Latest Posts

"Gli immigrati al tempo della crisi", di Fabrizia Bagozzi

La Caritas presenta il suo rapporto annuale sugli stranieri. Sono ormai il 7,5% della popolazione italiana, anche se sul piano numerico non sono molti di più rispetto all’anno scorso (poco meno di 5 milioni), sono sempre più radicati nel nostro paese anche se inevitabilmente si trovano esposti alla crisi più degli italiani, pur facendo meno fatica e rientrare nel mercato del lavoro (dequalificato, sommerso e irregolare: un altro campo da gioco rispetto al nostro).
Il tradizionale rapporto di Caritas Migrantes sull’immigrazione in Italia – giunto alla sua ventunesima edizione – ci restituisce l’istantanea di una situazione ormai consolidata, pur se attraversata in pieno dall’impasse dell’economia e ostacolata dal combinato disposto di una legislazione ostile (senza scomodare il reato di clandestinità su cui si è messa di traverso la Corte di giustiza europea, basta ricordare un permesso di soggiorno che dura solo 6 mesi dopo la perdita del lavoro), da una burocrazia lenta e farraginosa e da una politica dei flussi di ingresso poco realistica.
Elementi a cui del resto fa da contraltare una strategia di contrasto all’immigrazione irregolare – rimpatri, espulsioni, trattenimenti nei Cie – che funziona appena un po’ meglio degli ultimi anni, ma che rimane costosa e poco efficace.
Il dossier stima che il totale degli stranieri regolari nel nostro paese ammonti a 4.968mila persone, una cifra che si discosta di poco rispetto a quella dell’anno scorso. Ai 4.500mila di residenti computati dall’Istat (335mila in più rispetto al 2009) Caritas Migrantes invita a includere anche circa 400mila regolari non ancora iscritti all’anagrafe.
E a tener conto del fatto che, fra regolarizzati e nuovi venuti, le nuove presenze sono state 500mila, all’incirca lo stesso numero di stranieri la cui autorizzazione al soggiorno regolare è venuta meno (sia che siano stati rimpatriati, siano che siano diventati irregolari, stimati comunque in circa 500mila). Cresce il numero dei minori stranieri: un milione, 100mila in più ogni anno. Mentre le seconde generazioni hanno doppiato quota 600mila, una cifra che rende evidente l’urgenza di una nuova legge sulla cittadinanza.
Gli immigrati in Italia – 2.100.000 dei quali occupati – stanno pagando duramente il prezzo della crisi. Perché se è vero che costituiscono un decimo della forza lavoro, sono determinanti in più di un comparto produttivo, e rinforzano il mercato grazie un livello di attività più elevato, vivono sulla loro pelle la caduta del tasso di occupazione, più alta dell’anno scorso e doppia rispetto a quella degli italiani.
Una situazione che colpisce in maniera diversa le comunità straniere del nostro paese. Più in difficoltà gli albanesi e i marocchini, prevalentemente occupati nell’industria in fase di forte stallo.
Meno in sofferenza filippini, polacchi e ucraini, in cui la componente femminile (prevalente) trova lavoro nei servizi alla persona (anziani e famiglie). In ogni caso, nel 2010, l’occupazione straniera è cresciuta di 183mila unità, soprattutto in settori di lavoro poco qualificati.
Per quanto riguarda il contrasto all’immigrazione regolare, il dossier mette in evidenza luci e ombre, in un generale trend mai particolarmente brillante. Su 50.717 rintracciati sul territorio nazionale, poco più di 20mila sono stati allontanati (con un tasso di efficacia del 40%, 5 punti in più rispetto all’anno scorso).
Fra questi, 16mila sono stati espulsi o riammessi, 30.430 – un numero che continua a essere molto alto – non hanno invece ottemperato al provvedimento di espulsione. 7.039 gli imigrati transitati nei Cie, poco meno della metà dei quali rientrati nel proprio paese (un dato molto lontano dal 68% del 2005, ma pur sempre di 10 punti più alto rispetto al 2009). Rimane il fatto che, nota Caritas Migrates, costi e inefficenze rimangono elevati, mentre una delle strade più adatte a ridurre l’iregolarità (flussi d’ingresso realistici) rimangono lettera morta.

da Europa Quotidiano 28.10.11

******

“Occidente, nessun muro può fermare gli immigrati”, di Mario Baudino

L’economista indiano Jagdish Bhagwati: “Espellere i clandestini non serve: ritornano. Bisogna accettare il fatto che sono qui”. E’ riconosciuto come uno dei più importanti studiosi – e teorici – del commercio internazionale, docente alla Columbia e ascoltatissimo consigliere di organismi come le Nazioni Unite o il Wto. Jagdish N. Bhagwati, nato a Mumbai nel ‘34, vive in America ma ha mantenuto orgogliosamente la cittadinanza indiana, e c’è sicuramente la sua opera di studioso dietro il grande sviluppo economico del Paese, dove torna ogni volta che può, fedele all’idea che gli «emigrati intellettuali» devono coltivare un principio di «lealtà». In agosto ha pubblicato una lettera aperta al presidente Obama, ribadendo una sua idea chiave: il timore che i liberi commerci con i Paesi in via di sviluppo tolgano posti di lavoro nei Paesi ricchi è infondato. Qualcosa di molto simile pensa dell’immigrazione, non quella di alto livello ma quella delle masse povere, e lo ha spiegato ieri alla Fondazione Einaudi di Torino aprendo un convegno su questi temi organizzato dal Centro studi Luca d’Agliano, con il Centre for Economic Policy Research, la Commissione Europea e la Compagnia di San Paolo. La sua analisi riguarda gli Usa, dove la politica sull’immigrazione, spiega, è andata incontro a un clamoroso fallimento. Ma può estendersi a tutto l’Occidente, Europa compresa.
Professore, la questione è economica ma anche e forse soprattutto etica. Lei è uno studioso dell’immigrazione. La ritiene un fenomeno storico, o un diritto di ogni essere umano?
«Il problema è tutto qui. Emigrare, andare via in cerca di salvezza o di miglior fortuna, è un diritto naturale, che per fortuna oggi viene generalmente riconosciuto. Entrare in un altro Paese è tutta un’altra questione. Gli animali difendono il loro territorio. E le persone spesso si comportano alla stessa maniera».
Senza riuscirci?
«La mia analisi sulla politica americana giunge a questa conclusione: arrestare i flussi di immigrazione è impossibile. Abbiamo costruito una barriera difensiva sulla frontiera con il Messico che nel ‘92 costò 326 milioni di dollari e nel 2010 è arrivata a farcene spendere 2958. Si sono lanciate operazioni di sapore bellico senza alcun risultato. Anzi, l’immigrazione illegale è aumentata. Questa era la politica di Clinton. Ora con un altro presidente democratico, Obama, si è inasprita la pressione su quanti sono entrati nel Paese, fino alla vera e propria privazione dei diritti elementari. E anche qui senza risultati perché l’idea di essere disumani con gli immigrati non fa parte della cultura americana».
Se ce la fai a passare, magari a prezzo della vita, poi ti tratto bene. Non è ipocrita?
«Semmai è un atteggiamento schizofrenico. Se non vedi che cosa succede alla frontiera, stai tranquillo. La parte sinistra del cervello ti dice: sono illegali. La parte destra invece ti ripete: sono immigrati, e noi siamo un Paese di immigrazione. È un atteggiamento molto americano, ma mi piace ricordare quel che disse Max Frisch, lo scrittore svizzero, a proposito proprio degli immigrati italiani del dopoguerra: abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini».
E da uomini vanno trattati.
«A questo punto non li puoi espellere. Anche perché non serve a nulla. Ritornano. Anni fa propendevo per una maggior tutela dei confini. Ora dico: accettiamo il fatto che sono qui. Il confine resta un elemento simbolico, ma di lì in poi lasciamo che gli Stati, parlo degli Usa, competano. Gli immigrati si spostano, gli Stati “cattivi” perdono forza lavoro, quelli “buoni” ne guadagnano».
Anche con la recessione e la crisi mondiale?
«Certo non è un buon periodo per mettere mano alle legislazioni. Però resta vero che quella americana ha fallito. Alla fine, il numero degli immigrati non è un problema. Sono semmai le leggi sbagliate che lo fanno crescere. Dobbiamo riconoscere che non c’è modo di impedire alla gente di spostarsi, e nel caso di venire in America. Ai miei studenti faccio spesso l’esempio di Al Capone: in pieno proibizionismo, i suoi camion di whisky arrivavano regolarmente a destinazione. So che è una posizione molto controversa, ma non ci posso far nulla».
Vale anche per l’Europa?
«Forse voi pagate ancora una mentalità imperiale. Arrivano dalle vostre ex colonie, questo può provocare un senso di superiorità, sbagliato. In America è diverso. E poi, sa quando la frontiera del Rio Grande ha cominciato a diventare un problema? Nel ‘24, quando si bloccò l’immigrazione soprattutto di cinesi e giapponesi per la costruzione delle ferrovie. I messicani prima, e gli altri latino-americani subito dopo, presero semplicemente il loro posto».
Ma una politica delle porte aperte regge dal punto di vista economico?
«Le rispondo con una battuta che circola fra gli economisti: sul Rio Grande le imprese che lavorano alla barriera col Messico si bloccano improvvisamente. Che è successo? Semplice: non ci sono più clandestini da far lavorare».

La Stampa 28.10.11

"Pd-Udc-Idv, asse per un governo di transizione", di Goffredo De Marchis

«Per l´opposizione è il momento della verità», dice Pier Ferdinando Casini dopo aver visto ancora una volta il leader del Pd Bersani. È l´annuncio di una possibile sinergia tra Terzo polo, Pd e Idv per collegarsi ai movimenti degli “scontenti” del Pdl, alla loro lettera per il «passo indietro» di Berlusconi. Se questa fronda (smentita dai frondisti) dovesse prendere corpo nelle prossime ore, le minoranze avvierebbero una raccolta di firme sotto una petizione che chiede le dimissioni del premier. Obiettivo naturale: 316 adesioni, cioè la maggioranza assoluta della Camera. Una sfiducia sostanziale, anche se non formale, in grado di convincere il premier a rimettere il mandato. Nel ‘94 andò proprio così, senza il passaggio parlamentare. «Dobbiamo trovare 10 Versace», dice un deputato del Pd alludendo alla fuga dal Pdl del deputato-stilista. E la speranza di un governo tecnico tornerebbe ad accendersi.
Di questa strategia, costruita sull´inaffidabilità del governo a varare sul serio le riforme contenute nella lettera alla Ue (Casini sostiene che «mette i ricchi contro i poveri» e Bersani parla di «merce usata»), il segretario del Pd ha parlato per un´ora ieri alla Camera con Antonio Di Pietro. La collaborazione dell´Idv è fondamentale per condurre in porto l´impresa, cioè un nuovo 14 dicembre con esito diverso. L´ex pm, alla fine del colloquio, ha accettato la tattica e la linea indicata da Bersani e Casini. Aprendo al governo di transizione, ipotesi sempre respinta seguendo la strada principale delle elezioni anticipate. «Con un po´ di buona volontà e responsabilità reciproca, anche di tutti quei parlamentari di maggioranza che hanno a cuore le sorti del Paese, si possono creare le condizioni per un´alternativa di breve durata», sono le parole nuove di Di Pietro. Parole che hanno uno scopo ben preciso: convincere i frondisti del Pdl sul futuro della legislatura. Significa restare un anno e mezzo in Parlamento e una via d´uscita dall´abbraccio con Berlusconi.
Al di là della raccolta di firme sotto la petizione per le dimissioni, l´importante è avere una pattuglia di parlamentari che voti contro il governo alla prima occasione utile e lo mandi a casa. Con la garanzia, oggi siglata anche da Di Pietro, che non si torna alle urne. Particolare non di poco conto: il vitalizio si matura dopo 4 anni e sei mesi. Siamo ancora lontani da quel traguardo.
Casini è convinto che la lettera alla Ue non avrà alcun seguito concreto. «Per fare quelle riforme ci vuole un patto con le parti sociali», dice. E Berlusconi non è nelle condizioni di farlo. Perciò il testo inviato in Europa può avere un solo uso: «Farne un manifestino elettorale per il voto a marzo». L´obiettivo resta l´esecutivo di transizione «e sono contento che nel Pdl molti l´abbiano capito» spiega il leader dell´Udc. Ma se la situazione precipita verso le urne, Casini chiede al centrosinistra, per non andare da solo, «un´aggregazione sui contenuti a partire dal sostegno alle lettera della Bce». E a chi sta fuori dal Parlamento (Montezemolo) l´appello del leader centristra è all´»assunzione di responsabilità e alla condivisione dell´obiettivo di un patto sociale per la crescita e tra le generazioni». Come dire: uniamo le forze.

La Repubblica 28.10.11

"Le spese allargate del Ponte sullo Stretto", di Gian Antonio Stella

San Francesco da Paola, che passò lo Stretto camminando sul mantello steso sulle acque, resterà ancora per un pezzo l’unico ad aver fatto il miracolo. Dopo lustri di proclami, San Silvio Berlusconi ha ieri ordinato ai suoi fedeli alla Camera di votare (ahilui…) la rinuncia al ponte di Messina. «A me m’ha rovinato ‘a guera», diceva il mitico Gastone di Ettore Petrolini. «A me la crisi» dirà il Cavaliere, mortificato dall’abbandono del sogno di consegnare alla storia quella che doveva essere «l’ottava meraviglia del mondo».
Solo una settimana fa il suo ministro Altero Matteoli (che ai primi di luglio si era lagnato in una lettera al Corriere dei «toni disfattistici» con cui Sergio Rizzo aveva smascherato lo stallo delle grandi opere) dichiarava all’Ansa che il ponte «per il governo italiano è una priorità». Di più: «Sono destituite di fondamento talune dichiarazioni strumentali su una “bocciatura” da parte dell’Ue dell’opera. Così non è, com’è di tutta evidenza. Disponiamo invece di un progetto definitivo il cui iter di approvazione è in corso mentre le fasi di realizzazione dell’opera procederanno secondo i programmi prestabiliti dal governo». Rileggiamo: «di tutta evidenza». Come osavano dubitarne, i soliti disfattisti?
Ieri pomeriggio, contrordine camerati. L’Italia dei valori ha presentato una mozione per azzerare tutti i finanziamenti. E il governo, dopo aver fatto un po’ di melina chiedendo col viceministro Aurelio Misiti qualche ritocco (melina respinta) ha dato parere favorevole. E la maggioranza, per non correre il rischio di andare sotto per la callosa ostilità della Lega Nord («Opera vergognosa, inutile e dispendiosa», è uno dei titoli de la Padania) si è astenuta.
Risultato: ora è ufficiale «la soppressione dei finanziamenti che il governo ha previsto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, pari complessivamente a 1 miliardo e 770 milioni di euro, di cui 470 milioni per il solo anno 2012». Fine degli equivoci. Mentre on line ci sono ancora gli elenchi pubblicati un mese fa dalla Gazzetta del Sud con i 586 proprietari prossimi a essere espropriati dei terreni necessari a piantare i piloni.
Quanto riceverà di «penale» il general contractor Eurolink di cui è azionista Impregilo? C’è chi parla di 160, chi 400, chi 800 milioni. Scommettiamo? La faccenda finirà in tribunale e lo scontro sarà intorno a un tema: il progetto allo stadio attuale va considerato «esecutivo» o no? Certo è che finalmente si spazza via un tormentone indecoroso. Un Paese serio non può bighellonare 42 anni (il concorso di idee con 143 proposte compresa quella di un somalo è del 1969) intorno a un’opera senza sbocco. Per costruire il «Vasco da Gama» che con 18 chilometri scavalca l’estuario del Tago su piloni di 150 metri (il Pirellone ne fa 127) i portoghesi ci hanno messo 3 anni e 4 anni sono bastati ai cinesi per fare il ponte più lungo del pianeta (36 chilometri, 8 corsie) che oltrepassa la baia di Ningbo Hangzhou. Umiliante.
L’idea di passare lo Stretto è vecchia come il cucco. Nei tempi più recenti basti ricordare il progetto di Carlo Navone che nel 1870 spiegò in un libro che un tunnel sottomarino era un «miracolo» a portata di mano e dettagliò al centesimo quanto sarebbe costato: 10.576.450,88 lire. Un’ottantina di anni dopo, la Settimana Incom dedicava una pagina intera all’americano David B. Steinmann, il quale, sotto il titolo «Forse la Sicilia non sarà più un’isola», spiegava di averne già fatti 204, di ponti, e per quello di Messina bastavano 567.000 metri cubi di cemento, 46.400 tonnellate di cavi, 74.500 tonnellate di acciaio e 60 milioni di dollari.
Da allora, se ne sono viste di tutti i colori. Cartoline con un immenso Polifemo che reggeva le arcate e la scritta «Saluti dal Ponte sullo Stretto!». Annulli filatelici come quello del 1953 con cui le Poste celebrarono il ponte di lì a venire. E perfino un fumetto, «Zio Paperone e il Ponte di Messina».
E il polpettone del mitico ponte si è arricchito di ingredienti sempre più incredibili. Ed ecco i primi soldi evaporare, come scrive Daniele Ialacqua nel saggio «C’era una volta il Ponte sullo Stretto», nel concorso di idee che avrebbe dovuto dare un primo premio da 15 milioni di lire e un secondo di 3 ma finì con sei primi posti ex aequo (!) e sei secondi ancora ex aequo. E poi progetti preliminari da 120 chili. E assunzioni a raffica con stipendi da nababbo. E la scelta di prendere a Roma (a 704 chilometri) una «sede di rappresentanza» di 3.600 metri quadrati da 900 mila euro di affitto. E l’affido all’Istituto Ornitologico Svizzero, come raccontarono su Repubblica Beppe Baldessarro e Attilio Bolzoni, di «un’investigazione radar delle specie di uccelli migratori notturni per catalogare con la massima precisione le quote di volo, le loro planate e le loro picchiate».
Per non dire del «monitoraggio sulle caratteristiche chimico-fisiche delle acque dello Stretto e sulle possibili relazioni con i flussi migratori dei cetacei» commissionato all’Università di Messina. E della «indagine psico-socio-antropologica sulla percezione del Ponte presso le popolazioni residenti» tesa a stabilire quale sarebbe stato «l’impatto emotivo». Impatto già immaginato da Berlusconi: «Costruiremo il ponte, così se uno ha un grande amore dall’altra parte dello Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti…».
Nel frattempo i soldi spesi in carte e progetti (un esempio: 78 mila euro in un anno per fotocopie e «lavori eliografici») hanno superato i 270 milioni di euro. E giorno dopo giorno si è gonfiato il preventivo, arrivando a 8 miliardi e mezzo di euro. Senza che si vedesse manco la posa della prima pietra, se non una cerimonia raffazzonata nel 2009 nella borgata di Cannitello in attesa della cerimonia «vera» alla quale avrebbe dovuto presiedere un trionfante Cavaliere.
E insieme cresceva l’angoscia di chi temeva che sarebbe finita come coi piloni del quartiere Giostra, che dovevano reggere uno svincolo autostradale ed erano rimasti là incompiuti a bucare il cielo, altissimi ed osceni, perché lo svincolo non era mai stato finito. Proprio per togliere questi incubi, a Messina stavano in questi mesi completando i lavori alle due carreggiate plananti nel vuoto. Fino a scoprire, come ha scritto sulla Gazzetta Francesco Celi, che i progettisti avevano sbagliato i conti e ci sarà bisogno di una giuntura da 7 milioni di euro perché c’è «un metro da colmare tra un viadotto e l’altro» e un viadotto col buco in mezzo non si è mai visto prima.
Addio, Ponte di Messina. E senza troppi rimpianti, per come si era messa. Resta una curiosità. Chissà che fine faranno i corsi di formazione che avrebbero dovuto partire «uora uora». Obiettivo: formare, prima ancora dell’apertura dei cantieri, gli addetti alla successiva «manutenzione»…

Il Corriere della Sera 28.10.11

******

«Stop ai finanziamenti per il Ponte sullo Stretto», di Antonella Baccaro

Camera: la maggioranza si astiene, passa la mozione idv. La vicenda è di quelle che richiedono che si parta dalla fine: «Sono stati cancellati i fondi pubblici, pari a 1,7 miliardi, per il Ponte sullo Stretto di Messina?». La risposta è «ni». Insomma il governo, «eventualmente», può cancellarli.
Un equivoco, nato dalla paura dell’esecutivo di essere di nuovo battuto in Parlamento, come sul Rendiconto, che ieri ha spinto il viceministro alle Infrastrutture, Aurelio Misiti, a dare parere favorevole a un’insidiosa mozione dell’Italia dei valori. Risultato: incertezza, smentite del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, precisazioni di Misiti. Che rischia di passare per l’affondatore del Ponte, dopo esserne stato il paladino, al punto da dichiarare in passato: «Il Ponte si farà perché lo vogliono la storia e l’Europa». Ora che anche l’Europa si è sfilata, è recente la notizia che l’Unione europea non considera il Ponte tra le opere prioritarie, non resterebbe che la storia. Un bel risultato per un governo che da nove anni cerca di realizzare una delle «opere epocali» sognate da Silvio Berlusconi.
La vicenda inizia con la presentazione da parte del deputato Antonio Borghesi (Idv) di una mozione per salvare il settore del trasporto pubblico locale, rimasto senza un euro di finanziamenti in seguito al taglio dei trasferimenti alle Regioni e agli enti locali che, solo nel 2012, sarà di 4,2 miliardi. Che fare? Borghesi propone di trovare altrove 1,7 miliardi. La mozione da lui proposta impegna il governo «ad assumere iniziative volte a reperire le risorse economiche necessarie anche eventualmente (e qui spunta il fatidico “eventualmente”) ricorrendo: a) al fondo per gli interventi strutturali; b) alla soppressione dei finanziamenti che il governo ha previsto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina».
Sul punto il viceministro viene chiamato a esprimere il parere del governo. E Misiti, forse temendo di non trovarsi dietro la maggioranza, pasticcia: prima dichiara di apprezzare gli intenti della mozione, perché il trasporto pubblico locale è «estremamente importante», poi, forse subodorando l’inghippo, ne tenta una riformulazione. «Stanno bene le parole “eventualmente ricorrendo” — afferma — se aggiungessimo, ad esempio, le parole: “ove giuridicamente possibile” o qualcosa di simile, perché temo che ci venga detto di “no” dal punto di vista giuridico, in quanto si tratta di prendere dei soldi da una società (la “Stretto di Messina”, ndr) che ha preso degli impegni». Ma poi conclude: «Il parere comunque è favorevole. Se si vuole inserire questa frase sarà meglio. Tuttavia, anche se non ci fosse, qualora i presentatori non la accettassero, il parere è favorevole». A questo punto Borghesi si fa più ardito ma anche molto chiaro: «Francamente, mi pare assolutamente inutile l’aggiunta proposta dal viceministro perché siamo stati così responsabili da dare al governo due suggerimenti su dove reperire le risorse economiche necessarie, anche eventualmente (e riecco l’avverbio, ndr) ricorrendo agli strumenti previsti». Il deputato dipietrista va oltre e aggiunge: «È già scritto nel testo della mozione che il governo non ha alcun impegno ad attingere a quei capitoli che abbiamo indicato». Misiti, rassicurato da tali affermazioni, non riformula e mantiene il parere favorevole.
Messa ai voti, la mozione passa con 284 «sì» e 238 astenuti, la maggioranza. L’opposizione esulta: «La Camera e il buon senso hanno bocciato, speriamo definitivamente, il Ponte sullo Stretto» dichiara Matteo Mauri, responsabile Infrastrutture del Pd. E da lì in poi è tutto un giubilo del partito ambientalista «antiPonte». Matteoli, chiamato con urgenza, si affretta a smentire: «Misiti, se è vero quanto è stato riferito, ha espresso un parere a titolo personale, che non corrisponde a quanto pensa il governo né tantomeno il sottoscritto». Anche la Società «Stretto di Messina» fa una nota per dire che la mozione «non pregiudica lo stanziamento dei fondi già previsti». Si precipita anche il governatore siciliano, Raffaele Lombardo: «Il Ponte si farà… per quanto riguarda il viceministro Misiti, al suo brillante esordio, è stato già opportunamente smentito dal ministro Matteoli».
È troppo tardi quando lo stesso Misiti cerca di spiegare l’equivoco: il suo comunicato è una pezza peggio del buco. E tocca vertici parossistici quando conclude: «La posizione del governo è netta e quella personale dell’on. Misiti ancora di più». Risultato? Il governo ora «eventualmente» può bloccare il Ponte. O «eventualmente» il viceministro.

Il Corriere della Sera 28.10.11

"Tagli all’editoria, se il bavaglio del governo costerà più del sostegno", di Gabriella Monteleone

L’incertezza è regnata ogni anno con questo governo. Fondi sì, no, forse. Ora non si balla più: cento testate no profit, edite da cooperative e politiche chiuderanno, almeno cinquanta già da dicembre.
Non è il “solito” allarmismo. L’intendimento è proprio quello di spegnere la “musica” e la crisi economica, pure innegabile, c’entra poco. Perché i tagli al fondo dell’editoria che massacreranno pluralismo dell’informazione e posti di lavoro costeranno ben più del presunto risparmio, oltre a non essere certo decisivi a sanare i conti dello stato.
È ora di fare chiarezza e di non aggrapparsi al pretesto “Lavitola-Avanti!” e al qualunquismo diffuso che mette nel calderone della casta e dei privilegiati anche le risorse per l’informazione vera, anche se scomoda. Perché i 194 milioni previsti dal Fondo per il 2011 (e tre anni fa erano 450) sono «apparenti : Tremonti con la legge di stabilità ne ha eliminati 75. Dei restanti 119 ne andranno via 50 per il debito che lo stato ha con Poste italiane (per facilitare le spedizioni) e altri 40 servono per il contratto di servizio che la presidenza del consiglio ha con la Rai. Di che parliamo quindi? La cifra davvero a disposizione dei giornali è di venti/ trenta milioni da dividere tra tutti gli aventi diritto.
Vuol dire: chiudere. Lo ha denunciato ieri, ancora una volta con forza, il Comitato per la libertà e per il diritto all’informazione in una conferenza stampa al senato alla quale, insieme al presidente della Fnsi Natale e al segretario Siddi, il presidente di Mediacoop, Grassetti, e della Fisc, Zanotti, Fammoni della Cgil, hanno partecipato anche vari esponenti del Pd che considera questo «tra i temi principali » di impegno parlamentare.
C’erano Vita, Merlo, Sircana e anche Lusi – «in prima linea» anche se assente, come i rappresentanti di Fli – Pardi per l’Idv, Giulietti.
Mancavano, ed è la prima volta dall’inizio di questa battaglia trasversale in nome dell’articolo 21 della Costituzione, i rappresentanti di Pdl e Lega.
Significa che «la spallata è stata decisa»? Davvero le risorse che sin dai tempi di Giolitti erano destinate al pluralismo dell’informazione sono state ridotte «a delle mance», come dice Franco Siddi?
Vincenzo Vita chiama in causa i colleghi Butti del Pdl e Mura della Lega invitandoli a firmare per primi gli emendamenti alla manovra di bilancio volti a ricostituire il Fondo per «la salvezza» dell’editoria e che devono presentarsi entro il 4 novembre in commissione al senato.
E una piccola apertura da Butti arriva: «Emendamenti bipartisan saranno graditi e se il governo li accetterà la vittoria sarà solo del buon senso». Poi Vita si rivolge al sottosegretario Bonaiuti, che ha la delega per la materia, e gli chiede di fare due conti sul danno occupazionale e non solo che comporterà tale scelta. Quanto costeranno i sussidi di disoccupazione per 4mila persone? Si avranno meno contributi previdenziali e tasse versate.
A scomparire sarà «un giro di affari di 500 milioni di euro», senza contare che da 4,5 milioni di copie vendute si scenderà a 4. Strano modo di promuovere lo sviluppo, licenziando.
Il Comitato per la libertà e per il diritto all’informazione e la Fnsi sono in mobilitazione permanente. Non solo: domenica (Europa martedì) sui giornali di partito, no profit e cooperativi verrà pubblicata una letteraappello a Napolitano firmata da tutti i direttori affinché il presidente sostenga questa battaglia di libertà.

da Europa Quotidiano 28.10.11

"Alla scuola servono investimenti, non misure da horror", di Francesca Puglisi

Nella lettera inviata all’Europa dal governo Berlusconi, in cui si minaccia di rilanciare il Paese licenziando più facilmente tutti, fa rabbrividire, tra le misure, il punto che riguarda la scuola. Parlando di “promozione e valorizzazione del capitale umano” si annuncia un piano di ristrutturazione per l’anno scolastico 2012-2013 per quelle scuole che raggiungono risultati insoddisfacenti ai test Invalsi.
Il brillante imprenditore che da vent’anni promette benessere agli italiani, pensa ora di “promuovere il capitale umano” applicando il linguaggio e i metodi delle “aziende in crisi” alle scuole. Invece di investimenti per migliorare il sistema scolastico italiano, come ha fatto la Germania nel tempo della crisi, forse nella stringata e sibillina misura annunciata, si annunciano nuovi tagli?

Quanto al reclutamento degli insegnanti, il ministro Gelmini annuncia roboante che si riparte dal testo Aprea, chiuso in un cassetto da oltre due anni. Quando non hanno idee, ritirano fuori quelle vecchie, comunque deleterie.

www.partitodemocratico.it

I sindacati uniti:«Pronti a scioperare. Sacconi si fermi», di Massimo Franchi

Il tentativo del governo, e del ministro Sacconi in particolare, era chiaro. Concedere alle imprese un grosso vantaggio, la sostanziale libertà di licenziare, per rompere il fronte con i sindacati. Il piano però non ha sortito l’effetto sperato. E per lui l’annunciata convocazione di «un tavolo di confronto con le parti sociali» per «approfondire il merito senza pregiudizi», rischia di essere una mission impossible. Sia con Confindustria che con Cisl e Uil. L’associazione degli industriali non vuol sentir parlare di «licenziamento facile». Da parte di Cisl e Uil invece è arrivata immediata un’alzata di scudi assolutamente non scontata. Sentire i loro segretari generali parlare all’unisono di «provocazione » edi ricorso «allo sciopero generale », di «colpiremo uniti» (Bonanni), «di nessun problema a scioperare con la Cgil» (Angeletti), fa un certo effetto. In queste ore Camusso, Bonanni e Angeletti sono stati in stretto contatto e hanno concordato una posizione comune. Bisogna però chiarire che la convocazione di uno sciopero generale unitario Cgil-Cisl-Uil non è all’ordine del giorno. Sebbene la Cgil spinga in questa direzione: «Accogliamo con grande favore le dichiarazioni di Bonanni e Angeletti – commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil -. Naturalmente bisogna dare conseguenza alle reazioni ». «Lo faremo – spiega Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl – se il governo modificherà la legge attuale, la 223 del 1991, quella che prevede, in caso di crisi, che azienda e sindacati di comune accordo chiedano gli ammortizzatori sociali, prima la Cig e poi la mobilità. Funziona benissimo e non c’è ragione per cambiarla». Dalla Uil si fa sapere che «ci muoveremo solo se il governo si intestardirà su questa norma senza ascoltare le nostre posizioni, se andrà avanti da solo», spiega Angeletti. Su una cosa Confindustria e (tutti i) sindacati sono d’accordo. Nelle 16 pagine firmate Berlusconi mancano molte delle cose richieste nei documenti co-firmati con Rete imprese e Cgil-Cisl-Uil-Ugl prima a giugno e poi ad agosto. «Equità e sviluppo », per dirla con Santini, segretario confederale della Cisl. Come sottolinea per prima Confindustria, nella ormai celeberrima lettera manca il taglio dell’Irap sul lavoro, manca la patrimoniale e l’intervento sulle pensioni di anzianità. Un efficientamento sulla previdenza era stato concordato fra le parti sociali all’interno della strategia che chiedeva al governo di introdurre una tassazione sui grandi patrimoni e il taglio del cuneo fiscale per imprese e lavoratori.
LA VALUTAZIONE DI MARCEGAGLIA Diversa invece, ma più articolata del previsto, la valutazione di Confindustria sulle norme sui «licenziamenti per motivi economici».Sostenere che gli industriali siano completamente d’accordo è quantomeno improprio. E a testimoniarlo ci sono le parole di Emma Marcegaglia che, da NewYork, parla genericamente di necessità di «eliminare tutte le rigidità e introdurre più flessibilita » e, parlando dell’insieme della lettera, di apprezzamento per gli «impegni chiari» definita da Marcegaglia «una road map per le riforme ».Su unpunto invece Cgil e Confindustria hanno opinioni contrastanti. «Scrivere che entro maggio si metterà mano alla legislazione sui licenziamenti per ragioni economiche nella situazione di crisi drammatica che vive il nostro paese è una vera istigazione a delinquere. Ci sono migliaia e migliaia di aziende che stanno finendo i due anni di cassa integrazione e dovrebbero chiedere la deroga. Il messaggio che passa – attacca Fammoni – è che si possa espellere i lavoratori invece che trattenerli». Da Confindustria controbattono: «Pensare che un imprenditore si trovi davanti all’alternativa fra Cig e licenziamento, e scelga la seconda è un sillogismo inaccettabile, una semplificazione che non rispecchia il testo della lettera ».

L’Unità 28.10.11

*****

“Una spallata all´articolo 18 Sacconi rilancia il suo piano risarcimento e non reintegro”, di Roberto Mania

Riscrivere l´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. C´è questo dietro la formula gelida sui licenziamenti contenuta nella Dichiarazione del vertice europeo di martedì notte, ma anche dietro il burocratese involuto della Lettera d´intenti del governo di Roma. Di nuovo l´articolo 18.
Solo per confondere le acque e rendere meno pesante l´impatto sull´opinione pubblica, si è parlato e scritto di nuove regole per i licenziamenti «per motivi economici». Ma non è questo ciò che vuole Bruxelles e che hanno chiesto i due banchieri Jean-Claude Trichet e Mario Draghi nella lettera inviata al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il 5 agosto scorso. I governi e le istituzioni europei hanno imposto al nostro Esecutivo di eliminare dalla legislazione la possibilità (prevista appunto dal quell´articolo dello Statuto del 1970) di reintegrare il lavoratore ingiustamente licenziato. Al posto del rientro al lavoro, stabilito dal giudice, arriverà un risarcimento economico, come avviene un po´ in tutta Europa e come già è previsto per i lavoratori delle piccole imprese italiane. L´articolo 18 è “l´anomalia” che vale solo per le imprese con più di 15 dipendenti. E proprio questa norma agirebbe da vincolo – secondo una scuola di pensiero – alla crescita dimensionale delle nostre imprese: meglio piccoli che costretti a riassumere chi non ci piace. Anche se poi – stando ai dati di un´indagine della Cisl – solo il 7 per cento di chi ha ottenuto dal giudice il diritto ad essere reintegrato torna effettivamente nell´azienda. Nel 93 per cento dei casi si raggiunge un accordo monetario tra le parti.
Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, conosce benissimo il canovaccio deciso dall´Europa, convinta, come peraltro lo stesso Fondo monetario internazionale, che il recente accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil abbia fortemente annacquato l´articolo 8 della manovra economica. Il quale attraverso il meccanismo delle “deroghe” ai contratti nazionali puntava proprio ad aggirare non solo l´articolo 18 ma, potenzialmente, tutto lo Statuto dei lavoratori.
Un disegno di legge sui licenziamenti dovrebbe essere pronto entro la fine di quest´anno per poter immaginare – sempre che il governo non cada prima – che la riforma entri in vigore a maggio del 2012. La riforma dell´articolo 18 era già finita in un binario morto in Parlamento nel 2002 dopo lo scontro durissimo tra il governo (anche allora guidato da Berlusconi e con Sacconi sottosegretario al Lavoro) e la Cgil di Sergio Cofferati. Ora, con il vincolo esterno europeo, si riapre la partita. La Confindustria è d´accordo. Tutti i sindacati hanno detto per ora di no.
Sacconi ha chiesto ai suoi tecnici di esaminare sulla base dell´esperienza tutto ciò che può «fluidificare» i licenziamenti economici collettivi. Attualmente la legge che disciplina i licenziamenti collettivi per motivi economici è la 223 del 1991. Legge che nessuno ha chiesto di modificare: né le imprese, né i sindacati. Il perno della legge è l´accordo tra le parti che permette l´accesso ai vari ammortizzatori sociali, dalla cassa integrazione alla mobilità più o meno lunga. Diversamente da altre normative europee, la legge italiana scarica tutto il costo sulle casse dell´Inps (cig e mobilità) mentre l´azienda che di fatto licenzia non paga direttamente nulla al lavoratore. Si vedrà se il governo deciderà di cambiare qualcosa su questo punto.
A cambiare potrebbe essere l´attuale meccanismo di finanziamento della cassa integrazione al quale non partecipano le imprese non industriali con meno di 50 dipendenti. L´Europa ha chiesto un nuovo sussidio di disoccupazione, uguale per tutti i lavoratori al di là delle dimensioni della propria impresa e del contratto di lavoro. Sacconi non esclude di far partecipare al finanziamento della nuova cig le imprese che ora non lo fanno, applicando meccanismi di tipo assicurativo.

La repubblica 28.10.11

******

“I sindacati verso lo sciopero generale”, di R. GI:

I sindacati fanno rullare i tamburi di guerra contro l’annunciata riforma delle regole sui licenziamenti. La Cgil da una parte, Cisl, Uil e Ugl dall’altra vanno all’attacco del governo e si dicono pronti allo sciopero generale.

La Cgil parla di norme da «incubo», assicura una «reazione con la forza necessaria» sulla scia della proposta, avanzata già dal numero uno Susanna Camusso, di una mobilitazione unitaria. Anche Cisl, Uil e Ugl non approvano la linea del governo, considerano «un grave errore e una inaccettabile provocazione» l’intenzione di intervenire sui licenziamenti, e minacciano la rottura della «coesione sociale» e, quindi, di scendere in piazza. Lo dicono prima i tre segretari generali, poi le tre sigle lo ribadiscono in una nota congiunta che rappresenta una novità politica importante, forse quasi la nascita di una nuova «Triplice. «Qualora il governo – scrivono le tre organizzazioni – intendesse intervenire sulle materie del lavoro senza il consenso delle parti sociali, Cisl, Uil e Ugl saranno costrette a ricorrere a scioperi». Un primo fronte comune, che però potrebbe marciare diviso: Luigi Angeletti è più possibilista su un’intesa con la Cgil, molto meno Raffaele Bonanni.

Intanto, però, a sostegno del governo arriva il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che da Washington afferma che la lettera inviata dal governo a Bruxelles è «un passo nella giusta direzione», perché il governo assume «impegni chiari». Semaforo verde anche sulle norme sui licenziamenti: «Bisogna eliminare tutte le rigidità – dice – e introdurre più flessibilità».

Silvio Berlusconi respinge le accuse di macelleria sociale e spiega che l’obiettivo del governo è «creare un mercato del lavoro più efficiente, più moderno e aperto a donne e giovani». La lettera contiene «impegni seri», che tutti dovrebbero sostenere, a cominciare dalle opposizioni. Che dovrebbero smetterla con la «cantilena delle dimissioni» anche perché l’ipotesi di un esecutivo tecnico non può essere certo considerata una «soluzione». L’intervento sui licenziamenti? «Sono provvedimenti che ci ha chiesto l’Unione europea», assicura il segretario del Pdl Angelino Alfano.

L’opposizione però resta all’offensiva, e persino il segretario dell’Udc Pierferdinando Casini usa toni durissimi. Si tratta, afferma, «di un patto scellerato sottoscritto tra Berlusconi e Bossi che, in cambio della libertà di licenziamento non mette mano alle pensioni». E per stanare il governo, Casini dà 15 giorni di tempo al governo per tradurre in provvedimenti i contenuti della lettera a Bruxelles e dimostrare che «non faccia la fine degli annunci già visti». «Il governo non è più affidabile – attacca il leader del Pd Pierluigi Bersani – come dimostra la lettera alla Ue, che è merce usata, a parte le minacce inaccettabili di entrare a piè pari sul mercato del lavoro». «Sulla riforma del mercato del lavoro, che è il tema oggi più sensibile e contestato tra quelli contenuti nella tanto discussa lettera all’Ue, la posizione del governo non è né giusta né seria», afferma Enzo Raisi, capogruppo Fli nella commissione Attività produttive della Camera.

La Stampa 28.10.11

"Il presepe violato di Monterosso", di Michele Serra

Le Cinque Terre sono una specie di iperLiguria, un concentrato stupefacente di quello che questa costa verde e profumata è stata lungo i secoli, prima che le seconde case e gli insediamenti industriali la scempiassero per quanto è lunga. A parte il mare, ogni cosa è piccola, preziosa e rubata al monte.
Guardando dalla barca, la presenza umana appare minuziosa e delicata come un intarsio. Come se le case e la ferrovia, i tunnel e le strade, i paesi e i porti avessero scelto di non imporsi al paesaggio, e piuttosto di aderirvi, di assumerne la forma.
Nei paesi dalle case variopinte che oggi stentiamo a riconoscere, coperti di fango, ci sono piazze grandi come camere, dove il pubblico e il privato, l´ingresso delle case e i tavoli dei bar, non hanno separazione visibile, confine percepibile. E le strade sono budelli che si arrampicano sopra e sotto le case, e al posto delle automobili circolano i profumi di rosmarino e focaccia, salmastro e pesce fritto. A Tellaro (appena più a Est, oltre La Spezia) la piazza minuscola è anche banchina del porto ed è anche terrazza di una casa privata, la pietra è la stessa per i pochi bagnanti stesi al sole, per i gerani, ci ho visto convivere tranquilli perfino cani e gabbiani. In molti tratti di Liguria lo spazio da abitare è così ridotto che o ci si abbaia l´un l´altro, anche tra umani, o ci si affida docilmente alla convivenza, e si diventa in qualche maniera comunità.
Sopra i paesini le Cinque Terre sono un mondo vasto di foreste e di sentieri, di profumi e di solitudine, i camminatori sono parecchi ma difficilmente diventano massa dove non ci sono funivie a scaricarli come un gregge: e questi sono posti impervi, scorbutici, o li guadagni in barca o sudando parecchio, a piedi e in bicicletta. La fatica – per fortuna – fa da vaglio severo agli eccessi del turismo di massa. Di notte la rarefazione delle case e delle luci rende ancora profondo il buio, abbastanza profondo da vedere le stelle brillare.
Amare le Cinque Terre e frequentarle significa anche prendere atto, per contrasto, della catastrofe che la più spietata alluvione di tutti i tempi, quella del cemento, ha prodotto a est e a ovest, oltre La Spezia e verso Genova. E poiché è al cemento che si imputa di avere trasformato ogni vallone e ogni lungofiume ligure in un cannone d´acqua e fango puntato contro le città e le case, ci si domanda come sia stato possibile che l´alluvione abbia colpito così duramente proprio il lembo di Liguria meno cementificato, e più integro.
A parte l´eccezionale potenza della tempesta, un forte indizio viene dal presidente della Regione, Claudio Burlando: «Questa volta il colpevole non è ciò che l´uomo ha fatto, ma ciò che l´uomo non ha fatto». Non il cemento, dunque, ma l´abbandono al suo destino di un territorio così forgiato dall´uomo da non potere più fare a meno della sua mano, della sua presenza costante. Le Cinque Terre così come sono (e torneranno a essere, una volta vinto il fango) non esistevano, così come non esisteva la Liguria, prima che generazioni di contadini le erigessero pietra su pietra e terrazza su terrazza, migliaia di chilometri di muri a secco, migliaia di ettari ritagliati sulle pareti scoscese, vigna e olivo da curare, e canali di scolmo da pulire, fossi da mantenere pervi, boschi da rastrellare. In pochi altri posti al mondo il paesaggio e la natura sono il risultato di un così paziente artificio.
L´abbandono progressivo dei campi, dei crinali, della montagna (ci sono zone dell´Appennino dove la popolazione è passata da cento a dieci) non ha rappresentato solo una repentina mutazione antropologica e sociale, in Liguria come in tutta Italia. Ha indebolito a morte il territorio, rendendolo sempre più esposto agli squassi del clima, meno sorvegliato, più vulnerabile.
È come se l´Italia fosse divisa, a macchia di leopardo, in due differenti Paesi: uno sopra il quale accanirsi a oltranza, quello edificato (ben più esteso di quello edificabile). L´altro da abbandonare al suo destino, quello agricolo, ex agricolo e boschivo, quello che non promette lucro a breve o medio periodo, quello che si pretende esista e resista senza che lo sguardo e le cure dell´uomo lo considerino. E si vendica vomitando fango, mangiandosi il reticolo di fossi che lo innerva e lo preserva, smottando, affogandoci come formiche.
Nel frattempo, proprio mentre il terreno perde forma e l´uomo smette di progettarlo e proteggerlo (i due verbi, oltre che assonanti, sono in questo caso quasi sinonimi…), la tropicalizzazione del clima aggrava gli effetti dell´incuria. Lunghi periodi di siccità (a Nord Ovest non pioveva da tre mesi…) induriscono il terreno, specie quello incolto, gli impediscono di trattenere l´acqua assorbendola. Buon senso e buona politica vorrebbero che la sola Grande Opera che l´Italia riconosce urgente, vitale per il suo futuro, è il governo del territorio, la messa in sicurezza di tutto ciò che scivola, frana, si sgretola. I drenaggi, la pulizia dei fiumi e dei greti, il rinforzo degli argini (in Liguria se ne sono visti friabili come grissini), la manutenzione dei fossi che sono il minuto, umile sistema venoso della terra: ecco qualcosa di dettagliato e insieme enorme, “local” e “global” nello stesso tempo e nella stessa fotografia aerea, che cambierebbe in meglio non solo lo stato fisico del paese, ma le sue condizioni psicologiche, la percezione di se stesso come è veramente, metro per metro, valle per valle, paese per paese, bosco per bosco.
Pochi pezzi d´Italia come le Cinque Terre riescono a dare il senso dello splendore e della delicatezza di un paese che non ha la sua identità paesaggistica nelle grandi estensioni selvagge, nella natura libera da ogni vincolo; ma nello stretto intreccio tra natura e presenza umana, tra il corso della natura e il lavoro dell´uomo. Tutto, nelle Cinque Terre, suggerisce la necessità della cura, dell´attenzione, della fatica (anche intellettuale) che serve a far sopravvivere la vigna tra le rocce, e gli uomini sopra e sotto gli strapiombi. Ma è una fatica che siamo ancora in grado di affrontare, non solo come classe dirigente, dico proprio come cultura diffusa, come idea corrente del nostro paese?

La Repubblica 28.10.11

******

“Una grande alleanza per salvare il paesaggio”, di CARLO PETRINI

«Dopo i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi». Parole di Andrea Zanzotto, il grande poeta che ci ha da poco lasciato all´età di 90 anni. È una citazione famosa, che chi si batte contro il consumo di suolo (Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa, Luca Mercalli, Luca Martinelli) giustamente conosce e non esita a utilizzare.

Mi accodo buon ultimo anch´io, a maggior ragione di fronte a cosa hanno subito la Liguria e la Toscana negli ultimi giorni, senza dimenticare come Roma è andata in tilt una settimana prima a causa di piogge più intense della norma. Sia che si chiami in causa il cambiamento climatico, sia che si accusi l´eccessiva e disordinata cementificazione, più o meno indirettamente dietro a queste sciagure c´è sempre la mano incauta dell´uomo. Perché il cambiamento climatico lo causiamo noi, la cementificazione selvaggia la pratichiamo noi, abusiva o legale che sia. Le connessioni nascoste tra ciò che facciamo e certe loro brutte conseguenze sono sempre meno nascoste. E fanno male in termini di vite umane, territori cancellati, danni ingenti.
Allora, pur se profondamente rattristato dalle ultime alluvioni, voglio dare una buona notizia: domani, a Cassinetta di Lugagnano (MI), ci sarà la prima costituente Assemblea Nazionale del Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio. Aderenti da tutta Italia lanceranno la campagna “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”. Non si può aspettare oltre, urge una mobilitazione. Oggi, dopo quell´insostituibile bene comune qual è l´acqua siamo passati anche alla tutela attiva sul territorio del secondo bene comune irrinunciabile: il suolo fertile. Come il Forum Nazionale dei Movimenti per l´Acqua che ha vinto l´importante battaglia dei referendum nello scorso giugno, anche i movimenti per la terra e il paesaggio hanno deciso di unirsi per agire concretamente, capillarmente sui territori e a livello nazionale. Non è importante dire chi c´è dentro. Anche se le migliaia di aderenti possono vedere sul sito che è il cuore del Forum, www.salviamoilpaesaggio.it, nessuno è qui per fare pubblicità a se stesso o ad altre cause. La bandiera è quella del paesaggio, dei suoli fertili, della loro integrità per rifuggire anche eventi drammatici come quelli liguri. È una bandiera che va al di là di qualsiasi colore o interesse particolare. Migliaia di singoli cittadini, centinaia di organizzazioni nazionali hanno già aderito, stanno nascendo i comitati locali, e chiunque è libero di costituirli.
Chi legge con attenzione i giornali, i più diffusi o quelli più piccoli locali, sa che i temi della difesa del suolo libero dalla cementificazione e la tutela del paesaggio sono tra quelli che stanno più a cuore ai cittadini. Normalmente gli articoli che ne parlano e che appaiono su queste pagine sono quelli che scatenano più e-mail di commento, ma soprattutto segnalazioni di cittadini che si oppongono alla costruzione di una zona industriale in un´area agricola, alla devastazione di tratti di costa, a piani regolatori scellerati, alla rovina per sempre del profilo di meravigliose colline e valli. Le denunce continuano a migliaia in tutto il Paese, dai casi più eclatanti ai piccolissimi scempi che rosicchiano minime porzioni di suolo fertile. Ora finalmente ci sarà un vero strumento per passare all´azione, entriamo nel vivo rispetto a un tema dove l´hanno sempre fatta da padrone grandi speculatori, poteri forti e l´interesse di pochi contro quelli della collettività.
La campagna “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”, cui è sufficiente aderire on-line, vuole fare da amplificatore per i problemi a livello locale, ma il Forum che la promuove sta lavorando a due importanti progetti, – potenzialmente dirompenti come i referendum sull´acqua – che si lanceranno domani a Cassinetta di Lugagnano. Il primo è la richiesta da parte dei cittadini al proprio Comune di un censimento, sul proprio territorio, di tutti gli edifici pubblici e privati, civili e industriali sfitti, vuoti e inutilizzati. Soltanto prendendo in considerazione le grandi città, negli ultimi dieci anni in Italia si sono costruite 4 milioni di case, mentre pare che ce ne siano almeno 5,2 milioni di vuote. Per non parlare dei capannoni, la cui proliferazione negli ultimi anni insulta anche il più maleducato senso estetico: continuo a vederne di abbandonati ovunque, con striscioni appesi che ne implorano l´affitto. Prima di costruire altro allora capiamo che cosa c´è a disposizione, utilizziamo l´inutilizzato, smettiamola di edificare dove non si può o dove non si dovrebbe, non sacrifichiamo più suolo libero, perché è fondamentale per la nostra agricoltura e il turismo, ma anche per prevenire frane e alluvioni.
Il censimento è una prima mossa, e saranno i comitati locali a pretenderlo, ma poi ci sarà un secondo strumento: il Forum sta lavorando a una legge d´iniziativa popolare per arrivare a una moratoria nazionale al consumo di suolo. La Provincia di Torino ha già fatto una legge di questo tipo, ed è uno degli esempi che cercheremo di seguire, insieme alle legislazioni tedesche e britanniche molto più restrittive delle nostre. Il Comune di Cassinetta di Lugagnano, scelto per la prima Assemblea Nazionale dei Forum per la Terra e per il Paesaggio, è un altro esempio virtuoso perché ha dichiarato il suo territorio “a crescita zero”, come del resto già altri piccoli comuni in Italia (e li volevano cancellare!). Non entrino in fibrillazione quelli del settore edilizio: abbiamo così tante case da ristrutturare, da buttar giù per tirarne su di nuove, di brutte da abbellire, senza contare l´enorme sforzo da fare per migliorare l´efficienza energetica che ci sarà lavoro in abbondanza per tutti nei prossimi anni. Come vediamo, ancora una volta in futuro dovremo privilegiare la qualità rispetto alla quantità, fare lavori migliori che dureranno di più nel tempo e miglioreranno la nostra vita e i luoghi in cui viviamo: c´è meno margine per speculare, ma più possibilità per guadagnarci tutti quanti qualcosa ed evitare catastrofi. Ciò che si spende per riparare a disastri come quello occorso in Liguria – ma che ormai si rincorrono mese dopo mese in ogni parte d´Italia – è di gran lunga più costoso di quanto non spenderemmo mai per un´attenta e corretta gestione del territorio.
Non c´è bisogno di nuove case, non c´è bisogno di nuovi capannoni: è ora di capire che chi li fa li fa soltanto per il proprio tornaconto privato, e intanto distrugge un bene comune. Rispettiamo la proprietà privata, ma il bene comune deve avere la precedenza. Il paesaggio, forse a prima vista meno tangibile dell´acqua, è un bene comune perché tutelandolo si preservano l´ambiente, la sicurezza delle persone, le attività agricole, i suoli, la bellezza. Il privato, fatti salvi i suoi diritti, non può privare il resto della comunità di qualcosa d´insostituibile e di non rinnovabile. Il privato non può privare.

La repubblica 28.10.11