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"Inseguendo la credibilità perduta", di Bill Emmott

Cosa vuol dire «credibilità»? In uno dei suoi film Groucho Marx ha detto che la credibilità, insieme all’integrità, sono fondamentali nella vita, e che se riuscite a fingerle non avrete problemi. I mercati finanziari stanno mostrando di ritenere che, quando il 26 ottobre scorso i leader dei governi dell’Eurozona hanno annunciato una soluzione «completa» della crisi del debito sovrano, stavano fingendo.

La sfida ora consiste nel ricostruire la credibilità perduta.

Il motivo immediato per la perdita di fiducia da parte dei mercati finanziari è la Grecia, visto che il referendum sul salvataggio annunciato dal governo di Atene aumenta la probabilità di un default sul debito del Paese, unica opzione rimanente nel caso gli elettori respingessero il piano. Ma il problema maggiore riguarda non la Grecia, ma gli altri debitori in difficoltà dell’Eurozona, in primo luogo l’Italia.

Se la Grecia fosse l’unico problema dell’Eurozona la soluzione sarebbe semplice: se gli elettori greci non gradiscono le condizioni per avere sostegno finanziario, possono uscire dall’euro. Il problema è che la Grecia non è la sola. Il piano «completo» del 26 ottobre presupponeva, in qualche modo, di «isolarla» dagli altri grandi indebitati. Ma questo tentativo di innalzare una barriera è fallito. E, almeno nella visione dei mercati, il fallimento è da attribuire sia ai Paesi che hanno cercato di costruire la barriera, che a quelli che si trovavano dall’altra parte, in primo luogo l’Italia.

I costruttori della barriera hanno fallito perché non sono riusciti a mettersi d’accordo per stanziare una somma sufficiente per proteggere l’Italia. In altre parole, non hanno fornito denaro sufficiente per comprare la quantità di titoli emessi dall’Italia che servisse a compensare il gap creato dalle vendite delle banche e delle assicurazioni, oggi e potenzialmente nel futuro. Non ci sono riusciti non per avarizia. Il fatto è che, per ragioni diverse, né la Francia, né la Germania si sentivano in grado di assumersi la responsabilità collettiva – implicita nell’impegno che avrebbero dovuto prendere – per il debito presente e futuro dell’Italia.

E’ una situazione che difficilmente sarà soggetta a cambiamenti, anche nel caso il dramma in corso diventasse un’autentica emergenza. Né la cancelliera Angela Merkel, né il Presidente Nicolas Sarkozy pensano che i loro elettori accetteranno costi e sacrifici da pagare a livello nazionale per questa responsabilità collettiva. Perciò hanno scelto di continuare con la loro strategia dell’ultimo anno: stanziare un po’ di soldi nella speranza di comprare tempo.

Ma il tempo non può essere comprato facilmente quando viene a mancare la credibilità. Se i mercati potessero essere convinti che, in caso di vera emergenza, la Germania e la Francia accetterebbero la responsabilità collettiva, la strategia di comprare tempo potrebbe funzionare. Ma le democrazie sono entità trasparenti. Così come tutti sanno che la Grecia dovrà dichiarare default, tutti sanno cosa gli elettori tedeschi pensano dell’idea di assumersi il debito italiano o quello portoghese.

La democrazia italiana ha numerosi difetti, ma da questo punto di vista è identica a quella tedesca: è trasparente. Ed è per questo che, nonostante le misure di austerità adottate in estate, e nonostante la lettera d’intenti che il governo italiano ha scritto la settimana scorsa sulle misure da prendere riguardo al debito e alla crescita, agli investitori sembra di sapere già come andrà a finire. Pensano che solo poche – se non nessuna – delle misure proposte verranno realizzate perché sanno che la coalizione di governo è divisa al riguardo. Sanno che i sindacati si oppongono alle riforme del mercato del lavoro e sono abbastanza certi che nell’aprile del 2012 – cioè molto prima che la maggior parte delle misure proposte possa venire introdotta – si terranno elezioni politiche anticipate.

Se il governo di Silvio Berlusconi si fosse costruito, da tempo, una reputazione di serietà, di fedeltà alle promesse fatte, di capacità di prendere decisioni dolorose, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Gli investitori avrebbero creduto che le misure per tagliare il debito e rilanciare la crescita sarebbero state prese, e non si sarebbero preoccupati per l’eventualità di elezioni anticipate. Ma l’esperienza fa pensare ai mercati l’opposto: che il governo non è serio, e che farà il possibile per evitare decisioni dolorose.

Stavolta, potrebbe anche essere ingiusto. Ma è troppo tardi per lamentarsi. La vita è ingiusta. Soprattutto quando la credibilità è svanita. Qualunque cosa ne pensasse Groucho Marx, è troppo tardi per fingerla.

La Stampa 02.11.11

"È il momento di dare più poteri all´Europa", di Barbara Spinelli

Da quando hanno cominciato a protestare, gli indignati hanno denunciato via via l´ottimismo illusionista dei governi, le istituzioni internazionali spesso indifferenti ai vincoli democratici, infine la Banca centrale europea: nostro salvagente, ma salvagente riluttante a tramutarsi in prestatore di ultima istanza. Le denunce possono convincere o no, ma dietro c´è una domanda cruciale, cui non si sfugge.
La domanda è comune agli indignati e alle forze che in queste ore, più che mai, mostrano di non credere in Stati come Grecia e Italia, non escludendo funeste bancarotte: chi comanda, nell´emergenza che viviamo? E se davvero la crisi prelude a una mutazione radicale delle società, se davvero Roma o Atene s´inabissano: quali poteri decideranno il da farsi, combinando o non combinando i sacrifici con la giustizia sociale che fonda le nostre democrazie? Chi controlla i controllori?
Davanti a questo bivio stiamo, e la domanda è cruciale perché pone al tempo stesso la questione della sovranità e della democrazia. E perché è una domanda che in Italia sale dal Quirinale stesso, che giudica il vuoto politico ormai non più tollerabile. La risposta che dà Berlusconi – colpevole è l´euro, «moneta strana che non ha convinto nessuno» – è non solo becera. È nichilista, perché scaricare le responsabilità su Francoforte significa perpetuare la truffa illusionista e non capire il tracollo del proprio ventennio: ventennio che si chiude con una sorta di sconfitta bellica simile a quella che travolse Mussolini. Quando il Premier gioca allo sfascio attaccando l´euro, e poi fa come se avesse detto il contrario, mostra che la cacofonia affligge non tanto la sua maggioranza quanto la sua testa, e quel che la testa gli fa dire. Con cortesia gelida, Mario Monti gli ha ricordato in una lettera aperta sul Corriere che «anche le parole non sorvegliate hanno un costo», pagato da noi tutti.
Altri giocano allo sfascio, più o meno scompostamente. C´è chi, come il Premier greco, indice un referendum spericolatissimo sull´austerità, presentandolo come democrazia. C´è chi accarezza l´idea di sospenderla, la democrazia, persuaso in segreto che la via sia quella di Donoso Cortés, il politico spagnolo dell´800 che preferiva l´autoritarismo alla sempre titubante clase discutidora. Chi parla di governi italiani di salute nazionale indica la soluzione (il Quirinale stesso fa sapere che «servono larghe intese»), ma esiste il rischio di curare i mali col veleno che li ha creati. Non abbiamo bisogno che al governo vada un outsider infastidito dalla politica, magari con nuovi conflitti d´interesse: l´esperimento è già stato fatto, dopo Mani Pulite, dall´imprenditore di Arcore. Credo che l´Italia abbia sete di veri politici, di servitori dello Stato come Monti che è stato per anni civil servant in Europa, allo stesso modo in cui per liberarsi da Tangentopoli ebbe bisogno di Ciampi, del suo senso della res publica. Il nostro risanamento non può avvenire in due tempi: prima la democrazia sospesa, poi il ritorno al confronto politico normale.
Se ben governata, la catastrofe italiana può infatti riservare sorprese non distruttive, e fornire una risposta alla doppia domanda di indignati (e mercati) su sovranità vera e democrazia. Tutto verte attorno al termine commissariamento, vissuto come un´onta da gran parte della nostra classe dirigente. In un articolo pubblicato il 28 ottobre sul Sole 24 ore, dopo l´accordo di Bruxelles e la lettera d´intenti italiana, Beda Romano ha scritto un importante articolo, che punta il dito sulla frase più rivelatrice del comunicato finale del vertice Ue: «Invitiamo la Commissione a fornire una valutazione dettagliata delle misure e a monitorarne l´attuazione, e le autorità italiane a fornire tempestivamente tutte le informazioni necessarie per tale valutazione».
Il passaggio equivale a un commissariamento solo se restiamo convinti che gli Stati nazione siano ancora capaci di comando, nell´emergenza. Ma il comunicato può esser letto in modo radicalmente diverso: come primo segno di una riduzione delle sovranità nazionali, non negativa anche se vissuta – in Italia – dolorosamente e non democraticamente. «L´Italia è diventata all´improvviso un banco di prova per l´intera unione monetaria», scrive Romano, e, lungi dall´essere commissariata, potrebbe essere «il battistrada di una nuova Europa».
Non per questo però il dramma s´attenua. L´esperimento che trasforma l´Italia in embrione di governo europeo nasce con vizi gravi: affronta la questione della sovranità, non della democrazia. È uno dei punti salienti del discorso, lucido, che Napolitano ha tenuto a Bruges il 26 ottobre: una nuova Europa sta forse nascendo, non solo economica ma politica, dotata di una «sovranità europea condivisa», ma alla metamorfosi dell´Unione potranno contribuire in maniera inventiva solo Stati non disfatti, ridotti a cavie, tentati dall´antipolitica, ma che stiano in piedi agendo da protagonisti su ambedue i piani: apprendendo la cultura della stabilità, e spingendo i partner dell´Unione a fare più Europa, a dotare il bilancio comunitario di più mezzi, a osare la messa in comune dei debiti con gli eurobond, a riprendere il sentiero dell´Europa sociale. Anche nel quadro di un avanzamento dell´Unione, ha detto Napolitano lunedì, «restano affidate inderogabili funzioni agli Stati nazionali, e decisivo resta il loro concorso al perseguimento delle stesse politiche comuni europee». Come concorrere, se lo Stato naufraga?
La cessione di sovranità non può iniziare profittando di un legno marcio, oltre che storto. Altrimenti il battistrada diverrà spauracchio. La Francia farà simili passi? E la Germania, il cui nuovo nazionalismo Habermas giudica severamente, cederà infine sovranità? Si ritorna così alla prima domanda: se l´Italia è apripista, chi comanderà la futura Europa delle sovranità condivise? Che volto avrà il governo sovranazionale: quello del Leviatano di Hobbes (l´autorità fa legge), oppure esisteranno regole cui l´auctoritas dovrà sottostare? Se il referendum greco minaccia l´euro, quale democrazia europea inventare, perché i cittadini non si sentano spodestati?
Disvelare i veri poteri e democratizzarli è il compito dei partiti europei. Un compito arduo in Italia, perché doppio: si tratta di allontanare Berlusconi, che evidentemente crea sfiducia ovunque, e di lavorare, in Europa, per un salto di qualità federale. Nicola Zingaretti, nel manifesto scritto il 27 ottobre sul Foglio, fa proprio questo: è l´unico, a me pare, ad auspicare una battaglia simultanea in Italia e Europa. Quel che propone, in sintonia con Napolitano, è lanciare subito «una campagna per l´elezione diretta del presidente dell´Unione europea», per rispondere alla richiesta di un nuovo spazio politico. I politici italiani di destra e sinistra sono accusati di aver «abdicato alla missione per la quale fu intrapreso il cammino dell´unità (il cui simbolo vincente è stato senz´altro Romano Prodi)» e d´aver rinunciato ad affiancare un´Unione politica democratica a quella economica. Alla domanda di indignati e mercati urge rispondere indicando con chiarezza quali sono i poteri e i contropoteri negli Stati e nell´Unione: «Nell´era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente sapere chi decide e controllare direttamente l´iter delle scelte».
Anche la Banca centrale europea deve cambiare, secondo Zingaretti, e darsi nuovi poteri e missioni: «Bisogna dotare l´euro degli stessi strumenti di cui gode oggi il dollaro, ed evitare che l´assenza di strumenti difensivi flessibili nel sistema monetario esponga la nostra moneta alla speculazione». Non lo propone solo Krugman, spesso scettico verso l´euro. Anche europeisti come Paul De Grauwe, Charles Wyplosz, Jacques Delors, chiedono che sia consentito all´istituto di Francoforte di divenire una Banca centrale autentica, prestatrice di ultima istanza. Solo così, secondo Delors, le istituzioni europee saranno «non i pompieri, ma gli architetti dell´Europa» che verrà, se la vorremo.

La Repubblica 02.11.11

Napolitano: «Decisioni governo non prorogabili»

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, considera «ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci nell’ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee». E’ quanto si legge in un comunicato del Quirinale «dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata». La nota del Quirinale informa che il Presidente del Consiglio ha confermato al Presidente della Repubblica «il proprio intendimento di procedere in tal senso».

«Dal canto loro, diversi rappresentanti dei gruppi di opposizione – continua il comunicato – gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi. Nell’attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia».

«Il Capo dello Stato – conclude il comunicato – ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva».

Oggi Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è rientrato a palazzo Chigi e ha avuto «un lungo e cordiale colloquio telefonico» con il Cancelliere tedesco Angela Merkel – fa sapere palazzo Chigi in una nota. Al centro della telefonata, si legge nel comunicato, l’analisi della situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare a seguito dell’annuncio della Grecia di indire il referendum.
«Berlusconi ha confermato al cancelliere tedesco – scrive l’esecutivo – la ferma determinazione del governo italiano di introdurre in tempi rapidi le misure definite con l’agenda europea. Insieme hanno concordato di avviare nelle prossime ore strette consultazioni in vista dell’imminente vertice G20 di Cannes». Il premier ha poi avuto un colloquio telefonico con il presidente della Repubblica. Al capo dello Stato Berlusconi ha riferito della telefonata con il cancelliere Merkel e lo ha aggiornato sulla situazione e sulle misure che il governo «intende adottare in tempi rapidi».

da www.unita.it

"Ma il vero scontro avverrà all'Onu", di Lucia Annunziata

Mettiamoci d’accordo. Se i palestinesi si armano, tutti gridano che la violenza è un ostacolo alla pace. Se i palestinesi provano a forzare la via diplomatica, come hanno fatto ieri, tutti gridano che queste iniziative «unilaterali» sono un ostacolo alla pace. Ci piacerebbe allora sapere – in particolare da Israele, Stati Uniti, e Italia – esattamente cosa dovrebbero fare i palestinesi, a parte svanire quietamente tra le nuvole, come in «Miracolo a Milano».
Ieri la Palestina è stata ammessa all’Unesco. Vecchia storia – ogni anno i palestinesi regolarmente chiedono di essere ammessi -, nuovo risultato: 107 contro 14, con 52 astenuti.

L’approvazione è arrivata, grazie soprattutto al consenso del nuovo fronte che guida lo sviluppo mondiale, i Paesi Brics, Brasile, India, i Paesi africani, arabi, la Cina, la Russia e qualche Paese europeo rilevante come la Francia e il Belgio. Contro hanno votato Usa, Israele, Germania, Canada, Australia, Olanda. L’Europa si è divisa, come si vede, esprimendo anche una buona parte di prudenti che si sono astenuti, fra cui Italia e Inghilterra, Polonia, Portogallo, Ucraina, Danimarca, Svizzera. Un voto insomma che insegue i profili del multilateralismo in cui nuotiamo, e che, non a caso, ne ha svelato tutte le venature. Usa e Israele hanno reagito con forza, I primi annunciando che taglieranno ora i loro fondi all’Unesco (il 22 per cento dei 634 milioni di dollari annuali), il secondo parlando di «tragedia».

Reazioni francamente esagerate se si trattasse solo dell’entrata in questa organizzazione culturale che difende tra l’altro i siti patrimonio dell’umanità, cui i palestinesi contribuiscono con Betlemme e il curioso e fangoso Mar Morto. La relazione fra Washington e Unesco è in effetti tormentata da molto tempo – il presidente Ronald Reagan nel 1984 decise di boicottare l’organizzazione, da lui accusata di sentimenti anti-israeliani e antioccidentali, e il rientro è avvenuto solo nel 2003, grazie a George Bush.

Ma l’irritazione di ieri ha a che fare con il senso che il voto è stato un’anticipazione, una sorta di frecciata arrivata a segno, del vero scontro che avverrà fra poco: a novembre infatti l’Onu dovrebbe esprimersi sulla richiesta della Palestina di essere ammessa come Stato membro. Se l’ammissione passasse, magari proprio grazie al fronte creatosi ieri all’Unesco, significherebbe il riconoscimento di fatto dello Stato palestinese, aggirando il consenso di Israele, e dunque anche di Washington.
Ma davvero questa strategia palestinese è così dannosa?

Le puntate precedenti all’origine di questo dubbio vanno forse richiamate qui, per chiarezza. I palestinesi sono divisi in due entità, sia territoriali che politiche, almeno dal 2003. Oggi il West Bank, cioè la ex Cisgiordania occupata, è guidata da Fatah, l’ex organizzazione di Arafat, maggioritaria nella Pla, Palestinian National Authority, il governo ad interim, il cui presidente è Abu Mazen, nomignolo di Mahmoud Abbas, e il primo ministro è Salam Fayyad, economista, con una carriera nel Fondo Monetario. Gaza è invece controllata, dopo le elezioni del 2007, da Hamas, che ha vinto quelle elezioni. Fra le due entità non c’è oggi quasi nessuna relazione – anzi scorre tale cattivo sangue da aver dato origine a una guerra segreta – così come diverse sono le posizioni politiche. Nel West Bank il primo ministro è concentrato da tre anni nella costruzione di istituzioni locali, con una propria economia, aiuti internazionali, e relazioni estere, nell’ipotesi di dimostrare e far pesare la maturità raggiunta dalla Palestina. Hamas invece, alleato di Iran ed Hezbollah, non riconosce nemmeno Israele, figuriamoci aprire tavoli di pace.

Non che le differenze abbiano alla fine avuto molta rilevanza nel rapporto con Israele. I colloqui di pace guidati dal Quartetto (Usa, Unione Europea, Russia e Onu) con inviato Tony Blair, e rilanciati da Obama, hanno preso la solita ferrovia morta, e giacciono lì – colloqui per preparare altri colloqui – da un paio di anni.

Le strategie dei due settori di palestinesi si sono nel frattempo distinte ancora di più dopo la primavera araba: mentre Hamas stringeva i suoi rapporti con l’estremismo, i vecchi (anche in senso di età) leader di Fatah hanno avuto un’idea coerente con quella dello Stato de facto: chiedere, appunto, l’ammissione all’Onu come membro.
In questa situazione si capisce bene la reazione di Usa e Israele, ma ugualmente ci rimane incomprensibile.

E’ vero che uno Stato palestinese dovrebbe nascere da una negoziazione con Israele, come sostiene Washington. Ma se i negoziati da decenni non vanno da nessuna parte, cosa debbono fare i palestinesi, che, fra i due popoli, ricordiamolo, sono quelli che lo Stato non ce l’hanno? L’ammissione all’Unesco, e all’Onu, forzare insomma la mano alla diplomazia, è davvero un ostacolo alla pace, una «minaccia», come si è detto ieri, alla stregua di un’aggressione armata o di un atto di terrorismo?

La verità è che dal West Bank sta nascendo una abile e nuova strategia che lavora nel cuore delle istituzioni internazionali, lavora sui nuovi equilibri e umori mondiali. E Stati Uniti e Israele farebbero bene a riconoscerne l’intelligenza, e a misurarvisi con altrettanta.

La Stampa 01.11.11

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Palestina nell’Unesco, la risposta d’Israele si pensa sanzioni e nuovi insediamenti

Il premier Netanyahu convoca il governo per affrontare la questione dell’adesione palestinese all’agenzia Onu. Gli Stati Uniti hanno sospeso i finanziamenti. Palestina nell’Unesco, la risposta d’Israele si pensa sanzioni e nuovi insediamenti La delegazione israeliana all’Unesco (ansa)
TEL AVIV – Israele prepara la sua risposta all’adesione della Palestina come membro a pieno titolo dell’Unesco. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato infatti una riunione di emergenza del governo per decidere possibili sanzioni contro l’autorità palestinese.

Tra le misure allo studio citate dal quotidiano Haaretz, l’aumento delle costruzioni negli insediamenti in Cisgiordania, il congelamento del trasferimento di prelievi fiscali a beneficio all’autorità palestinese e l’annullamento dei benefici concessi ad alcuni vip palestinesi di passare i checkpoint con Israele.

La riunione è prevista nel primo pomeriggio ma non è certo che una decisione venga già annunciata oggi.

Ieri Israele aveva definito “una vergogna” 1 la decisione dell’organismo Onu e aveva minacciato di riprendere in considerazione la sua cooperazione con l’organizzazione. Dura anche la reazione degli Stati Uniti all’adesione: Washington ha sospeso i contributi all’agenzia Onu, pari a circa il 20% dei fondi totali a disposizione dell’Unesco.

da www.repubblica.it

"Sfiducia e incertezza: il dramma italiano e il peso del Quirinale", di Stefano Folli

Al termine di una giornata drammatica ci si domandava ieri sera cosa deve ancora accadere nei prossimi giorni e settimane. Il presidente della Repubblica non si limita più a suggerire coesione. Le sue parole sono ormai un grido d’allarme rispetto a una minaccia urgente. Una minaccia di fronte alla quale rischiamo di essere impotenti, cioè «inadeguati», prigionieri di «debolezze strutturali» di cui paghiamo il prezzo al mercato dei titoli di Stato.

Volano gli spread e con loro i tassi d’interesse: un nodo scorsoio che annienta ogni speranza di contenere il debito e liberare qualche risorsa per dare respiro all’economia reale.

Ancora Napolitano: «Si avverte acuto il bisogno di più cultura delle istituzioni, di più senso delle istituzioni, di più attenzione all’esercizio delle funzioni dello Stato e alla condizione in cui versano le sue strutture portanti». Il termine «istituzioni» ricorre in forme insistite nelle parole del capo dello Stato. Si capisce che qui è il cuore del problema: istituzioni indebolite, non sorrette dalla necessaria forza politica e morale, come si nota anche nelle incongruenze del processo legislativo. Istituzioni, in sostanza, troppo fragili e impacciate di fronte alla sfida che l’Europa ci propone in termini perentori, persino brutali.

Che altro deve dire il presidente della Repubblica per far intendere che il nocciolo della crisi riguarda la credibilità del governo sulla scena internazionale? È qui il nodo che non si riesce a sciogliere, con danni che si scontano ogni giorno, mentre i mercati finanziari guardano all’Italia con crescente diffidenza e la stessa opposizione rimane incapace di offrire un’alternativa concreta e plausibile, al di là delle formule retoriche e dei dissensi che la lacerano.

Sì, una giornata drammatica. Nel corso della mattina Napolitano era presente all’incontro promosso dall’Abi in cui Giovanni Bazoli aveva chiesto con tono accorato «scelte in grado di migliorare il clima di fiducia». Scelte tutt’altro che indolori perché implicano «sacrifici per tutti, perdite di posizioni» ed esigono «disponibilità al cambiamento». Come dire che è indispensabile la rottura immediata di infinite incrostazioni e la correzione di ingiustizie accumulate negli anni. Perché senza riforme «l’Italia rischierebbe di compromettere il suo futuro nella democrazia».

Frasi gravi e con ogni evidenza assai ponderate, in sintonia con i giudizi che di lì a poco avrebbe dato il capo dello Stato. Frasi che poi non hanno trovato un riscontro o un commento negli esponenti del Governo, come ci si poteva attendere. Tace Berlusconi e anche il ministro dell’Economia Tremonti, che in serata ha partecipato alla Festa della Zucca di Pecorara (Piacenza), non ha rilasciato dichiarazioni.

Si può pensare che l’esecutivo voglia replicare con i fatti, mettendo a punto le misure per lo sviluppo e traducendo in atti concreti gli impegni promessi all’Europa con la recente lettera. Ci si augura che sia così, ma intanto lo «spread» oltre quota 400 è un indizio terribile che segnala l’incertezza del quadro generale. I tempi della politica sono troppo lenti rispetto al precipitare della crisi. E del resto all’orizzonte non s’intravede una soluzione.

Montezemolo ha proposto in una lettera a “Repubblica” un «governo di salute pubblica» al posto di Berlusconi, indicando un’agenda di cose da fare. Ma la freddezza, a dir poco, del Pdl e del Pd, dimostra che un simile governo non troverebbe una maggioranza in Parlamento. E non si può caricare sulle spalle del presidente della Repubblica l’onere che spetta alla responsabilità delle forze politiche. Per cui oggi l’alternativa è fra una lenta agonia e le elezioni anticipate (meglio se in fretta).

Il SOle 24 Ore 01.11.11

Bersani sente il Colle: «Pronti a responsabilità»

Il segretario del Pd Bersani, secondo quanto si apprende, ha avuto un colloquio telefonino con il Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ha espresso forte preoccupazione per la situazione di queste ore sulla crisi economica. Nel corso della telefonata, secondo quanto si apprende, il leader dei democratici ha dato la disponibilità del Pd e delle forze di opposizione a prendersi le responsabilità necessarie per l’aggravarsi della crisi finanziaria dell’Italia. «È una delle giornate più drammatiche che l’Italia abbia mai vissuto in questa crisi finanziaria», è l’analisi del leader democratico. Giro di contatti anche con i big del Pd, a partire dai capigruppo Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, il vicesegretario Enrico Letta e il presidente dell’Assemblea del partito Rosy Bindi con i quali Bersani ha deciso di vedersi domani per una riunione urgente del Pd sull’evolversi della crisi finanziaria.

Mentre il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, segue l’evoluzione dei mercati finanziari tenendosi in stretto contatto con Palazzo Chigi, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Non vi è dubbio – si sottolinea a Palazzo Chigi – che sull’andamento negativo degli scambi influisca pesantemente la decisione greca di indire un referendum sul piano di salvataggio predisposto dall’Unione europea. Si tratta di una scelta inattesa che innesca incertezze dopo il recente Consiglio europeo e alla vigilia dell’importante incontro del G-20 di Cannes. Il presidente Berlusconi, in collaborazione con alcuni ministri del settore economico, sta mettendo a punto l’operatività delle misure dell’agenda europea concordate con Bruxelles, e che verranno illustrate ai partner del G-20. Le scelte del governo saranno applicate con la determinazione, il rigore e la tempestività imposti dalla situazione.

www.unita.it

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Opposizioni: “Governo lasci o catastrofe”. Bersani: “Napolitano molto preoccupato”

Il segretario del Pd telefona al Quirinale: “Pronti ad assumerci responsabilità”. Da Fli appelli alla maggioranza e al premier: “Esecutivo d’emergenza prima che sia tardi”. Veltroni: “Tutti gli indici dicono che i mercati non credono a Berlusconi, qualsiasi cosa dica”. Cgil: “Mancanza di credibilità”. Davanti ai dati dello spread Btp-Bund e della Borsa, assumono quasi i toni della supplica gli appelli dell’opposizione perché il governo lasci e favorisca la nascita di un esecutivo in grado di gestire l’emergenza.
“E’ necessario subito un governo guidato da un persona autorevole che possa compiere scelte impegnative e lo possa fare in modo credibile”, scrive Walter Veltroni in una nota: “Tutto – afferma Veltroni – dice che qualsiasi cosa venga proposta da Berlusconi viene ritenuta del tutto priva di fondamento da osservatori internazionali, mercati e cancellerie”.

“Il paese – osserva Veltroni – sta precipitando in un dramma che rischia di comprometterne il destino per un lungo periodo. La sfiducia dei mercati, l’isolamento del governo italiano, le drammatiche conseguenze sociali che colpiscono impresa e lavoro, la difficile situazione del sistema bancario richiedono quel sussulto di responsabilità e di amore per l’Italia che a me appare, da più di un anno, assolutamente necessario. Ogni ora di permanenza di questo governo, ogni dichiarazione come quella del ministro delle riforme Bossi che, accanto al ministro dell’economia, dice che ‘l’Italia non dura’, costituiscono un attentato alla stabilità e al destino del paese”.

Opposizione, colloqui e domani vertice. Giornata di colloqui per il leader del Pd, Pierluigi Bersani,”in una delle giornate più drammatiche che l’Italia abbia mai visto in questa crisi finanziaria”. Oltre al Capo dello Stato, Bersani ha sentito gli altri leader dell’opposizione, Casini e Di Pietro. Infine, si è tenuto in contatto con i dirigenti del Partito, a partire dai capigruppo di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, il vicesegretario del Pd, Enrico Letta e la presidente dell’asemblea nazionale, Rosy Bindi. Con loro ha deciso di convocare una riunione urgente, già domani a Roma, sull’evolversi della crisi.
Intanto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, invita a “non scaricare sul referendum greco le responsabilità del Governo italiano”. Dice Di Pietro: “In Italia c’è una crisi nella crisi, un’anomalia nell’anomalia. Cè la crisi di credibilità del Governo che è causa della crisi e non può quindi esser la cura. Siamo disponibili ad andare oltre la mera opposizione per un’alternativa di governo molto ampia”.

Fli: “Ricostruzione nazionale”. Sulla stessa linea l’appello di Italo Bocchino, vicepresidente Fli: “I segnali che arrivano dai mercati dovrebbero far riflettere ministri e parlamentari della maggioranza che, pur difendendo in pubblico il presidente del Consiglio, sanno bene che l’Italia ha bisogno di scelte coraggiose e di riforme strutturali piuttosto che del tirare a campare. Accolgano il nostro invito per un governo di ricostruzione nazionale, perchè è chiaro che Silvio Berlusconi ha deciso di terminare la sua esperienza politica trascinando il paese nel baratro”. Invece, conclude Bocchino, “è arrivato il momento di stringerci come italiani e di rimboccarci le maniche per dimostrare all’Europa che siamo ancora all’altezza di sedere al suo tavolo”.
Da Fli, anche il capogruppo alla Camera, Benedetto Della Vedova rivolge un appello al premier: “Non è più tempo di berlusconismo e di antiberlusconismo. E’ il tempo della responsabilità collettiva. Berlusconi faccia la prima mossa e consenta di costruire un nuovo governo con la più ampia maggioranza possibile, naturalmente a partire dalle forze parlamentari che ora sostengono il governo”.

Le forti preoccupazioni per la situazione di queste ore sono condivise dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che le ha confermate stamattina al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Nel corso di un colloquio telefonico, Bersani ha comunicato al capo dello Stato la disponibilità del Pd e delle forze di opposizione a prendersi le responsabilità necessarie per una soluzione di governo che consenta di far fronte all’aggravarsi della crisi finanziaria italiana.

Sul fronte sindacale, la Cgil affida a una nota il suo pensiero: “Alla profonda crisi europea si aggiunge una ormai drammatica crisi italiana, enfatizzata dalla fragilità e dalla mancanza di credibilità di un governo che sta portando i nostri titoli pubblici ad una situazione di insostenibilità. La pressione esercitata dai mercati non è diretta solo al nostro paese ma è indirizzata verso il governo che è la parte preponderante del problema”.

Dalla maggioranza le risposte sono nette. Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera, ammette che servono misure incisive e urgenti, ma giudica “assolutamente fazioso e antinazionale l’attacco di Fli e di altre forze politiche perché la situazione di difficoltà non riguarda solo l’Italia, ma è di tutta Europa”. Secondo Cicchitto, “solo l’attuale governo può affrontare la situazione perché se esso cadesse, il Pd e i suoi alleati sarebbero molto lontani sul piano programmatico da ciò che richiedono l’Unione europea, la Bce e quant’altro e quindi ci troveremmo a fare i conti con un autentico salto nel buio”.

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"Addio decreto sviluppo Berlusconi punta tutto sulla legge di stabilità" , di Federica Fantozzi

Al telefono Merkel e Sarkozy ripetono: fare presto. Il governo vuole il maxiemendamento in aula al Senato il 16. Il premier irritato dagli appelli di Montezemolo e Monti. Nel giorno dell’ennesimadisfatta delle Borse, il panico nel governor aggiunge il livello di guardia. Il lunedì nero di Piazza Affari&co spaventa: se i mercati non credono all’esecutivo né alle istituzioni europee che garantiscono per lui, la strada si fa davvero in salita. Per tutti. Berlusconi lo ha capito. Glielo hanno fatto capire: ieri c’è stato un giro di telefonate a tutto campo, con Draghi, con Bruxelles. Ha parlato con Merkel e Sarkozy con cui aveva avuto colloqui bilaterali: «Dobbiamo fare fronte comune, non per amore ma per necessità. È una crisi globale che riguarda tutti». I ministri al lavoro sulle misure economiche hanno insistito: «Silvio, a Cannes ti aspettano con le baionette puntate». Bisogna fare in fretta – è stato il refrain della giornata – Bisogna arrivare al G20 con le misure in tasca. Facile a dirsi. Le acque sono agitate anche dentro la maggioranza. La lettera di Mario Monti, il
“manifesto” di Montezemolo hanno irritato il premier e allertato i frondisti nel partito. Soprattutto gli autori della “lettera scomparsa” degna di un giallo di Edgar Allan Poe. I parlamentari nel guado, per il momento, hanno nascosto la mano,ma non certo rinunciato a gettare il sasso appena verrà il momento opportuno. Il Cavaliere sa di giocarsi la partita
decisiva. E ha disegnato l’ultima road map tra disperazione e voglia di contropiede. E dunque, addio al decreto Sviluppo, troppo complicato e impossibile da approvare. Come
annunciato da Romani, sarà abbandonato al suo gramo destino. Si punta tutto, invece, sulla legge di stabilità, l’ex Finanziaria che mercoledì comincia l’iter in commissione Bilancio
al Senato e gode di unacorsia preferenziale per l’approvazione in tempi stretti. Anche ricorrendo al voto di fiducia, se necessario. Per molte ore Berlusconi ha accarezzato l’idea di convocare un consiglio dei ministri giovedì mattina. Prima di prendere l’aereo per la Francia. Obiettivo: varare un«maxiemendamento» che riproponga il grosso delle misure economiche richieste dall’Europa. Poi ha rinunciato: «Quello che dovevo fare l’ho fatto».
Il maxiemendamento finirà nella legge di stabilità destinata ad andare in aula il 16 novembre. Con l’obiettivo di approvarlo in un paio di settimane. Dentro ci sarà il «pacchetto Brunetta» tra liberalizzazioni, rimozione dei vincoli all’impresa e alla concorrenza, dismissioni del patrimonio pubblico, alleggerimento della burocrazia. Ma anche fondi strutturali, misure per il Sud e per l’occupazione femminile e giovanile. Il tentativo
è quello di presentarsi al summit globale se non con le “carte in regola” almeno con una tempistica snella. E con la speranza che i leader mondiali gli credano e il mercato poi
creda a loro. Il Pdl, invece, non gli crede più. Il tesseramento è stata una lotta senza esclusione di colpi per prenotarsi una fetta di potere nel “dopo Berlusconi”. In Parlamento continua la fuga: scontento Vizzini, distante Antonione. Verdini, infaticabile, tenta agganci e recuperi: anche con Sardelli. Il voto sulla manovra economica autunnale si annuncia
come il prossimo campo di battaglia. I Repubblicani sono già perplessi. Gli uomini di Micciché, come il senatore Fleres, ex pidiellini che hanno formato Forza del Sud, avvisano che gli interventi per il Mezzogiorno sono insoddisfacenti. «Non si può andare avanti così – si sfoga una deputata – È peggio di un vicolo cieco: in fondo c’è il baratro». Nell’ottica di molti parlamentari il vicolo cieco è un lungo periodo all’opposizione, il baratro è la mancata rielezione che per molti è dietro l’angolo. Diversi azzurri, con il dente avvelenato per l’aggressività degli ex An, se la prendono con i’incauto acquisto delle Maserati di La Russa. «Col clima che c’è non poteva accontentarsi?». E un senatore, considerato tra i più
impegnati sul fronte della “lettera degli scontenti”, riflette. «Cannes per Berlusconi è l’ultima spiaggia. L’ultima occasione di fare qualcosa di serio prima che il castello gli crolli addosso. Il problema è che rischia di diventarlo anche per noi».

L’Unità 01.11.11

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“Euro, una svalutazione pilotata per resistere”, di VINCENZO VISCO

Se i Paesi in deficit sono costretti a politiche restrittive, quelli più forti devono cambiare strategia compiere scelte espansive. L’Italia decida ora o sarà tardi. Nei ragionamenti e nelle discussioni sulla situazione e i problemi economici attuali emerge una certa confusione, talvolta un uso improprio di argomentazioni valide in un contesto diverso. Cerchiamo di chiarire alcuni punti:

A) con la grande crisi finanziaria iniziata nel 2007 e tuttora in corso, si sono prodotte una frattura e una discontinuità evidenti: una intera fase storica dell’economia mondiale e del capitalismo, quella iperliberista inaugurata dalle riforme di Reagan e Thatcher, sembra essersi (catastroficamente) conclusa. Del resto il modello di sviluppo che era stato messo in azione assomigliava come una goccia d’acqua a quello prevalente dall’inizio del secolo scorso, sfociato nella grande crisi del 1929-‘33. Non è un caso, quindi, che anche la teoria economica sottostante sia stata messa in discussione e che sia oggi in corso un dibattito teorico approfondito che riguarda l’adeguatezza dei modelli macroeconomici, il ruolo della moneta e della finanza, i compiti delle banche centrali, il sistema monetario internazionale, la regolamentazione dei mercati e delle banche. La conclusione di questi dibattiti richiederà tempo, ma non c’è dubbio che esiste un problema di legittimazione per l’analisi economica tradizionale, e si affaccia un problema ben più serio di legittimazione della stessa organizzazione dei sistemi economici attuali e cioè del capitalismo liberista: infatti
l’accettabilità di un sistema economico-sociale risiede nella sua capacità di soddisfare i bisogni dei cittadini, cioè di produrre reddito, occupazione, crescita, opportunità, e
di farlo in modo accettabile dal punto di vista dell’equità. Il passaggio attuale è quindi ben
più complesso di quanto molti abbiano finora percepito: nonostante che tra gli economisti ma ancora di più tra i politici (soprattutto quelli che si reputano e vengono considerati «più moderni»), esistano non pochi orfani tuttora inconsapevoli del decesso del padre, la discontinuità rispetto al passato recente si manifesterà in concreto in modo inevitabile.
Questi cambiamenti sono già in corso sia pure faticosamente e si riflettono nella radicalizzazione delle posizioni politiche, dal tea party al movimentodegli indignati negli Stati Uniti, nell’elaborazioni recenti della Chiesa cattolica, nel dibattito in corso nei partiti della sinistra.
Tuttavia un nuovo coerente e diviso paradigma di riferimento per la riorganizzazione delle economie per il futuro ancora non esiste; anzi vi è molta confusione in giro. Questo fa sì che (soprattutto in Italia) le critiche al modello di sviluppo neoliberista che vengono avanzate siano immediatamente interpretate (e distorte) come nostalgia per una economia statalista, dominata da politici e sindacalisti, burocratica e sprecona. E in effetti bisogna riconoscere che il pericolo di riesumare (magari inconsapevolmente) il passato remoto, mentre si critica il passato prossimo, è presente: la necessità di recuperare un ruolo rilevante per la funzione di regolazione dell’economia da parte degli Stati e delle autorità sovranazionali, nonché di recuperare autorevolezza per la funzione politica, non coincide affatto con la riproposizione di modelli organizzativi e culturali tipici degli anni anni 50 e 60 del secolo scorso.
B) La crisi ha prodotto anche in Europa un aumento dei disavanzi e dei debiti pubblici che hanno fatto emergere problemi piuttosto seri, problemi relativi alla sua interpretazione
e gestione e che riflettono la difficoltà (anche culturale) di procedere ad una modifica del funzionamento tradizionale del sistema economico europeo. Fondamentale è stata in proposito la posizione della Germania. In Europa si è affermata una singolare inversione del rapporto causa-effetto per quanto riguarda la relazione tra crisi debiti e disavanzi. Mentre è del tutto ovvio che è stat la crisi economica a far lievitare i disavanzi e i debiti di tutti i paesi, in Europa si sostiene che sono stati i disavanzi e i debiti dei paesi periferici dell’Unione a determinare la crisi, e quindi si prospettano e si impongono a tutti i paesi interventi restrittivi che avranno l’effetto sicuro di mandare in recessione l’economia dell’intero continente, e che rischiano di mettere in crisi l’Euro e l’intera economia mondiale. Criticare questo approccio è quindi legittimo e doveroso. Il fatto è che la crisi finanziaria ha rappresentato uno choc esterno non previsto che ha evidenziato i limiti ben noti della costruzione dell’Euro con un ruolo limitato della Banca Centrale, e senza politica fiscale comune. A queste carenze si è aggiunto il riflesso nazionalistico che ha coinvolto i principali paesi forti della zona Euro inducendoli ad un atteggiamento antagonistico e punitivo nei confronti dei paesi periferici, con la conseguenza di decidere interventi di sostegno sempre tardivi, sempre insufficienti, e sempre più costosi: se la Grecia fosse stata salvata un anno e mezzo fa la crisi dell’Euro non si sarebbe mai manifestata.Ed infatti oggi l’Europa si trova nella situazione paradossale che in presenza di un debito complessivo dei paesi della zona Euro pari all’85% del Pil, il costo del suo finanziamento
risulta fortemente superiore a quello di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone che si trovano in situazioni peggiori. Il fatto è che i paesi dell’ex zona del marco accusano i «pigs» di avere approfittato dell’introduzione dell’Euro e della riduzione dei tassi di interesse per evitare di mettere in ordine le loro finanze pubbliche o per finanziarie bolle speculative
nei mercati domestici (free-rating); ed è difficile dare loro torto. Al tempo stesso però questi paesi dimenticano di avere approfittato dell’Euro che risulta svalutato di circa il 40% a quello che sarebbe stato il valore del marco per inondare gli altri paesi conle loro esportazioni senza sostenere la crescita comune dell’Eurozona. In altre parolem l’accusa di free-rating si può estendere anche a loro. In conclusione la politica corretta che l’Unione dovrebbe seguire oggi è molto semplice e molto diversa da quella posta in essere: i Paesi in deficit dovrebbero attuare politiche restrittive (come stanno facendo) ma quelli in surplus dovrebbero espandere, e la Bce dovrebbe accompagnare tale strategia con una politica monetaria accomodante, senza nessun rischio di inflazione, pilotando una svalutazione limitata dell’Euro. Di ciò bisognerebbe discutere apertamente in sede europea per far maturare una consapevolezza che oggi non c’è.
C) Comes i colloca la situazione italiana in tale contesto? L’Italia presenta una sua specificità che la differenzia non solo dagli Stati Uniti ma anche dagli altri grandi Paesi europei. Aver accumulato un enorme debito pubblico negli anni 80, ed aver lasciato svanire il surplus primario (5,5% del Pil) trasmesso in eredità dai governi di centrosinistra nel 2001, ha fatto sì che la discesa accelerata del debito pubblico si arrestasse e che la dinamica della spesa pubblica continuasse. Al tempo stesso la necessità di riformeutili
a rimettere in moto un processo di crescita è stata ignorata, con la conseguenza di una stagnazione del reddito e una insufficiente creazione di posti di lavoro; così l’impatto della crisi è stato enorme (-6,5% del Pil tra il 2008 e il 2009) e la ripresa lenta e insufficiente. Ora i nodi sono venuti al pettine nella inconsapevolezza dell’opinione pubblica che è confusa disorientata e arrabbiata, e non capisce e non accetta la necessità di sacrifici.
Le polemiche contro il neoliberismoo gli errori delle politiche europee sono giuste e possono servire ad aumentare la consapevoleza dell’opinione pubblica ma non sono di grande aiuto, anzi non sono neanche pertinenti, rispetto alla soluzione dei nostri problemi che vengono da lontano e sono sempre gli stessi. Non resta che affrontarli con consapevolezza, determinazione ed equità. Berlusconi e Tremonti non lo hanno fatto e non sembrano in grado di farlo. È bene essere consapevoli che la rinuncia ad interventi immediati ed adeguati sarebbe molto più costosa, anche politicamente, degli interventi stessi.

L’Unità 01.11.11