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"Gelmini e i precari", di Manuela Ghizzoni

I pochi dati statistici resi noti dal Ministero Istruzione mostrano impietosamente il fallimento delle politiche di questo governo.La precarietà non cala e resterà strutturale senza seri interventi . Dopo una lunga attesa, sono stati finalmente resi noti dal MIUR taluni dati statistici riguardanti alcuni aspetti del sistema d’istruzione: evidentemente qualcuno ha segnalato alla ministra che esiste un preciso obbligo di legge circa la divulgazione dei dati raccolti per il servizio statistico nazionale!

Le informazioni desumibili dai dati sono necessari per qualsiasi considerazione sul sistema di istruzione e per valutare gli effetti degli interventi attuati dall’attuale governo di destra, che abbiamo contrastato fin dalla loro approvazione. Effetti che già oggi, scuola per scuola, appaiono disastrosi a chi nel nostro sistema di istruzione studia e lavora.

Sulla base dei dati resi noti, pare pertanto opportuno avanzare alcune riflessioni, a partire da quelli sull’esito dell’esame di maturità. Se da un lato diminuisce la percentuale dei bocciati, dall’altro si abbassa il voto finale: si tratta di due andamenti che andrebbero indagati insieme, invece di limitarsi a nascondere il fenomeno – come pare abbia fatto la ministra – per timore che la retorica del rigore subisse un contraccolpo.

I dati sul sostegno agli alunni disabili informano che mentre cresce il numero degli studenti i docenti diminuiscono percentualmente: nel 2006/07 si registrava un docente ogni 1,91 alunni, nel 2011-12 ve ne è uno ogni 1,99.

Molto interessanti paiono poi i dati che riguardano i docenti precari rispetto a quelli di ruolo e che smentiscono totalmente la propaganda propalata dalla ministra su tale argomento. Risulta, infatti, che nell’anno scolastico 2010/11 i precari siano 115.000: di questi, come risulta dai dati resi noti dalla Corte dei Conti nel Rendiconto annuale per il 2010, 23.640 hanno avuto un incarico annuale e ben 92.113 sono stati assunti fino al termine dell’anno scolastico.

Rispetto al totale dei docenti (778.736 unità), i precari rappresentano il 14,9%: interessante notare che si tratta della stessa percentuale registrata nell’anno scolastico 2005/06, riferita ad un totale di 834.683 docenti. La percentuale dei docenti precari resta dunque la stessa a fronte di una diminuzione di ben 55.947 unità (di cui 47.551 a tempo indeterminato) del totale dei docenti in servizio. Si aggiunga che nel biennio 2008/9 – 2009/10 è stato operato agli organici un taglio di 67 mila posti, con il licenziamento di alcune decine di migliaia di precari.

Ma come è possibile che la percentuale dei docenti precari in servizio non sia diminuita nonostante la riduzione degli organici? Non solo perché i docenti precari assunti non coincidono sempre, per materie ed ambiti provinciali, con i posti cancellati, ma soprattutto perché i posti lasciati liberi dai pensionamenti non corrispondono con quelli tagliati in maniera pressoché lineare. Peraltro, anche con le nomine effettuate per l’anno scolastico in corso il fenomeno dei docenti precari non subirà rilevanti variazioni, poiché ci si è limitati al turn-over. È quindi del tutto evidente che il fenomeno è destinato a permanere “negativamente strutturale” se non si procede con regolarità al reclutamento in ruolo e se non si mettono a disposizione tutti i posti vacanti, anche al fine di realizzare l’organico funzionale all’offerta formativa prevista nel piano di istituto.

Di fronte a queste evidenze paiono destituite di fondamento le dichiarazioni della ministra in merito ad una presunta maggiore “stabilità” della scuola e crollano miseramente le sue litanie propagandistiche che liquidavano il fenomeno del precariato come un sistema eterodiretto finalizzato alla creazione di un ammortizzatore sociale, fonte di inutili sprechi e bubbone da estirpare attraverso la politica dei tagli massicci agli organici. Politica prontamente attuata dalla ministra, che non ha ridotto il precariato ma danneggiato il nostro sistema scolastico. A fronte di questi dati incontrovertibili, non sarebbe opportuno che la ministra – per il bene del nostro sistema pubblico di istruzione e della sua dignità – riconoscesse la fallacia delle teorie finora propugnate e mostrasse la volontà di comprendere un fenomeno complesso mettendo in campo reali misure per superarlo?

Tra i dati resi noti dal Miur mancano quelli sul tempo scuola: è dal 2008 che lamentiamo l’assenza di informazioni sui moduli didattici e sul funzionamento della scuola. Perché tale silenzio? Forse che qualcuno al ministero ritiene sconveniente far conoscere al Paese, ad esempio, che il ritorno al “maestro unico” – la prima “riforma epocale” della ministra – è stato bocciato dalle famiglie?

Stando a quanto afferma la Relazione della Corte dei Conti sul rendiconto dello Stato parrebbe proprio di sì: da essa si apprendere che nell’anno scolastico 2009/20 solo lo 0,5 delle classi prime è stato costituito con orario settimanale di 24 ore, a testimonianza del fatto che le famiglie hanno orientato la propria scelta verso moduli didattici ad orario scolastico più lungo (27, 30 e 40 ore).
Restiamo pertanto in attesa di conoscere tutti i dati sul funzionamento della scuola primaria dopo gli interventi a “gamba tesa” della ministra. Gli ultimi dati ufficiali risalgono all’anno scolastico 2007/08, quando su un totale di 2.275.310 studenti, 669.101 frequentavano classi di 40 ore settimanali a tempo pieno (due insegnanti con 4 ore di compresenza); 430.770 erano in classi con un orario settimanale variante dalle 31 alle 39 ore con mensa (i cosiddetti “moduli con team di docenti”); 53.311 in classi da 31 a 39 ore senza mensa; 1.303.473 frequentavano classi con un orario variante tra le 28 e le 30 ore settimanali e 118.665 stavano in classi con 27 ore settimanali. Qual è la situazione oggi? Coraggio ministra Gelmini tiri fuori il “cadavere” dal cassetto!

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Indignati, Finocchiaro: "Non servono nuove leggi ma un altro Governo"

“Non servono nuove leggi, occorre applicare quelle che ci sono gia’ “. Lo dice Anna Finocchiaro a Maroni e a Di Pietro in una intervista all’Unità a proposito delle violenze di sabato scorso a Roma e in riferimento agli annunci fatti dal Ministro degli Interni. “La violenza di sabato è una violenza ingiustificabile. Detto questo, però, vorrei suggerire a Di Pietro di stare molto attento a quello che afferma. Intanto la legge Reale è in parte ancora nel nostro ordinamento, dal momento che è vietato usare i caschi durante le manifestazioni. Poi, aggiungo che può essere fuorviante spostare l’attenzione su questo punto perché le vere questioni sono altre.

Il primo obbligo che gravava sul governo era quello della prevenzione e mi chiedo se c’è stata. In queste ore magistratura e forze dell’ordine stanno effettuando perquisizioni, perché non lo hanno fatto prima? Sentiremo domani (oggi, ndr) cosa ci dirà Maroni. La seconda questione è il modo in cui le forze di polizia sono chiamate a fronteggiare situazioni come questa: negli ultimi tre anni è stato tagliato di un terzo il loro bilancio. Dagli arretrati agli straordinari, alla formazione e alla dotazione di mezzi e strumenti, le forze di polizia stanno vivendo uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana. Il feeling di Di Pietro con Maroni sull’inasprimento delle norme rischia di spostare l’attenzione dai problemi fondamentali”.

“Roma è l’unico posto del mondo dove ha avuto la meglio la violenza. Quello che è paradossale e inaccettabile – continua la senatrice del PD – è che tutta la discussione si stia spostando su un tema che è certamente importante ma che sta oscurando del tutto le questioni che la piazza pacifica ha posto e che lo stesso Draghi ha riconosciuto. Nessuno si chiede quali conseguenze dobbiamo trarre, non dai disordini dei criminali, perché di criminali si tratta, ma dal fatto che centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze erano in piazza perché vogliono una politica diversa, lavoro, il minimo della cittadinanza…”. “Questa situazione è la conclamazione del fallimento dell’attuale governo. E’ un’altra delle ragioni per cui ogni giorno che questo governo resta in carica è un giorno perduto per il Paese.

Quanto sia profondo il disagio nella società è talmente chiaro che solo chi non vuole accorgersene può sottovalutare il livello di sofferenza. Questo è un popolo che, a parte quei criminali che abbiamo visto in azione, manifesta pacificamente, ma non accorgersi di quello che sta accadendo è molto pericoloso”. E in riferimento alle parole di Giuliano Amato che ieri ha parlato di democrazia italiana malata di fascismo la Finocchiaro conclude, “Amato ha ragione. I germi di una deriva di destra, che usa le parole dell’anti-istituzionalismo e dell’antipolitica sono gia’ in circolo da tempo. Per questo dobbiamo voltare pagina e farlo velocemente. Lo dobbiamo ai ragazzi e alle ragazze italiane che chiedono futuro”.

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«Famiglie stressate. Non ce la fanno più ad aiutare i figli», intervista a Chiara Saraceno di Laura Matteucci

«Se il governo andrà avanti senza politiche per la crescita, con un decreto sviluppo che sarà una scatola vuota, migliorare è difficile». L’unico miglioramento dei figli rispetto ai genitori è nel livello d’istruzione. Ormai siamo tutti consapevoli che questa è la prima generazione che
non ha alcuna speranza di migliorare rispetto alla precedente, né al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro né nel corso della vita».
Una generazione persa? «Continuo a sperare di no. A patto che loro, i giovani, non si aspettino che siano altri a fare qualcosa.Alivello familiare gli abbiamo dato molto, ma come società poco o niente. C’è un problema di fallimento delle promesse, cui si aggiunge quello molto concreto di migliaia di ragazzi che non riescono a trovare un lavoro decente. E, attenzione: se restano fuori dal mercato per anni, ammesso arrivi un po’ di ripresa economica, non sarà comunque facile rientrare. Le famigliemcontinuano a redistribuire il
reddito, ma sono sole e sottoposte a notevole stress». La sociologa Chiara Saraceno legge l’ultimo Rapporto Caritas sulla situazione delle famiglie italiane: aumentano i poveri, soprattutto tra i giovani, quasi il 60% in più in cinque anni. Nulla al momento fa pensare che la situazione possa migliorare.
«Se il governo andrà avanti come sta facendo, senza politiche per la crescita, con un decreto sviluppo che si preannuncia una scatola vuota, migliorare è difficile. La cassa integrazione è già aumentata, si accentuerà il divario tra nord e sud, e si farà sempre più fatica a vivere anche nelle regioni tradizionalmente “ricche”, perché sta peggiorando la situazione delle famiglie operaie. Governo e Parlamento sono scandalosi. Di fronte ai problemi dei giovani stanno lì a dividersi qualche poltrona, alimentando non solo la sfiducia dei
mercati, che già ci crea non poche difficoltà, ma anche tra i cittadini. Meno male che c’è ancora voglia di manifestare. L’altra strada è quella della depressione. O della rabbia senza sbocchi».
Solidarizza col corteo di sabato?
«Col corteo sì. Non prendo i black bloc come segnale del disagio giovanile, quelli sono teppisti, violenti, e basta. Sennò arriviamo a forme di deresponsabilizzazione degli individui
che non condivido affatto. Ma il corteo pacifico aveva tutte le ragioni del mondo».
Anche Draghi ha dichiarato di capire i giovani.
«Non deve stupire, l’ha sempre detto. Persino nella lettera al governo firmata con Trichet sollecitava a ridurre la precarietà, ad estendere ai giovani una qualche forma di welfare.
Un passaggio che il governo si è ben guardato dal fare proprio». Il Rapporto dice anche che oltre il 40% dei giovani stranieri abbandona prematuramente la scuola. «Quello che è un problema diffuso anche in altri Paesi europei da noi esplode perchè all’interno del sistema scolastico non abbiamo i sostegni adeguati per insegnare a ragazzi che parlano un’altra lingua. Comunque, più in generale, quando si parla di povertà degli immigrati non si parla mai».
Parliamone.
«Il 50%dei figli di genitori stranieri è povero, a fronte del 31% dei migranti, come dicono stime recenti da fonti Istat e Banca d’Italia. Del resto, il 28,1% dei minori del sud è povero. In realtà, quando si parla di povertà spesso ci si riferisce agli anziani, la cui situazione negli ultimi anni è invece rimasta piuttosto stabile. È quella dei minori che è peggiorata, e che ormai rappresenta un problema molto grosso».
Un’altra tipologia di famiglia a rischio è quella numerosa, con tre o più figli.
«In genere è il terzo figlio che scardina gli equilibri familiari. E le famiglie numerose sono presenti soprattutto al sud. In generale, sono in aumento le famiglie povere nonostante almeno uno dei genitori lavori. Lo squilibrio tra il reddito da lavoro e i bisogni familiari è sempre di più.

L’Unità 18.10.11

Scontri, Zanda: "Sottratti 2,5 miliardi a ordine pubblico e sicurezza, Maroni spieghi"

“Il governo Berlusconi ha sottratto circa 2,5 miliardi di euro alla missione ‘ordine pubblico e sicurezza’”. Lo ha affermato il vicepresidente dei senatori del PD Luigi Zanda, che ha oggi presentato un’interrogazione urgente al Ministro dell’Interno Roberto Maroni al quale chiede “quali ricadute operative sono necessariamente derivate da questa ingente sottrazione di risorse. In particolare – si legge nell’interrogazione – è necessario che il Ministro spieghi quali sono state le conseguenze in termini di dotazioni e retribuzioni, della qualità e numero dei mezzi e consistenza dei relativi rifornimenti, delle necessarie manutenzioni, della intensità dell’addestramento, della qualità dell’aggiornamento strategico e tecnologico, e sullo stesso morale degli uomini delle Forze di Polizia che giornalmente sono impegnate nella difesa della sicurezza dei cittadini e della legalità”.

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Sicurezza: “Legge Reale bis? Intanto applicare le leggi esistenti”

Interventi di Finocchiaro e Bindi. Fiano e Orlando: “La discussione su nuove leggi non sia un diversivo”. Dopo i violenti scontri a Roma, nel corso della manifestazione nazionale degli “indignados”, c’è chi, come il leader dell’Italia dei Valori Antonio di Pietro, ha auspicato il ritorno ad una sorta di “Legge Reale”, come quella del 1975, che conteneva disposizioni particolari molto severe a tutela dell’ordine pubblico.

La Presidente del Partito democratico, Rosy Bindi ha replicato durante una conferenza stampa da Bruxelles, dicendo che “si può parlare di misure più severe, ma serve anche la capacità di prevenire, perchè invocare leggi che non ci sono più nel nostro Paese, dimostra una debolezza dell’attuale ordinamento”.

“Legge Reale bis? Domani ascolteremo il ministro dell’Interno nell’aula di Palazzo Madama, e siamo aperti ovviamente a qualsiasi miglioramento delle leggi esistenti, ma a Maroni dico: ciò che serve davvero è applicare le leggi esistenti, fare più prevenzione ed evitare i tagli alle risorse dedicate alla sicurezza”. Questo il commento di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del PD del Senato, sulla ultime novità in tema di sicurezza e giustizia per il Paese.

“Ricordo che nel nostro Paese – ha proseguito Finocchiaro – sono in vigore leggi che certamente forniscono anche adesso gli strumenti adeguati per contrastare atti di violenza come quelli di sabato e perseguire chi li ha commessi. E non posso non aggiungere, inoltre, che le Forze dell’Ordine andrebbero messe nelle condizioni di operare al meglio, evitando i tagli alle risorse dedicate alla sicurezza che il Governo Berlusconi ha compiuto in questi anni”.

“Non sono state applicate le misure esistenti”, hanno ribadito coralmente anche Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e Andrea Orlando presidente forum Giustizia del Partito Democratico.

“Domanda: perché l’ondata di perquisizioni, sacrosanta, che si sta compiendo in queste ore nelle principali città del Paese, non si è fatta nei giorni e nelle settimane precedenti alla manifestazione di sabato?”, hanno chiesto i due esponenti democratici, sottolineando che “i reati commessi da coloro che sono stati fermati sabato – violenza, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e altro – sono reati che già si possono perseguire con durezza e rapidità da parte della magistratura.”.

In fine Orlando e Fiano hanno espresso i loro dubbi anche sui possibili risvolti della discussione in atto: “Non vorremo che questa discussione su nuovi strumenti di legge impedisca di ricordare al Paese che un comparto sicurezza che ha subito negli ultimi tre anni e mezzo tagli per quattro miliardi di euro, non può per definizione essere efficiente come lo era prima. E d’altra parte tutto ciò fu oggetto di una lettera-appello, che non ha trovato nessun tipo di ascolto, dello stesso ministro Maroni nel luglio scorso nei confronti di Berlusconi e Tremonti”.

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"Il non partito che verrà", di Agostino Giovagnoli

La crisi italiana è troppo grave: serve un governo più forte e con una partecipazione più larga. Così il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ha concluso (a nome di tutti) l´incontro delle associazioni cattoliche che si è svolto a Todi. Forse non proprio tutti i partecipanti condividono questa posizione, ma unanime è la convinzione da cui scaturisce: la gravità della situazione italiana è stata sottolineata da tutti, così come l´urgenza di affrontarla efficacemente e rapidamente. Si è parlato della crisi economica, del lavoro che non c´è, della povertà che sta crescendo in tanti settori della società italiana e di tanti effetti dei processi di globalizzazione che nell´Italia degli ultimi vent´anni non sono stati né affrontati né governati. Dalla sintonia sulla preoccupata analisi della situazione italiana, è stato detto, deve nascere un senso di responsabilità verso la comunità nazionale che costituisce oggi un motivo nuovo di unità e di convergenza tra i cattolici. Molto diffusa, al loro interno, appare anche la convinzione che per uscire dalla crisi occorre restituire alla politica la forza e l´autorevolezza da essa perdute. «Mai la politica italiana è stata ad un livello così basso, proprio nel momento in cui c´è bisogno di affrontare sfide tanto impegnative per il futuro dell´Italia».
Per la prima volta, da molti anni, i rappresentanti di queste associazioni si sono riuniti per discutere esplicitamente «su contenuti e modalità di un rilancio del protagonismo dei cattolici nella politica italiana». La presenza del cardinal Bagnasco, in apertura, ha sottolineato l´importanza dell´iniziativa, anche se egli non è voluto entrare nel merito dei problemi e non ha poi partecipato al dibattito. Nel corso della giornata, i cattolici hanno parlato senza difficoltà – ed è anche questa una novità – di nuovo soggetto politico o di nuovo movimento politico da loro animato. Al centro di molti interventi c´è stato il problema del partito, ma nonostante i richiami alla Dc di De Gasperi (pochi) e al Ppi di Sturzo (molti) non hanno prevalso nostalgie o rimpianti: è soprattutto del presente e del futuro che si è parlato. A Todi non è nato un nuovo partito cattolico, come del resto era nelle previsioni, e la questione è rimasta aperta, ma attraverso questo dibattito si è realizzato comunque un passaggio politicamente significativo.
Preceduto, infatti, da molte attese, l´incontro di Todi ha suscitato anche molte inquietudini. E c´è stato chi ha cercato di bloccare sul nascere l´avvio di una discussione politica tra cattolici, spingendo per trasformare il bipolarismo politico italiano in bipolarismo etico. Radicalizzando lo scontro su temi antropologici ed etici, infatti, i cattolici potrebbero finire schiacciati in modo permanente sul polo che si dice pronto ad accogliere le loro posizioni in questo campo, a prescindere dalle loro preoccupazioni sul terreno economico o sociale. È una questione che non riguarda solo loro: trasformare il bipolarismo politico in bipolarismo etico, infatti, implicherebbe uno snaturamento di questo sistema politico. Nato per permettere il ricambio di governo, finirebbe per garantire l´inamovibilità dal potere di una delle due parti che concorrono per il governo del Paese.
La questione dei valori non negoziabile è ben presente tra i cattolici che si sono riuniti a Todi, ma non ha bloccato la discussione. Si è, infatti, scontrata con un´altra spinta molto forte: quella a riconoscersi inseriti, insieme a tutti gli altri italiani, nella stessa “comunità di destino”, per usare le parole del cardinal Bagnasco. È il frutto di un´evoluzione che ha unito una più forte presa di coscienza delle ragioni dell´unità nazionale maturata nel corso del centocinquantesimo anniversario del 1861 e della convinzione stringente che la coesione sociale rappresenti oggi una forte necessità del sistema-Paese. Convinti che i valori non negoziabili rappresentino un riferimento irrinunciabile, essi si sono mostrati altrettanto persuasi della gravità dei problemi economici e sociali italiani. Le sollecitazioni a diventare strumenti di lacerazioni politiche sempre più profonde, perciò, non hanno trovato accoglienza ed è stata implicitamente ma chiaramente ignorata la spinta a trasformare il bipolarismo politico in bipolarismo etico. A Todi, insomma, non è nato un nuovo partito cattolico ma il riavvicinamento dei cattolici alla politica ha già cominciato a produrre alcuni, imprevisti, effetti.

La Repubblica 18.10.11

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“I cattolici: via Berlusconim”Serve un nuovo governo”. Bagnasco: facciamoci sentire”, di Marco Ansaldo

La sfida. «Serve un governo più forte, quello attuale non è adeguato». Quando il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, pronuncia queste parole nella conferenza stampa finale, con al suo fianco i rappresentanti del Comitato promotore, è chiaro a tutti che il divorzio del mondo cattolico da Silvio Berlusconi è il risultato più forte del convegno di Todi.
Nessun nuovo partito di centro è nato nel grembo del convento francescano di Montesanto. Invece, tra le volte del largo chiostro attraversato dai passi silenziosi dei religiosi, padroni di casa, è andata in scena una richiesta di eutanasia. Staccare la spina al governo Berlusconi.
Dall´assise cattolica – un incontro rigorosamente a porte chiuse, a cui hanno partecipato un centinaio di sigle dell´associazionismo e aperto dalla prolusione del capo dei vescovi, cardinale Angelo Bagnasco – è così uscita la proposta di un «nuovo esecutivo», di un governo sostenuto «dai principali partiti», capace di lasciarsi alle spalle il berlusconismo e le contrapposizioni esasperate del bipolarismo. Insieme all´esigenza di una revisione della legge elettorale che, con la reintroduzione delle preferenze, restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere chi li rappresenta.
«Si pensava che un uomo solo al comando ci liberasse dai guai – ha sintetizzato Bonanni – invece è la cosa che ci inguaia. Finisce la lunga stagione del silenzio dei cattolici, che torneranno ad essere protagonisti nel territorio con iniziative forti, per un impegno esclusivamente nel pre-politico». Ma serve un passo indietro del presidente del Consiglio, dicono in tanti. Un “altolà” che riafferma tutta la voglia dei cattolici di riprendersi la scena politica. Le anime qui sono molte e le ricette diversificate. Il presidente delle Acli, Andrea Olivero, è il più esplicito nel chiedere che «il presidente del Consiglio rimetta il suo mandato». Ma anche il presidente nazionale della Confartigianato, Giorgio Guerrini, è dell´idea che «questo governo non ce la fa». Il presidente di Confcooperative, Luigi Marino, sostiene che «serve qualcosa di più forte del solo cambio di governo». Carlo Costalli, per il Movimento cristiano lavoratori, valuta l´ipotesi di una «scomposizione partitica» in vista della futura «ricomposizione» politica.
La giornata si era aperta con le parole, molto attese, di Bagnasco. Sui due tavoli lunghi bordati d´amaranto, disposti uno di fronte all´altro, i leader del Forum delle associazioni cattoliche riuniti come in un conclave hanno ascoltato l´appello del cardinale nel rimbombo della sala grande del convento. «E´ un´ora promettente della Storia alla quale nessuno deve mancare – ha detto con voce piana il presidente della Cei – i cattolici non possono arretrare di fronte alle sfide. L´assenteismo sociale, per i cristiani, è un peccato di omissione».
Poi Bagnasco pronuncia infine le parole centrali del suo intervento: «E´ con questo patrimonio universale che la comunità cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica». Prepolitica, dunque. Il parto di un nuovo partito non c´è. Spiega il portavoce del Forum, Natale Forlani: «Non è nel nostro orizzonte la formazione di un partito cattolico». Aggiunge l´amministratore delegato di Intesa SanPaolo, Corrado Passera: «Serve una politica dotata di lungimiranza». Chiosa il presidente di Aeroporti di Roma, Fabrizio Palenzona: «Penso che non si possa sfuggire ai nostri doveri. La più alta forma di carità è la politica».

La Repubblica 18.10.11

"Tagli, saltano pure 1500 DSGA", di A.G. da La Tecnica della Scuola

La norma è prevista nella Legge di Stabilità approvata dal Governo: dei 3.138 istituti coinvolti, almeno uno su due perderà il Direttore servizi generali e amministrativi. Ma non finisce qui: ridotto il contingente di ds e prof impegnati al Miur sull’autonomia; blocco degli scatti esteso anche al personale Afam. Tremano gli Itp in esubero: 2.500 copriranno i posti vacanti dei tecnici. Meno dirigenti ed insegnanti impegnati al Miur per favorire l’autonomia scolastica, taglio dei posti di Dsga negli istituti soppressi dal dimensionamento, estensione del blocco degli scatti di anzianità anche al personale dell’Alta formazione artistica e musicale. Sono alcune delle parti più rilevanti contenute nella Legge di Stabilità approvata venerdì scorso dal Governo, contenente un’ulteriore richiesta di tagli ad una serie di ministeri, tra cui quello dell’Istruzione, i cui dettagli sono emersi il 17 ottobre con la pubblicazione della Relazione tecnica annessa allo stesso provvedimento.
Le azioni, riassunte in una sezione dedicata al Miur, dal titolo “Riduzioni degli stanziamenti relativi alle spese non rimodulabili dei Programmi dei Ministeri”, prevede che oltre al dimensionamento degli istituti, uno dei capisaldi del Decreto Sviluppo approvato lo scorso 15 luglio, si applichino una serie di ulteriori economie: queste deriveranno dal ridimensionamento, da 400 a 240, dei docenti distaccati al ministero dell’Istruzione per “compiti connessi con l’autonomia scolastica”, sostituiti annualmente con supplenti annuali: ciò comporterà una riduzione di spesa pari a 1,7 milioni di euro per il 2012, 5,2 milioni per l’anno successivo ed altri 5,2 milioni per il 2014. Anche i dirigenti scolastici impegnati nello stesso compito, di supporto all’autonomia degli istituti, si ridurranno da 100 a 60, ma questa riduzione non dovrebbe comportare economie degne di nota.
Un taglio che invece farà sicuramente risparmiare diversi milioni di euro sarà quello di centinaia di Direttori dei servizi generali ed amministrativi: nell’ambito di quanto deciso in estate dal Governo, che ha di fatto cancellato le dirigenze scolastiche degli istituti più piccoli (tutti quelli sotto i 300 alunni) e messo in dubbio la presenza in quelli con meno di 500 iscritti (ridotti a 300 nei territori particolari) ed ora passati rispettivamente a 600 e 400, la Legge di Stabilità prevede che “detto contenimento di personale venga esteso anche per la figura del DSGA”.
La novità “trova giustificazione nella circostanza che il carico di lavoro del DSGA dipende in buona parte dalla dimensione della scuola e del relativo bilancio; pertanto è verosimile prevedere che scuole sotto i 600 alunni (400 nei comuni montani, isolani, ecc…) possano essere ‘accorpate’ tra loro con la conseguente assegnazione di un unico DSGA”. A rischiare di saltare saranno gli ex Segretari di ben 3.138 istituti, quelli coinvolti nei processi di soppressioni o accorpamento: “per tali scuole, ai sensi del comma 5-bis, si stima che ogni due posti di DSGA, almeno uno venga meno”. In tal modo la stima dei risparmi ammonta a 45,2 milioni di euro per il 2012, 140 milioni per quello successivo e 153,2 per il 2014.
La “stretta” riguarderà pure i dipendenti dell’Alta formazione artistica e musicale, che rimarranno coinvolti nel blocco degli scatti per un triennio, in linea con quanto disposto per il personale della Scuola: per il triennio 2012-2014, le economie che il governo prevede di ricavare sono rispettivamente, 0,8 milioni nel 2012, 3,74 milioni nel 2013 e 6,68 milioni nel 2014. Nello stesso comparto Afam, è stato inoltre previsto il blocco dell’anno sabbatico per 178 professori (altri 6,6 milioni di risparmi annuali, a decorrere dall’esercizio finanziario 2012. Fissato anche il taglio di 80 direttori tecnici, sempre in capo all’Afam: ciò comporterà il risparmio di 2,9 mln di euro per il 2012 ed altrettanti per i due anni successivi.
Il Governo avrebbe inoltre deciso di coprire 2.500 posti vacanti da assistente tecnico con tutti gli insegnanti tecnico-pratici, in servizio presso le scuole superiori, che nel prossimo biennio risulteranno ancora in esubero: si tratta di numeri importanti, basti pensare che nell’anno in corso ben 3.334 Itp, quasi sempre non laureati e con titoli di studio non più spendibili nel comparto scolastico, sono risultati privi di ore di insegnamento. “Pertanto, si stima che nell’anno 2012/ 2013 quota parte di detti ITP, pari a 2.500 unità, potrebbe risultare ancora in esubero e quindi oggetto della presente norma”. Quale è, appunto, l’accantonamento di altrettanti posti di assistente tecnico (che è bene ricordare ha un orario di servizio impiegatizio, quindi di 36 ore a settimana). Da questa operazione lo Stato guadagnerà 64,50: 21,50 milioni nel 2012 e 43,00 milioni nel 2013

La Tecnica della Scuola 18.10.11

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Sarà ridotto l’organico dei Dsga e dei docenti distaccati al Miur. Previsti tagli di organico nel ddl sulla stabilità

Il disegno di legge sulla stabilità approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri contiene anche alcune disposizioni che riguardano il personale scolastico, come riferisce TMNews.

Si va dalla riduzione di insegnanti impiegati al Miur al taglio degli ex segretari scolastici fino al blocco degli scatti di anzianità del personale impegnato nell’Alta formazione artistica e musicale sino alla conversione dei docenti tecnico-pratici in esubero in assistenti tecnici.

Scorrendo la relazione tecnica al ddl, si rileva che dei 400 docenti impegnati presso viale Trastevere per “compiti connessi con l’autonomia scolastica”, sostituiti annualmente con supplenti annuali, ne rimarranno solo 240: ciò comporterà una riduzione di spesa pari a 1,7 milioni di euro per il 2012, 5,2 milioni a decorrere dall’a.s. 2012/2013 ed altri 5,2 milioni a decorrere dal 2014.

Si estende anche ai Dsga, i direttori dei servizi generali ed amministrativi, la norma approvata in estate tramite il decreto sviluppo che prevede la cancellazione di dirigenti scolastici negli istituti più piccoli: “la norma – si legge nella relazione tecnica – trova giustificazione nella circostanza che il carico di lavoro del DSGA dipende in buona parte dalla dimensione della scuola e del relativo bilancio.

Le istituzioni scolastiche interessate al taglio di Direttori amministrativi dovrebbero essere, secondo TMNews, 3.138: “per tali scuole, ai sensi del comma 5-bis, si stima che ogni due posti di DSGA, almeno uno venga meno”.

Considerato il trattamento economico lordo Stato di un DSGA, inclusa l’indennità di direzione fissa, pari a circa 35.511,8 euro lordo Stato pro-capite, il governo ha stimato in 45,2 milioni di euro il risparmio per il 2012, 140 milioni per quello successivo e 153,2 per il 2014.

Da Tuttoscuola 18.10.11

"Dirigenti reggenti per le scuole con meno di 600 alunni", di R.P. da La Tecnica della Scuola

Lo stabilisce una norma del disegno di legge sulla stabilità che modifica le disposizioni approvate dal Parlamento solo tre mesi fa. In queste scuole non ci sarà neppure un dsga titolare. Le Regioni protestano perché la legge 111 mette in discussione le loro prerogative in materia di organizzazione della rete scolastica e minacciano di non applicare i limiti stabiliti dal 4° comma dell’articolo 19 ?
Nessun problema: il Governo mette subito a punto le contromisure e nel disegno di legge sulla stabilità inserisce un paio di commi che certamente non faranno piacere né alle Regioni né alle organizzazioni sindacali.
La legge 111, infatti, prevede che alle scuole con meno di 500 alunni non possano essere assegnati dirigenti scolastici titolari (il tetto è abbassato a 300 per le scuole collocate in comunità montane o in piccole isole); ebbene, una disposizione della legge di stabilità porta questi limiti rispettivamente a 600 e 400 unità.
In tal modo la platea delle istituzioni scolastiche che potrebbero rimanere senza dirigente titolare aumenta di un buon 10-15% .
Ma non basta: un altro comma dello stesso disegno di legge prevede anche che tali scuole non potranno avere neppure un dsga titolare.
Vengono così istituiti i cosiddetti “dsga a scavalco”, in analogia ai segretari comunali che svolgono tale funzione in due o più Comuni quando questi sono di modeste dimensioni.
Ma perché il Governo ha scelto questa strada ?
La spiegazione è semplice: evidentemente, dopo aver approvato la legge 111 ci si è accorti, che la norma sul dimensionamento può essere applicata solo con la collaborazione delle Regioni che sono gli unici soggetti titolati a definire la rete scolastica (d’altronde lo stesso Ministero, in una nota del 7 ottobre lo aveva già precisato).
E così adesso alle Regioni arriva un messaggio molto chiaro da parte del Governo: “Se volete mantenere istituzioni scolastiche di piccole dimensioni, potete farlo in quanto il dimensionamento è una vostra prerogativa, ma dovrete fare a meno del dirigente scolastico e anche del direttore dei servizi”.
E’ evidente che si tratta di un “gentile invito” a chiudere (e anche in fretta) le istituzioni scolastiche sottodimensionate.

La Tecnica della Scuola 18.10.11