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"Il corpo e la giustizia", di Luigi Manconi

Guai ad assumere atteggiamenti di superiorità morale. Da sempre sappiamo che i processi di liberazione da regimi dispotici, tanto più quando questi si incarnano in tiranni amati/odiati, portano con sé uno strascico di rancore torvo e una voglia acre di rivalsa. «La rivoluzione non è un pranzo di gala», appunto e, tra i miti fondanti della nostra Repubblica democratica, c’è anche il rito atroce di Piazzale Loreto. Al quale, peraltro, non era facile sottrarsi (e io, per primo, non so dire se mi sarei sottratto). Ma proprio per questo, perché è questione che riguarda noi tutti e la nostra fragile identità umana – dunque, il suo degrado sempre possibile – alcune cose vanno pur dette.
Non sappiamo se Muammar Gheddafi sia stato giustiziato: se sia stato, cioè, sottratto al giudizio di un tribunale legale (questo significa il “giustiziare”, con un ribaltamento del senso delle parole così consueto nelle questioni di diritto) per essere consegnato a una esecuzione spietata a opera dei suoi nemici. E al colpo di grazia (ancora una volta le parole possono essere davvero perverse). D’altra parte, non possiamo ignorare che questa guerra civile, come tutte le guerre civili, ha conosciuto misfatti e scempi, e forse ancora ne conoscerà. Certo, possiamo arrivare a “comprendere” tutto ciò, senza in alcun modo giustificarlo: come l’inevitabile conseguenza dello strappo di un corpo (e di un corpo sociale) che, scrollandosi di dosso ciò che lo mortifica e lo opprime, produce fatalmente danni, lesioni, rovine. Ma, d’ora in avanti, la qualitàì del sistema politico che sta nascendo in Libia verrà valutata anche (e non marginalmente) da questo: dalla capacità di ricostruire una comunità nazionale basata sul superamento del meccanismo della rappresaglia infinita, e di un prolungato dopoguerra. Non è impossibile. Si pensi che le più significative prove della possibilità di realizzare sistemi democratici, fondati sulla riconciliazione nazionale, vengono proprioda quel continente. In particolare, dal Sud Africa e dal Ruanda. La verità è che nessuno può rivendicare un qualche primato etico.Da
alcuni decenni, la questione delle Corti internazionali di giustizia è al centro del dibattito pubblico. È tematica delicatissima e controversa e piena di incognite: ma resto convinto che una soluzione simile, per quanto incerta e perfettibile, sia migliore di quelle procedure che hanno portato a fare giustizia, si fa per dire, di efferati criminali come Saddam
Hussein e Osama Bin Laden.

L’Unità 21.10.11

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“Gloria Mundi”, di Massimo Gramellini

Non c’è mai nulla di glorioso nell’esecuzione di un tiranno. La vendetta resta una pulsione orribile anche quando si gonfia di ragioni. Ci vogliono Sofocle e Shakespeare, non gli scatti sfocati di un telefonino, per sublimarla in catarsi. Gli sputi, i calci e gli oltraggi a una vittima inerme – sia essa Gesù o Gheddafi – degradano chi li compie a un rango subumano.

Dal governo del baciamano ci si sarebbe aspettati qualche parola di pietà nei confronti del vecchio sodale tramutato in un cencio sporco di sangue. Invece è toccato leggere le parole del ministro degli Esteri Frattini, che appena tre anni fa chiamava Gheddafi «un grande alleato dell’Italia» e adesso definisce la sua barbara fine «una grande vittoria del popolo libico». Davvero «grande» anche lui, il signor ministro con delega alla coerenza e alla sensibilità. La Russa non poteva essergli da meno e infatti non lo è stato. Ha detto: «Dobbiamo gioire». Per la nuova Libia, immagino. Ma con che razza di cuore si può abbinare un verbo di festa alle immagini di un corpo trascinato sull’asfalto? Ho vanamente cercato parole simili nelle dichiarazioni dei ministri francesi, tedeschi, americani. Forse i nostri sono solo più ruspanti: parlano prima di pensare, o anche senza pensare, né prima né dopo. Al confronto giganteggia persino il filosofo di Palazzo Chigi ed ex amicone del rais. Il suo «Sic transit gloria mundi» sulla volubilità della condizione umana (Gloria Mundi non è il nome di una ragazza) sembra voler dar voce, se non a un presentimento, a un tormento interiore.

La Stampa 21.10.11

"Galassia Black Bloc. I padroni violenti delle piazze", di Paolo Griseri e Francesco Viviano

Sotto i vestiti neri si nascondono 2000 violenti. Vengono dai centri sociali, dal neofascismo, dagli stadi. Ecco la mappa regione per regione. Centri sociali, neofascisti, ultras In un documento inedito dei Servizi la mappa dall´Alto Adige alla Sicilia dei duemila black bloc che hanno messo a ferro e a fuoco Roma e che domenica potrebbero riversarsi in Val di Susa. Non teppisti casuali ma una formazione pronta a colpire. Il nocciolo duro del movimento è composto da gente che pianifica i propri blitz. Si aggiunge un ristretto gruppo di attivisti provenienti in particolare dalla Francia. Non hanno un´identità definita, nascono dalla rabbia e dai tam tam del Web. Sono poco meno di 2000. Il fondo della bottiglia. Hanno un nome e un cognome. Tutti nello stesso elenco, divisi tra destra e sinistra come se davvero in quella violenza si potesse fare una distinzione così netta. In fondo alla lista il totale dice 1.891, distribuiti in tutta la penisola, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Vivono nei centri sociali o nelle curve degli ultras. Occasionalmente in tutte e due. Possono essere insospettabili: sotto la felpa si sono scoperti anche funzionari di prefetture e impiegati modello. Calano il casco sul volto come il passamontagna degli anni Settanta. Nell´elenco può capitare di trovare qualche ex della lotta armata, finito sulle barricate per nostalgia. L´intelligence li segue da anni. Sabato scorso hanno trasformato piazza San Giovanni in un campo di battaglia, la loro battaglia. Quanti di loro arriveranno domenica nei boschi della Val di Susa?
La mappa dell´Italia violenta, gli insediamenti di quelli che per comodità vengono ormai definiti black bloc, riflettono la storia del Novecento italiano. Non è strano osservare che le regioni dell´estremismo nero sono quelle dove l´eredità del fascismo è ancora forte: il Lazio, in testa, ma anche la Campania e l´Abruzzo.
E poi la Calabria dei «boia chi molla» e l´Alto Adige degli attentati irredentisti degli anni Sessanta. Sul versante opposto la Toscana con la tradizione centenaria del movimento anarchico di Livorno. «Nel fondo della bottiglia – racconta chi indaga – ci si può entrare anche occasionalmente. Black bloc per un giorno, gente che, arrestata, dice “passavo, ho visto che c´era casino e mi sono aggregato”. Spesso ultras che hanno fatto allenamento nelle curve degli stadi».
Ma il nocciolo duro non è fatto di violenti per caso. Piuttosto di gente che pianifica scientificamente le azioni, usa i movimenti come scudo. Il fondo della bottiglia ha bisogno del suo brodo di coltura, ha bisogno di collegamenti internazionali, in alcuni casi di campi di addestramento, come ha documentato Repubblica nei giorni scorsi. In occasione degli scontri in Val di Susa del 3 luglio scorso – una giornata di battaglia con centinaia di feriti, lanci di molotov e assalti a colpi di bottiglie piene di ammoniaca – le relazioni dell´intelligence raccontano che una buona rappresentanza della black list è salita fin nei boschi di Chiomonte. «Provenivano – è scritto nelle relazioni – da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Campania». A questi si aggiunge «un ristretto gruppo di attivisti provenienti dall´estero, in particolare dalla Francia». Una conferma dei collegamenti e degli scambi a livello internazionale. «Ma state attenti – dicono gli investigatori – a non cercarli troppo lontano da casa. Molti black bloc sono l´altra faccia del movimento». Doctor Jekyll e mister Hide, persone che a metà di un corteo lasciano le bandiere e impugnano gli estintori. La faccia inconfessabile di movimenti che «non hanno una identità definita, nati dalla rabbia e dai tam tam del Web. Movimenti contenitore nei quali si finisce per accettare chiunque perché nessuno è titolato a selezionare chi partecipa sulla base di un programma, di una ideologia. Chiunque – dice l´investigatore – ha un buon motivo per indignarsi per qualcosa». Eccolo il brodo che serve al fondo di bottiglia. Perché l´assalto alla banca, l´incendio del blindato dei carabinieri, sono la prosecuzione del corteo con altri mezzi. Era già successo a Torino, nella primavera del 2009, alla manifestazione contro il G8 dell´università: un corteo pacifico di studenti che attraversa le vie del centro e che improvvisamente si trasforma in un esercito di black bloc pronto ad assaltare la polizia. «Non di rado – dice l´investigatore – tra coloro che il giorno dopo deploravano la violenza abbiamo individuato alcuni di quelli che il giorno prima ci assaltavano tirandoci le molotov». Perché tra i nuovi cattivi e i vecchi movimenti può scattare anche un patto di mutuo soccorso. Si legge in una recente relazione dell´intelligence: «Tra i manifestanti della val di Susa, pur contrari alla violenza, è infatti sempre più diffusa la consapevolezza che la disponibilità all´azione mostrata dalle componenti dell´antagonismo più estremo, possa rivelarsi funzionale agli scopi della protesta contribuendo a dare spessore e visibilità alle istanze del movimento».
Che la lotta contro il supertreno sia un´occasione ghiotta per gli uomini della black list è dimostrato da un grave episodio avvenuto nel 2007 quando la magistratura arrestò alla periferia di Torino Vincenzo Sisi, un sindacalista vicino ai Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Nel giardino di Sisi venne trovato un kalashnikov e in casa sua volantini e documenti sulla battaglia No Tav. Un tentativo abbastanza maldestro per provare a mettere il cappello su una lotta che all´epoca non praticava la violenza. Allo stesso modo movimenti poco strutturati come quelli che scendono in piazza in questi mesi possono diventare interessanti per qualche reduce del partito armato: «Seguendo e intercettando quella parte dei black bloc che ha partecipato agli scontri di Roma il 15 ottobre – dice l´investigatore – abbiamo incrociato anche personaggi legati alla galassia delle ultime Br, in particolare ai Nuclei comunisti combattenti».
Ora gli occhi sono puntati su quanto potrà accadere dopodomani in Val di Susa. Fino a che punto l´ala dura dei black bloc deciderà di alzare il livello dello scontro? «Vogliono sfidarci – dice l´osservatore dell´intelligence – ed è possibile che domenica provino a dimostrare la loro capacità militare». In realtà sarebbe un ulteriore salto di qualità. Perché di norma dopo una manifestazione violenta la reazione indignata del resto del movimento e dell´opinione pubblica spinge ad andare in piazza in modo pacifico. Era accaduto così nel novembre del 2002 a Firenze, al primo grande corteo dei «no global» dopo Genova. Una giornata trascorsa senza incidenti dopo settimane di allarmi e timori. Sono passati nove anni e non è detto che lo schema regga. L´ala dura del movimento No Tav è divisa. «Tra le diverse anime – si legge in uno recente resoconto di intelligence – si evidenziano tuttavia perplessità e divergenze in merito alle strategie da adottare… La componente maggioritaria, che fa capo al coordinamento dei Comitati valsusini e ad agli autonomi torinesi del centro sociale Askatasuna, ha espresso dure critiche nei confronti delle avanguardie anarchiche protagoniste delle azioni più radicali e violente durante l´estate». Secondo questa versione l´area autonoma teme che radicalizzando lo scontro si «possa avere una ricaduta negativa allontanando le componenti più moderate». Ma anche tra gli anarchici «sono emerse posizioni contrastanti» tra un´ala dura e una più moderata.
Se domenica, nonostante l´indignazione nazionale di questi giorni, vincerà l´ala che cerca lo scontro, vorrà dire che il partito dei violenti avrà gettato la maschera, avrà meno bisogno di nascondersi nel brodo di coltura dei movimenti. Potrà, insomma, rivendicare alla luce del sole il suo ruolo di guida violenta della protesta. E allora la black list dei 1.891 potrebbe allungarsi di molto.

Repubblica 21.10.11

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“Le motivazioni del gip sugli undici arrestati nella capitale. Landini: nessuna maschera in piazza” di Maria Elena Vincenzi e Corrado Zunino

Dalla piazza San Giovanni di sabato scorso a piazza del Popolo, questa mattina. In mezzo una settimana di dibattito sulla devastazione di Roma che ha cambiato il modo di manifestare in questo paese e sta cambiando il movimento. La Fiom (Cgil) porterà oggi al sit-in del Popolo, s´inizia alle 9,30, i lavoratori della Fiat e del suo indotto, quelli di Fincantieri. “Contro chiusure e licenziamenti”.
Sarà una piazza piena, visti i cento pullman attesi da tutta Italia e le adesioni diffuse: l´arco dei partiti del centro-sinistra, compresi Pd e Federazione della Sinistra (oggi fuori dal Parlamento). L´arco del movimento studentesco. Il coordinamento precari, l´Arci, il sindacato di polizia Silp. Dice il segretario Fiom, Maurizio Landini: «Piazza del Popolo è aperta a tutti i soggetti che sostengono le nostre lotte, che hanno condannato e condannano gli atti di violenza, è aperta a chiunque vorrà venire senza casco, mostrando il volto». La polizia presidierà Piazza del Popolo, alcune sedi istituzionali e gli scali ferroviari. La Fiom ha già attivato il suo servizio d´ordine. Il comizio sarà chiuso dallo stesso Landini e dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Alla Fiat di Torino, in contemporanea, ci sarà uno sciopero dei sindacati di base.
Ieri mattina, intanto, il Gip Elvira Tamburelli ha trattenuto in carcere a Regina Coeli nove dei dodici manifestanti arrestati sabato a Roma nel corso degli scontri. Due donne sono andate agli arresti domiciliari, un ragazzo, Leonardo S., è tornato libero e su Facebook ha subito fatto sapere: «Sono stati i cinque giorni più lunghi della mia vita». Il giudice ha scritto nell´ordinanza: «Gli indagati hanno realizzato un´azione concertata che ha strumentalmente utilizzato una pacifica manifestazione per attentare a beni e ostacolare la pubblica difesa con concreto ed elevato pericolo per l´incolumità delle persone». Sei degli arrestati sono stati valutati in un unico contesto: «Non paiono affatto espressione di azioni improvvisate e slegate tra loro, ma piuttosto frutto di un´azione concertata fra i violenti». Vicino alle posizioni degli indignati spagnoli «e venuto appositamente in Italia da Barcellona per esprimere una solidarietà», è il ventenne Giovanni Caputi, vive in Spagna dal 2006. Ad alcuni è stato sequestrato «materiale di particolare significazione»: una maschera antigas, un casco da motociclista, volantini inneggianti alla rivoluzione (Giuseppe Ciurleo); il manico di un piccone lungo 80 centimetri (Giovanni Venuto). Chi ha compiuto azioni violente durante il corteo, secondo il Gip, «ha partecipato alla manifestazione con questo unico proposito delittuoso». Così il rumeno Robert Scarlet e così Stefano Conigliaro, «tra i soggetti più violenti del gruppo, con il volto travisato da uno scaldacollo nero in pile». Al Gianicolo, sopra le carceri, cinquanta attivisti richiamati da Indymedia Roma ieri pomeriggio hanno organizzato un presidio: “Liberi tutti”. Erano vestiti di nero. E alla “Zanzara” di Radio 24 il consigliere comunale di Action, Andrea Alzetta, ha confermato che si candiderà con Sel, «ma solo a livello locale».
Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha detto al Copasir (Comitato per la sicurezza presieduto da Massimo D´Alema) come la novità del 15 ottobre fosse rappresentata «dalla presenza tra i violenti di molti minorenni». E all´università La Sapienza di Pisa cinquanta antagonisti dei collettivi, dell´area comunista e del movimento No Tav hanno contestato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Su un loro volantino si leggeva: «Non sei il nostro presidente, guerra e sacrifici falli tu».

Repubblica 21.10.11

"ll compromesso fa tutti felici ma il premier esce indebolito", di Marcello Sorgi

La scelta di Ignazio Visco come nuovo governatore di Bankitalia chiude con un compromesso una vicenda trascinatasi oltre ogni limite di tollerabilità. Come vicedirettore generale, Visco rappresenta infatti la candidatura interna a lungo invocata da via Nazionale e sostenuta cautamente dal Quirinale, e inoltre scontenta simmetricamente sia Berlusconi che Tremonti, il primo attestato ieri sul nome di Lorenzo Bini Smaghi, il membro del direttorio della Bce di cui Sarkozy chiede in modo sempre più pressante le dimissioni, per far posto a un francese dopo l’uscita dal vertice di Trichet, e il secondo sdraiato sul nome del direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli.

La terna di cui per mesi s’era detto che era composta da candidati ultraqualificati, che avrebbero comunque consentito una scelta serena, e stata scartata in blocco. A ciascuno dei tre ha nociuto apparire come il prescelto di uno degli attori in campo: Saccomanni di Draghi, e per questo avversato da Tremonti, Bini Smaghi di Berlusconi e Letta, contro il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia, che ieri tra l’altro ha stigmatizzato ufficialmente il tira e molla sulla nomina, oltre a Grilli, per cui come si diceva s’è speso il ministro dell’Economia, scontando l’avversità di Draghi.

In realtà è stata la tenace moral suasion del Capo dello Stato a favorire la scelta, che tutti sono poi affrettati a condividere sottovoce come la più saggia. A favore di Visco ha giocato anche il compito svolto negli ultimi tempi di raccordo tra il Tesoro e Bankitalia. Questo almeno è ciò che è stato fatto filtrare ieri sera dal ministero dell’Economia,per far sapere che Tremonti non si sente affatto sconfitto.

Chi alla fine esce in difficoltà dal lungo tormentone di Bankitalia è Berlusconi. Per una volta, aveva a disposizione una nomina che la legge affidava interamente al presidente del consiglio, ma è riuscito a incartarsi in buona parte grazie al suo stesso indecisionismo, che lo ha portato a rinviare per mesi la scelta, benchè il Quirinale, già prima dell’estate, lo sollecitasse. Inoltre per il premier resta aperto il dossier Bini Smaghi, contrario fin qui a dimettersi dal direttorio della Bce su pressione di Sarkozy e al centro di un caso diplomatico che potrebbe far sentire le sue conseguenze già dal vertice europeo di domenica. Si dice che la via d’uscita potrebbe essere di portare Bini Smaghi alla guida dell’Antitrust, che sta per liberarsi. Ma dopo quel che è successo, il clima attorno a tutti i nomi che sono entrati e usciti da questa vicenda resta arroventato.

La Stampa 21.10.11

"La ferocia e la catarsi" di Bernardo Valli

Con la morte di Muammar Gheddafi finisce un incubo. Non costituiva più una minaccia. Il potere era ormai in mano agli insorti, ma l´idea che la “guida”, onnipotente per quarantadue anni, si potesse aggirare ancora nel Paese con i suoi fedeli, armato e pieno di progetti tendenti a mettere a ferro e a fuoco Tripoli, Bengasi, Tobruk, creava angoscia, alimentava le voci sui presunti nascondigli.
Si diceva che il raìs vivesse in un bunker, nel cuore della capitale, sotto i piedi dei manifestanti che lo dileggiavano o lo maledicevano. E a un certo punto sarebbe spuntato fuori pronto a punire gli insolenti, che l´avevano applaudito per decenni. Altri lo immaginavano al sicuro, con i suoi petrodollari, in qualche paese africano. O nel deserto. Altri giuravano che l´onore beduino, l´orgoglio tribale, lo costringesse a restare con i suoi. A morire con loro. Avevano ragione. La mancata cattura di Gheddafi ritardava l´installazione definitiva dei nuovi governanti a Tripoli. Alcuni di loro restavano a Bengasi come se la capitale, con Gheddafi in libertà, fosse insicura. E così avanzava a rilento la preparazione del nuovo assetto democratico. Insomma, la guerra di liberazione sembrava incompiuta. Non erano in pochi ad auspicare un processo, che avrebbe avuto il valore di una catarsi. Ma per la fine dei dittatori non ci sono regole precise. Il caso, e se non il destino la ferocia del momento, che non risparmia i liberatori, diventa una sentenza. Spesso non auspicata. O non gradita. Il dopo Gheddafi può comunque cominciare.
UNO DI FAMIGLIA
Muammar Gheddafi? Era uno di famiglia. Perché non ammetterlo? La storia fa questi scherzi, intreccia destini in apparenza senza nulla in comune. Muammar Gheddafi potrebbe figurare in un´italica foto di gruppo. Magari in un angolo, in un vasto panorama di volti, nazionali o non nazionali, più o meno ingialliti dalla storia più rapida del tempo, e con una patina più bizzarra che esotica. I confini della memoria patria sono assai più ampi di quelli geografici. E´ nato nella provincia di Misurata, quando la Libia era per l´Italia mussoliniana “la quarta sponda”, vale a dire parte del territorio regio. Lo sarebbe stata ancora per poco, perché quando Gheddafi venne al mondo, nel 1942, a una ventina di chilometri a Sud di Sirte, le forze corazzate dell´Afrikakorps del feldmaresciallo Erwin Rommel e le unità mobili italiane si rincorrevano nel deserto con l´VIII armata britannica. E quel micidiale su e giù, per migliaia di chilometri disseminati di morti (dei quali leggi ancora i nomi negli struggenti cimiteri di guerra), si sarebbe concluso con la sconfitta italo-tedesca e con la fine del periodo coloniale. Mentre Gheddafi muoveva i primi passi, l´Italia perdeva il più povero pezzo del suo “impero”, strappato poco più di trent´anni prima, nel 1911, all´impero ottomano, senza sapere che quel “cassone di sabbia”, voluto dal liberale Giovanni Giolitti, progressista e spregiudicato, nascondeva un tesoro: il petrolio che avrebbe fatto dello scalzo beduino di Sirte uno dei più ricchi dittatori del pianeta.
IL DESIDERIO DI RIVALSA
Nell´accampamento dei beduini nomadi dove è cresciuto, Muammar ha subito le conseguenze del Secondo conflitto mondiale quando era finito da un pezzo. Aveva sei anni, giocava con due cugini, ed è esplosa una mina lasciata dagli italiani. I suoi compagni sono stati uccisi e a lui è rimasta una cicatrice sull´avambraccio destro. Era come un marchio che gli ha ricordato per tutta la vita i dominatori coloniali, per i quali nutriva sentimenti ambigui, contrastanti. Da un lato un rancore profondo, un desiderio di rivalsa, attraverso insulti e dispetti, dall´altro una voglia di mantenere rapporti distesi, talvolta amichevoli, spesso tesi a dimostrare il conquistato rango di un uomo potente. Il suo petrolio alimentava gran parte dell´Italia automobilistica e il suo gas faceva funzionare, sempre nella Penisola, una buona porzione dell´industria. E´ ancora cosi. Con grande soddisfazione Muammar comperò il dieci per cento delle azioni Fiat, quando Gianni Agnelli a corto di denaro aveva bisogno di aiuto. Il beduino ha teso la mano all´aristocratico industriale piemontese, “re d´Italia senza corona”. E la sua vanità ebbe più di quel che sperasse quando Silvio Berlusconi, capo del governo di Roma, gli ha baciato la mano in pubblico, come un vassallo o un giullare.
L´INFANZIA DA PASTORE
Unico figlio maschio, faceva pascolare capre e cammelli, raccoglieva l´orzo e il grano, e aveva il dovere, l´onore, di imparare a leggere il Corano. I genitori non avevano conosciuto quel privilegio. Del Corano conoscevano a memoria molti versetti, ma non sapevano leggerlo. Se uno guarda oggi sui manifesti le ultime facce del raìs consumate, logorate, scavate, deformate da quarantun anni di potere, riesce difficilmente a immaginare l´infanzia pastorale di Muammar, tutta spesa ad accompagnare i pochi animali del deserto di proprietà della famiglia e a imparare, all´ombra di un palmeto, a memoria, le parole di Allah raccolte da Maometto.
MINACCE E BUFFONERIE
Quel ragazzo è diventato con gli anni un personaggio impossibile e inevitabile, capace di imporsi nel mondo. C´è riuscito grazie alla ricchezza del petrolio, ma anche con le sue assurde trovate ideologiche e teologiche, con le sue buffonerie, con le sue minacce, con i suoi discorsi spesso incomprensibili, ed anche con le azioni terroristiche seguite da atti di contrizione. E´ una vita che suscita stupore; ma suscitano stupore anche i potenti della terra che l´hanno via via bombardato, condannato, messo al bando ma anche accolto con tutti gli onori, e riverito. E che spesso sono stati complici dei suoi delitti, e dei suoi fallimenti.
L´ULTIMA RESISTENZA
Il solo limite che ha saputo imporsi è stato quello di autonominarsi colonnello, dopo il colpo di Stato, ma di non darsi gradi più alti. Non ne aveva bisogno. Era la “guida” e gli bastava. Come rivoluzionario ha sposato tante cause preoccupandosi soprattutto che fossero estremiste. Si è proclamato “luce”, faro, del mondo arabo, e poi il padre, il “saggio” dell´Africa, senza mai diventare né l´uno né l´altro. Il finale è stato una tragica beffa, avvenuta nel furore e nel sangue: nel 1969 ha cacciato dal trono Idriss che da emiro della Cirenaica era diventato re della Libia; e nel 2011 lui, Gheddafi, è stato relegato dalla rivoluzione (favorita dalla vicina “primavera araba”, in Tunisia e in Egitto) nella sola Tripolitania. E´ finito ammazzato nella Sirte natale, dove era nato sotto una tenda. Va a suo onore essere morto insieme ai suoi. Non è fuggito con valige di petrodollari. L´orgoglio del beduino ha retto. Gli va riconosciuto. Non è scappato.
STUDIO, PREGHIERE E ORGOGLIO
L´orgoglio gli viene dalla famiglia, dalla tribù, a lungo impegnate durante il primo Novecento nella lotta contro gli occupanti italiani. La politica lo cattura molto presto. Il primo richiamo è quello nazionalista arabo di Gamal Abdel Nasser, che nel ‘52, con gli “ufficiali liberi” egiziani, ha cacciato re Faruk, e che nel ‘56 ha nazionalizzato il Canale di Suez, sfidando Francia e Inghilterra, i potenti azionisti del corso d´acqua artificiale che collega il Mediterraneo al Mar Rosso. Un´ammirazione senza limiti per il raìs del Cairo, in quegli anni campione del risveglio arabo, accompagna Gheddafi all´università, dove frequenta la facoltà di legge, e poi all´accademia militare di Bengasi, dove crea un gruppo di “ufficiali liberi unionisti”, simili a quelli egiziani. Solo la via militare, pensa, può condurre a una rivoluzione capace di strappare la Libia dall´isolamento in cui la tengono la monarchia, e la forte presenza di forze armate britanniche e americane. Al ritorno dall´accademia militare inglese di Sandhurst, dove ha seguito un corso di sei mesi, impone ai suoi compagni, diventati cospiratori, una vita ascetica nell´attesa di passare all´azione: soltanto studio e preghiere, niente tabacco, alcol e sesso. La disfatta araba del 1967, durante la guerra dei sei giorni con Israele, affretta i piani che nel settembre ‘69 sfoceranno in un riuscito colpo di stato. Un colpo esemplare.
GLI ITALIANI ESPULSI
In quei mesi Muammar Gheddafi raggiunge una popolarità internazionale. E´ un giovane ufficiale di 27 anni, fotogenico, asciutto, i lineamenti regolari, sobrio nel linguaggio, che ha abbattuto una monarchia debole e corrotta. E che ha il coraggio di espellere le basi militari americane e britanniche. Un anno dopo espellerà gli italiani rimasti in Libia, ad eccezione di quelli che lavorano per la Fiat e per l´Eni. Le giornaliste straniere che lo intervistano ne sono affascinate. Ma presto affiora la megalomania, che diventerà galoppante. Alla morte di Nasser, nel settembre ‘70, pensa di potergli succedere come campione del panarabismo. I soldi non gli mancano. Ma il tentativo di creare una federazione, sia pure “elastica”, con Egitto e Siria fallisce subito e Gheddafi perde la fiducia dei leader arabi, al punto che nel ‘73, per la guerra del Kippur, sempre contro Israele, non viene neppure consultato. Per reazione lui lancia allora una specie di rivoluzione culturale, invita a bruciare i libri stranieri, in particolare quelli dei “comunisti ebrei”. La sola lettura nobile è il Corano, che deve essere la guida dei patrioti, degli amici della rivoluzione.
IL LIBRO VERDE E LA JAMAHIRIYA
Di fronte all´opposizione che cresce e che contiene a stento, Gheddafi ricorre alle classi popolari, ai beduini, ai giovani, ai quali propone la sola vera democrazia “dopo quella ateniese”. Attua in quel periodo un´ampia distribuzione della ricchezza dovuta al petrolio. Al tempo stesso predica un potere popolare diretto. Cosi nasce il Libro Verde, nel ‘76, in cui si teorizza una terza via, una forma di governo inedita, articolata in congressi di base, ai quali appartengono automaticamente i cittadini, e in altrettanti comitati più ristretti, in sindacati, in associazioni, che formano una piramide al vertice della quale c´è il Congresso generale del popolo, istanza suprema della Jamahiriya, vale a dire lo Stato delle masse. E´ una forma di socialismo ispirato a suo avviso dall´Islam, che resta “il messaggio eterno”. Nel frattempo, sentendosi abbastanza robusto, Gheddafi avvia nel ‘77 una forte repressione, e uccide una trentina di oppositori. Le stragi saranno da allora sistematiche. Cosi gli arresti arbitrari, senza processo e le torture.
Deluso dagli arabi si rivolge all´Africa, e si impegna in una guerra nel Ciad, dove porta al potere Gukuni Oueddei, un suo protetto, che entra nella capitale, N´Djamena, su un carro armato libico. Il presidente Reagan lo considera a la mano di Mosca in Africa. E più crescono i sospetti americani e più Gheddafi si allinea sul blocco sovietico. In seguito a una serie di attentati, negli aeroporti di Vienna e di Roma, nell´aprile dell´86, l´aviazione americana bombarda Bab Al-Aziziya, il quartier generale dove si pensa a torto che si trovi Gheddafi. Gli attentati del dicembre ‘88 a Lockerbie contro un Boeing della PanAm e dell´anno successivo nel Niger contro un DC10 della francese UTA sono imputati ai servizi segreti libici. Ci vorranno dieci anni, e le sanzioni dell´Onu, per convincere Gheddafi a riconoscere la responsabilità. E a rimborsare col tempo i parenti delle vittime. Ma la svolta avviene quando George W. Bush invade l´Iraq di Saddam Hussein.
IL NEMICO BIN LADEN
Il raìs libico è preso dal panico, teme di subire la stessa sorte e comincia a collaborare con gli Stati Uniti alla caccia dei jiadisti di Al Qaeda. Gheddafi diventa il nemico di Bin Laden. Le sue carceri sono già affollate da musulmani integralisti che si sono opposti al regime. La collaborazione con la Cia è dunque facile. Lo è anche con i servizi inglesi. E con quelli degli altri paesi occidentali. E´ tuttavia quando annuncia l´abbandono del programma nucleare che avviene il suo rientro in società. Nicolas Sarkozy lo accoglie a Parigi e gli consente di montare la sua tenda a due passi dal Palazzo dell´Eliseo. Silvio Berlusconi gli offre a Roma una platea di ragazze desiderose di conoscere le sue idee sulle donne. E´ il trionfo. L´Occidente assetato di petrolio lo festeggia, dimenticando i milleduecento prigionieri uccisi dagli sgherri di Gheddafi nel carcere di Tripoli. La restituzione dei loro corpi sarà all´origine della manifestazione del 17 febbraio a Bengasi, quando incomincia l´insurrezione.

La Repubblica 21.10.11

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“QUEL CORPO PROFANATO”, di VITTORIO ZUCCONI

È accaduto di nuovo, lo abbiamo visto nel gorgo di violenza che le immagini del linciaggio di Gheddafi hanno registrato: il culto della personalità degenera nell´odio per la persona, l´adorazione del vivo chiede la profanazione del morto. Quella testa spelacchiata da vecchio ancora riccioluto, non più coperta dai truccatori e dai costumi di scena, che galleggia tra la folla che lo lincia, lo sballotta e lo ucciderà, impone la domanda che oggi conta: gli esecutori di Gheddafi saranno migliori di colui che hanno con tanta brutalità torturato e finito?
In queste deposizioni senza pietà, che espongono il nemico come un trofeo di caccia, buttato sul cofano di una camionetta proprio come una capra abbattuta mentre bela ancora per chiedere pietà e si dibatte, si strozza in gola il grido di liberazione e di gioia che dovrebbe sempre accogliere la caduta dei tiranni. Non si riesce a gioire per scene da bassa macelleria, anche quando il finale era già stato scritto e meritato da quando lui aveva deciso di resistere per vanità e cecità nel ridotto della propria città natale. Pur sapendo che la sua resistenza avrebbe immolato altre centinaia di libici.
È stato un abisso di orrore quello nel quale il raìs ridotto a un vecchio implorante e sanguinante è stato risucchiato, con una furia vendicativa che fa rabbrividire e fa ripensare alle voci sulle torture e le violenze dei ribelli contro i loro prigionieri lealisti, richiamo alle torture dei “liberatori” americani nel carcere di Abu Grahib e all´orrore dei cadaveri dei figli di Saddam esibiti alle telecamere. La sua inutile resistenza, la furia bestiale e vile della folla, da branco in rivolta contro il “lupo alfa” ormai spelacchiato e impotente, entrano, insieme con la profanazione dei corpi di Mussolini, della Petacci, degli altri gerarchi fascisti, nell´archivio delle dittature accecate e condannate all´oscenità del finale.
Tutti gli uomini del destino sono sempre gli ultimi a capire che il destino gli ha voltato le spalle. Ogni vendetta sembra giustificata da chi li ha sofferti. Tutto già visto, nella sequenza culminata nell´immagine forse più desolante, quella del ragazzino al quale è stata messa in mano una pistola d´oro come a Scaramanga, l´assassino professionale del film di 007. Per lui, per il suo linciaggio divenuto esecuzione voluta, a freddo, quando era ancora ferito, invocava pietà e la testona pelata si dibatteva, più che di gloria transitoria si sarebbe dovuto usare l´anatema attribuito a Bruto sul cadavere di Giulio Cesare: «Sic semper tyrannis», questa è sempre la sorte dei tiranni.
Sono stati pochi, e molto fortunati, i despoti che sono riusciti a scampare al rito feroce dell´esposizione dei loro resti per il ludibrio e il consumo dei sudditi e del resto del mondo. Furono. nella storia recente, Stalin, morto a settantacinque anni nel proprio letto, di emorragia cerebrale; Mao Zedong, ucciso da un infarto a 83 anni; Francisco Franco, onorato e da molti rimpianto; Idi Amin, il sanguinario “Re di Scozia” che devastò l´Uganda, curato nell´agonia in un attrezzatissimo ospedale dell´Arabia Saudita o “Papa Doc” Duvalier, saggiamente rifugiato in Costa Azzurra per sfuggire ai machete degli Haitiani che proprio lui aveva mobilitato per mozzare la testa agli oppositori. Di Pol Pot, il signore dei “campi della morte” in Kampuchea, vedemmo il corpo senza vita, perché soltanto quella foto avrebbe potuto convincere i cambogiani che l´assassino di due milioni di innocenti non c´era più.
Gheddafi ha chiesto pietà, mormorando «non sparatemi, non sparatemi» e non ne ha avuta come non ne aveva avuta lui nel quasi mezzo secolo di regno. È tardi per invocare “in articulo mortis” quella misericordia umana che non si è concessa agli altri da vivi. Guardando l´ultima espressione congelata sul viso quando dovette sentire la canna della pistola d´oro premuta alla tempia, si è assaliti dalla nausea. Occorre fare uno sforzo per ricordare espressioni e volti che invece non vedremo mai, quelli dei passeggeri, delle madri, dei loro figli piccoli, che vissero i cinque minuti – un tempo interminabile – ancora allacciati ai sedili del mozzicone di Jumbo Jet che cadeva nella spirale del volo PanAm 103, nei giorni del Natale 1988. Quell´aereo civile che il morto di oggi ordinò di far esplodere a undici mila metri di quota, senza nessuna colpa.
Naturalmente è facile, per noi che non siamo stati rinchiusi nelle tane o abbandonati nel deserto a morire di sete, dove il Colonnello teneva in ostaggio i migranti per ricattare e mungere soldi alla tremante Italia, per chi non è rumeno, per chi non ebbe parenti, amici, gassati ad Auschwitz o fucilati sulle piazze dei paesi dell´Appennino, provare orrore e repulsione per questi riti barbarici esposti come un atto di nascita del futuro. Ma i coniugi Ceaucescu, passati dalla satrapia più sfacciata sopra il loro Paese al plotone di esecuzione e poi all´esposizione dei resti, il Saddam Hussein pescato dal buco come una talpa irsuta e poi impiccato nel buio di un processo grottesco, il Mussolini in Piazzale Loreto, sono la conferma necessaria, lugubre e morbosa, della fine. Lo aveva capito, nella sua diabolica e allucinata intelligenza, Adolf Hitler, negandosi ai vincitori russi e quindi garantendosi un prolungamento di esistenza immateriale, come un incubo. Lo sapevano anche gli Americani, quando fecero la scelta di gettare nell´Oceano Indiano il cadavere di Osama Bin Laden, per evitare il sussulto di pietà che anche il suo corpo distrutto dai proiettili avrebbe sollevato.
Cercava di scappare, con una carovana di fuggiaschi e di gerarchi, verso una salvezza che per lui non poteva più esserci, sotto il mandato di cattura internazionale per crimini contro l´umanità. Mentre osserviamo, perché siamo costretti a farlo, perché sono immagini della nostra storia di cui Gheddafi è stato tanta parte, la foto di lui ripreso dal basso, la cicatrice del foro d´ingresso del proiettile della tempia, la gioia stranita del ragazzo al quale hanno messo in mano la pistola d´oro come fosse quella del colpo di grazia, ci chiediamo perché non avesse imboccato una delle vere e sicure vie di salvezza che tanti erano stati pronti a offrirgli, quando si era capito che la sua nazione si era stancata di lui. Troppo superbo, troppo arrogante, per accettare un processo, nel quale si sarebbero anche aperti troppi armadi di scheletri internazionali.
Non sarà rimpianto, come non sono stati rimpianti i Saddam, i Pol Pot, gli Hitler. «Sic semper tyrannis». Ma nel momento della fine, mentre implorano i loro aguzzini, anche i tiranni tornano a essere soltanto uomini. E i loro esecutori, da vittime, tornano a essere carnefici.

La Repubblica 21.10.11

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“Il Cavaliere: sic transit gloria mundi”, di FILIPPO CECCARELLI
Vatti a fidare dei dittatori pazzi, ma ancora meno conta sull´onestà dei presidenti e dei ministri italiani. Un giorno ti incensano e ti spupazzano per Roma, il giorno dopo ti bombardano; un giorno bussano a quattrini oppure firmano con Gheddafi un trattato d´amicizia perfino imbarazzante.
E poi, appena ammazzato, gioiscono per le sorti della democrazia o magari si trovano a esprimere pensose riflessioni in latino ecclesiale sulla caducità delle cose terrene, sic transit gloria mundi e così via, avanti un altro.
Ora, la politica internazionale non è roba da cuoricini. Ma quel che colpisce, nell´approccio del governo, è la più vistosa e scombinata esagerazione, la fantasmagoria, di direbbe, del voltafaccia. Per cui il ministro La Russa che oggi si commuove al telefono con l´indomita rappresentante degli italiani cacciati dalla Libia è lo stesso che due anni fa voleva prestare le Frecce tricolori al regime e anzi si diceva «orgoglioso» che la nostra pattuglia fosse applaudita laggiù.
Applausi evitati in extremis, per la verità. Così come solo all´ultimo momento fu scongiurato che nel giugno del 2009 Gheddafi parlasse con tutti gli onori nell´aula di Palazzo Madama. Il presidente del Senato Schifani, ieri prodottosi in un sermoncino sul «percorso verso la democrazia» eccetera, aveva tranquillamente concessa quell´aula – dopodiché il Colonnello riversò il suo delirio nella Sala Zuccari.
E Frattini, che adesso dice assai più di quello che sarebbe decoroso, beh non molto tempo fa si diede addirittura da fare con la Svizzera, rendendosi incauto garante, per sbrogliare certi impicci famigliari del tiranno libico. E la Carfagna? Gli organizzò un cenone con 700 donne – senza contare le amazzoni, a prova di illibatezza con ciondolo-ritratto del Principale al collo o le 530 ragazzette dell´agenzia “Hostessweb” che il Colonnello si fece recapitare in torpedone. La stessa cura riversata dal sindaco Alemanno, quello dei valori della Cristianità: dopo avergli lasciato piantare il tendone a villa Pamphili se lo portò in Campidoglio per il solito rito del balcone sui fori.
E si potrebbe andare avanti a lungo e anche parecchio indietro nel tempo ricordando le specialissime relazioni con l´Avvocato Agnelli e poi con Andreotti, a cui nel 1993 Gheddafi si offrì di pagare l´avvocato; e con Craxi, che lo chiamava “Capitan Fracassa”, ma nel 1986 gli salvò la pelle; quindi con Lambertow Dini e poi ancora con Prodi e con D´Alema, che dall´uomo ucciso ieri in quel modo terribile l´altroieri ebbe in dono una scimitarra berbera, chissà dove l´ha messa.
Però, diamine, quanto ad amicizia e finta amicizia, calore e ipocrisia, sorpresine, regaloni e miserabili tradimenti Berlusconi ha sbaragliato qualsiasi altro concorrente italiano. O almeno: dal giorno in cui andò a ricevere Gheddafi all´aeroporto nonostante il torcicollo fino a quello in cui gli mandò aerei da guerra per fargli la festa, ecco: mai la diplomazia è trascesa in forme così grottesche alimentando un immaginario in cui gli interessi nazionali facevano drammatico e buffo cortocircuito con foto di nipotini mostrate sotto la tenda, gigantografie dei due leader sui muri di Tripoli, tornei equestri tra cavalieri berberi e carabinieri, lacrime per il colonialismo e sonnellini, plateali doni di cammelli, moschetti, anelli, complimenti per le uniformi e i costumi di scena, anche lusinghe sul numero dei figli pure illegittimi attribuiti al raìs, «su questo campo non ti batto». Fino all´indimenticabile baciamano: «Un´emozione – scolpì il Cavaliere inaugurando la tv del suo amico Tarak Ben Ammar – che porterò nel mio cuore per tutta la vita».
Cosa non è accaduto negli ultimi anni! Dall´addestramento della scorta di Gheddafi da parte dei Nocs fino al mito fondante e alla leggenda primigenia del bunga bunga, come raccontato da un ilare Berlusconi a Ruby, ma pure a Sarkozy (colta l´arietta, a villa Madama la Lagarde, parruccona, si allontanò). «Colonnello, lei è come Berlusconi» gli disse una volta Sgarbi. E per la verità non intendeva sul piano estetico, pur avendo frequentato i due leader lo stesso chirurgo estetico nella persona del dotto Ribeiro.
Era un riconoscimento per molti versi antropologico, esistenziale. Forse anche un modo per ricordare che il potere è una bestia feroce, una spada sopra la testa, un congegno per ingannare la morte, ma solo la propria, e chissà per quanto.

La Repubblica 21.10.11

"Il diritto di cittadinanza è segno di un Paese civile"

Avviata sabato 22 e domenica 23 ottobre, la raccolta firme a sostegno delle due proposte di legge del PD di iniziativa popolare, per riformare la norma sulla cittadinanza e introdurre il diritto di voto amministrativo agli stranieri residenti in Italia.Questo fine settimana, sabato 22 e domenica 23 ottobre, il Forum immigrazione del PD sarà in diverse piazze italiane per raccogliere le firme a sostegno delle due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la norma sulla cittadinanza e introdurre il diritto di voto amministrativo agli stranieri residenti in Italia.

“E’ un segno di giustizia riconoscere a chi vive regolarmente nel nostro Paese questi diritti, che sono alla base di un Stato inclusivo e civile”, ha dichiarato Livia Turco, annunciando la mobilitazione del PD a sostegno della campagna “l’Italia sono anch’io”, campagna di iniziativa popolare che vuole portare in Parlamento la modifica della legge sulla cittadinanza e quella sulla partecipazione politica, passo decisivo per costruire un Paese effettivamente inclusivo, in cui giustizia, rispetto delle regole e riconoscimento dei diritti ritornino ad essere le parole d’ordine”.

“Chi nasce e cresce in Italia è italiano. Noi continueremo con le nostre iniziative finché il Parlamento italiano non voterà a favore di questa riforma che non solo è giusta- ha aggiunto Turco – ma è anche necessaria in un Paese in cui il 7% della popolazione è straniero e dove sono nati e cresciuti circa un milione di ragazzi che hanno genitori stranieri”.

Domenica 23 ottobre, dalle 10.00, Livia Turco, con Marco Pacciotti, coordinatore del Forum Immigrazione, Khalid Chaouki, responsabile Nuovi cittadini, Marco Miccoli, segretario del PD di Roma e alcuni rappresentanti di associazioni che operano nel settore, saranno nel cuore del quartiere multietnico di Roma, sull’isola pedonale del Pigneto per raccogliere le firme e continuare a sensibilizzare le persone su questi temi.

“L’Italia di oggi è cambiata con la presenza dei quasi cinque milioni di uomini e donne che hanno scelto di vivere qui. I loro figli che nascono e crescono nel nostro Paese vanno considerati italiani”, ha sostenuto Marco Pacciotti. “Riconoscere loro questo diritto è un segno di civiltà e la presa di coscienza dell’avvenuto cambiamento della composizione socio-demografica dell’Italia, come recentemente ricordato dal rapporto Istat. Questi nuovi italiani rappresentano una realtà e una risorsa. Garantire loro pari diritti e opportunità significa quindi investire sul nostro futuro e lavorare per costruire una società più aperta e coesa. Le proposte del PD vanno nella direzione opposta a quelle vessatorie dell’attuale governo che continua ad alimentare l’idea che gli immigrati presenti in Italia e i loro figli siano solo un problema”.

“Noi siamo per un’Italia giusta in cui le regole e i diritti vengono rispettati da tutti, dagli italiani come dagli immigrati. Nelle società civili e mature, che inevitabilmente si aprono al multiculturalismo – ha aggiunto Chaouki – chi accoglie deve farlo puntando sulla forza della certezza del diritto, sulla capacità di cittadini e classe dirigente di essere esempio di legalità e moralità e sulla capacità di condividere con i nuovi residenti quelli che sono i valori fondanti della comunità“.

http://www.litaliasonoanchio.it/

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Università, Pd: con regolamento Gelmini stipendi prof sganciati da dirigenti dello Stato

Ghizzoni: ancora una norma che penalizza retribuzioni docenti e ricercatori. “Con il regolamento sul trattamento economico dei professori e dei ricercatori universitari all’esame della commissione Cultura della Camera, il Governo sgancia definitivamente la retribuzione dei professori universitari da quella dei dirigenti generale di livello A dello Stato. Si tratta di una decisione grave che dimostra la volontà del Governo, del ministro Gelmini in primis, di colpire i docenti e i ricercatori universitari”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella VII commissione di Montecitorio, Manuela Ghizzoni che sottolinea come “questo intervento deve essere valutato tenendo conto del blocco degli scatti stipendiali e del fatto che la riforma universitaria del ministro Gelmini prevede la mancata ricostruzione di carriera e la trasformazione degli scatti di carriera da biennali a triennali. Siamo al depauperamento delle retribuzioni dei docenti e ricercatori universitari”, conclude Ghizzoni.

Bruxelles boccia il Ponte sullo Stretto «Non è una priorità», di Pino Stoppon

Il Ponte sullo Stretto non è una priorità per l’Europa. Bruxelles non l’ha inserito tra i progetti prioritari per l’Europa. 31,7 miliardi di euro da utilizzare per 15 opere tra le quali la Napoli-Bari. Il Ponte di Messina non è una priopriorità per l’Europa. La Commissione Ue, che ha dato il via libera alla proposta di regolamento, non l’ha inserita tra i progetti nel quadro delle grandi reti transeuropee per il periodo 2014-2020. Nella lista figurano i collegamenti ferroviari Napoli-Bari, Napoli-Reggio e Messina-Palermo, ma non il ponte sullo Stretto. Il piano Ue prevede fondi per circa 31,7 miliardi di euro. Per l’Italia il piano prevede oltre 15 opere infrastrutturali.
Le principali novità riguardano l’inserimento nel corridoio Baltico-Adriatico dei collegamenti ferroviari e delle piattaforme multimodali di Udine, Venezia e Ravenna, nonché dei porti della stessa Ravenna, di Trieste e di Venezia.
Al Nord confermata poi la priorità assegnata alla Torino-Lione, al tunnel del Brennero e al collegamento ferroviario Genova-Milano-Svizzera. Nel Mezzogiorno, al potenziamento della ferrovia Napoli-Reggio Calabria è stata affiancata la priorità assegnata anche ai lavorida realizzare sulla tratta Napoli-Bari. Ed è stata anche ribadita la disponibilità a sostenere
il miglioramento del collegamento tra Messina e Palermo. Ma nessun accenno all’opera voluta fortemente da Berlusconi.
REAZIONI
«Con i fondi messi a disposizione da Bruxelles per le reti e le infrastrutture si può garantire uno sviluppo ed una crescita che nel nostro Paese è strozzata da nodi strutturali
e dall’immobilismo del Governo Berlusconi» ha detto il deputato del Pd Michele Meta capogruppo in commissione Trasporti alla Camera. «Da Bruxelles ci fanno sapere, ed in maniera inequivocabile, che vanno abbandonati i progetti faraonici come il Ponte
di Messina che risponde esclusivamente ai desideri del Premier, invece di soddisfare gli interessi generali e la sostenibilità dei trasporti nel nostro Paese». «Archiviato il Ponte, con milioni di euro gettati in mare, – ha aggiunto il deputato del Pd Enrico Gasbarra – il governo destini subito le risorse previste per la società Stretto di Messina che ha chiesto un miliardo di euro al ministero del Tesoro, alle Regioni per il trasporto pubblico locale».
Unavera e propria lista di desideri l’ha stilata il Wwf Italia. «Il Ponte è un vero e proprio vuoto a perdere – si legge in un comunicato – un’opera che non serve a nulla e non si ripaga». Ai costi per realizzare l’opera, lo Stato dovrebbe garantire 3,5 miliardi di euro, mentre non si sa chi coprirebbe gli altri 5 miliardi di euro necessari, si dovranno aggiungere
le perdite di gestione. Questo perché, spiega il Wwf, «dal 1991 al 2001, è stato documentato un calo del traffico degli autotreni del 6% e delle autovetture dell’8%». Mentre «per far passare i treni sul Ponte, Rfi spa dovrà versare alla stretto di Messina s.p.a. 138 milioni l’anno, a prescindere dai reali dati di traffico».
A che serve, dunque? Meglio, scrive l’associazione, utilizzare i soldi per la «messa in sicurezza del territorio del Sud» o per il «potenziamento delle opere ferroviarie e stradali in Sicilia e Calabria».

L’Unità 20.10.11