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"L'Europa imperfetta e diffidente", di Giuliano Amato

Diciamo la verità. In questa Europa nella quale ciascuno ha preso a sentire la compresenza dell’altro come fonte di fastidi e di sgraditissimi vincoli, soprattutto nell’Eurozona, si comincia a guardar fuori ai Paesi liberi di fare quello che ritengono delle loro economie e delle loro valute e si sente per loro una inconfessabile invidia.

Gli Stati membri più indebitati, sotto il peso delle condizionalità che devono subire e schiacciati dal mercato appena il cancelliere tedesco o il presidente francese storcono il naso nei loro confronti, notano che il Regno Unito e il Giappone, con debiti non meno pesanti, sono trattati dal mercato assai meglio. Ma anche nei Paesi forti come la Germania sta crescendo l’insofferenza, davanti agli esborsi, reali e potenziali, dovuti a responsabilità che i loro cittadini ritengono a buon diritto altrui.
Eccoci allora a sentirci tutti insieme come se l’euro, anziché essere un grande e comune beneficio, fosse una gabbia in cui ci siamo cacciati e come se, dovendo stare insieme nella gabbia, la cosa migliore fosse per noi ignorare le buone ragioni della nostra convivenza, ma litigare l’uno con l’altro. Ha scritto venerdì scorso Timothy Gordon Ash (in Italia lo ha pubblicato “La Repubblica”) che l’Europa è oggetto di dibattiti vivi come mai in passato.

Ma ne esce una «cacofonia delle nostre democrazie nazionali», dove al «dovete» della Germania risponde il «non possiamo» della Grecia e all’«è essenziale» di Nikolas Sarkozy risponde l’«è impossibile» di Angela Merkel.
È un clima pessimo, nel quale tutti percepiamo che, per salvare l’euro, servirebbero fra di noi più cooperazione e più integrazione.
Ma siccome siamo tutti scontenti e infastiditi l’uno dall’altro, prende corpo invece una sindrome di ostilità (il nostro stesso presidente del Consiglio ne parrebbe colpito), che può rendere impossibili i passi necessari in quelle direzioni. Insomma, siamo né più né meno nella condizione dei coniugi che si stanno scordando perché si sono sposati e della loro convivenza cominciano a vedere i soli lati negativi. Se nulla li ferma, sono su uno scivolo che li porta al divorzio.

Ebbene, se siamo in questa situazione non è per caso, ma perché la crisi finanziaria ed economica più devastante della storia ci ha colto in una fase di passaggio, nella quale avevamo sì la moneta unica, ma con grandissima lentezza, e con ritrosie altrettanto grandi, stavamo appena apprestando le politiche e gli strumenti comuni per farla funzionare al meglio e quindi per avvalercene tutti nel modo più appagante. Già negli anni scorsi, dopo i primi sforamenti dei parametri di Maastricht, ci eravamo resi conto che dovevamo andare oltre le procedure di coordinamento esistenti. C’è voluta la crisi per farcelo fare e abbiamo inventato il semestre europeo per fissare dei paletti comuni nei bilanci nazionali, il fondo salva-Stati, un interventismo della Banca Centrale europea sul mercato dei titoli pubblici che solo tre anni fa sarebbe stato impensabile.
Ma è stata proprio questa la fase che ha visto crescere la nostra insofferenza reciproca. E non casualmente, perché sono state le novità che essa ha introdotto a portare anche esborsi di danaro degli uni a beneficio degli altri, accompagnate da mazzate di austerità volute dagli uni a carico degli altri.
Ammettiamolo, non è facile volersi bene in una situazione del genere ed è per questo essenziale che un po’ di bene lo si continui a volere al disegno europeo di cui tutti siamo partecipi e che si continui inoltre a capire la immutata convenienza, per tutti e per ciascuno, di quella moneta unica che sembra chiederci oggi tanti sacrifici. È vero, in questo momento ci appaiono non solo più liberi, ma anche più in grado di fronteggiare il mercato il Regno Unito e il Giappone, che possono manovrare le proprie politiche monetarie in funzione delle loro esclusive esigenze e, alla peggio, svalutare le rispettive valute e riprendere a respirare così.

Ma lo sappiamo benissimo che queste armi non solo non assicurano affatto contro i rischi peggiori, ma possono poi rimbalzare addosso a chi le usa, negando l’accesso al mercato finanziario, ovvero consentendolo a condizioni assolutamente onerose e portando alla fine a mazzate anche peggiori di quelle imposte prima alla Grecia e ora, in buona misura, alla stessa Italia.
È meglio allora rendere meno difficile la nostra difficile convivenza, sapendo peraltro che non vi sono soluzioni semplicistiche. Così, quando si chiede per la nostra Banca Centrale il ruolo di garante di ultima istanza dei nostri debiti pubblici, così come accade – si dice- per le altre Banche centrali, si chiede in realtà qualcosa di più e di diverso. Le altre sono Banche centrali di Stati, che garantiscono il debito pubblico dei medesimi e quindi un debito che grava su tutti i loro contribuenti. A fronte della nostra Banca Centrale e della moneta che essa amministra non c’è uno Stato, ce ne sono, per ora, diciassette e ci sono quindi diciassette debiti pubblici, col che ogni garanzia prestata da una istituzione comune è vissuta diversamente dai contribuenti dei diversi Stati.

Al contribuente tedesco, perciò, non si chiede lealtà verso la sua unica patria, si chiede solidarietà verso altri, sia pure in nome di un interesse comune. È stato ricordato che qualcosa di simile accadde nei primi anni di vita degli Stati Uniti, quando fu chiesto alla Federazione di farsi carico dei debiti degli Stati membri più deboli. La Virginia si oppose, ma alla fine essa stessa accettò. È vero ed è utile rammentarlo ai tedeschi. Ma è anche vero che in quel caso gli Stati membri si erano già uniti in uno Stato federale. Noi no.
E allora? Allora il mondo è un mare in tempesta, si levano onde mai viste e rischiamo ogni giorno di sbattere in scogli che non conosciamo. Non ci sono solo debito e spread, c’è un percorso di crescita da trovare in un mercato in cui a crescere e a produrre ormai sono in tanti, c’è un pianeta la cui vivibilità è sempre più difficile assicurare e c’è un concerto internazionale in cui su tutto questo decidono interlocutori sempre più robusti.

Vale dunque per tutti, per la stessa Germania, che non conviene calare ciascuno la propria scialuppa in un mare del genere. Ci si sente momentaneamente più liberi, ma poco dopo si è in balia delle onde.
Certo, non possiamo rendere l’Europa d’un colpo perfetta, ma almeno potremmo renderla più simpatica. Se i passaggi inesorabilmente tormentati verso l’integrazione finanziaria fossero accompagnati da azioni europee visibilmente capaci di innalzare la crescita di tutti (non le enumero qui, ma ce ne sono diverse a portata di mano), di sicuro il clima che c’è fra di noi cambierebbe. E torneremmo a vedere uno scopo nei sacrifici e nella solidarietà, che lo stare insieme ci chiede. Che i santi protettori d’Europa (ne abbiamo coerentemente più d’uno) ne illuminino i leader.

Il SOle 24 Ore 30.10.11

"Il Pd primo partito tiene il Pdl a distanza ma cresce la sfiducia", di Carlo Buttaroni

Pd primo partito, centrosinistra in vantaggio di 11 punti sulla coalizione di Governo e consolidamento di un’area terzo-polista che, secondo la rilevazione, negli ultimi mesi si colloca stabilmente tra l’11% e il 13%.Sono questi i dati più rilevanti dell’indagine Tecné sulla situazione politica e sui flussi di voto.
La crisi economica, quindi, fa sentire i suoi effetti. La ricerca evidenzia, infatti, una diminuzione costante di consensi al partito del Presidente del Consiglio (-4,5% rispetto ad aprile 2010 e -12,4% rispetto alle politiche 2008) e all’alleanza formata da PDL, Lega nord e Destra (-7,5% rispetto ad aprile e -13,6% rispetto alle politiche). Il sorpasso del centrosinistra è iniziato poco prima dell’estate alimentandosi anche della mobilitazione referendaria sull’acqua e sul nucleare ed è maturato negli ultimi mesi con l’inasprirsi della crisi finanziaria. Ad aprile le due principali coalizioni si trovavano in una situazione di sostanziale parità; a giugno il centrosinistra registra un vantaggio di quasi 4 punti, che diventano 8 a luglio e 11 tra settembre e ottobre.
Quanto la crisi finanziaria si avviti con la crisi politica lo evidenzia la diminuzione dell’area della partecipazione che passa dal 77,5% delle politiche, al 71,6% di aprile e al 66,6% di ottobre.
La crisi della coalizione di Governo è ancora più evidente se si analizza l’andamento del consenso, calcolato non solo tra chi esprime il voto ma su tutti gli aventi diritto.
Dal 37,3% delle politiche 2008, il centrodestra scende, infatti, al 30,1% di aprile e al 23,1% di ottobre.
Il flusso in uscita di consensi si orienta prevalentemente verso l’area del non voto e la Lega Nord non sembra in grado di attrarre gli elettori che abbandonano il partito di Berlusconi. Al contrario, nelle 10 rilevazioni prese in esame, il centrosinistra fa registrare una sostanziale stabilità di consensi (tra il 30% e il 33%).
Il vantaggio del centrosinistra non nasce soltanto dalla stabilità elettorale ma dalla capacità di compensare al suo interno i flussi di consenso in uscita dai singoli partiti. Nel complesso, infatti, la base elettorale del centrosinistra si sposta a sinistra a favore soprattutto di Sel e Idv e diminuisce il peso del Pd all’interno della coalizione: alle politiche del 2008, ogni 100 voti ottenuti dai partiti di centrosinistra, 80 provenivano da elettori del Pd, mentre a ottobre la quota scende a 60. Al contrario, il peso del Pdl, all’interno del centrodestra, non cambia di molto rispetto alle politiche: nel 2008 era pari al 78%, oggi è al 72%. Segno evidente che è l’intera coalizione di centrodestra a perdere consensi.
Dai dati emerge la corrispondenza tra crisi economica e comportamento elettorale: al crescere del disagio si registra una diminuzione della partecipazione elettorale e l’aumento del consenso ai partiti che sembrano interpretare meglio la protesta.
Più di ogni altra cosa l’indagine fotografa il passaggio politico che si sta consumando in questi mesi. Sotto la spinta della crisi sembra volgere al termine una stagione che ha visto come principale protagonista Silvio Berlusconi. Un distacco che matura nell’opinione pubblica dieci anni dopo il «patto con gli italiani», siglato nella trasmissione di Bruno Vespa, in cui si annunciava una rivoluzione infrastrutturale e un nuovo miracolo.
E forse è proprio aver portato così in alto le attese a segnare così fortemente il distacco. Dopo dieci anni le strade italiane sono ancora la metà di quelle tedesche e francesi. Anche gli italiani si scoprono più poveri, compresi quelli che lavorano. Lo stipendio medio di un dipendente colloca, oggi, l’Italia nella parte bassa della classifica europea e i lavoratori italiani, con meno di 15 mila euro l’anno, percepiscono un reddito netto pari al 56% di quello degli inglesi, al 71% di quello dei tedeschi, all’83% di quello dei francesi e all’88% di quello degli spagnoli.
Nonostante gli stipendi siano più bassi, il costo della vita è, invece, tra i più alti: fatta 100 la media dei Paesi della zona euro, l’Italia è a quota 104 e una giornata tipo fatta di colazione, spostamenti, spesa, telefonate, eccetera impegna l’84% dello stipendio. In Germania è circa la metà (43%), in Spagna è il 59%, in Francia il 61%, in Inghilterra il 59%. Senza calcolare i costi dell’abitazione. A dieci anni dal patto con gli italiani 8 dei quali al governo del Paese delle promesse di Berlusconi sono rimaste poche tracce.
Al contrario, il futuro si è fatto più minaccioso, la forbice delle iniquità si è aperta, sono aumentate le famiglie povere e le nuove generazioni hanno di fronte la prospettiva di una condizione che sarà sicuramente peggiore a quella dei loro genitori.

L’Unità 30.10.11

"Bersani: siamo un collettivo basta divisioni giovani-vecchi", di Simone Collini

“Oggi avviamo un progetto che non ha precedenti nella storia della politica italiana”, dice Pier Luigi Bersani arrivando a Napoli per inaugurare una scuola di formazione riservata a ragazzi under-35 dellemregioni del Mezzogiorno che durera un anno (attraverso appuntamenti come questo e soprattutto mediante la costruzione di una rete on-line) e che sara poi estesa anche alle regioni del Nord. “Mi sembra una notizia no?”, e sorride. “Ma se
devo essere proprio sincero….” Il leader del Pd sa bene qual e l’attenzione mediatica riservata al Big Bang di Matteo Renzi e quale a questo appuntamento. Ma non si scandalizza, anzi ai duemila ragazzi che lo salutano con una standing ovation alla Mostra d’oltremare dice innanzitutto: “Stiamo facendo formazione alla politica, e allora la prima cosa da imparare e l’autonomia della politica. Rapporti amichevoli con la comunicazione,ma guai ad esserle subalterni. Anche perche il mestiere della politica non e il mestiere della comunicazione”.
Inevitabile, in una giornata come
questa, andare col pensiero alla Leopolda. Anche perche Bersani dedica una parte dell’intervento con cui apre Finalmente Sud alla questione del rinnovamento, insistendo pero su un fatto: “La distinzione fra giovani e adulti e una stupidaggine di proporzioni cosmiche. Tocca ai giovani andare avanti, a chi senno?Ma noi siamo un collettivo. Da soli non si salva il mondo. Nonsi puo dar l’idea che un giovane per andare avanti deve scalciare,
deve insultare”.
RICAMBIO SENZA CAMBIAMENTO
Ma non e solo questo cio che non convince Bersani, quando sente parlare della necessita, che pure riconosce, di rinnovare la classe dirigente del partito. Del resto se ha insistito, anche tra le perplessita di una parte dei vertici del Pd, per organizzare questa scuola di formazione e proprio perche giudica necessario “far girare la ruota”. Lo dice a questi
ragazzi che rappresentano i ricostruttori d’Italia, dal momento che senza il Sud l’Italia non puo farcela. Quello che pero non piace a Bersani e assistere a movimenti che sembrano prefigurare un “ricambio senza cambiamento”. E non e solo perche a muovere aspiranti rottamatori sembra piu che altro lo slogan “vai via tu che arrivo io che sono piu
giovane”. Dice il leader del Pd: “Serve un ricambio con cambiamento. Ci vogliono idee, metodi e protagonisti nuovi. Non una di queste cose senza le altre. Perche e inutile mettere il vino nuovo in otri vecchi. Non si possono contrabbandare per nuove idee degli anni 80. Abbiamo gia dato. Un riferimento a chi pensa si possa rispondere alla crisi in atto riproponendo le ricette sul mercato del lavoro lanciate da Reagan, Thatcher e rilanciate
in casa nostra da Craxi e soci. “Non possiamo riscoprire idee che ci hanno portato al disastro e venderle per cose nuove”.
Davide Zoggia, seduto tra le primefile insieme ad altri membri della segreteria, dice che il messaggio di Bersani serve a ribadire la necessita di un lavoro collettivo e che non ci sono interpretazioni legate a personalizzazioni: “Sbaglia percio chi, come Matteo Renzi, legge questo intervento come una critica nei suoi confronti. Bersani non ha nemmeno citato
Renzi, ha chiamato la classe dirigente italiana ad un’assunzione di responsabilita e a lavorare insieme per la ricostruzione del Paese”. Che poi è effettivamente il cuore del discorso che fa il leader del Pd di fronte ai duemila ragazzi arrivati a Napoli.
La ricostruzione per Bersani dovrà partire da una riscossa civica perche Berlusconi non e il solo responsabile, se ci troviamo in questa difficile situazione economica e sociale.
“C’era chi sapeva. Perche le classi dirigenti italiane hanno taciuto? Io ho una teoria: che oltre all’ideologia berlusconiana c’e un egoismo di classe, per cui a lungo si è pensato che i piedi se li bagnassero solo quelli di terza classe. Quando si son bagnati i piedi anche loro hanno iniziato a dire che qualcosa non andava. Ma adesso basta, con l’egoismo sociale
non si va da nessuna parte. Chi ha di più deve dare di più, altrimenti i piedi ve li bagnate pure voi. Senza equità il Paese non si salva.
Per ricostruire servirà però tempo e lavoro. Per questo e necessaria una scuola di formazione come questa. Che Bersani dedica alle 72 vittimedelle stragi di Oslo e di Utoya. Per ricordare quei ragazzi le autorità norvegesi dissero ai funerali che era stato attaccato quanto di meglio c’e in democrazia: i giovani impegnati in politica. Dice Bersani chiudendo l’intervento, prima che sul maxischermo partano le immagini di quel campeggio e di quei ragazzi sorridenti spazzati via dalla follia omicida: “Gli diremo che nel Sud dell’Europa la
fiaccola e accesa e va avanti”.

L’Unità 30.10.11

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Show Baricco-Chiamparino “Basta con la sinistra conservatrice”, e trionfa il modello-Torino, di Jacopo Iacoboni

Alla kermesse di Matteo Renzi la sveglia per il merito e l’innovazione la danno, non può essere un caso, due discorsi che respirano quello che resta di un esprit sabaudo
E da chi, se non da due torinesi, poteva venire l’onesta constatazione che la sinistra di questi anni in Italia è stata «quanto di più conservatore ci sia»?

Prima Baricco poi Chiamparino, c’è molto, oggettivamente, di un singolare esprit sabaudo, se è permesso dir così, in questo evento di Matteo Renzi alla Stazione Leopolda. Il discorso dell’ex sindaco – per chi avesse un minimo di orecchie – conteneva evidenti citazioni di Norberto Bobbio, soprattutto quel «paradigma» del filosofo che coniugava l’«equità» sempre dentro un orizzonte che ha a cuore la «libertà», in ogni senso declinata. Ma nella kermesse della Leopolda si sono poi ascoltate da molte bocche suggestioni che in questi anni sono venute all’Italia da una sinistra di professori torinesi, Giuseppe Berta, Luca Ricolfi, Luciano Gallino, atipica perché attenta non solo alla rivendicazione di diritti, ma al tema della crescita, del merito, dell’alleggerimento fiscale. È come se Renzi la sua candidatura l’avesse risciacquata in Po, assai prima che in Arno. Una mattina Matteo, prima di essere eletto sindaco, nel suo studio constatava: «Magari la sinistra italiana fosse più simile a Torino che a Roma…».

Racconta Chiamparino, durante il tragitto di ritorno in treno da Firenze, che «questa chiave, se posso dire, bobbiana, del riformismo torinese, è lo spirito innovativo che la sinistra del novecento può suggerire a una forza nuova. Noi dobbiamo certo batterci per la giustizia sociale, ma non possiamo neanche fare come se la lettera di Trichet e Draghi non esistesse». Tutele, cioè, ma ponendosi il problema di come crescere, e smuovere un’Italia incrostata.

Chiamarla «sinistra torinese» presupporrebbe una realtà omogenea, che ovviamente non esiste più. Un sentire diffuso però sì. Lo si coglie da anni nei dibattiti pubblici, nelle case, in quel che rimane della borghesia intellettuale della città. Nell’aprile del 2008, all’indomani del tracollo del centrosinistra alle comunali di Roma, sempre Baricco, reduce da una lezione sull’Hemingway di Un posto pulito, illuminato bene , confidava quello che ieri ha detto apertamente, e cioè di essersi allontanato da un qualche coinvolgimento nella sinistra Veltroni-D’Alema (che pure glielo aveva espressamente chiesto) in parte, certo, «perché non ho mai saputo fare politica, e questa è una stagione in cui ognuno dovrà fare quello che sa fare». Ma anche – forse soprattutto – perché «loro non volevano cambiare…». Non il morettiano «con questi non vinceremo mai» di piazza Navona, ma un più sobrio e piemontese «ognuno faccia quel che sa». Innovando, pensando al futuro, più ancora che all’oggi.

Stupisce poco che la folla che l’ha ascoltato a Firenze fosse la stessa che ha riempito la sala per Chiamparino. L’ex sindaco che ancora non ha deciso cosa farà da grande – è pronto a candidarsi alle primarie, annuncia, «ciò non significa che il mio coinvolgimento ci sarà solo se faccio il leader» – ricorda con qualche comprensibile ragione: «Sono stato io a riuscire a far dialogare per tre ore Giorgio Airaudo con Sergio Marchionne, durante la vertenza per il contratto a Mirafiori». E pazienza se l’accordo non lo trovarono: a Torino anche la sinistra radicale va a parlare col capo dell’industria più importante. Uno schema che con Landini, sul piano nazionale, risulta assai più difficoltoso; e risale, in fondo, a quella Fiom torinese che già con Bruno Buozzi sapeva praticare la via dell’apertura, prima dell’avvento del fascismo.

Il che non vuol dire solo bolsa litanìa riformista: ma, a volte, possibilità di tradurre in atti il radicalismo. Non è casuale che Chiamparino ricordi come, a Torino, la sinistra ascolti anche suggestioni che provengono da uomini come Airaudo, appunto, o Marco Revelli. O che si proponga a Renzi una feconda esperienza della Torino primi anni ottanta, quella che, dopo i 35 giorni alla Fiat, mette insieme, nei dibattiti di Casa Aurora, uomini come Annibaldi e Magnabosco, da una parte, con Arnaldo Bagnasco, Berta, il giovane Chiamparino, Cesare Damiano, dall’altra.

La sfida attuale, ovvio, è trovare altri percorsi e nuovi uomini, ma uno spirito non così differente. Meno politica, più innovazione. A Firenze, assieme alla presenza a sorpresa di Civati, è stato citato il lavoro intelligente di Ilda Curti, che ha gestito il pacchetto immigrazione con sagacia. I nuovi migranti sono platea irrinunciabile, per ricostruire. Volendo, Torino potrebbe dare anche altro; a saper scavare appena un po’.

La Stampa 30.10.11

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“Con l’effetto-Renzi, a sinistra primarie aperte più vicine”, di Stefano Folli

Dopo il week-end fiorentino della Leopolda, il Partito democratico si risveglia un po’ diverso. Le acque del centrosinistra sono ormai increspate e non solo per merito di Matteo Renzi. C’è una dinamica fra i volti nuovi del Pd che improvvisamente conquistano la scena e impongono i loro temi. Dal punto di vista mediatico è stata una buona idea la visita dell’altro giovane emergente, Civati, al convegno del sindaco fiorentino.

E poi ci sono anche i giovani del Mezzogiorno riuniti con Bersani a Napoli.
In generale si sta verificando un fenomeno ben noto in politica: quando si affermano protagonisti inediti, più freschi, percepiti con simpatia dall’opinione pubblica come interpreti della “modernità”, il vecchio gruppo dirigente appare da un giorno all’altro ossificato. Ed è qui l’essenza del successo di Renzi. Perché di successo si deve parlare, se si ammette che da oggi l’identità del partito dovrà tener conto delle novità.
Intendiamoci: per Renzi e i suoi amici il difficile comincia adesso. È facile raccogliere sorrisi e pacche sulle spalle quando si resta nel generico. Un buon comunicatore (e il sindaco di Firenze è più che buono, è ottimo) sa navigare nel mondo dei “media” come un pesce nell’acqua.

Man mano che la corsa si fa dura vanno però precisati i fatidici “contenuti”, le idee, le priorità. Occorre saper essere “moderni” restando però dentro una tradizione culturale che per Renzi coincide con l’incontro dei vari filoni riformisti che animarono le speranze poi deluse del primo Ulivo.
Sotto questo aspetto il sindaco dovrà fare uno sforzo nel suo intervento conclusivo di oggi. Dovrà essere molto più concreto e propositivo di quanto non sia stato finora. Qualcosa sul modello e nello stile indicato da quel personaggio davvero pragmatico che è l’ex sindaco di Torino, Chiamparino, intervenuto ieri.

Abbiamo capito che la partita si giocherà all’interno del Pd, senza fratture che nessuno si augura. Anche perché a questo punto della legislatura, con le elezioni in vista, eventuali punizioni inflitte ai «giovani che scalciano» (parole di Bersani non proprio ben scelte) sarebbero un suicidio.
Al contrario, il risultato politico di questa tornata di convegni, e in particolare della Leopolda, riguarda il processo delle primarie. Vedremo come finirà, ma non c’è dubbio che il tema ha acquistato una forza ineludibile che prima non aveva. Primarie “aperte”, alla francese. Non quelle ingessate, cosiddette «di coalizione», con il segretario Bersani come unico candidato del Pd. Date le circostanze, un ricorso alle primarie aperte sarebbe il vero «big bang» in grado di scuotere il centrosinistra e di presentarlo agli elettori sotto una luce realmente rinnovata.

Bersani dovrebbe essere il primo a cavalcare la tigre, perché in fondo ha poco da temere dai «nuovisti» se la sfida è per la leadership. Il segretario è solido ed è in grado di reggere agli attacchi, mentre ha tutto da perdere se lascia ai giovani lo spazio mediatico e in più passa per uno che non li capisce e li snobba. Da oggi, in ogni caso, il Pd, inteso come gruppo dirigente, dovrà badare a scrollarsi di dosso l’etichetta di «conservatore» e «passatista» che gli è stata appiccicata addosso. Può riuscirci, ma ci vuole un supplemento di fantasia. Il che non farà male all’esangue centrosinistra che si prepara al voto.

Il Sole 24 Ore 30.10.11

"L’indignazione si aggira per il pianeta", di Giuliano Battiston

Zygmunt Bauman guarda al nuovo movimento internazionale e spiega come la protesta sia diversa in ciascun Paese perché è diverso il muro che vuole abbattere per costruire un mondo più giusto di quello attuale Abbiamo incontrato Zygmunt Bauman a Roma, in occasione della sua lectio magistralis su Quali sono i problemi sociali oggi?, nell’ambito della Terza edizione del Salone dell’editoria sociale di Roma.
Nei suoi testi cita spesso una frase di Cornelius Castoriadis: «Ciò che non va nella società in cui viviamo è che ha smesso di mettersi in discussione». In un mondo in cui le vecchie coordinate della modernità solida stanno scomparendo, come individuare le domande più pertinenti e i problemi sociali a cui rispondere con più urgenza?
«Viviamo in un tempo di vuoto (simile all’“interregnum” dell’antica Roma), un periodo in cui i vecchi metodi con cui facevamo andare avanti le cose risultano inefficaci, mentre non ne sono stati ancora inventati di nuovi. È un periodo di cambiamento, non di transizione, perché “transizione” implica un passaggio da un “qui” a un “lì”, e sebbene conosciamo piuttosto bene il “qui” da cui cerchiamo di fuggire non abbiamo idea del “lì” dove vorremmo arrivare. Definire quali fossero i “problemi sociali” su cui intervenire poteva essere un compito difficile ma praticabile al tempo in cui i nostri antenati discutevano sul cosa ci fosse da fare, ma erano piuttosto sicuri sul chi lo avrebbe fatto, ovvero lo stato, un’istituzione potente, dotata di tutto ciò che occorresse per farlo: il potere (la capacità di fare le cose) e la politica (la capacità di decidere quali cose andassero fatte e quali evitate). Oggi invece tutti i poteri che determinano la nostra condizione – la finanza, gli investimenti di capitale, il commercio – sono di natura globale, extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti; allo stesso tempo, la politica rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo stato. Oggi la domanda vitale è “chi lo farà”, nel caso dovessimo decidere ciò che c’è da fare».
Gli «indignati» sostengono che a «fare le cose» non debbano più essere quelli che le hanno fatte finora. Per qualcuno, questo movimento planetario dimostra il collasso della democrazia rappresentativa, della comunità politica territorialmente definita; per altri, si tratta dell’ennesimo movimento effimero. Lei cosa ne pensa? «I manifestanti di Manhattan, così come i giovani e meno giovani del movimiento los indignados, sono privi di leader, provengono da ogni tipo di vite, razze, religioni e campi politici, sono uniti soltanto dal rifiuto di lasciare che le cose procedano come ora. Ognuno di loro ha in mente un’unica barriera o muro da mandare in frantumi o distruggere. Le barriere variano da Paese a Paese, ma ciascuna è ritenuta quella il cui smantellamento è destinato a mettere fine a tutte le sofferenze. Sulla forma che dovranno prendere le cose, ci si interrogherà solo in seguito. Combinare un unico obiettivo di demolizione con un’immagine vaga del mondo che verrà è la forza di questi manifestanti, ma anche la loro debolezza. Sono abili demolitori, ma devono ancora dimostrare di essere abili costruttori. In ogni caso, se i due giovincelli di Rhineland, Marx ed Engels, si sedessero ora a redigere il loro ormai bicentenario Manifesto, potrebbero inaugurarlo con l’osservazione che “uno spettro si aggira sul pianeta: lo spettro dell’indignazione”».
L’indignazione è in primo luogo il frutto della crisi economico-finanziaria. In «Vite che non possiamo permetterci», scrive che la crisi dimostra che «il capitalismo dà il meglio di sé non quando cerca (se cerca) di risolvere i problemi, ma quando li crea», e che «non può essere contemporaneamente sia coerente che completo». Intende dire che il capitalismo è un sistema parassitario?
«Cento anni fa, Rosa Luxemburg ha compreso il segreto dell’inquietante abilità del capitalismo di risorgere ripetutamente dalle ceneri; una capacità che si lascia dietro una scia di devastazione: la storia del capitalismo è segnata dalle tombe degli organismi viventi la cui linfa vitale è stata succhiata fino all’esaurimento. La Luxemburg confinava però la gamma degli organismi allineati per le imminenti visite del parassita alle “economie pre-capitalistiche”, il cui numero era limitato e progressivamente in diminuzione per la continua espansione imperialista. Ragionando secondo queste coordinate, la Luxemburg non poteva far altro che anticipare i limiti naturali alla possibile durata del sistema capitalista: una volta che tutte le “terre vergini” del globo fossero state conquistate, l’assenza di nuove terre sfruttabili avrebbe portato il sistema al collasso. La profezia della Luxemburg si sta per avverare? Non lo credo. Nell’ultimo mezzo secolo, il capitalismo ha imparato l’arte prima sconosciuta di produrre sempre nuove “terre vergini”. Questa nuova arte, resa possibile dal passaggio dalla “società di produttori” alla “società di consumatori”, fa sì che il profitto e l’accumulazione consistano soprattutto nella progressiva mercificazione delle funzioni della vita, nel sostituire il desiderio al bisogno come volano dell’economia. La crisi attuale deriva dall’esaurimento di una “terra vergine” artificialmente creata, quella costruita sulla “cultura delle carte di credito”. In linea di massima,lo sfruttamento di questa particolare “terra vergine” è ora finito, e ai politici è stato lasciato il compito di ripulire i detriti lasciati dal banchetto dei banchieri». Quali sono le conseguenze del passaggio dalla società solida dei produttori a quella liquida dei consumatori? «In una società di produttori i profitti venivano generati dall’incontro tra il capitale e il lavoro, e in un certo senso il capitalismo era un fattore di risentimento collettivo. Nella società dei produttori, i profitti vengono dall’incontro tra la merce e il cliente; si tratta di un evento solitario, che promuove l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione. Formati socialmente innanzitutto come consumatori e solo in secondo luogo come produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò porta alla fragilità e alla temporaneità dei legami interumani. Inoltre, per raggiungere il rango di consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso come una merce vendibile, il che intensifica la continua frammentazione e atomizzazione della società. Per finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per “risolvere i problemi” e affrontare i problemi sociali che incoraggiare la “crescita economica”, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che dividerla giudiziosamente ed equamente». L’idea dell’equivalenza tra crescita economica e giustizia sociale, basata sull’assunto che il progresso e lo sviluppo potessero risolvere di per sè la questione della disuguaglianza sociale, ha caratterizzato tutto il Novecento. La crisi è anche l’occasione per mettere in discussione l’idea della crescita e del progresso come fini in sé?
«I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; dopotutto, l’arricchimento è un valore che merita di essere ambito fino a quando aiuta a migliorare la qualità della vita, che nel dialetto della congregazione planetaria della Chiesa della Crescita Economica significa “consuma di più”. Per la fede di questa Chiesta fondamentalista, tutte le strade verso la redenzione, la salvazione, la grazia divina e secolare, la felicità immeditata ed eterna, passano attraverso i negozi. E quanto più affollati sono gli scaffali dei negozi in attesa dei cercatori di felicità, tanto più vuota è la Terra. Ciò che è passato sotto il più assordante silenzio, è l’avvertimento di Tim Jackson nel suo libro di ormai due anni fa, Prosperità senza crescita (ed. italiana Edizioni Ambiente 2011, ndr): alla fine di questo secolo “i nostri figli e nipoti avranno a che fare con clima ostile, risorse esaurite, distruzione degli habitat, decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazione di massa e guerra quasi inevitabile”. Forse sta per emergere la verità di una visione alternativa della storia e del progresso: anziché una corsa in avanti, irreversibile, che non prevede ritirate, rincorrere la felicità attraverso i negozi è solo una deviazione eccezionale, intrinsecamente e inevitabilmente temporanea? La giuria non si è ancora espressa. Ma è tempo che emetta un verdetto. Più indugia, più è verosimile che sarà costretta a uscire di corsa dalla sala di consiglio. Per mancanza di cibo».

L’Unità 30.10.11

"Val d’Aosta, il paradiso dei baby-pensionati", di Pierangelo Sapegno

Quando le cose vanno male, sono i numeri il nostro nemico. Non ce n’è mai uno che vada bene. Gli ultimi dicono che il record dei baby pensionati è della Val d’Aosta, regione autonoma, bella, pulita, mai in passivo, o quasi mai: 2213, uno ogni 57 abitanti, per una sberla che costa allo Stato 38 milioni di euro l’anno. Poi uno ascolta Giuseppe De Rita e capisce che non deve nemmeno stupirsi: «La Valle d’Aosta ha sempre vissuto, anche nella sua notevole agiatezza, su meccanismi di trasferimento di denaro pubblico. Per esempio, in Trentino Alto Adige l’economia reale è molto più forte e c’è un vasto tessuto imprenditoriale». Il fatto è che quando venivamo su per raccontarne il modello – una volta l’anno, più o meno -, trascuravamo tutti questo piccolo particolare. Nel 2000, per l’Istat, questa era la regione con il maggior reddito pro capite: il pil era pari a 47 milioni e 347 mila lire per abitante. Nel 2007, prima della crisi, la Confindustria collocava Aosta al quinto posto nella graduatoria nazionale per lo sviluppo, dopo Modena, Milano, Como e Bologna, che era già una gran bella compagnia, e sarebbe addirittura stata prima se gli indicatori fossero stati soltanto i depositi bancari, i consumi di energia elettrica e il numero di auto. Gli facevano perdere posti – ma guarda caso – il tasso di occupazione e quello di industrializzazione. Sempre nel 2007, il reddito medio per contribuente era di 18mila e 487 euro.

Oggi, se uno guarda i numeri ci rimane male due volte. Perché scopre, tanto per cominciare, che le baby pensioni distribuite dallo Stato in Valle ammontano a 18 mila e 934 euro lordi a testa, cioè a qualcosina in più – briciole – di quello che era il reddito medio pro capite prima della crisi. C’è qualcosa che non torna. O forse tutto torna. Nel frattempo, Aosta, assieme ad altre 7 regioni italiane, era uscita dalle classifiche europee del pil pro capite, scivolata dal 21˚ posto a chissà dove, proprio fuori, superata da territori polacchi, della Repubblica Ceca e persino della Romania. E’ il volto globalizzato della crisi, sarà meglio rassegnarci. Adesso, che la Valle d’Aosta sia la patria dei baby pensionati non dovrebbe essere una cosa che ci deve scandalizzare troppo. Le baby pensioni non sono mica pensioni truffa, o invalidità finte. Sono benefici ottenuti per legge. «E io», come dice una di loro, Patrizia Nuvolari, 56 anni e da 14 con l’assegno mensile dell’Inps in tasca, «sono stata costretta ad andarci. Mi diano un lavoro, e lo prendo di corsa, rinunciando alla pensione». Il problema, però, è un altro: è l’immagine che avevamo di Aosta, delle sue strade pulite attorno ai resti romani, delle sue baite e dei suoi chalet di montagna con i gerani sui balconi e la neve dei panettoni. Se anche Aosta non è più un modello del benessere, ma una patria dell’assistenzialismo, che fine faranno tutte le belle parole sugli esempi da prendere e quelli da seguire? Forse, non ne abbiamo più.

Certo è che tutte queste baby pensioni hanno una loro logica, come spiega il segretario regionale della Cgil, Domenico Falcomatà: dal 1981, la Regione ha avuto il reparto fiscale, ha goduto cioè di una forma di federalismo per cui i nove decimi dei soldi versati allo Stato rientrano nelle casse regionali. E dove lo trovi subito il lavoro dipendente che ti paga le tasse? Nel pubblico, of course. «Il dato perciò è influenzato da questa concentrazione sproporzionata di dipendenti pubblici. Anche perché bisogna aggiungere che il territorio è poco industrializzato, visto che il suo tessuto imprenditoriale si è perso negli anni ed è sempre più in crisi». E tutti gli incentivi che la Regione ultimamente sta studiando, dice ancora Falcomatà, «non sono bastati a invertire la rotta». Di fatto in Valle d’Aosta i baby pensionati sono quasi esclusivamente ex impiegati statali, che hanno goduto del permesso di uscire dal lavoro prima della riforma Amato. Sono quasi tutti concentrati al Nord. Se qui c’è la densità più alta, il numero più elevato è quello della Lombardia (110 mila), seguito dal Veneto (56 mila), dall’Emilia Romagna (52.626) e dal Piemonte (48.414). Al Sud, invece, trionfano le pensioni di invalidità: sempre assistenzialismo è.

Eppure, come spesso capita, c’è un’altra faccia della medaglia e le cose non sono sempre quello che sembrano. In questo senso, Patrizia Nuvolari è un caso emblematico. Lei ripete che è stata costretta ad andare in pensione, «perché mi avevano proposto un trasferimento che era impossibile da accettare, vivendo io da sola, con una bambina». Così, dice, ha dovuto approfittare della finestra che le veniva offerta e andarsene via, quando era sui 40 anni. «Ma ci tengo a dire che avrei lavorato ancora, e che ci rimasi malissimo. Ora prendo 600 euro al mese, non mi vergogno a dirlo. Ma se mi danno un lavoro alla stessa cifra rinuncio immediatamente alla mia pensione». Solo che nel frattempo Patrizia ha aperto un blog, che si chiama Patuasia, che critica e attacca anche duramente la casta e i suoi privilegi e la politica della Regione. E allora? «Ah!, adesso lo so che vi buttavate su questa cosa! Ma io non ho mai rubato niente. E voi non dovete prendervela con quelli che rispettano le leggi, ma con chi fa le leggi ingiuste». E’ solo che come per la Val d’Aosta si finisce sempre per trovare qualcosa che non coincide: è la contraddizione del sistema. Regala 2 lire per tenersene due milioni. E lei rinuncerebbe all’uno per cento, come ha proposto qualcuno a Roma? «Va bene, cosa cambia? Io ci rinuncio. Ma qualcun altro rinunci anche ai suoi privilegi, che sono molto più importanti». Siamo sempre lì. Da dove cominciamo?

La Stampa 30.10.11

Niente soldi all’editoria così si uccidono le testate «scomode», di Roberto Monteforte

«È una volontà politica», denuncia il Comitato per la Libertà e per il diritto all’Informazione. Rischiano di sparire centinaia di realtà editoriali che non rispondono alle logiche del mercato ma che esprimono la voce dei territori e della società civile. Un appello al presidente della Repubblica è un gesto estremo. Da allarme rosso. Questa volta il pluralismo dell’ informazione è veramente a rischio. Un’intera realtà editoriale, quella dei giornali di idee e non profit, delle testate cooperative e politiche di ogni orientamento – da Liberazione e il Manifesto sino al Secolo d’Italia e alla Padania, da l’Unità a Avvenire e al Riformista, sino a Nuova Ecologia, Rassegna Sindacale e ai settimanale diocesani che assicurano l’informazione
locale – da gennaio rischiano di dover chiudere. Sono le voci spesso scomode delle idee, di realtà editoriali che non rispondono alle logiche del mercato, che esprimono la voce dei territori e della società civile, che rischiano di sparire. Lo dicono drammaticamente le cifre.
Invece dei 184milioni di euro previsti dal Fondo per l’editoria per il finanziamento “diretto”, l’anno prossimo – al netto dei 50milioni destinati a far fronte al pagamento del debito che il governo ha con l’Ente Poste per le tariffe agevolate e degli oltre 40 milioni della convenzione tra lo Stato e la Rai – saranno disponibili non più di 30 milioni di euro. È quanto stabilisce la “legge di stabilità”, ora in discussione al Senato. Sono briciole.
LA SCURE DI TREMONTI
Nel 2006 per il Fondo editoria erano stati stanziati oltre 420 milioni di euro. Troppi per il ministro Tremonti. Nel 2008 scendono a 336 milioni. Per il 2010 erano previsti 344 milioni.
Alla fine scendono a 195 milioni e tale cifra era quella prevista dalla “legge di stabilità” anche per gli esercizi 2011 e 2012. Con la manovra del luglio 2008 Tremonti ha cancellato il “diritto soggettivo” al finanziamento diretto. Solo alla fine dell’anno di riferimentoe “a riparto” tra i diversi aventi diritto, si saprà la quota parte del contributo pubblico cui si ha diritto. Un duro colpo al settore, che ha reso incerta la definizione dei bilanci e delle garanzie da fornire al sistema bancario. In questi anni deputati e senatori, in modo “trasversale”, sono riusciti a garantire al Fondo quei 195 milioni di stanziamento. Il settore dell’editoria, attraverso dure ristrutturazioni e stati di crisi, e malgrado la forte penalizzazione sul mercato pubblicitario, sino a oggi ha retto. Ora, con i “tagli lineari” voluti dal governo Berlusconi, centinaia di aziende rischiano di essere cancellate. Sono quattromila,
senza considerare l’indotto, i dipendenti che rischiano di finire per strada. «È una volontà politica»hanno denunciato i promotori della conferenza stampa contro i tagli al Fondo per l’editoria, tenuta lo scorso 27 ottobre al Senato e indetta dal Comitato per la Libertà e per il diritto all’Informazione. La Fnsi, Mediacoop, Confcooperative, Cgil, Federazione dei
giornali diocesani e i direttori dei giornali coinvolti hanno chiesto “criteri rigorosi e innovativi” per accedere ai “finanziamenti diretti”, a partire dall’accertamento del reale numero di dipendenti regolarmente assunti a tempo indeterminato, della vendita e distribuzione. Chiedono che i risparmi che si conseguiranno con l’operazione di “pulizia” siano utilizzati “per finanziare l’innovazione digitale e la crescita della domanda di informazione”. I tagli, in realtà, finirebbero per aggravare la crisi. Per gli ammortizzatori sociali a tutela dei lavoratori si spenderebbe più di quanto sarebbe necessario per garantire il Fondo per l’editoria. Senza contare le perdite per gli enti previdenziali e le entrate per lo Stato, dall’Iva all’Irap.
L’appello ai parlamentari è quindi che sia ripristinato il Fondo. Vi sono gli emendamenti dell’opposizione presentati dai senatori del Pd Vita e Lusi, cui si è aggiunta la firma del senatore Butti del Pdl. Lo schieramento è trasversale. La battaglia di libertà per il pluralismo continua

L’Unità 30.10.11

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Lettera aperta a Napolitano

E gregio Presidente, ci rivolgiamo a Lei, nella Sua qualità di più autorevole rappresentante
e custode della democrazia costituzionale per significarLe il rischio imminente di chiusura che coinvolge un centinaio di giornali politici, cooperativi, non profit e di idee e la conseguente perdita del lavoro per svariate migliaia di giornalisti e poligrafici. Questo gravissimo evento sarà la conseguenza inesorabile del taglio del Fondo per l’editoria deciso
dal Governo, se non interverranno immediate misure atte a ripristinarlo, sia pure nell’entità –
peraltro assai modesta e nel tempo già considerevolmente ridotta – stabilita per gli anni precedenti. Chi Le scrive è perfettamente consapevole dei problemi di bilancio dello Stato e della necessità di ridurre la spesa pubblica, eliminando ogni fonte di spreco. Anche nel mondo dell’editoria, dove è indispensabile un’opera di bonifica per distinguere, sulla base di rigorosi criteri, i giornali «veri» dalle testate inventate a bella posta per lucrare sulle erogazioni pubbliche.
Abbiamo da anni indicato soluzioni di maggior rigore e trasparenza, idonee ad evitare lo sperpero di denaro pubblico. Il recente Regolamento solo in parte le ha recepite, pertanto mentre chiediamo l’adeguamento del Fondo torniamo a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall’altro una più rigorosa selezione nell’accesso alle risorse.
Senza questo intervento, il taglio “lineare” prodotto sortirà il risultato di buttare il bambino con l’acqua sporca. Siamo certi, Signor Presidente, che comprenderà quale vulnerazione democratica si determinerebbe se il pluralismo dell’informazione subisse un’amputazione delle proporzioni annunciate. In edicola rimarrebbero i giornali che hanno alle spalle editori potenti, che drenano pressoché tutta la pubblicità, compresa quella degli inserzionisti istituzionali. Il perimetro dell’informazione si comprimerebbe drasticamente, rimanendo appannaggio di pochi gruppi privilegiati. Il tempo a disposizione per evitare il tracollo è talmente breve che già domani sarebbe troppo tardi.
Per questo, Signor Presidente, noi che rappresentiamo testate del più diverso orientamento
culturale e politico, Le chiediamoun intervento utile a scongiurare un epilogo disastroso. Nella nostra qualità di direttori dei giornali sottoscrittori della presente, Le chiediamo anche di volerci incontrare, in modo da rendere vieppiù chiari i termini delle nostre valutazioni e delle nostre proposte.
Con stima
TESTATE DI PARTITO
Stefano Menichini, Europa
Dino Greco, Liberazione
MarcelloDe Angelis, Secolo d’Italia
Claudio Sardo, l’Unità
COOPERATIVE MEDIACOOP
E NON PROFIT
Marco Tarquinio, Avvenire
Angelo Mastrandrea e Norma
Rangeri, il Manifesto
Emanuele Macaluso, Il Riformista
Giuseppe Giulietti, Articolo21
Giovanni Sica, Cesare Pozzo, Il
Treno
Gian Mario Gillio, Confronti
Marina Ricchi, Luna Nuova
Mimmo Angeli, Corriere Mercantile,
Gazzetta del Lunedì
Edo Ottaviani, Corriere di Romagna
Emanuele Galba, La Cronaca
di Cremona e La Cronaca di Piacenza
Tiziana Bartolini, Noi Donne
Marco Fratoddi, La Nuova Ecologia
Tarcisio Tarquini, Rassegna
Sindacale
Riccardo Quintili, Il Salvagente
Rocco Di Blasi, Il Salvagente online
Cristina Scarpa, Agenzia di
stampa Luisa Campatelli, Il Corriere
del Giorno
Duccio Rugani, Il Cittadino Oggi
TESTATE FISC (FEDERAZIONE ITALIANA
SETTIMANALI CATTOLICI)
Giovanni Pinna, Nuovo Cammino
Giuseppe Malandrino, La Vita
Diocesana
Giampiero Cinelli, La Vita Picena
Davide Maloberti, Il Nuovo
giornale
Chiara Genisio, Agenzia giornali
diocesani
Claudio Tracanna, Vola
Riccardo Losappio, In comunione
Antonio Ricci, Il Corriere apuano
Marino Cesaroni, Presenza
Paolo Busto, La Vita casalese
Irene Argentiero, Il Segno
Francesco Zanotti, Corriere Cesenate
Claudio Mazza, Incrocinews
Ernesto Preziosi, Il Nuovo Amici
Andrea Fagioli, Toscana Oggi
Marco Piras, L’Arborense
Massimo Manservigi, La Voce di
Ferrara e Comacchio
Carlo Cammoranesi, L’Azione
Bruno Cescon, Il Popolo
Giovanni Tonelli, Il Ponte
Mario Barbarisi, Il Ponte
Marco Bonatti, La Voce del Popolo
Luigi Lamma, Notizie
Giulio Donati, Il Piccolo
Antonio Rizzolo, Gazzetta d’Alba
Sandro Tuzi, Il Velino, Lo
sguardo dei Marsi
Andrea Ferri, Il Nuovo Diario
Messaggero
Mario Piroddi, L’Ancora
Mauro Ungaro, Voce Isontina
Antonio Maio, L’Azione
Pietro Pompei, L’Ancora
Angelo Zema, RomaSette.it
Alberto Margoni, Verona Fedele
Simone Franceschi, Sulcis Iglesiente
oggi
Luigi Taliani, Emmaus
Doriano De Luca, Nuova stagione
Adriano Bianchini, La Voce del
popolo
Luca Sogno, Corriere Eusebiano
Stefano Malagoli, Il Nostro Tempo
Silvio Grilli, Il Cittadino
Piergiorgio Pruzzi, Il Popolo
Corrado Avagnina, Unione Mongalese,
La Fedeltà.

L’Unità 30.10.11

«La flessibilità c’è già Chi non ha lavoro è ancora senza nulla», intervista a Paolo Onofri di Oreste Pivetta

Licenziare. E poi? Anche di fronte a questa domanda l’Italia sembra divisa non solo tra occupati e disoccupati, mai occupati, rinunciatari per forza, donne e uomini, ma anche di fronte a occupati nella grande azienda e dipendenti della piccola impresa (vera o falsa che sia, cresciuta poco o miniaturizzata per convenienza), tra chi può contare sulla cassa integrazione, su un sussidio per la mobilità,su un prepensionamento e chi si ritrova a zero. Paolo Onofri, professore di Politica economica all’ Università di Bologna, ha guidato nel 1997 un gruppo di esperti (la «Commissione Onofri», appunto) che presentò al governo Prodi una proposta di riforma degli ammortizzatori sociali. Quattordici anni sono passati abbastanza inutilmente, nel senso che qualche ritocco è stato adottato, ma nella sostanza quel progetto è rimasto nel cassetto. Forse se lo si fosse tenuto aperto quel cassetto qualche idea e qualche mezzo in più per affrontare il peso sociale della crisi ci sarebbe. Anche per discutere più serenamente di licenziamenti, cioè di persone che non sono vuoti a perdere.
Professor Onofri, si potrebbe discutere serenamente di licenziamenti?
«Dico una cosa ovvia se dico che in questo paese la libertà di licenziare già esiste, che non sarebbe una priorità ribadirla o accentuarla, che non è moltiplicando la facilità di licenziare che si esce da questa situazione di crisi. Di licenziamenti comunque si può discutere, ma in un altro modo…».
Un altro modo che non mi sembra compaia nella lettera di Berlusconi all’Unione europea. Come ne valutam gli impegni? C’è del buono in quell’elenco?
«Potrei rispondere che i propositi dichiarati si misureranno in funzione alla capacità di realizzarli. Aggiungo una considerazione ovvia: il nostro debito pubblico pone una questione di credibilità, in rapporto alla sua dimensione e pure in rapporto alla credibilità del governo che dovrebbe lavorare per ridurlo. Quale è la credibilità del governo? Questa è la domanda. Perché nel lungo elenco si possono pure leggere cose buone, ma quando le vuol mettere in atto un governo che non è credibile rischiano di risultare inefficaci e di creare nuova tensione sociale».
È solo una questione di numeri ridotti della maggioranza?
«No. La credibilitànon si misura secondo i numeri del Parlamento. Prodi ha governato, e non per breve tempo, con i voti contati. La credibilità viene dalla determinazione, dalla compattezza, dalla chiarezza e dalla coerenza delle strategie, dalla capacità anche di presentare i propri obiettivi in modo corretto, di motivarli, alimentando la fiducia. Il problema dei licenziamenti lo si deve considerare dentro la necessità naturale di mobilità di una azienda, che non può essere sempre uguale a se stessa e che dentro una crisi propria,
per obsolescenza delle tecnologie o per arretratezza dell’organizzazione, o dentro la crisi di un settore merceologico, può trovarsi nell’obbligo di cambiare per sopravvivere… Nuove
macchine, nuove produzioni. Può trovarsi nell’obbligo di ridurre il personale o di aver bisogno di una manodopera con diversa qualificazione professionale. Deve farlo tagliando i suoi organici».
Vuol dire che se passo dai lavandini alle piastrelle, per restare tra le ceramiche,
devo cercarmi le persone giuste…
«Sono normali ristrutturazioni aziendali, che non devono pesare sui lavoratori, il cui reddito deve essere in qualche modo sempre sostenuto. Per un interesse generale. Chiunque lo capisce. La disoccupazione andrebbe vista come un ‘transito’: occupazione disoccupazione
nuova occupazione. In mezzo una attività di formazione che aiuti il lavoratore a ricollocarsi. Da questo punto di vista c’è un deficit. Finora lo strumento consueto, lo strumento di cui si parla sempre visto quanto vi si ricorre oggi, è la cassa integrazione. Strumento che piace ai sindacati perché mantiene il legame tra il dipendente e l’azienda e che piace all’azienda, che si tiene a disposizione quella manodopera che ha contribuito a preparare. Ma la cassa integrazione dovrebbe essere legata ad una particolare congiuntura e ha un difetto: chiude in una specie di riserva anche quanti potrebbero più utilmente, per capacità, per caratteristiche, trovare una collocazione altrove».
Cassa integrazione non significa però flessibilità e pare che per questo governola flessibilità sia il traguardo principe contro la crisi…
«Non è così e comunque, se si parla di flessibilità, si chiama in causa un altro strumento, l’indennità di disoccupazione, che copre la mobilità, una assicurazione per chi ha lavorato, non certo una forma assistenziale per chi non ha mai lavorato. Qui sta il problema: si potrà discutere, a proposito di indennità di disoccupazione, di abusi, di comportamenti opportunistici, di inerzia di questo o quello nel cercare un’alternativa di lavoro, ma che fare di fronte a una platea sempre più vasta di inoccupati, di giovani che non hanno mai trovato
un’occupazione, di donne che vi hanno rinunciato? L’intento dovrebbe essere quello di estendere l’indennità di disoccupazione, un’operazione non certo indolore per la finanza pubblica. Ma qualcosa di nuovo, in una situazione tanto grave, si dovrebbe pensare, precisando che quando si prospettano licenziamenti facili ci si rivolge comunque a metà dei lavoratori, perché per l’altra metà degli occupati, sta in aziende sotto i quindici dipendenti, i
licenziamenti sono già facili, senza iusta causa, neanche la cassa integrazione».
Nel vostro progetto ai tempi di Prodi si parlava di una indennità di disoccupazione universale, cancellata la cassa integrazione. Non se ne fece nulla, malgrado l’evidente efficacia sociale. Perché?
«Si pensava a un istituto di protezione più esteso. Tuttavia credo che i sindacati, o almeno parte di essi, non gradissero la novità, temendo di perdere con la cig un pezzo del proprio ruolo politico e negoziale: cosa vera, perché si sarebbe introdotto un automatismo. Obiezioni vennero sollevate anche dalla Confindustria per ragioni di finanziamento. Sta di fatto che la legge Biagi ha modificato radicalmente le relazioni sul mercato del lavoro, mentre il sistema degli ammortizzatori sociali è rimasto purtroppo quello di sempre. Chiedete a un giovane precario?».

L’Unità 30.10.11

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“Ma il vero nodo resta la cassa integrazione verso un miliardo di ore anche nel 2011”, di Valentina Conte

Al Sud le domande di Cig sono in forte aumento: +54% in Calabria e +71% in Sardegna
Allarme Cgil: nel 2012 i cassintegrati potranno scendere perché saranno disoccupati. Un miliardo di ore di cassa integrazione anche nel 2011. Triste record che l´Italia potrebbe battere di nuovo. Per il terzo anno consecutivo. Crisi nera. Altro che licenziamenti facili. Perché se le aziende non ripartono, i licenziamenti saranno facilissimi. Soprattutto al Sud.
Così, mentre l´Inps prova a rassicurare, comunicando che nei primi nove mesi le ore richieste di Cig sono diminuite del 21% rispetto a un anno fa e quelle effettivamente utilizzate nei primi sette superano di poco il 43% (otto punti in meno dello stesso periodo del 2010), i sindacati all´unisono lanciano l´allarme: «Non è un´inversione di tendenza».
Da gennaio, calcola la Cgil, oltre 930 mila lavoratori sono in cassa integrazione, con una perdita di reddito pari a 2,8 miliardi, quasi 6 mila euro a testa. E altri 55 mila rischiano, in attesa di segnali dai 90 tavoli di crisi ancora aperti. «Il livello di Cig attuale è tre volte quello del 2008. Con questi numeri non si può essere soddisfatti per un rimbalzino, trainato per lo più dall´export», commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil. «La crisi è profonda e una fetta sempre più grande di lavoratori sta passando dalla cassa al licenziamento. Nel 2012 o arriva la ripresa o la disoccupazione esploderà». «È vero che a settembre vi è stato un significativo calo», conferma Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. «Ma la quantità di Cig rimane troppo elevata». Soprattutto nelle regioni del Sud che, in controtendenza, nei primi tre trimestri fanno segnare un´impennata di richieste. Calabria (+54%) e Sardegna (+71%) su tutte. Ma anche Liguria (+5%). Tra i settori, spiccano edilizia e commercio che attingono a piene mani agli strumenti di sostegno per i lavoratori, quando industria e artigianato, nel complesso, sembrano tirare il fiato. In generale, un´Italia al solito duale, con il Nord messo meglio.
Il triste traguardo di un miliardo di ore sembrerebbe dunque non lontano. Da gennaio a settembre già chieste 732 milioni di ore di Cig, contro i 926 dello stesso periodo 2010. Ma quello passato è stato un anno record nella storia industriale italiana: 1,2 miliardi di ore in 12 mesi. I lavoratori che vanno in cassa – prima ordinaria, poi straordinaria, infine in deroga – poi tornano in azienda? «E´ questo il punto. L´ultima spiaggia è la mobilità», risponde Fammoni. «Ma quando scatta, il rapporto è rescisso. Il lavoratore è a casa, i numeri della Cig calano, si impenna la disoccupazione. E il 52% dei senza lavoro lo è da più di un anno, dice l´Istat. Dunque fuori da ogni tutela, visto che l´indennità di disoccupazione non va oltre i 12 mesi».
Le crisi aziendali in atto non confortano. Fincantieri ha quasi 2 mila dipendenti in Cig su 8.200. Ansaldo Breda (gruppo Finmeccanica) 500 su 2.400. Per Alenia (sempre Finmeccanica) si trattano ben 9 anni di Cig e mobilità per 1.118. Alla StMicroelectronics di Catania da giovedì 2.200 sono in cassa ordinaria. Alla Merloni rischiano in 1.500. Oltre un terzo dei dipendenti Fiat nei primi 9 mesi ha lavorato meno di 40 giorni. A Mirafiori, 35. Il resto, Cig. Altro che licenziamenti facili.

La Repubblica 30.10.11

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“Cgia: più disoccupati con le nuove norme. Fini: salirà la tensione”, di Luigina Venturelli

Che cosa sarebbe successo, durante questi anni di dura crisi economica, se le leggi che regolano il mercato del lavoro fossero state come le desiderava Sacconi? A quantificare il ben prevedibile salasso occupazionale ciha pensato l’associazione artigiani della Cgiadi Mestre, che ha stimato quasi 738 mila persone disoccupate in più rispetto a quelle conteggiate oggi dall’Istat. LA POLEMICA TRA CGIA E SACCONI Il calcolo, secondo quello che il segretario Giuseppe Bortolussi definisce «un puro esercizio teorico», è stato fatto applicando le recenti disposizioni previste dal provvedimento segnalato all’Ue sui licenziamenti per motivi economici a quanto avvenuto negli ultimi due anni e mezzo: il tasso di disoccupazione nel nostro Paese sarebbe salito all’11,1% anzichè essere all’8,2% attuale. Ed oltre 700mila lavoratori dipendenti – quelli che tra l’inizio di gennaio del 2009 e il luglio di quest’anno si sono trovati in cassa integrazione a zero ore – si ritroverebbero a casa senza un posto di lavoro. Una simulazione che non è piaciuta al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che, fedele allo slogan lanciato da Berlusconi, deve vendere la norma sui licenziamenti facili come ricetta segreta per favorire le assunzioni. Prima ha cercato di togliere credibilità alla ricerca della Cgia, «destituita di ogni fondamento», in quanto elaborata da un ente «guidato dal candidato del centrosinistra alla Presidenza della Regione Veneto ». E poi è tornato ad insistere su «ciò che l’Unione europea chiede all’ Italia», vale a dire «una combinazione di maggiore flessibilità nella risoluzione del rapporti lavoro edi maggiore protezione del lavoratore». Un obiettivo che Sacconi ritiene raggiunto – ha spiegato ieri sulle pagine del Corriere della Sera – rendendo i licenziamenti per motivi economici «più trasparenti», ma anche «contrastando l’abuso dei co. co.co e dei tirocini, promuovendo il lavoro giovanile con l’apprendistato e quello femminile con i contratti di inserimento e part-time, aumentando l’occupazione nel Sud col credito d’imposta». LE REAZIONI DI CAMUSSO E FINI Immediata, ancora una volta, la reazione della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso: «Siamo convinti che non c’è necessità di licenziare per fare più occupazione. Il ministro Sacconi usa le indicazioni della Ue e della Bce per giustificare i licenziamenti mentre nella lettera della Bce non si parla di questo. È irragionevole pensare di scardinare tutta la legislazione sul mondo del lavoro». Ma la distanza tra quanto annunciato e quanto effettivamente realizzato dal governo ha fatto scattare anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini:«Se come mi sembra di aver capito si tende soltanto a favorire la possibilità di licenziare, corriamo il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo. Mi auguro – ha aggiunto il leader Fli – che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e con le categorie economiche per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e competere. Altrimenti si rischia un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro». Mentre ilPd giudica prive di credibilità, oltre che politicamente discutibili, le affermazioni del responsabile Welfare: «Sacconi è un ministro paradossale» commenta Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera. «Dopo aver reintrodotto il lavoro a chiamata e lo staff leasing, e dopo aver abolito la tutela per le giovani madri dal licenziamento in bianco, finge una conversione sulla via di Damasco denunciando l’abuso dei contratti a progetto e dei tirocini da lui stesso favoriti».❖

L’Unità 30.10.11