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"Tocca a noi farli smettere", di Luigi Bonanate

La soluzione in Medio Oriente va cercata fuori dallo scontro tra estremismi. Dobbiamo cercarla noi.

Possiamo dire quel che vogliamo dei palestinesi, dell’islamismo e della sua ideologia violenta, ma non possiamo permetterci di dimenticare che una parte dell’«ossigeno» che tiene in vita Gaza passa attraverso dei tunnel scavati sotto terra, sia a nord sia a sud della Striscia: insieme alle armi, passa anche cibo, passano medicinali, passano oggetti e cose utili. Ma ce l’immaginiamo che cosa significa la vita dei topi che quasi due milioni di persone fanno tutti i giorni, senza tregue? E non parlo di quelle militari, dico di quelle della vita di tutti i giorni.

Ma nello stesso tempo non possiamo indulgere al patetismo e accontentarci della commiserazione per i più sfortunati e infelici girandoci subito dopo dall’altra. Se le cose stanno così, non è né per un caso improvviso o imprevisto né per natura. L’unica cosa della quale non possiamo dubitare è che noi, né israeliani né palestinesi, facciamo comunque parte della tragedia anche se non ne abbiamo favorito od ostacolato il divenire. Su l’Unità di ieri così come su Le Monde nello stesso giorno, sono comparsi articoli che tentavano, generosamente, il bilancio delle accuse reciproche tra sostenitori (nostrani) dell’una e dell’altra parte. Tentativi meritori, che cercano di soppesare colpe e meriti delle due società e dei loro rispettivi governi. Ma onestamente, e fuor di ogni polemica, questo rischia di essere uno sport un po’ snobistico: non soltanto perché nel frattempo della gente muore (e mi si lasci dire: non soltanto bambini!), ma perché la loro morte appare, rebus sic stantibus, spaventosamente inutile. Lo scenario di questi giorni si è già ripetuto una quantità di volte; nessuno degli episodi del passato ha risolto alcunché né la comunità internazionale vi ha visto lo spunto per un qualche decisivo e coraggioso intervento.

Facile a dirsi, difficilissimo a farsi, certo. Ma le teorie sulla risoluzione dei conflitti ci dicono che il primo tentativo da operare, in casi così difficili, è l’allontanamento tra le parti, o quanto meno il loro reciproco staccarsi dai punti di contatto e di scontro. Non possiamo parlare di forze Onu di interdizione perché un veto in Consiglio di sicurezza lo impedirebbe: gli Usa non accetterebbero mai che Israele si trovasse messa, in qualche modo, sotto tutela, anche se provvisoriamente. Ma se non lo fanno le parti in lotta – perché ammettere che lo stato di guerra è per gli uni e gli altri una straordinaria seppur rischiosa assicurazione sul proprio potere, che dà loro quel potenziale di ricatto che li ha tenuti finora in sella – dobbiamo dirlo noi, che non stiamo combattendo. Che cosa succederebbe se Israele improvvisamente rinunciasse ai territori occupati e mettesse la questione nelle mani di un arbitro internazionale? Che cosa succederebbe se Hamas consegnasse le armi a una polizia indipendente e cessasse la sua propaganda? I rispettivi governi cadrebbero, imbevuti di spiriti di lotta e di guerra come le società su cui si appoggiano, che oggi rischiano di non saper più concepire una vita che non sia giocata nella sfida quotidiana con la morte.

In Terra santa (la chiamo così per esasperare il senso della frustrazione universale che dobbiamo provare) la soluzione non c’è, e non la si trova se non la si è trovata in più di 60 anni di conflitto. Vuol dire che bisogna cercarla fuori, cioé tra noi altri che, smettendo di scambiarci accuse sugli eccessi retorici a favore di una delle due parti, dobbiamo promuovere l’impegno degli stati del mondo – non di quei soliti due, che credono di poter ancora fare il bello e il cattivo tempo, ma non ne hanno più né il potere né il diritto (se mai l’hanno avuto) – che devono «marciare» (me lo si lasci dire così, alla buona) in una specie di crociata all’incontrario per fermare le armi, curare i feriti, sfamare gli affamati, ingiungendo loro di smetterla: l’alternativa sarebbe – dovremmo dire loro – attaccarvi, combattervi tutti e sconfiggervi!

È ovvio che non sto facendo una proposta politica operativa: vorrei comprendessimo che l’impegno del mondo pacifico, l’intervento di chi vive senza difficoltà, dovrebbe porsi come sacrificio per la pace in Medio Oriente. Un esempio: l’Unione europea, invece di litigare su Mogherini sì o no, Letta mah o forse, dovrebbe intervenire a piedi giunti nella situazione e, data la sua vicinanza, alzare una voce possente che ingiunga alle parti di arretrare. La violenza ha sempre causato una peggiore violenza. È il momento di invertire la lotta.

da L’Unità

"Regge il tavolo Renzi-Di Maio, preferenze in cambio del doppio turno di lista", di Francesco Maesano

Il vicepresidente della camera entusiasta: «Con i nostri voti, insieme al Pd, gli italiani ad ottobre avranno le preferenze nella legge elettorale»

Il Rio delle Amazzoni è un po’ più stretto. I diritti su questa metafora appartengono a Matteo Renzi, che l’ha utilizzata parlando della riforma del senato. Ma, per ora, ad essersi ridotta sensibilmente è la distanza tra Pd e M5S sulla legge elettorale, tanto da consentire a Di Maio una, seppure molto ottimistica, rivendicazione del primo passo fatto: «Con i nostri voti, insieme al Pd, gli italiani ad ottobre avranno le preferenze nella legge elettorale».

Il vicepresidente della camera, piuttosto teso, si era presentato al tavolo con l’ennesima lista di punti: le preferenze, il no alla presenza dei condannati in parlamento e alla candidature plurime, il doppio turno di lista e l’assenza delle soglie di sbarramento. Renzi, arrivato all’incontro un po’ a sorpresa, si è occupato della spunta. Ok a una norma per il “parlamento pulito” e allo stop alla presenza in più collegi dello stesso candidato. Fin qui tutto facile.

Sul doppio turno il premier ha raccolto l’apertura dei Cinquestelle, rimandando però la proposta avanzata da Di Maio di renderlo di lista e non di coalizione al dialogo con le altre forze politiche che sostengono l’Italicum. «Non piacerà ai piccoli partiti», ha spiegato Renzi, e in effetti nella serata di ieri Scelta Civica ha spiegato che, piuttosto, meglio l’uninominale.

Collegato a questo c’è il tema delle soglie. Il M5S le vuole eliminare, per dare diritto di tribuna alle formazioni minori. Il sottosegretario Gianclaudio Bressa, all’incontro in veste di esperto di legge elettorale, ha spiegato che in Europa non c’è una legge elettorale che non le preveda e su questo il Pd intende tenere il punto. Non che il vicepresidente Cinquestelle della camera ci tenga particolarmente.

Il vero (e unico) bersaglio politico al quale mira il M5S a guida Di Maio sono le preferenze. Renzi ha spiegato di essere favorevole alla reintroduzione ma ha chiarito che anche su questo punto dovrà sentire gli alleati sulla riforma della legge elettorale, dato che sul punto vige il niet di Silvio Berlusconi e occorrerà capire se e quanto spazio di manovra sia disposto a concedere il leader di Forza Italia al tentativo di dialogo tra M5S e Pd. Uno spazio che Di Maio dovrà conquistarsi anche sul fronte interno.

Ieri, appena finito l’incontro, la proto-capogruppo alla camera Roberta Lombardi twittava rivolgendosi a Roberto Speranza: «Mi dicono che il soprammobile ha parlato e ha lamentato che li trattiamo male. Poveretto!». Sintomo evidente del malessere che attraversa l’ala oltranzista (oggi marginale) e che la visita di Grillo non è riuscito a sopire del tutto.

da europaquotidiano.it

"Il governo scommette su Pompei: «Entro il 2015 finiti i lavori nel sito»", di Guido Ruotolo

105 milioni: sono le risorse stanziate per il progetto; per i lavori conclusi è stato speso circa 1 milione e mezzo. Ogni 4 mesi verifica degli interventi Turni anche la notte in caso di ritardi

Raggiante il ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini, dopo aver firmato il Piano d’azione per il Grande Progetto Pompei: «Finalmente, dopo 4 mesi di lavoro abbiamo ridefinito l’accordo e stabilito un cronoprogramma preciso di interventi. Abbiamo messo mano alla legislazione, formato una nuova squadra ricca di professionalità, e ci lasciamo alle spalle decenni di ritardi e pasticci».
Un piano massiccio di interventi finanziati dall’Europa, maturato all’indomani dei crolli nell’area archeologica che hanno creato sgomento e stupore nell’opinione pubblica internazionale: 105 milioni di euro, è il totale delle risorse programmate. Il Grande Progetto Pompei ha conosciuto i suoi primi passi nell’aprile del 2012; se si rispetterà la scadenza della fine del 2015, saranno passati 3 anni e 8 mesi in tutto.
Franceschini ha definito «Pompei una grande sfida per il Paese». Prima di lui il comL’incontro di ieri fra il governo e il commissario Ue a Pompei missario Ue per la politica regionale, Johannes Hahn, era stato chiaro: «Ciò che non sarà stato impiegato entro il 31 dicembre del 2015 andrà irrimediabilmente perso, ma per il futuro altri fondi potranno essere stanziati per Pompei».
In questi mesi c’è stato anche chi tifava contro, soddisfatto che i lavori finanziati dalla Commissione Europea non decollassero. E le assemblee dei custodi che a fine giugno hanno costretto centinaia di turisti ad aspettare sotto il sole per ore, prima di poter entrare.
«Pompei davvero è uno dei siti archeologici più emozionanti al mondo. E’ bellissimo – commenta Franceschini – ma conquista sempre le prime pagine dei media del mondo per qualche insignificante crollo o per un’assemblea convocata per impedire l’ingresso a migliaia di turisti innamorati della storia e della bellezza di Pompei».
Ma in conferenza stampa, il sottosegretario Graziano Delrio e il ministro Franceschini hanno preso le distanze dal passato. Delrio: «Accettiamo la sfida a recuperare i ritardi, che ci sono stati, non lo neghiamo». I ritardi: «Progetti conclusi, spesa di 1.548.543 euro; progetti in corso, 24.941.737. Progetti con gare in corso, 25.565.506 euro».
La scommessa del governo è completare i lavori e gli interventi programmati entro la fine del 2015, Insomma, in 18 mesi. Si tratta dei Piani della conoscenza, della fruizione, della comunicazione, della sicurezza, della capacity building, per un totale di 20 milioni. Poi c’è la messa in sicurezza di tutta l’area archeologica dal rischio idrogeologico. Previsto anche un rafforzamento delle commissioni delle gare, con l’integrazione del numero delle commissioni di gara e l’intensificazione deí relativi programmi di lavoro per accelerare al massimo f tempi di affidamento dei lavori.
Se sarà necessario, avverte il direttore generale del Grande Progetto Pompei, Giovanni Nistri, «si lavorerà anche di notte e nei festivi». E, annuncia il commissario Ue, Hahn, «ogni 4 mesi si verificherà lo stato di avanzamento dei lavori».

da La Stampa

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“La Ue «commissaria» Pompei”, di Francesco Prisco
Beni culturali. Ieri la firma del Piano d’azione Rigido cronoprogramma, verifiche periodiche sulla spesa. Franceschini: l’Italia si gioca la faccia Delrio: lavori anche di notte

Guai a utilizzare il termine nei corridoi del Mibact, ma per il Grande progetto Pompei si profila una sorta di commissariamento da Bruxelles. Il piano d’azione sottoscritto ieri mattina nell’auditorium degli scavi dal commissario europeo per le politiche regionali Johannes Hahn, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e dal governatore campano Stefano Caldoro inchioda l’Italia a un rigido cronoprogramma per la spesa dei io5 milioni cofinanziati dall’Ue entro il termine di dicembre 2015.
Ogni quattro mesi avrà luogo un monitoraggio per «sorvegliare l’attuazione nei tempi stabiliti» e «individuare tempestivamente eventuali criticità da rimuovere». Dunque a scadenze prestabilite «verificheremo ha detto Hahn gli stati di avanzamento e li pubblicheremo, per creare una pressione sociale su questo percorso. Ciò che non è stato impiegato del finanziamento andrà perso». Chi tra Roma e Pompei confidava in una proroga sarà rimasto deluso. Ma non troppo: «Pompei ha aggiunto il commissario europeo avrà accesso anche ai fondi della prossima programmazione Ue».
Hahn ha annunciato che, a prescindere dal nuovo mandato che a Bruxelles gli sarà affidato per il prossimo quinquennio, chiederà al presidente della Commissione Jean-Claude Junker di continuare a occuparsi dell’area archeologica vesuviana. Come garanzia di continuità.
Nello staff del dg Giovanni Nistri dovevano contarci, considerando che nella tabella degli interventi da progettare già si conteggiano quattro milioni non ancora stanziati che serviranno al completamento della messa in sicurezza delle regiones. Il piano d’azione parte da una fotografia dell’esistente: da aprile 2012 a oggi a Pompei i progetti conclusi valgono appena 1,5 milioni, quelli in corso 24,9 milioni, mentre le gare in fieri hanno una consistenza di 25,5 milioni.
«Il ritardo c’è stato, ha ammesso Delrio non lo neghiamo» ma «recupereremo e lo faremo in piena trasparenza». Per fine anno, anche in virtù dei poteri conferiti a Nistri dal decreto Art Bonus, il valore dei progetti conclusi dovrà salire così a 2,3 milioni.
Balzo vertiginoso ad aprile dell’anno prossimo, con lavori chiusi per 13,7 milioni fino a centrare l’obiettivo dell’intera posta del Grande progetto spesa a dicembre 2o15. Possibile? «In Italia – ha detto Delrio – per realizzare un’opera pubblica del valore di 50 milioni servono in media nove anni», sotto il Vesuvio ci vorrà discontinuità: «Se sarà necessario ha aggiunto il sottosegretario terremo aperti i cantieri anche di notte e nei giorni festivi».
L’arsenale del piano d’azione per velocizzare la spesapassa per il rafforzamento delle commissioni di gara, la responsabilizzazione dei responsabili unici di procedimento, il rafforzamento delle professionalità dedicate alla fase di esecuzione, il potenziamento della soprintendenza (anche attraverso i 63 addetti a tempo determinato ancora da assumere), l’implementazione tecnico progettuale.
Siva insommaverso gare integrate: non c’è più tempo per passare attraverso commissioni d’assegnazione di progetti preliminari e successivi passaggi per gli esecutivi, com’è stato fatto finora. Prevista anche la negoziabilità delle condizioni contrattuali.
I ribassi d’asta, a quanto ha spiegato Franceschini, dovrebbero consentire di recuperare risorse da appostare su almeno dieci nuovi progetti non inclusi nei 39 della lista originaria.
«La sfida di Pompei ha detto il ministro è la sfida del Paese, è la sfida dell’Europa. Vincerla significa dimostrare che l’Italia vuole investire sul suo patrimonio culturale». Questione decisiva dal momento che «ogni nazione deve individuare la sua vocazione e investire sulle proprie migliori risorse». Il governatore Caldoro ha in ultimo sollecitato il governo affinché resti massima «l’attenzione alla governance comune sul Grande progetto anche per l’extramoenia, guardando all’attrattivita che questo territorio deve garantire».

LA PAROLA CHIAVE
Rup
Il responsabile unico del procedimento (Rup), introdotto dalla Legge 241/90, è una figura chiave nella progettazione e realizzazione di opere di architettura o ingegneria civile. Svolge tutti i compiti relativi alle
procedure di affidamento e alla vigilanza sulla corretta esecuzione dei contratti. Il piano del Grande progetto Pompei rende i rup pienamente responsabilizzati su tempi e scelte

da Il Sole 24 Ore

"Timidi segnali di ottimismo: forse il peggio della crisi è passato", di Paolo Natale

Anche se i dati reali del Pil non sono ancora rosei, la percezione della gente è cambiata in senso positivo e il clima di fiducia favorisce la ripresa.

Per qualcuno dipenderà dall’approssimarsi del meritato riposo vacanziero, per qualcun altro da una sorta di “effetto Renzi”, per altri ancora il corollario di un effettivo miglioramento personale. Quali che siano le ragioni effettive, da qualche settimana in Italia sembra respirarsi un’aria nuova, un’aria non così disperata come accadeva fino a poco tempo fa, un’aria di possibile ripresa economica ed occupazionale.

Certo, inutile sottolinearlo, gli indicatori oggettivi del Pil non sono ancora rosei, secondo Eurostat l’inversione di rotta sembra allontanarsi di nuovo, viene confermato il calo del manifatturiero europeo, dopo quello già affiorato nelle grandi economie mondiali. In particolare, i dati sulla crescita della produzione industriale nell’area euro, durante il mese di maggio, sono risultati negativi per la maggior parte dei paesi, attestandosi molto al di sotto delle previsioni degli economisti.

Ma un conto sono i dati reali, un altro conto è la percezione che di questi fatti reali ne ha la popolazione. Perché, come sappiamo, un clima di fiducia da parte degli imprenditori e degli istituti di credito non può che agevolare, in qualche modo, i sintomi di ripresa. Se così questi vengono percepiti dagli italiani. Perché nel paese sembra crescere l’ottimismo.

Diversi tra i tradizionali indicatori del clima economico-sociale vedono infatti, da un paio di mesi a questa parte, una lenta ma costante inversione di tendenza. La quota dei cittadini che si dichiarano “molto preoccupati” della propria situazione economica è passata dal 70 per cento di inizio anno all’attuale 55; coloro che, pensando alla crisi economica, affermano che il «peggio deve ancora arrivare» si sono ridotti dal 57 al 42 per cento negli ultimi tre mesi.

Nel contempo, il numero di ottimisti sulla situazione economica italiana si incrementa costantemente, passando dal misero 5 per cento di febbraio al meno catastrofico 15 per cento attuale; gli ottimisti sulla propria condizione personale vanno nella stessa direzione, sia pur con un incremento più ridotto, dal 18 al 25 per cento.

L’indicatore economico complessivo, che tiene conto di tutti i diversi aspetti della crisi, sia dell’occupazione che del reddito individuale e collettivo, vede un miglioramento di quasi 10 punti percentuali, rispetto allo stesso dato dello scorso anno. Infine, numeri in crescita anche alla classica domanda, di stampo Usa: «Pensa che il nostro paese stia andando nella direzione giusta o sbagliata?».

Esattamente un anno fa, secondo le rilevazioni Ipsos, la quota di popolazione che riteneva di andare nella direzione corretta era quasi insignificante, poco meno del 10 per cento, mentre oggi è salita fino al 30, triplicando di fatto la quantità di italiani pessimisti sul futuro del nostro paese. Si dirà: non sono certo numeri da capogiro; la vasta maggioranza della popolazione non ha ancora in vista un reale cambiamento di rotta, non percepisce in quantità considerevole una ripresa economica, né in generale né per quanto concerne la propria vita individuale.

Non si può certo affermare che i nostri connazionali stiano facendo salti di gioia per lo stato della nazione. E se in assoluto questo è vero, ed è giusto sottolinearlo, non lo è in senso relativo, e la comparazione con le percezioni diffuse fino a qualche mese fa lo testimonia in maniera evidente. Da marzo-aprile ad oggi sembra crescere l’ottimismo nella popolazione; sia la percezione che il peggio – dal punto di vista occupazionale ed economico – possa forse essere alle nostre spalle, sia l’idea che per la prima volta, da anni, si stia andando nella giusta direzione di marcia crescono dunque in maniera significativa nell’opinione degli italiani.

Non sarà ancora l’ottimismo della ragione, ma nemmeno il de profundis dello scorso anno. Solo timidi segnali che qualcosa sta finalmente cambiando, nell’immagine del futuro.

da www.euroapquotidiano.it

"Scelte chiare per la ripresa", di Silvano Andriani

Mario Draghi ha avanzato la proposta di un governo europeo delle politiche strutturali dopo l’annuncio che la Bce si prepara a fornire mille miliardi di liquidità al sistema bancario. L’economia reale, tuttavia, non ha avuto modo di gioire di questo annuncio: gli ultimi dati sono negativi.
Lo sono per tutti i paesi europei, compresa la Germania, sollevano dubbi sulla ripresa ed aumentano i timori di una possibile deflazione. Le stesse preoccupazioni ha espresso ieri, a proposito dell’Italia, anche il ministro Padoan. L’idea di coordinare e controllare a livello europeo le politiche strutturali può avere qualche riflesso positivo ma, in generale, appare come un tentativo di razionalizzare la linea esistente che è già fallita rispetto all’obbiettivo di rilanciare l’economia reale in Europa. Innanzitutto è noto che le politiche strutturali producono i loro effetti in tempi medio-lunghi; bisognerebbe inoltre definirle in modo assai diverso da come lo furono nella famosa lettera della Bce al governo Italiano di qualche anno fa che riduceva tutto alla “flessibilità” del mercato del lavoro ed alle pensioni. Livello dell’evasione fiscale e della corruzione, funzionamento della macchina statale, dotazione di infrastrutture, squilibri territoriali e politiche strutturali per superarli e per adeguare i sistemi economici alla sfida del passaggio ad un nuovo modello di sviluppo, questi dovrebbero essere i temi verso i quali orientare un governo europeo delle riforme strutturali.

Il principale problema strutturale è di dimensione europea ed è la crescente divergenza tra i diversi paesi dell’Unione che è aumentata dall’entrata in funzione dell’euro e aumenta ancora in seguito alle politiche di austerità per quanto riguarda soprattutto i tassi di crescita e di occupazione e l’andamento del debito pubblico. Sarebbero necessarie politiche di dimensione europea dirette a ridurre le divergenze e rilanciare la crescita e che comporterebbero anche un rilancio della domanda interna nell’area. Questo è il problema assente nella proposta di Draghi. D’altro canto l’area europea, in seguito alle politiche di austerità – cioè a prezzo di un aumento straordinario della disoccupazione e di una riduzione delle retribuzioni e del tenore di vita – ha accumulato un robusto attivo della bilancia dei pagamenti, perciò ha ora tutto lo spazio per un rilancio della domanda interna: avere 26 milioni di disoccupati e mantenere un attivo consistente della bilancia dei pagamenti
sarebbe più che un errore un crimine.

L’aumento della domanda interna europea può avvenire attraverso due leve. Innanzitutto una formidabile strategia di investimenti: il passato trentennio ha conosciuto nei paesi avanzati il più basso livello di investimenti, soprattutto di quelli pubblici, della storia del capitalismo e tale livelo è letteralmente collassato dall’inizio delle politiche di austerità. Si è accumulato un enorme fabbisogno di investimenti in beni pubblici, infrastrutture e nelle imprese anche allo scopo di adattare la struttura economica ad un nuovo modello di sviluppo anche più sostenibile dal punto di vista ambientale. L’altra leva può essere l’aumento delle retribuzioni e quindi dei consumi a partire dai paesi con forti attivi della bilancia dei pagamenti ciò che consentirebbe simultaneamente di aumentare la domanda interna europea e ridurre le divergenze di competitività derivanti dal costo del lavoro. Segnali in questa direzione vengono dal discorso di insediamento di Juncker e dalla decisione del governo tedesco si stabilire un salario minimo che potrebbe far lievitare il livello complessivo delle retribuzioni.

Una grande strategia di investimenti può essere finanziata anche dalla politica monetaria, se, alla fine, la Bce si decidesse ad operare più direttamente verso l’economia reale come fatto dalla Fed e dalla Banca giapponese. Potrebbe essere finanziata attraverso il bilancio dell’Unione, anche attraverso l’indebitamento, aumentando fortemente le dotazione della Bei e dei Fondi specializzati di investimento per infrastrutture esistenti o da costituire; può essere finanziata con la mobilitazione di risparmio privato: bassissimo livello degli investimenti e politiche monetarie costantemente espansive hanno generato una enorme massa di risparmio che in mancanza di nuovo investimenti si riversa sugli asset esistenti con effetti speculativi. Il rilancio degli investimenti andrebbe realizzato, naturalmente, anche a livello nazionale per questo è di importanza decisiva sottrarre dal calcolo del deficit pubblico le spese per investimenti. Ma non meno importante è che lo Stato si doti di una capacità di programmazione strategica degli investimenti e di orientare il loro finanziamento. Su questo tema si sta discutendo in molti paesi: in Inghilterra sono state costituite già due banche pubbliche e
si discute, su proposta della London School of Economy, di una banca pubblica di affari e di una banca delle infrastrutture; anche negli Usa si discute di una banca della infrastrutture ed Obama ha proposto la creazione di istituti di ricerca pubblici per i settori ritenuti strategici per lo sviluppo futuro; la Germania ha una enorme banca pubblica, la Kwf, con funzioni di politica industriale e di sostegno al bilancio pubblico; Il Cile ha costituito un Sistema Nazionale per gli Investimenti Pubblici, Australia e Canada vanno nella stessa direzione.
L’Italia, durante la prima Repubblica, aveva il più complesso sistema di intervento pubblico nell’economia di un paese capitalistico: quel sistema fu liquidato, ma al suo posto non ne è stato costruito un altro. In Italia vi è circa un trilione di miliardi di euro di risparmio gestito e alcune associazioni di investitori istituzionali, quali Ania, hanno manifestato la disponibilità a dialogare col Governo sul tema degli investimenti. Sarebbe urgente concentrare l’attenzione sugli strumenti attraverso i quali il governo intende dotarsi della capacità di influire sulle strategie di investimento ed orientare verso di esse parte delle risorse finanziarie esistenti.

da l’Unità

"Il nostro debito verso quei morti", di Paolo Soldini

Non sappiamo che cosìè davvero accaduto nel cielo sopra il confine tra l’Ucraina e la Russia. Chi e come ha ammazzato 295 esseri umani che il destino ha sorpreso in una delle tante parti del mondo in cui la guerra uccide non solo gli uomini e le donne innocenti, ma anche le certezze che avremmo il diritto di considerare ovvie. Come quella di salire su un aereo per tornare a casa, andare a lavorare, oppure in vacanza.
Forse non lo sapremo mai, perché la logica dei conflitti moderni rifiuta e disprezza l’obbligo della verità e della trasparenza. Sia stata una mostruosa provocazione o un errore, è anche possibile che nessuno potrà mai dare ai parenti e agli amici di quei morti la consolazione, minima ma dovuta, di sapere perché è toccato proprio a loro.
Una cosa però la sappiamo. Quello che accade in quella parte d’Europa riguarda tutta l’Europa. Quella guerra è intollerabile e lo era anche prima che sacrificasse i 295 sventurati che avevano preso quell’aereo ad Amsterdam, una delle nostre capitali. Non c’è rivendicazione di identità, non c’è diritto di sentirsi appartenente a una etnìa, a una lingua, a una religione, a una nazione che giustifichi la scelta di prendere le armi e sparare. Non c’è in nessuna parte del mondo, ma crediamo di poter dire che c’è meno che mai in Europa, perché questo è il continente cui la Storia ha buttato in faccia le estreme conseguenze cui porta l’odio tra le nazioni e tra i popoli. Ha visto il Grande Macello di due guerre totali, ha visto Auschwitz. E poi – ed è cronaca più che storia – ha visto i massacri delle guerre balcaniche. Ha visto Srebenica.
E allora, se sull’onda della tristezza e della pietà per quei 295 innocenti sacrificati c’è una riflessione da fare, essa riguarda le nostre incompiutezze, le nostre insufficienze, le nostre ipocrisie e reclama un’autocritica onesta. L’Europa, si dice, vive in pace da quasi settant’anni e questo non era mai successo prima. Ha imparato le durissime lezioni della propria storia e ha ingabbiato nazionalismi e intolleranze in un sistema politico-istituzionale maturo e democratico che è cresciuto dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio all’Unione di oggi, attraversata da mille tensioni e da mille particolarismi, certo, ma che ha relegato l’idea stessa di un conflitto armato tra le nazioni tra gli eventi impossibili. Fantasmi che non ci spaventano più. E però attenzione. Ai margini di questa Europa ce n’è una che vive ancora in un altro pianeta, in cui la guerra non è un evento impossibile, ma una possibilità, una prospettiva, una paura per moltissimi, ma un desiderio, una tentazione, un gioco della politica per altri. E spesso per quelli che hanno il potere di farla, la guerra.
L’abbiamo visto nei Balcani. Lo stiamo vedendo in Ucraina e, in dimensioni ancor più tragiche, nel Medio Oriente, che dall’Europa è separato da un piccolo mare che è il più frequentato del mondo. Dobbiamo sentirci in colpa, per quest’altra Europa. Perché non siamo stati capaci di offrire speranza alla sua gente, perché non abbiamo fatto abbastanza per mediare, per negoziare, per aiutare le forze che la guerra la rifiutano e cercano le vie d’un compromesso. Perché siamo venuti noi, a compromesso, con i nostri interessi, con le nostre compiacenze verso élites che non vogliono la pace. Dobbiamo riprendere il filo del negoziato, di tutti i negoziati che possono allentare le tensioni e portare verso la ragione. È il debito che abbiamo, anche noi, verso quei 295 morti.

da L’Unità

"Una guerra che riguarda tutti", di Cesare Martinetti

Alla fine l’incidente è arrivato, lo scenario da guerra fredda è da ore sugli schermi tv-computer-smartphone di tutto il mondo. Quale che sia la causa e chi sia il colpevole, un aereo non può cadere per caso in un zona di guerra. Qualcuno ha premuto un grilletto.
Le 298 povere vittime originarie di ogni angolo del pianeta trasformano il conflitto che da mesi sobbolle in quella periferia di confine tra Ucraina e Russia in un conflitto dal valore globale. Non è più una nuova, vecchia, sporca storia tra ex sovietici. Quella guerra, ora più che mai, ci riguarda tutti.
Anche per questo la mancata nomina dell’Alto commissario per la politica estera stende sulla già critica immagine dell’Unione europea un’ulteriore patina di grottesca impotenza. Mentre a Bruxelles si discute e non si decide, nel Donbass si muore. Certo la composizione della Commissione europea – l’organismo che di fatto «governa» 28 Paesi – non è cosa semplice. Non va dimenticato che l’Europa è una realtà ma è anche – ancora – un processo.
Come diceva Helmut Kohl – opportunamente citato dal nuovo presidente Juncker nel suo discorso di insediamento – l’Unione europea è «come il corso del Reno». Ma il suo avanzamento verso il traguardo non è mai stato così lento, contraddittorio, segnato dalla crisi e dunque ostacolato da dubbi e ripensamenti, svuotato di energie solidali e comunitarie, reso egoista dall’attitudine dominante fatta di furbizie e particolarismi.
Collocando Kohl – con François Mitterrand e Jacques Delors – a nume tutelare del suo programma Juncker ha voluto iscriversi in un’ottica decisamente comunitaria, sociale e solidale, per superare i pregiudizi e le divisioni. Rompere cioè con quell’andazzo intergovernativo che ha piagato gli ultimi tempi della politica europea trasformandola in un rodeo: Nord contro Sud, forti contro deboli, ricchi contro poveri. Per superare tutto questo è necessaria una leadership forte, come non lo è stata quella del tandem Barroso-Van Rompuy cui si deve aggiungere la presenza impalpabile di Lady Ashton, inefficace e velleitaria ministro degli Esteri.
Tuttavia la colpa è solo in parte dei protagonisti, le nomine sono sempre il frutto di rapporti di forza. Vengono scelte personalità deboli quando i governi vogliono continuare a comandare, quando si smarriscono le priorità comunitarie. Jean-Claude Juncker è certamente un leader forte, gode – primo presidente della Commissione – del consenso del Parlamento europeo, ha una solida esperienza riconosciuta. Il presidente del Consiglio europeo e l’Alto commissario per la politica estera – i due principali posti che devono essere riempiti – dovranno esserlo altrettanto.
L’impasse che ha impedito ai capi di governo e di Stato di pervenire mercoledì notte ad un accordo è invece la fotografia dell’attuale paralisi comunitaria. Sulla nomina del ministro degli Esteri si è poi manifestata una divisione netta e ardua da sormontare: gli ex paesi satelliti di Mosca (fra tutti Polonia e Baltici) considerano discriminante il rapporto con Putin. Sono loro – a torto o a ragione – a spingere su posizioni da «guerra fredda», per quanto anacronistica ed irreale possa apparire. Sono loro gli ultrà dell’Alleanza atlantica, quelli che già all’epoca della guerra con l’Iraq avevano spaccato l’Ue (alleati però allora di Blair-Aznar-Berlusconi) schierati senza se e senza ma con Bush e contro la coppia franco-tedesca e timbrati allora con l’appellativo di «maleducati» dal presidente francese Chirac.
Matteo Renzi ha sicuramente fatto bene a porre con determinazione la candidatura di Federica Mogherini a ministro degli Esteri Ue, posto che nella ripartizione geografica e politica delle nomine spetta a un rappresentante italiano della sinistra. Non siamo certi che abbia fatto altrettanto bene a non tenersi una carta di riserva, perché proprio nella logica comunitaria instaurata da Juncker le poltrone si conquistano con il consenso e in funzione di una politica condivisa. Da questo punto di vista gli indugi e le esitazioni europee nella vicenda ucraina hanno fatto più male che bene a Kiev, allargando lo spazio di manovra di Putin. La visita della nostra ministra al Cremlino, al di là dei contenuti, è servita da pretesto simbolico ai suoi nemici per attribuirle l’etichetta di amica di Mosca. La Farnesina avrebbe fatto bene ad equilibrare quell’immagine con le foto degli incontri della Mogherini con i dirigenti ucraini.
Nell’intervista pubblicata su La Stampa di sabato scorso, il presidente Giorgio Napolitano ha rappresentato la complessità della situazione e indicato un possibile percorso per uscire dalla crisi: riaffermare la legalità internazionale, sostenere i nuovi poteri legittimi a Kiev, discutere con Mosca le sue preoccupazioni e i suoi interessi. Non si può azzerare la storia e quanto essa ha depositato di russo in Crimea e nel Donbass. Né si deve – per effetto della crisi – considerare esaurita la strategia di coinvolgimento della Russia nella comunità internazionale con un atteggiamento di esclusivo «contenimento» riproducendo un’anacronistica guerra fredda.
Per affermare una tale linea – che possiamo definire di mediazione e certamente non gradita ai «nuovi» europei – ci vogliono leader e leadership forti e riconosciute, la politica non è un esame di relazioni internazionali. Troppi «focolai di crisi» sono accesi intorno a noi, avvertiva Napolitano. Ogni crisi – oggi – può diventare globale. Per quanto possiamo fare in fretta l’aereo malese abbattuto ieri sulla terra grigia e dolente d’Ucraina ci dice che siamo drammaticamente in ritardo.

da www.lastampa.it

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“Sulla trincea d’Europa”, di Paolo Garimberti
L’abbattimento nel cielo sopra le linee del fronte della guerra russo-ucraina di un aereo della Malaysia Airlines, una compagnia contro la quale il destino si accanisce in maniera agghiacciante, riporta d’improvviso l’attenzione su un conflitto che si stava nascondendo dietro una routine quasi burocratica: nei notiziari giornalistici, nell’opinione pubblica e nei corridoi della diplomazia internazionale. Oscurato dall’acutizzarsi della crisi di Gaza nell’eterno scontro israelopalestinese. Oscurato dai litigi sulle nomine del nuovo vertice dell’Unione europea, dal declino domestico di Obama e perfino dalla vittoria della Germania nei mondiali di calcio. Eppure i morti continuavano a essere a centinaia nelle file dell’esercito regolare ucraino e di quello irregolare filorusso, specie nella regione Shiaktiorsk ( shaktar in ucraino significa minatore, principale lavoro nell’area di Donetsk, che ne è la capitale). Da dove sarebbe partito il missile che avrebbe abbattuto il Boeing 777, stesso modello e stessa compagnia di quello misteriosamente scomparso tempo addietro nei cieli dell’Estremo Oriente. Specie dopo che il nuovo presidente ucraino Petro Poroshenko aveva deciso di mostrare i muscoli, rivestendoli sovente della mimetica da combattimento, per remunerare politicamente la piazza che l’ha eletto e che reclama l’annientamento delle milizie separatiste.
Ma come tutte le guerre intestine (e quella in Ucraina lo è per la storia dei rapporti tra i due Paesi), a sfondo etnico, la quantità delle vittime diventa a lungo andare una tragica, ma ripetitiva contabilità, che fa sempre meno notizia. Finché c’è la strage che ridesta l’attenzione e risveglia le coscienze. Così fu per la mattanza di Srebrenica nel conflitto balcanico (che quello russo-ucraino molto ricorda) per la quale proprio due giorni fa è stata condannata l’Olanda con una sentenza che fa Storia, prima ancora che giurisprudenza.
Ora è molto difficile — come lo fu a lungo nei Balcani — stabilire chi è il carnefice nel rimpallo di accuse tra ucraini fedeli a Kiev e ucraini fedeli a Mosca. Nessuno sa di che armamenti siano esattamente in possesso le milizie separatiste e dunque, fino a prova contraria, la loro affermazione di non avere missili capaci di raggiungere un aereo che volava a 10mila metri di quota non può essere dismessa come disinformatsjia di stampo vecchio Kgb. Però alcuni indizi sono sospetti: c’era in aria, in quel momento, un Iljushin 76 che trasportava viveri per le truppe di Kiev. Un missile a ricerca automatica può aver puntato il velivolo sbagliato?
I vecchi cremlinologi, tornati in auge grazie alla nostalgica vocazione imperiale di Putin, troveranno anche sospetto lo zelo con il quale il numero due dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, il filorusso Andrei Purghin, ha promesso che la scatola nera del Boeing sarà consegnata alle autorità russe «per un’indagine obiettiva». Che tale sarà soltanto se verranno fuori prove a carico dell’esercito ucraino. Di questo c’è da essere certi ed è improbabile che una commissione d’inchiesta internazionale possa essere nominata e anche se lo fosse possa operare in modo autonomo. Certo, anche la chiamata di Putin a Obama, resa nota con strana sollecitudine dal Cremlino attraverso uno dei suoi megafoni televisivi, fa sorgere qualche interrogativo: proprio due giorni fa il capo della Casa Bianca aveva annunciato un inasprimento delle sanzioni contro la Russia.
Quale che sia la verità, una cosa è certa. La diplomazia internazionale non potrà continuare a considerare la guerra russo-ucraina come il «solito business» che non la riguarda di fronte a 295 morti e (secondo le fonti dei separatisti russi sul posto) tanti corpi di bambini sparsi nei verdi campi dei “minatori”. Tanto più che il momento politico del conflitto appariva quanto mai favorevole a una mediazione. Con Putin, da una parte, stranamente silente da tempo quasi non sapesse più come districarsi di fronte alle sanzioni specie dopo che la Banca centrale ha pronosticato un calo dell’economia del 4,6 per cento. E Poroshenko dall’altra desideroso di appagare le richieste “europeiste” della Maidan che lo ha eletto, ma timoroso di finire nella rete delle sirene degli ex satelliti europei dell’Urss, che lo vogliono non soltanto nella Ue, ma anche e soprattutto nella Nato (sulla prima scelta la Russia potrebbe anche chiudere un occhio, sulla seconda mai e poi mai).
Di fronte a questa Srebrenica aerea (o Sarajevo missilistica, visto che siamo nell’anno del centenario) l’Occidente deve prendere un’iniziativa. Non solo di verbale «ferma condanna», della quale sono pieni i cimiteri. Ma chi può farlo? Gli Stati Uniti sempre più ripiegati su se stessi, militarmente e politicamente, con un presidente di cui i giornali si fanno ormai beffe contando quante volte ha giocato a golf rispetto ai suoi predecessori? L’Unione europea, così impegnata a litigare su come distribuire le poltrone della Commissione e gli incarichi per l’Alta (?) autorità per la politica estera? Come disse una volta François Mitterrand dopo un vertice europeo al culmine dell’assedio di Sarajevo «siamo troppo deboli militarmente e divisi politicamente per poter far qualcosa».

da La Repubblica