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"Una proposta indecente Anche contro le imprese", di Luigi Mariucci

Ma l’obiettivo del governo potrebbe essere un altro: mascherare dietro la liberalizzazione dei licenziamenti la facoltà di espellere i lavoratori scomodi, i sindacalizzati, gli usurati e le lavoratrici-madri C’è da chiedersi quale sia il senso e l’utilità delle misure di liberalizzazione
dei licenziamenti per motivi economici annunciate dal governo nella lettera alla UE. Per prima cosa va sgombrato il campo dall’alibi costituito dal «celo chiede l’Europa». Da dieci anni la politica delle destre in Italia si è trincerata dietro questo alibi, fin dal libro bianco del 2001: il risultato è che è cresciuta enormemente la precarizzazione del mercato del lavoro, che colpisce soprattutto i giovani e le donne, mentre nonè stato scalfito alcun reale privilegio corporativo e non si è attivato nessun strumento di sostegno al reddito e di avviamento al lavoro per i soggetti esclusi dal mercato del lavoro, alla faccia della c.d. flexsecurity. Dietro lo schermo della liberalizzazione delle assunzioni si sono invece rafforzati i meccanismi familistici quando non clientelari: le “conoscenze” e le “raccomandazioni” restano lo strumento più diffuso per trovare lavoro.
Lasciamo quindi stare, al momento, la questione europea. Guardiamo a ciò che succede in concreto in Italia. Su un mercato del lavoro già precarizzato e frammentato, segnato
in particolare dal drammatico dualismo nord-sud, si è abbattuta la crisi economica a partire dal 2008. In generale le crisi aziendali si verificano non per deficit di produttività del lavoro o per gap competitivi, specie nei settori più avanzati sul piano tecnologico. Basti guardare alla meccanica emiliana e alle migliaia di piccole imprese, specie artigiane, del nord-est strozzate
dalla tenaglia tra caduta delle commesse, ritardati pagamenti dei committenti e difficile se non impossibile accesso al credito. Nelle grande maggioranza dei casi il problema di queste imprese non è quello di liberarsi dei lavoratori ma, al contrario, di trattenerli, di conservare quindi la capacità produttiva in vista di una possibile ripresa. Da qui il massiccio ricorso ai c.d. ammortizzatori sociali in deroga, che consentono una parziale copertura dei salari anche
nelle imprese a cui non si applica la cassa integrazione. Che c’entra tutto questo con la liberalizzazione dei licenziamenti per motivieconomici? Nulla. Si tratta quindi di una operazione puramente ideologica a cui giustamente i sindacati, per una volta uniti, si oppongono con forza. A meno che l’obiettivo vero sia un altro: mascherare dietro la liberalizzazione dei licenziamenti per motivi economici quella, in realtà, per motivi “soggettivi”: dare mano libera alle imprese per espellere i lavoratori scomodi, i sindacalizzati, quelli meno produttivi per ragioni oggettive (i lavoratori usurati, le lavoratrici-madri ecc.). Tutto questo in coerenza con il disegno del famigerato art. 8 della legge n.148, quello che consente con contratti aziendali o territoriali di abrogare l’intero diritto del lavoro, compresi i diritti fondamentali.
Una norma indecente, contro cui si sta avviando giustamente una iniziativa referendaria. In entrambi i casi si vellica l’istinto peggiore delle imprese: le si induce a muoversi nella logica del breve periodo, degli interessi immediati, in una prospettiva sostanzialmente anarchica e all’insegna di un selvaggio dumping sociale. Quando ciò che serve è il contrario. Puntare sulla coesione sociale, su unpatto di fondo tra le forze produttive che faccia uscire il paese dalla forbice tra misure necessarie di contenimento del debito pubblico e recessione.

L’Unità 29.10.11

E Prodi spara ad alzo zero "La smetta di dire stupidaggini i suoi giudizi sono una follia", di Goffredo De Marchis

Per il premier che ha portato l´Italia nell´euro, per l´ex presidente della Commissione europea che ha allargato l´Europa le parole di Berlusconi sulla moneta unica sono quasi un affronto personale. Qualcosa che va oltre la politica e l´analisi. Infatti Romano Prodi non si trattiene e durante la conversazione sbotta: «Siamo alla follia, Berlusconi la smetta di dire stupidaggini». Il presidente del Consiglio avrebbe potuto lamentarsi dei ritardi del Vecchio continente nel costruire una governance forte, delle debolezze strutturali di una straordinaria avventura. Ma no, il Cavaliere se l´è presa con l´euro. «Cioè con la più grande conquista dell´Unione insieme all´allargamento», ricorda Prodi. «Provi a spiegare agli italiani perché l´euro va su e i nostri Btp vanno giù».
Sono i commenti di un europeista convinto, quelli del Professore. Lui, che ha voluto l´ingresso dell´Italia nella moneta comune a prezzo di molti sacrifici (l´eurotassa, in parte restituita), che ha legato all´euro la stagione migliore del centrosinistra nell´ultimo quindicennio a detta degli stessi protagonisti di quella e di altre stagioni. «Siamo davvero alla follia», ripete. «È chiarissimamente nella testa di tutti che alla nascita dell´euro doveva seguire la nascita dell´Europa unita – spiega Prodi -. Come? Attraverso il progressivo rafforzamento delle istituzioni comunitarie. Se oggi l´euro è sotto attacco questo dipende non dal fatto che nessuno ci ha creduto, come dice Berlusconi, ma dal fatto che l´Unione è divisa». Fu una galoppata forsennata quella verso l´euro nel primo governo Prodi. Già allora l´Italia scontava il suo enorme debito pubblico, lo scarso europeismo di una parte della classe dirigente. Ma non si poteva restare fuori. Per una questione di conti e per una questione di orgoglio: poteva rimanere ai margini un Paese fondatore? Oggi la moneta unica subisce certo attacchi quotidiani, fatica a superare gli ostacoli. Ma il problema «è la divisione dei paesi membri. Infatti l´euro perde sempre più valore rispetto al dollaro dopo anni di apprezzamento». Berlusconi quindi dovrebbe dire parole completamente diverse, calarsi nel ruolo di premier europeo e pensare una, dieci, cento volte i suoi ragionamenti. «Il nostro premier invece di dire delle stupidaggini farebbe meglio ad analizzare la situazione e a capire che cosa gli stanno, giorno per giorno, i mercati».
Sul terreno restano anche le reazioni di tutte le opposizioni. Ma nessuna è tanto sentita e tanto rabbiosa per certi versi come quella del Professore. «Giù le mani dall´euro – dice il vicesegretario del Pd Enrico Letta -. È l´Italia che non convince nessuno, è in una crisi senza precedenti e ha bisogno di più europeismo, non di meno». La capogruppo al Senato del Pd Anna Finocchiaro parla di «parole irresponsabili perché la moneta unica è stata la salvezza dell´Italia». Il presidente dei deputati Idv Donadi osserva: «Dei 17 paesi che hanno l´euro purtroppo solo uno ha Berlusconi». Ma nessun commento può pareggiare la sensazione di tradimento espresso da Prodi.

La Reppubblica 29.10.11

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“L´ultimo strappo del Cavaliere disperato”, di MASSIMO RIVA

Le invettive – perché di questo esattamente si tratta – che Silvio Berlusconi ha lanciato ieri contro l´euro non sono voci dal sen fuggite. E c´è poco, quindi, da tentare di ridimensionarle. Palazzo Chigi ha denunciato in serata interpretazioni maliziose e distorte, ma è il solito stucchevole copione di smentite tardive e bugiarde. Il fatto è che il Cavaliere, come gli è già capitato ormai decine e decine di altre volte, ha detto esattamente quello che pensa in cuor suo, secondo quella visione grossolana e sostanzialmente incolta dei problemi che gli tocca di affrontare in qualità di presidente del Consiglio.
Denigrare l´euro come una moneta «strana perché attaccabile sui mercati» è una gaffe politica imperdonabile in una fase di estrema delicatezza come l´attuale. Proprio mentre il Paese è chiamato a fare sacrifici durissimi per salvare la propria economia, proprio mentre gli stati dell´Unione cercano in tutti i modi di salvare Eurolandia, il Cavaliere si sfoga contro la moneta unica che non “convince nessuno”. Ma la sua è molto peggio di una gaffe: significa non aver capito nulla né del ruolo della moneta unica nel processo di costruzione dell´Europa né degli enormi benefici che il nostro Paese ha tratto e potrà continuare a trarre dalla partecipazione a questa storica trasformazione del vecchio continente in una grande area di stabilità e di democrazia a vantaggio dell´intero pianeta. E non basta: significa non possedere nemmeno gli elementi di conoscenza elementare per capire ciò che sta accadendo da mesi sui mercati finanziari.
Che senso ha, per esempio, parlare di moneta «strana perché attaccabile»? Ma dove ha vissuto finora il sedicente imprenditore di successo Berlusconi? Tutte le monete sono attaccabili dalla speculazione: la storia della lira, della sterlina, del franco e perfino del dollaro ne hanno dato ripetute dimostrazioni. Il fatto è che da qualche tempo ormai il Cavaliere dà chiari segni di aprire la bocca per dare sfogo ai suoi confusi malumori senza rendersi conto di pronunciare parole che – ahinoi – impegnano il presidente del Consiglio della Repubblica Italiana.
Sul piano intimistico si può anche comprendere che egli si senta infastidito o addirittura assediato dalle regole di disciplina imposte dalla partecipazione del nostro paese al condominio monetario europeo. Così come si può capirne la frustrazione di non sentirsi preso sul serio ormai in nessun consesso internazionale e perciò non resista all´impulso di rovesciare il tavolo ignorando anche le norme più elementari della correttezza politica. Ma egli ricopre la carica di capo del governo e così coinvolge nelle nefaste conseguenze dei suoi malesseri il destino dell´intero paese.
Appena qualche giorno fa hanno suscitato inviperite reazioni di difesa patriottica gli umilianti sorrisi coi quali Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno commentato una domanda sull´affidabilità degli impegni berlusconiani. In realtà, ci è andata ancora bene.
Se in Europa dovessero prendere sul serio le parole pronunciate ieri dal Cavaliere contro l´euro, l´Italia rischia di essere lasciata da sola alla mercé dei mercati con il suo debito e tutti gli altri guai al seguito. Ancora una volta Berlusconi ha dimostrato che il suo ritiro dalla scena è la prima emergenza nazionale.

La Repubblica 29.10.11

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L´irritazione del Quirinale e la contromossa del Cavaliere “Farò un discorso alla Camera”, di Francesco Bei e Umberto Rosso

Due giorni fa Napolitano aveva detto: “L´euro è un pilastro, una scelta irreversibile”
Il presidente del consiglio vuole intervenire alla Camera il prossimo 8 novembre. Stupore e irritazione. Sul Colle l´attacco di Berlusconi alla moneta unica, salvo la smentita di rito, ha l´effetto di una doccia fredda, soprattutto in una giornata che ha visto gli interessi dei Btp italiani schizzare al 6,06%, massimo storico dall´introduzione dell´euro.
Il capo dello Stato non commenta, ma non c´è alcun dubbio che la pensi sull´euro in modo opposto a Berlusconi. Logico perciò che l´uscita del presidente del Consiglio, per giunta ancora nel pieno della complicata trattativa con Bruxelles, non sia piaciuta. E per farlo capire, senza ricorrere a sconfessioni ufficiali che indebolirebbero ulteriormente l´immagine del Paese, dal Quirinale invitano a rileggersi quel che appena tre giorni fa il capo dello Stato ha detto sulla moneta unica. «Un pilastro». «Una scelta irreversibile». «Un punto di forza». Parole senza margine di equivoco pronunciate mercoledì scorso a Bruges, in un appassionato intervento per rivendicare con forza un «salto di qualità» dell´Europa. Agli occhi della Germania e della Francia, il Colle è ormai l´interfaccia vero per il nostro paese piuttosto che Palazzo Chigi. Dopo le telefonate della Merkel al Quirinale, ecco ora il portavoce del governo tedesco che si augura che in Italia «la pensino tutti come il presidente Napolitano».
Ma il Cavaliere, galvanizzato dall´esito del Consiglio europeo, ora rilancia. Dopo aver scaricato sull´euro la responsabilità della crisi, si prepara infatti a sfruttare fino in fondo l´ombrello dell´Europa. Per questo ha già deciso di presentarsi alla Camera, il prossimo 8 Novembre, per un discorso che i suoi definiscono di «svolta». «La lettera d´intenti – ha spiegato il premier in privato – impegna tutto il paese, un governo tecnico non potrebbe fare cose diverse. Per cui Casini se ne dovrà fare una ragione: il governo di salvezza nazionale c´è già ed è il mio». Il ragionamento che si fa nell´entourage di Berlusconi si basa sulla convinzione che l´agenda programmatica dettata dall´Ue sia indigeribile per il Pd: «Camusso, Vendola e Di Pietro sono già sul piede di guerra. Il programma di interventi concordato con l´Ue manderà in crisi il Pd e minerà l´alleanza che vogliono costruire con Casini». Su questo punta tutto il premier e il discorso che terrà in Parlamento cercherà di enfatizzare al massimo le divisioni delle opposizioni. Non è un caso, osservano i suoi uomini, se il premier da tre giorni stia ripetendo a ogni piè sospinto l´appello alle opposizioni «responsabili» a dare una mano. Una strategia studiata a tavolino per mettere in difficoltà il terzo polo e costringere Casini a votare le misure che verranno presentate nel giro di un paio di settimane.
E tuttavia il Cavaliere, prima di varare i nuovi provvedimenti, dovrà risolvere in qualche modo la partita con il ministro dell´Economia. «Stavolta Giulio o si adegua o se ne va – ha spiegato Berlusconi a un ministro del Pdl – perché a questo punto non si tratta più del decreto Romani ma del decreto Barroso». Eppure il ministro dell´Economia non sembra preoccuparsi troppo delle minacce. Ieri ha mostrato distacco, affermando in tv che l´accordo raggiunto in sede europea è «assolutamente positivo», ma ora bisogna evitare «i diavoli» che si annidano nei dettagli e far «funzionare la macchina». Come a dire che ci sarà bisogno sempre del suo intervento. Quanto all´attacco all´euro di Berlusconi, con un amico fidato il ministro non ha potuto fare a meno di notare che il premier «dicendo che la moneta unica non ha dietro di sé una banca, ha implicitamente sconfessato Draghi, il primo italiano al vertice della Bce».
Di fronte alle convulsioni del governo e agli scarti del Cavaliere, il capo dello Stato, che non considera chiusa la partita della ripresa e del debito solo con la lettera di «intenti», segue da vicino la gestione dell´agenda europea e sovrintende. Bini Smaghi è stato convocato al Colle e ha chiuso la sfilata dei vertici di Bankitalia e del Tesoro: al centro del faccia a faccia c´è stata la delicata vicenda delle sue dimissioni dalla Bce pretese dalla Francia. Sulla moneta unica, nessuno dei dubbi di Berlusconi. «Non lasceremo che l´euro ceda agli attacchi della speculazione e ad ondate di panico nei mercati finanziari, nessuno si faccia illusioni in proposito». Nessuno, è l´idea-forza di Napolitano, pensi di vedere vacillare l´intera costruzione europea che da dieci anni si è dotata con l´euro di un «nuovo essenziale pilastro e punto di forza».

La Repubblica 29.10.11

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“Quirinale e Palazzo Chigi, visioni opposte sull’euro”, di Stefano Folli

Ora il Quirinale e Palazzo Chigi esprimono due linee molto diverse. Non su qualche aspetto minore della vita pubblica e nemmeno sulle prospettive della legislatura. Il dissidio oggettivo da ieri sera riguarda la moneta unica: la sua opportunità e di fatto il suo futuro.

Per Giorgio Napolitano, nel solco dei princìpi sempre affermati dal suo predecessore Ciampi, l’euro è una scelta irreversibile, un’opzione senza alternative che non siano assai drammatiche. Per Silvio Berlusconi, viceversa, l’euro è «una moneta che non ha mai convinto nessuno»; e questo spiegherebbe gli attacchi speculativi che colpiscono in modo particolare l’Italia. Tutto dipende dal fatto che si tratta di «una moneta strana, non di un solo paese, ma di tanti che però non hanno né un governo unitario né una banca di riferimento». Ecco perché è difficile vendere i titoli di Stato, se non a tassi sempre più alti, compromettendo le strategie contro il debito pubblico.
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E la Merkel ribatte: il governo segua le indicazioni del Colle
Berlusconi: l’euro è una moneta che non ha convinto nessuno. Poi corregge: è la nostra bandiera

L’attacco è davvero singolare, anche se in serata Berlusconi ha parlato di «interpretazioni maliziose» e fuorvianti. Può darsi, ma le sue parole sono chiare e si prestano poco agli equivoci. Sono arrivate all’indomani delle giornate europee di Bruxelles, nelle quali è stata esaminata, con un giudizio abbastanza positivo, la famosa lettera d’intenti del nostro governo. Era parso che il premier, di ritorno in Italia, volesse presentarsi addirittura come un campione dell’europeismo, annunciando che le promesse contenute nella missiva sarebbero presto diventate leggi dello Stato. E dichiarandosi pronto a sfidare i sindacati sul punto dei licenziamenti, da compensare con il ricorso alla cassa integrazione.

Dopo Bruxelles il problema, dal punto di vista dei partner dell’Unione, sembrava essere soprattutto la credibilità del presidente del Consiglio e della maggioranza in ordine agli ambiziosi obiettivi che il governo si era dato. Poi tutto è cambiato in poche ore. Gli «spread» sono risaliti, i tassi dei Btp decennali sono volati oltre il 6%, la borsa è caduta. E l’europeismo del premier ha cominciato a vacillare. Forse senza rendersene conto (o magari essendone ben consapevole) Berlusconi non ha solo attaccato l’euro: tra le righe ha preso di petto la politica della Germania, o meglio di Berlino e Parigi, proprio nel momento in cui l’Unione, dopo Bruxelles, avrebbe bisogno soprattutto di rasserenarsi e di procedere sulla via delineata.

Curiosa coincidenza. Poche ore prima dell’imprevedibile offensiva di Berlusconi, il portavoce del governo federale tedesco aveva elogiato Napolitano con una frase a doppio taglio: «Speriamo che il governo italiano la pensi come il presidente della Repubblica». Il Quirinale come autentico garante della linea rigorosa che l’esecutivo si è impegnato a realizzare in tempi brevi: un giro un po’ tortuoso, ma rende l’idea di cosa pensano in Europa. Poco dopo Berlusconi ha espresso i suoi dubbi sulla moneta unica. Che pensare?

Il presidente del Consiglio sembra prepararsi alla campagna elettorale e lo fa senza andare per il sottile. Blandendo gli euro-scettici, sottrae argomenti alla Lega e parla quasi come l’estrema sinistra nemica della tecnocrazia finanziaria. Punta ad allargare il proprio consenso, senza curarsi troppo della coerenza. Ma di qui alle prossime settimane proprio sulla coerenza e sulla credibilità saremo giudicati in Europa.

Il Sole 24 Ore 29.10.11

Licenziamenti, Fassina: "Nostre proposte alternative a misure regressive Governo"

“E’ incredibile che in un tornante storico segnato da una pesante caduta della domanda aggregata, da una capacità produttiva inutilizzata pari a circa il 50% e da una drammatica emorragia di lavoro per padri e figli si insista, in nome di un’ideologia fallita e di interessi materiali miopi, sulla ulteriore facilitazione dei licenziamenti come via per la crescita”. Lo afferma Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico che oggi ha partecipato alla manifestazione indetta dallo SPI-GCIL e dalla UIL-funzione pubblica. “L’effetto reale che si avrebbe – continua Fassina – sarebbe un’ulteriore precarizzazione del lavoro, l’ulteriore indebolimento delle organizzazioni sindacali e del potere negoziale dei lavoratori, l’ulteriore compressione delle retribuzioni, l’ulteriore aumento delle disuguaglianze di reddito, ricchezza e opportunità e l’ulteriore recessione e aumento del debito pubblico. Contro la precarietà, il Pd nell’Assemblea Nazionale di Maggio 2010 e alla Conferenza per il lavoro del Giugno scorso a Genova, ha approvato un impianto culturale e specifiche soluzioni alternative alle misure contenute nella lettera del Governo Berlusconi al Consiglio Europeo.

Per ricostruire la dignità della persona che lavora è necessaria più Europa e una politica macroeconomica espansiva. In Italia, dobbiamo eliminare i vantaggi di costo dei contratti precari rispetto ai contratti a tempo indeterminato e riformare gli ammortizzatori sociali. Chi ancora insiste sulla scorciatoia dei licenziamenti facili guardi agli Stati Uniti dove, in assenza dei contratti nazionali e in assenza di limiti minimi ai licenziamenti, la disoccupazione è più elevata che in Italia e permane una prospettiva di stagnazione. La modernità di Sacconi e dei conservatori europei è una modernità regressiva. Noi siamo impegnati, insieme ai partiti riformisti europei e alle forze sindacali, per una modernità progressiva. Soltanto così si possono dare speranze concrete alle generazioni più giovani”.

www.partitodemocratico.it

"Pronti alla sfida di governo, io in campo per la premiership", Intervista a Pier Luigi Bersani di Barbara Jerkof

“Primarie di centrosinistra, poi patto di legislatura con il centro. Il lavoro con Vendola, Di Pietro e socialisti è avanti: per garantire credibilità a vincolo di maggioranza in Parlamento”. Pronti ad affrontare la sfida del governo. che sia ora con un esecutivo di transizione, o che sia dopo elezioni anticipate. Perché una cosa è certa. avverte Pier Luigi Bersani, così al 2013 non ci si arriva. Il segretario del Pd traccia la sua road map: primarie di centrosinistra dopo aver stretto un accordo «di credibilità» con Idv, Sel e Psi, che metta al riparo dagli errori del passato sulla tenuta della coalizione attraverso precisi meccanismi parlamentari (un vero e proprio vincolo di maggioranza nei gruppi parlamentari); e apertura ai moderati con un patto di legislatura. Obiettivo: «Ricostruire il Paese» dopo il ventennio berlusconiano. Chiarendo che. quando sarà il momento di scegliere dal basso il candidato premier. il candidato del Pd sarà lui.

Segretario, lei ha definito il documento d’intenti del governo alla Ue come «merce usata», mai sindacati prendono la parte sui licenziamenti molto sul serio minacciando lo sciopero generale. Come stanno le cose?

«A uno sguardo obiettivo il documento è fortemente minaccioso sul mercato del lavoro. Quando si parla con tanta leggerezza di licenziamenti per motivi di crisi si deve sapere che in questo stesso momento abbiamo 400 mila cassintegrati che leggendo questa novità potrebbero apprendere che da oggi sono tutti licenziati. Al netto di queste minacce, è tutta merce usata venduta come nuova. Penso alle pensioni ma anche alla presa in giro colossale sulle liberalizzazioni; Sulle riforme istituzionali si parla di dimezzare il numero dei parlamentari nella stessa settimana in cui in commissione al Senato hanno stoppato i tagli, Indicano scadenze parlamentari mentre sono costretti alle Camere a ritirare tutti i disegni di legge».

L’Europa però sembra apprezzare le promesse italiane.

«E io non voglio certo minare questa apertura di credito. Ma se tra un mese emerge che abbiamo raccontato ancora un sacco di favole. raddoppiarlo i guai. Non possiamo vendere altro fumo».

Nei suoi colloqui di queste ore con Casini e Di Pietro è stata messa a punto una strategia comune delle opposizioni in Parlamento?

«Il giudizio delle diverse opposizioni rni pare largamente univoco. E cioè riteniamo che questo governo non sia più in grado né di produrre cose significative né di garantire ormai l’ordinaria amministrazione».

Resta la necessità, per chiunque governi oggi o governerà domani, come ha detto il capo dello Stato, di assumersi la responsabilità di misure impopolari.

«Chiunque governi o governerà deve prendere misure dure e giuste. Se sono giuste non sono sicuro che siano anche impopolari. L’unica chiave per rispondere è un atteggiamento di fiducia e di verità che dica: chi ha di più deve dare di più, chi è stato disturbato meno ora dovrà disturbarsi di più. E si parte con una cura di riforme secche e vere. Quando io feci da ministro le mie liberalizzazioni, l’Italia si svegliò al mattino con una sorpresa: ecco, il metodo è quello. Il giorno dopo il nuovo governo l’Italia deve svegliarsi con una sorpresa: cose serie e incisive. ma, eque. Sto parlando innanzitutto di tagli ai costi della politica, semplificazione amministrativa, un fisco più giusto, liberalizzazioni vere, lotta alla precarietà e così via. E ripeto: eque. Perché la cosa più scandalosa di queste ore è che tra Bce. Ue. Lettera e tutto il resto, è scomparso, per esempio, il tenia dell’evasione fiscale che è il vero punto di differenza tra noi e il resto d’Europa».

Sta di fatto che il governo che sembrava aver ripreso ossigeno è di nuovo nella tempesta, tra dissidenti dei Pdl e gelo con Tremonti.

«Basta far due passi in Parlamento e incontrare parlamentari del centrodestra per vedere che non hanno risolto proprio niente».

Quindi restano tutti i diversi scenari per il dopo Berlusconi. Ma possibile che anche sul votare subito-votare dopo il Pd sia riuscito a dividersi?

«Trovo questi giochetti di comunicazione francamente irritanti. Soprattutto perché il Pd da un anno negli organismi di partito e nelle dichiarazioni del segretario, dice una cosa e una sola: siamo pronti a farla nostra parte in un governo di transizione che sia segnato da una discontinuità e che abbia una larga base parlamentare. Queste riflessioni le ho anche consegnate al presidente della Repubblica non da oggi. Non ci sono queste condizioni? Non possiamo aspettare il 2013. Una terza strada non c’è. Poi, è chiaro, non tutto è nelle nostre mani male nostre intenzioni sono queste. Punto».

Il Pd sconta anche un evidente fattore di ambiguità, segretario: non sapere con quale candidato premier né con quali alleanze si presenterà agli elettori.

«Quando sento questa storia che il Pd è diviso sono il primo a dire che a volte esageriamo, ma mi chiedo anche: non è che è entrato in vena un berlusconismo per cui ci si aspetta che parli sempre uno solo? La verità è che noi stiamo lavorando a qualcosa di più grande e profondo del giorno per giorno, stiamo lavorando a una ricostruzione dal lato democratico e dal lato del patto sociale. E da qui allora che faccio il discorso sulle alleanze e tutto il resto. E da qui viene fuori il lavoro che stiamo facendo e che è un ben più avanti di quel che comunemente si pensa».

Quando dice «stiamo» a chi si riferisce?

«A noi del centrosinistra, E sto parlando del Pd, di Di Pietro, di Vendola, dei socialisti. Qual è il problema elle dobbiamo affrontare e risolvere insieme? La credibilità. Io sto lavorando su questo e stiamo facendo importanti passi avanti su cose molto concrete».

Sta parlando della messa a punto di un documento comune, di una sorta di contratto come lo chiamerebbe Berlusconi?

«Sto parlando di risposte a domande tipo: ma noi la maggioranza parlamentare come la garantiamo. con quale meccanismo? I cinque-sei punti del programma che la gente sa essere un problema politica internazionale, risanamento, concertazione – come pensiamo di risolverli?».

Quindi lei, Vendola e Di Pietro siete già entrati nel merito di un programma di governo vero e proprio?

«Fare un programma è facile, il punto vero lo ripeto è la credibilità».

E come la si garantisce? I precedenti storici della sinistra di governo non sono proprio rassicuranti.

«Appunto. Per questo stiamo ragionando su un preciso meccanismo. Voglio essere ancora più chiaro: nella vita dei gruppi parlamentari dovrà esserci un vincolo di maggioranza».

D’Alema ha sottolineato giorni fa come l’accordo a sinistra noi) sia sufficiente e che per arrivare al 60% si debba aprire al centro. Condivide?

«E infatti da questa posizione il centrosinistra deve rivolgere un messaggio alle forze moderate per un governo di ricostruzione. Io non tiro per la giacca nessuno, rispetto, capisco i problemi. i muri da oltrepassare, però al Terzo Polo voglio dire: la vedete l’Italia? Non sto parlando, di un’ammucchiata ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l’Italia. In vista di questo, glielo dico molto francamente, anche il Pd deve darsi una registrata. perché non sempre la discussione che sento tra noi è all’altezza di questa sfida. Il progetto – centrosinistra di governo, allargamento al centro con un patto di legislatura, ricostruzione dell’Italia – va bene? Avanti, allora si tira. Non va bene? Si discute. Ma non c’è più tempo per chiacchiere che non vanno da nessuna parte».

Visto che sta tracciando la road map da qui al voto, parliamo di candidature? Sarà lei il candidato premier dei Pd alle primarie?

«Io ci sono. Non andrò mai davanti al Paese dicendo che ci sono perché lo dice lo statuto del Pd, ma il Pd, che è nato con il metodo delle primarie, proporrà il suo candidato con un’assunzione di responsabilità politica. La coalizione deciderà a proposito delle primarie e chi può partecipare. E a quella discussione non ci si aspetti un Pd o un Bei-sani che chiude le porte. Quando sento qualcuno dire che Bersani ha paura, io rispondo: è fin da bambino che non ho paura».

Oggi Renzi riunisce a Firenze giovani e meno giovani rottamatori. Tanta dialettica al Pd fa bene o fa male?

«Può far bene. può anche far male?A Pesaro. concludendo la festa del Pd, ho detto ai giovani: se toccherà a me. il giro della ricostruzione lo metterò largamente sulle vostre spalle. Chiedo però che l’idea del collettivo, della squadra, non venga calpestata in nome di eccessi personalistici che ormai sono cose del passato».

Sabato prossimo, segretario, il Pd sarà in piazza a Roma. Perché?

«Saremo in piazza San Giovanni perché è un luogo che ha scandito le vicende democratiche del nostro Paese. Sarà un incontro festoso, nel rispetto dell’ordinanza del sindaco sui cortei, chi non vorrà portare bandiere del Pd porterà il tricolore, saremo lì insieme nel nome del popolo italiano. E mi piace pensare che dopo la figura disastrosa che abbiamo fatto agli occhi dell’Europa, la rimessa in ruoto della dignità dell’Italia possa passare proprio da questo appuntamento, con la partecipazione dei leader progressisti francese e tedesco, proprio nella città che ospitò i trattati fondativi dell’Unione».

da Il Messaggero

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«La scuola non argina più l'ignoranza», di Graziella Priulla *

L’istruzione pubblica sotto la lente d’ingrandimento di una docente. Nel libro di Graziella Priulla, di cui pubblichiamo le conclusioni, è contenuta una grande mole di dati che segnalano il declino di una istituzione.

Che cosa vogliamo lasciare all’Italia che verrà? Che cosa il mondo adulto organizzato vuole che sappiano le nuove generazioni, in Lombardia come in Sicilia? E a monte: la cultura riguarda la nostra vita? ha a che fare con il modo di passare le giornate, con la capacità di convivere civilmente? Come convincere i ragazzi che serve? Come gettare un ponte percorribile tra le loro menti e ciò che di meglio l’umanità ha prodotto, senza ingessarsi su modelli di cent’anni fa? Quali saperi restano, quali si sostituiscono?Come conciliare elementi di lungo periodo con elementi la cui utilità è legata a fattori transitori?

NESSUN CONFRONTO SERIO Da anni non conosciamo un dibattito serio su quale debba essere la formazione più idonea per giovani che appartengono interamente al XXI secolo. In un contesto di definanziamento selvaggio, di classi superpopolate, di demotivazione e disaffezione dei docenti e degli allievi; in una società afflitta da crescenti dualismi sociali, da divaricazioni crescenti tra Sud e Nord, ricchi e poveri, garantiti e non garantiti, giovani e vecchi; nell’esasperazione di una conflittualità politica a tutt’altro rivolta; con un’opposizione parlamentare smarrita e confusa oltre il lecito; in un clima di generale incertezza e insicurezza… di fronte al tenore delle sfide che incombono, alle naturali difficoltà della scuola a riorganizzare la propria azione, alle comprensibil”i preoccupazioni delle famiglie (…) sarebbe necessaria una progettualità di alto livello e di larghi orizzonti (…) Il governo sceglie invece la strada di un messaggio implicito semplificante e rassicurante: se la scuola è in difficoltà non dipende dalle ardue sfide cui deve far fronte, è solo perché le innovazioni scolastiche erano sbagliate; tolte queste innovazioni, restaurata la tradizione scolastica, i problemi si risolveranno. (dal libro M. Baldacci, Frabboni La Controriforma della scuola FrancoAngeli)

RITESSERE I FILI Per ritessere un filo tra scuola e mondo ci sarebbe bisogno di una voglia di rimettersi in gioco, di un recupero d’orgoglio difficile da imprimere a questa grande organizzazione che pare giunta esausta al capolinea, logorata da un martellare di messaggi contraddittori. Come possiamo accingerci a un’operazione ciclopica di cambiamento, quando ci rendiamo conto che tutto ciò che ci sta intorno spinge in direzione contraria e a nessuno importa niente degli sforzi che facciamo? Se ci si interroga con tanta insistenza sulla natura dell’identità è perché si ha la sensazione di avere a che fare con qualcosa di sfuggente o di perduto. Lo dico con smarrimento, poiché ho insegnato tutta la vita. La posta in gioco è però troppo importante per rassegnarsi; non ci possiamo permettere il lusso di aspettare che la società italiana riconosca se stessa allo specchio, smettendo di galleggiare sugli ammortizzatori e di ignorare la distruzione o l’emarginazione di una parte determinante del proprio capitale umano. È un’urgenza che interpella tutti, e potrebbe trovare praticabilità in un’energia collettiva in grado di vincere declino, inerzia, disordine, demagogia. È evidente che dalla crisi si potrà cominciare ad uscire solo quando si darà respiro e speranza alla crescita intellettuale e civile delle giovani generazioni, oggi senza prospettiva. Bisogna farsi carico – con uno sguardo un po’ più lungo di una campagna elettorale – dei luoghi e dei modi in cui si genera il senso: senza di che insegnare e imparare sono parole vuote, stanche routine, note senza musica. Servono visioni strategiche, scelte che possano dare risultati tangibili fra anni, non fra mesi o giorni. La distruzione del sistema pubblico d’istruzione e il soffocamento della ricerca scientifica non sono fenomeni passeggeri e non sono rimediabili nell’arco di una generazione. Altro che norme nascoste nelle pieghe di leggi finanziarie o di decreti milleproroghe, o provvedimenti muscolari che creano l’illusione di facili riconquiste di credibilità ed autorevolezza!

PRIORITÀ NAZIONALE Siamo ad un punto in cui solo una radicale inversione di tendenza, che ponesse la scuola come grande priorità nazionale in termini sociali, politici ed economici, potrebbe rivitalizzarla. Sapendo che essa nonha più il monopolio della riproduzione culturale. Assumendo l’onere laico e realistico di definire quale sia la sua specificità, insieme al fatto che l’educazione non può essere questione esclusiva degli addetti ai lavori. Difendendo a tutti i costi la scuola pubblica perché è rimasta il solo luogo comunitario diffuso, quotidiano, aperto, solidale dove diverse età condividono tempo, spazi, parole, fatiche, speranze, sogni, successi e delusioni. L’ultimo che si ostina a non produrre consenso. L’ultimo dove i bambini e i ragazzi non sono visti come consumatori e non sono divisi per potere d’acquisto. L’unico laboratorio di integrazione delle diversità. L’unica istituzione che toglie ai vecchi per dare ai giovani. Com’è possibile che manchi il denaro per garantire queste conquiste? Scrive nel suo Maestri d’Italia. Rapporto sulla scuola ItaliaFutura (associazione confindustriale, non covo di sovversivi): “l’Italia e la sua scuola si interpretano a vicenda: nella crisi del sistema educativo si può leggere un disorientamento collettivo più generale”. Non si possono trovare risposte a tutte le domande; non ci sono tesi da dimostrare, bandiere da impugnare; ma è triste che di temi così importanti per l’avvenire del Paese discuta solo un’élite sofisticata e smaliziata, che spesso si parla addosso avvitandosi in ingegnerie riformistiche, astrazioni pedagogiche, perorazioni programmatiche, e sempre si divide per appartenenze accademiche o politiche.

SPAZIO ALLA SPERANZA È ancora possibile che il corpo sano della società riscopra un’energia corale che ci consenta di liberarci dalla rassegnazione e dall’indifferenza, di ridare spazio all’impegno e alla speranza?

* Università di Catania

da L’Unità

""Troppo Costoso" perché è fallito il patto sul clima", di Danilo Taino

L’era di Kyoto è alla fine. Non è stata un successo. Il Protocollo ratificato da 191 Paesi (ma non dagli Stati Uniti) doveva agire da moltiplicatore degli sforzi per limitare il surriscaldamento del pianeta: per qualche tempo c’è riuscito ma non nella misura voluta. Ora sta lentamente spegnendosi. In un rapporto pubblicato ieri dalle Nazioni Unite e dal World Resources Institute di Washington si legge che «le emissioni (di gas serra, ndr) stanno ancora crescendo e gli impegni per azioni di riduzione future, in aggregato, sono inferiori a quanto la scienza suggerisce essere necessari».
Soprattutto, succede che la crisi finanziaria mondiale ha bloccato — anzi, ha fatto retrocedere — molti degli sforzi che si stavano facendo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra: nessuno vuole più prendere impegni, costa troppo. Stati Uniti, Canada, Giappone e Russia hanno già comunicato che non firmeranno alcun nuovo accordo vincolante quando il regime attuale di Kyoto cesserà, a fine 2012; i Paesi emergenti, guidati da Cina e India, hanno confermato, se ce n’era bisogno, che non penderanno impegni se non volontari; persino l’Unione europea, finora all’avanguardia sulle questioni del clima, sta facendo passi indietro.
Alla fine di novembre si terrà a Durban, Sudafrica, la riunione annuale della Convenzione sul cambiamento del clima. È di grande rilievo perché in teoria dovrebbe chiarire cosa succederà quando, alla fine dell’anno prossimo, gli impegni presi da molti Paesi sulla base del Protocollo di Kyoto non saranno più vincolanti. Non c’è però alcuna speranza che si possa arrivare a un Kyoto Due, cioè a un nuovo protocollo sulla base del quale un certo numero di Paesi, in particolare quelli ricchi, si assumano l’obbligo di ridurre le proprie emissioni di quantità predeterminate. Molti funzionari dell’Onu, sotto la cui egida la Convenzione si tiene, ritengono che Durban sarà «successo o rottura». L’ambasciatore del Paese ospite che guida l’organizzazione dell’incontro internazionale, il sudafricano Nj Mxakato-Diseko, dice però che «parlare di qualsiasi strumento vincolante sarebbe irresponsabile, molto irresponsabile». Di più: «Persino iniziare a suggerire — aggiunge — che il risultato di Durban deve essere uno strumento legalmente vincolante sarebbe irresponsabile perché farebbe collassare il sistema». Ambizioni minime, insomma, da parte di chi organizza, per non fare crollare tutto.
Il problema, ovviamente, è il denaro. In piena crisi finanziaria e con rischi di una nuova recessione all’orizzonte, i governi non sono disposti a impegnare risorse per la riduzione delle emissioni, nemmeno a costringere le proprie industrie ad affrontare i costi che comporta emettere meno gas serra. Che gli Stati Uniti non aderiscano a un Kyoto Due non stupisce, nonostante le promesse del presidente Obama di cambiare passo sul tema del clima. Ma il ritiro dal regime di Kyoto di Giappone e Canada, in passato difensori del Protocollo, è una novità. Ancora più sorprendente è quanto ha dichiarato nei giorni scorsi Jos Delbeke, direttore generale della Climate Action della Ue. «Gli europei — ha detto — si pronunceranno politicamente a favore del Protocollo di Kyoto» ma non si legheranno ad alcun nuovo patto a meno che «altre parti non entrino nel club». L’Europa, insomma, non vuole essere la sola a tagliare le emissioni e a gravare di costi le sue imprese rendendole meno competitive in una fase come questa. Secondo stime della Commissione di Bruxelles, l’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 20% rispetto al livello del 1990 già costa alla Ue quasi 50 miliardi l’anno. In più, alcuni grandi gruppi industriali minacciano di delocalizzare le produzioni se i costi continueranno a crescere.
Le preoccupazioni per il cambiamento del clima, insomma, nel pieno della crisi sono crollate, nella lista delle priorità. Anche un impegno che era stato preso un anno fa alla conferenza di Cancún, in Messico, rimane disatteso: si tratta di creare un fondo, il Green Climate Fund, che dal 2020 dovrebbe dare cento miliardi di dollari l’anno ai Paesi poveri per combattere l’aumento delle temperature e i suoi effetti; finora, però, non si è fatto alcun passo avanti sul dove trovare il denaro e sul come poi gestirlo. «Questo non è il periodo migliore per parlare di finanza perché tutti i Paesi sviluppati sono in una crisi finanziaria», ammette Christiana Figueres, la segretaria esecutiva della Unfccc, la Convenzione dell’Onu sui cambiamenti climatici. La signora Figueres deve fare la faccia ottimista in vista della riunione di Durban e dice di puntare a «un’ampia cornice» di accordi che combini un secondo round di Kyoto accettato dai Paesi ricchi con alcuni impegni che dovrebbero prendere quelli poveri. Ma è oltremodo cosciente delle difficoltà economiche che gran parte del mondo sta vivendo.
Il guaio è che il pianeta continua, imperterrito e noncurante della crisi, a scaldarsi troppo. Una nuova analisi, condotta da un gruppo di scienziati californiani — Berkeley Earth Surface Temperature — ha analizzato i dati di un miliardo e seicento milioni di rapporti sulle temperature terrestri e ha stabilito, sembra in misura piuttosto solida, che negli scorsi cinquant’anni la superficie del pianeta ha visto aumentare la sua temperatura di 0,911 gradi centigradi. È quasi la metà dei due gradi di surriscaldamento che — dicono molti scienziati — provocherebbero le peggiori catastrofi, dalle inondazioni alle siccità; ed è una misurazione che potrebbe togliere ogni dubbio sulla realtà dell’innalzamento globale della temperatura. Che non è detto sia del tutto dovuto all’attività umana. Ma che consiglia comunque di cercare una nuova «strategia del clima», probabilmente non più fondata sul porre limiti astratti alle emissioni ma sulla ricerca e magari su una carbon tax globale. Per chiudere, senza fuggire, l’era di Kyoto.

Il Corriere della Sera 28.10.11

"Altro che moderati", di Francesco Cundari

In una democrazia che funziona, in condizioni normali, i programmi di governo si sottopongono agli elettori, non alle banche e nemmeno ai rappresentanti di altre istituzioni. Ma l’Italia, lo sappiamo, non è in condizioni normali, e dell’aiuto della Bce dunque delle autorità e dei partner europei ha un disperato bisogno.
Il governo che ha la prima responsabilità di avere portato l’Italia a questo punto, ovviamente, non ha la forza, la credibilità e neppure gli argomenti per garantire l’interesse nazionale in un momento tanto difficile. Ma l’idea stessa di una lettera di impegni per profonde riforme economiche firmata dal presidente del Consiglio e non sottoscritta nemmeno dal suo ministro dell’Economia, che anzi lascia intendere su tutti i giornali di non condividerla affatto, rappresenta un salto di qualità.
Con quella lettera il governo italiano ha compiuto infatti una scelta precisa, e niente affatto scontata. Le strade di Silvio Berlusconi e di Giulio Tremonti non si sono divise attorno a una questione da poco, ma sul cuore della strategia di politica economica e sociale del centrodestra di oggi, e soprattutto di domani. Da questo punto di vista, sarebbe sbagliato sottovalutare il fatto che si tratti in larga misura di un «libro dei sogni», com’è stato chiamato sulla stampa (noi diremmo piuttosto un libro degli incubi). Proprio questa caratteristica ne svela anzi il reale significato, che non è quello di un programma di governo, ma di un programma elettorale. Per non dire un manifesto ideologico. Illuminante, in questo senso, è il modo in cui ne ha dato conto ieri il Giornale di Alessandro Sallusti, che non solo ha pubblicato il testo integrale della lettera nelle prime due pagine del quotidiano, ma ci ha aperto la prima pagina con il titolo: «Ecco l’Italia di domani».
Il bivio davanti al quale sembrano essersi definitivamente separate le strade del premier e del suo ministro dell’Economia non è dunque una questione minore, tanto meno una scelta «tecnica». È invece esattamente questo: l’idea dell’Italia di domani che si ha in mente e che si vuole realizzare.
Giulio Tremonti ha sostenuto in questi anni molte posizioni. Si è scagliato contro lo statalismo e contro il mercatismo. Non ha esitato a tessere pubblicamente l’elogio del posto fisso come base della stabilità sociale italiana, ma nemmeno ha esitato a scagliarsi contro l’articolo 41 della Costituzione che avrebbe ingessato la libertà d’impresa nel nostro Paese.
Tuttavia, nello scontro che dentro il governo lo ha opposto ai più fanatici fautori del neoliberismo all’italiana, a cominciare da Renato Brunetta, la posizione di Tremonti, in questi anni, non è cambiata. Come dimostra anche il suo rifiuto di firmare la lettera inviata all’Ue, scritta in buona misura proprio da Brunetta, in collaborazione con Paolo Romani e con Maurizio Sacconi.
Silvio Berlusconi ha scelto dunque la sua linea e la sua squadra. Libertà di licenziamento, dismissioni di quel poco che resta dell’industria pubblica (che vuol dire, con l’aria che tira, quanto resta dell’industria italiana tout court, o poco meno), colpire gli statali, risparmiare rendite e grandi ricchezze, ignorare gli evasori.
Come è evidente a chiunque abbia la minima padronanza non diciamo dell’economia o della politica, ma della lingua italiana, una simile strategia si può definire in tutti i modi, meno che moderata. Al contrario, la strada scelta è quella dell’estremismo ideologico e della radicalizzazione sociale, nel tentativo di spaccare lo stesso fronte degli imprenditori. E con la non segreta speranza di mettere in difficoltà anche Emma Marcegaglia, colpevole di avere raggiunto un’intesa con tutti i sindacati sulla sterilizzazione dell’articolo 8 del decreto di ferragosto (con cui il governo aveva già provato a introdurre licenziamenti più facili). Agli occhi di simili estremisti, persino la Confindustria è ormai troppo «a sinistra», colpevole com’è di privilegiare quella coesione sociale che il governo degli irresponsabili appare deciso in tutti i modi a sfasciare. Altro che moderati. L’impressione è che l’eredità del berlusconismo sia proprio questa. La partita in corso dentro la maggioranza si gioca tutta qui. Il modello del Berlusconi grande federatore dei moderati nel ’94 non appare replicabile. La divisione tra una destra radical-liberista all’americana (modello Tea Party) e la tradizione dei moderati italiani appare sempre più come una divisione strategica.

L’Unità 28.10.11