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""Interventi immediati o dimissioni" l´ultimatum di banche e imprese", di Roberto Mania

Montezemolo: si volti pagina. Prodi e Amato: serve credibilità. Il governo dovrà dimettersi se non riuscirà ad approvare entro domani, per la riunione del G20 a Cannes, i provvedimenti chiesti dal Consiglio europeo. È la presa di posizione di tutte le associazioni imprenditoriali (Confindustria, Rete Imprese Italia, Abi, Alleanza delle cooperative e Ania). Una sorta di aut aut al governo Berlusconi, ma anche un allarme serissimo dalla frontiera del lavoro e della produzione, al termine di una giornata drammatica per la Borsa e i titoli di Stato italiani. Un appello analogo sarà pubblicato oggi sul Sole 24 Ore a firma di Giuliano Amato, Romano Prodi, e degli economisti Alberto Quadrio Curzio e Paolo Savona: «Il momento è drammatico ed esige l´adozione di provvedimenti immediati e quantitivamente adeguati a fronteggiare l´emergenza. Ogni ritardo può avere conseguenze irreversibili».
Siamo, dunque, a un passo dal baratro. «L´attuale condizione – è scritto nella nota delle imprese – è insostenibile per l´Italia e per gli italiani. Non possiamo continuare ad assistere alla corsa degli spread e al crollo dei valori azionari. Non possiamo correre il rischio di perdere in poche settimane ciò che abbiamo costruito in decenni di lavoro». E ancora: «Non si possono più negare i rischi, non si può più dire che non c´è fretta, non si possono più privilegiare considerazioni di modesto cabotaggio politico rispetto all´esigenza primaria di salvare l´Italia. Il tempo è scaduto. I danni sono già ingenti. Dobbiamo arrestare l´emorragia. Dobbiamo evitare che la sfiducia dei mercati e della comunità internazionale ci travolga». Un´analisi durissima della situazione che spiega come l´immobilismo del governo, mentre le banche subiscono la svalutazione dei titoli pubblici di cui sono piene e le aziende rischiano sempre più di non ottenere credito, non sia più tollerabile. La crisi dei debiti sovrani è a un passo dallo scaricarsi violentemente sull´economia reale.
Le imprese, tuttavia, non sono ancora arrivate a sollecitare un cambio di governo. Cosa che sempre ieri, rivolgendo un appello proprio alle associazioni imprenditoriali, aveva invece fatto la Fondazione di Luca di Montezemolo “Italia Futura”, proponendo di sostenere un governo «che raccolga dietro di sé un amplissimo schieramento di forze politiche». «Perché è evidente – secondo la Fondazione di Montezemolo – che il governo non è in grado di mettere in campo provvedimenti all´altezza della situazione».
Chi ha rotto con il governo dopo anni di dialogo e «complicità», come la chiamava il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, è la Cisl di Raffaele Bonanni. Che ieri ha invocato «una svolta istituzionale». La fine, dunque, di questa stagione politica ma senza il passaggio alle elezioni che di per sé aggraverebbero la situazione. Secondo Bonanni servirebbe «un governo istituzionale o di responsabilità nazionale per salvare il Paese dalla speculazione e avviare in maniera credibile le necessarie riforme economiche con rigore ed equità». Bonanni ha riproposto il modello dei primi anni Novanta con gli accordi triangolari, governo-sindacati-imprese, con cui si affrontò con efficacia e in clima sostanzialmente di pace sociale quella fase recessiva per quanto, probabilmente, meno grave di questa.

La Repubblica 02.11.11

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“FARE PRESTO E BENE”, di Giuliano Amato, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio e Paolo Savona

Il momento è drammatico ed esige l’adozione di provvedimenti immediati e quantitativamente adeguati a fronteggiare l’emergenza. Ogni ritardo può avere conseguenze irreversibili per l’intero Paese e le nostre banche per prime potrebbero uscirne depauperate e paralizzate nella loro essenziale funzione di finanziamento delle imprese produttive. Nel giro di ore l’Italia deve risultare credibile tanto ai suoi partner istituzionali quanto al mercato. È responsabilità ineludibile di tutte le forze politiche, e in primo luogo della maggioranza, creare le condizioni perché tale credibilità sia assicurata.

Il Sole 24 Ore 02.11.11

"L'Europa non deve cedere allo scoramento. Serve il colpo di reni", di Carlo Azeglio Ciampi

I Paesi europei, uno per uno, e l’Europa tutta hanno mezzi, intelligenze, forze per superare l’attuale temperie finanziaria che tanto preoccupa gli Stati, Italia in testa. Guai a farsi prendere dallo scoramento. La storia di questo continente glorioso dimostra quale sia il cammino straordinario che i suoi cittadini hanno saputo compiere attraversando tragedie immani, ma anche momenti di irripetibile sintesi politica e di eccezionale generosità culturale.

Guai a dimenticare chi siamo. Anche l’Italia, anche noi, abbiamo lo spirito, la tenacia, le risorse che servono per recuperare quella fiducia che oggi appare incrinata, quella credibilità che oggi sembra scomparsa. Sta in noi; sta in noi, come europei, sta in noi come italiani ritrovare il senso dell’unificazione di un continente.

La missione di una sola moneta per nazioni che nel Novecento erano nemiche in armi e ora si ritrovano sotto l’unico mantello dell’Euro, moneta forse “visionaria”, ma proprio per questo più forte perchè fondata sulla storia di popoli antichi e sul futuro di un continente destinato, si spera il più presto possibile, a guarire l’attuale zoppìa politica. È, questo, l’unico vero male dell’Europa: la mancanza di una vera leadership unitaria, di una vera politica economica comune che, certo, nessun vertice bilaterale potrà sanare in modo serio e duraturo. Uno squilibrio destinato, prima o poi – con la persuasione della ragione politica o con la forza brutale mostrata finora dai mercati finanziari globali – ad essere superato. Anche l’Italia potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo importante in questa costruzione comune, ma sembra rinunciarvi. Colpevolmente.

Sottoscrivo dunque l’iniziativa del Sole 24 Ore di pubblicare un Manifesto per risanare l’Europa: è fondamentale raggiungere un vero Governo economico unico della Ue così come sono importanti nuovi strumenti finanziari quali gli eurobond e le indicazioni per un vero mercato continentale delle banche. Quanto alla nuova missione della Bce, credo che si imponga una riflessione sulla necessità di proporre un adeguamento dei Trattati europei con una più spiccata attenzione al tema della stabilità e non più solo a quello del controllo dell’inflazione.

Chi guida il Paese sa bene che occorre un colpo d’ala, un segno di discontinuità che vada anche oltre l’enunciazione di un programma affidato a una missiva destinata alle cancellerie europee e agli investitori di tutto il mondo. L’Italia è un paese straordinario e in grado di rispondere con abnegazione e spirito di sacrificio se vede obiettivi chiari, ambiziosi, condivisibili e nobili. Sta alla leadership politica definirli e realizzarli, passo passo, senza perdere di vista la coesione sociale. Ricordo bene quale fosse lo scetticismo dei tedeschi quando tentammo l’aggancio ai paesi di testa per l’ingresso dell’Italia nell’Euro.

Lo spread allora era oltre 600 punti. Lo portammo a 20: con le riforme, con l’azione di contenimento della spesa, con una intensa opera di convicimento presso tutti i principali interlocutori internazionali, tedeschi in testa. Ringrazio il direttore Roberto Napoletano che nel suo articolo di fondo pubblicato ieri ha ricordato lo «sta in noi» che ho pronunciato molte volte come invito e sprone agli italiani perchè, nelle più diverse circostanze, liberassero le molteplici energie proprie del nostro popolo. È un tempo difficile, è un tempo per riforme ai limiti della temerarietà. Chi può lo faccia, chi sa di non potere, ne tragga le conseguenze.

Il Sole 24 Ore 02.11.11

"Tutto in mano a Draghi", di Gianni Del Vecchio

Il primo novembre 2011 rischia di passare alla storia come la data in cui Berlusconi e il suo governo perdono definitivamente la presa sulle leve della politica e dell’economia italiana. Due fatti hanno stretto il presidente del consiglio in un’ideale manovra a tenaglia, costringendolo a un’ultima riunione della disperazione, convocata in fretta e in furia nella tarda serata di ieri. Stiamo parlando della nota del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, con cui si aprono di fatto delle consultazioni per un eventuale esecutivo di responsabilità nazionale sostenuto anche dalle opposizioni, ma soprattutto dell’insediamento di Mario Draghi a capo della Bce.
Con l’avvento dell’ex governatore della Banca d’Italia a Francoforte e il contestuale sfondamento della soglia psicologica 450 dello spread fra titoli di stato italiani e tedeschi, ora più che mai la sorte dell’Italia e di Berlusconi è appesa alla volontà e alla capacità di Draghi di convincere il consiglio direttivo a continuare nell’acquisto dei nostri bond.
Sembra ormai evidente come il nostro paese non possa fare a meno della “droga” europea per evitare che la speculazione finanziaria faccia saltare il banco, facendo schizzare i rendimenti dei Btp (e quindi gli interessi da pagare ogni anno per il servizio del debito). Morgan Stanley ha valutato che i titoli decennali italiani si troverebbero sul groppone altri 70 punti base senza l’intervento dell’Eurotower. Il che significa uno spread sopra i 500 punti, ovvero ben oltre i livelli attuali che lunedì scorso il banchiere di Intesa, Giovanni Bazoli, ha indicato come «insostenibili nel breve e nel medio periodo» per le banche e lo stato.
Con questi livelli, per gli istituti di credito diventa più difficile finanziarsi e quindi, di conseguenza, elargire credito alle imprese, mentre per il Tesoro aumentano le risorse da destinare al pagamento degli interessi sul debito, cosa destabilizzante visto che nei prossimi due anni si troverà a emettere titoli per 363 miliardi di euro.
Insomma, in questo momento è indispensabile per la sopravvivenza del governo arrestare la folle corsa dello spread, ma l’unica istituzione che può farlo (non ce ne sono altre) è la Bce. Ossia Draghi. Infatti l’unico strumento a impatto zero per i conti dei paesi dell’Eurozona è il Securities markets programme, il programma d’acquisto dei titoli dei paesi in difficoltà sul mercato secondario.
I soldi spesi per aiutare Grecia, Irlanda, Spagna e Italia non si ripercuotono sui bilanci di tutti gli stati dell’euro e quindi non peggiorano la situazione complessiva.
Cosa che invece non avverrebbe se a farlo fosse il fondo salva-stati, che invece scaricherebbe sulle casse dei singoli paesi il costo del salvataggio, con la conseguenza paradossale di far perdere a Francia e Germania la tripla A gelosamente difesa.
Che la Bce continui nel programma di acquisti è quindi una necessità condivisa, anche se è più sentita dai paesi in crisi che da quelli più solidi, Germania in primis. Toccherà a Draghi convincere i tedeschi dell’urgenza dell’intervento dell’Eurotower già a partire da domani, quando ci sarà la riunione mensile del consiglio direttivo della Bce. Magari proseguendo e rafforzando la china intrapresa dal suo predeccessore, Trichet, che però ha portato alla dimissione di due “falchi” del calibro di Axel Weber e Jurgen Stark.
Altro compito tutt’altro che facile per l’ex numero uno di Bankitalia è anche quello di portare a casa un taglio dei tassi, fermi all’1,5 per cento a causa della tradizionale politica conservatrice e anti-inflazionistica targata sempre Germania e sempre Bundensbank.
Altra misura molto invocata da banchieri, trader e analisti di mercato italiani per dare un po’ di sollievo alla nostra economia, sull’orlo di una nuova recessione.
È evidente quindi come i destini italiani ormai passano per le mosse di Draghi e Napolitano, con Berlusconi politicamente fuorigioco. Ma il premier è l’unico che ancora fa finta di non essersene accorto.

da Europa Quotidiano 02.11.11

Classi-pollaio, ultimatum del Tar "Il ministero presenti il piano", di Salvo Intravaia

Un’ordinanza del Tribunale, che ha accolto il ricorso del Codacons, intima a viale Trastevere di consegnare entro dieci giorni il progetto di riqualificazione dell’edilizia scolastica. Se il termine non sarà rispettato, scatterà la sanzione. Sulle classi-pollaio la Gelmini rischia di essere commissariata. E non sarebbe la prima volta: accadde anche con le graduatorie ad esaurimento e il governo, successivamente, fu costretto ad adeguarsi. Questa volta, è il Codacons a mettere alle strette il ministro dell’Istruzione. Se entro dieci giorni non farà pervenire al Tar Lazio il Piano di riqualificazione dell’edilizia scolastica, il giudice amministrativo, quasi certamente, farà scattare la sanzione che colpisce le amministrazioni pubbliche che non hanno dato seguito ad una sentenza dei giudici.

L’ultimatum è contenuto in un’ordinanza pubblicata lo scorso 28 ottobre dai toni piuttosto netti: “Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (Sezione Terza Bis) – si legge – ordina al ministero Istruzione, Università e Ricerca di depositare nella segreteria della sezione nel termine di giorni dieci decorrenti dalla comunicazione” il Piano di riqualificazione dell’edilizia scolastica. Tutto inizia lo scorso dicembre, quando il Tar accoglie il ricorso del Codacons sulle classi-pollaio, richiamando il ministero al rispetto delle leggi vigenti in materia di affollamento delle aule scolastiche.

Il decreto sul dimensionamento scolastico, voluto nel 2009 da Tremonti, impone limiti al numero degli alunni per classe fino a 30, ma una norma del 1992 stabilisce che in caso di incendio in classe debbano esserci al massimo 26 persone: 25 alunni più l’insegnante. “Se il ministero vuole classi più numerose deve anche assicurarsi che gli edifici scolastici siano idonei ad ospitarle, nel rispetto delle norme di sicurezza vigenti”, si legge in una nota del Codacons che commenta la sentenza. E il Piano in questione serve proprio a questo, ma nessuno lo ha ancora predisposto.

Intanto, per effettuare i tagli imposti dalla Finanziaria del 2008, le aule scolastiche si gonfiano di alunni facendo crollare i margini di sicurezza. Viale Trastevere si è opposto al pronunciamento dei giudici del Tar, ma lo scorso giugno il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso confermando la precedente senza del Tar. Sulla questione, il ministero è stato sempre abbottonato: non ha mai voluto rendere noti i dati sulle classi con oltre 25 alunni. La Gelmini si è limitata a dire che le classi con oltre 30 alunni sarebbero appena lo 0,6 per cento del totale: poco più di duemila. E quelle con oltre 25 alunni?

Secondo una statistica top secret stilata dal ministero sarebbero 17 su 100 le aule che nel corrente anno scolastico ospitano più di 25 alunni: oltre 62 mila classi che, in caso di incidente e conseguente sgombero, potrebbero ritrovarsi a fare i conti con la normativa antincendio. Da quando a viale Trastevere siede la Gelmini il loro numero è aumentato di quasi sei punti percentuali, passando dall’11 al 17 per cento. Il record spetta alla scuola dell’infanzia, dove una classe su tre può definirsi “pollaio”, e al superiore dove in prima le classi-pollaio superano il 50 per cento.

www.repubblica.it

«Che flessibilità volete ancora? Noi siamo già stati licenziati» di Rinaldo Gianola

Nel dibattito sui «licenziamenti facili», definizione troppo dura e radicale secondo alcuni professori e ministri che più scientificamente si alternano a «Porta a porta» per argomentare di «flessibilità in uscita», bisognerebbe dare la parola a qualcuno che è davvero interessato all’argomento. Giovanni Ferravante, operaio di 56 anni, originario di Benevento e da una vita residente a Settimo Torinese, ha qualche idea precisa e saggia. Racconta:«Sono in cassa integrazione straordinaria, la mia azienda la Global Business è in liquidazione. Quando sento in televisione che vogliono cambiare la legge per rendere più facili i licenziamenti penso che sono diventati tutti matti. È una follia pensare di licenziare, vuol dire non sapere cosa sta succedendo nelle aziende, nelle fabbriche. Oggi le imprese fanno quello che vogliono, ci buttano fuori quando non serviamo più. Io sono fortunato: andrò in mobilità e poi in pensione, i miei colleghi di 30-40 anni, invece, non hanno speranze, è un’impresa trovare un posto. Mia moglie lavora, mio figlio di 25 anni si è laureato, si occupa di biotecnologie, lavora con una borsa di studio fino amarzo dell’anno prossimo. E poi chissà. I giovani non trovano lavoro perchè le aziende dicono che hanno poca esperienza, noi vecchi non ci vogliono più. Se uno oggi ha cinquant’anni viene considerato un rottame però ci dicono che dobbiamo andare in pensione sempre più tardi. Allora, mettetevi d’accordo. I lavoratori sono stati abbandonati dalla politica. Ho votato a sinistra, anche Rifondazione ma poi li ho mollati perchè si dividevano su tutto. L’ultima volta ho votato per Di Pietro. Ci vorrebbe più rispetto per noi operai». Quanti casi come questo ci sono in Italia? Nell’ultimo triennio sono scomparsi più o meno 500mila posti di lavoro, un altro mezzo milione di lavoratori è stato coinvolto nei processi di cassa integrazione. Una parte è rientrata al lavoro, ma una larga parte ha alimentato il bacino degli espulsi dai processi produttivi e occupazionali. Proporre di facilitare i licenziamenti, di favorire la «flessibilità in uscita» in un momento di terribile crisi sociale come questo può apparire davvero una provocazione. Facciamo un esempio concreto di come vanno le cose oggi nel nostro Paese. La Cisl della Lombardia ha appena diffuso un’analisi da cui risulta che nella regione «locomotiva d’Italia », che produce circa il 20% del Pil nazionale, negli ultimi tre anni ci sonostati 167mila licenziamenti. Il leader regionale della Cisl Gigi Petteni commenta: «Questo dato dimostra che le aziende che vogliono ridurre il personale non hanno bisogno di leggi che facilitano i licenziamenti, abbiamo bisogno invece di politiche attive per occupare queste migliaia di lavoratori licenziati». Ma anche i sindacati rischiano di predicare nel vuoto. È sorprendente che in Italia oggi ci siano ministri, esponenti politici, intellettuali magari vicini alla sinistra che pensano davvero che i lavoratori dipendenti con le loro assolute garanzie oaddirittura privilegi siano un freno allo sviluppo dell’economia e alla crescita dell’occupazione. Sono anni, ormai, che i garantiti del posto fisso hanno perso la loro presunta sicurezza e basterebbe elencare i nomi delle aziende in crisi, che hanno deciso pesanti piani di riorganizzazione e di tagli occupazionale, per smentire questo pensiero. Sono centinaia le imprese chehanno licenziato, sono centinaia di migliaia, ancora oggi, i posti di lavoro in pericolo nel nostro Paese. Fiat,Finmeccanica, Eutelia, Fincantieri, Vinyls, Indesit, A.Merloni, Telecom, lameccanica, la chimica, il tessile, tantissime imprese hanno tagliato e ristrutturato. La mannaia ha colpito anche il settore bancario e assicurativo, dove sono stati allontanati decine di migliaia di occupati, e anche tra gli intermediari di Borsa, nel “miglio quadrato” di piazza Affari, la crisi si è presentata con la riduzione dei posti di lavoro. La flessibilità in uscita c’è e funziona, fin troppo. Ecco un caso emblematico di crisi industriale che poteva finire in tragedia sociale, ma che per ora è stata tamponata con la resistenza e la responsabilità dei lavoratori. Valentino Marciò, 46 anni, sposato, due figli, lavora all’Iveco di Brescia da 24 anni. Licenziamenti facili? «Cosa volete ancora da noi operai? Non vi basta la crisi, la cassa integrazione, il salario da fame? Qui all’Iveco siamo in 2600, negli ultimi anni i volumi di produzione sono caduti per la crisi. L’azienda voleva tagliare, buttare fuori mille persone. Noi abbiamo resistito e li abbiamo convinti a fare i contratti di solidarietà perunanno. Anche questa è flessibilità. Oggi le imprese si sentono di poter fare tutto quello che vogliono e questa idea dei licenziamenti è strumentale perchè vogliono approfittare della crisi, spremere i lavoratori, farla pagare ai sindacati, buttare fuori quei rompiballe della Fiom, chi non abbassa la testa. C’è un sacco di gente, anche a sinistra, che parla di cose che non conosce, che non sa cosa vuol dire stare in fabbrica, vanno in te a dire scemenze. Volete la riforma del mercato del lavoro? In Germania chi perde il posto ha una busta paga più alta della mia. Il nostro mercato del lavoro è lo sfruttamento di giovani di 20, 30 anni che restano precari a vita. Voto per Vendola, ama mi convince poco. Vorrei che i lavoratori contassero di più, che la politica e il sindacato fossero più attenti. La verità è che oggi l’operaio si sente spesso solo, isolato». Con poche speranze e illusioni sono rimasti in molti lavoratori. La crisi è stata accompagnata da un fenomeno diffuso in tutto l’Occidente: il lavoro perde valore sociale e culturale, non è più un riferimento forte ed essenziale per le forze politiche che un tempo ispiravano la loro azione proprio sulle condizioni di vita dei lavoratori. Luigi Pani, 42 anni, un figlio, è dipendente della Saturno, azienda torinese in amministrazione controllata, che operava nell’indotto Fiat. Racconta: «I licenziamenti facili ci sono già. Quando sento certi dibattiti in tv mi viene da piangere, pare che se c’è la crisi e l’economia non riparte è colpa nostra che non lavoriamo abbastanza e rivendichiamo troppi diritti. Ma questa è una realtà falsa. I rapporto di forza sono tutti a favore delle imprese. Noi non contiamo più niente, questa è la verità Dobbiamo solo stare zitti e accettare tutto quello che i padroni decidono per noi. Sono sempre stato attento alla politica, ma non ci credo più. L’ultima volta a Torino ho votato per Grillo, per protesta ma non serve a nulla. Sai qual è la vera novità in Italia? Lo smartphone. Se non ce l’hai non sei nessuno».❖

L’Unità 02.11.11

"Le consultazioni informali del Colle", di Claudio Tito

L´Euro boccheggia. Ieri è stata una giornale terribile, segnata dai crolli delle Borse, dall´asfissia delle banche, dall´implosione dei titoli pubblici, dall´allargarsi del divario, in Europa, fra Paesi forti e deboli, da dubbi sempre più diffusi sulla sopravvivenza della moneta comune.
Giorgio Napolitano scende in campo. La crisi economica stringe in una tenaglia il nostro Paese e la situazione politica non offre tutte le garanzie perché le misure reclamate dall´Ue vengano approvate rapidamente. Mentre le borse precipitano e il debito pubblico italiano lede la credibilità del sistema, al Quirinale suona l´allarme e il capo dello Stato avvia una sorta di consultazioni informali. Contatti con le autorità istituzionali e politiche, con quelle monetarie e comunitarie. Con i leader politici, dei sindacati e del mondo imprenditoriale. Per illustrare a tutti la delicatezza del momento e saggiarne gli orientamenti. Per esortare Palazzo Chigi a premere sull´acceleratore della concretezza e per capire quali possano essere le eventuali alternative se il centrodestra non si dimostrasse in grado di varare tutti provvedimenti necessari.
Nessun pressing sul Cavaliere a fare un passo indietro, certo, ma solo la consapevolezza che in caso di crisi, il Colle sarebbe obbligato a verificare ogni possibilità per mettere in condizione l´Italia di rispondere all´emergenza economica nel modo migliore.
Il colloquio con il presidente del consiglio è stato centrato proprio su questo aspetto. Il capo dello Stato chiede al governo un intervento celere. «Domani approveremo il primo pacchetto di interventi – ha assicurato Berlusconi -. Possiamo andare avanti senza incertezze. Già stasera vedrò i miei ministri per concordare concretamente ogni singolo provvedimento». Una dichiarazione di cui il presidente della Repubblica ha preso atto, ma di cui verificherà le conseguenze concrete. Il Colle si aspetta che il premier dia un seguito sostanziale alle sue parole. Ma non si nasconde le viscosità che rallentano l´azione del centrodestra: a cominciare dal conflitto tra il presidente del consiglio e il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, per finire alle incertezze sulla composizione dei provvedimenti. Sa che le fibrillazioni dei mercati sono in questa fase determinate in primo luogo dall´emergenza greca ma si riflettono nel modo più pesante proprio sull´Italia.
La crescita costante dei tassi ai quali vengono collocati i nostri Btp, l´impennata dello spread con i bund tedeschi, la caduta verticale della Borsa di Milano, l´allarme lanciato dall´Abi e da un banchiere di altissimo livello come Giovanni Bazoli, sono tutti elementi che confermano la fragilità italiana e l´analisi che in questi giorni viene elaborata dal Quirinale.
Per questo se il governo – e solo se – non riuscisse a fare fronte nella sua compagine ministeriale e in Parlamento allo scadenzario imposto la scorsa settimana dal Consiglio europeo, Napolitano sarebbe obbligato a «verificare» le alternative. Anche se, dicono gli uomini di Napolitano, nelle “consultazioni informali” non si può assolutamente prevedere un automatismo a favore di un esecutivo di larghe intese.
Sta di fatto che ieri la più alta carica dello Stato ha parlato al telefono con il segretario Pd, Pierluigi Bersani, e con il leader Udc, Pier Ferdinando Casini. Entrambi gli hanno confermato la «piena disponibilità» ad appoggiare un esecutivo di «larghe intese». Ma senza Berlusconi. Una linea che stavolta non ha sorpreso il capo dello Stato. Sul Colle, infatti, sono consapevoli che non può più essere il momento di chiedere – come è accaduto la scorsa estate – un contributo nell´approvazione dei provvedimenti preparati dal Cavaliere. «Governo di transizione, una figura credibile in Italia e in Europa che lo guidi, misure d´emergenza per l´economia e riforma della legge elettorale. Ma Berlusconi deve andare a casa», sono le richieste e le condizioni poste da Bersani e Casini. Un modo per dire chiaramente che le «larghe intese» non possono essere confuse con la disponibilità a condividere l´operato del Cavaliere.
Ma per varare un «nuovo orizzonte» al momento manca un passaggio preliminare: le dimissioni del premier. Non a caso oggi il segretario democratico ricontatterà tutti i capi dell´opposizione e anche i cosiddetti “ribelli” del Pdl. Allo studio c´è ora un documento che potrebbe essere scritto e firmato proprio dal gruppo degli “indisponibili” del centrodestra e sul quale convergerebbero i voti di tutta l´opposizione. Un testo da presentare la prossima settimana alla Camera in occasione delle comunicazioni del presidente del consiglio. Una formulazione in cui si eviterebbero toni eccessivamente critici verso questi tre anni di governo Berlusconi, ma si inviterebbe il presidente del consiglio a salire al Quirinale per facilitare le risposte da dare all´emergenza economica. Sarebbe quella, insomma, l´occasione per testare la tenuta della maggioranza dinanzi alla tempesta finanziaria.
Napolitano quindi ora sa che tutta l´opposizione ha offerto la «disponibilità» per un percorso di questo tipo. Nello stesso tempo è intenzionato a «verificare» sia la tenuta della maggioranza sia i malumori che stanno emergendo nel campo del centrodestra. Ma soprattutto vuole seguire i segnali che possono provenire dall´Unione europea. Tutti infatti sono a conoscenza del pressing che anche ieri il Cancelliere tedesco Merkel ha esercitato perché l´Italia adotti gli accorgimenti per evitare il contagio greco. I provvedimenti che oggi verranno annunciati in consiglio dei ministri subiranno una prima valutazione al G20 di Cannes che prende il via domani. Ma il vero banco di prova sarà quello dei mercati finanziari. Sul Colle vogliono «verificare» quale sarà l´esito. E capire se le parole pronunciate la scorsa settimana da Giulio Tremonti fossero fondate: «Il problema non sono le misure, ma è Silvio Berlusconi. Finchè c´è lui, ogni provvedimento viene bruciato».

La Repubblica 02.11.11

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“Dal Colle è arrivato il fischio finale?”, di Mariantonietta Colimberti

Giorgio Napolitano ha suonato il gong. La nota arrivata dal Colle ieri sera, a conclusione di una giornata drammatica, indurrebbe qualsiasi presidente del consiglio a dimettersi immediatamente. Al momento in cui andiamo in stampa questo gesto Silvio Berlusconi non l’ha ancora compiuto.
Anzi, va cianciando di nuove promesse fatte telefonicamente ad Angela Merkel e ha convocato un vertice serale con un po’ di ministri per fare il punto della situazione.
«Il presidente della repubblica – si legge nel comunicato del Quirinale – dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci nell’ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee. Il presidente del consiglio gli ha confermato il proprio intendimento di procedere in tal senso.
Dal canto loro, diversi rappresentanti dei gruppi di opposizione gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi.
Nell’attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia. Il capo dello stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva».
Cosa accadrà ora? Berlusconi farà finalmente quel “passo indietro” che la politica e il mondo dell’economia gli stanno chiedendo insistentemente? Oppure bisognerà attendere il prossimo martedì, quando alla camera si voterà nuovamente il rendiconto generale dello stato?
Lo scorso 11 ottobre il governo era stato battuto per un voto: questa volta potrebbe verificarsi uno smottamento della maggioranza. Eppure, il tono della nota del Quirinale sembrerebbe suggerire tempi ancor più rapidi per giungere a una svolta vera. Giovedì si aprirà il G20 e per il nostro paese sarebbe importante arrivare all’appuntamento con un segnale forte di discontinuità.
«La situazione è fuori controllo e l’Italia non può andare a Cannes senza l’annuncio dell’arrivo di un governo di emergenza nazionale» ha detto Enrico Letta.
In mattinata la drammatica apertura della Borsa e i dati dello spread Btp-bund avevano avuto l’effetto di stringere le opposizioni attorno all’iniziativa di Pier Luigi Bersani. Il segretario dem aveva telefonato a Napolitano per annunciargli che il Pd e le altre forze di opposizione erano pronti ad assumersi immediate responsabilità.
L’ipotesi più condivisa è quella di un governo di emergenza guidato da Mario Monti. Un esecutivo sul modello Ciampi capace di recuperare subito la fiducia dei mercati e dei partner europei e di segnare una cesura quasi “antropologica” col disastro berlusconiano. «Il Pd è pronto a condividere la responsabilità di misure urgenti a condizione che esse siano accompagnate da un gesto politico e necessario di discontinuità e cambiamento. Non chiediamo ribaltoni e non intendiamo metterci in coda a situazioni che non sono credibili» ha detto in serata Bersani, che per oggi ha convocato un vertice con Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, Enrico Letta e Rosy Bindi.

da Europa Quotidiano 02.11.11

"La via democratica", di Claudia Sardo

La decisione del premier greco George Papandreou di indire un referendum popolare per approvare il nuovo piano di salvataggio, varato da Ue, Bce e Fmi, ha scatenato la bufera sui mercati.E l’epicentro, o meglio il bersaglio, si è presto spostato sull’Italia, ormai frontiera critica dell’euro, il Paese con il governo più screditato, il pericolo incombente per l’Europa. Su l’Unità in questi giorni sono stati analizzati i costi insostenibili della permenenza di Berlusconi alla guida del governo. A questo punto le sue dimissioni sono una necessità vitale per il Paese. Berlusconi è considerato unazavorra da tutte le cancellerie, dagli operatori economici, dall’opinione pubblica internazionale. I suoi impegni non vengono giudicati credibili, né sostenibili. La sua lettera all’Unione europea è stata sbagliata, perché ha offerto lo scalpo dei licenziamenti (non richiesti neppure dalle imprese) invece di promuovere un patto sociale su patrimoniale, previdenza, lotta all’evasione, detassazione del lavoro. Lo dice anche Tremonti che la permanenza del Cavaliere a Palazzo Chigi vale almeno 100 punti di spread. Ciò non vuol dire che Berlusconi sia il responsabile principale di questa crisi drammatica: sono persino maggiori le colpe dei governi di centrodestra che hanno guidato negli ultimi anni l’Europa con politiche egostiche e miopi (perché non hanno ristrutturato il debito greco 18 mesi fa, quando i costi erano poche decine di miliardi di euro?). Tuttavia Berlusconi è oggi obiettivamente l’impedimento a una risalita dell’Italia. E rappresenta una minaccia per l’intera costruzione europea. Toccherebbe a lui aprire la fase nuova,come ha fatto Zapatero guadagnando per la Spagna uno spread e unacondizione migliori della nostra. In ogni caso, siccome il pericolo è altissimo per tutti noi e per i nostri figli, in queste ore nessuno può sottrarsi alle responsabilità, come richiesto dal Capo dello Stato. Piuttosto l’innesco di quest’ultima bufera ha riportato al centro la questione democratica. È vero che l’emergenza economico-finanziaria spiazza le nostre società e genera paure. Ma è inaccettabile l’idea che la democrazia sia un lusso, oppure che le politiche di risanamento vadano affidate a tecnocrazie esterne, sospendendo la normale vita democratica. Senza democrazia rischia di svanire l’idea stessa di Europa. La scelta di Papandreou è stata dettata da una condizione di debolezza, non solo verso l’opinione pubblica greca, ma anche verso il suo partito in affanno. Forse avrebbe potuto gestirla meglio dopo il Consiglio europeo. Ha deciso però di rimettere ai propri elettori il destino del Paese: accettare ulteriori, pesantissimi sacrifici pur di abbattere parte del debito pubblico accumulato oppure fare fallimento e uscire dall’euro (con conseguenze imprevedibili anche per l’Europa). La Grecia ha già pagato costi sociali elevati. Ha pagato pure per gli errori uropei.Ma la responsabilità non può essere separata a lungo dalla democrazia. Il tema riguarda anche l’Italia. Il vincolo esterno è stato tante volte per noi spinta verso il progresso.
E oggi più di qualcuno crede che solo un governo emergenziale, separato e sovraordinato alla politica, possa realizzare le misure strutturali necessarie per recuperare competitività. Le oligarchie che tifano da sempre per i governi tecnici alimentano l’antipolitica per questa finalità. Ma siamo a un punto limite. Il deficit di consenso rischia oggi di travolgere non solo i partiti ma le stesse istituzioni, e con esse l’autorità necessaria a un processo di riforme equo e socialmente condiviso. La politica è questo: tenere insieme rappresentanza e decisione. Mentre invece la proliferazione del ceto politico è stato un danno, un segno di declino, non un rafforzamento. In ogni caso la via democratica resta la più solida anche di fronte a una crisi drammatica. È questa la lezione di Moro e Berlinguer, che si assunsero responsabilità pesanti e furono disposti a pagare alti prezzi per affrontare i passaggi del loro tempo. Se ci sono le condizioni, si faccia un governo d’emergenza per evitare il baratro: ma subito dopo torni la parola agli elettori, soli titolari della sovranità. Ciò che decideranno gli italiani avrà più forza politica. Piuttosto facciano chiarezza i partiti: come possono i centristi lanciare l’allarme per l’Italia di Berlusconime poi sottrarsi a una grande coalizione con il centrosinistra, scommettendo sull’instabilità della prossima legislatura? È per tutti l’ora della responsabilità. Semmai è arrivato anche il tempo di portare la democrazia degli elettori nelle istituzioni europee, oltre il Parlamento di Strasburgo.

L’unità 02.11.11

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“La bugia smascherata da Atene”, di STEFANO LEPRI

Ma non è giusto dare la parola alla gente, quando si tratta di sopportare sacrifici così pesanti? In questo caso no. Sulla materia di cui si dovrebbe decidere, la sovranità nazionale della Grecia non esiste più. Sarebbe come se, poniamo, per decidere se costruire o no centrali nucleari in Italia si fosse posta la domanda ai cittadini di un’unica Regione (mentre, saggiamente, la nostra Costituzione vieta di sottoporre a referendum i trattati internazionali).

Finora tutti i governi dell’area euro avevano trovato comodo occultare questa realtà. La mossa a sorpresa di Giorgos Papandreou involontariamente smaschera una menzogna collettiva. L’ira in altre capitali è comprensibile, ma potevano ammettere prima che se si condivide una moneta comune il potere dei governi nazionali è limitato. Soprattutto lo è quello della Grecia, che per colpe precise (del governo precedente, di altro colore politico) si trova in una situazione insostenibile. Non può fare da sé un Paese che, perfino dopo tutti i tagli agli stipendi e gli aggravi di tasse degli ultimi due anni, continua a vivere al di sopra dei propri mezzi.

Un Paese che produce 100 e consuma 108, come accade alla Grecia del 2011, ha vitale bisogno dell’aiuto degli altri. Riescono solo gli Stati Uniti a sostenere per lungo tempo uno squilibrio dei pagamenti correnti con l’estero perché sono la maggiore potenza mondiale e hanno il dollaro; tuttavia in proporzione è circa la metà di quello greco. Per di più, il governo di Atene è nella condizione di dover contrarre nuovi debiti anche solo per ripagare i debiti vecchi; visto che i mercati non offrono credito, non può andare avanti senza soccorsi esterni.

Nei fatti i greci non sono in grado di decidere sul piano di austerità. Possono cambiare governo, se vogliono (può darsi che sia questo l’esito, invece del referendum); eppure qualsiasi scelta di politica economica, compresa l’insolvenza totale e l’uscita dall’euro, non potrà sottrarli ad una austerità durissima. In più, l’attesa del referendum alimenta il peggiore contagio in tutta l’area, perché i mercati si scatenano sulle ipotesi di cui sopra. Oltretutto, al primo sondaggio che preveda una vittoria del no, potrebbero essere i greci stessi a spostare in massa i propri capitali all’estero: cercando ciascuno di salvare il proprio patrimonio, tutti insieme porterebbero alla rovina il Paese.

Così funziona un’unione monetaria. Già nei mesi passati fingere che la mutua interdipendenza fosse un fattore secondario ha portato a prendere decisioni collettive sempre tardive, talora sbagliate, per motivi di politica interna. A loro volta, gli errori hanno alimentato la diffidenza tra le diverse nazioni. Siamo al punto che il governo di Berlino rinuncia a sgravi fiscali che sarebbe in grado di elargire ai propri elettori «per non dare il cattivo esempio» ai Paesi euro costretti a fare l’opposto.

Nel tentativo di ogni Paese di scaricare le difficoltà sugli altri l’Europa si produce in un multiforme autolesionismo. Ora l’area euro si presenta davanti alle altre potenze globali, al G-20 di Cannes, ridotta a mendicare soccorso dalla Cina, o da un Fondo monetario internazionale potenziato. Il resto del mondo teme che dalla combinazione di irresponsabilità e reciproca diffidenza dei governi del nostro continente scaturisca un nuovo patatrac finanziario collettivo; ma non può risolverne i problemi (come possiamo pretendere che la Cina usi i suoi soldi per aiutare Paesi i cui cittadini sono molto più ricchi dei suoi?). Sull’Italia, che a causa dei propri errori è finita nella prima linea dell’infezione greca, incredibilmente viene a pesare una responsabilità planetaria: se riusciamo a rimetterci in piedi, allontaneremo il pericolo per tutti.

La Stampa 02.11.11

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“LA SALVEZZA DEL PAESE”, di EZIO MAURO

È il momento della responsabilità, nell´interesse del Paese. Con un effetto a valanga, la crisi economico-finanziaria bypassa i governi e gli Stati nazionali, vanifica i diktat delle istituzioni europee, travolge infine la governance che l´Occidente si è dato nel dopoguerra, fino a riscrivere il rapporto tra sovranità, democrazia, capitalismo e mercati. Ieri questo equilibrio fragile e malato è precipitato in una giornata terribile. Ormai quasi senza maggioranza, il governo greco ha indetto un referendum sul piano di risanamento europeo, mettendo nelle mani della popolazione la scelta tra i sacrifici e il default del Paese. La decisione ha infiammato le Borse del continente, ha terremotato la vigilia del G20, ha portato il Fondo Monetario a parlare di rischio “bazar” per la Grecia e per l´area euro.
Il pericolo che la Grecia salti per aria è dunque oggi concreto e reale, minando al cuore la costruzione dell´euro, a pochi anni dalla nascita. Ma subito dopo la Grecia c´è l´Italia. E infatti il vortice ieri si è diretto sul nostro Paese, dove la Borsa di Milano ha perso il 6,8 per cento con le banche a picco e la giornata più pesante dall´ottobre 2008, lo spread coi Bund tedeschi è salito a 454 punti, il rendimento dei Btp è arrivato al 6,33 per cento.
A questo punto, dopo due giorni di passione che hanno seguito la lettera d´intenti portata da Berlusconi a Bruxelles, è chiaro che l´Italia è in grave pericolo, non riesce a riportarsi al livello della Spagna, può precipitare nell´inferno della Grecia. E soprattutto è evidente che i mercati (i quali non hanno gli obblighi istituzionali e la responsabilità della Bce e dell´Ue) dichiarano apertamente di non credere alle promesse del Premier italiano.

e ragioni sono purtroppo note a tutti: le misure annunciate nella lettera del governo italiano arrivano dopo una manovra rivista ben quattro volte, sono state scritte obtorto collo e sotto dettatura da Bruxelles, senza la firma di un ministro dell´Economia esautorato dalla guerra permanente che gli muove il Presidente del Consiglio: il quale appena torna da Bruxelles con un pesante piano di salvataggio attacca incredibilmente l´euro, mentre non ha la forza di affrontare il Parlamento nel timore di veder svanire a ogni voto la sua incerta maggioranza.
Bisogna prendere atto dunque che questo governo rischia di vanificare le misure pesanti che l´Europa indica come necessarie. C´è una crisi evidente di maggioranza, di leadership, ma soprattutto di credibilità. È per queste ragioni (i mercati a picco, l´Europa che preme, il governo impotente e diviso) che ieri si è mosso Napolitano. Ha chiesto decisioni efficaci e immediate. Ha preso atto che Berlusconi vuole andare avanti, con la sua maggioranza sbandata: ma ha constatato che le opposizioni – con Bersani e Casini, e anche Di Pietro – sono pronte a fare la loro parte e ad assumersi le loro responsabilità davanti a un governo diverso, di salvezza nazionale. E il Presidente intende misurare sia le possibilità concrete del governo di far fronte agli impegni europei e sia “una nuova prospettiva di larga condivisione” delle scelte da compiere con urgenza. Di fatto, sono aperte consultazioni informali per capire come l´Italia può reggere all´urto della crisi.
In questo momento il problema non è più di destra o sinistra, di vecchi o giovani: è in gioco la salvezza del Paese e nient´altro. A nostro parere, si può ancora raggiungere se si volta subito pagina, si allarga la base parlamentare con una condivisione dell´emergenza, si guarda all´Europa e al Quirinale come punti di riferimento, si restaura con una nuova politica la fiducia dei mercati e soprattutto dei cittadini.
La disponibilità dell´opposizione a questa operazione di salvezza nazionale c´è, quella delle parti sociali anche, dopo l´ultimatum che hanno inviato ieri a Berlusconi. Le forze moderate della maggioranza, che esistono, devono riflettere, perché hanno oggi una grande responsabilità davanti al rischio che corre l´Italia. C´è un sentimento fortemente maggioritario nel Paese, e dice che così non si può andare avanti. Deve diventare maggioritario anche in Parlamento: al più presto.

La Repubblica 02.11.11