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"Usa, la nuova «bolla» dei prestiti universitari", di Massimo Gaggi

La «bolla» dei debiti pubblici europei (e dell’Italia) si fa sempre più minacciosa, mentre quella dell’indebitamento delle famiglie continua a frenare l’America. E la Cina, ultima locomotiva capace di trainare l’economia mondiale, rischia il deragliamento se, come temono molti, scoppierà la sua bolla finanziaria alimentata da anni di credito facile. Ormai lo sappiamo: viviamo in un mondo pieno di bolle che i governi devono sgonfiare con processi socialmente dolorosi ed economicamente non privi di rischi.
Gli americani, che dal 2007 sono alle prese con la «madre di tutte le bolle», quella dei mutui subprime, l’hanno scoperto prima di altri. Ma nemmeno loro sono consapevoli fino in fondo della vastità del problema. Pochi, ad esempio, hanno compreso quanto stia diventando minacciosa un’altra bolla: quella dell’istruzione universitaria, il fiore all’occhiello del sistema Usa. Le accademie americane, si sa, sono eccellenti ma anche molto costose. Soldi ben spesi, si è sempre detto: investire sul proprio futuro è la cosa migliore che si possa fare. È ancora vero, ma c’è un problema di misura. Negli Stati Uniti i due terzi degli studenti si indebitano per pagarsi gli studi. Finché l’economia ha assorbito tutti i neolaureati, non ci sono stati problemi. Chi usciva da atenei di prestigio otteneva impieghi ben retribuiti e quindi riusciva a onorare il suo debito scolastico senza compromettere troppo il tenore di vita. Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate. Sui ragazzi si è stretta una tenaglia: nonostante
l’economia depressa, le università hanno continuato ad aumentare le rette anche perché i giovani prolungavano volentieri gli studi in attesa che «passasse la bufera». Ma la crisi non è affatto finita, i debiti di studio hanno ormai raggiunto i mille miliardi di dollari e per molti neolaureati, che spesso devono restituire prestiti superiori ai 100 mila dollari (la media è 34 mila), le prospettive si sono fatte molto difficili: chi si è laureato nel maggio scorso, ad esempio, sta esaurendo gli ultimi giorni del semestre di «tregua» garantito dalla legge ai debitori. All’inizio di novembre dovrà cominciare a rimborsare lo student loan, anche se è disoccupato. Chi esce da Harvard un lavoro, prima o poi, lo trova. Ma, al di fuori degli atenei dell’eccellenza, c’è un gran numero di università di «seconda fascia», costose quasi quanto quelle più prestigiose della East Coast, che stanno diventando fabbriche di disoccupati con molti debiti. La facilità con la quale gli studenti hanno contratto grossi prestiti per frequentare corsi che non offrono grandi sbocchi lavorativi ricorda il credito facile dei mutui-casa. Con una differenza: chi ha comprato un alloggio che non poteva permettersi, può liberarsi del debito restituendo le chiavi alla banca. Gli studenti, invece, non possono dichiarare bancarotta.

Il Corriere della Sera 21.10.11

"Scilipoti show, meglio del circo", di Silvia Cerami

Massoni, modelle, fascisti, compaesaani, aristocratici, agopunturisti, attori, suore e molto atro: è il congresso del Movimento di responsabilità nazionale, ultimo prodotto della Seconda Repubblica. Svoltosi a Roma «sotto la protezione di Dio e degli angeli custodi» Strette di mano, ovazioni, applausi, standing ovation. L’Auditorium del ‘Massimo’ a Roma è gremito. Sono tutti lì per Domenico Scilipoti. Il nuovo leader della politica italiana. Il peones si è trasformato in re. Scende dall’auto blu e la banda, arrivata direttamente da Caltanisetta, suona la fanfara. Tra ali di folla, Mimmo debutta nel mondo che conta. Saluta, firma autografi, sorride ai flash. Si gode l’osannazione.

Scily Potter, il maghetto della politica italiana, ce l’ha fatta. Persino Silvio Berlusconi se n’è dovuto fare una ragione. Si lascia fotografare accanto a un uomo di cotanta statura, canta con lui l’inno di Mameli, e poco importa se sbagliano le parole, “grazie a Mimmo durerò cinque anni, non posso che essergli riconoscente” fa modestamente sapere. Mimmo ha superato il maestro.

Di prima mattina arrivano i pullman dalla Sicilia, il palco è un tripudio di yin e yang, bandiere ovunque, il manifesto ‘Uniti per Scilipoti’ campeggia sul Tricolore, tutti con ‘La Responsabilità’ sottobraccio e l’inno ‘Un solo cuore, un’ unica idea’ che risuona in testa. Mamme con passeggino, anziani, disabili e vip. Tutti insieme per acclamarlo. Ci sono i suoi compaesani da Barcellona Pozzo di Gotto «lo conosciamo da sempre. Non è importante la compravendita l’importante è che il progetto vada a buon fine», l’operatore del ‘Grande Fratello’ che si dice certo che «Scilipoti è sul treno giusto, sta viaggiando veloce, il destino lo porterà lontano» e le modelle con vestitino inguinale blu elettrico accompagnate dalla stilista Livia Di Vernieri. «Sono amica di Mimmo. Sono titolare di un’agenzia di modelle e di uno showroom in via Veneto insieme a Valerio Alba, che è siciliano anche lui. Scilipoti va bene perché ha lasciato Di Pietro, io quello non lo posso vedere neanche morto» spiega la stilista, mentre illustra i vestiti. Il socio Alba ci tiene a precisare «ma recito anche nel Commissario Rex».

Sono qui per sostenere Giovanni Maria Bonci, imprenditore che ha chiesto a Scilipoti di presentare una proposta di legge. «Vogliamo risanare i conti dell’Inps e dare 100 euro per la casa a tutti i pensionati» annuncia poco più in là Bonci. E’ in compagnia di una suora e di un sacerdote che arrivano da San Giovanni Val d’Arno «nell’amore di Cristo, siamo sostenitori della preghiera e amici di Roberto Parenti, che è il segretario regionale della Dc toscana e che insieme a Bonci è vicino ai pensionati».

A nemmeno tre metri il conte De Marco, padre del regista ed ex ballerino Massimo «lo scriva che è famoso a Roma», ex Lega Nord a Francavilla a Mare, dice di «aver lasciato la Lega perché vogliono la secessione, meglio Scilipoti». Con lui Giustino Bruno, candidato nel 2006 alla Camera per Destra Nazionale. «Siamo anti-comunisti e quindi lui, come si chiama, coso Scilipoti, che ha abbandonato l’Idv può salvare l’Italia. Perché il comunismo è il male più oscuro». Poteri di Scily Potter.

Riesce a unire tutto l’arco parlamentare. Democrazia Cristiana, Lega Nord, Destra Nazionale, i massoni e persino qualcuno che dice, con il massimo riserbo, di essere dei servizi. «Saya e la Cannizzaro non so dove siano, non li ho visti, ma ho aderito al progetto di Saya perché sono del Grande Oriente, noi fratelli massoni siamo vicini. E poi era un ex agente dei servizi e quindi, mi capisca, mi stava simpatico».

Ci sono i pazienti e i sostenitori dell’agopuntura tanto cara al medico Mimmo. «Mimmo, sei il nostro salvatore» urlano. «Lo sa con l’agopuntura quante malattie si curano? Si fa pure l’anestesia» spiega l’adepta. “E’ una persona estimabile, lo seguo dall’Idv, mi intendo di reiki”. Sul trasformismo, nessun problema. «Anche col metodo del ricatto va bene se si influisce e poi io non approvo la politica di Berlusconi. Guardi che Scilipoti è meglio di Berlusconi» annuncia Maria. Già ci sono anche gli antiberlusconiani, pronti ad acclamare Mimmo. «E’ una persona che ha battagliato, c’è la possibilità che faccia qualcosa per i giovani. Mica come il premier» spiega l’abruzzese Iziano Primiterra. «Scilipoti riprende i valori che si sono persi. Altro che partito della gnocca. Io credo che Scilipoti al 99,1% possa salvare il Paese. E non è giusto fare accuse, la sua è stata una mossa indovinata». E’ venuto anche l’amico del 14 dicembre Antonio Razzi: «Oggi è il lancio di Scilipoti, io gli sono vicino. Veniamo da uno schieramento che non ci ha capiti, a volte neanche un sorriso. Qui almeno c’è una famiglia che ci rispetta. E poi noi siamo simili, quello che pensa lo dice. Del resto se scrivi una cosa e la correggi poi non è vero niente». Tutto è pronto. Don Marcello indossa la stola e dal palco fa la preghiera di introduzione. «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, preghiamo». «O Dio proteggi il convegno e allontana tutti i tranelli del nemico» e ancora «pregate ognuno il vostro angelo custode, recitiamo insieme il Padre Nostro».

Bruno Cesario fa gli onori di casa. «Ora parla il professor Cesare Montes, economista brasiliano della Fondazione Montes». «Onorado sottosegretario Bruno Cesario, onorado Domenico Scilipoti». Scilipoti non riesce a trattenersi: «Aspettate intervengo, io faccio anche il traduttore, sta dicendo onorado autorità» e poi ancora «ricorda l’apprezzamento del popolo brasiliano per il presidente Berlusconi e che l’Italia è la prima a parlare di una nuova politica». Scilipoti traduttore, medico, parlamentare, con ben 32 proposte di legge, che gira il mondo finalmente ha il palco tutto per sé. Più di un’ora di discorso e, nonostante abbia scritto 28 pagine, «questo Scilipoti che si pone e si domanda va a braccio perché il copione lo sanno tutti». Ed è Scilipoti show.

Urla, si dimena, incita la folla. Loro si alzano in piedi e lui alza la voce, loro sventolano le bandiere e lui grida ancora di più. «Sono onorato che il signore mi abbia dato questa croce da portare sulle spalle, qualcuno doveva aprire la strada il 14 dicembre». Applausi. «Scilipoti è contro la lobby delle banche pronte a distruggere il Paese. Scilipoti vuole eliminare questa parola maldestra che non dovrebbe essere udibile, questa parola anatocismo». E poi Scilipoti in terza persona chiede a Scilipoti: «Che cosa hai fatto Scilipoti all’interno del Parlamento? Ma che cosa hai fatto tu che critichi Scilipoti e riscaldi il banco, si chiede Scilipoti». Scilipoti «a 360 gradi» che si scusa su «questa ripetizione di riflessioni, ma faccio tante riflessioni ad alta voce».

Ecco «Scilipoti dice che va fatta una riflessione tranquilla, quella dell’amore. Non è l’amore di Cicciolina, è l’amore di Cristo. Siamo dei soldati». «Come posso spiegare a mio figlio come fa a procreare una coppia di fatto? Come puoi parlare di famiglia se hai una situazione che non è una famiglia. Non lo puoi né dire né pensare». Il popolo di Scily è estasiato. Qui dentro Berlusconi è solo un comprimario. «Scilipoti è per la libertà. Tu sei libero di essere taoista, induista ma come ti permetti, sostenuto da quattro scimuniti, di far togliere il crocifisso dalle scuole a casa mia». «Io non voglio avere visibilità, la mia visibilità è il popolo, siete voi». La platea si infiamma: «Mim-mo, Mim-mo». E’ partita la crociata «E’ venuto il tempo della rivoluzione. Abbiate coraggio di essere soldati, di andare nelle piazze. L’alba di una nuova era è iniziata». E’ standing ovation.

L’Espresso 21.10.11

Bersani: governo a fine corsa «Ora l’alleanza con gli italiani», di Simone Collini

«Non possono fare con un provvedimento ciò che non hanno fatto in tre anni». Pier Luigi Bersani osserva a distanza i movimenti del governo sul decreto sviluppo, il va e vieni di ministri a Palazzo Grazioli, le uscite di chi preventiva un pacchetto di misure a costo zero e di chi sostiene che una simile ipotesi sarebbe impraticabile. E la conclusione del leader
del Pd non è sotto il segno dell’inedito: «Devono farsi da parte ». Il richiamo dell’Unione europea ad approvare in tempi rapidi riforme strutturali per la crescita costituisce per Bersani un ultimo avvertimento che esporrebbe il nostro Paese a gravi rischi, se disatteso.
Ma ormai, dice il vicesegretario del Pd Enrico Letta, è evidente che questo governo «invece di essere costruttore di soluzioni è diventato il problema di questo Paese». E determinate uscite di personalità di primo piano del centrodestra spingono il Pd a stringere i tempi per quella che Bersani definisce l’«alleanza con gli italiani». Un’alleanza che il leader dei Democratici vorrebbe già visibile in piazza San Giovanni, il 5 novembre, in una manifestazione che nelle sue intenzioni sarà «una festa popolare» in cui verranno
presentate le proposte del Pd per la «ricostruzione» e a cui, dalle telecamere del Tg1, invita a partecipare «tutti»: «E chi non vuol portare la bandiera del Pd porti il Tricolore».
Che il decreto sviluppo sarà un tornante decisivo per le sorti del governo, per dargli fiato per affossarlo definitivamente, lo sanno tutti. Lo sanno i leader della maggioranza: quelli come il ministro leghista Roberto Maroni, per il quale «se Berlusconi accetterà la sfida arriveremo tranquillamente al 2013 e rivinceremo, altrimenti, sarà un disastro », e quelli come il segretario del Pdl Angelino Alfano, che mette le mani avanti sottolineando che «non bisogna caricare il decreto di attese salvifiche». Ma lo sanno soprattutto i leader dell’opposizione, che ora vogliono imprimere un cambio di passo alla definizione delle alleanze.
PROGRESSISTI E MODERATI
Bersani continua a lavorare all’alleanza tra progressisti e moderati, rassicurando da un lato Nichi Vendola e Antonio Di Pietro che dopo la definizione del programma ci sarà un’ampia consultazione per scegliere il candidato premier, dall’altra continuando a muoversi in asse con Pier Ferdinando Casini su diversi terreni (da ultimo su Bankitalia). E segnali diversi da quelli di solo qualche settimana fa arrivano da tutte le parti. Il leader dell’Idv dice che ora «dobbiamo smettere di indignarci e avviare una proposta costruttiva», quello di Sel dice che ora la necessità è capire se con Casini «condividiamo lo stesso progetto per l’Italia» e quindi «bisogna confrontarsi sui contenuti delle politiche». E anche dall’Udc arriva la disponibilità a discutere una «comune agenda». Pierluigi Mantini, rispondendo all’articolo di Nicola Latorre pubblicato ieri dall’Unità, dice che ora non vanno posti «frettolosi aut-aut», ma aggiunge: «Siamo disponibili a trasformare le molte proposte comuni dell’opposizione in un’agenda di governo per l’Italia del futuro,mal’impegno deve trovare il Pd disposto ad andare oltre il “perimetro di Vasto”». Che è proprio l’intenzione di Bersani.

L’Unità 22.10.11

"Gli indignati e la sinistra", di Alessio Postiglione

La protesta degli indiñados impone a tutti i riformisti di interrogarsi sulla propria identità. Riemergono temi propri della tradizione socialista, come la critica alla “dittatura delle banche”, e nuove progettualità che disegnano la sinistra che verrà: beni comuni e nuovi diritti di cittadinanza, in primis. Questa tensione identitaria, d’altronde, era stata già vissuta dal Pd quando la famosa lettera agostana di Draghi e Trichet che “commissariava” il governo Berlusconi fu resa pubblica. I democrat si dividevano fra chi riteneva le ricette della Bce praticabili e chi le liquidava come pericolosi tecnicismi che attentavano al principio di solidarietà. Il tema, in pratica, era ed è quanto la sinistra possa essere liberale, per rimanere fedele a se stessa, prima di degradare in quel liberismo che vira a destra.
La lettera degli indiñados consegnata a Bankitalia indica che l’eclissi della sovranità degli Stati nazionali e la fine del primato della politica sono dei temi molto sentiti. Questi movimenti, evidentemente, non rappresentano l’antipolitica.
Essi rivendicano, invece, più politica, ma oltre i luoghi tradizionali della rappresentanza, cioè i partiti.
Se i movimenti accusano le banche, le privatizzazioni e l’Europa, vale la pena chiedersi, allora, come possa la sinistra incanalare queste domande politiche. Il vecchio spettro del dominio di un potere finanziario senza volto incute timore ed è condiviso da parte della sinistra e della destra, come dimostra l’avversione leghista al mercatismo teorizzato da Tremonti.
In realtà, le missive della Bce non ledono il principio di sovranità né le banche centrali sono assimilabili a oscuri poteri che governano il mondo sulla pelle delle masse.
La Costituzione stabilisce che l’Italia acconsente «a limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», come l’Unione europea. La Bce, d’altronde, è un’istituzione democratica: il Comitato esecutivo della banca, infatti, è scelto dai governi nazionali, sentito il parere del Parlamento europeo. È vero, però, che i movimenti chiedono ancora maggiore democrazia.
Ma questa riforma può avvenire solo con l’Europa, non contro di essa. Bisognerebbe dare più poteri al Parlamento europeo, ad esempio, e favorire il decision making sovranazionale, rispetto al metodo intergovernativo.
Le cattive politiche del governo Berlusconi, d’altronde, non sono state dettate da un fantomatico commissariamento della Bce. Dipendono dalle cattive scelte del centrodestra.
La stessa Bce, infatti, distingue puntualmente fra liberalizzazioni e privatizzazioni. Invece, in Italia, abbiamo svenduto i beni pubblici per favorire gruppi che, corporativisticamente, chiedevano protezione dal mercato e niente competizione. All’erario le bad company, ai padroni del vapore la polpa.
Gli indignati, infine, rivendicano l’intangibilità dei beni comuni, di quei servizi, cioè, dal cui godimento dipende l’inverarsi dei diritti di cittadinanza. Da questo punto di vista, la sinistra deve attenersi – con intelligenza seletiva – all’indicazione ideologica espressa nell’ambito dei referendum sull’acqua. Vale, però, la pena distinguere fra beni comuni e servizi pubblici, come i trasporti locali, che l’Europa ci chiede di affidare al mercato.
Anche qui, però, sarà possibile tenere insieme solidarietà e competitività solo liberalizzando, non privatizzando. Il peggioramento di alcuni servizi pubblici locali, ad esempio, dipende dal fatto che i Comuni non fanno sempre rispettare i contratti di servizio. Anche perché, magari, il soggetto affidatario è una spa ma a totale controllo pubblico. E risulterebbe particolarmente complesso, per un sindaco, rescindere un contratto di un’azienda che egli stesso controlla.
In definitiva, movimenti come gli indiñados dimostrano che l’esperimento del “liberismo di sinistra” preconizzato dagli economisti Giavazzi e Alesina e sperimentato dal New Labour di Blair è superato. Ciò non di meno esiste, a sinistra, uno spazio politico per tenere insieme democratici e socialisti, beni comuni e competitività.

da Europa Quotidiano 22.10.11

L’Europa boccia Berlusconi «Ora servono nuove misure», di Laura Matteucci

È «urgente e importante» una «tempistica concreta» sull’adozione delle misure per la crescita, con obiettivi e scadenze «dettagliati». La lettera della Bce non è bastata, l’Italia era e resta un sorvegliato speciale. Nel giorno in cui il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto quantomeno discutere il decreto Sviluppo, e invece non s’è nemmeno riunito (ma del resto il decreto «non è urgente», come è riuscito a dire Berlusconi), l’Europa torna a incalzare l’Italia e a sconfessarne il presidente del Consiglio. Con il richiamo del commissario agli Affari economici Olli Rehn, la Ue «prende atto dello slittamento del decreto», rinvio che evidentemente vede con preoccupazione, e chiede al governo chiarezza sulla politica di bilancio e forti misure per lo sviluppo «con la massima urgenza». Perchè l’Italia ha bisogno di «riforme strutturali oltre al consolidamento di bilancio, per liberare il potenziale di crescita e per la creazione di posti di lavoro »: la mancanza di crescita «è il suo tallone d’Achille». Tutta l’Europa è in pressing su Roma: soprattutto Germania, Francia e Olanda attendono indicazioni precise in occasione del vertice Ue di domani. A buttare benzina sul fuoco, da Bruxelles arrivano pure le parole di David Riley, ai vertici dell’agenzia di rating Fitch: «Crediamo fermamente che Italia e Spagna siano Paesi solvibili,mapotenzialmente illiquidi» per quanto riguarda il mercato dei titoli di Stato. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia cerca di salvare il salvabile: non è realmente a rischio la solvibilità, dice, «è una questione di credibilità: c’è un problema di sfiducia verso l’Italia».
OCCHI PUNTATI SUL VERTICE
Nuovo, doppio attacco al governo anche da parte degli industriali italiani. I Giovani riuniti a Capri parlano di «politici inerti» e chiedono «una nuova leadership», e dalla leader di Confindustria l’ennnesimo richiamo: «Abbiamo inviato una seconda lettera per chiedere al governo di fare in fretta». Del decreto Sviluppo che ancora non c’è, Marcegaglia boccia pure le anticipazioni che parlano di un possibile concordato fiscale: «Non siamo d’accordo, preferiamo logiche di riforme strutturali». Ma, mentre il ministro Frattini balbetta che forse già domani Berlusconi presenterà qualche misura, e il segretario del pdl Alfano mette le mani avanti («lo sviluppo non si fa per decreto»), il responsabile Lavoro del pd Stefano Fassina riporta la discussione nel suo alveo naturale: «È incredibile che tante persone serie nutrano aspettative dal cosiddetto decreto Sviluppo». Perchè aspettarsi grandi cose, è il ragionamento di Fassina, da «un governo che in 3 anni e mezzo non ha fatto alcuna riforma seria», ed ora si ritrova con «una maggioranza striminzita e divisa»? C’è anche il fatto che «la recessione indotta dalle politiche deflattive in atto in tutta l’Ue non può essere compensata da nessun pacchetto di riforme. Speriamo – chiude Fassina – che a Bruxelles si accorgano che stiamo andando a sbattere». Dopo il vertice italo-tedesco e alla vigilia del summit Ue, Marcegaglia interviene anche sulla crisi dell’eurozona: «Confindustria e Bdi (l’omologa associazione tedesca, ndr) invierannoentro domenica un documento comune ai governi italiano e tedesco tedesco, e alla Commissione Ue per chiedere decisioni concrete sul problema della crisi dell’euro». «L’Europa è sull’orlo del baratro – continua la leader dei confindustriali – Siamo molto preoccupati che dal vertice di domenica ancora una volta non esca nulla, con conseguenze pesanti su mercati e industria. Ci preoccupano le distanze sul fondo salva Stati, sul ruolo della Bce, sulla capitalizzazione delle banche». L’invito è a «non far prevalere logiche elettoralistiche: stiamo mettendo a rischio la stessa costruzione europea». Del resto, anche il presidente
dell’Eurogruppo, Jean Claude Junker, sbotta sconsolato: «L’Unione sta dando un’immagine disastrosa. Non sta dando un esempio di leadership all’altezza della situazione».

L’Unità 22.10.11

"Prova nazionale INVALSI agli esami di terza media", di A.T. da La Tecnica della Scuola

Il Miur, con apposita nota del 20 ottobre, ha trasmesso la direttiva n. 87 del 3/10/2011 che stabilisce, per l’a.s. 2011/2012, i criteri per la predisposizione da parte dell’Invalsi dei testi della prova scritta a carattere nazionale nell’ambito dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione. Nell’ambito dell’esame di scuola media, la prova scritta a carattere nazionale, che nella sessione ordinaria è fissata, con riferimento all’anno scolastico in corso, per il 18 giugno 2012, “è volta a verificare le conoscenze e le abilità acquisite dagli studenti in italiano e matematica, avendo riguardo agli obiettivi generali e specifici di apprendimento previsti dalle Indicazioni per il curricolo al termine del primo ciclo di istruzione”.
Nella direttiva ministeriale si precisa che, a parte la valutazione in sede di esame, “la prova consente all’Invalsi di effettuare la periodica rilevazione nazionale dei livelli degli apprendimenti di base degli studenti al terzo anno della scuola secondaria di I grado”.
L’Invalsi, al fine di agevolare le scuole nella predisposizione delle necessarie misure organizzative e di fornire agli studenti e alle loro famiglie adeguate informazioni sulla natura e sulle modalità di svolgimento della suddetta prova, predisporrà una nota tecnica, concordata con la Direzione generale per gli ordinamenti e l’autonomia scolastica, relativa alle modalità di trasmissione e consegna dei plichi alle scuole nonché alla durata e alla somministrazione delle prove e alla loro correzione.
La nota prot. 6920 dello scorso 20 ottobre evidenzia che “si richiamano integralmente le istruzioni impartite con la C.M. n. 49 del 20 maggio 2010 e con la C.M. n. 46 del 26 maggio 2011, che devono, pertanto, intendersi confermate anche per il corrente anno scolastico”.
La nota, però, precisa che il “Ministero procederà, in sede di revisione del regolamento di valutazione degli studenti ad una revisione complessiva dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione”. L’obiettivo è quello di ridurre il numero di prove sostenute dagli alunni: in realtà da più parti si sollecita proprio l’eliminazione dei test Invalsi dalla prova dell’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione. E a tal proposito la Flc Cgil, già dallo scorso mese di giugno, ha lanciato un appello avviando un’apposita “raccolta di firme” finalizzato alla modifica del regolamento sulla valutazione in quanto, in sede di esame, “la prova nazionale si riverbera in modo incongruo e disequilibrante sulla valutazione finale degli alunni”.

da La Tecnica della Scuola 22.10.11

"Anche l’esercito dice basta a Berlusconi", di Gianni Del Vecchio

Non basta il caos politico, contro il governo anche le organizzazioni di rappresentanza dei militari. Quella appena finita è forse la settimana più brutta per il governo e la maggioranza che lo sostiene. Almeno da un punto di vista elettorale. Il bacino di voti che negli ultimi anni ha premiato Pdl e Lega si sta pian piano prosciugando.
Lunedì a Todi il mondo cattolico si è riunito per discutere del post Berlusconi; martedì Confindustria e gli imprenditori hanno ribadito che per il premier il tempo è scaduto; sempre martedì i poliziotti sono scesi in piazza per protestare contro i ripetuti tagli di Tremonti.
Giovedì e venerdì infine sono state le giornate di militari e carabinieri: hanno detto basta a questo esecutivo e soprattutto all’ipocrisia dei suoi componenti.
Fa impressione il duro attacco venuto dal Cocer interforze, un organismo che rappresenta gli interessi e le esigenze dei militari dell’esercito, della marina e dell’aeronautica (una sorta di sindacato delle forze armate).
Nel comunicato si spera addirittura nel crollo dell’esecutivo: «Giudichiamo fallimentare la gestione del sistema di difesa del paese da parte del gabinetto dell’onorevole La Russa, e di riflesso del governo Berlusconi, auspicandone la caduta».
Sicuramente parole forti, per certi aspetti anche inquietanti, visto che la mente va agli anni Sessanta- Settanta, quando la democrazia italiana è stata messa a dura prova da due golpe, fortunatamente solo abbozzati. In realtà, però l’arrabbiatura dei militari stavolta non è di natura politica ma è tutta dovuta alla mancanza di mezzi e di risorse: «Solo con la caduta del governo si potrà evitare il consolidarsi di ulteriori provvedimenti punitivi, che aggiunti a quelli già approvati e già giudicati irresponsabili dal personale militare, determinerebbero nei fatti la morte della peculiarità e della specificità della condizione militare», si legge nel comunicato dei rappresentanti di soldati, marinai e avieri.
Meno tranchant di quello Interforze, ma ugualmente sul piede di guerra anche il Cocer dei carabinieri, che si lamenta dei tagli e chiede a gran voce il reintegro delle norme per la sicurezza dei cittadini.
Una protesta che bissa un duro comunicato di martedì scorso: «Questo governo ha approvato all’unanimità un disegno di legge sulla stabilità con ulteriori tagli alle spese di ordine e sicurezza pubblica. Stranamente, però, non ha affatto dimenticato di inserire un comma per lo stanziamento di risorse per la Festa delle forze armate del 4 novembre. Un governo quindi impegnato a salvaguardare l’apparenza più che la sostanza. Ma in questo caso si parla di sicurezza del paese. Si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini, una vicinanza al comparto sicurezza e difesa di fatto inesistente! Con i tagli alle spese dell’ordine e sicurezza pubblica, l’esecutivo ha dimostrato tutti i limiti della sua azione».
Il fatto che anche i carabinieri siano arrivati a prendere le distanze dalla squadra di Berlusconi è doppiamente interessante, perché l’Arma è stata una delle forze, se non l’unica, a essere stata meno colpita dalla scure tremontiana, protetta fino all’ultimo dal ministro La Russa.
Non a caso il Cocer dei carabinieri finora non ha mai protestato più di tanto. Tutte le volte che i sindacati dei poliziotti sono scesi in piazza o comunque hanno condotto azioni simboliche contro i tagli, l’organismo dei carabinieri non ha mai espresso solidarietà, come invece fatto dal Cocer della Guardia di finanza.Insomma, se anche l’Arma abbandona la nave, forse è davvero giunta l’ora del naufragio di questo governo.

da Europa Quotidiano 22.10.11