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"Islamismo e petrolio", di Lucio Caracciolo

L´esecuzione di Gheddafi sarà forse l´inizio della fine della rivoluzione libica. Forse. Di certo è una tappa importante della controrivoluzione geopolitica pilotata dalle petromonarchie del Golfo e dagli islamisti. Ossia dagli esclusi della prima ondata insurrezionale che dal 17 dicembre 2010 ha scosso il Nordafrica, a partire dalla Tunisia e dall´Egitto. Sisma percepito con terrore dall´Arabia Saudita e dai suoi satelliti nel Golfo.
Regimi assolutisti che sposano il pubblico purismo islamico (di rado praticato in privato) al vincolo strategico con l´America, fondato sullo scambio fra energia araba e asset militari a stelle e strisce rivolti contro l´arcinemico comune: l´Iran.
Dopo il panico, la prima profilassi sotto specie di pioggia di dollari: quasi duecento miliardi elargiti pronta cassa dal re saudita ai suoi grati sudditi, varie decine dagli emiri del Golfo. Ma due eventi chiave marcano quasi contemporaneamente l´avvio della controrivoluzione: l´invasione saudita del Bahrein e la guerra per rovesciare Gheddafi, erratico nemico di Riyad e di quasi tutti i regimi arabi, oltre che degli islamisti.
Il 12 febbraio le truppe saudite entrano a bandiere spiegate nel Bahrein in rivolta, nel timore che cada in mani iraniane. Buon esempio di “aiuto fraterno” che in tempi e contesti diversi avrebbe suscitato almeno la riprovazione delle nostre democrazie. Nulla di ciò. Anzi, sospiri di sollievo a Washington come a Londra, a Pechino come a Berlino, a Tokyo come a Parigi. Insomma ovunque si teme che la primavera araba possa estendersi ai custodi del più strategico tesoro energetico – le monarchie arabe del Golfo – tralignando in inverno globale.
Proprio in quei giorni maturava in Cirenaica la rivolta contro Gheddafi. Dove l´insofferenza popolare per l´oppressione del duce libico affrettava il tentativo di colpo di Stato di alcuni ex fedelissimi del colonnello, supportati dall´intelligence e da forze speciali francesi e britanniche. Scarsa attenzione si dedicava alla contingenza che le prime armi fossero state distribuite ai ribelli da un commando islamista che aveva assaltato la caserma di Derna. Meno ancora al fatto che l´organo principe della disinformazione rivoluzionaria si confermava Al Jazeera, canale satellitare qatarino controllato dal più autocratico fra i petromonarchi, l´emiro al-Thani. Un dittatore che vuole esportare la democrazia, sia pure molto lontano da casa sua – meglio, per tenercela lontana: un paradigma da segnalare nei futuri manuali di politologia.
Quasi inosservata passerà poi la recente notizia delle dimissioni del direttore di Al Jazeera, smascherato da WikiLeaks come agente della Cia e prontamente sostituito da un cugino dell´emiro.
Inoltre, solo nella liberazione di Tripoli verrà pienamente in luce il ruolo decisivo delle brigate islamiste nella liquidazione del regime, ben più robuste delle raccogliticce milizie del Consiglio nazionale di transizione, referente dei franco-inglesi e della Nato nella guerra contro Gheddafi. Le brigate islamiste erano e restano guidate da un jihadista doc come Abdel Hakim Belhaj. A ispirarle è lo sceicco Ali al-Salabi, esponente dei Fratelli musulmani, il quale ha chiesto e probabilmente otterrà le dimissioni del “primo ministro” del Cnt, Mahmud Jibril, e degli altri “secolaristi”. Di qui le persistenti rivalità fra i rivoluzionari libici, che si contendono armi in pugno quote di potere e di territorio.
In attesa di stabilire chi sortirà vincitore dalla partita fra gli eversori del gheddafismo – temiamo ci vorrà del tempo e del sangue – questi e molti altri elementi inducono a stabilire che la rivoluzione libica segni insieme la fine di un´odiosa tirannia e un passaggio rilevante nella controrivoluzione guidata dalle petromonarchie del Golfo. Una reazione ambiguamente assecondata dagli Stati Uniti, da altre potenze occidentali e non solo, accomunate ai sauditi nell´interesse a scongiurare la destabilizzazione della Penisola arabica. Evento in sé catastrofico, che nella crisi economica attuale assumerebbe riflessi apocalittici.
La sincronia fra invasione saudita del Bahrein e rivolta in Libia non è dunque meramente temporale, ma geopolitica. Si consideri solo che da questo doppio evento sono scaturite, fra le altre, queste conseguenze: a) il rapido declino delle istanze laiche e progressiste nelle piazze arabe e nordafricane, in parallelo all´emergere di vari gruppi islamisti, dagli scaltri Fratelli Musulmani agli estremisti salafiti, spesso d´intesa con gli autocrati sunniti del Golfo, Qatar in testa; b) il parallelo riaffermarsi delle Forze armate come centro del potere egiziano, non scalfibile dalle formazioni politiche emergenti; c) la rinuncia, almeno finora, a qualsiasi intervento occidentale o arabo in Siria – dove al-Assad massacra a man salva gli oppositori – per timore che il prossimo regime si riveli più pericoloso dell´attuale; d) il riesplodere degli istinti antisraeliani e antisemiti al Cairo e altrove; e) la parossistica tensione fra Arabia Saudita e Iran, dopo il presunto tentativo iraniano di assassinare l´ambasciatore saudita a Washington. Il rischio di una guerra preventiva di Gerusalemme contro Teheran ne risulta accentuato.
È presto per trarre un bilancio delle manovre in corso lungo la nostra periferia meridionale. Non è tardi per provare a interpretarle a partire non dai nostri desideri o dalle nostre edificanti semplificazioni, ma dalle ragioni e dagli interessi dei protagonisti, per quanto esoterici o esecrandi possano apparirci. Anche per evitare di caderne vittime.

La Repubblica 22.10.11

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“Ustica, Lockerbie, i petrodollari tutti i segreti che muoiono col raìs”, di Vittorio Zucconi

In 42 anni di regno è stato il “cattivo” bombardato e poi il “figliol prodigo” riaccolto
Gli investimenti italiani nella Fiat, nelle grandi banche e persino nella Juventus. Più che un sospiro è un vento di sollievo, quello che si alza oggi dalle Cancellerie europee, da Washington, dai palazzi dei governi, dal potere economico europeo al pensiero che il «cane pazzo» come lo aveva chiamato Reagan non potrà più parlare. In 42 anni di regno sullo scatolone di sabbia divenuto cisterna di petrolio, sempre al centro dei giochi e degli intrecci tra la parte del “cattivo” bombardato e poi del “figliol prodigo” riaccolto con onori e offerte di ragazze, Muammar Gheddafi ha portato via con sé verità e segreti che valgono politicamente molto più degli almeno 100 miliardi di dollari che aveva disseminato in banche e quote societarie dall´Italia alla Svizzera alla Francia alla Russia.
La “pazzia” della quale aveva parlato Ronald Reagan prima di lanciargli addosso nel 1986 i suoi bombardieri F111 in un´inutile missione di rappresaglia per l´attentato alla discoteca “La Belle” di Berlino dove morirono tre militari americani, era una follia scaltra, lubrificata dai miliardi che la Banca nazionale della Libia e il suo braccio per gli investimenti, la Lafico, distribuiva con generosa sapienza e totale cinismo. Forte dei più grandi giacimenti di petrolio in Africa, e diciannovesimi nel mondo, integrati da quei giacimenti umani di disperati che affluivano dal continente sulle sponde del Mediterraneo e lui usava per ricattare e minacciare soprattutto l´Italia, Gheddafi ha sempre saputo infilarsi nelle crepe della Guerra Fredda, giocando fra le parti come “non allineato” quando gli faceva comodo, avvicinandosi all´una o all´altra per ottenere quegli armamenti che abbiamo visto dispiegarsi – tutti di fabbricazione sovietica – nelle battaglie contro i ribelli, accumulando migliaia di missili portatili terra-aria che oggi sono scomparsi, entrando negli incubi dei servizi di sicurezza di tutto il mondo. Quegli stessi servizi segreti che hanno sempre usato e temuto i Libici, incerti sul ruolo che lui abbia giocato, se proteggendo e finanziando il terrorismo fondamentalista, o facendo il doppio gioco, quando, dopo l´11 settembre, capì che gli conveniva di più entrare nella “coalizione del Bene” cara a Bush e rinunciare a programmi di armi nucleari.
Ma se le bombe, e i missili, come quei due “Scud” che avrebbe lanciato contro l´isola di Lampedusa sempre nel 1986, prima di capire che sarebbero stati molto più efficaci e terrorizzanti i barconi di migranti per piegare l´Italia e farsi pagare il blocco, erano l´espressione fragorosa e micidiale della sua astuzia, il danaro divenne la sua arma letale. Da quando, nel 1976, la Libia acquistò quasi il 10 per cento della proprietà Fiat, cercando di imporre il licenziamento del direttore della Stampa Arrigo Levi, dollari e missili, bombe e investimenti – spesso un eufemismo per non parlare di corruzione – sono andati a braccetto. E i misteri, quelli che ha portato con sé nel linciaggio finale immortalato dai videotelefonini, sono cresciuti.
Nella sua corte del “Bunga Bunga” – l´espressione resa internazionalmente celebre da Silvio Berlusconi avrebbe la propria origine proprio da Gheddafi – la vita privata del Colonnello, che nessuna intercettazione potrà mai rivelare, si compiaceva di corpose amazzoni di guardia, di feste sicuramente eleganti, di bizzarre vicende come le accuse a quattro infermiere bulgare accusate di avere deliberatamente diffuso il virus dell´Aids, l´Hiv, in Libia. «Era un cane ed è giusto che sia morto come un cane» ha detto una di loro, Valya Chervenyashka, ieri. «Sono felice».
Meno felici saranno probabilmente coloro che da decenni vorrebbero conoscere la verità sul DC9 dell´Italia caduto nelle acque di Ustica o gli inglesi che cercano di scoprire perché Toni Blair fosse diventato improvvisamente grande amico del Colonnello, ospite di suoi voli privati, visitatore frequente in Libia per grandi affari. O i giornali che vorrebbero sapere di più sulle strette relazioni fra la polizia segreta libica e l´intelligence britannica, come poi con la Cia che inviava anche i Tripoli i prigionieri scomodi da Guantanamo per essere torturati, rapporti scoperti in casse di documenti su camion in viaggio nel deserto.
Le impronte digitali del Colonnello, del “re dei re”, del lucidissimo pazzo, sono nella grande banche italiane, come Unicredit, in società sportive come la Juventus, a conferma di un antico feeling fra la Fiat e la Lafico libico, nella oscura e ridicola odissea del figlio calciatore, sballottato fra tre società italiane, a partire dal Perugia di Gaucci, e rimasto celebre, oltre che per la sua totale inettitudine sportiva, per gli hotel di lusso che riservava per se stesso e la propria corte. Soldi suoi erano – e sono – in Finmeccanica come furono dentro i forzieri elettorali del pio Jimmy Carter, il religiosissimo presidente Usa eletto nel 1976, il cui fratello Billy, formidabile consumatore di birra, era stato addirittura assunto come lobbista per Tripoli.
Nessuno rimpiangerà Gheddafi morto, soprattutto non coloro che gli leccarono le mani da vivo. La pietà pelosa che ha accompagnato le scene ripugnanti del massacro finale nasconde troppe code di paglia. I soli che possono davvero rammaricarsi per il silenzio della tomba che lo attende sono uomini e donne ormai anziani, che persero figli e nipoti sul volo Pan Am fatto esplodere per ordine di Tripoli. «Avrei preferito vederlo alla sbarra in processo, poterlo guardare negli occhi e chiedergli che cosa gli avesse fatto la mia Helga» dice oggi il reverendo scozzese John Mosey che perse la figlia su quell´aereo. Ma anche per lui e per il suo dolore, quegli occhi si sono chiusi sulla verità.

La Repubblica 22.10.11

"Questo mio Paese analfabeta", di Mila Spicola

Al World Editors Forum (http://www.worldnewspaperweek.org/event/18th-world-editors-forum ) ha fatto sensazione tra i partecipanti stranieri il tema dell’ analfabetismo funzionale italiano, in quel caso collegato alla scarsa circolazione dei giornali. Si tratta di un dato registrato nello Human Development Report,dell’Onu ( http://hdrstats.undp.org/en/indicators/109.html ) e segnala una situazione italiana particolarmente grave: in questo rapporto, del 2009, gli italiani che hanno problemi di analfabetismo funzionale arrivano al 47% della popolazione.Tradotto: sanno leggere ma non capiscono. Molti di voi, in genere coinvolti in sfiancanti “conversazioni” sui social forum assentite: quante volte vi è capitato di costatare che i commenti a una vostra riflessione tutto facevano tranne che riferirsi a quella? Quanto piuttosto a frasi o opinioni “civetta”, trite e maciullate nella pubblica opinione. E’ sempre più difficile imbattersi nell’autonomia di giudizio e la causa ha un nome: l’ analfabetismo funzionale. Un punto di partenza per questo tema è la definizione offerta dall’Ocse ( il consorzio di associazioni internazionali che si occupa tra l’altro di valutare i livelli cognitivi nelle varie età dei singoli paesi in funzione della necessità di “avere competenze nella comprensione dei testi scritti e nelle operazioni di calcolo per partecipare in modo attivo alla vita democratica di un paese e al suo sviluppo economico”) di tale forma “evoluta” dell’analfabetismo e cioè: “A person is functionally illiterate who cannot engage in all those activities in which literacy is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community’s development.”Non ci sorprendiamo più di tanto, anche se ce ne allarmiamo, sono dati che erano già stati oggetto di uno studio di Tullio De Mauro un paio di anni fa e dovrebbero mettere in guardia chi governa per il bene collettivo, non certo fargli affermare che “poco male, coi libri non si mangia”. In realtà, chi avventatamente ha dichiarato quella corbelleria, sa perfettamente che lo sviluppo economico e civile di un paese dipende dall’istruzione e dai livelli cognitivi dei suoi cittadini (è sempre l’OCSE a certificarlo e a mettere in relazione i due dati), ma sa anche che quasi la totalità del suo elettorato proviene da quella fascia di 50% di analfabetismo funzionale. Siamo ufficialmente un paese di ignoranti (non come giudizio, ma come dato di fatto sostanziale) in piena regressione perchè i dati sono peggiorati negli ultimi due anni. A nessuno, poi, venga in mente di collegare la cosa con il peggioramento dei livelli d’istruzione conseguenti al ridimensionamento delle ore di italiano e di tecnologia operate dai decreti Gelmini! Per carità! O all’eliminazione progressiva dei moduli coi doppi maestri e del tempo pieno! Non sia mai: sarebbe una rivendicazione di categoria!! Proprio qualche giorno fa, Max Bruschi, consigliere della Gelmini, ripeteva in una trasmissione, come un disco rotto, che la qualità dell’insegnamento non proviene dalle ore di studio e nemmeno dalle risorse investite ma solo e soltanto dalla qualità degli insegnanti. Affermazione demagogicamente efficacissima, ma ssolutamente falsa o impropria sul piano scientifico-didattico. Posto che in parte ciò può essere vero, decenni di studi sullo sviluppo e la valutazione dei sistemi d’informazione e sui livelli cognitivi degli allievi da parte di chi qualche parola in più sull’argomento potrebbe dirla con cognizione di causa e non sulla scorta di un elementare quanto più fuori luogo “buon senso”, hanno sancito la interdipendenza tra insegnamento e contesti strutturali di appartenenza (familiari come geografici come di architetture di sistema scolastico come di credibilità sociale del valore primario dell’istruzione) e in misura minore di metodologia dei singoli docenti.
Il “buon senso” quando si devono curare mali estremi ha poco “senso”: servono la professionalità e la competenza degli esperti, pedagoghi, educatori, sociologi e psicologi, organizzatori di sistemi, non dei consiglieri improvvisati alla bisogna. E nonostante ciascuno di noi sia affezionato all’idea che è stato quell’insegnante in particolare a farne l’uomo o la donna che è oggi, in realtà è stato molto altro: il tipo di famiglia in cui si è cresciuti e il tipo di studi prescelto, oltre che la regione in cui si è nati, sommati a tanti altri fattori. Si certo, anche quell’insegnante..Ma se in classe eravamo tutti diversi, eccellenti, bravi, bravini e asini e l’insegnante sempre quello era qualche altro motivo ci sarà, oltre la simpatia e l’antipatia personali.
Quando ci riferiamo a noi stessi, tra l’altro, noi che leggiamo libri e quotidiani e che abbiamo un livello di studi elevato, parliamo di una percentuale minima della popolazione italiana: con studi liceali (corsi di studio che garantiscono i migliori livelli cognitivi in lettura , riflessione e calcolo) e universitari. E Minimissima parte. E non è nemmeno detto che i nostri livelli cognitivi nella cmprensione, nell’analisi e nella valutazione siano comunque eccellenti. Per cui dimentichiamoci di noi. Il paese è altro: il 50% è quasi analfabeta.
Si direbbe inoltre che la situazione generale italiana sia peggiorata tra il 2009 e il 2010 (http://en.wikipedia.org/wiki/Human_Development_Index ) .

Il tema generale è enorme e non è collegato solo a povertà di contesto o disagi sociali o ecnomici degli interessati. E’ collegato anche agli investimenti . Che non debbono essere per forza o soltanto investimenti di risorse finanziarie. Potrebbero essere anche investimenti di attenzione, di studio sui modelli pedagogici più adeguati, di esame delle necessità di aggiornamento dei docenti, qualora fossero loro il problema. Non della loro eliminazione. Investimenti dunque nel verso della considerazione del sistema d’istruzione come uno degli ambiti vitali per la crescita culturale e sociale di una collettività. Non solo in vista di uno sviluppo economico ma in vista di una maggiore consapevolezza delle qualità democratiche della nazione.
Si tratta in realtà di un problema di sistema educativo complessivo deficitario (lo ripetiamo tutti da mattino a sera senza che nessuno abbia intenzione di prendere provvedimenti in tal senso), e di alternative massmediatiche rispetto alle classiche agenzie educative, scuola e famiglia, poichè il tempo maggiore trascorso dai ragazzi non è a scuola (con le sue ore tagliate e le sue classi pollaio) o nello studio, bensì davanti ai mezzi televisivi .

In un paese che fonda molta parte della sua comunicazione sulla televisione, non sulle relazioni interfamiliari intensive, come era un tempo, non sulla lettura di libri o quotidiani, e ci riferiamo alla popolazione adulta, la sfida a migliorare le proprie capacità di lettura e scrittura è ridotta. Di conseguenza anche quelle di comprensione come di riflessione. Con conseguenze immaginabili nella sfera delle azioni: incapacità di raziocinio di tipo riflessivo, emotività diffusa, sia individuale che sociale, frammentazione del corpo sociale. Da notare che l’analfabetismo funzionale non è l’analfabetismo tout court: riguarda le capacità di lettura e di comprensione e valutazione di un testo scritto complesso, non il fatto di avere o non avere frequentato una scuola. Riguarda le conseguenti capacità di riflessione, di consapevolezza degli eventi e di capacità personale di porre collegamenti conseguenziali e valutazioni fattive tra di essi. Al di là del giudizio e delle considerazioni su chi possa avere vantaggi da un paese per metà privo di strumenti valutativi personali e autonomi, il dato dovrebbe creare sconcerto, ma anche far riflettere.
Possiamo anche trarre le nostre valutazioni: l’elettorato di centro destra è statisticamente maggiore tra chi ha titoli di studio inferiori. Non legge quotidiani nè libri. E , in base a quanto su scritto, anche se li leggesse, non avrebbe gli strumenti cognitivi per comprenderli. Ma la statistica è trasfersale, comprende tutti gli italiani, non solo “quelli di cenotrodestra”, ed è quello più “ammaestrabile” da demagoghi e populisti di fronte a facilissimi slogan, anche se eticamente condivisibili nelle intenzioni. In entrambi i casi ad essere messi in crisi sono i binari della democrazia adulta. Cioè la fiducia che a cambiare e a governare un paese debbano essere i cittadini attraverso i mandati istituzionali. E dunque: la crisi della rappresentanza democratica può dipendere da un lato da un incancrenirsi delle patologie e dei difetti delle modalità partitiche dall’altra la non consapevolezza del potere e delle funzioni dell’agire democratico. Di fronte a tutto ciò si può agire in due modi: o continuando a prendere in giro il paese con battute indegne, sui libri che si mangiano o si buttano, e noi lì, a battere le mani, per sanare la nostra coscienza di ex somari, o di poco istruiti, o di “nemici di ogni spreco”, oppure iniziando a pensare che senza un vero investimento nell’architettura di sistema della scuola pubblica, nelle metodologie e nel posizionamento adeguato delle risorse, in modo serio ed efficace e senza ideologismi, come anche senza alcuna concessione ai mali antichi, tali ritardi culturali , che poi diventano sociali , civili e antropologici, sono destinati inevitabilmente a crescere.

L’Unità 21.10.11

Contrordine, gli esami di terza media non cambiano. Il ministero: "Non c'è più tempo per le modifiche", di Salvo Intravaia

La Gelmini aveva detto di voler di ridurre le prove, ma ora una circolare riconferma tutte le vecchie regole per i 600 mila studenti che frequentano l’ultimo anno della scuole di primo grado. Lo stesso destino sembra riservato anche alla maturità. Nessuna novità per il 2012 agli esami di terza media e di maturità. I 600 mila studenti che frequentano il terzo anno delle scuole secondarie di primo grado affronteranno gli esami finali con le stesse prove svolte finora dai compagni degli anni precedenti. Le novità annunciate dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini nel corso di un’intervista a Repubblica saranno rinviate, nella migliore delle ipotesi, al 2013, quando il governo sarà cambiato. A confermarlo una circolare emanata ieri da viale Trastevere, che detta le regole sugli “sull’esame di stato conclusivo del primo ciclo di istruzione” per l’anno scolastico 2011/2012.

Per il prossimo anno, la prova nazionale Invalsi avrà per oggetto “le conoscenze e le abilità acquisite dagli studenti in italiano e matematica. Le conoscenze e le abilità verranno valutate con riferimento agli obiettivi di apprendimento previsti per tali insegnamenti dalle Indicazioni per il curricolo al termine del primo ciclo di istruzione”. Insomma, nessuna novità rispetto al passato. Stesso discorso per le altre discipline. “Le istituzioni scolastiche – continua la circolare – potranno, così, cominciare sin da ora a preparare gli studenti ad affrontare il complesso delle prove che costituiscono l’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione”.

“Al riguardo – spiega – si richiamano integralmente le istruzioni impartite con la C. M. n. 49 del 20 maggio 2010 e con la C.
M. n. 46 del 26 maggio 2011, che devono, pertanto, intendersi confermate anche per il corrente anno scolastico”. Cioè, le stesse disposizioni che hanno dettato le regole per gli esami del 2011. La prova nazionale Invalsi si svolgerà contemporaneamente in tutte le scuole d’Italia lunedì il 18 giugno. Qualche giorno prima, o successivamente, si svolgeranno le prove scritte di Italiano, Matematica e Inglese, cui potrebbe aggiungersi anche quella di seconda lingua straniera: in tutto sei scritti. L’esame si concluderà con il tradizionale colloquio su tutte le discipline. Ma nel 2013 le regole potrebbero cambiare.

“È opportuno evidenziare – conclude la nota ministeriale – che questo ministero procederà, in sede di revisione del regolamento di valutazione degli studenti ad una revisione complessiva dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione. Ciò con l’obiettivo di ridurre il numero di prove sostenute dagli studenti, ferma restando la finalità dell’esame che consiste nella verifica della maturazione complessiva degli alunni e del conseguimento degli obiettivi di apprendimento e dei traguardi per lo sviluppo delle competenze previsti dalle Indicazioni per il curricolo”. E, contrariamente a quanto annunciato, non ci sono novità in vista neppure per gli esami di maturità.

La ministra aveva parlato di sostituire la terza prova d’esame – il quizzone su 5 discipline dell’ultimo anno predisposto dalla stessa commissione la mattina stessa della prova – con una prova standardizzata come quella formulata dall’Invalsi per gli esami di terza media. Ma per fare questo tipo di operazione, anche su un campione di classi ridotto, occorre un lavoro di predisposizione dei quesiti che dura almeno un paio d’anni e che, al momento, nessuno ha avviato. Pertanto, anche gli oltre 500 mila studenti dell’ultimo anno delle superiori potranno dormire sonni tranquilli, almeno per quanto riguarda la forma dell’esame, che si svolgerà secondo le consuete modalità: tre prove scritte e un colloquio.

www.repubblica.it

"Niente più doppio incarico per i parlamentari-sindaci", di Nicoletta Cottone

Niente più doppio incarico per i parlamentari-sindaci. La Corte Costituzionale, decidendo sul caso Stancanelli, senatore del Pdl e sindaco di Catania, ha bocciato la legge 60/1953 nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un comune con più di 20mila abitanti. Con la sentenza 277/2011, (presidente Alfonso Quaranta, giudice redattore Paolo Grossi), è stata, dunque, dichiarata «l’illegittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari), nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti».

La vicenda nasce dal ricorso di un elettore
A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale civile di Catania, al quale un elettore, Salvatore Battaglia, aveva fatto ricorso. Candidatosi a sindaco di Catania nel giugno del 2008, quindi dopo essere stato eletto due mesi prima senatore del Pdl, Raffaele Stancanelli aveva mantenuto il doppio incarico.

Vale per tutti i parlamentari divenuti sindaci di grandi città
La decisione della Consulta – la n. 277 – ha tuttavia valore per tutti quei parlamentari divenuti sindaci di grandi città e che dovranno dunque scegliere quale dei dunque incarichi mantenere.

Il SOle 24 Ore 21.10.11

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Stop ai parlamentari-sindaci. La Consulta: incarichi incompatibili

ROMA – La Corte Costituzionale, esprimendosi sul caso Stancanelli, senatore del Pdl e sindaco di Catania, ha bocciato con la sentenza n.277 la legge n.60 del 1953 nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un comune con più di 20mila abitanti. Niente più doppio incarico dunque per i parlamentari-sindaci.

A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale civile di Catania, al quale un elettore, Salvatore Battaglia, aveva fatto ricorso. Candidatosi a sindaco di Catania nel giugno del 2008, quindi due dopo essere stato eletto senatore del Pdl, Raffaele Stancanelli aveva mantenuto il doppio incarico. Tutti i parlamentari divenuti sindaci di grandi città dovranno dunque scegliere quale dei dunque incarichi mantenere.

La Consulta è di fatto intervenuta colmando un vuoto legislativo che causava – si legge nella sentenza scritta dal giudice Paolo Grossi – «la lesione non soltanto del canone di uguaglianza e ragionevolezza ma anche della stessa libertà di elettorato attivo e passivo». La legge statale, infatti, prevede espressamente che non sono eleggibili alla carica di parlamentare nazionale i presidenti delle Province ed i sindaci dei Comuni con più di 20mila abitanti, ma nulla dice riguardo all’ipotesi inversa, vale a dire sull’ineleggibilità a sindaco di chi è già parlamentare. «Si tratta dunque – scrive la Corte – di verificare la coerenza di un sistema in cui, alla non sindacabile scelta operata dal legislatore (che evidentemente produce in sè una indubbia incidenza sul libero esercizio del diritto di elettorato passivo) di escludere l’eleggibilità alla Camera e al Senato di chi contemporaneamente rivesta la carica di sindaco di grande Comune, non si accompagni la previsione di una causa di incompatibilità per il caso in cui la stessa carica sopravvenga rispetto alla elezione a membro del Parlamento nazionale». I giudici costituzionali, alla luce di precedenti sentenze, ritengono necessario che «il menzionato parallelismo sia assicurato, allorquando il cumulo tra gli uffici elettivi sia, comunque, ritenuto suscettibile di compromettere il libero ed efficiente espletamento della carica», così come previsto dagli articoli 3 (principio di uguaglianza e ragionevolezza) e 51 (libertà di elettorato attivo e passivo) della Costituzione.

Secondo la Consulta la «previsione della non compatibilità di un ‘munus’ pubblico rispetto ad un altro preesistente, cui non si accompagni, nell’uno e nell’altro, una disciplina reciprocamente speculare, si pone in violazione della naturale corrispondenza biunivoca delle cause di ineleggibilità, che vengono ad incidere necessariamente su entrambe le cariche coinvolte dalla relativa previsione, anche a prescindere dal dato temporale dell’elezione».

La pronuncia di illegitimità riguarda, per la previsione, gli articolo dall’1 al 4 della legge n.60 del 1953 «nella parte in cui non prevedono – si legge le dispositivo – l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20mila abitanti».

Osvaldo Napoli: norma già in vigore. «Le norme attualmente in vigore stabiliscono che chi occupa un seggio in Parlamento non possa fare il sindaco di una città con più di 20 mila abitanti, n‚éil presidente di una giunta provinciale, né l’assessore, né il consigliere regionale. La Consulta ha ribadito questo concetto – ricorda il parlamentare del Pdl, fino ai primi di ottobre presidente facente funzioni dell’Anci, e sindaco di un comune del Piemonte con meno di 1000 abitanti – La regola esiste già ma il Parlamento, negli anni, ha dato l’opportunità di proseguire il mandato da parlamentare, fino alla scadenza, qualora si venga eletti mentre si ricopre già l’incarico di sindaco. E questa eccezione è diventata una consuetudine. Ora la Consulta ha chiarito che applicare la consuetudine non va bene».

www.ilmessaggero.it

Dopo Gheddafi

L’epilogo di sangue deve diventare oggi il prologo di una nuova stagione che mette in capo al governo transitorio la grande responsabilità della ricostruzione materiale, civile e politica. E quella della necessaria pacificazione. Le crude immagini dell’esecuzione del colonnello Gheddafi chiudono la prima fase della rivoluzione/guerra di Libia. Si tratta di un epilogo tragico, purtroppo ampiamente prevedibile dopo gli inviti del Segretario di Stato americano Hillary Clinton di 48 ore fa a prendere il Rais “vivo o morto” e dopo la scelta del CNT di mettere una taglia cospicua sulla testa dell’uomo. Avremmo preferito un Tribunale Internazionale dove giudicare il dittatore responsabile di tanti massacri, ma il gorgo della violenza generata ha scelto la scorciatoia della giustizia sommaria. E non ci sono piaciute – senza amore di polemica spicciola – le dichiarazioni di alcuni esponenti del governo italiano, passati con indifferenza dal baciamano allo sberleffo, secondo la peggiore delle tradizioni patrie.

L’epilogo di sangue deve diventare oggi il prologo di una nuova stagione che mette in capo al governo transitorio la grande responsabilità della ricostruzione materiale, civile e politica. E quella della necessaria pacificazione, condizione necessaria per mantenere il Paese unito.
La Libia non ha storie democratiche alle spalle da ricordare, non ha una memoria genetica di pluralismo da risvegliare. Dalla monarchia di re Idris alla grande Jamahyria di Gheddafi, i libici sono passati da un autoritarismo all’altro, entrambi privi di solide istituzioni che non fossero le appendici strumentali del capo, e non hanno mai avuto quella società civile plurale di conio europeo (borghesia, professioni, ong e sindacati) ma semmai una ragnatela tribale modernizzata dai proventi dell’economia petrolifera.
E’ dunque un cammino impegnativo quello che si apre oggi. Impegnativo per le autorità di governo ma anche per i Paesi davvero amici, non quelli che si sono affannati a catturare un applauso elettorale in queste settimane di guerra ma quelli che si sentono pronti, oltre che a ricostruire le infrastrutture, a costruire una inedita democrazia.

Occhi puntati sulla riva Nord dell’Africa nelle prossime settimane. Domenica va al voto per l’assemblea costituente la Tunisia del post Ben Ali. Fra novembre e dicembre voteranno poi Marocco ed Egitto.
Mentre nel Golfo si spara e si lotta in Yemen e in Bahrein, mentre in Medio Oriente proseguono i rimpasti di governo in Giordania e le violente repressioni in Siria, il Maghreb può e deve mandare il messaggio che la primavera araba non è sfiorita, che la passione politica dei ragazzi che abbiamo incontrato sei mesi fa è ancora vitale, che la controrivoluzione felpata dei gattopardi, dei militari, dei “barbuti” non ha guadagnato terreno. E’ importante per i Paesi che stanno per votare per il loro futuro; è importante forse più per quelle opinioni pubbliche ancora schiacciate dal giogo delle autocrazie che attendono di capire se la “rivoluzione è possibile”.

L’Italia, anche quella del declino berlusconiano, ha comunque una parte del suo destino nel Mediterraneo, ha un interesse in più che lo spazio geo-politico di nostra pertinenza sia uno spazio di pace, di dialogo,di sviluppo economico. Già, di sviluppo economico. Perché una possibile crisi della primavera araba consiste proprio nella circostanza che l’Occidente e l’Europa hanno incitato, applaudito e talora aiutato i rivoltosi, ma l’economia si è fermata e gli aiuti sono stati modesti, fornendo così un argomento di leva ai nostalgici del tempo andato e ai mestatori delle epoche di crisi. Insomma, mai come in queste circostanze, le scelte della politica incideranno davvero sui destini delle persone.

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La politica non negozia i valori ma la convivenza

Confronto pubblico tra Bersani e monsignor Fisichella. Bersani ai cattolici: “Serve accumulo di risorse morali, non un partito. Facciamo un’agenda italiana sui temi etici”. “La politica non deve negoziare i valori etici o religiosi ma deve dare soluzioni concrete ai problemi, occupandosi della ‘convivenza’ ed evitando scelte ‘divisive’ che nuocerebbero a un Paese già spaccato”. Lo ha detto il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, durante un confronto pubblico con monsignor Rino Fisichella. Al confronto, svoltosi in via della Conciliazione, era presente il direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian, e numerosi prelati che hanno applaudito Bersani.

Il tema del confronto era la “laicità e Vangelo”, e prendeva spunto dal recente libro dello stesso monsignor Fisichella dedicato alla nuova evangelizzazione. Bersani ha convenuto sul fatto che “la laicità non è semplice neutralità perchè senza alcuni valori comuni non esisterebbe convivenza. E il primo di questi valori comuni – ha spiegato – è che l’uomo non è solo natura, l’uomo non è solo un grumo di cellule”.

Toccando poi i temi bioetici Bersani ha aggiunto: “Sono convinto che la politica non può fare negozio né della fede, nè dei valori, né della loro gerarchia, ma per suo compito ha il dovere di negoziare la convivenza e il bene comune. Al netto della coscienza, la politica non può esimersi di raffigurare i valori in una mediazione di convivenza, questo implica un compito difficile”.

Bersani ha proposto un “nuovo umanesimo in cui l’uomo non sia solo natura o grumo di materia nello spazio come dice Bagnasco”, concetto che è abbordabile anche per una cultura laico, e invita a non litigare sempre sui prodotti di importazione, ossia le normative che da altri Paesi vengono varate sui temi della vita, ma sollecita a raggiungere un punto di incontro. “A furia di parlare di ciò che non è negoziabile non negoziamo nulla, mentre arrivano ricette da tutto il mondo. Noi non possiamo stare paralizzati, ostativi e non immaginare una soluzione nostra”.

Il Segretario del PD ha giudicato “inconcepibile che il Parlamento si sia diviso 50 e 50 sul tema del fine-vita e critica quella discussione divisiva, convinto che “si può trovare una soluzione italiana e umana. Politica – ha insistito Bersani- è tenere assieme un Pese che passerà un momento molto, molto complicato nel suo tessuto connettivo”.

Tra Monsignor Rino Fisichella e Pier Luigi Bersani rapporti cordiali e la promessa di rivedersi ancora in Vaticano, a discutere di Vangelo e laicità. Il leader democratico è soddisfatto di una discussione che ha avuto come interlocutore un alto prelato, accusato in passato di avere un atteggiamento “giustificazionista” nei confronti di Silvio Berlusconi. Bersani viene salutato da Fisichella come un pelagiano, un seguace cioè dell’eretico che fece dell’autodeterminazione il motore della fede.
Una impostazione che il leader democratico in buona parte condivide. Ammette sì di essere “un po’ pelagiano, diciamo semi-pelagiano, a patto di osservare che è un’eresia perdonabile ai giorni nostri, perchè io sono come il mio parroco – ha detto Bersani – la libertà è importante nella responsabilità morale della persona”.

“Rispetto alle nuove invenzioni della scienza anche la politica deve darsi una bussola, un criterio – ha ammesso il leader democratico – perché la politica non è solo comunicazione ma anche pensiero e cultura. Bagnasco dice di non parlarne perché sono temi divisivi, io dico parliamone, anche se le soluzioni che possono essere divisive in un Paese già lacerato e divisivo dovrebbe essere un punto su cui riflettere. Il bipolarismo etico oltre a essere una iattura finirebbe in caricatura. La politica infatti può svilire le cose più nobili riducendole a mercato. Noi non accettiamo soluzioni divisive”.

E a proposito del risveglio in politica dei movimenti cattolici, il leader del PD ritiene che “possa rappresentare il superamento di una fase che ha inciso sul tessuto civico e morale del Paese, ecco perché tanti sentono l’esigenza di vedere se si possono accumulare risorse per aiutare il Paese a riprendere il cammino. Se avrà sbocchi politici questo è affidato alla libertà di ognuno. Il mio compito da Segretario di un partito di credenti e non – ha ribadito – è renderlo ospitale, abitabile con questi fermenti utili”.

Il leader del PD ha parlato a questo riguardo del Partito democratico, fatto di “credenti e non credenti”, come lo sono anche gli altri partiti, “ma noi ci appassioniamo perché pensiamo che i valori non vadano annacquati e cerchiamo la soluzione finchè la troviamo. Come segretario di partito, devo semplicemente farmi la domanda – ha chiarito – come questo partito possa essere popolare e ospitale per questi credenti”.

Quanto in riferimento al termine “laicità” Bersani “non accetta che venga equiparato al nichilismo e sostiene che la convivenza di per sé presuppone una verità condivisa, un valore, altrimenti non sta in piedi. Il relativismo assoluto è una bomba N dello stare assieme”.

“Sono convintissimo – ha precisato – che il cristianesimo è la lingua materna dell’Europa. I pilastri sono autonomia della politica ma anche rispetto per il diritto-dovere della Chiesa di intervenire secondo il suo magistero . Certamente c’è da fare un confronto sul tema antropologico – ha detto Bersani – al netto della libertà di coscienza – ha osservato – la politica non può esimersi dalla sua peculiare missione: raffigurare i valori in una mediazione di convivenza. Questo e ineliminabile”.

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"Per non dimenticare", di Maria Cecilia Guerra

L’avevamo chiamata legge “ad aziendam” e questa definizione è stata fatta propria dalla stampa. Ci riferivamo alla norma contenuta nel decreto legge “incentivi” (n. 40/2010), che permetteva una rapida definizione delle controversie tributarie pendenti da oltre dieci anni per le quali l’amministrazione finanziaria fosse risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio. Il contribuente poteva estinguere la controversia che lo riguardava, pagando un importo pari al 5 per cento del suo valore (riferito alla sola imposta oggetto di contestazione in primo grado, senza tenere conto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni).
L’avevamo chiamata “ad aziendam” perché le condizioni richieste per accedere alla sanatoria si attagliavano alla perfezione a un importante contenzioso pendente in Cassazione che riguardava la Mondadori. L’imposta dovuta dall’azienda editoriale era pari a 173 milioni. Se si aggiungono interessi, indennità di mora e sanzioni, si trattava, secondo la stampa, di una somma di circa 350 milioni di euro. Grazie alla norma citata la controversia si è chiusa con il pagamento di 8,6 milioni.
Marina Berlusconi, Presidente di Mondadori ha rigettato l’interpretazione di una legge ad aziendam: “Non legge ad aziendam, ma ad aziendas, perché è una norma che restituisce certezze a tutto il sistema delle imprese. Se le leggi, come in questo caso, sono sacrosante, che cosa si vorrebbe, che le nostre aziende non le utilizzassero solo perché fanno capo alla famiglia Berlusconi?”
Chi aveva ragione?
Il senatore del Pd Giuliano Barbolini ha provato ad avere dal ministero dell’Economia tutte le informazioni necessarie a capire quante siano state davvero e per che importi le imprese che di questa norma si sono avvalse. Ci sono volute tre diverse interrogazioni.
La risposta del Ministero dell’Economia, per quanto limitata a solo alcuni aspetti, sembra abbastanza interessante. Le aziende che hanno utilizzato la norma sono state 67. Il costo complessivo che si è rinunciato a introitare a bilancio pubblico, nel caso di soccombenza della controparte, viene valutata in circa 226 milioni.
Se ne deduce che, poiché di questi 226 milioni 173 milioni riguardano la Mondadori, la vertenza Mondadori pesa per poco più del 75% del totale. Le altre 66 aziende, tutte insieme, contano per il restante 25%.
Si può o non si può parlare di legge “ad aziendam”?

da www.lavoce.info