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"Fotografie", di Massimo Gramellini

Scorrono sul tavolo del giornalista le fotografie impubblicabili dell’aereo delle vacanze abbattuto da un missile in Ucraina. Su un prato di sterpaglie, distante chilometri dal luogo dell’esplosione, giacciono i corpi che ancora nessuna mano pietosa ha ricomposto. Indossano pantaloncini da spiaggia e magliette a maniche corte da cui spuntano braccia irrigidite davanti al volto, in un ultimo gesto di autoprotezione. Quel che resta di un uomo biondo è adagiato su un fianco, accanto a un libro che illustra le bellezze dello Sri Lanka. Ovunque fogli di carta: biglietti, prenotazioni, documenti fino a un attimo prima probabilmente importantissimi e all’improvviso deprivati di qualsiasi valore. Come tutta la scena. Difficile non pensare che quei fogli appartenevano a quei corpi e che quei corpi avevano storie, relazioni, sogni e rovelli svaniti per sempre assieme a loro.

È banale rimpiangere il gigantesco capitale di futuro andato sprecato? Per il cinico forse sì. Il cinico in queste situazioni può dare il meglio di sé, sventolando le tragedie senza senso come prova di una mancanza di significato più complessiva. Ma anche chi crede che la vita non sia e non possa essere solo un miscuglio di carne e di ossa scaraventate su un prato rimane ammutolito davanti al mistero e torna ai suoi piccoli affanni quotidiani con un ritrovato senso delle proporzioni. La morte, in questo, è come l’amore: la sua contemplazione ha il potere di rendere marginale tutto il resto.

da www.lastampa.it

"Un semestre già in bilico", di Stefano Folli

La tragedia dell’aereo malese caduto, e probabilmente abbattuto, al confine fra Ucraina e Russia è un dramma anche per l’Unione europea e un pessimo segnale per la stessa presidenza italiana.
La ragione evidente è che la crisi a est si è aggravata in forme imprevedibili, cogliendo l’Europa una volta di più senza una politica estera comune e senza un accettabile grado di coesione interna. Come è ovvio, non c’è una responsabilità specifica di chi ha appena assunto la guida transitoria dell’Unione, ma si misura tutta la difficoltà del compito. Quando la storia fa il salto, chi è debole ne paga le maggiori conseguenze. Del resto, ieri sera i sospetti erano tutti a carico dei separatisti filo-russi e delle armi loro fornite da Mosca. Ma sappiamo che in guerra, secondo il vecchio adagio, la prima vittima è la verità. Non sarà facile chiarire chi ha davvero sparato il missile fatale. Però in casi del genere le supposizioni valgono in termini politici quanto un verdetto. E quell’aereo malese quasi certamente esploso in volo, con i poveri corpi proiettati a chilometri di distanza, equivale oggi a un largo fossato che si è aperto nelle relazioni est-ovest, fra l’Europa e la Russia di Putin così come fra Washington e Mosca.
Questo non significa, come si è subito detto senza molta fantasia, che la candidatura dell’italiana Mogherini alla poltrona della politica estera sia ora compromessa. Riferimento implicito all’accusa d’interpretare una linea troppo vicina alla Russia, ora all’improvviso improponibile. Le questioni sono più serie e meno legate al piccolo cabotaggio delle polemiche domestiche. È vero tuttavia che lo stallo delle nomine per la nuova Commissione diventa adesso un serio problema. Come ha detto Romano Prodi, la paralisi decisionale, che riguarda in primo luogo la candidata fortemente difesa da Matteo Renzi, indebolisce in modo forse irreparabile la presidenza italiana.
Gli ingredienti ci sono tutti. La baldanza un po’ da guascone con cui il presidente del Consiglio ha affrontato la questione; quell’infelice battuta («se non c’era l’accordo, potevano mandarmi un sms e risparmiavo il volo di Stato»), del tutto impropria in bocca al presidente dell’Unione, da cui ci si aspetta l’opposto: che sia lui il mediatore e risolutore dei contrasti, il leader che le intese sa costruirle; infine quel nome di Enrico Letta che aleggia da giorni, messaggio fra le righe rivolto al governo di Roma. Un messaggio il cui significato è chiaro: adottate, voi italiani, il nome di Letta, proponetelo in forma ufficiale, sapendo che la sua figura offre garanzie alle cancellerie (come del resto quella di Emma Bonino) e non avrete di che lamentarvi. Si è parlato infatti di presidenza del Consiglio europeo, in aggiunta a un posto di commissario.
A queste voci del tutto ufficiose, poiché è ovvio che nessuno, se non l’Italia stessa, può avanzare una candidatura italiana, da Palazzo Chigi si è risposto con una certa stizza, reclamando «rispetto». Il problema è che questo atteggiamento puntuto può in effetti pregiudicare il semestre prima ancora che cominci, senza avvicinare la soluzione del caso Mogherini. A meno che la crisi ucraina imponga a tutti un cambio di passo. Non sarebbe strano quindi se il presidente di turno, vestendosi dei suoi panni, prendesse ora un’iniziativa per superare di slancio la paralisi, fare le nomine, trovare soluzioni e nomi adatti, cominciare a fare politica europea. Il momento è tragico, ma propizio per un colpo d’ala.

da Il Sole 24 Ore

"Il Mibact cambia verso, arriva la rivoluzione di Franceschini. Il Mibact cambia verso, arriva la rivoluzione di Franceschini", di Paola Fabi

Parla il ministro Dario Franceschini: «Amministrazione efficiente per valorizzare il nostro patrimonio». E ai privati dice: «Ora non ci sono più alibi»

Non è un piccolo cambiamento ma «una grande rivoluzione». Lo aveva annunciato già da tempo il ministro Dario Franceschini e ieri la sua riforma per la riorganizzazione del sistema culturale e turistico italiano ha preso forma. Un cambiamento profondo che consentirà «di investire sull`incredibile patrimonio culturale che possediamo». L`obiettivo è arrivare a un`amministrazione efficiente e meno costosa attraverso sei passaggi fondamentali: rinnovamento della struttura centrale e semplificazione di quella periferica; integrazione tra cultura e turismo; valorizzazione dei musei italiani; rilancio delle politiche di innovazione e formazione; valorizzazione delle arti contemporanee; semplificazione delle procedure per ridurre i contenziosi tra amministrazione centrale e periferia ed il taglio delle figure dirigenziali (37 dirigenti in meno). Uno snellimento che, secondo Franceschini, «porterà dei vantaggi sia per i cittadini che per il territorio».

Ministro Franceschini, la riorganizzazione del ministero delle attività dei beni e delle attività culturali e del turismo è una vera e propria rivoluzione. Ma come si concilia la logica della spending review con la valorizzazione del nostro patrimonio culturale e artistico?
Ogni crisi rappresenta un`opportunità di ripensare organizzazione, motivazioni e obiettivi. Il Mibact soffriva di un ingorgo burocratico foriero di conflitti tra i propri stessi diversi livelli decisionali. Snellire la struttura e ripensare l`amministrazione periferica delle soprintendenze rappresenta, in questo caso, non solo un risparmio ma una vera e propria razionalizzazione che porterà vantaggi significativi per i cittadini e per lo sviluppo del territorio. La riforma prevede anche un deciso cambio di rotta nell`organizzazione del ministero e delle soprintedenze, toccando anche qualche interesse.

Come stanno reagendo i sindacati e i vecchi sistemi di potere?
Per il momento, se si escludono comprensibili ma non adottabili istanze localistiche, ho riscontrato un consenso diffuso sul provvedimento.

Nella conferenza stampa in cui ha presentato la riforma ha parlato di lobby, che non vogliono norme, e ha sottolineato la differenza con l`estero dove i lobbisti ci sono ma chiedono di fare qualcosa. Non teme che le lobby italiane riescano a frenare la sua “rivoluzione”?
La mia è una proposta che ora passa al vaglio del consiglio dei ministri. Sono certo del fatto che la volontà riformatrice di questo governo sia più forte di qualsiasi lobby.

Sul New York Times ha lanciato un appello a filantropi e donatori affinché leghino il loro nome ai nostri monumenti. Come risponde al no di storici, archeologie anche, a volte, dei cittadini, che temono lo sfruttamento commerciale dei nostri tesori?
Questi no dimostrano quanto vi sia ancora da fare per superare il pregiudizio ideologico che vede i privati nella cultura come il male assoluto. Ritengo che i beni artistici, archeologici e monumentali siano un patrimonio di tutti verso il quale siamo tutti responsabili, come giustamente intesero i costituenti affidandone la tutela non allo Stato o agli enti locali, bensì alla Repubblica nel suo complesso. Per questo è auspicabile una piena partecipazione sia del singolo privato che delle imprese nella sua salvaguardia. Peraltro adesso con l`ArtBonus (che permetterà ai donatori di ricevere detrazioni fiscali del 65%, ndr), che ha introdotto importanti benefici fiscali, non ci sono più alibi.

da EuropaQuotidiano

"Questo giornale ci serve ancora", di Silvia Ballestra

In molti prima di me hanno scritto che la chiusura de L’Unità è semplicemente impensabile, inconcepibile. È così. Non è pensabile che fra pochi giorni un giornale importante, libero, storico, possa sparire. Non è giusto e non è civile. Non è pensabile che uno dei pochi spazi di discussione e approfondimento e scoperta chiuda per sempre.
Non è pensabile neanche per me, ovviamente, e non lo dico solo da lettrice ma anche da collaboratrice (iniziai con Furio Colombo ,all’indomani di un altro salvataggio «fine di mondo» con gagliardissima ripartenza) e da scrittrice. Sì, da scrittrice che a ogni uscita di libro, film, prima di spettacolo teatrale, albo di fumetti, disco o serie tv è certa di trovare recensioni di qualità, argomentazioni critiche e spazi di dibattito mai ovvi, sempre liberi. Oggi più che mai perché mai come prima proprio la cultura, e l’approfondimento critico, e il dibattito fra voci diverse, e il taglio che non t’aspetti, e la preparazione, sono minacciati da superficialità, velocità, improvvisazione e rozzezza.
Così voglio parlare della cultura su l’Unità e pure di mee de l’Unità. Della volta in cui ho chiamato al volo per dire che avevo visto Maimorti di Renato Sarti a Milano ed era uno spettacolo importantissimo e, pur facendo storia e memoria, parlava dell’attualità del Paese (e finì in prima anche se era uno spettacolo «off»). O di quando ho scritto di Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, un documentario che era partito da Milano come una cosa piccola ma era una cosa grande( e di nuovo ho trovato ascolto e spazio). O, per arrivare agli ultimi mesi, di quando Stefania Scatenimi ha chiesto di scrivere di Kurt Cobain perché erano i vent’anni della morte (e nessun altro quotidiano lo ha ricordato con così tanti pezzi e contributi).
Voglio parlare di quando Concita De Gregorio ha affidato agli scrittori una rubrica settimanale in cui poter commentare i fatti del mondo. Voglio parlare dell’importanza per uno scrittore, per un regista, per un cantante, di sapere che esiste un posto in cui il tuo lavoro verrà valutato da critici attrezzati e severi e del timore che questi posti si riducano sempre più, di giorno in giorno, lasciando spazio libero solo ai pareri, troppo spesso «ingenui» e scritti peraltro malissimo, del pubblico che anima gli sfogatoi online (anche delle recensioni). Voglio parlare del giornale in cui, di letteratura, scrive Angelo Guglielmi, e potrebbe bastare questo. Ma mi rendo conto che non potrebbe bastare, tutto questo, anche se è parecchio, alla vita di un giornale, e intendo «giornale» come forse si intendeva una volta: un metodo e una guida per la lettura del presente, non un Bignami fast and furious del «cos’è successo oggi». E allora dirò non solo che l’Unità mi serve, ma anche perché e come mi servirebbe.
Per esempio per dedicare lo stesso rigore critico (anche un po’ tignoso, anche un po’ curioso, anche capace di vedere il grande nel piccolo) alla società e alla politica. Perché di questi tempi all’apparenza nuovi e invece simili ai tempi di prima, serve una voce critica che non ceda né ai facili entusiasmi né ai disfattismi infantili. Che, scrivendo, sappia leggere quel che si muove intorno. Si dice in questi casi: senza guardare in faccia a nessuno, ed è una scemenza. Guardando in faccia tutti, invece, mi sembra più serio e consono, più adatto a l’Unità. E penso soprattutto a quella parte politica ormai indefinibile e indecifrabile che è la sinistra. Burbanzo sa evincente come vorrebbe qualcuno, ferita e dispersa come piangono altri. Ma sempre frenetica e incasinata e di difficile soluzione e di complicata lettura. E intendo qui non la sinistra dei capi e dei capetti, ma dei valori e delle persone, del lavoro, il poco che c’è e il molto che dovrebbe esserci. Un giornale di parte critico soprattutto con la propria parte è una buona, ottima, assicurazione sulla vita: allontana la propaganda e avvicina la comprensione. Per questo l’Unità mi serve e per questo trovo assurda anche solo l’ipotesi che possa sparire.

da l’Unità 17.7.14

"Quel vuoto nelle riforme", di Claudio Sardo

Alle riforme che dovrebbero darci un nuovo sistema politico manca un capitolo decisivo: l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Ne parlano in pochi. E sono voci inascoltate.
Il tema è stato fin qui escluso dalle sedi in cui si negoziano le modifiche al bicameralismo e la nuova legge elettorale. Definire invece le norme che possano garantire ai cittadini la democraticità della vita interna ai partiti e la trasparenza dei loro bilanci è fondamentale per rigenerare la politica e dare equilibrio alle istituzioni. Di questo parla l’art. 49, parole dimenticate della Costituzione italiana. «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Checché ne dicano i filosofi del nichilismo, senza partiti non c’è democrazia: basta guardare il mondo. Ma senza democrazia interna i partiti creano ferite, squilibri all’intero sistema. La storia della nostra democrazia difficile ha impedito per decenni di dare seguito a questo dettato costituzionale. Ora però, un quarto di secolo dopo la caduta del Muro, non ci sono ragioni plausibili per giustificare l’inerzia. La verità è che la cosiddetta seconda Repubblica ha accantonato l’art. 49 per una ragione ideologica: voleva indebolire, delegittimare i partiti. Berlusconi ha raccolto l’eredità del pentapartito sostituendo al vuoto creato da Tangentopoli il suo partito personale, anzi patrimoniale. L’idea del partito popolare, contendibile, plurale, autonomo è rimasta solo a sinistra. Per questo la campagna contro i partiti è stata incessante e la destra ha trovato sponde in pezzi non marginali del capitalismo e delle classi dirigenti nazionali.
È stata un’azione di demolizione sistematica. Dalla legge elettorale, imperniata sui premi alle coalizioni (come non accade in nessun Paese democratico del mondo), all’attacco contro il finanziamento dei partiti (che invece esiste in varie forme in tutte le democrazie), si è cercato di trasformare il nostro sistema in un presidenzialismo di fatto forzando la Costituzione formale. Il mito del premier eletto dal popolo è servito a ricomporre la frantumazione del sistema attorno a leadership personali, anziché a partiti organizzati. Non è in discussione il maggior peso delle leadership personali nella società della comunicazione oppure l’inesorabile superamento del modello di partito pesante. Il problema è il carattere democratico dei partiti, la loro libertà di idee e di scelta. Il problema è come consentire ai cittadini di «determinare la politica nazionale». Quali risorse, quali poteri attribuire loro.
In questi giorni si discute animatamente sulla riforma del Senato e la legge elettorale. Sono vasi comunicanti. È dal combinato disposto che dipenderanno la qualità democratica del sistema, i pesi e i contrappesi, le garanzie costituzionali. Se il Senato non sarà elettivo, è inimmaginabile che restino le liste bloccate alla Camera. Se cambiano gli equilibri numerici tra Camera e Senato, bisogna evitare che la funzione di garanzia del Capo dello Stato venga destabilizzata. Speriamo che il Parlamento valuti bene. Ma anche l’attuazione dell’art. 49 può avere un funzione di equilibrio del sistema. La democraticità e la trasparenza dei partiti possono diventare esse stesse fattore di garanzia.
Ormai siamo in un sistema tripolare. Si sta decidendo di assegnare la guida del governo e la maggioranza del Parlamento a uno solo dei tre poli in competizione, relegando all’opposizione gli altri due (che potrebbero insieme ottenere la maggioranza dei voti degli italiani). È chiaro che un siffatto sistema ha bisogno di rafforzare i contrappesi, non solo la funzione di governo. Ma proprio la vita interna ai partiti può essere uno dei più validi contrappesi, se i partiti saranno luogo di confronto e di rappresentanza di idee, di valori, di interessi. Partiti a cui viene assicurato di esistere anche se vanno all’opposizione e che in cambio diventano casa di vetro, per la gestione dei fondi e per la possibilità garantita ai loro iscritti di scegliere gli organi dirigenti. Anche di cambiare il capo, se vogliono.
Non si tratta di spostare ancora di più il baricentro dei partiti nelle istituzioni e nello Stato. Al contrario, l’attuazione dell’art. 49 deve spingere in senso contrario. I partiti devono essere anzitutto un corpo sociale. Più società, meno istituzioni nei partiti. Il partito non è il governo. Anche quando governa, un partito deve saper difendere l’autonomia del proprio pensiero, la visione del futuro. Il governo è certamente la prova di concretezza e dignità della politica. Ma la politica è anche qualcosa di più. È quel di più che oggi ci sta mancando. Il Pd ha un segretario che è anche premier. Tuttavia, sarebbe più debole il governo se il partito scomparisse alla sua ombra. Senza vitalità democratica dei partiti, senza l’attuazione dell’art. 49, diventerebbe più rischioso un sistema maggioritario che assegnasse il potere a uno solo dei tre poli in competizione.

da L’Unità

"L'Emilia Romagna «chiama» gli investitori", di Ilaria Vesentini

Un unico procedimento, un’unica cabina di regia che coordina gli interlocutori pubblici e privati e garantisce agli imprenditori che vogliano investire lungo la via Emilia tempi certi e iter snelli in un ambiente dinamico di scambio fra ricerca e impresa, dotato di infrastrutture tecnologiche e costi energetici competitivi. Sono solo alcuni dei paletti messi nero su bianco dalla nuova legge regionale su “Attrattività, competitività e promozione degli investimenti in Emilia-Romagna” approvata ieri dall’assemblea di viale Aldo Moro dopo oltre un anno di gestazione e sei mesi di ritardo rispetto agli impegni presi dalla Giunta Errani.
Una legge che apre nel Paese un capitolo inedito di politica industriale destinato a fare da modello, «perché l’approccio è ribaltato rispetto alle norme adottate fin qui da altre Regioni e da singoli enti locali. Non promettiamo incentivi – spiega il neoassessore regionale alle Attività produttive, Luciano Vecchi – per attirare l’investitore, ma creiamo un meccanismo che coinvolge e impegna in modo unitario istituzioni, enti di ricerca, sistema formativo e garantisce a chi viene sul territorio portando risorse e occupazione una serie di strumenti, contributi e infrastrutture. Attraverso la stipula di accordi per l’insediamento e lo sviluppo di nuove imprese, su cui noi come Regione ci mettiamo la faccia». Lo sguardo è rivolto a investimenti, soprattutto esteri, «di grandi dimensioni e qualità capaci di innescare nuova occupazione qualificata e quindi di spingere la ripresa e la competitività internazionale del made in Emilia», rimarca Vecchi.
«È un primo passo strategico di politica industriale con cui si prende atto della marcata competizione tra Stati e Regioni d’Europa nell’attrarre investimenti – commenta Maurizio Marchesini, presidente di Confindustria Emilia-Romagna, che ha collaborato fin dall’inizio alla stesura del testo – e che introduce alcune novità rilevanti: la procedura negoziale di stampo europeo, attraverso bandi, con accordi regionali impegnativi per tutti i soggetti coinvolti; la Conferenza dei servizi preliminare coordinata dalla Regione che funge da regia e sintesi di tutti gli interlocutori pubblici e privati; incentivi fiscali da indirizzare all’occupazione incrementale legata ai nuovi investimenti. Obiettivi condivisi che necessitano ora di passaggi applicativi tempestivi e coraggiosi per valutare concretamente l’efficacia della legge».
La Giunta ha davanti poche settimane – le elezioni regionali, dopo le dimissioni del presidente Vasco Errani, sono previste in autunno – per rendere operativa la norma: «Dobbiamo strutturare un bando aperto a sportello e definire un’organizzazione interna ed esterna che permetta una risposta competente e immediata agli accordi che firmeremo con gli investitori», è la scaletta dell’assessore, che ha appena portato a casa un aumento del 50%, rispetto al settennio precedente, dei fondi Ue 2014-2020 per lo sviluppo regionale (482 milioni di euro mirati su ricerca e attrattività).
La nuova legge sancisce anche la fusione tra le società in house Ervet (l’agenzia di sviluppo territoriale) e Nuova Quasco (consorzio degli enti pubblici per monitorare qualità edilizia e ambientale) per creare una sorta di Invitalia regionale. E prevede agevolazioni urbanistiche per gli investimenti produttivi a saldo zero nel consumo di suolo (si punta al riuso di aree dismesse); incentivi Irap per le newco innovative; aiuti alle aggregazioni; e premi per la responsabilità sociale di impresa.

da Il Sole 24 Ore

"Primo affondo di Cantone commissariata l’impresa dello scandalo Expo", di Alessia Gallione

È per trovare una soluzione a quell’appalto di Expo su cui si era allungata l’ombra della corruzione che, in fondo, è stato scritto il decreto del governo che ha affidato a Raffaele Cantone il compito di vigilare su tutte le gare future. E quel nuovo potere. Che, adesso, per la prima volta è stato utilizzato. Perché, con l’ultima firma ufficiale del prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, dopo più di due mesi dagli arresti dell’inchiesta sulla cosiddetta “cupola degli appalti” di Expo e della sanità lombarda, i lavori dell’impresa Maltauro finiti nella bufera sono stati commissariati. E, d’ora, in poi, i cantieri da 55 milioni per costruire tutte le strutture di servizio — dai bar agli spazi comuni — del sito espositivo finiranno sotto la “tutela” di un amministratore straordinario esterno.
È una storia tormentata, quella dell’appalto delle architetture di servizio di Expo. Una commessa che, secondo la procura di Milano, sarebbe stata “pilotata”. Con questa accusa l’ex amministratore delegato della Maltauro, Enrico Maltauro, era stato arrestato lo scorso 8 maggio. Cosa fare? È stato un decreto del governo a disegnare la strada. E un potere in più per il presidente dell’Autorità anticorruzione: commissariare gli appalti compromessi da macchie e accuse. Una doppia misura, a seconda della gravità della situazione: o sostituire i manager corrotti, o mettere sotto amministrazione controllata i cantieri. È quest’ultima soluzione «più grave» che ha scelto Cantone. Perché l’appalto entrato nelle carte dell’inchiesta milanese, ha scritto, «può affermarsi con assoluta certezza» che «è stato vinto grazie a una attività illecita». Una decisione confermata dal prefetto che ha nominato anche chi sarà il nuovo amministratore dei lavori: si chiama Armando Brandolese ed è un docente emerito del Politecnico di Milano. Sarà la nuova figura di garanzia che seguirà gli operai e le ruspe della Maltauro, facendo anche in modo che la società non tragga profitto economico dalla commessa.
In realtà, nei giorni scorsi la vicenda si è ulteriormente complicata. Il Tar della Lombardia ha accolto il ricorso della ditta che si è classificata seconda in quella gara, annullando l’affidamento. Per i giudici amministrativi, Expo avrebbe dovuto stracciare il contratto, cacciando Maltauro. Ma, ieri, il consiglio di amministrazione di Expo spa ha deciso di fare a sua volta ricorso al Consiglio di Stato. E il prefetto ha chiuso il cerchio. Tra i motivi non solo il fatto che impresa fosse «oggetto di particolare attenzione della prefettura dal 2013», ma «la permanenza negli asset societari» di Maltauro «delle medesime figure legate a Enrico Maltauro», e «la gravità del “modus operandi”» della società che ha «dimostrato, nel tempo, di adattarsi a pressioni criminali pur di acquisire commesse».

da La Repubblica