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"I santi guaritori e l’industria delle false speranze", di Pietro Greco

E’ successo anche ieri. Ancora una volta un magistrato si è sostituito ai medici e ha ordinato la somministrazione della terapia di Davide Vannoni a un paziente che la chiedeva. È un nuovo caso di quella «cura per decreto» che è somministrata solo in Italia e che fa parlare il mondo. Al caso Stamina e alla cura per decreto è dedicato l’e-book Acqua sporca. Cosa rischiamo di buttar via con il caso Stamina, scritto da Antonino Michienzi e Roberta Villa, disponibile su tutte le principali librerie online, scaricabile gratis perché finanziato attraverso un interessante esperimento di crowdfunding (una sorta di finanziamento preventivo dei futuri lettori), patrocinato da Scienzainrete, e intitolato alla memoria del «nostro» Romeo Bassoli, il giornalista che per anni ha animato le pagine scientifiche dell’«Unità», scomparso il 13 ottobre 2013.

Romeo, come giornalista e come paziente, si è sempre battuto contro le «false speranze», da chiunque alimentate: ricercatori, medici o mass media. E gli sarebbe piaciuto molto questo libro, anche e soprattutto perché racconta come un’industria delle «false speranze» stia cercando di imporsi nel «mercato della salute», travolgendo le norme e le regole create, neppure tanti anni fa, a salvaguardia dei cittadini

Antonino Michienzi e Roberta Villa ricostruiscono passo dopo passo la vicenda di Davide Vannoni e della Fondazione Stamina. Dimostrando come il professore laureato in lettere ed esperto di comunicazione sia riuscito a entrare nelle strutture della sanità pubblica e ad alimentare «false speranze» in tanti malati e famiglie di malati con una pratica che non ha i requisiti minimi per essere considerata una terapia, neppure una terapia non convenzionale, grazie alla compiacenza di un’incredibile quantità di persone – politici, medici, ricercatori e, appunto, magistrati – che hanno ruoli im- portanti nel sistema nazionale che sovraintende alla nostra salute.

L’«Unità» ha puntualmente raccontato queste vicende, che il libro ci ripropone con un racconto completo e organico. Il cui maggior pregio, tuttavia, è quello di dimostrare che la vicenda Stamina non è un caso isolato. E che Davide Vannoni non è che uno dei tanti «santi guaritori» che costellano la millenaria storia dell’industria delle «false speranze» in medicina. Stamina è l’espressione – magari degenere – di un vasto movimento che nella pratica e nella teoria sta cercando di ridisegnare il sistema di controllo e di sicurezza in ambito farmacologico e, più in generale, medico.

Un sistema che si è affermato negli an- ni 60 del secolo scorso, dopo la vicenda del talidomide, un farmaco ansiolitico
che dopo essere stato messo in commercio negli anni 50 e stato ritirato nel 1961 perché causa di centinaia di malformazioni fetali. Da allora le autorità sanitarie europee e americane hanno stabilito pro- cedure molto rigorose per la sperimentazione dei farmaci e dei protocolli clinici. Queste procedure hanno il consenso del- la comunità scientifica internazionale e hanno consentito di aumentare il livello di sicurezza in sanità. Ma hanno un difetto – almeno agli occhi delle imprese che producono farmaci e propongono protocolli clinici – di essere lunghe e costose. Negli Usa, per esempio, ogni anno vengono spesi 65 miliardi di dollari in ricerca e si ottengono solo una decina di formule veramente nuove. A torto o a ragione, le grandi aziende del farmaco ritengono che questa sia causa di una loro crisi prossima ventura. E chiedono meno regole, per introdurre novità nel mercato della salute. Poiché uno dei settori innovativi più promettenti è quello delle cellule staminali, ecco che la richiesta di «meno regole» si sta concentrando su queste cellule. Cellule che, finora, molto hanno promesso ma che, tutto sommato, poco hanno finora mantenuto.

La deregulation ha due dimensioni. Una pratica, una teorica. Quella pratica consiste nel creare industrie delle «false speranze» nei paesi con legislazioni meno rigorose. Si hanno notizie di queste industrie in Cina, in Giappone, in Messico. E si ha notizia di una nuova forma di «turismo sanitario» che vede centinaia di persone di tutto il mondo disposte a lunghi viaggi e a conti salati pur di accedere a terapie che molto promettono e che poco mantengono. Tuttavia a preoccupare di più è la dimensione teorica che, negli Stati Uniti e non solo, ha assun- to le forme di un «nuovo pensiero in sanità» proposta da un vero e proprio movimento, di matrice liberale e liberista, che chiede meno lacci e lacciuoli in sanità, nel nome della libertà di ciascuno di curarsi come vuole e di scegliere i rischi da correre. Il prerequisito è aggirare le norme sulla sperimentazione dei farmaci.

La speranza posta nelle cellule staminali è il cavallo di Troia considerato più promettente per smantellare il sistema di sicurezza e liberalizzare l’intero settore della biomedicina. In gioco ci sono fatturati da centinaia di miliardi di euro l’anno. Il caso Stamina in Italia è un piccolo rivolo di questo grande fiume che, nel nome della libertà, rischia di distruggere la sicurezza in sanità.

da L’Unità

"Il potere dell'istruzione", di Nicholas Kristof

SONO passati quasi tre mesi da quando i militanti islamici nel nord della Nigeria attaccarono una scuola dove si svolgevano gli esami e sequestrarono più di 250 ragazze, tra le più intelligenti e promettenti della regione.
I loro rapitori le hanno definite schiave e hanno minacciato di «venderle sul mercato». L’ultima volta che sono state viste, in un video di due mesi fa, le ragazze apparivano terrorizzate.
«Stiamo chiedendo aiuto», supplica Lawan Zanah, padre di una ragazza scomparsa, Ayesha, che ha 18 anni e compariva in quel video. «America, Francia, Cina, dicono che ci stanno aiutando, ma concretamente non vediamo nulla».
Lui e gli altri genitori, dice, non sanno nemmeno se le loro figlie sono vive. I genitori passano il tempo a pregare che Dio intervenga, dal momento che il governo nigeriano e gli altri non sembrano avere intenzione di farlo. «Speriamo che Dio ascolti il nostro dolore».
La preside della scuola, Asabe Kwambura, dice che 219 ragazze non sono ancora tornate e denuncia il fatto che la campagna internazionale di solidarietà Bring Back Our Girls si sia affievolita mentre il mondo va avanti.
«Questa campagna deve proseguire», esorta. «Le nostre studentesse vivono ancora nei boschi. Vogliamo che la comunità internazionale chieda al governo della Nigeria di fare qualcosa, perché non sta facendo nulla».
La risposta più evidente del governo nigeriano è stata quella di dare un incarico a una società di pubbliche relazioni statunitense, pagandola, si dice, 1,2 milioni di dollari. Questi soldi potrebbero essere utilizzati meglio investendoli nel rendere più sicure le scuole.
I leader mondiali fanno dei bei discorsi sull’istruzione, ma poi non concludono niente. Questo vale, purtroppo, anche per il presidente Barack Obama. Quando era candidato alla presidenza, nel 2008, annunciò un piano per l’istruzione che prevedeva un fondo globale di 2 miliardi di dollari: se non ve lo ricordate, pazienza, se lo è scordato anche lui. Infatti, Obama sta chiedendo di ridurre del 43 per cento gli aiuti internazionali all’istruzione di base nel 2015 rispetto a quanto stanziato dal Congresso nel 2010.
Secondo l’Unesco, l’aiuto all’istruzione, finanziato da tutti i paesi del mondo, è diminuito del 10 per cento dal 2010.
Se Obama vuole sostenere un fondo globale per l’istruzione, ne esiste uno. Si chiama Global Partnership for Education, e ha i suoi uffici a Washington. È fortemente sostenuto da altri paesi finanziatori, ma il suo presidente, Julia Gillard, l’ex primo ministro australiano, fa notare che gli Stati Uniti, finora, hanno messo a disposizione solo l’1 per cento del loro bilancio per questo fine. «Gli Stati Uniti non sono l’1 per cento della popolazione mondiale», dice seccamente.
A suo merito, Obama sta aumentando i finanziamenti, offrendo 40 milioni dollari per quest’anno e ancora di più in futuro. Anche Nita Lowey, membro democratico della Camera dei Rappresentanti per lo stato di New York, e il repubblicano Dave Reichert, deputato dello stato di Washington, stanno patrocinando una legge ( Education for All Act) che promuova gli aiuti per la scolarizzazione di una parte dei 58 milioni di bambini nel mondo che non frequentano la scuola primaria.
Un gruppo si è dimostrato sensibile: i lettori del New York Times. A maggio scrissi un articolo sulle ragazze nigeriane, citando un gruppo, Camfed, che manda a scuola le bambine in Africa. I lettori del Times risposero donando circa 900.000 dollari a Camfed. Grazie, lettori!
Quei soldi, dicono i responsabili di Camfed, permetteranno a 3.000 ragazze di continuare a frequentare la scuola superiore in tutta l’Africa, ragazze come Katongo, una 16enne dello Zambia bravissima in matematica. Katongo è orfana e ha dovuto abbandonare la scuola perché non aveva i soldi per pagare la retta, ma ora sta per diventare la prima persona della sua famiglia a finire la scuola. Vorrebbe diventare infermiera.
Le donazioni private aiutano, ma non risolveranno il divario educativo. Né basteranno i dollari, anche se sono utili. Fondamentalmente, i governi dei paesi poveri devono incrementare l’istruzione e renderla una priorità: non servono solo soldi, ma anche un calcio nel sedere.
L’Unesco denuncia che in Mali, il 92 per cento dei bambini alla fine della seconda elementare non è in grado di leggere una sola parola. In Zambia, il 78 per cento dei bambini di terza elementare non sa leggere nemmeno una parola. In Iraq, il 61 per cento degli alunni di seconda elementare non riesce a risolvere correttamente una sottrazione.
Le condizioni sono spesso deplorevoli. In Africa e in Asia, spesso gli insegnanti non si presentano a scuola perché sono pagati da una burocrazia di governo anche se sono perennemente assenti.
In Malawi, tra i bambini poveri, solo il 3 per cento riesce a completare la scuola elementare e a imparare le basi della formazione, forse anche perché la dimensione media di una classe di prima elementare in Malawi è di 130 alunni. In Camerun, c’è solo un libro di matematica ogni 13 alunni di seconda elementare. Come fanno i bambini a imparare in questo modo?
Eppure abbiamo anche imparato che, quando è fatta bene, l’istruzione cambia quasi tutto. L’esperienza dimostra che educare le ragazze aumenta la produttività, fa crescere gli standard di salute, riduce il tasso di natalità e indebolisce l’estremismo.
Droni e missili possono combattere il terrorismo, ma un’arma ancora più efficace e in grado di trasformare le cose è una ragazza con un libro, e costa molto di meno. Con quello che costa un singolo missile da crociera Tomahawk, è possibile costruire circa 20 scuole.
Molti poveri nel mondo capiscono il potere dell’istruzione. Ho visto dei bambini in Liberia che non hanno la luce in casa e la sera fanno i compiti per strada sotto ai lampioni. Mi hanno commosso, in India e in Pakistan, i genitori disposti a patire la fame per pagare le tasse scolastiche dei loro figli.
L’ambizione di studiare spiega perché quelle 219 ragazze nel nord della Nigeria sono andate a fare gli esami di fine anno pur sapendo dei rischi rappresentati dal terrorismo. Alcune di quelle ragazze sognavano di diventare insegnanti, medici, avvocati — e ora sono forse ridotte in schiavitù in un bosco o costrette a sposare i militanti islamici.
Spero che stiamo facendo tutto il possibile per trovare e liberare quelle ragazze. Questo è uno dei rari casi in cui, visto che il governo nigeriano ha chiesto il nostro aiuto, il mondo approverebbe la nostra assistenza in un blitz. Quindi, Bring Back Our Girls , riportiamo a casa le nostre ragazze. Ma non limitiamoci a questo.
Per quasi tutta la storia, la grande maggioranza dell’umanità è stata analfabeta, ma è qualcosa che oggi sta cambiando con una rapidità sorprendente. Lant Pritchett, un esperto nel campo educativo a Harvard, osserva che la scolarizzazione, negli ultimi 60 anni, è aumentata molto di più di quanto non avesse fatto in tutti i secoli che vanno dall’Accademia di Platone al 1950. L’istruzione è una scala mobile che può cambiare il mondo, e oggi abbiamo la possibilità di cancellare l’analfabetismo globale, se sosteniamo questo sforzo. Boko Haram uccide gli insegnanti, attacca le scuole e rapisce gli studenti perché sa che l’alfabetizzazione è il nemico dell’estremismo. I terroristi capiscono il potere dell’istruzione. E
noi?

da La Repubblica

"Il vero nodo della partita", di Andrea Bonanni

SAREBBE suggestivo credere che l’intera Europa sia rimasta appesa alla cerimonia della campanella, all’ormai celebre passaggio di consegne a Palazzo Chigi che ha fissato nell’immaginario collettivo il gelo insanabile tra Matteo Renzi ed Enrico Letta. Sarebbe suggestivo, ma non è così.
La partita delle nomine che si è aperta ieri sera a Bruxelles è in realtà un durissimo braccio di ferro tra i due grandi schieramenti europei, Ppe e socialisti, sulla ripartizione delle due poltrone di vertice che restano dopo la nomina del popolare Juncker alla guida della Commissione.
I SOCIALISTI, che in Parlamento hanno solo una manciata di seggi meno del Ppe, vogliono tutte e due: quella del presidente del Consiglio europeo e quella dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. I popolari ne vogliono concedere solo una. Il vero nodo, dunque, è il colore politico da attribuire ai «top jobs» europei. I nomi di Enrico Letta e di Federica Mogherini sono tra le molte variabili di un’equazione a due incognite che per ora i leader europei non riescono a risolvere.
A complicare una partita che comunque già non si presentava semplice è stato ieri pomeriggio il vertice dei leader socialisti, a cui Renzi e Hollande hanno avuto il torto di non partecipare confidando sul fatto che bastasse un loro incontro bilaterale già in programma. Da quel vertice è uscita la richiesta formale di avere tutte e due le poltrone ancora in ballo: quella del presidente del Consiglio per la danese Thorning- Schmidt (che poi ha detto di non essere interessata) e quella di Alto rappresentante per Federica Mogherini. I popolari sono immediatamente passati alle contromisure sottolineando l’opposizione dei governi dell’Est alla Mogherini e attribuendo a Van Rompuy l’idea di proporre Enrico Letta come presidente del Consiglio europeo.
In realtà il nome di Letta circola da tempo negli ambienti europei, anche se ieri nessuno lo ha formalmente messo sul tavolo. L’ex premier è molto apprezzato nelle capitali che contano, da Londra a Parigi a Berlino. Probabilmente più che a Roma. Ma a suo sfavore gioca il fatto che un altro italiano siede già sulla poltrona più importante d’Europa: quella del presidente della Bce autorevolmente occupata da Mario Draghi. Può sembrare paradossale ma l’unica, remota, possibilità che il predecessore di Renzi possa davvero essere chiamato a quell’incarico, è che il suo nome venga sostenuto dagli altri governi e non da quello italiano. Se l’Italia se ne facesse carico in qualche modo, se Letta diventasse a qualsiasi titolo un candidato italiano, finirebbe immediatamente sacrificato sull’altare di Mario Draghi. Detto questo, se mai sul nome di Letta si dovesse veramente coagulare un consenso bipartisan dei leader popolari e socialisti, sarebbe inconcepibile che fosse proprio l’Italia a mettere un veto contro di lui. Anche perché la carica di Presidente del Consiglio europeo è l’unica che consente al Paese che lo esprime di avere in più anche un proprio membro della Commissione, scelto dal governo in piena autonomia.
Ma, al punto in cui stanno i giochi fino ad ora, il nome di Letta sembra essere stato evocato solo per sventare la candidatura di Federica Mogherini: questa sì formalizzata pubblicamente dal governo italiano. È ovvio, infatti, che l’Italia non potrebbe mai affiancare a Draghi sia il presidente del Consiglio sia l’Alto rappresentante per la politica estera. E questo è il vero snodo della partita. Se cadesse la candidatura Mogherini, i socialisti infatti difficilmente potrebbero trovare un altro nome da proporre per l’incarico di «ministro degli Esteri» della Ue, visto che il governo francese vuole per Moscovici la poltrona di commissario agli affari economici e visto che D’Alema non sembra incontrare il gradimento delle capitali che contano. E dunque la casella tornerebbe in gioco e i popolari potrebbero accaparrarsela vincendo alla grande il derby delle nomine.
E così si torna alla casella di partenza: a quale partito vanno le due poltrone che restano da assegnare? Se i socialisti, come vorrebbe l’Italia, si concentrassero sulla richiesta dell’Alto rappresentante, la poltrona andrebbe con ogni probabilità alla Mogherini. Fino a che continuano ad aspirare anche alla carica di Presidente del Consiglio, la partita resta aperta e le chances della candidata italiana si assottigliano.

da La Repubblica

"Per Srebrenica condanna all’Olanda", di Roberto Arduini

Lo Stato olandese è responsabile della morte di più 300 musulmani uccisi dalle forze serbo bosniache a Srebrenica a luglio del 1995. Lo ha stabilito un tribunale dell’Aja, affermando che i peacekeeper olandesi avrebbero dovuto sapere che gli oltre 300 uomini e ragazzi consegnati ai soldati di Ratko Mladic il 13 luglio del 1995 sarebbero stati uccisi. Il governo olandese, ha ordinato il tribunale, dovrà risarcire le famiglie delle 300 vittime. La corte ha tuttavia assolto l’Olanda dalla responsabilità per la morte della maggior parte delle oltre 8mila vittime del massacro di Srebrenica. Il giudice Larissa Alwin ha notato che all’epoca c’erano già prove dei crimini di guerra commessi dai serbi bosniaci. «Collaborando nella deportazione di questi uomini, il Dutchbat ha agito contro la legge», ha affermato Alwin, usando il nome del battaglione olandese dell’Onu. Due giorni dopo che le forze serbo bosniache entrarono a Srebrenica, il 13 luglio, i caschi blu si piegarono alle pressioni di Mladic, costringendo migliaia di famiglie musulmane a lasciare il loro compound recintato. I militari serbi separarono le donne dagli uomini, portando gli ultimi via e giustiziandoli. I corpi delle vittime furono abbandonati in fosse comuni. Il tribunale ha tuttavia assolto i soldati olandesi della responsabilità dell’uccisione delle altre migliaia di musulmani fuggiti nelle foreste intorno a Srebrenica e poi accerchiati e assassinati dai serbi. «Il Dutchbat non può essere ritenuto responsabile della loro sorte», ha affermato il giudice.
I familiari delle vittime hanno accolto con favore il parziale riconoscimento della responsabilità dei caschi blu olandesi, ma hanno criticato il tribunale per non aver fatto di più. «Chiaramente la corte non ha il senso della giustizia», ha affermato Munira Subasic, presidente dell’associazione Madri di Srebrenica, che aveva sporto la denuncia contro i militari olandesi. «Com’è possibile – ha detto – dividere le vittime e dire a una madreche lo Stato olandese è responsabile della morte di suo figlio da un lato della recinzione e non di quella dell’altro figlio dall’altro lato della recinzione? ». Le Madri di Srebrenica, ha dichiarato Subasic, «continueranno a lottare per la verità e la giustizia. E alla fine vinceranno».
Precedentemente i giudici dell’Aja avevano stabilito che i familiari delle vittime non possono avviare una causa legale contro l’Onu nei tribunali olandesi perché l’immunità di cui gode l’organizzazione è fondamentale per le sue operazioni di peacekeeping nel mondo. Il coinvolgimento dei caschi blu olandesi nel massacro di Srebrenica è da tempo la fonte di un trauma nazionale nel Paese. Nel 2002 il governo dell’allora premier Wim Kok si dimise dopo un rapporto che accusava le autorità olandesi e l’Onu di aver dispiegato in Bosnia soldati senza gli equipaggiamenti necessari e con un mandato troppo debole per poter prevenire la tragedia. «La sentenza ci ricorda di un’Europa inerte, ferma, incapace di fare risposte ai deboli, alle minoranze. Non deve accadere mai più», è il commento di Pina Picierno, europarlamentare del Pd.

da L’Unità

"Basta", di Massimo Gramellini

A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini. Bambini che stavano giocando a pallone sulla spiaggia. Il primo missile li ha sorvolati, lasciandoli increduli. Possibile che la guerra potesse ruggire proprio lì, tra gli alberghi e i capanni del lungomare? Sono scappati col pallone sotto l’ascella. Qualcuno è corso verso un gruppo di giornalisti stranieri appena usciti da un hotel. Qualcun altro si è rifugiato dentro un capanno, nell’illusione che al riparo di un tetto il male sparisse o facesse meno danni. È a quel punto che il secondo missile li ha colpiti. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia. Il più piccolo aveva nove anni. Il più grande dodici. I feriti perdevano sangue dalla testa e si tenevano le mani sullo stomaco, urlando di spavento e di dolore.

Immaginate i parenti di quei piccoli, l’odio senza tempo che da oggi germinerà nei loro cuori. A me non interessa più capire questa guerra, distinguere tra atti bellici e atti terroristici, soppesare i torti e le ragioni. A me interessano quei quattro bambini. E i tre adolescenti della parte opposta uccisi a freddo nei giorni scorsi. La mattanza di futuro ha raggiunto ritmi insostenibili persino per un mondo in overdose perenne d’indignazione come il nostro. Nel tentativo di dare almeno una forma all’orrore, scrivo i nomi delle sette vittime, senz’altra distinzione che non sia la loro comune appartenenza alla razza umana: Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar (16), Naftali Fraenkel (16), Ramez Bakr (11), Ahed Bakr (10), Zakaria Bakr (10), Mohammad Bakr (9). Nove anni. Scrivo i loro nomi e urlo il mio infantile, inutile, definitivo: basta.

da www.lastampa.it

"Gli innocenti ", di Adriano Sofri

Le pagine di ieri si aggiornavano con titoli e foto su quattro bambini uccisi a Gaza su una spiaggia. Una di queste fotografie è specialmente difficile da guardare
Per il modo in cui il colpo ha schiacciato il viso nella sabbia sporca, ha invertito il sopra e il sotto, il davanti e il di dietro degli arti. Si sceglierà di non pubblicarla quella foto, di sostituirle un’altra, che mostri quello che è accaduto, e però si tenga un passo di qua dal troppo orrore. Ci si interrogherà anche su come sia stata scattata, sul fondale di spiaggia vuota, prima dell’impulso a correre a toccarlo, ricomporlo, sollevarlo.
Su tutto ci si interroga in questa quarta guerra di Gaza, una specie di Biennale dell’odio e del furore. Sulle fotografie falsificate, sulla provenienza dei proiettili, sulle intenzioni reciproche. Ci si interroga su tutto perché niente ha senso.
Ieri i morti, dopo nove giorni, avevano superato i 200. Nella scorsa edizione della Biennale di Gaza, 2012, erano morti in 177 in una settimana, 26 erano bambini. Questa volta, secondo fonti palestinesi o Save the Children, i bambini uccisi sarebbero uno su cinque, dunque già una quarantina. Mentre lo scrivi, «una quarantina », senti la nausea. È una lugubre, stolida coazione a ripetere, dicono i commenti. C’è una provocazione, o un pretesto, Israele interviene e punisce Hamas e le sue piazzeforti, poi si ritira, e così via. Ma non è vero che la storia si ripeta uguale. Ogni volta è diverso, e peggiore. La gittata dei razzi e dei missili di Hamas e della Jihad, che già due anni fa toccavano Tel Aviv e lambivano Gerusalemme, cresce ogni volta. La regione che circonda la breve terra in cui israeliani e palestinesi si guardano si conoscono e si odiano stringe a sua volta una morsa attorno a Israele: se in Egitto i Fratelli Musulmani sono banditi e condannati a morte e hanno lasciato orfana Hamas, in Siria e in Iraq l’estremismo dispotico e jihadista infuria, e la Giordania gremita di milioni di profughi ne sente il fiato. E infine, a ogni nuova eruzione, la violenza si accumula nel sottosuolo, esacerbata dal rancore e dalla vendetta.
La grande maggioranza delle vittime dell’azione militare israeliana è di civili. Sono civili i bersagli prediletti dei lanci di razzi e missili di Hamas. Anche le parole sono consunte, e pronte a tradire le intenzioni e la verità, come la «sproporzione». Uno a duecento, i morti israeliani e palestinesi. Uno a mille o a duemila, i prigionieri scambiati. E così via. I governanti israeliani vantano di tenere supremamente alle vite umane, che i capi di Hamas sfruttano cinicamente come scudi e martiri della loro propaganda. Ma i responsabili israeliani possono dire di tenere altrettanto alle vite dei civili e dei bambini palestinesi? Non è affar loro — e nostro?
Hamas impiega le sue risorse a moltiplicare i razzi da far piovere sui villaggi e le città israeliane piuttosto che per costruire rifugi o ripari al popolo che pretende di guidare: questo esime il governo di Israele da una responsabilità verso quello stesso popolo? Il governo di Israele avverte i civili palestinesi dei propri attacchi: ma c’è, non che un diritto, un resto di umanità nell’ingiunzione a centomila persone, famiglie di vecchi e bambini, donne e uomini, di evacuare le loro case e cercare scampo altrove, nel fazzoletto di terra più affollato del mondo?
Il governo di Israele accetta la tregua mentre Hamas, o la sua fazione più truce e potente, la respinge: ma la stessa eventualità di concordare una tregua cui sia Israele che Hamas si uniformino non segnala la necessità e l’inevitabilità di riconoscersi, pur con tutta l’inimicizia e il disprezzo possibile, e trattare reciprocamente?
Che la striscia di Gaza sia una prigione a cielo aperto non è solo un modo di dire, e tanto meno un modo di dire propagandistico e fazioso. È una descrizione istruttiva e rivelatrice, se solo i responsabili israeliani volessero prenderla in parola nel proprio stesso interesse. Dentro una prigione che si abbandona per sorvegliare solo i muri di cinta e gli accessi e impedire le evasioni, a rischio di morte — com’è a Gaza, per la stessa possibilità di passare in Cisgiordania e viceversa — succede come in ogni galera che si pretenda di governare lasciandola a se stessa: che il potere passa ai più incalliti e feroci criminali, e i deboli e inermi non possono che divenirne ostaggi, o confidare nella loro brutalità. L’esempio è istruttivo, a condizione di ricordare che i quasi due milioni di persone della Striscia non sono detenuti per aver commesso qualche reato ed esserne stati giudicati. Sono il deposito innocente di una disgrazia terribile.
I quattro bambini di ieri si sono guadagnati un titolo, come figure improvvisamente affiorate e colorate dentro un’infinita processione grigia: perché erano su una spiaggia, perché era il nono giorno, e chissà perché ancora. Come i tre ragazzi israeliani rapiti e trucidati. Come il ragazzo palestinese linciato. Si può andare indietro senza fine, in questa processione luttuosa interrotta da qualche nome scandito, da qualche immagine colorata. Questo significa che si può andare avanti senza fine, nel futuro, vedendo già espandersi il cimitero di fosse comuni interrotto qua e là da qualche tomba guarnita di un nome e una data, qualche figurina rosa o celeste, o verde o rossa? I bambini morti sono invidiati dai bambini vivi. I bambini vivi imparano ad aver paura e a odiare.

da La Repubblica

Festa Carpi, Gero Grassi “Incompleta la verità sul caso Moro”

Il vice-presidente del Gruppo Pd alla Camera ne parlerà sabato 19 luglio a Carpi
Dopo le rivelazioni dell’ex ispettore di polizia Enrico Rossi è tornato di attualità il caso Moro e le sue verità mai del tutto raccontate. Sabato 19 luglio sarà alla Festa Pd in corso a Carpi il vice-presidente del gruppo Pd alla Camera Gero Grassi, uno dei promotori della nuova Commissione Bicamerale d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione dell’ex presidente Dc. All’incontro pubblico dal titolo “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro” prenderanno parte anche i deputati carpigiani del Pd Manuela Ghizzoni ed Edoardo Patriarca. Inizio alle ore 21.00.

“Tentare di ricostruire una nuova versione dei fatti per capire chi ha tramato per ottenere la morte di Aldo Moro”: il vice-presidente del Gruppo Pd alla Camera dei deputati Gero Grassi sarà a Carpi sabato prossimo per parlare dell’indagine, mai conclusa, sul rapimento e sull’omicidio dell’ex presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ufficialmente ucciso dalle Brigate rosse 36 anni fa. Dopo le recenti rivelazioni dell’ex ispettore di polizia Enrico Rossi che hanno dato nuovo corpo all’ipotesi che uomini dei servizi segreti fossero presenti al momento del rapimento di Moro con l’intento che nulla ostacolasse l’operazione dei terroristi, la creazione di una nuova Commissione d’inchiesta assume una nuova vitalità. “La mia determinazione nel riaprire il caso Moro – ha ribadito di recente l’on. Gero Grassi – e costituire nuovamente una Commissione Bicamerale per conoscere la verità sul rapimento e sull’omicidio di Aldo Moro è conseguenza della convinzione che la verità non sia ancora emersa del tutto”. L’ipotesi, in sostanza, suffragata anche dalle testimonianze di brigatisti come Alberto Franceschini, è che pezzi dei servizi segreti abbiano complottato perché Aldo Moro non riuscisse nell’intento, considerato all’epoca rivoluzionario, di portare il Partito comunista al Governo, anche se solo nella fattispecie di un suo appoggio esterno. Contrari sarebbero stati, all’interno, pezzi della Chiesa e della stessa Dc e, all’esterno, le principali superpotenze, Usa e Russia in primis. Di tutto questo il deputato Gero Grassi parlerà alla Festa Pd, in corso di svolgimento nell’area Zanichelli a Carpi, durante un incontro pubblico dal titolo “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro – il racconto della vicenda del presidente Dc, rapito e ucciso dalle Brigate rosse, attraverso la lettura dei documenti di Stato”. Introducono l’iniziativa i deputati carpigiani del Partito democratico Manuela Ghizzoni ed Edoardo Patriarca. L’appuntamento è per sabato 19 luglio, alle ore 21.00.