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"Dimensionamento scolastico, Regioni: occorre gradualità", da La Tecnica della Scuola

Lo scorso 27 ottobre la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato un documento con cui propone un accordo al Miur sulle modalità di attuazione del piano di dimensionamento scolastico. Sul piano di dimensionamento scolastico previsto dall’art. 19 del D.L. n. 98/2011 (peraltro impugnato da molte Regioni “in quanto invasivo delle competenze regionali in materia di programmazione delle rete scolastica”), convertito in legge n. 111/2011, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha lanciato una proposta che, pur non prescindendo dagli obiettivi di risparmio del Miur, tenga conto dei seguenti criteri: il parametro numerico relativo al dimensionamento (1.000 alunni e 500 alunni per comuni montani, piccole isole o con specificità linguistica) deve intendersi come media regionale e non applicato al singolo istituto comprensivo; le direzioni didattiche e le scuole secondarie di 1° grado con almeno 1.000 alunni (o 500 alunni) potranno mantenere la loro autonomia, quando i motivi di aggregazione più che favorire la verticalizzazione dei percorsi e la continuità didattica risulti “una forzatura ‘quantitativa’ rispetto alle scelte e ai comportamenti delle famiglie e degli alunni”, tenendo anche conto delle “condizioni geografiche, socioeconomiche e alla ‘storia’ del territorio, nonché alla situazione dell’edilizia scolastica”; il piano di dimensionamento potrà essere realizzato nell’arco del triennio 2012-2015.
La proposta avanzata tende ad “assicurare l’operatività del sistema scolastico” e “garantire sia l’omogenea applicazione” della norma “nelle diverse realtà regionali che la necessaria sostenibilità”.
In particolare la Flc Cgil, commentando il documento della Conferenza delle Regioni, sottolinea che si tratta di “un primo passo significativo, seppur ancora non sufficiente, nella direzione da noi sostenuta e auspicata di una profonda revisione tanto dei tempi che dei criteri di applicazione della norma sul dimensionamento” e “l’attuazione del piano su base triennale consente di rinviare scelte precipitose e di operare con il tempo necessario per elaborare proposte davvero rispondenti alle esigenze di funzionalità e qualità del sistema scolastico pubblico”.
Per la Flc “l’operazione tentata dal Miur è inaccettabile non solo sul piano procedurale ma lo è ancor di più sul piano sostanziale poiché il taglio indiscriminato di scuole risponde solo a una logica di risparmio economico che comporta un peggioramento diffuso della rete scolastica oltre che una riduzione ulteriore di posti di lavoro”.
Alla definizione delle proposte devono essere “adeguatamente coinvolti i diversi attori in campo ovvero gli enti locali, le organizzazioni sindacali e le scuole autonome per le quali va prevista una specifica rappresentanza” e il Miur non deve “procedere in materia di dimensionamento d’imperio e senza alcun confronto non solo con gli enti locali ma neanche con le scuole autonome e le parti sociali”.

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“Dimensionamento, le Regioni chiedono 3 anni di tempo”, da Tuttoscuola
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Le Regioni, riunite il 27 ottobre scorso nella Conferenza delle Regioni, hanno approvato un documento sul ridimensionamento della rete scolastica previsto dalla legge 111 di ques’estate con il quale chiedono al Miur tre modifiche di attuazione.

Le Regioni chiedono in via preliminare che il parametro numerico relativo al dimensionamento (1000 alunni e 500 alunni per comuni montani, piccole isole o con specificità linguistica) venga inteso come media regionale e non applicato al singolo istituto comprensivo. Sulla base della nota ministeriale del mese scorso sembra che la richiesta possa essere accolta.

Chiedono anche di soprassedere alla costituzione generalizzata di istituti comprensivi, confermando le direzioni didattiche e le sedi principali di scuola secondaria di I grado che attualmente sono già dimensionate secondo i nuovi parametri (mille alunni in via ordinaria e 500 per comuni montani, piccole isole o con specificità linguistica. Anche questa richiesta appare logica e potrebbe portare ad una intesa con il Miur.

Infine la Conferenza delle Regioni ha chiesto al Miur che il piano di dimensionamento venga realizzato nell’arco del triennio 2012-2015.

Questa ultima richiesta è la più difficile da accogliere, perché sulla riduzione di spesa prevista dalla norma finanziaria, il ministero dell’economia e finanze ha fatto affidamento per un incasso sicuro entro il 2011.

"L’alluvione si prende 5 mila posti di lavoro. Governo «senza soldi»", di Marco Bucciantini

In commissione ambiente al Senato, dove il ministro Stefania Prestigiacomo si è ancora una volta indignata e dunque arresa alla mancanza di soldi per mettere in sicurezza questo Paese, avrebbero dovuto convocare e ascoltare Antonio Guadagnucci e sua figlia Michela. Anzi, avrebbero dovuto riceverli al consiglio dei ministri, uno dei tanti, ma in particolare uno di quelli in cui – e qui ci aiuta il ministro – si è deciso che per il dissesto idrogeologico non ci sono fondi. «Il Piano è ancora fermo al palo».Comela vita di Antonio e Michela. Lui perse la moglie Nara Ricci e l’altro figlio Mattia, dodici mesi fa, nell’altra alluvione, a Lavacchio, mezza casa crollò, lui era nell’altra metà. Michela invece era a festeggiare Halloween. «Non chiedo soldi – spiega – ma ho perso la casa che con mia moglie avevo costruito con grandi sacrifici. Da allora sono stato abbandonato, nonostante le tante promesse. Vivo in affitto in una casa provvisoria, ne vorrei una mia per far vivere mia figlia in sicurezza». È stato anche ospite delle suore, come altre famiglie della zona: otto di queste non sono ancora rientrate nelle loro case. È passato un anno. I lavori di risistemazione del paese – finanziati per 2 milioni di euro – non sono ancora cominciati. Questa testimonianza sarebbe arrivata diretta, più vera del solito lamento di Stefania Prestigiacomo, che si arrabbia, litiga con Tremonti, con tutti, ma poi accetta, e si vergogna tanto da essersi evitata la visita ai luoghi recentemente alluvionati. «Con il decreto legge di agosto tutte le risorse Fas, incluse quelle del dissesto, sono state cancellate. Al mio ministero non è stata assegnata alcuna risorsa». Dice poi di aver rastrellato «150 milioni» durante la discussione sulla legge di Stabilità. Li definisce lei stessa «assolutamente insufficienti».
TRE TEMPI DIVERSI Queste disgrazie hanno tre tempi: la prevenzione, che i governi a ogni livello trascurano e mortificano, con concessioni edilizie insensate: probabilmente questa è la causa che ha portato via metà della famiglia Guadagnucci, ma le perizie della procura non sono ancora state ultimate, 368 giorni dopo i fatti. E ieri il procuratore di Massa – dopo le prime indagini – ha definito scellerate le scelte urbanistiche intorno al fiume Magra. Il secondo tempo è l’alluvione, gli smottamenti, i morti, l’emozione, l’arrivo dei riflettori, dei volontari. La promessa dei soldi. Poi c’è il terzo tempo: progettazione e cantierizzazione degli interventi, sostegno alle vittime e alle imprese, perché c’è da ricostruire un tessuto sociale che il fango si è portato via. Il lavoro non c’è, la comunità si disgrega. Questo è il cruccio degli aquilani, questo è l’urlo dei veneti, finiti sott’acqua l’autunno scorso: settecento famiglie trevigiane di 48 comuni diversi e le imprese della Marca aspettano ancora i 27 milioni stimati come risarcimento danni. La regione ha stanziato (ma non liquidato) circa 6 milioni. Quando arriveranno, per molte imprese sarà solo una beffa, non riusciranno a rianimare attività che ovviamente necessitano di continuità. È un disinteresse vizioso. Funziona come per la mancata prevenzione. Mettere in sicurezza una zona pericolosa costa circa sette volte meno che rimediare successivamente i danni del territorio: dal dopoguerra a oggi lo Stato ha speso 270 miliardi di euro per l’emergenza successiva ad alluvioni e terremoti. Mettere in sicurezza il territorio italiano costa 40 miliardi: queste le proporzioni. Il ragionamento si può estendere al terzo tempo suddetto: un’azienda che chiude porta diverse famiglie a vivere rinunciando a uno stipendio. Provocando il calo dei consumi, con contrazione degli affari per le altre aziende della zona. Tutto un territorio sarà economicamente depresso e socialmente sfibrato. Per evitare questo la Cgil spezzina ha fatto in fretta i conti, segnalando – e spesso visitando – le situazioni critiche nel tessuto lavorativo della provincia devastata il 25 ottobre. Una mappa puntuale, stesa dal segretario della Camera del Lavoro, Lorenzo Cimino. «Non tutte le aziende sono nelle stesse condizioni. Alcune non esistono quasi più, altre dovranno stare ferme per mesi». Nella mappa a fianco quattro porzioni sono “tagliate” e servite, per farsi un’idea. La Inter Marine costruisce cacciamine per eserciti esteri, motovedette per lo Stato. Ha subito tre alluvioni in tre anni, qualcuno sussurra che Roberto Colaninno (il proprietario è lui) sia stufo, e pensi di trasferire il cantiere sull’Adriatico. «Non lo faremo, ma non possiamo perdere 3 mesi di lavoro ogni anno…», spiega l’ad Livio Corghi, conscio di avere in dote il destino di 600famiglie. «Ci promisero soldi dopo l’alluvione del 2009: non abbiamo visto un euro». Follo, Borghetto, Brugnato Ameglia, Albiano, Bolano, Vezzano: nomi già dimenticati, anche se il fango è ancora lì. Il sindacato cerca di ricordarli, a tutti. S’intrecciano attività individuali o familiari e ditte (edilizia, impiantistica, lapideo, manifatturiero) in cui lavorano dai 10 ai 60 dipendenti. Il territorio delle Cinque Terre è fatto di micro imprese. Ruotano intorno al turismo e ai servizi legati allo stesso: 50 attività commerciali e cooperative, 300 lavoratori. La sopravvivenza passa dal recupero delle strutture, oggi completamente distrutte. Altre imprese – magari danneggiate,ma ancora in piedi – fronteggiano invece lo sfarinamento di servizi essenziali: strade, linea telefonica, poste. Bisogna fare molto e in fretta, servono soldi e serve la politica. Serve un governo.

L’Unità 04.11.11

"L'altro italiano", di Massimo Gramellini

Ma è davvero italiano? mi chiedeva con malizioso candore un collega straniero a proposito di Mario Draghi. E già: parrà impossibile a chi trova più comodo rappresentarci tutti come macchiette, ma anche Mario Draghi è italiano. L’altro. Quello che sa di cosa parla e che parla solo di ciò che sa. Quello che non cerca immediatamente di trasformarti in suo complice. E che sta sempre attento a non attirare l’attenzione, tanto che molti ne ignorano l’esistenza. Eppure c’è. Nelle imprese, nei mestieri, nelle università (straniere, di solito): dappertutto, tranne che in politica, perché i politici non lo metterebbero in lista e gli elettori emotivi non lo voterebbero mai.

L’altro italiano non è un santo (Draghi, per esempio, ha lavorato da Goldman & Sachs, cattedrale della finanza che non dà molti punti per il concorso di santità). Ma è una persona affidabile e la sua serietà non gli impedisce di essere creativo. Di svolgere, nella scacchiera del mondo, la parte del cavallo: mentre le altre pedine si muovono sui sentieri dell’ovvio – orizzontale e verticale lui imprevedibilmente scarta. Diventa presidente della Banca Europea e ti piazza subito una riduzione del costo del denaro che ai suoi predecessori sarebbe stato possibile estirpare soltanto con le pinze. Tanti vorrebbero che l’altro italiano lasciasse le imprese, i mestieri e le università per la politica. Ma l’esperienza di Draghi ci dimostra che non è così indispensabile: si può migliorare la reputazione dell’Italia facendo cose diverse dalla politica. Ci vengono anche meglio.

La Stampa 04.11.11

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“Draghi, il pragmatico ha convinto i tedeschi” di STEFANO LEPRI

Bel colpo per Mario Draghi: debuttare con una decisione rapida e coraggiosa, ottenendo l’appoggio unanime del consiglio Bce, tedeschi compresi. A suggerire un calo dei tassi nell’area euro erano il Fmi, l’Ocse, dietro le quinte anche gli Usa. Ma se non fosse riuscito a portare dalla propria parte anche il rappresentante della Bundesbank, forse il neo-presidente avrebbe preferito rinviare di un mese.

Per carattere Draghi tende a conciliare, fin che sembra possibile, e anche dopo.

Fare presto occorreva, perché l’area euro, come ha detto, si sta avviando a una lieve recessione (l’Italia, c’è purtroppo da temere, a una recessione e basta). Abbassare i tassi può attenuare la frenata della produzione. Occorreva però contrastare il riflesso condizionato del dogmatismo alla tedesca: l’inflazione è al 3%, troppo sopra il livello desiderato del 2%, dunque non possiamo ancora muoverci. Draghi è riuscito a convincere anche perché ragiona di economia con più scioltezza del suo predecessore Jean-Claude Trichet.

Dal vertice di Cannes giunge voce che la cancelliera Angela Merkel non sarebbe entusiasta della decisione Bce. Può darsi, dato che spiegarla agli elettori tedeschi è difficile. Nei primi commenti sui siti Internet, emergono paura dell’inflazione, sconcerto, rafforzamento di pregiudizi. Però nel vasto mondo i commenti sono tutti positivi, compresi quelli di diversi economisti tedeschi. Se reputata prematura, la mossa avrebbe potuto innervosire i mercati («per caso la Bce sa qualcosa di grave che ancora ignoriamo?»); così non è stato.

Ben altre purtroppo sono le sfide che il neo-presidente si troverà davanti d’ora in poi, nel suo studio al trentacinquesimo piano dell’Eurotower. Nella crisi che minaccia l’euro, la strada da percorrere va inventata senza poter appoggiarsi su precedenti. Poiché una parte grossa dei rischi viene in questo momento dal suo Paese, l’Italia, Draghi ieri è restato sul sicuro: si atterrà al mandato della Bce, seguirà i Trattati europei.

Sull’acquisto di titoli pubblici dei Paesi sotto attacco dei mercati – il soccorso che in queste ore trattiene l’Italia dall’essere trascinata in un vortice greco – nulla più delle formule concordate finora dal consiglio Bce, se non addirittura un pochino meno. Draghi qui è ben cosciente di essere tirato per la giacca da due parti opposte.

All’apparenza, si scorge una battaglia di idee. Economisti anglosassoni lo incitano a rivoluzionare il ruolo della Bce, schierandola a difesa dell’euro con tutti i suoi mezzi, anche se significasse sostenere Paesi poco competitivi o troppo spendaccioni; economisti tedeschi al contrario vedono la Bce già destabilizzata da ciò che ha già fatto, incapace di mantenere stabile la moneta se le cose dovessero volgere al peggio.

Nella sostanza, il conflitto divide il duo che cerca di far da guida all’area euro: la Francia sta da una parte, la Germania dall’altra. Riguarda quali pericoli si possono correre, e quali no, per salvare l’euro. Draghi, da buon pragmatico, diffida di entrambe le tesi contrapposte; pensa che occorrano azioni politiche, da parte dei governi. Ma la Bce è sempre più sola, se l’Efsf, il Fondo per soccorrere i Paesi euro in difficoltà, è costretto a rinviare la raccolta sui mercati dei fondi che gli servono. Difficilmente potrà sottrarsi alla stretta senza tentare di dare lui la risposta alla domanda che, ieri, ha preferito ritorcere sul giornalista inglese che gliela poneva.

La Stampa 04.11.11

"La frana che travolge il muro di Arcore", di Curzio Maltese

Nel finale di partita quasi tutti i regimi, per quanto grotteschi, ritrovano una compostezza a volte tragica. Non è il caso del berlusconismo, che a un passo dal congedo conserva una prorompente carica di buffoneria. Il premier è sbarcato al G20 di Cannes come fosse per il festival del cinema, distribuendo sorrisi e ottimismo.
Accanto a lui, un ministro dell´Economia ormai commissariato, Giulio Tremonti, che esibiva la faccia mesta dell´ostaggio.

Questa la coppia in missione di fiducia per conto del paese, al cospetto dei potenti della terra. In conferenza stampa Nicholas Sarkozy ha espresso, stavolta senza risolini, un aperto e sereno scetticismo sulle promesse del premier italiano e rinviato ogni commento a quando (e se) saranno tradotte in provvedimenti concreti.
Nel frattempo a Roma prosegue la fuga dal Titanic della maggioranza, la frana che travolge il muro di Arcore. Altri due parlamentari del Pdl hanno afferrato la ciambella di salvataggio dell´Udc, tre sedicenti responsabili sono saliti sulle scialuppe del gruppo misto. Dopo un anno di campagna acquisti e allegra fiera delle poltrone, Berlusconi si ritrova con la stessa maggioranza risicata di 314 deputati del 14 dicembre 2001. Alla vigilia dunque di un altro voto di fiducia giocato sul filo di un sì o un no. A proposito, Domenico Scilipoti ha annunciato «potrei votare sì come potrei votare no al maxiemendamento». Una notizia che si spera rimanga all´interno dei confini. Perché se i mercati mondiali sapessero che il piano di salvataggio dell´Italia dipende dagli umori di uno Scilipoti, allora sarebbe la rovina, la bancarotta.
Il clown acrobata che tutti guardiamo da mesi, nell´attesa della caduta, non pare accorgersi di nulla. Berlusconi è concentrato sull´obiettivo di durare almeno un mese. In modo da impedire la nascita di un governo tecnico e poi andare a elezioni a marzo, con la vecchia legge elettorale, in barba al popolo sovrano accorso a firmare il referendum elettorale. Non si accorge di presiedere un governo che non governa ormai da oltre un anno ed è deriso in giro per il mondo, di guidare una maggioranza non più tale nel paese e ora nemmeno in Parlamento. Non si avvede di essere rimasto solo con la propria corte, abbandonato dai mondi che avevano sostenuto fino a ieri la sua ascesa, dagli industriali ai vescovi. Soprattutto non si rende conto di essere finito in un gioco troppo più grande di lui, in un passaggio storico dove l´Italia si gioca il presente e il futuro di potenza industriale. Dall´irresponsabile atteggiamento di chi per due anni ha negato l´esistenza stessa della crisi, il presidente del consiglio è passato a una specie di indifferente fatalismo. «Too big to fail», troppo grande per cadere, è la nuova parola d´ordine dei berluscones di fronte alla possibilità di bancarotta dell´Italia. Una formula non solo vagamente iettatoria, visto che è stata usata prima di tutti i grandi fallimenti di questi anni, da Enron a Lehman Brothers, ma per giunta insensata. Se si considera il debito pubblico greco, 300 miliardi, e il nostro, a quota 1900, la frase andrebbe semmai invertita. Il debito italiano è troppo grande per essere salvato. Ed è quanto sostengono ormai apertamente le autorità americane, non costrette a essere diplomatiche come quelle tedesche o francesi.
È arrivato il momento di separare il dramma italiano dalla farsa del berlusconismo. Un altro mese di show del premier, di voti di fiducia aggiustati nella notte con aggiunte di sottosegretari, dei balletti di Scilipoti e compagnia cantante, può costare ai cittadini anni di sacrifici. La stagione di Berlusconi è finita. Perché deve finire in una catastrofe per tutti?

La Repubblica 04.11.11

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“L´isolamento di Silvio tra i “Grandi” perde il sorriso e nessuno gli vuole parlare”, di Anais Ginori

Sarkozy in pressing: “Quali sono i tempi delle tue misure? La credibilità è tutto”. Costretto a origliare un brandello di conversazione, mentre Angela Merkel e Barack Obama stanno animatamente parlando. Seduto al tavolo dei Grandi, ma ormai relegato in disparte, insieme ai paesi emergenti del Brics. Fotogramma dopo fotogramma, Berlusconi appare sempre più isolato, rimane ai margini del summit. È il momento della plateale indifferenza, una condanna alla solitudine. Durante il pranzo del G20, quando il presidente americano si alza per andare a discutere con altri commensali, lo supera, ignorandolo. La mattina, si incrociano all´hotel Carlton. E già sulla scelta dell´albergo, l´Italia è lontana dai partner europei: il duo Merkozy alloggia sotto lo stesso tetto, al Majestic. Obama sta andando a fare jogging sulla Croisette, lo saluta con una pacca sulla spalla, mostra i muscoli con un´allusione non casuale alla virilità. Niente più. Il leader Usa ha ancora il ricordo di quando al G8 di Deauville Berlusconi lo ha fermato per parlargli dei suoi guai giudiziari. Nella foto di famiglia del G20, il Cavaliere è di ghiaccio, tenta di avvicinarsi agli altri, cerca invano una complicità con Kirchner che parla con Sarkozy. Poca confidenza, in queste occasioni pubbliche sembra un sorvegliato speciale. E anche il suo famoso sorriso, ogni tanto, si spegne davanti ai flash.
Un venditore che non trova più acquirenti. È già ora di pranzo quando un consigliere del presidente francese esce dall´incontro con Berlusconi, scuotendo la testa: «Solo fumo negli occhi». Il Cavaliere si presenta al pre-vertice del G20, dedicato a evitare il contagio sull´Italia dopo il panico seminato dalla Grecia, con una profusione di annunci che appaiono poco chiari e soprattutto incerti nella realizzazione. «Non abbiamo più bisogno di promesse, servono fatti», ripetono Sarkozy e Merkel al premier italiano, mentre lo spread tra Btp e bund tocca un nuovo record.
Berlusconi arriva alla riunione agguerrito, chiede addirittura di parlare per primo. «Si segue l´ordine prestabilito», ribatte l´Eliseo. Quando poi tocca finalmente a lui, i partner europei sono distratti o assenti. La Cancelliera va via quasi subito per incontrare Barack Obama, lascia Berlusconi solo davanti al ministro Schauble. Il presidente francese si alza diverse volte durante la discussione, poi però incalza il Cavaliere sulle misure che sta elencando. Con il passare dei minuti, la riunione si trasforma in un terzo grado a Berlusconi. «Quali sono i tempi?», chiede più volte Sarkozy. Berlusconi arranca, cerca di illustrare l´iter parlamentare, i complessi equilibri della maggioranza.
Durante le tante interruzioni, il premier sta continuamente al telefono con Roma. Tratta, gesticola, minaccia. È la plastica rappresentazione di un leader fragile, in bilico. Francesi e tedeschi cominciano a innervosirsi. Ci sono momenti di tensione, racconta chi sta al tavolo. Invece di rassicurare, lo “show” italiano – così lo definisce un testimone – getta i partner europei nello sconforto. «Nessuno gli crede più» chiosa un consigliere di Sarkozy. E infatti il presidente francese ripete in conferenza stampa: «La credibilità è tutto».

La Repubblica 04.11.11

"Leopolda, sì al dibattito ma un leader deve unire ", di Donata Lenzi*

Raccolgo l’invito di Pasquino di esprimersi sulla Leopolda. Intanto il Pd bolognese è diverso dal monolite che si rappresenta. La mozione Bersani ha superato di poco il 50% e solo 3 parlamentari, su 8, l’hanno sostenuta. Il segretario provinciale è stato scelto da una maggioranza trasversale non riconducibile a mozioni nazionali con una opposizione interna che per provenienza dall’arcipelago cattolico è naturalmente orientata verso Renzi. È un partito che ha ancora bisogno di discutere nel merito, ma che non intende buttare il passato a mare. Sono convinta che Renzi non vada né scomunicato, né abbracciato a prescindere.
Gli va chiesto, visto che si candida per la leadership, cosa farebbe ora, mentre la crisi ci aggredisce e il capo di governo non molla. Conosco la proposta di Bersani e delle opposizioni che, grazie a lui per la prima volta, si coordinano: via il capo di governo screditato e governo tecnico, o elezioni. Delle cento proposte di Renzi molte sono nei documenti del Pd, ne ho contate 37 per le quali esistono identiche proposte del gruppo: dalla riduzione del numero dei parlamentari, alla abrogazione del vitalizio, alle proposte di riforma del fisco… Alcune hanno già trovato attuazione: in regione da anni abbiamo chiuso i piccoli ospedali e siamo sulla strada della fusione dei piccoli Comuni. Peccato che di questa interlocuzione positiva con il partito non ci sia alcun riconoscimento. Su alcune ci si muove senza tener conto della situazione, come l’Università, su altre, come le pensioni e il lavoro, ci sono punti di convergenza. Restano punti di dissenso dai quali emerge la differenza di fondo: il giudizio su quanto sta accadendo, la fede dichiarata nella forza del mercato e nella sua capacità di auto-regolamentarsi che pur si scontra, in questa fase storica, con l’evidenza del fallimento e le gravi ingiustizie prodotte.
Una ulteriore difficoltà sta nel rifiuto da parte di Renzi di condividere le sedi di confronto e nella riduzione della partecipazione civica alla costruzione della proposta con i propri scelti collaboratori. La proposta politica viene sottoposta direttamente all’elettorato, vince o perde, non c’è fase di mediazione. Non c’è riconoscimento di corpi intermedi, sedi di confronto e organizzazione del consenso. Dal partito leggero al senza partito. Se si segue questa strada temo che la frattura sia una ipotesi possibile proprio per il venir meno della sede della mediazione e avrebbe ragione chi definisce ciò «populismo di centro». Aspetto Renzi alla prova dei fatti: i veri leader sono capaci di unire.

*deputata Pd

Il Corriere della Sera/Bologna 03.11.11

"Roma, aggrediti giovani Pd: stavano affiggendo manifesti", da unita.it

Il capogruppo del Pd di un municipio romano e altri quattro militanti sono stati malmenati da alcuni giovani la scorsa notte «mentre erano intenti ad affiggere manifesti a sostegno del recupero dei beni confiscati sottratti alla mafia». A denunciarlo è Umberto Marroni, capogruppo Pd in Campidoglio. «Un vero e proprio agguato quello di questa notte che ha visto protagoniste una decine di persone, dalle prime indiscrezioni vicine a movimenti di estrema destra -spiega Marroni- L’aggressione a dei militanti è una vera e propria aggressione alla democrazia per questo mi auguro che si faccia sentire forte e chiara la voce di condanna da parte delle istituzioni e di tutte le forze politiche. Chiediamo infine che venga fatta piena luce sulla vicenda».

«Erano armati di bastoni e mazze e ci hanno picchiato», racconta una delle vittime. «Eravamo in cinque, io e altri quattro ragazzi appartenenti ai Giovani Democratici del IV Municipio e siamo stati aggrediti da una dozzina di persone mentre attaccavano manifesti contro la mafia», ricorda Marchionne.

I militanti del Pd aggrediti hanno riportato lievi ferite e sono stati medicati all’ospedale Pertini. Ai carabinieri hanno riferito di essere stati aggrediti mentre stavano affiggendo dei manifesti in via dei Prati Fiscali. «Siamo stati presi a bastonate a causa della nostra appartenenza politica», hanno detto ai carabinieri. Prima di giungere sul luogo dell’aggressione, una pattuglia dei carabinieri aveva visto un gruppetto di giovani allontanarsi velocemente. La procura di Roma ha aperto un fascicolo. Il reato ipotizzato dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti in merito alla vicenda è quello di lesioni. Proseguono gli accertamentidegli inquirenti per identificare gli autori dell’aggressione. Gran parte del mondo politico ha condannato l’accaduto. «Esprimo ferma condanna per la vile aggressione ai militanti Pd; a tutti loro desidero esprimere la mia solidarietà personale e quella di tutta la cittadinanza», ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

«Occorre mettere un freno al preoccupante squadrismo di Casapound», hanno detto il vicepresidente dell’assemblea capitolina Mirko Coratti e il presidente pd del iv municipio Claudio Ricozzi. «Non è la prima volta – ricordano – che nel quartiere, e non solo, Casapound si rende protagonista di brutali aggressioni nei confronti di avversari politici ed è giunto il momento che le autorità competenti intervengano con decisione per evitare una pericolosa spirale di violenza. E al sindaco Alemanno chiediamo: è questa la sicurezza promessa ai romani? Quali sono le coperture assicurate a questi delinquenti e di chi le responsabilità? Non servono parole di solidarietà, che immancabilmente arriveranno, ma fatti concreti. Li attendiamo».

CasaPound risponderà con delle querele agli esponenti del Pd che accusano l’associazione di estrema destra di essere responsabile dell’aggressione. «Non ne so nulla, lo apprendo ora – dice Gianluca Iannone, presidente di CasaPound Italia -. Sono le solite denunce contro di noi, con toni ridicoli, perché siamo l’unico movimento presente in tutta Roma. Risponderemo con le solite querele».

Il capogruppo del Pd del IV Municipio, Paolo Marchionne, uno degli aggrediti, ha detto di aver riconosciuto tra gli aggressori Alberto Palladino, un esponente di CasaPound. «Palladino è un volto molto noto, è troppo facile dire che è stato lui – afferma Iannone -. È come se dicesse che c’ero anch’io. Prima dell’estate Palladino ha subito un attentato dinamitardo sotto casa sua». Il presidente di CasaPound Italia rovescia poi l’accusa – mossa da esponenti locali e nazionali del Pd – secondo cui nel IV Municipio della capitale la situazione sia diventata insostenibile per la presenza di militanti dell’associazione. «La situazione è invivibile per colpa dei soliti noti dei centri sociali – afferma -. Nei giorni scorsi sotto casa di un ragazzo che frequenta CasaPound sono comparse scritte di minaccia».

da www.unita.it

"La maggioranza perde ancora pezzi due deputati del Pdl in fuga verso l'Udc", da repubblica.it

Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito lasciano il partito del premier per passare con Casini. Pippo Gianni, ex Responsabili, annuncia: “All’80% voto contro la fiducia sulle misure anticrisi”. Tre parlamentari di Popolo e Territorio tornano nel gruppo Misto: “Ma restiamo fedeli a Silvio”. Il centrodestra torna a quota 314. E Storace tuona contro chi cambia partito: “Meriterebbero di essere fucilati alla schiena”. La parlamentare Ida D’Ippolito passa dal Pdl all’Udc . Con il passare delle ore i “maldipancia” della maggioranza si stanno trasformando in vere e proprie coliche. Dopo le manovre degli “scajoliani”, i malumori dell’area che fa riferimento a Beppe Pisanu, i distinguo di un fedelissimo come Paniz e la lettera dei sei “frondisti” 1 , lo stillicidio di prese di distanza da Silvio Berlusconi è proseguito anche oggi. A nulla sono servite la decisione del premier di porre la fiducia 2 sul maxiemendamento al ddl Stabilità 3 e l’ottimismo del segretario Angelino Alfano secondo cui “si risolverà tutto” perché gli scontenti “non sono usciti ma hanno posto questioni politiche che valuteremo con attenzione”.

Due in meno. La novità di oggi pomeriggio è il passaggio di altri due deputati dal Pdl all’Udc. “Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito. Benvenuti!”, ha ” twittato ” Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, per salutare l’ingresso dei due parlamentari nelle file dell’opposizione. Scelta confermata dal presidente di turno della Camera, Rocco Buttiglione, che ha formalizzato durante la seduta d’Aula il cambio di gruppo dei due deputati.

Si torna a quota 314. Secondo un primo conteggio, con la perdita di questi ulteriori due voti Berlusconi perde la maggioranza assoluta in aula alla Camera, finendo sotto quota 316, cioè a quota 314, quella faticosamente raggiunta il 14 dicembre, quando l’assemblea di Montecitorio bocciò per soli tre voti la mozione di sfiducia. Dentro questa maggioranza, però, ci sono tante zone d’ombra e se, ad esempio, i nomi dei cosiddetti “dissidenti” si traducessero in voti contrari al governo, il Cavaliere rischierebbe di essere sfiduciato. : Nei 314 deputati ci sono infatti Roberto Antonione, Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli e Giorgio Stracquadanio. I quattro del pdl che, insieme a Fabio Gava e Giustina Destro (che già non hanno votato la fiducia lo scorso 14 ottobre), hanno firmato la lettera degli scontenti che chiede al premier di promuovere un nuovo esecutivo. Soltanto così la maggioranza scenderebbe a quota 310. Ma le incognite non sono finite qui.

L’incognita Pippo Gianni. Resta per esempio in bilico il futuro di Pippo Gianni, eletto nelle liste dell’Udc e poi passato ai Reponsabili (chiamati ora Popolo e Territorio) che ha annunciato un voto contro il governo “al 75-80%”. “Voterò la fiducia solo dopo aver visto il decreto”, ha anticipato alla trasmissione Radio2 ‘Un giorno da Pecora’. “Se conterrà delle norme sull’occupazione nel Meridione e nel Centro Sud lo voterò, altrimenti non lo voterò. Io non sono stato nominato da Berlusconi e non vengo dalla maggioranza…”.

Le manovre di Popolo e Territorio. Ancora da decifrare invece la mossa di altri tre parlamentari di Popolo e Territorio, Amerigo Porfidia, Elio Belcastro e Arturo Iannaccone, che hanno mollato il loro gruppo a Montecitorio per passare in quello Misto seppure, garantisce Iannaccone, “non solo confermiamo la fiducia, ma aggiungiamo che la nostra fiducia va personalmente a Silvio Berlusconi”. “Ricostituiamo la componente del Misto, da cui già provenivamo – precisa ancora il deputato – perché siamo impegnati a organizzare il nostro partito sul territorio meridionale e ci serve la visibilità che ci garantisce formare una nostra componente nel Misto”.

Domenico Scilipoti sfoglia la margherita : “Potrei votare sì come potrei votare no la fiducia al maxiemendamento”, ha detto il deputato dei Responsabili intervistato da Radio 24. “Auguri ai deputati del Pdl che lasciano per andare all’Udc. Pensano di avere delle buoni ragioni. Questa scelta l’avranno fatta nell’interesse del popolo italiano”. Quanto alla fiducia sul maxiemendamento, Scilipoti spiega che “ancora non si sa se ci sarà. Il Premier ha detto Vediamo cosa succederà”. Ma lei cosa voterà? “Potrei votare sì come potrei votare no” ha concluso Scilipoti.

Storace chiede la fucilazione. Gli ulteriori scricchioli nella maggioranza hanno rimesso al lavoro Denis Verdini. Da sempre il coordinatore del Pdl è il ‘guardiano’ dei numeri del partito e anche stavolta si sta dando un gran da fare per garantire la tenuta del governo. Verdini sta cercando di convincere il maggior numero possibile di ‘scontenti’ a non mollare. Telefonate, incontri, riunioni, si sprecano in queste ore per lui. Ma c’è anche chi, come Francesco Storace, per evitare cambi di casacca sulla sua pagina Facebook 4 evoca metodi più spicci: “Quei deputati che in queste ore cambiano partito mentre Berlusconi è a Cannes per l’Italia, meriterebbero di essere fucilati alla schiena”, dice il segretario de La Destra Francesco Storace. “Parole gravissime – commenta il Pd – figlie della sua cultura, per fortuna liquidata dalla storia”. “E’ altrettanto grave che un personaggio che usa quel linguaggio graviti intorno all’area della maggioranza: dovrebbero essere gli stessi esponenti del governo a prenderne le distanze, soprattutto chi sostiene che dai linguaggi violenti può nascere la violenza”, aggiunge il deputato democratico Francesco Rosato.

“Vigiliare sulla compravendita” . “La maggioranza non c’è più”, scrive in una nota il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi. Ma non si deve abbassare la guardia perché la recente storia italiana dimostra che berlusconi è capace di tutto. Le istituzioni e le forze politiche hanno il dovere di vigilare per evitare che a Montecitorio sia messo di nuovo in atto una vergognosa compravendita di deputati, come troppe volta accaduto in quest’ultimo anno”.

da www.repubblica.it