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"Una ricetta autolesionista", di Ronny Mazzocchi

Sono passati solo due anni da quando Tremonti, in occasione di un convegno organizzato dalla Banca Popolare di Milano, sosteneva solennemente che «per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia», aggiungendo che «la stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale».Ieri, con una svolta di 180 gradi, un governo screditato e senza più una maggioranza politica, facendo leva sulle richieste delle cancellerie europee, ha messo sotto attacco due dei pilastri fondamentali – lavoro e pensioni – di quella stabilità sociale che sembrava così centrale nella visione di uno dei suoi principali esponenti. Il contenuto della lettera che Silvio Berlusconi ha consegnato ai capi di Stato e di governo europei riuniti a Bruxelles va addirittura al di là della noiosa retorica che nell’ultimo decennio
ha accompagnato quasi tutte le riforme del mercato del lavoro. Dopo aver cercato per anni di indebolire tutto l’impianto giuslavoristico italiano agitando un supposto conflitto generazionale capace di contrapporre i figli precari ai padri ipergarantiti, il governo ha gettato la maschera eliminando la sicurezza del posto di lavoro a tutti, indipendentemente dal
contratto di lavoro. Visto nell’ottica di un rilancio del nostro paese non si capisce davvero quale dovrebbe essere l’utilità di questo provvedimento. Lo sviluppo di una economia si favorisce casomai facilitando le assunzioni, non certo i licenziamenti. E non regge nemmeno l’idea più volte propagandata che, potendo liberarsi più facilmente della forza lavoro in periodi
di crisi, le imprese assumerebbero più di buon grado nelle fasi ascendenti del ciclo. Come dimostrò ormai molti anni fa Olivier Blanchard, ora capo economista al Fondo monetario, la flessibilità può incidere sulla variabilità dell’occupazione – favorendone una discesa più rapida nei periodi di crisi e una altrettanto rapida ripresa nei periodi di crescita sostenuta – ma non ha nessun effetto sul livello dell’occupazione, che dovrebbe essere ciò che ci interessa maggiormente. Forse però sta proprio qui la chiave per capire le ragioni di questa scelta.
Nel momento in cui il Consiglio europeo egemonizzato dai governi conservatori dispensa a tutti la stessa combinazione di politica economica, basata su feroci tagli ai sistemi di welfare, privatizzazioni senza alcun ragionevole criterio e compressione dei diritti sociali, la semplificazione delle procedure per il licenziamentodei lavoratori diventa un ingrediente fondamentale per tentare di rendere più rapida, efficace e incisiva questa ricetta deflattiva. I risultati però rischiano di essere deleteri, non solo per le drammatiche conseguenze sociali,
ma anche per gli insostenibili costi finanziari derivanti da un probabile aumento della disoccupazione. Quel che è peggio, una ricetta così dura si rivelerà anche inutile – anzi, dannosa – se applicata contemporaneamente da tutti i Paesi.

L’Unità 27.10.11

Stranieri e servizio civile, proposte di legge e sperimentazioni per aprire la strada

Due proposte di legge in Parlamento, entrambe del Partito democratico (Turco 2009 e Bressa-Sereni 2010) e sperimentazioni in alcune regioni del nord. In Emilia Romagna gli stranieri accedono al Scn dal 2003.. All’indomani dei ricorsi avanzati da giovani stranieri in merito alla loro esclusione dal servizio civile, uno di un giovane universitario pakistano al tribunale di Milano e l’altro di una studentessa albanese al tribunale di Brescia, il sito del tavolo ecclesiale sul servizio civile Esseciblog fa il punto sulle proposte ed esperienze già esistenti sull’argomento. Innanzitutto, i numeri. Secondo gli ultimi dati Istat, sono oltre 832 mila gli stranieri, dai 18 ai 28 anni, residenti in Italia. “E se i ricorsi annunciati ieri dovessero andare a buon fine – commenta Esseciblog – anche per loro si potrebbero aprire le porte del servizio civile. Porte sempre più strette in verità anche per i giovani italiani, perché con i tagli annunciati dal Governo l’anno venturo potrebbero essere finanziati poco più di 10mila posti, a fronte dei 20mila dell’ultimo bando”.
Per i giovani stranieri comunque, sono state avanzate da tempo proposte di legge ed esistono già esperienze positive a livello locale.
Le due proposte di legge depositate in Parlamento sono entrambe targate Partito democratico, una presentata da Livia Turco (C. 3047) nel dicembre 2009, un’altra, un anno fa, dai deputati Bressa e Sereni (C. 3952). Il disegno di legge Turco è quello più specifico e mira ad introdurre “Norme per la promozione della partecipazione dei giovani immigrati al servizio civile nazionale”. Nella proposta si prevede che comuni ed enti possano presentare progetti destinati a giovani immigrati dai 18 ai 25 anni “che non possiedono la cittadinanza italiana e che sono residenti o domiciliati” nel territorio comunale. Il compenso sarebbe equiparato a quello dell’attuale servizio civile (433,80 euro) e l’esperienza costituirebbe “un credito per favorire l’acquisizione della cittadinanza italiana”. La proposta Bressa-Sereni nasce invece come riforma complessiva del servizio civile nazionale e introduce anche per i giovani “cittadini stranieri residenti in Italia da almeno tre anni” la possibilità di poterlo svolgere.
Tra le esperienze già esistenti c’è quella della Regione Emilia Romagna, che con la legge n. 20 ha aperto già dal 2003 il proprio servizio civile agli stranieri, con forme di impegno e di durata diverse, che tra l’altro ora verranno portate ad essere in tutto e per tutto uguali a quelle previste per i giovani italiani. Su questo fronte si sta muovendo la Regione Liguria, come segnala ancora Esseciblog e, per quanto riguarda altre amministrazioni locali, la Provincia di Novara ha realizzato nel 2009 un bando per 17 giovani stranieri, mentre il Comune di Vercelli ha avviato un suo progetto sperimentale, cofinanziato insieme alla Regione Piemonte. Infine il Comune di Torino da quattro anni porta avanti il progetto “Servizio civile volontario – Giovani immigrati a Torino”, destinato a 20 giovani immigrati dai 18 e i 25 anni compiuti, che non possiedono la cittadinanza italiana e sono residenti o domiciliati nel comune.

da Redattore Sociale

www.partitodemocratico.it

"Travolti dall'inerzia", di Pietro Greco

No, non era ineluttabile che il nubifragio che si è abbattuto in Liguria e nell’alta Toscana causasse tanti morti, tanti dispersi e tanti danni. Erano morti (e dispersi e danni) evitabili. Da tempo sappiamo che non solo quella zona d’Italia, ma il Paese intero è esposto al rischio. Che il 70% dei comuni della penisola è da sempre interessato a fenomeni di dissesto idrogeologico. Ogni anno, in media, in questi Comuni si verificano ben 1.200 frane e 100 inondazioni rilevanti, quasi tutte concentrate in un’area che copre il 7,1% della superficie del Paese. Raramente queste frane e queste inondazioni bucano il muro dell’attenzione. Eppure si tratta di eventi molto spesso tragici. Ogni anno, infatti, muoiono decine di persone a causa di questa fragilità: circa sei ogni mese, in media, nell’ultimo secolo e mezzo. Così, dal 1853 al 2003, secondo i calcoli della Federazione italiana di scienze della terra, il dissesto idrogeologico si è portato via oltre 11.000 vite: 4.000 per il tramite di inondazioni e 7.000 per frane. Molte di queste morti erano evitabili. Perché ne conosciamo le cause. Che sono diverse e stratificate nel tempo. Ci sono quelle antiche, come la fragilità del territorio. Ci sono quelle di medio periodo, come la forte e incontrollata antropizzazione di alcune zone (soprattutto a valle) e il forte e incontrollato abbandono di altre zone (soprattutto a monte). Ci sono quelle recentissime: l’aggressione al territorio favorita da mille condoni. Ci sono quelle che durano nel tempo, come la mancanza di cultura della prevenzione. Una mancanza presente a ogni livello (anche se con diverse responsabilità): di governo e di istituzioni locali. E anche, occorre dirlo, di noi cittadini. Se vogliamo onorare le morti evitabili delle scorse ore in Liguria e le migliaia di morti evitabili per dissesto idrogeologico degli ultimi centocinquant’anni occorre chiedersi cosa possiamo fare per attenuare il rischio. Tenuto conto che lui, il rischio, molto probabilmente si ripresenterà nel nostro prossimo futuro con maggiore frequenza e aggressività, perché – come ha ricordato Giorgio Napolitano ieri – sono in atto cambiamenti climatici che renderanno più frequenti anche alle nostre latitudini alcuni fenomeni meteorologici estremi. Non illudiamoci. Non esiste una bacchetta magica per azzerare, da un giorno all’altro, il rischio. Esistono però una serie di strumenti diversificati che possono consentirci di attenuarlo nel corso degli anni. In primo luogo, occorre che la consapevolezza del rischio diventi senso comune. Se questa coscienza non diventa radicata e diffusa, difficilmente riusciremo a frenare l’aggressione al territorio e a costruire una efficace cultura della prevenzione del rischio. Difficilmente riusciremo a evitare altri morti per alluvione e/o per frana. Occorrono poi le azioni specifiche a opera delle istituzioni pubbliche. Si calcola dal dopoguerra a oggi le sole frane abbiano causato danni per oltre 50 miliardi di euro. In media 800 milioni l’anno, saliti negli ultimi lustri ad 1,2 miliardi l’anno. Il ministero dell’Ambiente stima che, per minimizzare il rischio da disseto idrogeologico, occorrerebbero investimenti per circa 40 miliardi di euro (ma il governo li ha ridotti per il 2012 da un miliardo a zero). Altri sostengono che ne basterebbero dieci volte meno, se l’azione venisse ben coordinata. Ecco, dunque, un punto cruciale per il programma di crescita (ma sarebbe meglio dire di autentico sviluppo sostenibile) di un nuovo governo. Una“grande opera” da realizzare: investire 4 o 5 miliardi l’anno (magari con l’Ici o una patrimoniale sulle case, in particolare quelle abusive) per almeno 5 anni per contrastare il dissesto idrogeologico. L’investimento consentirebbe di evitare molte morti e di risparmiare sui danni da frane e alluvioni. Consentirebbe di creare nuove e numerose occasioni di lavoro. E, se realizzato prevedendo il concorso della comunità scientifica, consentirebbe di sviluppare nuove tecnologie e nuovi processi che potremmo esportare all’estero: proprio perché i cambiamenti climatici nel prossimo futuro determineranno un aumento del rischio idrogeologico un po’ ovunque nel mondo.

L’Unità 27.10.11

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“”Monterosso non c´è più” il paradiso delle Cinque Terre ora è un inferno di fango”, di Jenner Meletti

E la moglie del volontario scomparso urla: cercatelo ancora. “Ci vorranno anni per aggiustare tutto. In piazza ci sono pezzi di case tirate giù dai monti”. Il corso principale di Vernazza trasformato in un fiume di terriccio e detriti. Il paradiso finisce all´incrocio fra la litoranea che porta a Monterosso e la strada che scende a Vernazza. Fin qui, uliveti e viti a terrazza, gialle o rosse come gli aceri del Canada.
E l´azzurro del mare che si confonde con il cielo. Qualche metro in discesa, e vedi che la strada che porta a Muro è caduta nel torrente e ora le acque passano sopra un ponte. Provi a scendere, l´acqua è sulla strada e poi tutto cambia: la strada è scomparsa e resta solo il torrente. Vernazza è laggiù, staccata da mondo. La litoranea che porta a Monterosso è solo un lago di fango. Lo tsunami, in queste Cinque Terre, è arrivato dalla montagna. I monti che riparano dalle correnti e permettono a queste piccole spiagge un´estate infinita, stavolta hanno raccolto l´acqua nei canaloni e l´hanno buttata giù come una bomba.
Si arriva solo dal mare, a Monterosso. I traghetti Lem ed Elfo della compagnia Golfo dei Poeti scaricano bottiglie d´acqua, latte, scatolame, pane, biscotti. La piazza è un cumulo di terra, automobili, barche, alberi. «Ero al secondo piano della mia casa – dice Delfina Capocello – e dalla finestra mi sembrava di guardare un film. Auto portate giù dai monti, pali, tronchi, alberi con le radici. Io abito nella parte nuova, la Fegina, meno colpita. Ma mio marito ha il ristorante Moretto nella parte storica di Monterosso, e non sapevo nulla di lui. Solo alle nove della sera sono riuscita a raggiungerlo. Le case erano quasi tutte illuminate, ma ho avuto un colpo al cuore quando ho capito che non riconoscevo più il paese in cui sono nata».
Nel buio della sera, una donna cammina nella piazza e grida contro le ruspe che, alla luce delle fotoelettriche, affrontano il muro di fango. «Fermatevi, Sandro potrebbe essere lì sotto». Sandro Usai, 40 anni, partì dalla Sardegna per fare il cameriere qui a Monterosso. «Eravamo al sicuro in casa – racconta la donna – ma lui ha voluto uscire per aiutare gli altri. Fa il volontario, non è riuscito a stare fermo». Luigi Corgiulo, titolare del ristorante La Lampara, conferma. «Ha aiutato me e gli altri camerieri a portare in salvo i clienti tedeschi e francesi, che erano a tavola. Li abbiamo fatti salire al secondo piano, a casa mia. Poi Sandro è uscito, per dare una mano a chi non era ancora al sicuro». Sembra che, quando il torrente di fango ha travolto tutto, lui si sia aggrappato prima a una grata poi a un albero. I sommozzatori dei Vigili del fuoco lo cercano in mare. Tanti, in paese, si sono salvati perché sono riusciti a raggiungere il punto più alto, l´ex convento di padre Semeria trasformato in casa di riposo. «Monterosso non c´è più», dice il sindaco Angelo Betta.
Anche a Vernazza si arriva solo con i battelli. «Sono venuto – racconta Daniele Bosso – a prendere i miei genitori. Ecco, questa è la nostra casa, in via Roma. I miei abitavano al primo piano, lì, in quelle finestre coperte di fango. Non si vede più nulla, ma a piano terra c´è un forno. Quella è piazza Marconi, e la montagna è arrivata anche lì». Muri di fango alti come uomini, donne che piangono e non solo perché hanno perso tutto. «Non ci sono notizie ufficiali – dice Daniele Bosso – ma anche qui ci sono dei dispersi, si parla di quattro o cinque persone. Il torrente passava a fianco del paese, ma l´altro giorno invece è venuto giù dritto. Il corso principale, che è appunto via Roma, è diventato il nostro nuovo torrente». Sembra di sentire le urla di chi, nel pomeriggio in cui il cielo e il mare sono diventati neri, correva verso il palazzo del Comune e al Castello per trovare la salvezza.
«Ci vorranno mesi, forse anni – dice l´uomo che ora si tiene stretti i genitori – per aggiustare tutto. In piazza ci sono anche pezzi di case tirate giù dalla montagna. Avevamo un bombolone per il gas, enorme, che serviva tutto il paese. È stato spaccato dal vento e rotolando è finito in mare. Ha disperso il gas ovunque. Bastava una scintilla, e saremmo bruciati come bistecche». Anche lo scuolabus del Comune è finito in mare. Per fortuna i bimbi erano ancora a scuola.
I primi soccorsi sono arrivati con un locomotore diesel partito da La Spezia, in grado di farsi strada su binari coperti da un metro di fango. Sopra, i Vigili del fuoco e gli uomini della Protezione civile. Almeno trecento persone, in queste Cinque terre, sono state evacuate, ma tanti hanno voluto restare, anche se non hanno un letto. Hanno cominciato a spalare fango ancora prima dell´arrivo dei soccorsi. «Noi siamo qui sotto le montagne – dice Angelo di Corniglia – e sappiamo che le alluvioni ci sono sempre state. Ma quella di martedì è stata un terremoto. La montagna è come la casa, non la puoi abbandonare. Se si apre una finestra, se un pezzo di tetto si rompe, o aggiusti tutto subito o in poco tempo la casa crolla». La montagna abbandonata si è vendicata. E l´uomo ha fatto di tutto, per rovinare la terra in cui abita. Ci sono case costruite a fianco dei canaloni e tanti torrenti – visto che lo spazio è poco e bisogna fare arrivare i turisti – sono stati coperti dal cemento e trasformati in strade. Ma con la bomba d´acqua i torrenti hanno ritrovato la strada perduta e fatto saltare l´asfalto.
Sembra che anche oggi ci sarà il sole. «Meriggiare pallido e assorto», scriveva Eugenio Montale proprio qui a Monterosso. Ma per «osservare tra frondi il palpitare / lontano di scaglie di mare», bisognerà voltare le spalle al fango. E al dolore di chi ha perso tutto.

La Repubblica 27.10.11

"Ma questa legge troverà la maggioranza?", di Stefano Lepri

Sono propositi molto ambiziosi, alcuni anche a forte rischio politico, quelli consegnati ieri dal governo italiano alle autorità europee. Ma come può sperare di trasformarli in legge un governo che solo ieri alla Camera è andato in minoranza due volte su questioni di poco peso? Del resto il ministro dell’Economia, che dalla stesura della lettera è stato in buona parte escluso, non è parso tenerne gran conto quando ha parlato ieri mattina alla Giornata del Risparmio.

Spicca nei nuovi impegni, ad esempio, una maggiore libertà di licenziamento per le imprese. Il centro-destra tentò già di introdurla nel 2002-2003, quando disponeva in Parlamento di una maggioranza assai ampia, e dovette desistere di fronte a una manifestazione di protesta tra le più vaste mai viste in Italia. Per giunta le parole di Mario Draghi ieri confermano che questa misura non compare tra le richieste dalla Banca centrale europea.

Al contrario, appaiono inconsistenti gli impegni sulla previdenza, dove le autorità europee avevano chiesto di fare di più già dal 2012. I requisiti per le pensioni di anzianità, l’onere più pesante per il nostro sistema, «sono stati già rivisti», si legge. E’ ben vero, come afferma il governo, che ormai il sistema pensionistico italiano è «tra i più sostenibili in Europa», dato che molti altri stanno peggio; ma la Ue ci ha consigliato di intervenire ancora perché si tratta di uno dei settori più importanti di una finanza pubblica nell’insieme poco sostenibile.

Nulla di nuovo anche per i conti complessivi dello Stato. Di fronte al timore delle autorità europee che le misure già prese non siano sufficienti a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, il governo ripete una spiegazione dettagliata di ciò che ha già fatto, aggiungendo soltanto che sarà pronto a intervenire in caso di scostamenti dagli obiettivi.

Tra le novità, compare l’impegno a vendite e valorizzazioni di beni pubblici per 5 miliardi all’anno, compresa una ampia privatizzazione di aziende controllate dagli enti locali. Questo l’Europa lo chiede; per realizzarlo occorre un governo solido, capace di imporsi alle amministrazioni locali di ogni colore, che da questo orecchio, quasi tutte, non ci sentono. Lo stesso vale per la liberalizzazione delle professioni, finora bloccata in Parlamento da lobbies possenti nella maggioranza, con agganci anche nelle opposizioni.

D’altra parte, è la lettera stessa a rivelare il suo limite, nel prolisso elencare provvedimenti già presi da mesi e non realizzati per carenza di consenso politico. Come si farà a decidere in fretta le misure nuove, se è già così lunga quella delle misure ancora in corso d’opera? E perché poi insistere con tutte quante le proposte di revisione costituzionale, quando all’Europa ne interessano solo due, il pareggio di bilancio e l’abolizione delle Province? Con una maggioranza parlamentare nelle condizioni in cui si trova, le complesse procedure per cambiare la Costituzione rischiano soltanto di rallentare misure assai più urgenti ed efficaci anche nel breve periodo.

Le prime reazioni dall’Europa sembrano positive. Sulla carta, infatti, c’è parecchio: una lista davvero lunga di propositi, buoni o non a seconda dei gusti. Ma forse si tratta solo di far finta di fare, in modo di togliere gli altri governi europei dall’imbarazzo. Altrimenti avrebbero dovuto spingersi a compiere un passo finora nuovo e inesplorato nella storia dell’Unione, provocare la crisi di un altro governo. Ma attenzione: secondo alcuni esperti finanziari, se i tassi del debito pubblico italiano, ora vicini al 6%, salissero oltre il 6,2-6,3%, la crisi di sfiducia nel nostro Paese potrebbe divenire irreversibile; e tutte le forze dell’Europa non basterebbero a salvarci.

La Stampa 27.10.11

"Prima il concorso poi i tagli, il pasticcio Gelmini sui presidi", di Luciana Cimino

Istituti accorpati Il Miur impone alle Regioni: 3.138 posti in meno. Molti i ricorsi Domande sbagliate nella selezione, la parola al Tar. Dalle classi pollaio alle scuole pollaio. È un pasticcio continuo la scuola pubblica dell’era Gelmini- Tremonti, e ancora una volta a farne le spese sono i presidi. Dopo la manovra di luglio che aveva stabilito che a partire dal 2011/2012 le scuole con meno di 500 alunni non potranno più avere un preside titolare ma saranno guidate da uno che già esercita in un altro istituto (con lo scopo di tagliare 1.812 presidenze e risparmiare 100 milioni l’anno) arriva un altro grossa sforbiciata. È contenuta nel disegno di legge di Stabilità, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 14 ottobre e ora in Parlamento per il via libera definitivo. Il ddl innalza ulteriormente il numero di alunni per scuola, “impone” gli istituti comprensivi per il primo ciclo (cioè elementari e medie), fa saltare 3.138 capi d’istituto (il31%degli attuali presidi) e altrettanti dsga (i vecchi segretari). Una operazione di riorganizzazione fatta senza alcuna esigenza didattica ma, come scrive lo stesso Miur, per rispondere a «finalità di contenimento della spesa e al raggiungimento dell’obiettivo della stabilizzazione della finanza pubblica », che stride con uno dei capi saldi del governo Berlusconi e della Lega: il federalismo. La competenza sulla rete scolastica è infatti delle Regioni. Quindici di queste hanno fatto ricorso. Viale Trastevere ha cercato di mettere una toppa inviando ai primi di ottobre una circolare in cui, pur riconoscendo che la materia è «competenza esclusiva»degli enti locali, invita i propri uffici periferici a sollecitare le Regioni «affinché venga data sollecita applicazione» alla norma prevista dalla manovra di luglio. «Le scuole sono sul piede di guerra perché non sanno quale sarà il loro destino – spiega la Flc Cgil – le famiglie non sanno dove andranno a scuola i figli e i Comuni non sanno dove prendere i soldi se i cittadini avranno bisogno di più scuolabus». «Questa operazione non ha alcun fondamento didattico», spiega ancora il sindacato che dice di non essere contrario a una razionalizzazione della rete scolastica che è anzi auspicabile ma se concepita seguendo le esigenze del territorio. «L’istituto comprensivo è un modello per la didattica, non è una cosa che si costruisce solo perché hai l’esigenza di tagliare presidi e personale amministrativo, non si possono accorpare gli alunni solo perché ne devi fare più di mille a tutti i costi per fare cassa ma seguendo esigenze educative e quelle territoriali, i legami con il quartiere sono importanti. Per questo – prosegue la Flc Cgil – noi chiediamo al governo la moratoria di un anno su questi provvedimenti ». Dello stesso avviso la responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi, «l’ennesima sforbiciata pesantissima ai danni della scuola pubblica. Gli amministratori Pd stanno giocando questa battaglia in Conferenza Stato-Regioni. Noi siamo i primi a credere negli istituti comprensivi ma è inaccettabile che un progetto che serve a migliore la didattica si trasformi in una scuola pollaio solo per tagliare i presidi». Sgomenti i capi d’istituto riuniti nella Dirpresidi. Per Attilio Fratta, il presidente, «un dirigente non avrà mai modo di controllare una situazione così complessa come una scuola con 1800 alunni, è una follia, non è da paese civile. La Gelmini vuole sconvolgere un sistema e ha creato un manicomio». IL CAOS CONCORSO Ma a preoccuparsi non sono solo i genitori che non sanno dove gli bisognerà portare a scuola i figli il prossimo anno, o i presidi che dovranno gestire scuole-mostro di 1600alunni,ma anche gli aspiranti tali. Proprio quelli che nelle scorse settimane hanno cominciato il concorso tra mille polemiche (prima la pubblicazione delle domande sbagliate, poi il “sequestro” in aula per oltre 6 ore, infine la somministrazione di quiz- propaganda). Sono in molti infatti a pensare che tutti questi tagli metteranno a rischio anche i posti da dirigente a concorso. «Immissione vanificata dai tagli», dicono dal Pd. «Qualche effetto ci sarà», dice la Flc Cgil. Si vedrà fra due anni. Sarebbe l’ennesima beffa. L’ultima è stata infatti lo scoprire che anche fra i quiz somministrati durante la prova c’erano almeno 38 domande su 100 sbagliate. Come sospettavano gli esaminandi e come ha verificato l’Anief (l’Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione) tramite i propri esperti. L’ennesima figuraccia per il ministeromanonpriva di conseguenze. Se anche il Tar dovesse confermare gli errori e accogliere le centinaia di ricorsi, come se ne verrà fuori da questo pasticcio?

L’Unità 27.10.11

"Licenziamenti possibili se l’azienda va in crisi", di Roberto Giovannini

In Italia sta per finire l’era dei licenziamenti difficili. Se quanto scritto nella lettera consegnata ieri da Berlusconi alla Ue diventerà legge si entrerà in un regime all’anglosassone, in cui si potrà allontanare un dipendente senza particolari complicazioni a fronte di situazioni di difficoltà economica dell’impresa per la quale si lavora. Probabilmente, così come avviene già oggi nelle piccole imprese, anche nelle aziende con più di 15 dipendenti sarà sufficiente versare un’indennità monetaria. Addio alle protezioni garantite dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, pure parzialmente – ma non abbastanza a quanto pare – indebolito dalla riforma varata nel decreto di Ferragosto. E via libera alla possibilità per le imprese di attuare «licenziamenti economici».

Una riforma davvero drastica, quella indicata dal governo e promessa entro il maggio del 2012. Certamente perché divenga legge bisognerà fare i conti con la fragilità della maggioranza. I licenziamenti sono materia politicamente esplosiva, e certo non fatta su misura per conquistare consensi elettorali. Una riforma simile fu tentata già nel 2001-2002 dal secondo governo Berlusconi, e finì come sappiamo. Sicuramente l’operazione susciterà proteste sociali molto dure, e già nei primi commenti a caldo tutti i sindacati confederali – comprese Cisl e Uil, e persino l’Ugl – si parla apertamente di manifestazioni e scioperi.

Nel testo della lettera, oltre alla «nuova regolazione dei licenziamenti» – definita come «funzionale» a maggiori assunzioni da parte delle imprese – ci sono anche altre indicazioni e impegni. Sarà più facile licenziare, ma si promette che per via legislativa si renderà più difficile fare contratti di collaborazione e in generale «parasubordinati», che «oggi sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato».

Ma oltre ai licenziamenti nel settore privato, si parla di interventi pesanti anche nel pubblico impiego. L’obiettivo è quello di «rendere più efficiente, trasparente, flessibile e meno costosa la pubblica amministrazione» al centro e in periferia. Per questo, con «meccanismi cogenti», si imporrà la mobilità obbligatoria dei dipendenti pubblici, la «messa a disposizione» e il superamento delle dotazioni organiche. In altre parole, si potranno chiudere e accorpare uffici, e spostare il personale anche in altri uffici, anche in città diverse. Chi non accetterà perderà il posto; chi verrà «messo a disposizione» finirà in una specie di Cassa integrazione a salario ridotto. Infine, entro il 2011 verranno approvate le misure (già presenti nella bozza del decreto sviluppo) per favorire i contratti di apprendistato per i giovani (anch’essi «terminabili» nell’arco di tre anni da parte dell’azienda) e le assunzioni part-time delle donne.

Immediata, e durissima, la reazione dei sindacati. Il primo ad attaccare in ordine di tempo è il segretario della Cisl Raffaele Bonanni: «così facendo si attaccano solo i più deboli, reagiremo subito perché non siamo d’accordo». «Permettere i licenziamenti per motivi economici – dice Bonanni – è solo uno specchietto per le allodole per le imprese. Il risultato è istigare le persone alla ribellione». La leader della Cgil Susanna Camusso afferma che «lo spirito riformatore del governo si traduce in un ennesimo attacco, sui licenziamenti, sul lavoro precario, sulle pensioni. Abbiamo visto le dichiarazioni di altre organizzazioni sindacali e siamo per proporre a tutti un’ iniziativa di mobilitazione unitaria che rimetta al centro le ragioni del lavoro e della crescita ancora una volta negate da questo governo». Paolo Pirani, numero due Uil, spiega che il governo «fa pagare dipendenti e pensionati, senza dire nulla su evasione fiscale, sprechi e privilegi. La Uil non ci sta e la nostra reazione ci sarà e sarà assolutamente ferma». Infine, il numero uno dell’Ugl Giovanni Centrella dice che «la misura è colma. Ora siamo liberi di agire».

La Stampa 27.10.11

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“Cgil e Cisl: reagiremo. Le opposizioni:governo screditato”, di Federica Fantozzi

«Orrenda» per il Pd, «deludente» per l’Udc, «pericolosa» per l’IdV. La lettera d’intenti che Berlusconi ha sfoggiato a Bruxelles non convince affatto l’opposizione. Che lamenta anche di non conoscerne il contenuto, oltre all’assenza di una precedente discussione sul tema, e ne chiede la trasmissione immediata al Parlamento. In particolare colpisce il centrosinistra in negativo l’ipotesi, alla quale hanno lavorato i ministri Sacconi e Brunetta, che sia possibile per le aziende licenziare dipendenti a tempo indeterminato per motivi legati alla crisi. Uno scenario allarmante che giunge del tutto inatteso. «Orrende anticipazioni» le boccia Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro oggi capogruppo della relativa commissione alla Camera. E il leader IdV Antonio Di Pietro mette in guardia: «Il governo vuole lo scontro sociale,non si può fermare la disperazione con la repressione ». Il rifondarolo Paolo Ferrero invoca lo sciopero generale.
L’IRA DELLE TRE SIGLE Intuibile l’ira dei sindacati, anch’essi ignari di quello che si preparava. Reagisce per primo Raffaele Bonanni che schiera la Cisl con inusitata durezza: «Non siamo d’accordo su queste norme, così si colpiscono i deboli, reagiremo nelle prossime ore». Susanna Camusso, al vertice della Cgil, propone una mobilitazione unitaria «che rimetta al centro le ragioni del lavoro e della crescita, ancora una volta negate». Un’iniziativa comune contro l’«ennesimo attacco» del governo ai diritti di donne, precari, Mezzogiorno. Critico anche Paolo Pirani, segretario confederale della Uil: «Non si può far pagare la crisi a dipendenti e pensionati senza colpire sprechi e privilegi». E mentre il ministro Romani annuncia che quello che già si sapeva, cioè che sul decreto Sviluppo non esiste una road map (tradotto: il testo non c’è né potrà esserci causa impossibilità a mettersi d’accordo in consiglio dei ministri) Bersani e Casini giudicano inconsistente la risposta – l’unica a questo punto – del governo sulla crisi. «Non c’è niente di serio – dice il segretario del Pd – Evidentemente l’esecutivo vuole prendersi qualche giorno di ossigeno in sede europea ». Mentre Casini, data l’insufficienza delle soluzioni approdate all’euro-summit, spinge anche lui sul pedale del voto: «Bersani dice cose sagge. Siamo in zona Cesarini: o si riesce a fare un nuovo esecutivo di responsabilità nazionale in pochi giorni o non restano che le elezioni anticipate». I due principali leader dell’opposizione guardano con occhio attento anche all’altro elemento della giornata politica di ieri: l’ennesima maggioranza. Il governo è andato sotto due volte in aula: sulla mozione dipietrista contraria alla chiusura dello stabilimento Irisbus della Fiat e sul documento piddino sui risarcimenti per incidenti stradali. Sulla prima il parere del governo era negativo, sulla seconda favorevole. NEL PDL 22 ASSENTI Il primo scivolone arriva con tre voti di scarto, il secondo – appena mezz’ora dopo – con 13. Nel Pdl si contano 13 deputati in missione e 22 assenti. Tra questi ultimi Claudio Scajola e i suoi Gava e Giustina Destro, che non hanno votato l’ultima fiducia al governo e dopo essere stati espulsi dal gruppo sono dati in avvicinamento alla nebulosa montezemoliana. Il centrodestra raggiunge la quota di novantadue sconfitte nell’emiciclo di Montecitorio.Èl’ultima prova che, quando non c’è la blindatura di una fiducia e la relativa possibilità di “trattative private” tra i deputati in odore di mancata ricandidatura e Berlusconi, la maggioranza si sfilaccia. L’Udc attacca: «Sono allo sbando» denuncia Casini. «Il loro è un libro dei sogni, la lettera all’Ue piena di buone intenzioni che non si realizzeranno». E dunque, «mobilitiamoci». Perché il governo, è questa l’impressione (o l’auspicio) del leader centrista, è vicino al capolinea.❖

L’Unità 27.10.11

"Il libro dei sogni", di Massimo Giannini

Il «libro dei sogni» di un premier che non fa più sognare. Il manifesto di politica economica di un governo che non può più governare. Il piano anti-crisi, illustrato da Berlusconi alla Ue, dissolve i sorrisi ironici di Sarkozy e della Merkel. Ma non risolve i problemi drammatici del Paese. Né sul fronte interno, né sul fronte internazionale. L´Europa chiede decreti legge. L´Italia offre pezzi di carta. L´Europa invoca misure concrete. L´Italia evoca promesse future. Con la sceneggiata di Bruxelles, il Cavaliere compra un po´ di tempo. Ma il tempo, ormai, lavora contro di lui.

La lettera inviata ai partner europei sembra l´ultimo atto di un governo morente. Per tre anni e mezzo ha dissipato e tirato a campare, nell´inedia e nell´accidia. E ora, nel suo crepuscolo dannunziano, tenta il «gesto inimitabile», la «bella morte». In quelle undici cartelle c´è infatti un compendio di intenzioni magnifiche e di provocazioni ideologiche. C´è l´elenco minuzioso delle solite «cose fatte» (e puntualmente inattuate, dalla pseudo-riforma Gelmini alla pseudo-riforma Brunetta) e la lista puntigliosa delle cose da fare (e colpevolmente mai realizzate, dalla riforma delle professioni alle privatizzazioni). Ma non c´è l´intervento che più di ogni altro avrebbe fatto recuperare credibilità al governo italiano, cioè un aggiustamento convincente sulle pensioni d´anzianità, magari con il passaggio al sistema contributivo per tutti. Sulla previdenza, viceversa, non c´è nulla, se non la «truffa» del «requisito anagrafico… pari ad almeno 67 anni per uomini e donne nel 2026». Un risultato già previsto dalla legislazione vigente, ed anzi addirittura lievemente peggiorativo rispetto alle stime.
Le intenzioni magnifiche sono quelle più neutre per il consenso politico: il risanamento dei conti, il pareggio di bilancio nel 2013, la ricostituzione di «un avanzo primario consistente», la creazione delle «condizioni strutturali favorevoli alla crescita». Peccato che questi obiettivi, alla luce di quanto è accaduto dal 13 aprile del 2008 in poi, non sono più credibili. Non è credibile l´obiettivo di un abbattimento del debito pubblico al 112,6% del Pil nel 2014, dopo che in questi tre anni e mezzo il governo lo ha fatto crescere dal 113,7 al 120%. Non è credibile un avanzo primario al 5,7%, dopo che in questi tre anni e mezzo il governo lo ha polverizzato dal 3,8 allo 0,2%. Non è credibile, soprattutto, l´ennesimo «piano d´azione per la crescita», promesso alla Ue «entro il 15 novembre», dopo che Tremonti aveva annunciato il «tagliando alla crescita» il 7 settembre, varato il primo «decreto-scossa» il 2 febbraio e il secondo «decreto sviluppo» il 5 maggio. Fiumi di parole, finti incentivi alle imprese, crediti d´imposta fasulli, semplificazioni di facciata, Piani Sud e Piani Casa venduti e rivenduti.
Le provocazioni ideologiche sono quelle più «abrasive» per il consenso sociale. La lettera ipotizza «entro il maggio 2012» una minacciosa «riforma» imperniata su «una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Dopo la sostanziale sconfitta subito sull´articolo 8 della manovra d´agosto (neutralizzata dal successivo accordo bilaterale tra le patti sociali) il governo cerca una rivincita, riproponendo una norma che aggira i limiti ai licenziamenti fissati dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non solo. La lettera azzarda anche «la mobilità obbligatoria del personale» e «la messa a disposizione con conseguente riduzione salariale del personale».
Qui c´è il vero paradosso di questo declino berlusconiano. Flessibilizzare il mercato del lavoro, rendendo più facili i licenziamenti nel settore privato e introducendo la mobilità e la Cassa integrazione nel settore pubblico, è oggi un impegno quasi proibitivo per qualunque governo. Lo si può fare sull´onda delle pressioni del Direttorio franmco-tedesco, che chiede sacrifici ai Paesi più deboli dell´Eurozona ma che può comunque contare su un suo solido sistema di Welfare e di assistenza per chi il lavoro lo perde o non lo trova. Lo si può fare sull´onda delle sollecitazioni della Bce, che nella famosa missiva del 5 agosto al governo italiano chiedeva esattamente questo, salvo sollecitare anche la contestuale introduzione di «un sistema di assicurazione della disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi».
Ora il governo italiano si dichiara pronto a raccogliere questi inviti. Ma solo nella parte più distruttiva (la libertà di licenziare per le imprese) e non in quella più costruttiva (il diritto a veri sussidi di disoccupazione per i lavoratori). È una scelta irresponsabile: non può non suscitare la dura e immediata reazione dei sindacati e delle opposizioni. Ma è soprattutto una scelta insensata: un governo che non ha più una base politica e che ormai sta perdendo anche quella parlamentare, può mettersi contro l´intero schieramento dei corpi intermedi della società italiana, dalla Confindustria ai sindacati alla Chiesa cattolica?
Molte delle misure annunciate nella lettera di Berlusconi sono inique e sbagliate. Molte altre sarebbero opportune e necessarie. Come avverte il Capo dello Stato, «servono decisioni urgenti e anche impopolari». Il vero problema è che il rito si celebra fuori tempo massimo. Un programma come quello spiegato dal Cavaliere ai capi di Stato e di governo di Eurolandia avrebbe avuto un senso il 14 aprile 2008, il giorno dopo il trionfo elettorale che consegnò a Berlusconi la più larga maggioranza della storia repubblicana. Un progetto tosto, da vera destra thatcheriana, pronta a reggere l´urto delle piazze perché cementata da un impianto politico-culturale compiuto e condiviso. Lanciarlo oggi – con una coalizione devastata dagli scandali di Berlusconi, logorata dagli sbadigli di Bossi e azzoppata dalla delegittimazione di Tremonti – è una mossa disperata e velleitaria. Sembra solo un modo per cadere sul campo, fingendo di combattere oggi la «buona battaglia» che non si è avuto la forza e la voglia di combattere tre anni e mezzo fa.
Quale Consiglio dei ministri tradurrà in decreti tutti gli impegni scritti sulla lettera? Quale Parlamento li tradurrà in legge? Mentre il Cavaliere declamava il suo piano anti-crisi al direttorio europeo che l´ha ormai «commissariato», alla Camera la sua maggioranza si liquefaceva per la novantaquattresima volta dall´inizio della legislatura, su due provvedimenti minori. Mentre il Cavaliere tediava l´uditorio di Bruxelles riparlando di bunga bunga e toghe rosse, il rendimento dei Bot all´ultima asta cresceva oltre la soglia di guardia. È la prova più tangibile, ma anche la più amara, della strage delle illusioni berlusconiane.

La Repubblica 27.10.11