Latest Posts

"Lega, emorragia di consensi", di Roberto D'Alimonte

E adesso la Lega Nord cosa farà ? Con i mercati che chiedono misure sempre più incisive per affrontare il problema del debito e della crescita lo spazio di manovra del Carroccio si sta restringendo pericolosamente. Lo stare al governo non è più una opportunità ma è diventato un fardello oneroso in termini politici.

Gli ultimi dati di sondaggio confermano che continua, e anzi si sta accentuando, la perdita di consensi. Sono passati meno di due anni dalle ultime elezioni regionali che hanno visto un grande successo del Carroccio ma quel tempo sembra oggi molto lontano. Allora la Lega Nord arrivò al 12,3% dei voti nel complesso delle tredici regioni in cui si è votato. Ma nelle due maggiori regioni del Nord-Est, Lombardia e Veneto, il Carroccio è arrivato al 29,3% contro il 29,4% del Pdl.

Per soli 4.332 voti il partito di Bossi non è riuscito a diventare il primo partito del Lombardo-Veneto. Il sorpasso sul Pdl le è invece riuscito in Veneto dove ha ottenuto il 35,2% contro il 24,8% del Pdl. Il successo ha toccato anche le grandi città e le regioni della ex Zona Rossa. In Emilia, Toscana, Marche e Umbria il Carroccio è passato dal 4,4% delle politiche del 2008 al 9,5% delle regionali 2010. La vittoria di Cota in Piemonte e di Zaia in Veneto hanno completato il quadro.

Sembrava la prosecuzione di un trend iniziato con le politiche del 2008 e destinato a durare a spese soprattutto del Pdl. Ma non è andata così. Sono arrivate le amministrative di questo anno e c’è stata una brusca inversione di tendenza. Da quel momento è iniziata la discesa. Come si vede nel grafico in pagina oggi il Carroccio viene dato dai sondaggi sotto l’8% con un outlook negativo. Non ci sono segnali che possano far sperare in un cambiamento.

Non c’è dubbio che il fattore che ha cambiato tutto è la crisi economica. Fino a quando è rimasta sullo sfondo la Lega ha potuto tenere insieme l’identità padana con la presenza nel governo romano. Lo ha fatto svolgendo a Roma il ruolo di rappresentante e mediatore degli interessi del Nord. E qualcosa è riuscita ad ottenere a favore dei suoi elettori. La vicenda delle quote latte è emblematica. A queste condizioni anche il progetto federalista aveva una sua credibilità agli occhi dell’elettorato leghista. Ma a partire dall’estate scorsa non si è più potuto far finta che la crisi non fosse un problema anche per il nostro Paese. E così è diventato sempre più difficile per la Lega farsi garante degli interessi del Nord.

Si vedrà cosa succederà nelle prossime ora sulla questione delle pensioni di anzianità che sembrano essere diventate l’ultima trincea a difesa degli interessi della Padania. Quanto al progetto federalista è difficile continuare a far credere che possa convivere con i continui e pesanti tagli ai trasferimenti alle Regioni e ai Comuni e con il prevedibile aumento della pressione fiscale per far fronte alla crisi del debito. Una cosa è certa. È finito il tempo in cui i simboli possono sostituire le politiche.

E allora che farà la Lega Nord? L’impressione è che in questo momento domini una grande incertezza sulle prossime mosse. Gli avvenimenti sembrano aver preso una piega che mette il Carroccio davanti a scelte difficili. Il voto anticipato è una di queste. Ma non dipende solo da Bossi. Anzi più passa il tempo e meno dipende da lui. Forse il leader della Lega Nord si è convinto che sarebbe meglio andare a votare adesso con questa legge elettorale e prima che la curva dei consensi scenda ulteriormente. Ma la pressione dei mercati sembra più forte delle sue preferenze.

Oggi la prospettiva di un governo tecnico che riscuota la fiducia degli investitori e dei nostri partner europei ha forse maggiori probabilità di realizzarsi rispetto al voto anticipato. Se così fosse è assai improbabile che la Lega lo appoggi dall’esterno come fece con il governo Dini. Più probabile invece che torni immediatamente alla opposizione. Ma che tipo di opposizione? Nella stagione 1995-1998 la bandiera della riscossa fu la secessione. Sarà così anche questa volta, magari con l’aggiunta dell’uscita dall’euro? Non è detto. Dentro il Carroccio ci sono fermenti che ancora non si sono coagulati in una precisa contrapposizione tra linee politiche alternative. La secessione è una opzione ma ce ne sono altre.

Il Sole 24 Ore 03.11.11

Btp-Bund: sfondata la soglia dei 460 punti

Le borse aprono malissimo e poi riprendono a correre dopo l’intervento della BCE che, nel primo pomeriggio, decide di tagliare i tutti i tassi dello 0,25%. Bersani: Siamo finiti sul fronte più esposto alla bufera”. Sfonda la soglia dei 460 punti lo spread dei Btp italiani rispetto al bund tedesco. Il differenziale ha toccato quota 462 punti, con il titolo decennale che ha raggiunto un rendimento del 6,4%. Questo quanto è accaduto oggi in apertura dei mercati. Una situzione davvero drammatica che è andata migliorando con il passare delle ore.

Dopo l’intervento diretto della BCE sul mercato secondario, c’è stato un restringimento dello spread. Per effetto degli acquisti il differenziale tra Italia e Germania sulla scadenza decennale è sceso sotto i 450 centesimi. Al momento il differenziale si attesta a quota 449 punti, anche se il rendimento dei titoli rimane alto, al 6,33%.

La Bce ha deciso di tagliare tutti i tassi dello 0,25%: quello fisso di rifinanziamento scende all’1,25%, quello sui depositi passa allo 0,50% e quello marginale al 2%. E’ questa la decisione presa dal consiglio direttivo della banca centrale europea, riunito per la prima volta sotto la presidenza di Mario Draghi. L’ultimo intervento risale al 7 luglio scorso, quando il tasso di riferimento venne portato all’1,50%.

*****

Ieri nella conferenza stampa di analisi sulle crisi economica Pier Luigi Bersani aveva dichiarato: “Lo spread e il costo del nostro debito hanno raggiunto punti insostenibili e si nota sempre di più il mutismo e il disorientamento del governo. Siamo finiti (e immaginavamo potesse essere così) sul fronte più esposto alla bufera”.

*****

Commentando le anticipazioni delle misure di liberalizzazioni contenute nel maxiemendamento approvato dal Cdm, per Antonio Lirosi (responsabile Consumatori e Commercio del Pd) “secondo quanto riportano oggi i quotidiani, c’è voluto il pericolo del tracollo perché il governo riconoscesse di aver sbagliato sulle professioni, modificasse le norme della manovra di luglio ed eliminasse le tariffe di riferimento, ripristinando di fatto il decreto di Bersani nel 2006; si riprendesse il potere, affidato precedentemente agli ordini professionali, di dare attuazione (ma con un anno di tempo) ad una semi-riforma; introducesse una disciplina positiva delle società tra professionisti il cui divieto di costituzione era stato già eliminato dalle leggi Bersani”.

“Nel maxi emendamento –continua Lirosi- sulle liberalizzazioni delle professioni non c’è quindi nessun passo avanti rispetto alle norme varate nel 2006. Semmai ce ne fosse stato bisogno, è l’ennesima dimostrazione di quanto abbiano pesato sulla sorte del paese gli errori del governo di centrodestra, che appena arrivato ha cancellato numerosi buoni provvedimenti presi dal centrosinistra, dalle liberalizzazioni alle misure contro l’evasione fiscale. Sono diversi i settori bisognosi di misure per promuovere la concorrenza (trasporti, farmaci, servizi bancari, rc-auto, carburanti, etc) ed è chiaro che il Governo Berlusconi ha sprecato anche questa ultima occasione, perchè è poco credibile che nel testo dell’emendamento ci possano essere disposizioni realmente efficaci in questa direzione.

www.partitodemocratico.it

"Vogliono solo arrivare a Natale", di Stefano Menichini

L’unico che l’aveva detta vera era stato Alfano, dietro la porta chiusa di un vertice del Pdl nel pomeriggio: dobbiamo a ogni costo arrivare a Natale. Arginare le defezioni nella maggioranza. Approdare a gennaio, quando la caduta del governo non potrà più essere rimediata dalla nascita di un altro esecutivo, ma solo seguita dalla corsa a elezioni a marzo.
C’era solo questo calcolo, politica spiccia di mediocre livello, dietro al tentativo che ieri sera – mentre chiudevamo questa edizione – stava invece portando il governo sugli scogli di una abdicazione definitiva.
Berlusconi voleva provare a salvarsi dal diktat europeo con un decreto che si limitava alla faticosa riscrittura della letterina redatta la settimana scorsa da Brunetta. Ma sul punto di varare il decreto, la giustificata diffidenza di Napolitano e la resistenza di Tremonti sembravano ieri sera avere avuto la meglio.
Se è saltato il decreto, è saltata la manovra salva-governo. Ed è saltato il governo medesimo, verrebbe da concludere obbligatoriamente.
Alla vigilia della scadenza, il G20 di Cannes, alla quale ci si sarebbe dovuti presentare finalmente con le carte in regola. E in chiusura di una giornata convulsa, attraversata da indiscrezioni sulla tentazione di Berlusconi di arrendersi, e da notizie contrastanti su una consistente fuga di parlamentari dal cuore del Pdl.
Cruciale è stato, ed è, il ruolo del capo dello stato. Napolitano ha dovuto registrare l’incapacità del centrodestra di darsi e di dare alternative a un trascinamento incompatibile con le assolute urgenze del paese. Ha visto infrangersi contro l’intangibilità di Berlusconi la ribadita disponibilità delle opposizioni. Ma ha tenuto fermo il punto: non ci salva con gli artifici, non ci si salva senza che tutte le forze politiche e sociali siano chiamate ad assumersi le proprie responsabilità.
Questo, a quanto è dato di sapere, l’argomento usato contro il ricorso al decreto, che avrebbe tagliato via qualsiasi ipotesi di collaborazione.
Ma al Quirinale ieri sera non potevano non sapere che non è più una questione procedurale: fermare Berlusconi sulla scaletta dell’aereo per Cannes vuol dire fermarlo per sempre.
Stefano Menichini

"Soffocano in fondo al pozzo. Morti di lavoro come 50 anni fa", di Massimiliano Amato

Erano due invisibili, Antonio e Alfonso. Di loro non c’è traccia d’iscrizione alla Cassa Edile di Napoli, come dire: zero garanzie, zero contributi, zero tutto. Ufficialmente, non sono mai esistiti. Sono morti di lavoro nero, asfissiati dai veleni sepolti nelle campagne di Gomorra. Nelle campagne al confine tra Somma Vesuviana e Ottaviano, dove un tempo comandava “don” Raffaele Cutolo e oggi spadroneggia la camorra-impresa, che nel sottosuolo ha scaricato di tutto: dall’amianto delle fabbriche dismesse ai bidoni pieni di schifezze chimiche provenienti dal Nord. Ma loro, Antonio e Alfonso, tutte queste cose non potevano saperle. Loro erano carne da macello. Due invisibili. Carne da 40 euro al giorno, rischi compresi. «È agghiacciante – commenta sconsolato CiroNappo, segretario della Fillea Cgil di Napoli. – Qui da noi si continua a morire sul lavoro esattamente come cinquanta o cento anni fa». Accanto al pozzo artesiano che ha inghiottito i due invisibili, restituendoli cadaveri dopo un paio di ore di lavoro buone del nucleo sommozzatori dei vigili del fuoco, c’è il cantiere della Statale 268. Un nastro d’asfalto nuovo di zecca che taglierà tutto il Vesuviano collegando l’estrema periferia orientale di Napoli con l’Agro sarnese nocerino, nel Salernitano. Dovrà funzionare come via di fuga in caso di eruzione del vulcano sterminatore. Per ora, è uno scheletro di acciaio e cemento che copre le vergogne di un ventennio di turpitudini nascoste e di sversamenti tossici abusivi. «Prima di iniziare i lavori, come Cgil imponemmo alla Prefettura la stipula di un protocollo d’intesa per la bonifica dei suoli. Chissà se le ditte che hanno vinto gli appalti l’hanno fatta veramente», è il dubbio che tormenta ora Nappo. Sembra un’altra storia, rispetto a quella dei due invisibili, in realtà non è così. Perché il pozzo artesiano in cui sono morti Antonio Annunziata, 64anni, e Alfonso Peluso, 54, entrambi di Ottaviano, e in cui ha rischiato di lasciarci le penne anche un terzo operaio, invisibile pure lui, Aniello Di Sarno, 30 anni, era profondo solamente sette metri. Non poteva uccidere. Non era la cisterna che, un anno fa, inghiottì 5 operai a Capua. Era poco più che un buco, utilizzato dai coltivatori della zona come invaso per la raccolta delle acque piovane. L’INCIDENTE Alfonso ci si è infilato per primo ieri mattina, cominciando a spicconare le pareti per allargarlo. Avrà guardato negli occhi l’inferno, perché ha cominciato quasi subito a sentirsi male. Era sceso senza alcuna protezione, ad un certo punto si è accorto di non essere più in grado di respirare. Con un filo di voce ha chiamato i compagni che stavano lavorando in superficie. Antonio Annunziata, che tra qualche mese avrebbe finalmente agganciato il traguardo della misera pensione sociale e nel frattempo si arrabbattava come poteva per mandare avanti la famiglia, si è calato subito, nel tentativo di soccorrerlo. Pochi, interminabili, minuti, e dal pozzo non è arrivato più alcun segno di vita. Ad allertare i vigili del fuoco è stato il terzo operaio. Non è stato facile tirare fuori i due cadaveri dal budello. Pur attrezzati, i sommozzatori hanno dovuto ampliare l’imboccatura dell’invaso per far passare le salme. Nel frattempo erano arrivati i carabinieri diSommaVesuviana. Hanno chiesto all’unico superstite notizie sulla ditta per la quale lavoravano, e sul proprietario del fondo agricolo.Hannoricevuto risposte vaghe, confuse. Dei proprietari del terreno, nessuna traccia. E in caserma, aSommaVesuviana, fino a ieri sera gli unici a presentarsi sono stati i parenti dei due operai uccisi dalle esalazioni. Il proprietario della ditta, che li aveva ingaggiati solo per il lavoro di ieri, è irreperibile. Ma le sorprese non erano finite: perché è bastata una veloce verifica che la Fillea Cgil ha fatto alla Cassa Edile per portare alla luce l’invisibilità di Antonio, Alfonso e Aniello. Nessuna iscrizione, non c’è traccia dell’apertura di una posizione previdenziale o assicurativa. Erano degli schiavi, reclutati per una, due giornate di lavoro.Comei tanti, troppi, invisibili mandati al macello nei cantieri di una regione in cui il numero delle morti bianche è in aumento esponenziale: 7 nella sola provincia di Napoli dall’inizio dell’anno. «Rispetto al numero di ore lavorate la percentuale degli incidenti è in aumento. Questa tragica vicenda dimostra che stanno cambiando le condizioni di lavoro», commenta il segretario generale della Cgil campana, Franco Tavella, che lancia una proposta: «Penalizzare le imprese che partecipano a gare di appalto e che si siano rese responsabili di gravi incidenti sul lavoro da mancato controllo. In questo caso il punteggio assegnato alle singole imprese, già in partenza, dovrà essere parametrato alla loro storia e al loro curriculum e agli incidenti sul lavoro».

L’Unità 03.11.11

"Successi internazionali, soldi e calcio. Silvio e il complesso del numero uno" di Gian Antonio Stella

«Ghe pensi mi». «No, per favore: no!». Mettetevi al posto del Cavaliere: è dura, per chi è convinto di essere «di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto nei 150 anni della sua storia», sentirsi assediato dalle invocazioni a farsi da parte. Non è solo una questione politica: è una pugnalata al suo amor proprio.
Sono anni che il Cavaliere batte e ribatte: «In Italia nessuno può dire di aver fatto quanto ho realizzato io. Nemmeno in Europa c’è uno che abbia una caratura paragonabile a quella di Berlusconi. E in America solo Bill Gates mi fa ombra. Adesso direte che sono presuntuoso, che ho un complesso di superiorità. Ma parlano i fatti».
Una convinzione radicata: «Non c’è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me, nessuno dei protagonisti della politica che ha il mio passato, che ha la stessa storia che ho io. Quando mi siedo a fianco di questo o quel primo ministro o di un capo di Stato, c’è sempre qualcuno che vuol dimostrare di essere il più bravo e questo qualcuno non sono io. La mia bravura è fuori discussione: la mia sostanza umana, la mia storia, gli altri se la sognano».
Lui, spiegò al Senato, fece finire decenni di conflitto tra i blocchi mondiali: «Abbiamo ottenuto risultati straordinari. Ricordo che nel 2002, quando facemmo il vertice a Pratica di Mare, per la prima volta la Russia entrò nell’Occidente ponendo fine a quella guerra fredda». Lui mise in riga i litigiosi Obama e Medvedev: «A loro ho intimato, come presidente per la terza volta del G8, di non presentarsi da noi in Italia senza avere almeno siglato il Trattato per la riduzione degli arsenali nucleari, delle bombe atomiche». Lui fermò la guerra nel Caucaso salvando Mikhail Saakasvili dopo che i russi avevano deciso «di attaccare la Georgia, di arrivare a Tbilisi e, parole che cito testualmente, attaccare all’albero più alto il presidente georgiano».
Lui, ancora, fermò la crisi planetaria: «E quando l’amministrazione repubblicana non mosse un dito e lasciò fallire Lehman Brothers, questo signore andò a Washington e spese un giorno intero col presidente americano e venne fuori la decisione: destinare 700 miliardi di dollari affinché le banche americane non fallissero altrimenti sarebbe stato il disastro».
Tutti trionfi guadagnati grazie ai legami amichevoli stretti con i leader del pianeta attraverso «la diplomazia del cucù»: «Prendi uno sotto braccio e con tutti stabilisci un ruolo preferenziale. Siamo o no il Paese più autorevole e più simpatico nel Mediterraneo? E allora dobbiamo contare di più». Ovvio che tutti lo adorassero: «Ovunque mi trovi la gente mi si fa d’intorno, mi incoraggia e mi festeggia, confermandomi così quel 68,4% di stima e apprezzamento che è rivelato dai sondaggi e che rappresenta il record di tutte le democrazie occidentali».
Un delirio di amore che, stando ai numeri che forniva, crebbe fino a coinvolgere evidentemente una buona fetta dell’opposizione, dei comunisti, dei disfattisti e perfino dei «professionisti dell’odio»: «Ieri i sondaggi mi davano al 75% di popolarità, gli ultimi di stamattina sono al 77%». Al che Fabio Mussi tornò a ridacchiare su una sua vecchia battuta: «Quando arriverà al 100% ci faccia un fischio».
Sempre primo, primo, primo. Primo alle elementari quando faceva i compitini agli altri in cambio delle merendine. Primo nella tesi di laurea sulla pubblicità. Primo a «portare in Italia le canzoni di Aznavour e di Becaud». Primo per coppe e scudetti: «Il 27° trofeo conferma il Milan come il club più titolato al mondo e fa di me il presidente che nella storia del calcio internazionale ha vinto di più. Bernabeu, il numero due, ha vinto la metà…». Primo nel pianeta per la collezione di cactus. Primo a fare un’intera legislatura da premier. Primo per numero di giorni a Palazzo Chigi. Primo per new-town tirate su dopo un sisma. Primo per numero di donne: «Non è colpa mia se tutte si innamorano di me e non sono neanche colpevole del fatto che anche in questo campo sono il numero uno».
E poi primo contribuente d’Italia. Primo «perseguitato dalla magistratura di tutte le epoche, nella storia degli uomini, in tutto il mondo». Primo erede di De Gasperi, ma meglio: «Sono assolutamente certo d’essere l’uomo più democratico mai giunto a essere primo ministro d’Italia». Il giorno in cui Enzo Biagi gli chiese chi gli venisse in mente quando pensava «a un grande uomo di stato», rispose: «Direi Adenauer, Churchill, De Gaulle… Ma siccome siamo in campagna elettorale dico Silvio Berlusconi». Convinzione granitica: «Passerò alla storia», disse a Renato Farina, «preparate il monumento». Equestre, si capisce: «Solo Napoleone ha fatto più di me».
Una fiera delle vanità che per anni, fino a qualche mese fa, ha fatto sorridere non solo chi detesta il Cavaliere ma anche quanti gli sono amici. Il guaio è che le cose sono drammaticamente cambiate. E il peso di questo ego spropositato e titillato da laudatores come Don Luigi Verzé («Berlusconi è stato mandato dalla divina Provvidenza per salvare questo Paese. E lo sta facendo molto bene») rischia di pesare sul destino del Paese. «Da quando siamo al governo», disse anni fa, «è successo di tutto, dall’11 settembre, alla stagnazione, ad alluvioni e terremoti, dunque mi sta venendo un complesso di superiorità: meno male che ci sono io, perché un altro che avrebbe fatto?». Ecco il tema: lasciare, per un combattente come lui che ha «sempre vinto», non sarebbe solo una sconfitta politica. Sarebbe una disfatta personale. Umana. Esistenziale. Come può andarsene da vinto? Come può immaginare che forse, chissà, magari, altri possano fare meglio di lui? Eppure potrebbe essere questa l’ultima scommessa del Cavaliere: dare torto a chi rifiuta perfino di immaginare che lui possa avere la generosità istituzionale di farsi da parte. E dimostrare al mondo intero che, anche per lui, l’Italia viene prima di lui.

Il Corriere della Sera 03.11.11

Bersani e la piazza del 5: «Ridiamo fiducia all’Italia», di Virginia Lori

Essere in piazza SanGiovanni sabato con lo spirito di una festa popolare: un appello a «tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro paese per avviare insieme una ricostruzione democratica, sociale ed economica dell’Italia». Dopo il vertice del Pd nella sede di via del Nazareno sulla crisi, il segretario Pier Luigi Bersani lancia la manifestazione del 5. Che vede come una «festa di popolo, aperta alle donne e agli uomini che desiderano manifestare il proprio impegno». Una festa con i concerti, tra gli altri, di Roberto Vecchioni, dei Marlene Kuntz, di Ziggy, apre, anche prima delle 14,30, la Med Free Orkestra. L’intento, spiega Bersani, è quello di imprimere «fiducia» più che come manifestazione di partito l’invito è a «venire in nome del popolo italiano, con le bandiere italiane, per dire che con il cambiamento, l’Italia ce la fa». In un momento così difficile il segretario Pd anticipa che indicherà «alla nostra gente», alle centinaia di associazioni, la strada che va percorsa. E proprio la «presenza di massa» cercherà di rispondere «a un’esigenza di rassicurazione rispetto alla gravità della situazione che stiamo vivendo e che si annuncia difficile».
L’organizzazione della manifestazione va avanti da giorni, in manoa Lino Paganelli, macchina umana delle feste democratiche e dell’Unità, e Nico Stumpo, responsabile organizzativo del partito: già prenotati 14 treni, due navi dalla Sardegna, oltre 700 pullman. Sarà un’occasione anche per restituire a Piazza San Giovanni «il posto che merita nella storia dell’Italia repubblicana, come luogo simbolo delle grandi manifestazioni democratiche», ha spiegato Bersani.
«Abbiamo le risorse per riprendere il cammino che ci spetta, per riconquistare la dignità che meritiamo, per riprenderci il nostro futuro di donne e uomini, di persone libere, serie, capaci». Le donne, soprattutto, che, «come sta accadendo anche in altre aree del mondo, a cominciare dalla sponda Sud del Mediterraneo» con la loro mobilitazione sono «uno dei pilastri fondamentali del cambiamento della società. A loro si rivolge il Pd e così pure a tutti gli uomini che hanno a cuore il futuro nazionale».
Sul palco ci saranno anche il candidato alle presidenziali francesi François Hollande e il presidente della Spd tedesca Sigmar Gabriel, come testimoni di un cammino comune dei progressisti europei in vista delle elezioni che impegneranno diversi paesi e «che potranno riportare l’Europa fuori dalle secche dove è stata condotta dai governi delle destre, contro i vari governi delle destre», ha proseguito Bersani. Anche Massimo D’Alema invita alla partecipazione: «L’emergenza è la drammatica crisi del paese e il fatto che tante persone scendano in piazza per dare un segno di speranza e di fiducia nell’Italia è un messaggio positivo. Se ci barricassimo in casa sarebbe un messaggio di disperazione».
Non la pensa così, evidentemente, Marco Follini, che sabato non sarà in piazza. Il senatore Pd, ex segretario
Udc, ha chiesto al Pd di ripensare la manifestazione di sabato a Roma: «Non siamo in campagna elettorale».
I MODERATI DEL CENTROSINISTRA
Resta isolata, perché i Moderati per il centrosinistra ci saranno, il corposo drappello piemontese guidato dal leader movimento,Giacomo Portas. Benduemila moderati arriveranno a Roma in treno da Torino e con 19 pullman anche dalla Lombardia, dall’Emilia e dal Veneto, con mele e prodotti tipici del Piemonte da regalare ai romani per dimostrare gratitudine nei confronti della città che ospita la manifestazione. «Parteciperemo convintamente alla manifestazione – spiega Portas – contro un governo ormai imbarazzante e inadeguato sia dal punto di vista politico che economico».

L’Unità 03.11.11