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"Le 48 ore di battaglia tra il premier e Tremonti", di Francesco Bei

Niente decreto. Tremonti era contrario, lo stesso Napolitano non voleva che si trasformasse in un “carrozzone”. Si è infranta così, alle otto di sera, l´ultima speranza di Berlusconi di presentarsi oggi al summit dei G20 con qualcosa di concreto (e immediatamente esecutivo) in mano.
A questo punto il governo è appeso a un filo sempre più sottile. Anche il Colle ha fatto sapere a Gianni Letta che palazzo Chigi non poteva infarcire il decreto di norme che con l´emergenza finanziaria non c´entrano nulla. Come quelle sulla giustizia e sul mercato del lavoro. «Un decreto sulla materia economica va bene ma non potete fare un carrozzone», il messaggio recapitato dal Quirinale. Inoltre non sarebbe stato corretto, mentre il capo dello Stato chiede all´opposizione «responsabilità» e «condivisione» sulle misure per il risanamento, stroncare ogni dialogo parlamentare agendo per decreto. Niente da fare, visto che in maniera surrettizia Berlusconi aveva provato a infilare nel decreto qualcosa che al Quirinale non deve essere piaciuto affatto. Come l´incandescente riforma dell´articolo 18 dello Statuto, quella che liberalizza i licenziamenti senza giusta causa, che nel Pdl hanno provato a approvare subito sfidando le proteste sindacali. E invece no, si farà solo un maxi-emendamento alla legge di stabilità, come chiedeva anche Giulio Tremonti, contrario ad agire con un provvedimento d´urgenza. E per questo accusato da Giuliano Ferrara di voler la fucilazione del Cavaliere per motivazioni «ciniche e politiciste». Berlusconi, caricato come una molla da Ferrara (che si è precipitato a palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri), ha puntato i piedi fino alla fine pur di non mollare il decreto. Imputando quindi al ministro dell´Economia la responsabilità di aver convinto il Quirinale a dire di no. «Tremonti si è messo in testa di sostituirmi e pensa così di costringermi a fare un passo indietro – ha detto il premier ai suoi ministri – ma si sbaglia di grosso: se io cado si va alle elezioni».
Proprio l´acceso scontro con Tremonti, che questa mattina volerà a Cannes con Berlusconi, ha dominato le 48 ore più lunghe del governo. Il processo al ministro dell´Economia è proseguito infatti con toni ultimativi da una parte e dall´altra. Durante il lungo vertice a palazzo Chigi, iniziato due sere fa e continuato ieri mattina per oltre cinque ore, Tremonti ha messo Berlusconi e i ministri della “cabina di regia” di fronte alla cruda realtà, strappando ogni velo d´illusione: «Lunedì prossimo, il primo giorno di riapertura dei mercati dopo il G20, potrebbe essere ancora più nero di lunedì scorso. Forse è tempo di prendere atto che le Borse chiedono un segnale di discontinuità sul piano politico». Una considerazione che ha scatenato gli altri ministri, mentre Berlusconi continuava a tacere guardando in cagnesco Tremonti. Il primo a sbottare è stato Renato Brunetta, poi l´affondo è venuto da Paolo Romani: «Allora dillo chiaramente che vuoi le dimissioni di Berlusconi, devi avere il coraggio di dirlo!». «Non ho detto questo, ho detto solo che serve un segnale politico. Con l´economia ormai questa crisi c´entra poco». Ancora Tremonti: «Se mi aveste lasciato fare il mio lavoro, senza mettermi i bastoni fra le ruote, oggi forse non ci troveremmo in questa situazione». È stato solo allora che il premier si è scosso, lasciando scivolare sul tavolo una frase avvelenata: «Se mi avessero fatto fare il presidente del Consiglio, senza mettermi i bastoni fra le ruote, oggi forse tu non saresti il ministro dell´Economia». Una fucilata a cui Tremonti ha risposto piccato: «Posso anche andarmene subito se non servo. Posso tornare al mio studio professionale».
In questo clima, mentre il governo e Berlusconi erano impegnati nel corpo a corpo con Tremonti, si sono sentiti sempre più forti i rumori di sciabole nei corridoi del Pdl. È stato Angelino Alfano, nell´ufficio di presidenza a palazzo Grazioli, a dare la notizia: «Casini è scatenato, sta per lanciare una nuova formazione politica per raccogliere una decina di parlamentari nostri e far saltare il governo. Si chiamerà “costituente dei moderati”, guardate che sono pronti». Berlusconi è terrorizzato, il giorno scelto per l´imboscata è fissato per l´8 novembre, quando alla Camera bisognerà votare nuovamente il Rendiconto generale dello Stato. Sono già scattate le contromisure per riacciuffare in extremis i ribelli e Gianfranco Rotondi ci scherza su: «Il governo è appeso a un ballottaggio Verdini-Casini».

La Repubblica 03.11.11

"Troppa incertezza, Napolitano rimuove la "tutela" al premier", di Marcello Sorgi

Berlusconi sempre più in difficoltà: dopo il 14 dicembre e il 14 ottobre, è in arrivo un nuovo braccio di ferro parlamentare, come quelli in cui a malapena il governo s’è salvato due volte, e che potrebbe pure essere anticipato di qualche giorno, per tentare di abbattere il governo vieppiù indebolito negli ultimi giorni. Il Cavaliere è infatti arrivato oggi al G20 di Cannes in condizioni più difficili rispetto all’ultimo vertice europeo di due settimane fa, quand’era riuscito a strappare l’approvazione per la lettera di intenti con cui l’Italia si era impegnata su una serie di drastiche misure anticrisi.

La conclusione del consiglio dei ministri, dopo una giornata di indiscrezioni smentite su provvedimenti di portata eccezionale, è stata al di sotto delle attese anche dello stesso premier. Il braccio di ferro sul si o il no al decreto con Tremonti, concluso con l’approvazione di un maxiemendamento alla legge di bilancio ha messo in evidenza il permanere di divergenze insuperabili all’interno dell’ esecutivo. Una nuova lettera di frondisti del Pdl, con firme pesanti di esponenti di prima linea del partito, ha reso se possibile ancora più incerte le previsioni sui numeri delle prossime votazioni in Parlamento.

Ma soprattutto le consultazioni avviate dal Presidente della Repubblica al Quirinale hanno fatto capire che la tutela fin qui assicurata da Napolitano al governo sta venendo meno di fronte all’incapacità di Berlusconi di uscire dall’incertezza, prendere provvedimenti adeguati al crescente aggravamento della congiuntura e mantenere gli impegni presi di fronte all’Europa. E se le elezioni anticipate restano lo sbocco più probabile dell’ ormai possibile caduta del governo, è come se il Capo dello Stato, con questo giro irrituale di consultazioni preventive all’incombente rischio di crisi, si sia rivolto anche ai parlamentari incerti del centrodestra per rassicurarli, consentirgli di votare secondo coscienza nei prossimi decisivi appuntamenti parlamentari, e poi trarne le conseguenze.

Dopo l’esito del G20 in cui prima Papandreou e poi Berlusconi vengono sottoposti a un severissimo esame, il dibattito al Senato convocato per martedi 8 e il successivo voto sul rendiconto di bilancio e sulle prime misure richieste dalla Ue ridiventano cosi l’occasione in cui davvero il governo si gioca tutto. E se tuttavia il Cavaliere riuscisse a prevalere a Palazzo Madama, la lista di firme che si allunga sotto il testo della lettera dei dissidenti del Pdl ingrigisce qualsiasi previsione sulla Camera, dove il rendiconto, già bocciato il mese scorso, arriverà entro metà mese.

La Stampa 03.11.11

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“Il vuoto di responsabilità collettiva”, di LUIGI LA SPINA

In un momento tra i più difficili della storia repubblicana, la nostra politica sembra svolgersi su due piani diversi, su due mondi quasi incomunicabili. Da una parte, il governo cerca affannosamente di presentarsi al vertice di Cannes con qualche impegno che dimostri la sua capacità di affrontare una situazione drammatica. Nel tentativo disperato non solo di convincere i capi degli altri 19 Paesi più importanti del mondo, ma soprattutto i mercati e la speculazione finanziaria. Dall’altra, l’unica figura rispettata e autorevole riconosciuta dalla comunità internazionale tra la nostra classe politica, cioè il Presidente della Repubblica, guarda, con una serie di consultazioni straordinarie, al dopo Berlusconi.

Ieri, la rappresentazione sui due palcoscenici della politica italiana non poteva essere più esplicita. Le riunioni convocate dal presidente del Consiglio si svolgevano sulla base del copione ormai consueto negli ultimi mesi di questo ministero: scontri verbali molto duri tra Berlusconi e Tremonti, con accuse reciproche di essere i principali responsabili della mancanza di credibilità dell’azione governativa, minacce incendiarie di Bossi, caccia all’ultimo deputato incerto per convincerlo a rinsaldare l’esangue maggioranza su cui precariamente ancora si regge il governo.

Una scena continuamente interrotta dalle voci più incontrollate sui provvedimenti che sarebbero stati varati nella notte, dal prelievo forzoso sui conti correnti alle varie forme che potrebbe assumere la cosiddetta «patrimoniale».

Sul Colle, come familiarmente il gergo politico chiama il palazzo della presidenza dello Stato, prendeva forma, di fatto, una nuova configurazione dei poteri italiani: la guida semipresidenziale di un Paese in stato d’emergenza. Napolitano convocava i partiti della maggioranza e quelli dell’opposizione, si consultava col nuovo governatore della Banca d’Italia e con il nuovo presidente della Banca europea, parlava con i principali partner stranieri.

Così, nel rispetto formalmente rigoroso dei rispettivi compiti tra Palazzo Chigi e il Quirinale, il presente e il futuro della politica italiana sembrano non aver alcun rapporto tra di loro. Come avviene tra le rassicurazioni, le promesse, le illusioni, le speranze di cui si riempiono la bocca i leader dei partiti di governo e la spietata realtà delle tragiche cifre che compaiono sugli indici della Borsa e, soprattutto, su quei numeri angosciosi di una parola straniera che tutti hanno imparato ormai a conoscere, lo «spread», annuncio di sventura per la categoria più numerosa tra gli italiani, quella dei possessori di titoli di Stato.

Eppure, c’è un decisivo legame tra i due luoghi in cui si svolge lo scenario della politica italiana: il tempo. Il governo sembra aver esaurito il tempo per varare provvedimenti tali da risultare affidabile agli occhi della comunità internazionale e a quelli dei mercati. Napolitano, invece, ha bisogno di tempo per costruire il futuro del dopo Berlusconi. Il rischio, a questo punto, può essere drammatico, perché la realtà di una situazione europea che sembra ormai ingovernabile potrebbe negare proprio il tempo, sia ai tentativi di resistenza alle dimissioni da parte di Berlusconi, sia alla preparazione di un’alternativa politica a questo governo.

Il pericolo maggiore, allora, è proprio quello del vuoto di responsabilità collettiva. Uno scenario in cui anche Napolitano rimarrebbe solo, impotente davanti al rifiuto, da parte di tutti, del sacrificio di un interesse personale per la salvezza del bene comune. Un’ipotesi purtroppo da non scartare, se Berlusconi si ostinasse a non voler vedere la realtà, quella di una sua credibilità internazionale ormai compromessa e se le opposizioni si rifiutassero di consentire il varo di quei provvedimenti, dolorosi sì, ma indispensabili per garantire all’Europa la volontà di rispettare le condizioni per restare nel sistema dell’euro.

Se questa fuga nell’irresponsabilità avvenisse davvero, nulla si può escludere. Perché adesso non basta più l’esperienza del passato per cercare di prevedere il futuro e tutte le convinzioni sulle quali, per decenni, siamo stati abituati a fondare le nostre sicurezze sono state spazzate via dai cambiamenti di un mondo di cui ancora non conosciamo le nuove regole. Purtroppo, i governatori di questo mondo, quelli della nostra Europa, ma anche quelli fuori dal nostro Continente, non sembrano all’altezza del compito. Come se la malattia italiana, la mediocrità delle ambizioni e la miopia degli interessi, avesse contagiato i cosiddetti «grandi della terra». Speriamo davvero che dal vertice di Cannes ci arrivi una solenne smentita.

La Stampa 03.11.11

"Il cavaliere all'ultimo atto", di Massimo Giannini

Di fronte a un´Europa sospesa fra la tragedia greca e la farsa italiana, Berlusconi riesce a sprecare anche la sua ultima carta. Come un pokerista fallito, che non ha punti in mano e vive solo di bluff, butta via in un colpo solo la borsa e la vita. Si gioca il Paese (con un ridicolo «piano anti-crisi» che i partner della Ue potrebbero bocciare) e il governo (con una penosa retromarcia che i frondisti del Pdl hanno già bocciato). Atteso al varco dai Grandi del mondo, il presidente del Consiglio si presenta a mani nude al G-20 di questa mattina. Il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, ne parla come di un “lancio di dadi”. Il governo tedesco lo qualifica come inaccettabile “perdita di tempo”. Quanto alle reazioni dell´establishment di casa nostra, basti per tutti l´aggettivo con cui Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, liquida il referendum indetto da Papandreou: “Scellerato”.
Scellerato il ricorso a uno strumento di democrazia diretta? E perché mai? La risposta implicita può essere una soltanto, dato che purtroppo non esiste ancora una Confederazione Europea titolare di sovranità democratica condivisa: uno Stato che, come la Grecia, ha accumulato un debito insostenibile, per ciò stesso sarebbe condannato alla perdita della sovranità nazionale; ai suoi cittadini, quindi, può venir confiscato il diritto di assumere decisioni sul proprio futuro.
Per giustificare un tale ricorso allo stato d´eccezione che contemplerebbe la sospensione dell´esercizio della sovranità popolare, qualcuno invoca il paragone storico: quando mai un leader politico come Winston Churchill avrebbe sottoposto all´opinione pubblica impaurita la decisione stoica di resistere all´aggressione nazista? La metafora bellica, però, è un´arma a doppio taglio: possiamo considerare un progresso che, nel mondo contemporaneo, il dominio sia fondato non più sugli eserciti ma sul debito. Purché si riconosca che siamo in presenza di una nuova forma di colonialismo.
Si badi bene. Il governo greco soffre di un deficit di forza e autorevolezza, è vero. Ma non si è sottratto al dovere di rinegoziare con l´Ue e il Fmi le condizioni del suo debito. Ne è conseguito un piano di rientro terribilmente oneroso. I cittadini non vengono chiamati a pronunciarsi su un singolo provvedimento, prerogativa del governo in carica, ma su una scelta per tutti loro vitale. Accettare i sacrifici necessari per continuare a far parte dell´Unione europea, o sobbarcarsi l´incognita del default? Già nella piccola Islanda, con due diversi referendum, gli elettori hanno rifiutato di onorare il piano di rimborsi predisposti dal Fmi, e hanno preferito penalizzare le banche creditrici inglesi e olandesi. È vero che se un´analoga decisione venisse assunta dai greci, le ripercussioni sarebbero molto più gravi per tutta l´eurozona. Ma resta la domanda: a chi spetta decidere? C´è forse qualcuno che può sostituirsi al popolo greco in un tale frangente?
Nel loro recente libro-dialogo Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky ricordano che per millenni la democrazia fu considerata un pessimo sistema di governo perché solo un´élite di avveduti saprebbe decidere per il meglio, non la massa degli ignoranti. Se invece restiamo fermi nella convinzione che “il popolo si può sbagliare ma resta il miglior interprete del proprio interesse”, e quindi “ogni altro interprete è peggiore”, allora dobbiamo guardarci dai vizi antidemocratici che contraddistinguono l´attuale gestione della crisi del capitalismo finanziario. Possiamo delegarla a autorità monetarie rivelatesi per decenni insensibili a piaghe come la disoccupazione e l´acuirsi delle disuguaglianze, se non addirittura compartecipi nel predominio della finanza speculativa? Non risulta beffardo che l´autonominatosi direttorio franco-tedesco sia oggi costituito da leader di destra che negli anni scorsi hanno boicottato una reale unione politica sovranazionale? Per non dire dei governanti italiani che fino a ieri blateravano di popoli in rivolta contro gli “euroburocrati”, salvo sottomettersi ora acriticamente ai diktat di Francoforte e Bruxelles.
Una politica incapace di rimettere in discussione i dogmi di un´economia fondata sulla lucrosa perpetuazione del debito e sull´ideologia della competizione esasperata, subisce passivamente la contrapposizione tra finanza e democrazia; sposa le convenienze della finanza a scapito della democrazia. Del resto, la levata di scudi contro il referendum greco è un atteggiamento già sperimentato in Italia. Come dimenticare che la primavera scorsa il nostro governo sperperò centinaia di milioni nell´inutile tentativo di boicottare i referendum sull´acqua e sul nucleare, rinviandone lo svolgimento? E ora, nella foga di varare un piano di privatizzazione delle aziende pubbliche, il governo si prepara a calpestare quel voto contrario di ventisette milioni di italiani convinti che si debbano preservare dei “beni comuni”. Tutti scellerati?

La Repubblica 03.11.11

"L’Europa non sarà più la stessa", di Matteo Tacconi

Come uscire dalla crisi e come dare nuove energie al processo di integrazione aggredito dagli egoismi nazionali. Parlano Perissich e Graglia. Il 14 settembre Jacek Rostowski, ministro delle finanze della Polonia, lo stato che detiene la presidenza di turno dell’Ue, si presenta all’Europarlamento e pronuncia un discorso, all’interno del quale c’è un passaggio che lascia impietriti. Questo: «Dobbiamo salvare l’Europa a tutti i costi. La possibilità di una guerra nei prossimi dieci anni è uno scenario che dobbiamo contemplare».
Da Rostowski alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Intervenendo il 27 ottobre al Bundestag per spiegare ai parlamentari la necessità di approvare le misure emergenziali contro la crisi, frau Angela afferma: «Non diamo per garantiti altri cinquant’anni di pace e prosperità. Se crolla l’euro, crolla l’Europa (…) Nessuno di noi può prevedere le conseguenze in caso di fallimento». E giù a scrivere, la stampa, che la Merkel evoca scenari apocalittici.
Fa senz’altro effetto, visto che l’Europa che conosciamo nasce dopo la Seconda guerra mondiale proprio per scongiurare bagni di sangue e conciliare i due grandi belligeranti del vecchio continente, Francia e Germania, sentire che un ministro del paese che ha la presidenza semestrale dell’Ue e la cancelliera della nazione europea di stazza maggiore dicano simili cose.
Ma bisogna puntualizzare. Sostiene Riccardo Perissich, ex funzionario comunitario e autore di L’Unione europea, una storia non ufficiale (Longanesi, 2008): «Rostowski ha usato un’espressione esagerata, forse condizionato dalla biografia del suo paese. La Merkel ha cercato di scuotere i tedeschi, chiamati più degli altri a contribuire al salvataggio dell’euro in questo momento di difficoltà».
Mentre Piero Graglia, docente di Storia dell’integrazione europea alla Statale di Milano e autore di Altiero Spinelli (il Mulino, 2008), spiega che «c’è senz’altro stato un eccesso di retorica e la retorica può drammatizzare oltremodo la realtà. Il fatto, comunque, è che alla crisi finanziaria si lega un arretramento a livello di cultura europea».
Il punto è proprio questo. Il punto è che l’Europa registra una pausa che sta diventando troppo, troppo lunga. Più una regressione che una pausa, scandita da egoismi nazionali, tatticismi esasperati e indecisioni. Le frasi di Rostowski e Merkel vanno inserite in questa cornice e interpretate come un avvertimento severo sul prezzo dell’inazione.
Ci si chiede, allora, come uscire dal pantano, come recuperare la spinta all’integrazione e all’amalgama, come ridare vigore alla vocazione europeista. A tutto ciò, in altre parole, che sta dietro a quella che dopotutto resta la migliore idea partorita dal Ventesimo secolo.
L’abbiamo chiesto proprio a Perissich e Graglia. Sono loro a fare le carte all’Europa, analizzando da principio i sintomi del male. È il caso di cominciare proprio dalla Germania, paese chiave dell’integrazione comunitaria. «A Berlino c’è un indubbio arretramento dello spirito europeista. Degli impulsi della generazione di Kohl rimane poco. Già Schröder – a parlare è Riccardo Perissich – fu tiepido verso l’Europa. Merkel non ha vissuto gli anni della costruzione comunitaria e quindi non ha assimilato pienamente i valori e le liturgie a essa legati».
La sua azione, durante questa crisi, ragiona Perissich, va giudicata su due piani: quello tedesco e quello europeo. «A livello domestico ha fatto una paziente e tutto sommato riuscita opera di educazione di un’opinione pubblica fondamentalmente ripiegata su se stessa, che dopo aver pagato per l’ex Ddr non ha molta voglia di sacrificarsi ancora».
Sul piano comunitario, invece? «Abbiamo avuto l’immagine di una cancelliera estremamente prudente, lenta e molto imprevedibile rispetto agli orientamenti classici della Germania. Il salvataggio della Grecia costa più di quanto sarebbe potuto costare proprio perché la reazione tedesca è stata macchinosa. Questo si spiega anche con il fatto che Berlino non ha voluto agire da sola. Ha cercato l’appoggio francese, perché dei francesi ha sempre bisogno. Ma la Francia di Sarkozy, dal punto di vista tedesco, è inaffidabile, eccessivamente gollista. Inaffidabile è anche l’Italia, terza economia dell’eurozona. È così che Merkel ha dovuto da un lato spiegare ai connazionali perché si deve salvare l’euro; dall’altro sta negoziando con i francesi le modalità del salvataggio e della gestione della crisi. I risultati non sono il massimo».
Germania, Francia, Italia. Anche Graglia si sofferma sul terzetto, sottolineando come i tre motori della storia comunitaria stiano peccando di egoismo nazionale. La vicenda relativa a Lorenzo Bini Smaghi la dice lunga. «Chiedendone le dimissioni si viola il principio d’indipendenza della Banca centrale europea, quindi i trattati comunitari. Questa storia è la cifra di come l’Europa sia più che mai sottoposta alle pressioni nazionali». Che derivano, a sentire Graglia, dal fatto che l’euro, senza una guida politica, è una faccenda difficile da governare. «Quando fu introdotto gli americani prospettarono, in assenza di uno strumento politico, destabilizzazioni e incertezze. Purtroppo quella profezia si sta avverando».
Appurato lo scenario complessivo, poco incoraggiante, si può provare a guardare avanti, cercando di capire che ne sarà dell’Europa.
Possiamo scriverne il necrologio o c’è la possibilità di recuperare la volontà di fare l’Europa? Perissich: «Tutti hanno coscienza del costo di un eventuale fallimento, quindi questo conforta, nel senso che la volontà di risolvere la governance dell’euro c’è e da qui si potrà ripartire. Il rischio, però, è che una volta superata la crisi l’Europa si scinda al suo interno. Chi resterà fuori dall’euro e chi non riuscirà a entrarci rimarrà marginale, perché l’asse dell’Europa s’è ormai spostato dal mercato alla moneta unica».
Anche Piero Graglia posiziona l’obiettivo sulle plurime velocità europee, in particolare sulla divisione tra i due polmoni continentali, quello occidentale e quello orientale. «Se da una parte l’est ha visto l’Europa più come un’erogatrice di fondi che come un’entità politica, c’è da dire, dall’altra, che l’ovest non ha aiutato i nuovi membri».
La crisi può appesantire il problema, che è tuttavia precedente all’intruppamento economico. Il quadro è quello che è. Però non bisogna rassegnarsi. «Perché – chiosa Graglia – la storia c’insegna che l’Europa, davanti alle grandi crisi, è sempre riuscita a progredire. Nel 1971, quando l’amministrazione Nixon eliminò la convertibilità del dollaro in oro, facendo crollare uno dei pilastri dell’economia mondiale post-bellica, le monete europee registrarono una batosta. Ma si decise, proprio allora, di aprire la strada all’Ecu, l’antenato dell’euro, dando all’integrazione una prospettiva chiara e forte».
Il vantaggio, insomma, è che questa crisi, come le precedenti, può indurre a guardare avanti, a fare l’Europa, a impedire che l’idea migliore del Ventesimo secolo appassisca. A patto che si sappia coltivare questo vantaggio. Non ci saranno guerre, questo è fuori discussione.
Ma l’Europa, senza il recupero di una sana cultura europeista, non sarà più la stessa. E chissà come andrà a finire.

da Europa Quotidiano 02.11.11

Bersani: «Siamo pronti al governo d’emergenza ma i tempi sono stretti», di Simone Collini

Bersani assicura a Napolitano la disponibilità del suo partito a sostenere un governo di transizione. D’accordo anche Di Pietro. Casini, Fini e Rutelli chiedono a Berlusconi di riferire in Aula prima del G20. «È una delle più drammatiche giornate che l’Italia abbia mai vissuto in questa crisi finanziaria». Pier Luigi Bersani non aspetta neanche la chiusura della Borsa di Milano. Il quadro gli sembra chiaro fin dalle prime ore della mattina, quando chiama Giorgio Napolitano. Il leader del Pd esprime la sua preoccupazione al Capo dello Stato e gli assicura che anche contro i propri interessi (gli ultimi sondaggi danno il Pd al 28% e il centrosinistra avanti di 10 punti) il suo partito è disponibile a sostenere un governo di emergenza guidato da una personalità che abbia credibilità in Italia e all’estero, purché «il cambio politico» arrivi in tempi rapidi: per Bersani sarebbe necessario che già al G20 di domani l’Italia si presenti in modo diverso.
Un ragionamento analogo a quello fatto con il Presidente della Repubblica da Pier Ferdinando Casini, al netto di un passaggio preliminare: il leader dell’Udc che insieme a Gianfranco Fini e a Francesco Rutelli ha scritto una nota per chiedere al presidente del Consiglio di illustrare in Parlamento prima del G20 «le decisioni concrete che assumerà nelle prossime ore» dice a Napolitano che è disponibile ad ascoltare Berlusconi, dopodiché se il capo del governo saprà convincere tutti e incassare il sostegno di un’ampia maggioranza è la sintesi del ragionamento di Casini bene, altrimenti si vada oltre e si verifichi se c’è un’alternativa pronta.
Il fatto che Berlusconi, stando a quanto fatto trapelare ieri sera da Palazzo Chigi, non riferisca in Parlamento prima dell’inizio della prossima settimana è già un primo segnale che la dice lunga sulla volontà del premier di cercare il confronto con le opposizioni nel piano anti-crisi. Ma se la disponibilità all’ascolto di Casini è reale, altrettanto concreta è la convinzione del leader Udc (tra i leader dei gruppi di opposizione, quello che maggiormente ha tenuto i contatti con i malpancisti della maggioranza) che sia pronta un’alternativa. Che potrebbe venire alla luce, si ragiona nel fronte dell’attuale minoranza parlamentare, forse già in una votazione che seguirebbe il discorso di Berlusconi in Aula.
L’ALTERNATIVA
Che Pd, Terzo polo e anche Idv siano disponibili a sostenere un governo di transizione, lo ha riferito a Napolitano anche Bersani, che ha sentito anche Antonio Di Pietro e poi i vertici del Pd, che riunirà oggi per discutere la strategia dei prossimi giorni. Con i capigruppo di Camera e Senato Franceschini e Finocchiaro, con la presidente Bindi e il vicesegretario Letta, Bersani pianificherà la road map che dovrebbe portare a quella «discontinuità politica» necessaria ad uscire dalla crisi «perchè il tasso di credibilità in questo momento dell’azione di governo è pari a zero» e quindi«è necessario un cambio così come è successo in tutti quei Paesi che sono finiti nei guai». Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia, fa notare Bersani in serata dopo che è stata diramata la nota del Quirinale, «hanno cambiato governo o hanno anticipato le elezioni, quindi mi si deve dimostrare che l’Italia è un’eccezione per le virtù taumaturgiche di Berlusconi»: «Per mettere mano a serie misure economiche serve un passaggio di fase con delle personalità che siano credibili su scala internazionale e possano rispondere con efficacia alla crisi». Le misure da fare subito, per Bersani, devono riguardare la lotta all’evasione, le liberalizzazioni, la pubblica amministrazione, ma soprattutto dovrebbero essere accompagnate «da un gesto che crei una psicologia di fiducia e alzi il tasso di credibilità delle misure italiane».
Per questo, spiega il leader del Pd, ha ribadito al Capo dello Stato la disponibilità del suo partito e anche dell’Idv, dopo aver parlato con Di Pietro, «a dare una mano con nostre proposte e nostro sostegno a fronte di una situazione divenuta drammatica». Spiega però Bersani che questo deve avvenire in un quadro di netto cambiamento. Il che esclude il sostegno a governi guidati da personalità come Gianni Letta o Renato Schifani, mentre il nome che continua a circolare con insistenza nell’opposizione è quello di Mario Monti. «Noi non vogliamo ribaltoni e non vogliamo neppure metterci in coda in situazioni definite da altri e che non hanno credibilità spiega Bersani perché se accettassimo di metterci in coda, bruceremmo davvero anche le ultime possibilità rimaste per il nostro Paese».
Le prossime ore saranno decisive e un appello a fare presto arriva anche da un testo firmato da Giuliano Amato, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio e Paolo Savona. «Il momento è drammatico ed esige l’adozione di provvedimenti immediati e quantitativamente adeguati a fronteggiare l’emergenza», scrivono i due ex premier insieme ai due economisti in un appello che sarà oggi sul “Sole 24 Ore”. «Ogni ritardo può avere conseguenze irreversibili per l’intero Paese e le nostre banche per prime potrebbero uscirne depauperate e paralizzate nella loro essenziale funzione di finanziamento delle imprese produttive. Nel giro di ore l’Italia deve risultare credibile tanto ai suoi partner istituzionali quanto al mercato. È responsabilità ineludibile di tutte le forze politiche, e in primo luogo della maggioranza creare le condizioni perché tale credibilità sia assicurata».

L’Unità 02.11.11

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Da Bersani nessuna sponda “Subito un altro governo”di Carlo Bertini,

Il leader Pd esclude l’appoggio ad altri esecutivi a guida Pdl. Protesta I vertici del partito, anche se chiedono le dimissioni del governo con manifestazioni di piazza, escludono che si possa andare alle urne in questa situazione di crisi

Nessun tentennamento, nessuna divisione, in un momento di massima emergenza tutto il Pd, con in testa il suo leader, è pronto ad assumersi «le sue responsabilità» per un governo guidato da una figura «credibile in campo internazionale», senza subordinate, cioè senza invocare le elezioni. Mentre le Borse sprofondano, Pierluigi Bersani, dopo aver parlato con Casini e Di Pietro, sente il bisogno di recapitare questo messaggio urgente al Colle per confermare che l’opposizione è compatta su questa linea. E per sgombrare il campo dalla vulgata che il segretario del Pd voglia correre al voto per passare all’incasso sfruttando il calo di consensi del governo. Ben sapendo, spiega uno dei massimi dirigenti del partito, che «il Quirinale può solo esercitare una moral suasion e quindi i margini sono scarsi», ma anche che «il governo di emergenza è ormai l’unica soluzione, perché se cade Berlusconi ora non si va a votare certo il primo gennaio, si deve formare di corsa un nuovo esecutivo».
A questa disponibilità senza se e senza ma, Bersani non ha sommato un’analoga apertura ad appoggiare le misure proposte dal premier. Lo stato maggiore del Pd entra in fibrillazione quando alle sette di sera esce la nota del Quirinale in cui si sottolinea «la necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte» che l’Italia deve fare. C’è chi, leggendovi un appello alle opposizioni a votare le misure del governo, si interroga su quanto sia stato opportuno adempiere fin qui alle prove di responsabilità sollecitate più volte dal Colle, consentendo tempi veloci e niente ostruzionismo sulle manovre anti-crisi. E chi piuttosto mette l’accento sulla frase finale in cui «il Capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva». Tanto che il vicesegretario Enrico Letta definisce «necessaria e opportuna l’iniziativa del Quirinale di una verifica delle condizioni per l’assunzione di responsabilità italiana rispetto all’Ue. Verifica da cui crediamo possano rapidamente emergere le condizioni perché un nuovo e più forte quadro politico guidi l’Italia in questo drammatico momento».
Fatto sta che per chiarire bene la sostanza del colloquio con Napolitano, dopo la nota serale del Quirinale Bersani si fa intervistare in diretta su Sky per chiarire di non volere «né ribaltoni, né dare sostegno a situazioni non credibili»: tradotto, il Pd non appoggerebbe governi istituzionali guidati da esponenti del Pdl, ma solo governi tecnici. Perché «ci vuole un cambio di fase con personalità credibili su scala internazionale e con una larghissima condivisione parlamentare che possa dare l’idea che siamo un paese che reagisce». E dando la sua ricetta, con la premessa che «se fossi premier non ci troveremo in questa situazione», composta da misure antievasione, patrimoniale sugli immobili, norme sul lavoro, pacchetti di liberalizzazioni, interventi sulla pubblica amministrazione. «Ma qualunque misura non diventa efficace il giorno dopo, quindi deve essere accompagnata da un gesto che alzi il tasso di credibilità delle operazioni italiane, che francamente non credo sia rimontabile con l’approvazione di questa o quella misura».
Insomma, nessuna condivisione bipartisan, senza le dimissioni del premier. Per dirla con Veltroni, «serve un governo nuovo ad horas per evitare la catastrofe».
E mentre Civati e la Serracchiani chiedono come mai Bersani non convochi d’urgenza una direzione, c’è chi si interroga sottovoce se sia opportuno in questo clima scendere in piazza sabato, trasmettendo all’esterno l’immagine di un paese diviso. Nessuno ha voglia di creare difficoltà a Bersani, «certo il problema me lo porrei, ma evitiamo tensioni interne», dice Gentiloni; e anche i veltroniani come Verini sono convinti che «molto dipende dal messaggio che si vuole dare: se è un appello alle forze migliori del paese per un governo di salvezza nazionale, anche questa manifestazione può essere positiva. Insomma, tutta la forza del Pd va messa al servizio di questo obiettivo».

La Stampa 02.11.11

"La lettera-imbroglio seppellisce Berlusconi", di Francesco Lo Sardo

Un vertice a cui si presenterà un Cavaliere azzoppato: la sua maggioranza sul punto di cedere.Berlusconi è con le spalle al muro. Chissà se il consiglio dei ministri c’è o non c’è: ma per dirsi cosa, poi? E figurarsi se può essere l’ufficio di presidenza del Pdl o un vertice con Bossi a far individuare una qualche via d’uscita. la presunta road map del governo non ha vie d’uscita, perché una vera road map non è mai esistita. Sono incartati. E adesso, molto semplicemente, non sanno – o meglio, non sa Berlusconi – che cosa fare.
Quello di presentarsi a mani vuote al G20 sarebbe l’ultimo dei suoi problemi, non è la faccia di bronzo che difetta al Cavaliere: ma la tempesta che travolge i titoli di stato italiano per colpa del governo ora cambia tutto.
L’effetto narcotico della lettera all’Ue del 26 ottobre è svanito e il governo è paralizzato: le tensioni con Tremonti, il caos nella maggioranza, la conclamata incompetenza dei vertici politici dei dicasteri più delicati hanno portato allo stallo: anche sul piano parlamentare tutto è ancora in altissimo mare e la nebbia è fitta.
Incalzato dal presidente Napolitano ad agire con urgenza ed efficacia, ieri lo stato confusionale del barcollante governo Berlusconi – da Tremonti che rema contro senza dirlo e passa il tempo con Bossi alla festa della zucca di Pecorara, la Halloween padana, forse pensando più al suo futuro nella Lega che allo spread; a Brunetta e Romani che pasticciano con Gianni Letta attorno a improbabili e temerarie riforme epocali; a un Pdl-Babele – ha raggiunto il suo culmine.
Di qui le ipotesi cervellotiche di inserire nella legge di stabilità (la ex Finanziaria) che va in aula al senato il 16 novembre blindata dalla fiducia una serie di emendamenti con la prima tranche delle fantomatiche misure anti-crisi (i cui testi non esistono) promessi nella lettera all’Ue il cui gioiello sarebbe il “pacchetto sviluppo”: il quale pacchetto, però, non esiste tanto che nel Pdl impazza lo scontro sul condono, sulle “zero” liberalizzazioni, piuttosto che sulle dismissioni con il contagocce: solo 1,6 miliardi all’anno a fronte di un patrimonio vendibile di 576. E sempre in questa legge di stabilità-monstre sarebbero definiti i tagli delle agevolazioni fiscali e assistenziali.
Un improbabile ordigno: o meglio un fumoso petardo contenente altri fumosi petardi, che è scoppiato, in serata, tra le mani di Berlusconi.
Il premier, ormai appeso a un filo, è frastornato dalla martellata di Napolitano e dall’incubo di un governo di emergenza nazionale che fa proseliti anche tra gli scontenti del Pdl. «Berlusconi si sacrifichi per ampliare la maggioranza», ha parlato in serata il senatore Antonione, interpretando l’umore di quel pezzo di Pdl tra Pisanu e Scajola. Annunciando: «Basta, non voto più la fiducia».
Tutto è in forse. Il calendario politico del Cavaliere perciò è più che mai virtuale. L’8 novembre torna al voto il rendiconto dello stato bocciato l’11 ottobre e nei due giorni successivi Berlusconi dovrebbe illustrare al parlamento il suo piano anti-crisi: ma quale? La lettera all’Ue – un imbroglio di titoli vuoti e velleitari e date apposte a casaccio – è stato svelato e la punizione per l’Italia è stata la più dolorosa: l’uragano che si sta abbattendo sullo spread, lo spettro che s’avanza di quella “quota 769” che segnò la fine della Prima repubblica sotto Tangentopoli e il terrore degli interessi sul debito al 7%, la soglia oltre la quale l’Italia entra in una situazione pre-Grecia.
Berlusconi, rientrato ieri a Roma, è apparso «molto agitato» a chi l’ha incontrato a sera. Da palazzo Grazioli sono filtrate rabbiose minacce di elezioni anticipate, perchè «Berlusconi si opporrà a ogni ribaltone tecnico e il Pdl lo seguirà».
Ma, come negli ultimi giorni di Salò, nel momento del crepuscolo è difficile distinguere i pretoriani dai congiurati e credere alle fedeltà incrollabili.

da Europa Quotidiano 02.11.11

"Concorso dirigenti scolastici, Pd in pressing sulla Gelmini", da Tuttoscuola.com

Sul concorso per i dirigenti scolastici, l’opposizione continua ad incalzare il governo. Con un’interrogazione a firma Manuela Ghizzoni-Giovanni Bachelet, il Partito Democratico chiede al ministro Gelmini quali iniziative intenda adottare affinché le future prove scritte:

– si svolgano contestualmente in tutte le sedi regionali e con le medesime tracce;

– si svolgano solo dopo che la giustizia amministrativa si sia espressa sugli eventuali ricorsi, a garanzia dell’uguaglianza di trattamento degli eventuali ricorrenti al di là dei territori nei quali hanno effettuato le prove,e, quindi, a garanzia della piena regolarità delle prove

– non prevedano svolgimenti assimilabili all’espressione di opinione, come purtroppo riscontrato nelle risposte a diversi quiz della preselezione anche dopo la cancellazione delle 975 domande di cui sopra;

Insomma, il Pd rinnova la bocciatura del test di pre-selezione del 12 ottobre scorso. Ed elenca diversi motivi:

– l’esclusione di candidati; segnatamente i laureati ISEF, riammessi al concorso dal giudice amministrativo;

– le fughe di notizie, su cui sta indagando anche la polizia postale, circa i quiz su cui si sarebbe svolta la prova preselettiva;

– l’eliminazione da parte del Ministero, a distanza di una sola settimana dalla prova, di ben 975 quesiti errati ed imprecisi, mentre sono stati “salvati” quesiti palesemente di opinione;

– una organizzazione della prova di preselezione certamente non agevole, poiché tempo assegnato i candidati si sono dovuti destreggiare anche nella ricerca delle 100 domande, corrispondenti al numero segnalato sulla stringa fornita all’avvio della prova, su un poderoso e poco maneggevole volume;

Da qui, l’invocazione dei Democratici attraverso i deputati in commissione cultura della Camera, Ghizzoni e Bachelet, di “garanzie per l’imparzialità, l’efficacia e la trasparenza nella selezione dei futuri dirigenti scolastici”. Ora tocca al responsabile dell’Istruzione replicare.

da Tuttoscuola.com

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Qui l’interrrogazione a firma Ghizzoni-Bachelet