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"Così siamo diventati il bersaglio dei mercati", di Romano Prodi

Da anni i mercati ballano, da anni la speculazione impazza, da anni si pensa a grandi riforme del sistema bancario e finanziario mondiale e non accade nulla. L’opinione pubblica se la prende con quattro o cinque “cattivi,” cioè con le grandi banche internazionali che, nella speculazione, hanno più goduto che sofferto.
Quest’irritazione è giusta ma il problema è assai più vasto e più grave. Si calcola infatti che oggi vi siano oltre 12 mila miliardi di Euro parcheggiati nel sistema bancario “ombra”, cioè in fondi non controllati e non regolamentati o regolamentati in modo insufficiente. Questi fondi per definizione lavorano a breve, cioè corrono incessantemente di qua o di là e sfruttano la così detta “leva finanziaria”mobilitando quantitativi di denaro molto superiori a quelli che posseggono. Con uno scommettono su cento. E’ noto che nelle scommesse si punta sull’aspettativa del risultato ed il risultato è più sicuro quando gli operatori finanziari “ombra” si muovono in gregge, con la dimensione e la velocità che l’automatismo dei moderni sistemi di informazione rende possibile.

In poche parole i loro computer scattano tutti insieme, comprano e vendono gli stessi titoli e forzano in tal modo il compimento delle aspettative. Un processo che viene magistralmente sintetizzato nell’ultimo documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in cui si condanna un sistema che tende a “minimizzare il valore delle scelte dell’individuo umano concreto che opera nel sistema economico-finanziario, riducendo queste scelte a mere variabili tecniche”.

Mi rendo conto che sono stato costretto a descrivere il funzionamento di un sistema finanziario internazionale degradato e deteriorato. Un sistema che provoca crescenti ingiustizie fra ricchi e poveri spostando tutto il reddito verso il capitale (e chi lo gestisce) e non verso il lavoro. Un sistema che impoverisce l’intera economia mondiale togliendo immense risorse al cammino produttivo dell’economia. Un sistema in cui i cervelli migliori vengono impiegati nelle banche d’affari per scommettere e non nelle imprese o nei laboratori per produrre o per innovare. Se queste risorse fossero dirette verso investimenti produttivi faremmo ben presto ad uscire dalla crisi. Purtroppo le cose non stanno così: siamo entrati in crisi per opera di questo capitalismo speculativo e non riusciamo a uscirne per lo stesso motivo.

In questo capitalismo estremo la scommessa del computer diventa addirittura un gioco quando si punta su un bersaglio grande, debole e lento a muoversi, quando cioè si spara sulla Croce Rossa.

Tutto ciò spiega con la massima chiarezza perché il sistema bancario “ombra” abbia scelto come principale bersaglio l’Italia e non la Spagna, nonostante la nostra economia sia molto più robusta e il nostro deficit molto inferiore. Deve fare riflettere il fatto che, anche se in Spagna la disoccupazione supera il 21%, i buoni del Tesoro degli amici iberici sono acquistati a tassi di interesse molto inferiori ai nostri.

Questo si spiega solo col fatto che, indicendo con prontezza nuove elezioni, la Spagna ha dato prova di volere affrontare alle radici il problema del futuro e ha, almeno temporaneamente, posto freno alle aspettative negative. Non si sa quanto questo possa durare ma il botteghino delle scommesse in Spagna è temporaneamente chiuso.

In Italia, proprio mentre si pensava di tornare da Bruxelles rassicurati da una rinnovata solidarietà europea, si è dovuto assistere alla peggiore asta dei Buoni del Tesoro decennali da quando esiste l’Euro, con tassi che hanno superato il sei per cento. La BCE continua ad aiutarci ma, di fronte elle aspettative negative da parte dei fondi che corrono per il mondo, non c’è BCE che tenga.

Ci vorrebbero gli Eurobonds perché, con la loro grande dimensione e la solidarietà dell’Europa, fornirebbero a tutti una protezione insuperabile. Gli Eurobonds però non ci sono e, nonostante i passi in avanti dell’ultimo vertice di Bruxelles, non ci saranno per un pezzo perché, nell’attuale stagione politica, la solidarietà europea continua ad essere tardiva ed insufficiente di fronte alle dimensioni della crisi.

Dobbiamo quindi essere soprattutto noi italiani, con una strategia credibile, a fare cambiare bersaglio ai grandi scommettitori. Non è compito delle presenti riflessioni indicare se questo necessario cambiamento debba esprimersi attraverso nuove elezioni o attraverso un nuovo governo, ma è indubitabile che la fiducia del sistema finanziario internazionale nei confronti del governo esistente è impossibile da ricostruire. Anche se le frecce vengono tirate da mano indegna è saggio e doveroso spostarsi dal bersaglio.

Il Messaggero 30.10.11

"Lettera al Premier", di Mario Monti

Signor presidente del Consiglio, mi permetto di richiamare la Sua attenzione su alcuni aspetti delle Sue dichiarazioni di venerdì sull’euro. Lei ha affermato: «L’euro non ha convinto nessuno. È una moneta strana, attaccabile dalla speculazione internazionale, perché non è di un solo Paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario né una banca di riferimento e delle garanzie. L’euro è un fenomeno mai visto, ecco perché c’è un attacco della speculazione ed inoltre risulta anche problematico collocare i titoli del debito pubblico».
Di fronte alle vivaci reazioni suscitate, Lei ha in seguito precisato: «L’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema è che l’euro è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi».
Sono dichiarazioni che meritano un’analisi a freddo, al di fuori di ogni visione di parte. A mio parere, esse contengono alcune affermazioni fondate e altre infondate. Nell’insieme, fanno sorgere, accanto ad una remota speranza, serie preoccupazioni. Mi auguro che, con le parole e ancor più con i fatti, Lei riesca a rafforzare quella speranza e a sgombrare il campo dalle preoccupazioni, così vive in Italia e in Europa. Non solo — La prego di credermi — presso i suoi «nemici».
È certamente vero che l’euro è «una moneta strana», «un fenomeno mai visto». È anche fondata, e condivisa dagli osservatori più seri, la Sua diagnosi: il principale problema dell’euro consiste nell’essere una moneta «senza un governo, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza». C’è sì la Banca Centrale Europea ma, come credo Lei voglia dire giustamente, essa non dà garanzia di intervento illimitato in caso di difficoltà.
Qui mi permetto di suggerirLe una considerazione. Se la condivide, potrebbe forse riprenderla in uno dei Suoi interventi. L’euro può soffrire della mancanza di un vero Stato alle sue spalle. Ma avere un vero Stato alle proprie spalle non porta necessariamente una moneta ad essere solida. La lira non era una moneta «strana». Ma era, il più delle volte, una moneta debole, proprio perché rifletteva le caratteristiche dello Stato italiano, dei governi e della Banca d’Italia (sempre autorevole ma, per lunghi periodi, arrendevole) che l’avevano generata. A parte un certo rialzo dei prezzi al momento della sua introduzione, la strana moneta euro, rispetto alla nostrana lira, ci ha portato negli ultimi 12 anni un’inflazione ben più bassa.
Se la Sua diagnosi coglie bene una gracilità di fondo dell’adolescente euro, mi sembra però che Lei la applichi a malanni che, in questo momento, il nostro adolescente non ha. Lei rappresenta un euro in crisi, a seguito di attacchi speculativi e aggiunge: «È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici». Questo no, signor presidente. L’euro non è in crisi. In questi 12 anni, e ancora attualmente, l’euro non manifesta nessuno dei due sintomi di debolezza di una moneta. È stabile in termini di beni e servizi (bassa inflazione) ed è stabile (qualcuno direbbe, anzi, troppo forte) in termini di cambio con il dollaro. Gli attacchi speculativi ci sono, spesso violenti. Ma non sono attacchi contro l’euro. E non è vero che «risulta problematico collocare i titoli del debito pubblico». Gli attacchi si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi appartenenti alla zona euro che sono gravati da alto debito pubblico e che hanno seri problemi per quanto riguarda il controllo del disavanzo pubblico o l’incapacità di crescere (e di rendere così sostenibile la loro finanza pubblica) perché non hanno fatto le necessarie riforme strutturali. È questo il caso dell’Italia, dopo che in prima linea si erano trovati la Grecia e altri Paesi. Per questo, da qualche tempo, è diventato problematico collocare i titoli del debito pubblico italiano. E di una cosa, signor presidente, può essere certo: se l’Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un’impresa ancora più ardua.
Che l’Italia stia facendo pesanti sacrifici, è vero. Essi sono più pesanti di come sarebbero stati se si fosse ammesso per tempo il problema di una crescita inadeguata. Ma non posso credere che Lei pensi davvero che l’Italia faccia questi sacrifici non per rimettersi in carreggiata e ridare un minimo di speranza ai nostri giovani, ma «per difendere l’euro dall’attacco speculativo». Mentre è vero se mai che la Bce, con risorse comuni, interviene a sostegno dei titoli italiani.
In Europa e nei mercati, affermazioni di questo tipo accrescono i dubbi sulla convinzione e la determinazione del governo italiano. Già due giorni dopo le decisioni di Bruxelles, i titoli italiani hanno fatto fatica a trovare collocamento. Ad ogni rialzo dei tassi, dovuto a scarsa fiducia nell’Italia, Lei finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani. Anche le parole non sorvegliate hanno un costo.
Ma ho una preoccupazione ancora maggiore. Dopo le Sue dichiarazioni sull’euro, Fedele Confalonieri, Suo storico collaboratore, personalità rispettata nel mondo economico, se ne rallegra. Affermando che «l’euro è una moneta strana, che non ha convinto nessuno, Berlusconi ha detto una cosa che pensano tutti; solo che lui lo dice, perché non è ipocrita. E non c’è dubbio che il premier con questa battuta abbia toccato le corde di chi, dai tempi del cambio della lira, ha sempre storto il naso». Questo, secondo vari osservatori, fa ritenere che nella prossima stagione pre-elettorale, ormai non lontana, il tema in questione potrebbe diventare un Suo cavallo di battaglia.
Se questa fosse la prospettiva, e non voglio crederlo, ci avvieremmo ad una fase nella quale i severi provvedimenti che Lei si è impegnato a introdurre non potrebbero essere presentati in modo convincente ai cittadini, né potrebbero essere accettati con maturità, perché sarebbero accompagnati da scetticismo, se non recriminazioni, verso l’Europa. L’Italia non farebbe i passi avanti che le sono indispensabili e potrebbe rivelarsi il ventre molle dell’eurozona, con gravi fratture per l’Europa.
Parlavo, però, di una remota speranza. La Sua diagnosi — la moneta è incompiuta e «strana» senza un governo dell’economia e passi verso l’unione politica — è in linea con la migliore tradizione dell’europeismo italiano. Come Lei, forse con qualche turbamento, ha visto a Bruxelles alcuni giorni fa, il governo economico si sta creando. Ma sarebbe più ordinato, più equilibrato e più orientato alla crescita economica se potesse formarsi con un’Italia che con gli altri, Germania e Francia in primo luogo, concorresse attivamente a plasmarlo. Anziché, come sta avvenendo, con un’Italia costretta ad accettare passivamente forme di governo dell’economia che vengono improvvisate soprattutto allo scopo di «disciplinare» il nostro Paese.
Confido, signor presidente, che prevalga in Lei l’ambizione di riportare l’Italia nel ruolo che le appartiene in Europa, accelerando in silenzio il risanamento, rispetto a quella di un successo elettorale a tutti i costi per la Sua parte politica, ma in un Paese sempre più populista, distaccato dall’Europa e magari visto come responsabile di un fallimento dell’integrazione europea.

Il Corriere della Sera 30.10.11

"Quel terrone di Virgilio", di Massimo Gramellini

Leggo sul blog «L’Indro» che un assessore leghista di Mantova (capitale delle zucche, anche di quelle vuote) si oppone fieramente alle celebrazioni con cui la città sta onorando in queste settimane il suo figlio più famoso, Publio Virgilio Marone. Già la professione del Marone, poeta, deve aver insospettito l’assessur. I poeti sono gente che produce chiacchiere, mica truciolato e tantomeno fatturato (se non molti secoli dopo la morte, sotto forma di libri di testo adottati dalle scuole rosse). Inoltre il Marone era un traditore. Scriveva in una lingua astrusa: il latino. Ed era emigrato al Sud. Non solo a Roma ladrona, dove aveva bazzicato il governo centralista di un certo Augusto Imperatore. Addirittura più giù, nelle ville campane e sicule del suo sponsor Mecenate.

Non pago, era andato a morire in Puglia, che allora si chiamava Calabria (tant l’è i’stess), e si era fatto seppellire a Napoli, in attesa di finire giustamente all’Inferno con quel cattolico di sinistra, il Dante. E nessuno salti su a parlare di macchina del fango: il Marone ha confessato tutto. Nel famoso epitaffio: «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenec nunc Parthenope». Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, ora mi custodisce Napoli. Ecco, se lo tenga, è il pensiero dell’assessore Vincenzo Chizzini. Che al posto di Virgilio ha proposto di festeggiare un mantovano doc, Teofilo Folengo. Poeta anche lui (nessuno è perfetto), ma inventore del maccheronico, penultima evoluzione del linguaggio padano prima di quella, definitiva, rappresentata dal dito medio del Bossi.

La Stampa 30.10.11

"Quei rendimenti dei Btp oltre quota 6% campanello d´allarme del rischio bancarotta", di Maurizio Ricci

Più che un campanello d´allarme è una sirena. Lo Stato italiano che, da questa settimana, si trova a pagare oltre il 6 per cento di interesse sui suoi Buoni del Tesoro decennali non è solo un record nell´era dell´euro: è il segnale che si è raggiunta una soglia estremamente pericolosa. Se vale l´esperienza che i navigatori dei mercati finanziari hanno tratto dagli ultimi due anni di crisi del debito pubblico europeo, siamo molto vicini al limite, oltre il quale la speculazione diventa fuori controllo e, se non si riesce rapidamente a ridimensionare il costo dei titoli, si aprono solo le strade del salvataggio europeo o della bancarotta.
Il primo allarme rosso viene dai mercati secondari, quelli in cui i titoli italiani vengono scambiati, giorno per giorno, dopo l´emissione. Venerdì, praticamente all´indomani del vertice europeo che dovrebbe salvare l´euro e l´Italia, i prezzi dei Btp hanno subito uno smottamento, che ha fatto salire i rendimenti (i quali si muovono in direzione inversa ai prezzi) oltre il 6 per cento. Ciò che conta è che, di fatto, sono tornati al livello del 20 ottobre, come se gli interventi d´emergenza dei governi europei e gli impegni assunti dal governo italiano nei giorni successivi non fossero mai esistiti. L´Unione europea può benedire la manovra italiana, ma i mercati, almeno per ora, non la bevono. Dato che, nella situazione attuale, più dei fatti concreti e dei provvedimenti annunciati contano le aspettative psicologiche, se ne deduce che l´Italia sconta una crisi di credibilità. Berlusconi può fare la faccia feroce sui tagli alla spesa, sui licenziamenti, sulle privatizzazioni, ma i mercati, per il momento, non lo prendono sul serio, al contrario di quanto avviene con il governo spagnolo, oggi ai margini del ciclone.
Il secondo allarme rosso viene dai mercati primari, cioè quelli a cui si rivolge il Tesoro quando emette titoli nuovi di zecca. Qui gli attori principali sono un po´ diversi da quelli dei mercati secondari: si tratta, per lo più, di banche, fondi pensione, insomma, non proprio la prima linea della speculazione. Tuttavia, nell´asta di venerdì, il Tesoro, per collocare i titoli, ha dovuto offrire rendimenti superiori al 6 per cento. E´ uno scalino di oltre quindici punti percentuali, rispetto all´asta di un mese fa. L´elemento significativo è che sul mercato primario, al contrario di quanto avviene su quelli secondari, la Banca centrale europea non interviene, per evitare di essere accusata di stampare moneta per finanziare i debiti dei governi. Di fatto, senza l´ombrello della Bce, il debito italiano ha subito un secco crollo.
Il problema è che, sui mercati finanziari, le aspettative spesso si realizzano: il pessimismo sull´Italia, facendo salire il costo del debito, rende più difficile l´aggiustamento e, di conseguenza, più facile il crollo. L´Italia rischia di pagare assai cari smottamenti come quelli di venerdì. Il 29 ottobre dell´anno scorso, il debito italiano costava circa il 4 per cento, due punti in meno di adesso. Ancora a giugno, i rendimenti erano inferiori al 5 per cento. La differenza equivale a moneta sonante. Nei prossimi 12 mesi, l´Italia emetterà titoli per 250 miliardi di euro circa. Se le quotazioni resteranno inchiodate al 6 per cento, il Tesoro si troverà a pagare 5 miliardi di interessi in più, rispetto a quanto avrebbe pagato un anno fa. Rispetto a giugno scorso, il maggior costo è vicino ai 3 miliardi di euro. Le manovre del governo per risanare la finanza pubblica e raggiungere il pareggio di bilancio rischiano di essere volta a volta svuotate dal maggior costo degli interessi, costringendo via via lo stesso governo a rimpolpare, con nuove misure, la posta e a rendere sempre più soffocante l´austerità.
Ma non è detto che i rendimenti restino inchiodati al 6 per cento. E le prospettive si fanno buie. Analisti ed esperti di mercato hanno calcolato che, nel caso di Grecia, Portogallo e Irlanda, la situazione è precipitata, costringendo l´´Europa ad un vero e proprio salvataggio, quando i rendimenti sui rispettivi titoli sono arrivati al 7 per cento. Ma hanno anche verificato che, man mano che i rendimenti salgono, la deriva diventa sempre più veloce: ci vuole più tempo per passare dal 5 al 5,5 per cento, di quanto ne occorra per passare dal 5,5 al 6. Ancora meno dal 6 al 6,5 e, poi, al 7 per cento. Alla fine, l´ultimo crollo è questione di due-tre settimane. Per fermare la frana, probabilmente, l´Italia non può permettersi di aspettare Natale.

La Repubblica 30.10.11

"Il cielo minaccia ancora pioggia. Come difendersi dal disastro", di Luca Mercalli

Una nuova perturbazione è attesa a partire da giovedì. Le correnti umide da sud apporteranno piogge abbondanti su Liguria, Piemonte e Triveneto, tuttavia a oltre quattro giorni di distanza non è ancora possibile definire i dettagli. Oggi le previsioni meteorologiche a medio termine sono affidabili, ma per diramare un’allerta attendibile in genere tocca attendere le quarantott’ore precedenti, comunque sufficienti a mettere in atto un piano di sicurezza. Alle previsioni del resto non si possono chiedere i miracoli, al momento non sono in grado di stabilire ora e luogo preciso di una piena o di una frana, ma possono concentrare l’attenzione su un’area dove attivare prefetture, Comuni, vigili del fuoco, protezione civile e volontari.

Tuttavia ciò che manca oggi in Italia è soprattutto la sensibilizzazione del pubblico: nel caso delle piene-lampo (flash floods) è fondamentale la conoscenza di elementari norme di autoprotezione, perché le onde di piena su torrenti montani in forte pendenza, le frane e le colate detritiche, sono fenomeni rapidissimi e non permettono di attendere avvisi esterni. La protezione civile interviene in questi casi solo a soccorrere le vittime, quando è troppo tardi, l’unica protezione efficace è quella che si mette in atto da soli. Dopo un primo avviso di attenzione bisogna informarsi costantemente sull’evoluzione meteorologica, e non fidarsi solo delle voci, ma ricorrere alle fonti ufficiali dei servizi meteo. Ogni Comune deve disporre di un piano di protezione civile e dovrebbe informare i cittadini sull’ubicazione dei rifugi, dei centri di raccolta e delle zone a rischio. Pretendete di conoscere queste cose quando si è tranquilli nelle giornate di sole, non in emergenza. Non bisogna farsi prendere dal panico: primo obiettivo è salvare la vita e non farsi male. Mai combattere con l’acqua e i detriti, sono più forti loro, vi travolgerebbero.

Un’automobile galleggia in poco più di 30 centimetri d’acqua e pesa oltre una tonnellata, vi spazza via come fuscelli se tentate di opporvi. Non entrate mai nell’acqua in movimento anche se vi sembra di conoscere la strada, meno che mai in un sottopassaggio allagato: negli ultimi sei anni ci sono state in Italia dieci vittime che potevano essere facilmente evitate. L’incidente peggiore a Prato nell’ottobre 2010 dove tre donne cinesi annegate. Il sottopassaggio è una trappola, sta solo a voi evitare di entrarci. Anche a piedi non si entra mai in acqua in movimento se è superiore a 20 centimetri. Non rimanete in locali bassi, garage, seminterrati, ma trasferitevi ai piani alti, eventualmente chiedendo ospitalità ai vicini. Se la casa è a rischio frana, trasferitevi in luogo sicuro. Preparate uno zainetto di sopravvivenza in luogo facile da raggiungere, pronti prenderlo con voi in caso di evacuazione: bottiglie d’acqua potabile, cibo conservabile, cambio biancheria e oggetti per igiene personale, fotocopia documenti, torcia elettrica, carta e penna, radio (molti telefonini l’hanno incorporata), medicine e pronto soccorso, stivali di gomma.

Poi pensate alla casa: spostate documenti e oggetti di valore da cantine e piani terra ai piani alti, parcheggiate le auto lontane da corsi d’acqua. Ma soprattutto, rimanete vigili: molti incidenti capitano perché nelle giornate a rischio facciamo di tutto per continuare a vivere come nei giorni normali, invece bisogna concentrarsi, ascoltare i rumori sospetti, osservare cosa accade nei fiumi, prepararsi materialmente e psicologicamente a salvarsi con le proprie forze senza aspettare aiuti improbabili: per definizione, un’emergenza è qualcosa nella quale nulla funziona e nessuno potrebbe aiutarvi.

La Stampa 30.10.11

"L'Europa ci protegge ma diffida di lui", di Eugenio Scalfari

L´ormai famosa lettera di intenti firmata da Berlusconi e approvata dai 17 Paesi dell´Eurozona e soprattutto dalla Germania, dalla Francia e dalla Commissione di Bruxelles, fu riscritta e corretta in una lunga telefonata con Gianni Letta, avvenuta la mattina e consegnata a Bruxelles nel pomeriggio da Berlusconi. Questa cronaca è ormai ufficiale. Di fatto la lettera fu scritta dai destinatari e poi riconsegnata con la loro approvazione al mittente. In più ci fu la decisione europea di affidare al presidente del Consiglio europeo e al capo della Commissione un monitoraggio costante sull´adempimento degli “intenti” indicati in quella lettera con tanto di cifre e calendario. Ieri, tra l´altro, è arrivata la proposta dell´Fmi, e accettata dalle autorità europee, di creare una rete di sicurezza aggiuntiva per Italia e Spagna, il che conferma che le misure finora prese non sono sufficienti perché affidate a un governo di dubbia credibilità. Il commissariamento dell´Europa nei confronti dell´Italia è dunque fuori discussione ed equivale a quello già in atto nei confronti della Grecia, dell´Irlanda e del Portogallo. Questa conclusione che emerge dai fatti significa che quando discutiamo della lettera di Berlusconi non stiamo esaminando la sua politica economica che non esiste, ma quella delle autorità europee. Stiamo cioè esaminando il contenuto del cosiddetto “vincolo esterno” che l´Europa ha costruito per istigare i Paesi recalcitranti ad accettare la disciplina imposta dai “Protettori” se accettano d´esser protetti per non far saltare in aria Eurolandia.
Questa è la realtà, dalla quale emerge la prima domanda: è necessario per l´Italia avere un vincolo esterno? La nostra risposta è sì, è necessario. L´hanno ricordato sia Ciampi sia Prodi, in aperta polemica con Berlusconi che aveva appena dichiarato quanto l´euro sia dannoso alla vita dell´Europa.
È opportuno tuttavia ricordare che i governi di Prodi e di Ciampi che portarono l´Italia nell´euro non erano commissariati dall´Europa. Avevano accettato le regole europee per rendere possibile la moneta unica, dopo averle a lungo discusse con gli altri Paesi membri dell´Eurozona: le regole di stabilità, la supervisione della Commissione sul loro rispetto e sull´indice che ne era il misuratore, cioè il rapporto tra Pil e deficit di bilancio con le sanzioni comminate a chi sforava quei limiti.
L´attacco ai debiti sovrani e a quello italiano, che non può e non deve diventare insolvibile perché provocherebbe in quel caso il disfacimento dell´intero sistema economico occidentale, ha segnato la data di inizio dello speciale vincolo esterno a noi riservato, l´inizio del “Protettorato” o commissariamento che dir si voglia. La data di inizio si colloca alla fine di luglio di quest´anno, il primo documento dei “Lord protettori” è la lettera firmata da Trichet e Draghi e diretta al nostro governo (un documento analogo viene spedito anche al governo spagnolo); l´effetto consiste nella seconda manovra dello scorso agosto varata da Tremonti, poi corretta e rinforzata poche settimane dopo da un´altra manovra e infine da ulteriori correzioni, sicché il nostro Parlamento stava appena approvando la prima mentre già aveva in lettura la seconda e la terza.
Adesso c´è stata la lettera d´intenti scritta dai destinatari e accettata dal mittente, cui si affianca il monitoraggio dei “Lord protettori” e dei loro delegati.
Se tutto questo è chiaro, procediamo.
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La lettera di intenti contiene varie promesse e impegni, alcuni dei quali del tutto ornamentali rispetto ai veri intenti dei “Protettori”. Esaminiamo dunque qual è l´essenza del documento che disegna una complessa politica economica: l´eliminazione del deficit entro il 2013, il pareggio del bilancio entro lo stesso anno, la diminuzione del debito sovrano che dovrebbe scendere al 90 per cento del Pil entro il 2014 (adesso siamo al 120 con tendenza ad aumentare), la crescita del Pil che è sostanzialmente ferma da dieci anni, la diminuzione della disoccupazione e in particolare di quella dei giovani, l´adeguamento della pensione alle mutate aspettative di vita e infine la massima equità sociale come indispensabile lubrificante per una politica che impone scelte severe senza dover mettere a rischio la coesione sociale.
Con un governo come il nostro è evidente che un progetto di tali dimensioni sarebbe stato impossibile da mettere in moto senza quel vincolo esterno di cui si è detto e senza il diretto intervento dei “Lord protettori”. Perciò, per quanto ci riguarda, fin qui piena lode al vincolo, piena lode al programma, ai tempi di realizzazione e piena lode al monitoraggio.
Avanziamo l´ipotesi (ma di pura ipotesi si tratta) che i “Protettori” avrebbero preferito un governo più credibile di quello in carica, ma questo è fuori dalle loro competenze. Da questo punto di vista Scilipoti ha maggior potere di Barroso, di Sarkozy e perfino di Angela Merkel e la vince anche – Scilipoti – su Lavitola e perfino su Putin. Almeno nel breve periodo. Solo Bossi è più forte di lui e infatti lo dice tutti i giorni. Salvo incidenti di percorso.
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Per realizzare quegli obiettivi i “Protettori” hanno messo in pista alcuni strumenti. Una parte di essi rimonta alla manovra di agosto e sono il taglio (lineare) di risorse ai Ministeri, agli enti locali, alle protezioni sociali, per accelerare di un anno il pareggio del bilancio. Fu prevista anche una riforma del mercato del lavoro che spostasse la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale. La ciliegina sulla torta doveva infine essere un “contributo di solidarietà”, in pratica una maggiorazione di imposta che gravava in modo diverso a partire dai redditi di 90 mila euro annui, aumentando dai 110 mila in su.
Il totale delle risorse in tal modo ottenute avrebbe dovuto essere di 40-50 miliardi nel biennio 2012-13, più altri diecimila da incassare fin dall´esercizio corrente con accise ed altre furberie dell´Agenzia delle entrate. Tremonti gioì di questo vincolo esterno, ancorché la sua manovra precedente di pochi giorni la lettera di Trichet avesse diluito quelle cifre spostandone il grosso al 2014. Berlusconi non gioì invece affatto, lui non ama l´austerità e l´ha scritto l´altro ieri al Foglio. Lui ama improvvisare e la gabbia predisposta dai “Protettori” gli andava stretta.
Adesso le cose sono cambiate: la gabbia dei “Protettori” a lui va bene perché può prolungare la vita del governo; invece non va per niente bene a Tremonti che infatti la lettera di intese non l´ha neppure firmata. A chi gli chiedeva se il programma dei “Protettori” gli andava bene, ha risposto: «Mi va bene, ma il diavolo sta nei dettagli». È vero, il diavolo sta appunto nei dettagli. Perciò diamo anche noi un´occhiata a quei dettagli, ma prima diamo un´occhiata alle più recenti reazioni dei mercati che non sono affatto un elemento marginale dell´intera vicenda. Anzi.
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Mercoledì scorso i mercati hanno galleggiato con un po´ di fatica, specie per quanto riguardava il famoso “spread” tra i titoli italiani e quelli tedeschi. Giovedì sono volati al rialzo in preda ad una comprensibile euforia dovuta non tanto al caso Italia ma ai provvedimenti annunciati dall´assemblea plenaria dei 27 Paesi dell´Unione sul debito greco, sulla ricapitalizzazione delle banche e sul Fondo “salva Stati”. Venerdì Piazza degli Affari è ripiombata nel buio profondo.
Che cosa era accaduto venerdì? Era accaduto che all´asta dei Btp il rendimento aveva superato il 6 per cento toccando il massimo storico dal 1997. Ricordiamo che il “default” del debito greco – che è infinitamente più piccolo di quello italiano – cominciò quando il rendimento dei titoli greci raggiunse il 7 per cento. Siamo cioè a una spanna da quella porta d´inferno.
Si potrebbe pensare che si tratti di un incidente di percorso. Speriamolo, ma teniamo presente un altro dato di fatto: nel corso del 2012 andranno in scadenza 290 miliardi di titoli italiani, una parte cospicua dei quali con scadenze pluriennali. Nello stesso anno scadranno titoli di altri Paesi dell´Unione europea per un totale (Italia esclusa) di 500 miliardi. Ci saranno insomma l´anno prossimo 800 miliardi di titoli europei da rinnovare e sarebbe arduo pensare che i nostri saranno preferiti agli altri. Sicché quel 6 per cento di venerdì potrebbe essere largamente superato, specie in presenza d´un governo che fa ridere i suoi “Protettori”. La lettera di intenti non fa parola di questi dati di fatto sebbene essi siano di pubblico dominio.
Il solo rimedio per affrontare il 2012 che sarà da questo punto di vista l´anno terribile è quello di puntare sulla crescita rapida del Pil, ma qui casca l´asino. Qual è il provvedimento che potrebbe far crescere il nostro Pil, appiattito da dieci anni sullo zero? Ce ne sono tre: accrescere il potere d´acquisto dei ceti medio-bassi e in particolare dei giovani per stimolare i consumi e di conseguenza gli investimenti; diminuire imposte e contributi che gravano soprattutto sulle imprese, cioè il famoso cuneo fiscale; lanciare un programma di lavori pubblici cantierabili entro i prossimi tre mesi, non può che trattarsi di opere pubbliche locali delle quali del resto c´è gran bisogno anzi necessità. Basterebbe provvedere – come è sempre stato promesso e mai fatto – alle difese degli argini di fiumi e torrenti (Cinque Terre insegni) alla messa in sicurezza delle scuole, ai porti, alle strade, alle ferrovie.
Mi rivolgo qui a Mario Draghi verso il quale ho profonda stima e amicizia: sono questi i provvedimenti necessari alla crescita da te molto voluta? Nella lettera di intenti ne ho letti altri che se riusciranno a implementare la concorrenza daranno qualche effetto a due o tre o quattro anni da oggi. Ho letto anche che si vuole accrescere la mobilità del lavoro aumentando la facilità di ingresso e al tempo stesso la facilità di uscita. Ingresso per i lavoratori precari e uscita dal lavoro a posto fisso. E tu, caro Mario, pensi veramente che in questo modo aumenteranno complessivamente i posti di lavoro e il monte salari e verrà varato quel patto generazionale tra padri e figli? Licenziate i padri (che stanno mantenendo i figli) e sperate che al loro posto i figli possono sostituirli?
Nel frattempo avete dimostrato soddisfazione per la riforma delle pensioni che però non avete affatto ottenuto. La vera riforma sarebbe stata di passare tutti i pensionati al regime di contributo ma Bossi ha messo il veto. I 67 anni di età pensionabile erano previsti da un pezzo ma i modesti benefici che ne verranno all´Inps e quindi allo Stato negli anni a venire, come saranno impiegati? Nella vostra lettera di intenti non c´è scritto nulla in proposito. Non dovrebbero compensare i figli costruendo un nuovo welfare che copra la flessibilità del lavoro? Non dovrebbe questo nuovo tipo di protezione essere approvato prima o almeno contemporaneamente alla licenziabilità facile e all´allungamento dell´età pensionabile? Se volete mantenere la coesione sociale, la carota va data insieme al bastone e soprattutto va contrattata con le parti interessate. Tutte le parti interessate e non una soltanto.
Concludo: bene il vincolo esterno, evviva i “Protettori” quando decidono bene, ma quando decidono male oppure omettono di decidere su questioni di fondo, allora va malissimo. A me personalmente gli “omissis” non sono mai piaciuti. Cercate di rimediare se potete.

Post scriptum. Il Rendiconto generale dello Stato, bocciato dalla Camera circa un mese fa, è ritornato alla Camera ed è stato calendarizzato per l´8 novembre prossimo. La calendarizzazione è stata approvata all´unanimità da tutti i gruppi parlamentari che in tal modo hanno sospeso l´articolo 72 del loro regolamento dove c´è il divieto a presentare la stessa legge bocciata prima che siano trascorsi sei mesi.
Posso ben capire che i gruppi d´opposizione abbiano deciso, insieme alla maggioranza, di rimuovere l´ostacolo formale e si accingano perciò ad approvare all´unanimità il Rendiconto. Se l´ostacolo regolamentare non fosse stato rimosso non sarebbe possibile approvare né la legge di bilancio né quella di stabilità finanziaria e si andrebbe all´esercizio provvisorio con tutte le conseguenze del caso.
Mai come in questo caso dunque i gruppi d´opposizione hanno fornito una prova del loro senso di responsabilità. Questo avviene mentre il presidente del Consiglio continua a trattarli in tutte le sedi come comunisti, settari, faziosi, inconcludenti e quindi indegni di proporsi come alternativa.
Mi sarei aspettato che quest´atto di apprezzabilissima responsabilità fosse pubblicizzato. Mi sarei aspettato che i gruppi di opposizione ne spiegassero le ragioni e ne rivendicassero il merito. Invece c´è stato un silenzio tombale, quasi che si vergognassero d´averlo fatto. Lui continuerà ad insultarli come prima e peggio di prima e la gente crederà alle fanfaluche rottamatrici di Renzi e di Beppe Grillo.
No, così non va bene. Non si acconsente tacendo ma motivando, specie quando non c´è da vergognarsene ma da rivendicare il proprio senso dello Stato che in tutti gli altri è spaventosamente assente.

La Repubblica 30.10.11

Giovani, voi siate i ricostruttori!

Bersani ai giovani di Finalmente Sud: “Dedichiamo questo anno vostro alla memoria dei 76 ragazzi uccisi a Oslo da un pazzo criminale. Dal sud dell’Europa la fiaccola è accesa e va avanti”. “Una platea così toglie il fiato. È bellissimo vedere tanti ragazzi del Sud, una platea di giovani che crede alla politica, che crede che la politica sia protagonismo del territorio. Sono veramente orgoglioso di essere qui in una sfida che non ha precedenti nella storia della politica italiana”. Così il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha introdotto la sua relazione d’apertura dei lavori della scuola di formazione politica “Finalmente Sud”.

“Se stiamo facendo formazione politica – ha continuato il leader democratico – la prima cosa da imparare e ricordare è quello di essere autonomi. Amici di tutti, ma parenti di nessuno, avendo tante idee in testa e la voglia di combattere per realizzarle. Non essere subalterni o subordinati alla comunicazione. Sapendo bene che Il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione. Con oggi lavoriamo a fondo in un percorso di un anno per crescere insieme e avere idee più chiare e strumenti più utili per fare quelle cose che vanno fatte. Basandoci sul principio di costruzione comune del progetto”.

“Io ci credo. La formazione inizia qui al Sud per poi trasferirsi in tutta Italia. La disponibilità è enorme, così come è enorme la stupidaggine che vuole distinguere i giovani dai vecchi. È chiaro che la realizzazione dei progetti toccherà ai giovani ma non è possibile che un giovane per andare avanti debba scalciare e non rispettare i vecchi. Ricordiamoci bene che noi siamo una squadra collettiva e che da soli non si salva il mondo”.

“Siamo qui per reagire e trovare strade nuove. Noi vogliamo il futuro. Non saremmo qui se non conoscessimo i problemi che ci sono e le responsabilità che abbiamo. Il PD è nato mettendo insieme culture diverse e contingenti: non siamo troppo giovani per aver sonno e non siamo troppo vecchi per essere ancora un esperimento. Il partito è uno strumento per l’Italia e la sua ricostruzione. Senza il sud, l’Italia non riparte e il sud non riparte senza un cambiamento. E mi riferisco ad un cambiamento nelle idee e nei progetti. Con metodi e protagonisti nuovi . Guai a pensare ad un solo ricambio generazionale senza un cambiamento. Non regge il “vai via tu che sono più giovane”.

“Oggi occorre ripulire le idee sbagliate che si sono incrostate nel senso comune. Non si può riscoprire valido un vintage anni ‘80 che, in realtà, ci ha portato al disastro. Parlando di Sud si parla di Italia, perché c’è un’Italia sola, anche se a diverse intensità. Ma sarà difficile riportare questi concetti nel senso comune e la soggettività meridionalista dovrà scalare una montagna molto alta”.

“Assistiamo alla perdita di orizzonte e al collasso nel divario tra nord e sud. Oggi la parola sud si è persa. Ha prevalso una retorica del sud come palla al piede, come un destino irrimediabile. È passata l’ideologia leghista che lo stare da soli significa stare meglio. E la spinta conservatrice che si è radicata al sud di stampo neo borbonico è stata possibile nel venire meno dell’idea di uguaglianza. L’ispirazione di fondo che ha dato vita alla nostra nazione era basata sull’uguaglianza della dignità e dei diritti ovunque ci si trovasse. Il ciclo liberista ha minato questa idea e la globalizzazione è stata governata dalla destra nel suo lato più oscuro: ripiegamenti corporativi ed egoismi sociali hanno portato all’oscuramento del destino comune e delle reciprocità. Il paradosso è arrivato ad oggi che si è finalmente capito, in piena crisi, che nessuno si salva da solo. In Europa ora tutti si cercano! Ma le paure e i ripiegamenti pesano davvero. Abbiamo buttato via le briglie del mercato e tutti ora vogliono mettere le briglie al mercato!”.

“E’ stato ribaltato il concetto del federalismo: se sei povero è solo responsabilità tua o è sempre colpa degli altri. E questa è un’ideologia più dura dei mattoni”.

“Occorre ribaltare questa ideologia a livello europeo. Connettere le economie in maniera sostanziale, per chiudere il divario tra i paesi. Ricordando che se si accettano i divari si massacrano anche i paesi più forti”.

“Le politiche di ispirazione meridionalista negli ultimi 25/30 anni non si sono dimostrate efficaci e hanno portato ad un pessimismo di fondo: i problemi non sono risolvibili. Ciò che invece avviene è che sud e nord si allontanano con pari velocità dai valori medi europei. O crescono assieme o declinano assieme. La teoria della palla al piede che frega il corridore è una sciocchezza. Una demagogia pericolosa da combattere, dicendo le stesse cose al nord come al sud. Un obiettivo che compete all’unico partito nazionale: il PD”.

“Berlusconi ha introdotto il concetto che siamo più o meno nella media degli altri paesi. Addirittura lui dice che stiamo meglio! Ma non è così: nell’Europa dei 27 il Pil durante la crisi è sceso in media del 2%, nell’Europa dei 17, in media dell’1,7%. In Italia è sceso del 5,2% (6,1% al sud e 4,9% al nord). Il PD è stato il solo a dire che non era vero quello che il governo raccontava e che c’era un problema. Ma in questo lungo sonno è stato solo Berlusconi il responsabile? C’era qualcuno che sapeva? Alcune classi dirigenti hanno taciuto finche non si sono bagnati i piedi anche loro e solo allora hanno detto che c’era qualcosa che non andava”.

“Con l’egoismo sociale non si va da nessuna parte: chi ha di più deve dare di più!”.

“Con un fisco migliore avremmo risposte non solo per l’Italia ma anche per il sud. Con un welfare migliore, la semplificazione amministrativa, la riduzione dei costi della politica, con una giustizia che funziona come servizio e non solo per risolvere i problemi di uno solo, si farebbe bene non solo all’Italia ma anche al sud. È per questo che la riforma nazionale dovrà partire dal sud. Una riforma che sarà gradita al nord. Una riforma meridionalista che darà forza all’Italia intera”.

“Come PD parliamo di ricostruzione sapendo bene che il nostro progetto non potrebbe essere possibile senza una riscossa civica e morale che sappia ricostruire fiducia e speranza! Noi ci rivolgiamo ai giovani, alla nuova generazione meridionale destinataria di tutte le politiche e privilegiando la legalità come priorità”.

“Dobbiamo dire al nord e al sud che non si lasciano soli i tanti onesti che sono sul fronte come Angelo Vassallo e i tanti che sono vivi e sono sotto minaccia. I sindaci di Rosarno, di Isola Capo Rizzuto, di Bisceglie, di Crotone, di Altofonte, di Casal di Principe e altri. Non li lasciamo soli. Non è vero che tutto è sporco. Senza politica vincono solo gli interessi più forti e incontrollati”.

“Se siamo qui è perché pensiamo che la buona politica non significa un uomo solo al comando. Se siamo qui e per tradurre i nostri ideali di libertà e di uguaglianza in fatti. Noi non accetteremo mai che lavoratrici perdano la loro vita sotto un laboratorio lavorando a 4 euro l’ora. Non accetteremo che si possa trovare il cadavere di un sedicenne portato dall’acqua come un detrito e che un artigiano rinunci al suo lavoro per una pistola puntata alla tempia”.

“Dedichiamo questo anno vostro alla memoria dei 76 ragazzi uccisi a Oslo da un pazzo criminale fascista e razzista. Lo dedichiamo alla loro memoria. Il primo ministro norvegese Stoltenberg ha detto hanno attaccato quanto di meglio quanto esiste in democrazia: i giovani in politica. Oggi scriveremo ai laburisti norvegesi: dal sud dell’Europa la fiaccola è accesa e va avanti”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it