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"In tre milioni non arrivano a 400 euro al mese", di Laura Matteucci

In pensione sempre più tardi, molto spesso con poche centinaia di euro (la metà delle pensioni non supera i 500 euro al mese), e una rete di protezione sociale a maglie ormai larghissime. La prima leggenda da sfatare è che in Italia si vada in pensione prima che negli altri Paesi Ue. Con le disposizioni entrate in vigore a luglio è l’esatto opposto, nonostante la paradossale lettera inviata da Berlusconi a Bruxelles le renda meno stringenti. Per le pensioni di vecchiaia prevede infatti il rialzo dell’età a 67 anni, per donne e uomini, nel 2026. In realtà in base alla legge, quell’anno uomini e donne lasceranno solo a 67 anni e 7 mesi (bisogna aggiungere poi ancora un anno, come previsto dalla cosiddetta «finestra mobile» che impone di aspettare dodici mesi prima del ritiro dell’assegno). Già oggi, del resto, per vecchiaia si va a 66 anni (65 più 1 anno di attesa per la finestra di uscita), nel 2013 si andrà a 66 e tre mesi. La legge anticipa infatti al 2013 l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita: una misura che riguarda le pensioni di anzianità, di vecchiaia e l’assegno sociale. L’età pensionabile salirà ancora nei prossimi anni fino ad arrivare a 68 anni e nove mesi entro il 2047. Nel resto d’Europa il panorama è molto diverso e in nessun caso si arriva all’età prevista nel nostro Paese. La media Ocse, infatti, prevede un’età media di 63,5 anni per gli uomini e di 62,3 per le donne. Nel Regno Unito, ad esempio, l’età pensionabile effettiva è a 63 anni, in Belgio si ferma a 65. Molti Paesi, invece, arriveranno a 67 anni in modo graduale come Danimarca (tra il 2024 e il 2027), Germania (dal 2012 al 2019) e Spagna (dal 2018 al 2027). In Francia l’età pensionabile è ferma a 60 anni. Anche le donne, in prospettiva, andranno in pensione più tardi di tutte quelle europee, sebbene si continui a sostenere il contrario. L’età pensionabile passerà, infatti, dai 60 anni del 2010 ai 62 del 2020 fino ad arrivare ai 66 del 2030, ai 67 del 2040 e ai 68 del 2050. In Francia, invece, l’età resterà invariata a 60 anni e arriverà a 61 solo nel 2050. In Germania la soglia resterà bloccata ai 65 anni, nel Regno Unito arriverà a 67 anni solo nel 2050. L’Inps (i cui conti risultano in ordine) eroga una pensione ogni 3 cittadini, considerando che le tipologie di beneficiari sono sette, ovvero: pensioni di vecchiaia, di invalidità, ai superstiti, indennitarie, di invalidità civile, pensioni sociali e di guerra. I pensionati che hanno una posizione previdenziale con l’istituto sono il 23% della popolazione complessiva: nel 2009 (ultimo anno di riferimento per i dati Inps) il loro numero è lievemente diminuito (-0,27%), rispetto all’anno precedente, attestandosi a 16,7 milioni di titolari, il 53% dei quali sono donne. Le somme erogate per singolo cittadino, tuttavia, risultano nella grande maggioranza dei casi decisamente basse, certamente non in grado di offrire un tenore di vita dignitoso. A parte il fatto che negli ultimi 15 anni il potere d’acquisto delle pensioni è calato di oltre il 30%, più della metà degli assegni (il 50,8%), non supera i 500 euro mensili (tre milioni di persone non arrivano ai 400 euro), il 79% non supera i mille euro (circa 8 milioni di persone). Solo all’11,1% arrivano importi mensili compresi tra i 1.000 ed i 1.500 euro, e il 9,9% riceve una pensione superiore ai 1.500 euro. Le pensioni più basse sono soprattutto femminili: ben 9 milioni le donne con una pensione media di 960 euro. Nel complesso, nel 2009 (sempre dati Inps) sono state erogate 23,8 milioni di prestazioni pensionistiche: il 90,2% del totale della spesa pensionistica, pari a 228,541 miliardi di euro, viene utilizzato per coprire le 18,6 milioni di pensioni di invalidità, di vecchiaia e ai superstiti. A peggiorare la situazione, i tagli agli enti locali – 6 miliardi nel 2012 e altri 3,2 miliardi nel 2013 – con cui il governo ha sostanzialmente smantellato lo stato sociale. Verranno meno infatti tutta una serie di servizi di welfare (tra cui l’assistenza domiciliare e i sussidi alle famiglie povere) destinati alle fasce più deboli del Paese, tra cui le persone anziane. Nello specifico i tagli escluderanno da qualsiasi forma di assistenza il 20% delle persone disabili al nord, il 30% al centro e il 50% al sud. In più, con la delega fiscale approvata il governo metterà le mani nelle tasche dei pensionati tagliando entro il 2013 il 20% delle detrazioni fiscali. Una misura che colpisce le famiglie italiane, specie quelle con figli piccoli, anziani e disabili a carico. Lo smantellamento dello stato sociale passa anche attraverso l’azzeramento, con le ultime manovre, del fondo nazionale per la non autosufficienza, che aveva raggiunto i 400 milioni, e di cui usufruivano circa 2 milioni di anziani. Non bastasse, pesa pure l’introduzione di nuovi superticket sanitari: 10 euro per le prestazioni di diagnostica e specialistica e 25 per il pronto soccorso. Il fondo sanitario, invece, perderà 12 miliardi. Tutto ciò avrà un effetto devastante sull’intero sistema, che fornirà meno servizi a costi più elevati e con evidenti disagi per gli utenti. Per la maggior parte, anziani.

L’Unità 28.10.11

"Un cerotto per Bruxelles", di Tito Boeri

Chissà perché, leggendo la lettera di intenti recapitata all´ultimo minuto dal governo italiano all´Unione Europea, mi è più volte venuta alla mente l´immagine del finestrino dell´aereo Ryanair riparato con il nastro adesivo, apparsa su molti siti nei giorni scorsi. La lettera sembra fatta apposta per salvare le apparenze. Si evita accuratamente di sostituire il finestrino e di assicurarne una chiusura ermetica, diciamo strutturale. Nulla viene chiarito, ad esempio, sui 20 miliardi ancora mancanti dalla manovra estiva.I contorni della riforma fiscale ed assistenziale, che dovrebbe raccogliere questa cifra, rimangono se possibile ancora più vaghi di allora. Nulla viene spiegato sull´inasprimento della lotta all´evasione fiscale. Si evita accuratamente di proporre interventi sulle pensioni di anzianità che, è bene ricordarlo, sono quelle che hanno mandato in rosso i conti dell´Inps, anche tenendo conto dei massicci trasferimenti che lo Stato già concede all´ente previdenziale.
Sono queste pensioni incassate a partire da 57 anni di età da due a tre volte più alte delle pensioni di vecchiaia. E sono aumentate del 20 per cento negli ultimi 5 anni. Non vanno certo ai più poveri. Si vendono poi molte cose già fatte, come il raggiungimento dei 67 anni per il pensionamento di vecchiaia nel 2026, già implicito nell´aggancio dell´età pensionabile alla speranza di vita introdotto a inizio legislatura. Oppure le disposizioni sui servizi pubblici locali già contenute nella manovra di agosto vengono descritte come “provvedimenti da varare”.
Un domani si avrà qualcosa da esibire, sperando che non si accorgano della data. Il resto sono annunci generici di cose da fare. La genericità si attutisce solo quando i provvedimenti hanno come obiettivo, quando intendono colpire, la costituency avversa, la base elettorale dell´opposizione, come nel caso delle misure sulla mobilità e la Cassa Integrazione nel pubblico impiego. In questi casi non ci sono proposte di riforma, ma solo minacce. Analogo il caso delle norme sui licenziamenti da rendere meno stringenti.
In questo momento di crisi, l´attenzione dovrebbe essere rivolta ai percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, a modi per unificare il mercato del lavoro, superando il dualismo fra contratti temporanei e contratti permanenti. Servirebbe anche a sostenere la domanda riducendo la grandissima incertezza che circonda l´ingresso nel modo del lavoro, la durata dell´impiego dei giovani. Invece non c´è nessun cenno alla flessibilità in entrata, ma solo a norme che possono rendere più facili i licenziamenti individuali e collettivi. Infine nella lettera ci sono i titoli accattivanti, come “il programma di ristrutturazione delle scuole inefficienti”, o “la valorizzazione del ruolo dei docenti elevandone impegno e retribuzione”.
Non si capisce come, con quali strumenti e, soprattutto, con quali soldi. Ma chi non sarebbe d´accordo?
Perché oltre all´obiettivo di ottenere il permesso di volo (a quell´aereo di Ryanair per fortuna il permesso non è stato poi dato), il governo sembra avere in testa un altro obiettivo: preparare la campagna elettorale.
Il vero quesito da porsi allora non è tanto se questo governo farà le cose vagamente descritte nella lettera, ma un altro: sono questi impegni sottoscritti a livello vincolanti anche per il governo che ci sarà nella prossima legislatura?

La Repubblica 28.10.11

«Inglese ancora vietato alla primaria», di Pippo Frisone

Ricordate le famose tre “I” della riforma Moratti ? Rappresentavano con estrema sintesi la summa del pensiero del centro-destra sulla scuola.

Impresa, Informatica e Inglese.
Dove son finiti Impresa e Informatica non solo a scuola ma nel Paese è sotto gli occhi di tutti.
Rimaneva l’Inglese che doveva irradiarsi , a tappe forzate, in tutte le classi della primaria a scapito del Francese,Tedesco e Spagnolo, buttate al macero con forte spreco di energie e risorse già formate.
Si puntava molto, all’inizio, sugli specialisti con oltre 11mila posti di lingua inglese in organico.
Con almeno 7 o 8 classi a testa gli specialisti assicuravano una discreta copertura del fabbisogno d’Inglese.
I più anziani avevano sulle spalle oltre 500 ore di formazione.

Nel 2008 arrivò la finanziaria, quella fatta in 9 minuti che inghiotti d’un sol colpo prima gli specialisti e poi i posti di inglese.
L’Inglese però rimase nel curricolo obbligatorio della primaria.
Un’ora in prima, due in seconda e tre in terza,quarta e quinta classe.
Ma per insegnare l’inglese bisognava formare le maestre e ogni maestra formata, doveva insegnarlo nelle proprie classi.
Parallalamente al taglio degli organici arrivarono anche i tagli delle risorse, con il quasi azzeramento dei finanziamenti alla formazione e all’aggiornamento.
I tanto sbandierati piani nazionali sulla formazione delle maestre rimasero tali solo sulla carta.
Con oltre 4mila maestre da formare, per restare solo a Milano, il Miur riesce a finanziare solo corsi striminziti di 150 ore che a mala pena abilitano sull’inglese un centinaio di maestre all’anno.
E’ evidente il gap tra esigenze di formazione da un lato e scopertura di posti e spezzoni orari dall’altro.

Quest’anno in tempi di crisi, dopo aver ripristinato in organico di fatto qualche centinaio di posti sull’Inglese,tolti in organico di diritto a causa dei tagli, il Dirigente dell’UST di Milano dr.Petralia richiama i dirigenti scolastici alla cruda realtà, intimando loro di non procedere ad alcuna assunzione sugli spezzoni residui d’Inglese , perchè non autorizzati ma soprattutto perchè privi di risorse d’organico.
Si viene così a scoprire che ben 87 circoli di Milano e provincia perdono d’un sol colpo 1.073 ore d’Inglese, qualcosa che interessa circa 500 classi e oltre 10mila alunni.
Alle scuole viene detto in buona sostanza di arrangiarsi, anzi la parola d’ordine è di “ottimizzare le risorse interne”. Ma dall’ottimizzare senza risorse , al pessimizzare il passo é breve.
E allora via all’assegnazione su più classi agli idonei presenti a scuola, al volontariato di chi in gioventù aveva studiato l’inglese, di chi ha dato, qualche esame all’università, al ricorso di docenti laureati in lingue delle medie, magari dello stesso comprensivo, all’assunzione di specialisti esterni,chiedendo un contributo alle famiglie.

Risultato, un’organizzazione oraria molto frastagliata, fatta d’incastri e rientri, intensificazione del lavoro che appesantiscono l’insieme delle prestazioni, abbassando di conseguenza i livelli di efficienza e di qualità. Una scuola, quella primaria che ci veniva invidiata da tutti, costretta oggi da una riforma sciagurata a smantellare non solo il tempo pieno ma, come nel caso dell’Inglese, costretta a non garantire neanche i curricula obbligatori a tutti gli alunni che restano discriminati, con buona pace della Gelmini e di Petralia.

da ScuolaOggi

"Pensioni, la soluzione c’è: rendere flessibili le uscite", di Pierpaolo Barretta e Cesare Damiano

Quandola Lega Nord afferma di essere contraria al fatto che si tocchino le pensioni, siamo di fronte ad una mezzaverità. Quello che Bossi non dice è che questo governo, di cui la Lega fa autorevolmente parte, le pensioni le ha già abbondantemente toccate. Infatti, basta scorrere
i provvedimenti: innalzamento graduale dell’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni nel settore pubblico e privato; introduzione di una finestra fissa di un anno per tutti, anche per coloro che hanno maturato i 40 anni di contributi; decurtazione della rivalutazione al costo
della vita dell’assegno previdenziale, a partire dalle pensioni di importo corrispondente a tre volte il minimo; aggancio del momento di andare in pensione all’aspettativa di vita.
La seconda affermazione che va contestata è che ci troviamo di fronte ad un sistema statico, mentre in realtà anche la riforma Prodi-Damiano del 2007 ha previsto che le cosiddette pensioni di anzianità, dal 1 gennaio 2013, richiedano accanto ai 35 anni di contributi almeno 62 anni di età (la famosa quota 97). Molti di coloro che sollecitano un
ulteriore innalzamento dell’età pensionabile e ipotizzano il ritorno allo “scalone Maroni”, che è ormai sostanzialmente allineato alla riforma del 2007, sostengono inoltre che questa operazione si renderebbe necessaria per salvaguardare le nuove generazioni. Se questa affermazione non si risolvesse in una pura e semplice petizione di principio, perché l’obiettivo fondamentale del governo é quello di effettuare i tagli con lo scopo esclusivo di sanare i
conti, una quota dei risparmi del sistema previdenziale sarebbe dovuta servire per migliorare la condizione delle donne e dei giovani. Ad esempio, per meglio conciliare i tempi di vita e di lavoro o, nel caso delle nuove generazioni, per la piena totalizzazione di tutti i contributi pensionistici.
Tutto questo non è avvenuto e non è neanche lontanamente presente nelle previsioni legislative del governo. Allora, che cosa fare? Noi riteniamo che sia sbagliato procedere
per aggiustamenti successivi, chesono controproducenti e che continuano a pescare nel comodo serbatoio di risorse rappresentato dallo stato sociale, anziché guardare ai grandi patrimoni, alle transazioni finanziarie e alle rendite. Occorre voltare pagina recuperando, come da anni propone il Pd, il concetto di flessibilità insito nella Riforma Dini del 1995. Si stabilisca che il momento dell’uscita per andare in pensione, considerato il fatto che nel 2050
l’aspettativa di vita sarà ulteriormente cresciuta di 6 anni per uomini e donne, parta da una base minima di 62 anni e si proietti fino ai 70 anni. Che questa scelta sia libera e soggettiva per il lavoratore, consentendo l’applicazione di questa normaa coloro che conseguono unassegno pensionistico non inferiore, adesempio, a una volta e mezzoil minimo. Per i lavoratori entrati nel mercato del lavoro dal 1 gennaio 1996, che adotteranno pienamente il sistema contributivo, non si pone alcun problema: infatti, non ci saranno più distinzioni tra pensioni di anzianità e di vecchiaia o fra uomini e donne, in quanto l’assegno pensionistico sarà correlato ai contributi versati nell’arco della vita di lavoro. Per chi è nel cosiddetto “sistema misto”, perché non aveva maturato almeno 18 anni di contributi al 1 gennaio 96, o per chi è nel sistema retributivo, cioè le vecchie generazioni, si può stabilire la possibilità di scelta: restare nel sistema attuale più rigido, con un progressivo innalzamento del momento
di andare in pensione e con specifiche regole per coloro che svolgono lavori usuranti o che hanno maturato i 40 anni di contributi; oppure optare per il sistema flessibile. In questo ultimo caso tutti dovrebbero accettare la logica del contributivo pro rata. Ognuno potrà fare la sua scelta di convenienza in base alla sua situazione personale e familiare. Insistere, invece, sul solo innalzamento obbligatorio dell’età di pensionamento, significa mantenere in piedi il sistema attuale, fatto di retributivo, anzianità e vecchiaia. Proprio quel sistema che oggi si vorrebbe cambiare e che la Legge Dini ha di fatto, seppur troppo lentamente, superato.
Come ha giustamente ricordato Bersani questo sistema dovrà essere accompagnato da una logica di incentivi e disincentivi che, al tempo della Legge Dini, avevano un’età baricentro di 62 anni che oggi dovrebbe essere portata a 65-66 anni, tenuto conto dell’innalzamentodell’aspettativa di vita. Queste misure dovranno ovviamente riconoscere la piena totalizzazione dei contributi previdenziali dei giovani: anche unsolo giorno di lavoro regolare deve concorrere alla formazione di un unico montante pensionistico. Come si vede le alternative ci sono.
Tenere insieme riforme e consenso è la difficoltà della politica. Talvolta è possibile.

L’Unità 27.10.11

"L’ira di Tremonti: non potremo mantenere quelle promesse", di Amedeo La Mattina

Fate voi. Non riusciremo a mantenere tutti questi impegni e poi quello che conta, più che il giudizio di Bruxelles, sarà la reazione dei mercati». Non ci ha messo la sua firma nella lettera che ieri Silvio Berlusconi ha portato al vertice europeo. Il ministro dell’Economia è rimasto ai margini della trattativa. «Volutamente», dice chi ci lavora accanto: se tutto dovesse precipitare Tremonti potrebbe sperare di essere il successore del Cavaliere per un governo di transizione. «Macché spiega un ministro che è stato parte attiva nella stesura della lettera – è fuori gioco. Si è messo alla finestra quando ha capito che non era lui a dirigere le danze. E infatti questa volta non è stato lui a definire la griglia di proposte che ci consente di superare l’esame in Europa».
Tremonti non ha sopportato che il ruolo principale nella stesura della missiva sia stato affidato a Romani e Brunetta, con la supervisione di Gianni Letta. Un problema di metodo e protagonismo, ma non è escluso che ci sia una questione di merito. Ad esempio sulle dismissioni e le privatizzazioni l’inquilino di via XX Settembre non avrebbe le stesse idee dei suoi colleghi; non è disponibile alla vendita di alcuni gioielli dello Stato, anche in parte, come Finmeccanica, Eni ed Enel. Aziende che fanno gola ai privati e che potremmo mettere sul mercato per recuperare le risorse necessarie a finanziare la crescita e lo sviluppo. Soldi che serviranno anche ad abbattere il debito pubblico. Per fare questo il governo affiderà l’elaborazione di un piano ad «una commissione ristretta di personalità di prestigio». Ed è quello che Tremonti ha sempre visto come fumo negli occhi. Comunque si tratta di un versante ancora incerto, un terreno scivoloso tutto da definire nel quale Tremonti non potrà essere escluso.
Rimane il fatto, ripetono alcuni ministri, che il responsabile dell’Economia questo giro non ha toccato palla. Martedì sera, quando si è recato a Palazzo Grazioli (dove è rimasto in tutto mezz’ora), la lettera era già stata scritta e si trattava di una bozza, mentre la versione finale con tutte le scadenze non l’ha mai vista. Ne ha preso atto. Del resto per tutta la gestione della vicenda si sarebbe messo sull’Aventino, irritando pure Umberto Bossi, che però continua a proteggerlo. Un atteggiamento che stupisce il premier: «Umberto è l’unico che ancora lo difende, tutti gli altri lo vorrebbero morto». Nessuno nella maggioranza ha più paura delle sue dimissioni, spiegano i berlusconiani. Tra l’altro, Tremonti non può più ergersi a unico interlocutore in Europa: il Cavaliere si sarebbe ripreso il ruolo che gli spetta, perché la lettera porta la sua firma e non quella del ministro dell’Economia.
Il punto però è come dare gambe alle promesse fatte ieri da Berlusconi a Bruxelles. Come trasformare in provvedimenti il «libro dei sogni» e poi farlo passare nelle aule del Parlamento dove l’odore di elezioni anticipate nel 2012 sta nuovamente mettendo in moto le frange legate a Scajola e Pisanu. Tutti attendono l’esito del vertice europeo, ma gli occhi sono puntati sulla reazione che avranno i mercati sull’Italia. Lo scenario del voto, con l’indiscrezione di un patto tra Bossi e Berlusconi per andare a votare il prossimo marzo, sta facendo fibrillare la maggioranza. Anche in un incontro ristretto che si è tenuto ieri nella sede del Pdl si è ragionato di questa eventualità. Il segretario
Alfano ha riunito alcuni ministri e diversi parlamentari a lui vicini, quelli che vengono chiamati i «quarantenni» e che stanno preparando il ricambio generazionale in vista di urne aperte nella prossima primavera. Uno scenario che Alfano considera il più probabile. Nella Lega si parla addirittura di «black list», di maroniani da epurare in caso di voto. Gli estensori di questa lista sarebbero quelli del cerchio magico di Bossi, tra i quali il capogruppo Reguzzoni. Proprio tra lui e due deputati in odore di epurazione (Molteni e Rivolta) è andato in scena un alterco alla buvette di Montecitorio. La tensione è a fior di pelle e ieri alla Camera il governo è andato sotto diverse volte.

La Stampa 27.10.11
Dopo l’armistizio europeo un calvario verso le urne
di Marcello Sorgi

Il compromesso di Bruxelles che ha consentito a Berlusconi di evitare la crisi di governo è stato raggiunto a un prezzo alto e ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, che di fronte all’Unione le astuzie non funzionano. Dunque, o l’Italia è in grado di garantire che le riforme elencate nella famosa lettera di intenti – dalle pensioni ai licenziamenti più facili alle liberalizzazioni delle professioni, per fare gli esempi più controversi tra quelli indicati nelle quattordici pagine del testo – saranno realizzate entro tempi brevi e certi, o in caso di inadempienza si troverà quasi automaticamente fuori dal sistema di protezione dell’euro, nel pieno del vortice della crisi. Non a caso si è discusso della possibilità di mettere il testo nel verbale conclusivo del vertice Ue, cioè in pratica di trasformarla in una cambiale che avrebbe reso vincolanti da subito gli impegni presi da Berlusconi ma non ancora dettagliati né trasformati in provvedimenti. E questo malgrado il presidente Napolitano e il governatore e futuro presidente della Bce Draghi si fossero mossi simultaneamente ieri per garantire la serietà delle intenzioni messe per iscritto dal governo italiano e l’impossibilità, in questa fase, di evitare politiche impopolari pur di uscire dalla crisi.
Berlusconi non avrà molte possibilità di godersi il successo della sua missione al ritorno a Roma. A parte il contenzioso aperto con la Lega, e aggravato dalla polemica Fini-Bossi sulla baby-pensione della moglie del Senatùr, che ha infiammato la seduta della Camera, si muovono i sindacati, da sempre sensibili al tema della previdenza e irritati dalle decisioni annunciate dal governo senza consultazione preventiva, mentre le opposizioni continuano a dare battaglia in Parlamento (ieri il governo è andato sotto altre quattro volte).
La via d’uscita a questo calvario, che in tutta evidenza non potrà trascinarsi a lungo, è quella – inconfessabile ma ormai data per scontata nei corridoi di Montecitorio – delle elezioni anticipate. Un mese e mezzo di melina sulle riforme, all’ombra della quale Berlusconi cercherebbe di portare a casa la prescrizione breve e gli altri aggiustamenti procedurali che gli servono per i processi di Milano, e poi la rottura e lo scioglimento. Circola già la data dell’ultima domenica di marzo, come conseguenza di una conclusione anticipata della legislatura a fine anno, per andare a votare con l’attuale legge, rinviando il referendum e tutti i problemi aperti alle prossime Camere e al governo che verrà.

La Stampa 27.10.11

"Quella mamma normale vietata agli under 14", di Natalia Aspesi

Non ci dovrebbero essere “minori di anni 14” a vedere “Quando la notte”, il nuovo film di Cristina Comencini. Lo ha deciso la commissione di censura, il che come si sa, obbligherà gli esclusi, in questo caso i ragazzini, come sempre avidi di disubbidienza, a fare di tutto (ci sono tredicenni che sembrano maggiorenni) per poterlo vedere. Avessero riflettuto più realisticamente, i censori sarebbero stati zitti: perché un film come questo, molto adatto alle signore e a coppie intelligenti, è di quelli che poco attirano i bambini; infatti non è un cartone animato, non è una fiabona 3D, non ci sono pirati e neppure terminator. Ci sono molte bellissime montagne innevate, ma non basta certo a distogliere i piccini da altri svaghi molto più pericolosi ma di cui la censura non si occupa. Come giustamente, per carità, non si occupa delle notizie di cronaca che almeno un paio di volte al mese raccontano di buonissime mamme (e babbi) assassini della loro prole, anche a tre per volta, senza contare che non è da meno la prole, che decide di far fuori i genitori. Certi casi sono diventati cult, negli incubi instancabili di tanti vampiri tivù.
Diciamo subito che la Comencini racconta di una bella e affettuosa mamma che passa da sola una vacanza col suo piccino di due anni: il quale, francamente, almeno un paio di gentili schiaffetti al dì li meriterebbe, non smettendo mai di piangere, strillare, urlare per ragioni sue che non rivela all´affranta genitrice. Secondo l´alto giudizio dei censori, questa bella signora provvista solo di un marito telefonico ha un grande difetto, quello di essere “normale”, e qui ci si affida al Lombroso, per il quale le donne, anche madri, anormali si segnalano per la fitta barba e le orecchie a punta, e sono spesso prostitute e luetiche. Il ragionamento censorio è quindi questo: la Pandolfi non ha la barba né tutto il resto, anzi è carina e affettuosa come di dovere, quindi è “normale” ma se è normale non può innervosirsi neppure dopo una settimana che non dorme causa strilli, tutto il giorno sola con l´antipatico piccino che, se tace, rischia il suicidio arrampicandosi su scaffali pieni di bottiglie di liquore.
Certo una mamma meno “stressata” come viene bollata la poverina, essendo lo “stress” materno una cosa molto egoista, da vera pazza, dovrebbe sempre essere angelica. Anche se, sotto sotto, volendo dirla tutta, bando alla correttezza politica, le donne in quanto tali tendono alla pazzia, e da loro c´è da aspettarsi ogni possibile nefandezza. Nel film comunque. L´abile regista Comencini, mamma, femminista e fondatrice del movimento “Se non ora quando” che ha riempito e riempirà ancora le piazze (non è che è per questo che la censura giudica lei e il suo film pericolosi?), ci lascia nel mistero: nel film non si vede alcuna violenza, la mamma può essersela sognata, come anche il padrone di casa che, abbandonato prima dalla mamma e poi dalla moglie (e ci sarà pure una ragione), ha in odio tutte le mamme e arzigogola contro. Da adesso sappiamo che nella realtà dell´infanzia, il vuoto della volontà di una madre “normale” può essere molto più pericoloso di quello di una madre pazza.

La Repubblica 27.10.11

"Silenzi, prestiti e favori: così Berlusconi ha pagato le Olgettine e i fedelissimi", di Carlo Bonini e Piero Colaprico

Inchiesta Verdini, 17 milioni dal conto privato del premier. Gli inquirenti hanno seguito il filo di un maxi versamento a Dell’Utri. Tra i beneficiati la segretaria Brambilla, Querci e Sciascia. Come fantasmi di cui non riesce a liberarsi, le “cene eleganti”, le “bambine”, i legami con rottami di un passato che non passa (Tangentopoli, la vicenda Mangano), afferrano di nuovo il Presidente del Consiglio. Ripropongono l’abisso di una “dipendenza sessuale” costata a Silvio Berlusconi, in soli 18 mesi (gennaio 2007-giugno 2008), 17 milioni di euro in contanti. Ma non solo. Documentano legami che si sapevano di stima (quelli con la fidata segretaria Marinella) e non anche a sei zeri. E questa volta lo svelamento, dopo Milano, è della Procura di Firenze.

In un’indagine appena chiusa con il deposito di 65 mila pagine. Incardinata nell’accusa a Denis Verdini, coordinatore nazionale Pdl, di associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita. E con al centro la sua banca, il “Credito Cooperativo Fiorentino”, oggi commissariato, dove questa storia ha inizio.
Il 22 maggio del 2008, il senatore Marcello Dell’Utri, correntista del “Credito”, banca nei cui confronti ha accumulato, con il placet di Verdini, un’esposizione insostenibile (circa 7 milioni di euro), riceve un bonifico di 1 milione e mezzo di euro.

La somma, che deve aiutarlo a mettere una toppa, è importante, quanto il conto da cui proviene. E’ il numero 1.29, acceso presso la filiale di Segrate del “Monte dei Paschi di Siena” ed è intestato a Silvio Berlusconi. Quel conto non è nuovo, né alla magistratura, né alle cronache. E’ stato oggetto delle indagini della Procura di Milano, alla ricerca di riscontri nella vicenda di Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori. E lo è stato per il biennio 2009-2010. Ma i pm di Firenze hanno per le mani un bonifico del 2008 e dunque chiedono al Ros dei carabinieri di percorrere a ritroso la storia di altri 18 mesi di quel conto.

Ecco allora (per come lo documentano due note investigative del 21 marzo e 1 agosto scorsi) cosa ne viene fuori.

16 milioni per “Spino”
Cominciamo dal ragionier Giuseppe Spinelli, detto “Spino”, che tra “prestiti infruttiferi” e assegni a lui intestati, cambia in contanti per conto di Silvio Berlusconi, suo datore di lavoro, non meno di 16 milioni, 966mila e 752 euro. Quasi sempre si tratta di somme tra i 200 e i 400mila. Con qualche eccezione. Oltre un milione nel luglio 2007, l’estate delle feste in Sardegna; un milione e 300 mila l’8 aprile 2008, proprio durante le elezioni, e un milione e 400mila il 4 giugno di quello stesso anno, quando deve avere la maggioranza al Senato.

Dove finiscono questi contanti?
E’ un fatto che alla voce “prestiti infruttiferi” il conto “Mps” di Berlusconi documenta bonifici importanti alla sua “cerchia stretta”. Un milione e 900mila arrivano in due diversi momenti all’ex segretario Niccolò Querci. Mezzo milione all’ex ragioniere Fininvest ed ex ufficiale della Finanza Salvatore Sciascia, arrestato durante “Mani pulite”, condannato in Cassazione per corruzione, ora senatore Pdl. Un milione e 400mila, il 17 aprile 2008, sono per Marinella Brambilla, la fidatissima assistente, quella che custodisce il canale preferenziale del Presidente con Valter Lavitola. Appena 60 mila al medico catanese Umberto Scapagnini. Tre milioni vanno a Giuliana Speziale (l’infermiera che aveva assistito “mamma Rosa”) e Angelo Tordera, impegnati in una robusta operazione immobiliare.

48 milioni a “Paolo”. Uno strano dare-avere
C’è del grano – e parecchio – anche per il fratello Paolo, editore. In varie tranche, Silvio gli bonifica 48 milioni di euro come “finanziamento per conto azionista”. Mentre un altro “dare-avere” è un po’ speciale. Berlusconi, infatti, il 28 febbraio 2008 accredita un milione e mezzo all’immobiliarista Renato Della Valle (identificato dal Ros come l’uomo che si ascolta nella celebre telefonata del 1988 sulla assunzione ad Arcore dello stalliere mafioso Mangano). Lui, gliene restituisce il 9 aprile più di metà (800mila). È l’unico che “dà”. Il che ricorda un solo altro caso simile nella storia giudiziaria del premier: quando dal conto di Bettino Craxi tornano nella galassia “All Iberian” cinque dei quindici miliardi di lire ricevuti. Già, l’ex segretario del Psi. Un ricordo che il Presidente continua ad onorare (l’11 luglio 2007, accredita alla “Fondazione Bettino Craxi” 200mila euro).

2 milioni e 700 mila per le papi-girls
Per carità, sempre meno di quanto meritano alcune delle papi-girls. Per dirne una, a Evelina Manna arrivano 700mila euro. Qualcuno forse ricorda che nel giugno del 2007 Berlusconi la “caldeggia” al direttore generale della Rai Agostino Saccà: “Sto cercando di aver la maggioranza in Senato, questa Evelina Manna (…) mi è stata richiesta da qualcuno con cui sto trattando”. E qualcuno ricorda anche, forse, che lei, di soldi non ha mai parlato. Piuttosto, di notti “a seggiolina, stretti stretti”, con un Berlusconi profumato nel respiro da “una mentina o una caramella Iodosan”.

Di ragazze che conoscono molto del premier il conto “Mps” 1.29 è pieno nella colonna “dare”. Alla russa Raissa Skorkina, casa in via Olgettina, vanno 135mila euro dal 18 gennaio 2007 al 21 febbraio 2008. Ad Albertina Carraro, rampolla della ricca borghesia milanese, figlia di Franco, al centro di un clamoroso divorzio nei panni dell'”altra”, Berlusconi accredita 300mila euro. A Isabella Orsini, attrice umbra e principessa per matrimonio (sposa in Belgio il principe Edouard Maloral de Ligne), piovono in cinque rate 275mila euro. Alla valletta del “Lotto alle otto”, Rasa Kulyte, ex miss Lituania, per le amiche di palazzo Grazioli e di Arcore semplicemente “Giada”, toccano 220 mila euro e, come si sa, compensi da star alla Rai di Mauro Masi.

Altre prendono o si “accontentano” di meno. L’ex annunciatrice tv Virginia Sanjust, che si dirà “devastata” dall’incontro con Berlusconi, arrivano 150mila tondi. Stessa cifra che incassa chi ha sempre smentito “relazioni”: la cantante sarda Cristina Ravot.

Le giornaliste, le macchine i gioielli
L’elenco non finisce quei. In una folla di nomi più o meno noti – Friederike Girth 130mila; Valentina Frascaroli 40mila; Angela Sozio 38mila; Alessandra Sorcinelli e la maggiorata Natalia Bush 20mila; Claudia Galanti 10mila; l’ex segretaria e poi giornalista del Tg4 Impiglia 50mila; come pure Imma Di Ninni, vincitrice di “Uno, due tre stalla”, e la brasiliana Renata Teixeira Nune, spogliarellista tv per il Milan – meritano una citazione speciale in tre. Julia Coque Espino, sinora sconosciuta, che prende 200mila; Barbara Matera, ora euro-parlamentare, ma non all’epoca dei versamenti, con 95mila euro; la scrittrice Michelle Nouri (10 mila), autrice di una celebrativa intervista al Premier per il periodico “Tempi” nel 2007.

Una postilla. Il conto 1.29 alimenta anche il concessionario d’auto (236 mila euro) e il gioielliere di via Montenapoleone (337 mila) che rifornisce le mantenute. Ma, come si sa, erano solo “cene eleganti”.

La Repubblica 27.10.11

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“Da ‘agendare’ a ‘zuppa di latte’ il nuovo alfabeto di Lavitola”, di Francesco Merlo

L’Italia dello strapotere nel nuovo linguaggio del faccendiere. La parola chiave è “cazzo”, quella che surroga tutti i significati, che copre la mancanza di senso. C’è il comparaggio e anche un manifesto della ribalderia nella “caccia grossa” del generale Poletti. Da “Agendare” a “Zuppa di latte” ecco il lavitolese, lessico di un’Italia gradassa e truffaldina che non aveva rappresentanza prima di Berlusconi ma stava ai margini, tenuta a bada sia dalla buona educazione sia dalla forza pubblica. Adesso è l’Italia al potere, l ‘Italia dello strapotere.

AGENDARE “Ti prego, agèndami”. Essere ricevuto, essere infilato nell’agenda è la sua ossessione. Appuntata nell’agenda è infatti la faccenda, agendiere e faccendiere sono parenti stretti e l’indaffarato è sempre agendato: i latini ago e facio più che sinonimi sono gemelli.

AMO’ Una locuzione che dalla Roma di Vigna Clara e dai Parioli è trasmigrata sino alle ultime fermate della metropolitana. Sta per “amore”, gioia, piccolina, bella…: copre il genere femminile. Con “vero tesoro” invece ringrazia anche Paniz per avere segretamente scritto la traccia del lodo Alfano. Il retrogusto protezionista-paternalista di amò è da presa per i fondelli e l’abbondanza di sentimenti nasconde sempre la truffa: Tarantini diventa anche “fratellino” e “piccolino mio” mentre Lavitola trattiene i suoi soldi e si intrattiene con sua moglie.
Andare a Torta Spartirsi un finanziamento pubblico.

ARMI “Sto andando a fare le foto per il porto d’armi. Sono emozionato”.

BACIONE Ci risiamo con il bacio, che in Italia è il rituale del comparaggio.
C’è stato il vasa vasa pubblico di Cuffaro e il bacio segreto di Andreotti a Riina. L’accrescitivo “un bacione” sarà per sempre quello di Lavitola a Berlusconi.

BECCACCE “Qui non vola una penna”. Va a cacciarle in Albania “con l’aereo privato”, nel Montenegro …, “ma è più bello sui Nebrodi”. Gli piace sparare anche ai camosci ma preferisce le beccacce che “volano sui boschi di tamerici”, quelle della Pioggia nel pineto, perché sono anche metafore, sono i citrulli che infila nel carniere.

BERTONE “Ieri sera mi ha chiamato Bertone”. La stranezza non è la mitomania di Lavitola ma il fatto che più grosse le spara e più gli credono. E più si meraviglia di essere creduto più si eccita: il nome Bertone è adrenalina. Sa che il Vaticano non è Palazzo Grazioli: lì anche gli imbroglioni sono ben più elevati di grado, al livello dello Spirito Santo.

BRASILE È il suo altrove: affari, fatture, intrallazzi, donne e fuso orario. E va bene anche il Paraguay, l’Argentina, il Panama, l’Uruguay (vedi). Sono i luoghi della satrapia sudata. È quel “Sudamerica” che già Paolo Conte aveva segnalato come nuovo sottofondo dell’anima gaglioffa dell’italiano piccolo piccolo: “Il giorno tropicale era un sudario / davanti ai grattacieli era un sipario / campa decentemente e intanto spera / di essere prossimamente milionario”.

CACCIA GROSSA Resterà nella piccola storia dello slang dei malintenzionati questo manifesto da filosofo teoretico della ribalderia recitato al generale della Finanza Poletti: “Io faccio caccia grossa e quando sparo a un animale pericoloso, pure se è caduto a terra, gli sparo un’altra volta. Poi gli metto la canna del fucile vicino all’occhio per vedere se si muove. E poi gli risparo un’altra volta pure se è morto”.

CARTELLINA Una per ogni pasticcio, quasi sempre azzurra. Può trattarsi di “una baracca”, di “una piscina”, ma anche: Albania, Bertolaso, Finmeccanica, Frattini, Guardia di Finanza, Rai, Tarantini, affari, ricevute, promemoria del faccendario, “non mi ricordo cosa c’è”, “mò mi ricordo che ce l’ho sicuramente in ufficio”, “una copia a me e una copia a te”. La cartellina è anche il deposito della minaccia. Nel casellario dei vizi umani di cui Lavitola è un esperto la cartellina è il sapere. E, dunque, il potere.

CAZZO È la parola chiave del lavitolese, quella che surroga tutti i significati. Ecco come riferisce ai Tarantini un colloquio con Lui: “E Lui mi fa ‘ma che cazzo dobbiamo fare’, io ho detto che ne so, ‘ma non ho capito perché cazzo gli stiamo facendo tutto’, presidè non gli stiamo facendo un cazzo, e lui dice ‘come un cazzo’, … guarda io mi sono rotto i coglioni”. Come si vede, non c’è alcun senso. Ma c’è la parola cazzo che copre la mancanza di senso.

CULOSO Fortunato. In stato di grazia. “Perché sono culoso?” gli chiede l’interlocutore. “Perché hai me”

DUE “Porco due”. E aggiunge: “Non mi fare bestemmiare”. Anche nella bestemmia è furbo. Lo nomina invano fingendo di non nominarlo.

EMIRATI ARABI Parlano due collaboratori di Lavitola: “Una procura la signora (omissis) la ottenne negli Emirati Arabi. Si interessò Valter tramite Frattini, fece tutto quel casino, che prima il console aveva detto no e poi gliel’ha firmata il giorno dopo”. C’è sempre un Frattini, sia per le resistenze nei paesi lontani sia negli incontri con il vicepremier albanese: “mi manda Frattini” , “mi manda Lavitola”.

FARE IL PUNTO Significa “parlarne di persona”, meglio “in quel bar, vicino alla stazione, in via Marsala”, che è la strada della fretta, della folla e dei tassisti abusivi. James Bond o James Tont?

FERRARI A Tarantini racconta che Berlusconi si è lamentato: “Tarantini consuma come una Ferrari”. Tarantini piagnucola, ma Lavitola è spietato: “E cosa gli devo dire, che consumi come una ‘500’?”.

FOTO Sono le stecche, le mazzette, il bottino, il danaro contante che gli dà Berlusconi. “Sono pronte le foto?” chiede a Marinella.

GIUDICI Bisignani, collega e rivale, è “fetente, stronzo, pezzo di merda, una mezza figura, una testa di legno, uno che ha parlato con i giudici, e questa – dice a Tarantini – è la stronzata che hai fatto anche tu. Quando uno va dai giudici e parla, poi se la piglia solo nel culo”. È il linguaggio della mafia, manca solo “cornuto, infame e sbirro”.

INCULATA La pratica più evocata. Può essere “di pezza”, “storica”, “di brutto”, “di merda”, “biblica”. La teme per sé e la dispone per gli altri.

IO NON CONTO UN CAZZO È il suo vezzo e il suo blasone, lo dice a Masi, a Colucci, a Marinella e a Berlusconi. È un trucco retorico: “Donatino, non mi dire che ti sei ricordato di gente insignificante come me”. La risposta è: “Valterino, non fare lo stronzo”. E ancora: “Ah Valter, non ti dare arie”. L’espediente teatrale si chiama fishing for compliments e significa andare a pesca di complimenti, perfetto per chi vende fish, per un pescivendolo.

LAGONEGRO È il luogo dello scambio misterioso alle 7.20 del mattino. Potrebbe trattarsi di fucili, cani da caccia, foto in contanti, triglie dell’Aspromonte, copie dell’Avanti!

LUI Con Tarantini diventa “Quello là”. E ancora: “Lo teniamo sulla corda”, “lo mettiamo con le spalle al muro”. È pronome il capo dei capi, il duce, il boss, l’origine e lo scopo. È pronome chi non bisogna nominare, per rispetto e per omertà. “Non riesco a parlare con Lui, quant’è incasinato, “sto parlando con Lui a ripetizione”, “sono appena uscito da Lui”, “dobbiamo fare riflettere Lui”, “finalmente oggi Lui mi ha detto: dobbiamo vede’, dobbiamo fa’”, “non sta lucido, Lui”, “Lui mi ha detto, testuali parole, che ‘vuole assaltare il palazzo di Giustizia’”, “ti voglio dire delle cose di Lui, e magari Lui me le dice pensando che io poi te le dico”, “in questo periodo Lui non ci sta con la testa”, “sta appannatissimo, Lui, e ci vuole uno che lo fa ragionare”, “Lui è completamente fuori dalla brocca”, “sono stato mezzora al telefono con Lui, un po’ dice sì e un po’ dice no, Lui è fuori di sé”.

MALEDIZIONE DEL FARAONE È il mal di gola di (omissis), un dipendente che “ogni due e tre è malato”: “sto provvedendo a licenziarlo”, “‘sto deficiente di merda”, “‘sto imbecille”, “ogni mese si ammala, ogni giorno ha una stronzata”, “ha mandato un sms la mattina di giovedì: ‘non ce la faccio ad alzarmi'” “è come la maledizione del faraone” . Forte con i deboli, lavitoloso con i forti.

MASERATI Ne ha due, ne vuole una terza. È il sogno più significativo e imbarazzante di Lavitola perché, diciamo la verità, bisogna essere ricchi ma anche burini per andare in giro per Roma su una Maserati. Nobilissima auto sportiva di gran lusso è degradata qui ad orpello del faccendiere di provincia. Un po’ come la Bianchina divenne l’auto di Fantozzi, la quattro porte executive è l’auto di Lavitola ma con lo sconto perché “sono un consigliere di Berlusconi”. A Mauro Masi invece l’ha regalata Montezemolo per ricompensarlo di un favore: Masi-rati. È comprensibile che alla Maserati siano molto arrabbiati. Negli Usa la famosa Abercrombie&Fitch ha diffidato l’attore Mike Sorrentino dall’indossare i capi della ditta. Sorrentino è protagonista di ‘Jersey Shorè nel ruolo del tamarro (o coatto o buzzurro o zarro) italo americano. Alla fine Sorrentino è stato addirittura pagato per stare lontano da quel marchio. La Maserati è pronta a pagare Lavitola e Masi? E anche Montezemolo?

MERDA “Più merda c’è meglio è”. Rende Lavitolapiù vivo e più forte. La trasforma infatti in plusvalenze finanziarie e in rapporti industriali con le aziende Finmeccanica, Agusta, Selex, Telespazio, la Rai…

MINISTRO È la parola – grimaldello della vanità altrui: chiama ministro chi non lo è, ma sogna di diventarlo. Nicola Cosentino, per esempio. E a Masi: “Ci lavoriamo, lascia quel merdaio dove ti sei ficcato e vai a fare il ministro”. È come il titolo di colonnello nei film di Totò: “Ma io non sono colonnello!”, “La faranno, oh se la faranno!”. Chiede Masi: “Tu dici che me lo fa fare? “Qualunque cazzo gli chiedi Lui te lo fa fare”.

MONGOLFIERA “Io gli ho detto – spiega a Tarantini – che a te ti do 8.000 euro al mese, mentre invece te ne do 14, più tutti gli extra … fitto già pagato, più l’avvocato, più quello, più le emergenze che tieni. ‘Tu sei impazzitò mi ha detto Lui”. E anche i 500mila euro “perché credi che te li ha dati? Perché io gli ho fatto due palle come una mongolfiera”.

OLIO DI FEROBBA “È un olio brasiliano che lucida la faccia tosta”. “Ho capito, buono per incularmi”. “Eh no, per quello ci vuole il trapano”.

OGNI SCARPA DIVENTA SCARPONE Lo dice di Bonaiuti che si dà arie da statista. È la versione sarcasticamente lavitoliana del dantesco “Poca favilla gran fiamma seconda”.

POMPA “Io sinceramente non credo che ci sia una donna al mondo che se lei le telefona e le dice “vieni qua a farmi una pompa”, quella non viene correndo”. Così solletica il punto debole di Berlusconi. E lo spolpa.

POSITANO-ISCHIA Sono i luoghi-vetrina. “Col prefetto di Salerno hai rapporti?”. E il senatore Esposito: “Certo”. “Dunque io ho un vicino…”. C’è sempre un abuso da sanare o una casa da comprare. Sono i templi di visibilità del napoletano arrivato. Ma non c’è Capri, che forse gli mette soggezione.

PATONZA “Io non c’entro nulla con le feste, non sono mai stato invitato”. Marca la differenza, Lavitola. Non è uomo da patonza. Non va a mignotte ma seduce la donna del mignottaro che ha sotto tutela.

POVERINO Lo ripete parlando di sé, è un intercalare. La filosofia è quella del “Vuoi stare bene? Lamentati”.

RUOLO “Il mio è un ruolo, tra virgolette, di assistenza”.

SCEMO “Io non sono scemo” ha ripetuto Lavitola in tv. E “Berlusconi è tutto tranne che scemo”. Di Tarantini invece: “È un poco fesso”. Passare per scemo è il suo terrore. Per grazia fisiognomica Lavitola ha le sopracciglia unite e la faccia dell’intelligenza istintiva alla Bertoldo, della furbizia primitiva, bandiera degli spavaldi ribaldi e ricchi del berlusconismo, quelli che gli scemi siamo noi. Lo scemo è Cipputi e non Sacconi, lo scemo è il professore Biagi e non Scajola, lo scemo è il contribuente e non l’evasore, lo scemo è il drogato e non lo spacciatore, lo scemo è il pesce e non il pescivendolo. Ecco il mondosottosopra.

SOTTOSEGRETARIO “Lo so, lo so, avrà messo uno… uno a come si chiama, alla Santanché; e uno a Storace; e un altro, chi lo sa?, speriamo che volesse fà a me, boh”.

SUPPOSTA L’oggetto lo intriga forse perché è il feticcio di chi sa introdursi, e lui è bene introdotto. La propone a Maria, a Daniela, alle segretarie …: “Mò vengo, ti do una bella suppostina e ti guarisci”

STAMPA “È il vero problema di questo cacchio di paese”.

TRANQUILLO È il telefono che non può essere intercettato. “Hai visto che avevo ragione?” gli dice con amarezza Berlusconi rinfacciandogli le intercettazioni. ” Il mio maresciallo mi ascolta” dice e ricorre alle schede esotiche e tranquille, quelledei malavitosi: “Le passo il presidente Berlusconi”, “no, no, un momento, lo richiamo io tra due minuti”.

URUGUAY “Stanno in un conto chiuso in Uruguay” i 500mila euro che Berlusconi gli ha dato per Tarantini. Gli dice di tenerli lì “per il tuo futuro, per l’emergenza” (vedi anche Brasile).

VALTERINO Nella memoria degli italiani ci sono Walter Chiari e Walter Veltroni, entrambi con la W, che è una doppia V. Lavitola è il Valter con una sola V. È il surrogato italianizzato, come Ilary lo è di Hilary, come il faccendiere lo è del lobbista e del brasseur d’affaires. Ha nel nome l’incompiutezza metafisica: Machiavelli, editore, pescivendolo, ministro, “gli chiedo le deleghe di Gianni Letta”. È l’ambizione di chi ha una sola “V” e per tutta la vita insegue l’altra.

ZUPPA DI LATTE. Il contrario del celodurismo: “Se solo me lo chiedi vuol dire che mi consideri una zuppa di latte come a te”.