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"Cgia Mestre: disoccupazione all'11% con le nuove norme sui licenziamenti", da repubblica.it

Secondo le stime dell’associazione degli artigiani, in questi mesi di crisi, le promesse fatte alla Ue avrebbero fatto salire di quasi 3 punti percentuali il numero dei senza lavoro. Il ministero del lavoro ribatte: “Tesi senza fondamento, con nuove regole più occupazione”. Se una normativa che rendesse più semplici i licenziamenti fosse stata applicata durante gli anni della crisi economica il tasso di disoccupazione in Italia sarebbe salito all’11,1%, anzichè essere all’8,2% attuale, con quasi 738 mila persone senza lavoro in più rispetto a quelle conteggiate oggi dall’Istat. È lo scenario delineato dall’associazione artigiani Cgia di Mestre, secondo quello che il segretario Giuseppe Bortolussi definisce “un puro esercizio teorico” ottenuto “ipotizzando di applicare le disposizioni previste dal provvedimento sui licenziamenti per motivi economici a quanto avvenuto dal 2009 ad oggi”.

Nella simulazione della Cgia è stato calcolato il numero dei lavoratori dipendenti che tra l’inizio di gennaio del 2009 e il luglio di quest’anno si sono trovati in Cig a zero ore. Vale a dire i lavoratori che sono stati costretti ad utilizzare questo ammortizzatore sociale del quale, con il nuovo provvedimento – secondo la Cgia – potranno disporre probabilmente solo a licenziamento avvenuto. Pertanto, se fosse stata applicabile questa misura segnalata nei giorni scorsi dal Governo all’Ue, negli ultimi due anni e mezzo, questi lavoratori, che hanno usufruito della Cig, si sarebbero trovati, trascorso il periodo di “cassa”, fuori dal mercato del lavoro.

Secondo la stima della Cgia, sommando le Ula (Unità di lavoro standard) che hanno utilizzato la Cig a zero ore nel 2009 (299.570 persone), nel 2010
(309.557) e nei primi sette mesi di quest’anno (128.574), si ottengono 737.700 potenziali espulsi dal mercato del lavoro che in questi ultimi due anni e mezzo avrebbero fatto salire il tasso di disoccupazione relativo al 2011, all’11,1%.

Ma il ministero del Lavoro ribatte: l’ipotesi del centro studi della Cgia di Mestre, “guidato dal candidato del centrosinistra alla Presidenza della Regione Veneto”, sull’aumento della disoccupazione a fronte di norme di semplificazione sui licenziamenti “è destituita di ogni fondamento”, si legge in una nota del ministero del Lavoro secondo la quale le simulazioni sulla maggiore flessibilità in uscita anche realizzate a livello internazionale “danno più occupazione”. “Ciò che l’Unione europea chiede all’Italia è una combinazione di maggiore flessibilità nella risoluzione del rapporti lavoro e di maggiore protezione del lavoratore. Tutte le ipotesi di adempimento di questa richiesta sono quindi rivolte a consolidare il sistema di ammortizzatori sociali, a partire da tutte quelle situazioni nelle quali può essere conservato il posto di lavoro attraverso la cassa integrazione e gli accordi collettivi che è intenzione del governo ancor più incoraggiare”, precisa la nota.

da www.repubblica.it

La trincea del banchiere "Solo la Bce può decidere", di Massimo Giannini

Dalla commedia di Palazzo Koch alla farsa dell´Eurotower. Dopo aver gestito in modo penoso il “dossier” della Banca d´Italia, il governo sta gestendo anche peggio la «pratica» della Banca Centrale Europea. «Lorenzo Bini Smaghi si deve dimettere», ripete pubblicamente e ossessivamente Berlusconi, davanti agli allibiti partner europei e agli addomesticati microfoni di Canale 5. Il presidente del Consiglio non fa mistero della sua frustrata indignazione, per un caso che mette ancora una volta in cattiva luce l´Italia e inasprisce i già compromessi rapporti con la Francia. Ne parla a tutti. Meno che al diretto interessato. Bini Smaghi, infatti, per ora va dritto per la sua strada. «Non mi ha chiamato nessuno, non ho parlato con nessuno. Dunque, non ci sono novità».
E invece almeno una novità c´è. È importante, perché rappresenta plasticamente l´anomalia del caso italiano. Ma non è risolutiva, perché alla soluzione del rebus manca ancora il contributo chiave del premier. La novità è la solita: di fronte alla conclamata latitanza del capo del governo (impegnato a raccontare barzellette agli stati generali del Commercio estero) e alla spazientita iattanza del portavoce di Sarkozy (convinto che una soluzione vada trovata «entro domani») è toccato ancora una volta al presidente della Repubblica farsi carico, suo malgrado, del problema. Giorgio Napolitano ha ricevuto Bini Smaghi al Quirinale. Quasi un´ora di colloquio. Con la consegna di un rigoroso e rispettoso silenzio sui contenuti. Ma con la consapevolezza che il nodo è tutt´altro che sciolto. È anzi più ingarbugliato che mai, e ci vorrà tempo per venirne a capo,
Ma non è difficile capire quale sia l´orientamento del membro italiano nel board della Bce, e quale sia il ragionamento del Capo dello Stato. Dopo un´ultima riunione a Francoforte in mattinata, di rientro verso Roma per l´incontro sul Colle Bini Smaghi continua a ripetere quello che va dicendo ormai da quattro mesi. «Qualunque decisione io prenda, dovrà essere definita e concordata a livello di Banca centrale europea». Come dire: non prendo ordini dalla politica, nazionale o internazionale. E se devo dimettermi dal consiglio dell´Eurotower, questa deve essere una scelta autonoma, che matura in quella sede e in nessun´altra. Dunque, a poco servono le urla alla luna del Cavaliere, o le grida stizzite dell´Eliseo.
Bini Smaghi, sul piano politico, è in una posizione insostenibile. Già dal giugno scorso, quando Mario Draghi è stato designato ufficialmente alla guida della Bce al posto di Jean Claude Trichet, il membro italiano ha rifiutato ostinatamente di liberare il suo posto, come esige l´Eliseo. Due italiani e nessun francese, nel Consiglio direttivo della più importante istituzione europea: impensabile, a Parigi e non solo lì. Berlusconi, da allora, non è stato in grado di districare la matassa, intrecciandola addirittura a quella della nomina del nuovo governatore di Bankitalia.
Il gelo con Sarkozy è nato da quella prolungata, estenuante inettitudine del premier. I tentativi di trovare una soluzione sono stati vaghi e vani: Berlusconi, per convincerlo a lasciare libera la poltrona a Francoforte, gli ha proposto la presidenza dell´Autorità Antitrust, e continua tuttora a ventilargliela per vie traverse. Ma Bini Smaghi ha rifiutato e continua a rifiutare. «Da Statuto – ribadisce ormai da tempo, e lo ha fatto anche ieri nel faccia a faccia con Napolitano – posso lasciare solo per un incarico di pari livello: bisogna tener presente che nel Consiglio direttivo della Bce il mio voto vale quanto quello di Draghi…».
Un´impuntatura riprovevole. Una pretesa personale. Ma Bini Smaghi, sul piano giuridico, ha una freccia al suo arco. È il parere che la Direzione generale servizi giuridici della Bce ha inviato al board dell´Eurotower il 24 maggio scorso. In quel testo c´è scritto chiaro e tondo che un membro del board non può disporre come vuole del suo incarico, e meno che mai possono disporne i governi, pena «la reputazione e la credibilità della Bce». «Qualunque gesto di dimissione deve essere compatibile con il principio di indipendenza personale… Dimissioni di fatto imposte con l´obiettivo di evitare che due membri del Comitato esecutivo abbiano la stessa nazionalità sarebbero incompatibili con quel principio».
Dunque, secondo questo parere, Bini Smaghi avrebbe una sorta di diritto-dovere a resistere alla «moral suasion» di Roma e di Parigi. Non solo. Avrebbe lo stesso diritto-dovere di resistere anche alle offerte di altri incarichi. «L´incompatibilità con il principio di indipendenza – recita il testo della Banca – emergerebbe se la nuova posizione esterna non fosse commisurata allo status di membro del Comitato esecutivo e del Consiglio direttivo della Bce, rendendo evidente l´esistenza di pressioni esterne». Non varrebbe, secondo questa tesi, neanche il «fatto nuovo» dell´ingresso di un altro italiano (Draghi) al vertice degli organismi direttivi dell´Eurotower. Non può essere quello l´elemento che induce un altro membro a rassegnare contestualmente le sue dimissioni. Queste ultime «non possono coincidere nel tempo, né possono essere legate apertamente con la nomina di un altro membro del Comitato esecutivo, ma devono essere gestite con procedure e in momenti totalmente separati».
Questa, sotto il profilo «tecnico», è la linea Maginot di Bini Smaghi. L´ha riconfermata anche al presidente della Repubblica, ricordando tra l´altro (e non a caso) il precedente del francese Christian Noyer, che dal giugno 2002, prima di passare alla guida della Banca di Francia, restò nel board della Bce insieme al presidente Trichet (francese a sua volta) per un anno e mezzo. Anche per questo, oggi, servirà tempo prima di arrivare alle eventuali dimissioni del membro italiano.
Di fronte a questi argomenti, il ragionamento di Napolitano è quello che ha già svolto in diverse conversazioni riservate, dedicate proprio ai casi incrociati della Banca d´Italia e della Bce. L´autonomia di queste istituzioni è sacra. Ma il dovere di un vero «grand commis» è sempre e comunque quello di servire il suo Paese, tutelandone l´interesse nazionale. È evidente, allora, che Bini Smaghi presto o tardi dovrà lasciare il suo incarico. Comunque prima della scadenza naturale, fissata al maggio 2013. Ma è altrettanto evidente che, per raggiungere questo obiettivo, si dovrà ricostruire la tela strappata dei rapporti personali, delle procedure istituzionali e delle relazioni internazionali.
A farlo dovrà essere il presidente del Consiglio. Tocca a Berlusconi parlare con Bini Smaghi, cercando una via d´uscita dal vicolo cieco politico e giuridico nel quale tutto si è bloccato. Tocca a Berlusconi riflettere insieme a Draghi, individuando una exit strategy che non pregiudichi l´indipendenza della Bce. Tocca a Berlusconi, infine, ricucire il dialogo con Sarkozy, tentando un compromesso sui tempi e una possibile collocazione del membro italiano in un eventuale, altro organismo sovra-nazionale di pari livello (dalla Bei alla Bers, per esempio). Napolitano fa la sua parte. Da il suo contributo, nei limiti che la Costituzione gli assegna. Ma è irritato per questa assurda «supplenza». Non vuole più togliere le castagne dal fuoco a un governo che non governa, e a un premier che ormai agisce costantemente «sotto tutela». Un premier «a responsabilità limitata».

La Repubblica 29.10.11

"Per la difesa del Paese alt al consumo del suolo", di Giuseppe (Pippo) Civati

Terra! Questo deve essere grido della nuova politica. All’orizzonte, affacciandoci alle finestre, vediamo quasi dappertutto un forsennato sfruttamento del territorio, che spesso è all’origine di fenomeni come quello che ha devastato il Levante ligure. Non è più possibile stare a guardare o prendere tempo. Chi ha responsabilità istituzionali deve agire, e subito. A Cassinetta di Lugagnano proprio oggi si radunano centinaia di persone per dire stop al consumo di suolo. Cittadini, amministratori, movimenti, anche locali,danno vita auna grande mobilitazione nazionale, in difesa del suolo, del paesaggio e anche del cibo e dell’agricoltura: un tema che, pensando all’Expo 2015 (se terrà fede ai suoi principi), ci parla anche della fame nel mondo e di come combatterla.
Il primo passo, a casa nostra, è mutuare quello che è stato fatto a Cassinetta, che ha varato il consumo zero di territorio, oppure Desio, in Brianza, che ha tagliato del 60% il cemento autorizzato dalla precedente amministrazione dellan destra, sfidando anche poteri forti e occulti. Ora è la politica che si deve rendere conto che il contrasto del consumo di suolo e la difesa del paesaggio sono temi nazionali, di primaria rilevanza.Atutte le latitudini, perché anche quelli che si sono ripromessi di difendere il «sacro suolo», in questi anni, l’hanno cementificato,
a cominciare da tutto quello che sta attorno al pratone di Pontida.
Servono prima di tutto piani territoriali di nuova generazione: bisogna dare regole, come quelle che propone Legambiente in Lombardia, con una legge di iniziativa popolare sostenuta dal Pd. Vanno percorse strade alternative, che ci sono e che sono a portata di mano. E che passano dal recuperare il più possibile quello che c’è: dalle aree industriali dismesse ai centri storici che in molti comuni del nostro paese (non solo in Lombardia ma un po’ ovunque) sono abbandonati al proprio destino. Al censimento dello sfitto e a una nuova norma sugli oneri di urbanizzazione, che non possono essere utilizzati per coprire le spese correnti. In molti casi si preferisce continuare su una strada insostenibile. Sempre in Brianza, provincia per certi versi dei record, più del 60% del territorio è coperto da case, capannoni, mega centri commerciali. Ma nonostante questo, il Comune di Monza (Lega-Pdl), sede ministeriale (!), ha dato il via libera a 4 milioni di metri cubi, anche in piena zona di esondazione del Lambro, nell’area agricola della Cascinazza. Per cambiare il Paese, bisogna cambiare lo sguardo su ciò che ci circonda. Oggi arriva un messaggio che la politica deve raccogliere. Oggi o mai più.

L’Unità 29.10.11

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“PER QUEL DISASTRO CHIEDETE CONTO A SILVIO BERLUSCONI”, di Vittorio Emiliani

Di fronte alle sempre più frequenti sciagure ambientali, bisogna dire le cose come stanno: i governi Berlusconi hanno decisamente peggiorato lo stato già precario dei suoli condonando abusi, sottraendo soldi, impedendo manutenzioni; le Regioni e i Comuni (ma anche tanti abitanti) non si sono ancora resi conto che bisogna piantarla di cementificare rive, alvei fluviali e torrentizi ridando ai corsi d’acqua le aree naturali di sfogo. Nelle cronache di questi giorni c’è molta emozionalità, e poca voglia di andare alle cause. Sull’«Unità» di ieri, invece, Marco Bucciantini ha preso di petto la questione chiedendosi, a proposito delle Cinque Terre: perché tante auto sepolte nella melma a Monterosso? Perché lì si sono fatte entrare, anni fa, le auto e si è voluto, a tutti i costi, un maxi-silos. Dove arrivano cemento e asfalto, i suoli si
impermeabilizzano e, in presenza di pendenze scoscese come quelle liguri, l’acqua piovana vien giù a velocità folli. Se poi i corsi d’acqua sono stati intubati o incassati fra argini di cemento e/o fra spalti di case, il disastro è garantito. Malgrado ciò, come denuncia il Wwf e come Bucciantini riferisce, la Regione Liguria ha appena approvato un regolamento che consente di costruire a soli 3 metri dai corsi d’acqua e non più a 10 metri. La storia tragica delle alluvioni liguri non ha dunque insegnato nulla? Mi capitò di trovarmi in mezzo a quella di Genova del ‘70 quando si contarono 25 morti. Scoprimmo che il vastissimo letto del Polcevera era stato ristretto da campi da tennis, circoli aziendali, costruzioni precarie, orti e altro. Le responsabilità delle Regioni e dei Comuni sono grandi. Quando il Po o un suo affluente straripa, si scopre che case, laboratori, fabbriche allagate sorgono nelle aree golenali, vietatissime.
Nessuno vigila, reprime, demolisce. A Ischia non sono forse le case abusive a far cadere a pezzi
l’isola? Altro luogo comune di queste ore: non si è mai fatto nulla per la difesa del suolo. Non è vero. Non hanno fatto niente i governi Berlusconi tesi a “passare alla storia” col Ponte sullo Stretto. I governi di centrosinistra avevano cominciato ad invertire una rotta disastrosa con alcune buone leggi: la legge n.431 del 1985 sui piani paesaggistici e la legge n.183 del 1989 sulla difesa del suolo. La prima – pur votata alla unanimità – è stata attuata appena da un pugno di Regioni, le altre hanno adottato in ritardo i piani o non li hanno nemmeno colorati. La seconda prevedeva la creazione di Autorità di Bacino nazionali, interregionali e regionali. Il
modello? L’Authority del Tamigi che aveva riunito in sé le competenze di migliaia di enti.
Così doveva essere da noi dove fiumi come il Po o il Tevere corrono al mare attraverso quattro
regioni, decine di Province, decine e decine di Comuni. Quando le Autorità, nel 2001, hanno ultimato i piani di bacino, la loro devitalizzazione era già in atto ad opera del centrodestra e in specie della Lega, che vuol gestire il Po «a spezzatino», un pezzo ogni Regione. Una scemenza «criminale». Ci sono state ribellioni a tanta insipienza? Onestamente non le ho avvertite. Su tutto ciò si è abbattuta la scure finanziaria: la difesa del suolo che, cosa volete, non fa «passare alla storia». Con la Finanziaria 2002 il centrodestra ha dimezzato le risorse. Con quella del 2003, secondo la denuncia di Gaetano Benedetto del Wwf, ha fatto scomparire «con un colpo di mannaia» i fondi del Decreto Sarno (votati dopo quella terribile sciagura) e ridotto quelli della Legge Soverato (altro disastro, con le case costruite su una fiumara…). L’Italia ha così affossato l‘approccio innovativo, europeo, alla gestione delle acque: manutenzione continua del territorio e «rinaturazione» dei sistemi fluviali. Insomma, dalla legislatura 2001-2006 in qua, tutto il comparto ambiente-territorio è uscito «umiliato».
Nel 2006-2008, col ritorno dell’Ulivo, sono state riattivate risorse per la difesa del suolo e dal mare, per i parchi, ecc. fino a 584 milioni. Due anni di respiro. Ma dal trionfo di Berlusconi in , è
ricominciato il flagello. Nel 2009, alla tutela ambientale e territoriale si è assegnato appena l’1,5 % della manovra finanziaria contro il 6,8% attribuito alle grandi opere, tutte dal forte impatto. Mentre la crescente tropicalizzazione del clima reclama una strategia esattamente opposta. Nelle Finanziarie successive è andata ancora peggio. Con Sandro Bondi ai Beni Culturali che lasciava marcire la nuova co-pianificazione paesaggistica Stato-Regioni. Col Ministero dell’Ambiente e coi Parchi in ginocchio. Risultato: sfacelo idrogeologico garantito,
specie laddove l’edilizia, legale e abusiva, è dilagata. E si invocano nuovi condoni edilizi. Siamo al suicidio finale del Belpaese.

L’Unità 29.10.11

"Maria Stella, la scaricabarile", di Manuela Ghizzoni

Meno, è questo il segno che contraddistingue la parabola del governo Berlusconi che con l’ultimo voto di fiducia ha toccato il punto più basso. Meno sicurezza, meno risorse alle forze di polizia, meno lavoro, meno benessere, meno opportunità, meno sostegno alle famiglie, meno politiche per le piccole e medie imprese, meno diritti nel lavoro.
Meno pluralismo, meno democrazia, meno giustizia, meno welfare, meno ricerca, meno autorevolezza sullo scenario internazionale, meno risorse agli enti locali, meno coesione sociale, meno solidarietà, meno investimenti per energie rinnovabili, meno crescita e Pil, meno rispetto del territorio, meno moralità.
L’unico segno meno che manca, ed è l’ennesima promessa tradita, è quello riferito alle tasse, che sono aumentate. Ma c’è un luogo dove questo segno meno è particolarmente evidente, ossia il mondo della scuola e dell’università, dove in questi anni abbiamo assistito ad una inaudita opera di riduzione di risorse che è stata ribadita nella recente lettera alla Ue.
L’anno scolastico è così iniziato tra le proteste di studenti, professori e personale della scuola per gli effetti sempre più tangibili dei tagli: carenza di organico, presidi in condivisione tra diverse scuole, classi “pollaio”, riduzione del sostegno per i ragazzi disabili. Dopo aver cercato di giustificare i tagli come un’operazione di modernizzazione, in una recente intervista la Gelmini ha giocato allo scaricabarile e attribuito a Tremonti la responsabilità dei tagli e delle scelte scellerate in materia scolastica e universitaria.
Delle due l’una: o il ministro Gelmini è stata una marionetta guidata dall’inquilino del ministero dell’economia (e in questo caso dovrebbe dimettersi per dignità) o ha condiviso l’operazione chirurgica che ha affondato il bisturi nella carne viva della scuola pubblica, senza riuscire ad affrontare le criticità della scuola.
In realtà la coppia è complice e ha utilizzato la scuola come un bancomat poiché ritiene, a torto, che la scuola pubblica non debba essere motore di mobilità sociale e di progresso del paese, ma debba perpetuare le differenze sociali, così come è persuasa che la retorica della meritocrazia debba cancellare la promozione delle pari opportunità, mentre la scuola deve sostenere assieme merito e opportunità.
Qualche esempio. Il diritto allo studio universitario è affidato ad un fondo per l’erogazione delle borse che da tre anni lascia i candidati beneficiari con “il fiato sospeso” per due motivi: le risorse, oltre ad essere drammaticamente insufficienti a soddisfare le attese di tutti gli studenti idonei, sono attribuite sul filo di lana dalla legge finanziaria, senza alcuna programmazione.
Le borse nazionali per il merito – sulla cui entità nulla è dato sapere – saranno erogate a prescindere dalla condizione di reddito del beneficiario. Un provvedimento che non contrasterà il fenomeno della flessione delle immatricolazioni universitarie e che contraddice il diritto costituzionale, per i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, di «raggiungere i più alti gradi degli studi». Sull’edilizia scolastica, il ministro al suo insediamento avallò il taglio dei finanziamenti e annunciò l’impegno di ben un miliardo di fondi Fas.
Sono passati tre anni e la montagna ha partorito un topolino: a oggi solo 31 scuole hanno siglato l’accordo per poter utilizzare le risorse.
Chi può dimenticare, poi, la spensierata fierezza con la quale il ministro ha tagliato 132mila posti di lavoro tra docenti e personale Ata (pari a 8 miliardi di euro) al grido “la scuola non è un ammortizzatore sociale”, ma tacendo sui livelli di apprendimento e sulla qualità dell’offerta formativa. Un taglio draconiano, irresponsabile, che ha reso ancora più acuto il problema del precariato.
I dati a lungo celati dal Miur parlano chiaro: i docenti precari nell’anno 2010-2011 sono stati 115mila, pari al 14,9 % del totale, cioè percentualmente pari al valore registrato nell’anno 2005- 2006, sebbene nel frattempo sia intervenuto il taglio di 67mila posti negli organici. Difficile vedere in queste cifre la riduzione del tasso di precarietà sbandierata dalla Gelmini: piuttosto è la certificazione di un fallimento.
In conclusione, il tentativo del ministro Gelmini di prendere le distanze dalla stagione dei tagli è smentito drammaticamente dai fatti e occorre ben più di una intervista per far dimenticare agli studenti, ai docenti e alle famiglie il disprezzo e i pregiudizio dimostrati in questi tre anni nei confronti del sistema di istruzione e formazione pubblico.

da Europa Quotidiano 29.10.11

«Per vincere bisogna capovolgere l’impianto di Berlusconi», intervista a Vasco Errani di Simone Collini

Mi sembra evidente che il governo è dimissionato dai fatti – dice il presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani – dalla sua incapacità di dare risposte vere al problemadella crisi e di impostare una strategia per rilanciare il Paese. Come la lettera all’Ue ne è prova la battuta sbagliata di Berlusconi sull’euro».
Guardando all’impianto della lettera all’Ue, qual è secondo lei l’obiettivo del governo?
«Dividere il Paese. Avendo di fronte la possibilità di un ampio raggio di interventi, il governo ha scelto il terreno ideologico: licenziamenti più semplici. È la strada opposta rispetto all’ accordo tra le parti sociali del 28 giugnoe a ciò che servirebbe, cioè un sussulto di unità per il bene del Paese».
Secondo lei, quale sarebbe il motivo di questa scelta?
«Il fatto che questo governo è prigioniero di se stesso. Ha continuato a dire che andava tutto bene e non si è mai occupato dei problemi dell’occupazione, delle politiche industriali,
della questione dell’equità. Il governo è andato avanti per tre anni così e ora non ha nessuna possibilità di voltare pagina».
La lettera è un manifesto elettorale per andare a votare dopo Natale, come dice Casini?
«Il giudizio di Casini è netto ma oggettivo. Il governo non riesce a portare alcun provvedimento in Parlamento, non riesce ad avere una maggioranza che sia tale».
Ma in caso di crisi cosa preferirebbe?Un governo di transizione o le urne anticipate?
«Il tempo a disposizione è pochissimo e allora il punto è capire se ci siano le condizioni politiche per un governo di responsabilità, che prenda la strada di un cambiamento vero e faccia scelte nette di equità. Si verifichi se ci sono le condizioni. Diversamente, la via maestra è quella delle elezioni anticipate».
Il Pd e le altre forze di opposizione cosa devono fare per non arrivare alla sfida impreparate?
«Dobbiamo presentarci al Paese dicendo che c’è bisogno di ricostruire e che per farlo occorre avere la forza e il coraggio di un vero cambiamento. Il punto è questo: cambiare il Paese. Perché non siamo di fronte semplicemente a una crisi finanziaria, ma alla necessità di liberare la forza reale che pure c’è nella nostra società».
Quali sono i primi passi da compiere in questa direzione?
«Mettere in discussione le rendite di posizione, che ci sono. Poi costruire l’alternativa alla destra, alle idee vecchie e superate della cultura neoliberista. E quindi lavorare per una nuova e vera equità fiscale, introdurre una patrimoniale, avviare una seria lotta all’evasione fiscale attraverso la tracciabilità, riportare giustizia e dire con chiarezza che adesso devono pagare quelli che non hanno pagato. E ancora, pensare un nuovo modello di sviluppo, redistribuire le risorse e realizzare una nuova politica industriale, puntare sulla formazione. A questo punto è necessario cambiare i paradigmi di questo Paese, porre il problema del contrasto alla precarietà, realizzare un nuovo welfare e un nuovo patto sociale che metta al centro il futuro delle nuove generazioni. Questo è il cambiamento che dobbiamo perseguire, puntando a un nuovo modello sociale, che vada ben oltre i confini ideologici del 900».
Con chi dovrà lavorare il Pd per attuare un simile programma?
«Bersani ha detto una cosa chiara, che condivido: Pd, Idv, Sel debbono dare garanzie agli italiani che l’esperienza passata non si ripeterà più, e poi devono avere la capacità e il coraggio, senza schemi predefiniti, di discutere nel merito con i moderati come ricostruire l’Italia. Si tratta di un progetto, non un’indecisione, non ci dobbiamo chiudere nei confini classici. Ora leggo dichiarazioni di Vendola, Di Pietro, Casini, e mi pare che stia maturando un percorso che va nella giusta direzione».
Le sembra che il nodo primarie sia risolto?
«Bersani ha presentato un progetto e ha detto “io ci sono”, chiarendo che non si nasconderà dietro a questioni burocratiche. Si faranno quando è il momento, sapendo che le primarie aperte servono per decidere il leader d iun progetto che abbia le competenze e le capacità per cambiare il Paese. Per me Bersani è il candidato migliore».
Che ne pensa delle iniziative di Renzi e degli altri giovani del Pd che chiedono il rinnovamento?
«È indiscutibile che ci debba essere rinnovamento, a partire da esperienze vere,ma dentro un progetto. Ci sono progetti alternativi? Io non ne vedo. Allora andiamo avanti su questa
strada uniti perché ce lo chiede il Paese. E in questo sforzo comune è un contributo utile tutto ciò che si muove con l’idea di una comunità che cerca di realizzare un taglio netto rispetto al populismo, imposto dalla destra ma che ha attraversato tutto il Paese, e alla personalizzazione della politica che vuole sostituire il progetto. Viceversa, se il dibattito interno precipitasse nella ricerca di autoaffermazione, allora saremmo ancora nello schema
che la destra populista ha imposto al Paese. Noi dobbiamo uscire dal berlusconismo, non semplicemente mandare a casa Berlusconi. Dobbiamo impostare un discorso pubblico
coinvolgendo le forze migliori in un patto sociale intergenerazionale. Ci sono tantissime energie che chiedono al Pd non di fare i conti al suo interno ma di dare spazio. Quando parliamo di apertura dobbiamo innanzitutto essere aperti alla novità delle donne. E quando parliamo di alleanze dobbiamo saper allearci anche con il protagonismo che viene avanti nelle esperienze sociali, nel volontariato, nell’associazionismo».
Le Regioni, che dalla prossima legislatura taglieranno i vitalizi dei consiglieri, sono vittime del vento dell’antipolitica?
«Tutt’altro. L’Emilia Romagna ha aperto una strada. E la decisione presa dalla Conferenza delle Regioni è importante e utile. Dobbiamo andare avanti su questa strada per contrastare quel senso comune, in base al quale la politica e le istituzioni sono dei pesi. Bisogna prima di
tutto restituire dignità alla politica attraverso scelte che diano chiari segnali. Il Pd in questo deve essere protagonista in Parlamento e in tutto il Paese. Deve essere determinante
per dimostrare che la politica, la buona politica, quella fatta di idee e progetti capace di rispondere alle famiglie e alle imprese, è lo strumento fondamentale per migliorare la qualità alla nostra democrazia».

L’Unità 29.10.11

"Addio gite scolastiche a casa due studenti su tre", di Marina Cavallieri

Un tempo c´erano Roma, Firenze, Venezia. Poi Barcellona, Berlino, Praga. Negli anni sono cambiati gli orizzonti, gli studenti, i costi ma nessuno ci ha mai rinunciato. È la gita scolastica, da sempre sospesa tra cultura e vacanza, didattica e divertimento, formazione e svago. Ora però il “viaggio d´istruzione”, come viene chiamato nei protocolli del ministero, rischia di sparire. Addio fuga dalla routine dei banchi, rito indimenticabile per generazioni di studenti. Per l´Osservatorio sul turismo scolastico del Touring Club nella scuola superiore c´è stato un calo netto: nel 2010/2011 le classi in gita sono passate dal 60 per cento al 38, gli studenti da 1,3 milioni a 760 mila, il fatturato da 340 milioni a 215. Nell´ultimo anno, dicono i ricercatori, hanno sicuramente pesato le manifestazioni studentesche contro la riforma, le proteste dei professori contro i tagli, ma da soli non spiegano la riduzione.
Nel 1992, una circolare del ministro Iervolino stabilì che le «visite d´istruzione» dovevano essere a carico delle scuole non delle famiglie. Così non è stato. «Da tempo i professori non hanno più la diaria e non hanno pagate le trasferte ma questo non è la vera causa del calo. Il motivo principale è il forte aumento dei costi. È un peccato, così si perde un´esperienza che può essere ancora formativa», spiega Mario Rusconi, vice presidente dell´Associazione nazionale presidi. «Sono aumentati i prezzi della benzina, degli hotel, degli autisti. Alcune scuole creano un fondo per sovvenzionare gli studenti che non possono pagare. A volte sono anche gli insegnanti, tanto bistrattati, a dare i soldi per chi non se lo può permettere».
Alle classi superiori il costo di una gita si aggira intorno alle 400 euro, una cifra significativa che rischia di creare discriminazioni. «È una bella fetta del reddito che può mettere in difficoltà. La gita va salvata ma deve tornare ad essere legata ad una motivazione culturale, al percorso di apprendimento. Non deve essere un viaggio alla moda». Come a volte è diventato, ma non per tutti. «Nel nostro istituto abbiamo un´adesione che non supera mai il 50%, non abbastanza, occorre un´adesione dei due terzi, quindi rinunciamo», dice Leandro Cantoni, preside dell´istituto professionale Cattaneo di Roma. «Accade nei professionali e nei tecnici, meno nei licei».
La gita è in crisi ma non solo per i soldi. «Negli anni c´è stata un´involuzione consumistica dei modelli educativi», spiega Benedetto Vertecchi, pedagogo. «L´uscita scolastica è un´esigenza legittima che deve essere organizzata sulla base di un percorso cognitivo non può diventare un´attività da agenzia turistica». Pochi fondi e molte critiche, così nella scuola si ridefinisce la rotta e il viaggio se vorrà sopravvivere dovrà cambiare. «Organizziamo ultimamente scambi culturali», dice il preside Rusconi. «Alcuni studenti sono andati ospiti a San Pietroburgo, ora sono venuti da noi i ragazzi russi. Si risparmia e rimane un´esperienza culturale importante per i ragazzi».
Già, i ragazzi. La gita ha accompagnato la vita di generazioni di studenti, per molti è stato il primo viaggio, per tutti occasione di risate, amori e ricordi. Impossibile tornare indietro. «Adesso i contributi scolastici servono per garantire quello che dovrebbe essere la normalità e addio viaggi», dice Sofia della Rete degli Studenti. «Ma partire è importante, rende reale quello che studiamo ed è un´opportunità per stare insieme. Non vogliamo rinunciarci».

La Repubblica 29.10.11

"Un Paese che dimentica il futuro", di Gianni Riotta

L’Italia comincerà a vendere titoli di Stato anche su internet, con una campagna pubblicitaria ad hoc, a partire dalla primavera 2012. Il successo di analoghe iniziative di banche private (Mediobanca tra le altre) spinge online il ministero del Tesoro, impegnato l’anno venturo in un safari a caccia di 250 miliardi di euro, per sostenere il famelico debito dei 1900 miliardi. Sembrerebbe una notizia positiva, anche le nuove tecnologie mobilitate per salvare il Paese e l’euro, se non cadesse, nelle stesse ore, l’occhio sul Punto D, della «Lettera di intenti» che il governo ha inviato all’Unione europea promettendo riforme strutturali contro la crisi e per la crescita. Il Punto D si ammanta di un titolo cruciale «Sostegno all’imprenditorialità e all’innovazione», è lungo appena 16 righe, e non ha il tono un po’ da vecchio notaio del resto del documento, tra un antiquato «Resesi» e un burocratico «Efficientamento». Il «sostegno all’imprenditorialità» è replica dell’agenda proposta dal 2008, ma la vera sorpresa – negativa – è sull’«innovazione». Perché delle 16 righe non una, anzi neppure una parola, è spesa su progetti, proposte, impegni a favore dell’economia digitale.

Andremo sul web cercando di piazzare qualche Bot, ma non abbiamo nulla da dire sul web per creare ricchezza, lavoro, start up, ricerca. Tv, giornali e internet ancora grondano commozione per il genio perduto di Steve Jobs, ma le lacrime italiane sono di coccodrillo digitale, perché non un euro, non un’idea, neppure una banale promessa elettorale, è spesa sulla Digital economy. E se ieri i mercati hanno confermato lo scetticismo sulle nostre riforme, mandando i Bot decennali al record negativo, anche i silenzi del Punto D hanno di certo contato. Il mercato sa che chi non innova muore. La Rete si è accorta per prima della mancanza di un progetto digitale e sul «Daily Wired» Marina Pennisi ha dato voce alle preoccupazioni di aziende e operatori. In un Paese che da un decennio non cresce, con la disoccupazione giovanile cronica, specie al Sud e tra le donne, con un bastione però formidabile di ricchezza privata alto 9.000 miliardi di euro, fra quadri informatici spesso di ottima qualità, davvero non era possibile far di meglio? Per comprendere il valore della nuova frontiera per lavoro e sapere, il lettore dia un’occhiata, anche frettolosa, al Rapporto McKinsey: «Già oggi, se misurati come settore indipendente, i consumi e le spese relative a internet sono superiori all’agricoltura o all’energia. Internet rappresenta il 3,4% del prodotto interno lordo dei Paesi G8, Brasile, Cina, India, Sud Corea e Svezia». L’economia internet eguaglia la potenza economica del Canada, ma cresce a un ritmo più veloce del Brasile. Il settore che l’Italia non considera nelle sue promesse all’Unione Europea è il solo che sia in crescita ovunque. Se il mercato globale riduce l’occupazione nel mondo occidentale, il web invece crea 2,6 posti di lavoro per ognuno che si è perduto, chiudendo il gap che semina rancore nell’opinione pubblica. Una ricerca mondiale su un campione di 4.800 piccole e medie imprese stima la crescita legata al web al 21% negli ultimi dieci anni, il doppio del decennio precedente e malgrado la crisi paralizzante del 2007.

Le speranze che gli Stati Uniti nutrono di mantenere la leadership economica sono tutte legate all’innovazione, di cui detengono ancora il 30% del mercato e il 40% dei profitti, grazie a un buon equilibrio fra hardware, software e comunicazione e a un formidabile network di laboratori e aziende. Regno Unito e Svezia incalzano, soprattutto sulle telecomunicazioni, India e Cina crescono «nell’ecosistema internet a un tasso del 20% annuo». Inseguono Francia, Germania e Canada, più indietro Giappone, Russia, Brasile.

E l’Italia? I rapporti a disposizione (Digital advisory group, Akamai) concordano sul 2% del Pil legato alle nuove tecnologie, 700.000 posti creati, 1,8% in più di quelli perduti. Per comprendere il potenziale di crescita della nuova economia su cui il governo tace, in Francia internet crea già 2,4 posti per ognuno perduto. Il nostro Paese, la seconda manifattura europea invidiata anche dal Financial Times, reticolo di piccole e medie imprese, non sembra realizzare che le tecnologie sono il solo passaggio al futuro, la sola salvezza per i piccoli nel mercato globale. McKinsey (2011) stima che i due miliardi di esseri umani che lavorano su internet producono effetti immediati e clamorosi sulle Pmi: le piccole aziende che innovano a partire da internet, e-commerce e software hanno un aumento della produttività del +10%. E in un confronto diretto fra Pmi dello stesso settore, quelle che scelgono di ideare e produrre con sistemi web 2.0 hanno una crescita doppia sui concorrenti legati a modelli tradizionali.

Inutile ripetere la tiritera sui mancati investimenti per la banda larga, gli 800 milioni promessi e mai spesi, i 4.300.000 cittadini costretti a collegamenti lumaca, la rincorsa sulla fibra ottica, sul mobile, su Lte4g, su Wimax. Inutile fare l’elenco delle assenze, siamo indietro, non rafforziamo scuola, università, start up, Pmi e nessuno sembra scaldarsi più di tanto.

Si deve augurare ogni fortuna al safari del Tesoro per vendere Bot online in primavera. Ma il silenzio sul punto D della «Lettera di intenti» è la resa insieme del governo e della classe dirigente tutta, paralizzati davanti alla rivoluzione digitale tra l’Arsenico delle polemiche politiche e i Vecchi Merletti di un modo di fare industria decrepito. Ogni riforma economica, ogni dibattito culturale, ogni manifesto di maggioranza o opposizione, dovrebbe partire dalla proposta di un nuovo Punto D: D come futuro, ricchezza, cultura Digitale.

La Stampa 29.10.11