato nero degli scontri, tre settimane fa. Lo fa per un appuntamento che sarà sicuramente pacifico, ma ha tutte le intenzioni di mandare un chiaro messaggio agli italiani: Berlusconi deve andare a casa. Domani la grande piazza di Roma sarà invasa dal popolo democratico con il caldo suggerimento del segretario Pier Luigi Bersani di sventolare soprattutto bandiere tricolori. «Il nostro intento è di riunire tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro paese per avviare insieme una ricostruzione democratica, sociale ed economica», dice il leader del Pd. Non verranno invocate elezioni, si dirà che c´è bisogno di un cambio a Palazzo Chigi. Subito.
La manifestazione scatta alle 12,30 con la musica, altra protagonista della kermesse. Si comincia con le note dell´ensemble multietnico Med free Orkestra e con Ziggy. Più tardi sul palco saliranno Marlene Kuntz e Roberto Vecchioni. Ma il clou scatta alle 14,30 quando Bersani e gli ospiti daranno un senso politico alla giornata. Sono stati invitati a parlare il leader della Spd Sigmar Gabriel, il candidato alle presidenziali francesi, il socialista François Hollande e il vicepresidente della Dc cilena Jorge Burgos. Sono stati Beppe Fioroni e Lucio D´Ubaldo a organizzare l´arrivo del dirigente sudamericano. In qualche modo andava equilibrata la presenza dei socialisti con un esponente cattolico che desse il senso di un partito progressista, che è fuori dall´alveo del socialismo classico.
In piazza ci saranno banchetti per la raccolta di fondi in favore delle zone alluvionate della Liguria e della Toscana. A rompere le parole dei politici puri, Laura Boldrini, portavoce dell´Alto commissario per i rifugiati, parlerà degli immigrati, dei richiedenti asilo. «Per riprendere il posto che ci meritiamo nel mondo c´è bisogno di uno sforzo corale. Per questo chiediamo a tutti di venire in piazza con noi, alle diverse associazioni impegnate nella società, ai movimenti civili, a coloro che hanno a cuore il futuro degli italiani», dice ancora Bersani in un invito aperto. I militanti del Pd si sono già mossi. È prevista un´affluenza record con 14 treni, 2 navi, oltre 700 pullman già riempiti. Si spera nella clemenza del meteo.
La manifestazione verrà trasmessa in diretta sul sito del Pd (www.partitodemocratico.it), sul twitter di pdnetwork (con # cinque11), sul sito di Youdem, la televisione del partito (www. youdem.tv) e sul satellite (canale 808 della piattaforma di Sky), ma anche sul sito dell´Unità e di Europa, su repubblica.it e corriere.it, su Rainews24 e Skytg24.
Ci saranno l´Idv e il suo leader Antonio Di Pietro. Ci sarà anche Matteo Renzi, che partirà per Roma subito dopo la posa della prima pietra della tramvia a Firenze. Mancherà Nichi Vendola che quel giorno accoglie Napolitano in Puglia. Ma il capo di Sel guarda «con grandissima simpatia alla manifestazione». E tifa perché dal popolo Pd sorga un movimento per le elezioni anticipate, scavalcando l´idea di un governo di emergenza. «Auguro un successo a Bersani – spiega Vendola – perchè considero l´appuntamento del Pd un pezzo importante della costruzione di un cantiere comune». L´area Marino avrà una sua folta rappresentanza. «La manifestazione è certamente un passaggio importante per mandare a casa il governo Berlusconi», dice il coordinatore Michele Meta.

La Repubblica 04.11.11

******

“Da san Giovanni l’exit strategy del Pd”, di Fabrizia Bagozzi

Domani la manifestazione di piazza dei dem: chiedere un altro governo subito o il voto in primavera?
Settecento pullman, quattordici treni, due navi. Il popolo democratico ha risposto massicciamente alla chiamata del partito, e domani piazza san Giovanni sarà stracolma per quella che Bersani ieri ha definito «una grande festa di popolo, aperta alle donne e agli uomini che desiderano manifestare il proprio impegno». Con il tricolore e la Costituzione e tanta musica, da quella dell’evergreen Roberto Vecchioni fino al rock alternativo della band cunese dei Marlene Kuntz.
Una festa di popolo che il precipitare della crisi politica renderà probabilmente ancora più partecipata rispetto alle aspettative iniziali, o per lo meno così prevede (e auspica) l’inner circle bersaniano. E che di certo manterrà fermo il segno che Bersani ha voluto imprimere da subito: restituire fiducia a un Italia se che ha in sé le risorse per ricostruire, anche se vive giorni difficili.
Indicare una strada alternativa, delineare un’idea di paese e un nucleo di contenuti forti da tradurre in politiche e pratiche capaci di rispondere all’emergenza mantenendo però dei forti profili di equità.
«Ricostruire» rimarrà dunque la parola d’ordine, affiancata da un caldo invito a farsi da parte all’indirizzo del Cavaliere, ancora inchiodato a palazzo Chigi a dispetto dello sgretolarsi del suo mondo politico, pronto a fare di tutto per prendere tempo ed evitare – almeno per un po’ – le trappole parlamentari che, a partire dal voto sul rendiconto generale dello stato di martedì prossimo alla camera, potrebbero sancire la sua fine, aprendo più di uno spiraglio al temutissimo spettro del governo tecnico.
«Sviluppi» su cui vigila il presidente della repubblica per capire se l’attuale esecutivo sarà nei numeri in grado di mantenere gli impegni presi nelle sedi internazionali per evitare il default dell’Italia. Sviluppi su cui l’opposizione sta lavorando.
E infatti ieri, per mettere a punto le prossime strategie parlamentari, Bersani ha visto Casini. Berlusconi a casa, dunque. Ma proprio il convulso precipitare della crisi politica in piazza non potrà far eludere l’altro nodo, su cui del resto Bersani ha già avuto modo di parlare, anche con Napolitano, la disponibilità ufficiale del Pd a un eventuale governo di emergenza ma a precise condizioni: che non sia un ribaltone, con la maggioranza che si ricompatta su un altro nome (Schifani, Letta); che sia composto da personalità di credibilità internazionale; che sia sostenuto da una larga maggioranza. E che rimetta mano ai modi per raggiungere gli obiettivi di risanamento del paese indicati dall’Europa.
Condizioni non semplici da ottenere e ancora tutte da verificare. Su questo il Pd, anche a san Giovanni, chiederà discontinuità e autorevolezza, diversamente la via da seguire non potrà che essere il voto, con chiarezza, pur senza enfasi.
E domani, in piazza, ci sarà anche il presidente dell’Italia dei valori Antonio di Pietro, ma non sarà presente Nichi Vendola, che ospita in Puglia proprio il capo dello stato.
Il leader di Sinistra e libertà, che ieri è tornato a ribadire la sua contrarietà a un governo tecnico, «una foglia di fico», manderà una delegazione dei suoi. Mentre in tantissimi arriveranno da tutta Italia. Dal Piemonte sono previsti due treni speciali e l’arrivo di una corposa rappresentanza dei Moderati guidati dal leader Giacomo Portas.
Grande l’afflusso dalla Lombardia, dalla Toscana (170 bus e due treni) e dal’Emilia Romagna.
È confermata la presenza del presidente della Spd tedesca Sigmar Gabriel, mentre è in forse quella del candidato alle presidenziali francesi François Hollande.

da Europa Quotidiano 04.11.11

"La fiera dell'inutilità", di Maria Cecilia Guerra

Stretto nell’angolo in cui, non senza sue gravi colpe, si è trovato a decidere le misure da portare al G20, sotto la pressione dei mercati finanziari da un lato e dei partner europei dall’altro, anche questa volta il governo ha mancato l’obiettivo. L’unico risultato che sembra essere stato raggiunto è infatti un accordo al ribasso. A meno di sorprese – dal momento che si ragiona sul testo di un maxiemendamento alla legge di stabilità in discussione in Parlamento che non è ancora stato reso noto e che probabilmente ancora non esiste – la valutazione non può che essere questa.
Si è convenuto sulla riproposizione, ormai rituale, di alcuni titoli di settori di intervento – liberalizzazioni, privatizzazioni,dismissioni di patrimonio pubblico – senza che nell’articolazione di nessuno di essi sia stato fatto un passo avanti significativo, che renda possibile valutarne, non solo il merito, ma anche la maggiore credibilità rispetto agli elenchi contenuti nelle lettere di intenti che si sono sino ad ora succedute. Sono stati lasciati accuratamente fuori tutti gli argomenti oggetto di veti incrociati di questo o quel pezzo della maggioranza, quali, in primo luogo, le pensioni e la patrimoniale. La crescita dovrebbe essere in larga parte il risultato del solito insieme di microincentivi, quasi tutti nella forma di quelle agevolazioni fiscali che si dice di volere disboscare. La stessa liturgia che ha caratterizzato i vari decreti anticrisi che si sono succediti dal 2008, con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti.
Si tratta di scelte sbagliate nel metodo, prima ancora che nel merito. Provare a coniugare due obiettivi difficilmente conciliabili come la correzione dei conti pubblici e misure per la crescita avrebbe richiesto una proposta di ampio respiro, che ponesse al centro la coesione sociale, per favorirne la realizzazione. Ciò significa ampliare anziché restringere i campi di intervento. Chiedere uno sforzo a un insieme più articolato di categorie e di soggetti, e chiederlo contestualmente, in modo che per ciascuno di essi sia più difficile tirarsi indietro, piuttosto che avere paura di metterseli contro, ciascuno singolarmente o, come si è fatto nella manovra estiva, cercare accuratamente di scaricare ogni onere su parti dell’elettorato che si pensa facciano capo all’opposizione.Non accettare che ci siano temi tabù, come ad esempio la tassazione della prima casa. Significa, per fare un altro esempio, non essere strabici quando si fa riferimento alla Bce perché questa chiede di intervenire sul mercato del lavoro, con misure su cui personalmente non sono d’accordo, dimenticando che la stessa Bce chiede, nel contempo, di superare la frammentazione del nostro sistema di ammortizzatori sociali. Significa anche ricordare che la stessa Europa, nel summit del 26 ottobre, pur richiamandoci al rispetto degli impegni presi sui conti pubblici, sottolinea come misure importanti per il nostro paese il sostegno all’istruzione e all’occupazione, ai fini di favorire la crescita. Significa anche e soprattutto, per un governo che abbia il senso del proprio ruolo, assumersi la responsabilità di individuare con precisione i campi su cui intende investire le pur poche risorse a disposizione. Uno, particolarmente rilevante per la coesione sociale, potrebbe riguardare la promozione dell’offerta di servizi di cura, specialmente al sud. Si dedicherebbero risorse a soddisfare una domanda che esiste, si promuoverebbe un settore a grande intensità di manodopera, favorendo in special modo l’occupazione femminile, si darebbe un sostegno alle famiglie, su cui ricade un ruolo ormai insostenibile di ammortizzatore sociale, si promuoverebbe la coesione sociale, evitando di lasciare senza risposta chi non ha mezzi per arrangiarsi. Non basta invece lanciare proposte generiche, quali un ennesimo piano per il sud, che sembra essere dettato più dalla, giusta quanto tardiva, preoccupazione di sbloccare i miliardi dei fondi strutturali europei che scadrebbero a dicembre, che da una accurata analisi economica.
Niente di assimilabile ad una proposta di largo respiro è invece uscito dal Consiglio dei ministri del 2 novembre. Anzi, non è proprio uscito niente, salvo un comunicato stampa della Presidenza del Consiglio, disponibile sul sito, che ci informa che «eventuali testi in circolazione non corrispondono a quanto esaminato e approvato nel Consiglio dei ministri».
Un esecutivo immobile, per mancanza di responsabilità e incompetenza. Se si continua così la situazione non può che precipitare.

L’Unità 04.11.11

"Disabili, anziani, famiglie i poveri che pagano la crisi", di Jolanda Buffalini

«La crisi noi non la paghiamo» è uno slogan molto popolare nelle proteste dell’ultimo anno ma, se ci si riferisce ai gruppi più deboli della società, giovani precari e famiglie a basso reddito, la cui condizione economica è aggravata dalla presenza nel nucleo familiare di anziani non autosufficienti, portatori di handicap o persone colpite da una malattia. Queste persone la crisi la pagano già. E anche molto cara. Soprattutto se si considera che disabilità e malattie sono fra le cause principali dell’impoverimento: assistere un familiare significa spesso, soprattutto per le donne, la rinuncia ad una attività remunerativa o il sacrificio della carriera. Ieri un gruppo di associazioni del terzo settore (Auser, Fish, Cittadinanza attiva, Cnca fra le altre) ha presentato dati inediti sui risparmi fatti sulla pelle dei più deboli, così come li ha calcolati lo stesso ministero del Tesoro. Nel 2007 gli stanziamenti per la spesa sociale sommavano 1594 milioni di euro, la previsione per il 2013 (sulla base della legge di stabilità 2011) è di 144 milioni di euro, con un taglio che supera il 90 % in cinque anni. Ma già nel 2011 il taglio è stato gigantesco, a fronte del miliardo e 600 milioni del 2007, quest’anno sono stati stanziati 399 milioni. Il sostegno alle famiglie è, a parole, la prima preoccupazione di questo governo ma il fondo dedicato, che comprende – ad esempio – i piani per gli asili nido – è sceso da 220 milioni nel 2007 a 31 nel 2013. Eppure, i soldi stanziati non sono stati buttati dalla finestra. Sono serviti (nel biennio 2006-2008) ad accogliere negli asili 260.000 bambini, ad assistere a domicilio, in residenze e centri diurni 400.000 anziani, alla formazione professionale e all’assistenza di 90.000 disabili. Però le campagne contro i falsi invalidi hanno fatto gioco al governo, perché, con la scusa dei falsi invalidi, si sono portati via i soldi agli invalidi veri. In un paese che destina al welfare la metà delle risorse della media europea. La conversione a U nelle politiche sociali, «è avvenuta – dice Pietro Barbieri di Fisch – senza alcun dibattito pubblico, eppure, a regime si tratta di 20 miliardi in meno che riguardano tre grandi capitoli di spesa: reversibilità, invalidità civili, agevolazioni fiscali». Eppure l’articolo 117 della Costituzione prevede «livelli essenziali di assistenza» ma in Italia non c’è la legge che dovrebbe definire e trasformare in diritti soggettivi «quei livelli essenziali». Al posto dei diritti c’è, secondo la legge delega affidata a Tremonti, la compassione per gli «autenticamente bisognosi». Una mentalità inaccettabile per Annalisa Mandolino (Cittadinanza attiva). E quei tagli si combinano con quelli agli enti locali (minori servizi e aumento delle tariffe, per esempio nei trasporti pubblici) e alla sanità. Giulio Marcon (“Sbilanciamoci”): «La Crisi non è solo finanziaria. Le diseguaglianze economiche ne sono una causa, gli impoverimenti deprimono la domanda». E fa l’esempio concreto dei cocopro che non hanno alcuna protezione sociale, nessuna indennità di disoccupazione. «Il governo – dice Marcon – non va a prendere i soldi dove sono, tassando rendite e patrimoni, riducendo le spese militari». Un esempio: «Un solo F35 costa quanto l’intero fondo per le politiche giovanili del 2009: 131 milioni di euro». Il programma della difesa prevede per gli aerei da combattimento investimenti per 15 miliardi.

L’Unità 04.11.11