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"Le parole che il governo non ascolta", di Paolo Baroni

Bambole, non c’è una lira. Ieri il presidente del Consiglio ha ammesso pubblicamente che per il decreto sviluppo non ci sono soldi, per cui «ci dobbiamo inventare qualcosa». «Senza fretta» però, perché è ormai evidente a tutti che oltre ai soldi mancano anche le idee. Non quelle improvvisate da un qualche ministro con smanie di protagonismo, ma quelle buone, quelle in grado di dare la scossa al Paese. Ancora ieri le imprese, tutte assieme, hanno scritto al governo per chiedere misure «concrete e credibili» ed annunciare che «il tempo è scaduto», perché la fiducia è ai minimi e la recessione incalza. Servono subito risorse e interventi strutturali, non un condono magari raffazzonato ma interventi su fisco, pensioni e liberalizzazioni. La risposta: nuovi tavoli tecnici, nuovi vertici ed i soliti ricatti sulla nomina alla Banca d’Italia che paralizzano tutto.

Il Paese affonda ogni giorno di più ed il governo è letteralmente senza bussola. Arriva a proporre misure come la liberalizzazione dell’attività di estetista o quella del commercio di margarina, mentre il resto del mondo (banche, imprese ed economisti) continua a spiegare che uno sviluppo a costo zero non esiste. Parole che il governo non sa o non vuole ascoltare.

La Stampa 19.10.11

"Così parlò Lavitola", di Francesco Merlo

«Io faccio caccia grossa» dice, e non è solo un mitomane, è un filosofo teoretico della ribalderia. Valter Lavitola è il bracconiere di Stato che racconta se stesso così: «Quando sparo a un animale pericoloso, pure se è caduto io, dopo che è caduto a terra, gli sparo un´altra volta». E, parola dopo parola, il pescivendolo diventa il trucido protagonista della Pulp Fiction italiana: «Poi gli metto la canna del fucile vicino all´occhio per vedere se si muove». «E poi gli risparo un´altra volta pure se è morto. E che ci perdi, una cartuccia ? Che te ne fotte?».
Poi però il feroce cacciatore lavora ai fianchi le segretarie-perpetue che diventano infatti la sua risorsa, anche se non lo rispettano: Marinella è «bella» ed è pure «la freccia alata», e Nadia è «tesoro mio». Le segretarie lo disprezzano perché, meglio di tutti, conoscono ed interpretano i veri umori del «capo», ma sono loro che glielo fanno trovare nella macchina, lo infilano in un ufficio, gli ritagliano dieci minuti: «Tu ti piazzi nella nostra anticamera e nel momento in cui escono dalla sala…». Molto più dei dialoghi diretti con Berlusconi è questo “cha cha cha della segretaria” che svela in Lavitola il losco cameriere che sfrutta ed alimenta le miserie del padrone: «Mica c´è pure Letta all´appuntamento?». Oppure: «Sei riuscita a dare “quella cosa” a Schifani?». Dietro tutto quello sparare sui morti c´è dunque la volontà di potenza dei servitori. Lavitola è il Nietzsche delle perpetue.
E infatti le segretarie sono le sole che sanno misurare l´enormità delle patacche che in nome del capo Lavitola confeziona. Lo scandalo, per esempio, non è Lavitola che promette a Scarpa un ministero: «So che è il momento tuo, toccati le palle, ho parlato con Lui». Lavitola dice “Lui” con il tono rotondo e teatrale del maiuscolo, e Scarpa non gli ride in faccia ma gli crede. Lavitola sembra Totò Sciosciammocca che manda Pasquale a chiedere, in cambio di un vecchio cappotto, trenta metri di salsiccia, venti chili di pasta, dieci confezioni di salsa, otto litri di vino, una scatola di sigari… Dice Lavitola: «… e Lui mi ha detto: “cazzo, è vero!” abbiamo Scarpa». Ebbene, Scarpa non replica come Pasquale a Totò: «Hai il cappotto di Napoleone?». In un mondo senza più regole, dove non valgono né titoli né talenti, Lavitola è davvero il Napoleone di Berlusconi, è la prima rana che sul serio è diventata bue. Al punto che Scarpa mette in piedi una strategia di raccomandazioni con Cicchitto, con Quagliarello perché, gli dice Lavitola, «io l´unico lavoro che ti posso fare è con il capo».
E millanta (millanta!) colloqui con il segretario di Stato vaticano: «Ieri sera mi ha telefonato Bertone». Esibisce con la geografia del potere italiano la stessa confidenza che aveva Charlie Chaplin con la palla del mondo che prendeva a calci e a testate. Annunzia per esempio che sta per entrare nel governo: «Ho chiesto le deleghe di Gianni Letta». Con Nicola Cosentino parla invece da malandrino, da bracconiere di Stato appunto, da killer di animali morti: «Che rapporti hai con Milanese?». E quello: «Buoni». «E invece ti vuole inculare». Fa il duro della banda: «Incazzato, ti voglio incazzato». E si mostra armato di male intenzioni: «Utilizza immediatamente le “cose” che ti ho dato ieri«. Vuole impartire una lezione a un giornale napoletano che «ha fatto una porcata», è “Il Roma” di Italo Bocchino e la punizione deve essere esemplare: «Vediamoci, ti darò delle “cose” che ti piacciono». E definisce «allarme rosso» la volontà di Tremonti di non versare i 90 milioni per l´editoria, vuole lanciare «uno sciopero bianco» perché, nel suo slang di rapace, incassare è «andare a torta».
La politica è questo: «Andare a torta», che è la spartizione, il bengodi dell´affare, la cuccagna. E anche al direttore di Avvenire spiega che l´editoria rischia di «andare a torta con 90 milioni di euro in meno». Poi gli dice perentorio: «Prenda appunti». E quello trova carte e penna e prende appunti. E traffica con il generale Paolo Poletti «per l´Albania», e per «quella cosa delicatissima», e «io debbo vedere a quello lì prima di giovedì» e «qui ci sta da fare bingo, ma un bingo biblico». Ce li ha tutti in tasca, elabora strategie e «spalmate di debito», e «Lui mi ha chiamato, è attento», e «ho detto tutto al Capo». È come una friggitoria che lavora tutto con lo stesso olio: l´olio di Berlusconi.
La storia e la cronaca d´Italia sono piene di millantatori e di truffatori. E però qui l´anomalia, non è Lavitola, non è l´imbroglione ma sono gli imbrogliati. Com´è possibile che il deputato questore della Camera, l´onorevole Colucci, seriamente gli dica: «Con le tue competenze, devi farti nominare commissario all´Aquila… diventerai il padrone dell´Abruzzo»? E qui Lavitola è esilarante, dice di «avere pudore» a chiedere per sé. Lui è disinteressato, lo fa per servire il paese, per la raffinatezza della scienza politica e per un po´ resiste ai complimenti: «Con le tue capacità all´Aquila arriverai ai sette cieli». Poi cede: «L´aiuto di Fabrizio (Cicchitto) può servire?». Capita spessissimo in queste intercettazioni che ad ogni nome (esclusi i presenti) arrivi un improperio o addirittura, come in questo caso, una bestemmia. Per esempio Zaia è «stronzo», Galan «uno stronzo che ti vuole inculare», Matteoli è «testa di cazzo»….
Ed è talmente abituato alle patacche che la sua improntitudine e la sua sfacciataggine sono così naturali da mettere in imbarazzo quelli della Maserati, li frastorna di imbonimenti, vuole restituire un´auto che non gli piace più: «A me servirebbe una quattro porte executive o insomma una cosa adeguata». È il protagonista di un mondo surreale, un sovramondo che fa di lui un titano della truffa, sempre perentorio e avvolgente, è un determinato che determina, dice di sognare «missioni impossibili», per lui i servizi segreti sono «penne che sparano», e «arruolami» dice a Poletti come un ardito, vago fanatico con il tono della tetra goliardia.
Solo con le segretarie torna cauto e circospetto, capisce che il terreno è delicato, che lì non esiste più il sovramondo. A prima vista con Marinella il suo ruolo in commedia diventa quello classico del ruffiano zuccheroso, dell´incantatore di sottoposti, uscieri e sacrestani: «Hai ragione, ma vedi se puoi farlo entrare senza farlo vedere», «ti prego», «per favore», «poi ti spiego». E però le segretarie custodiscono e amministrano i segreti del padrone e dunque apprezzano i valori e le gerarchie reali. E più sono sporche le verità del padrone e più loro sono costrette a subire Lavitola, a farsi complici dei suoi trucchi avvilenti: «Senza fare casini, senza disturbare Lui più di tanto, se tu ti facessi autorizzare a mandare solo la copia di quell´emendamento a Schifani con due righe, scrivendo “vedi se si può rendere ammissibile”…».
Insomma, qui non c´è solo l´applicazione concreta del vecchio proverbio «chi rispetta il cane, rispetta il padrone». E per capirlo bisogna sentire il tono con il quale lo trattano. È il fastidio di Perpetua che asseconda in Lavitola i vizi del proprio signore. Davvero la voce di Marinella, e anche quella di Nadia, la segretaria di Frattini, avrebbero affascinato Alessandro Manzoni: «Valter, per piacere», «lasciami vivere», «togli il fiato». Condividono infatti con Lavitola il ruolo di sottoposti e vigilano sugli stessi segreti, ma per le segretarie sono la dimensione intima del padrone, per Lavitola sono invece la sua dimensione “criminale”. Marinella gestisce con discrezione assoluta le magagne del suo curato, le considera angoli oscuri della sua anima. Lavitola invece le sfrutta e le alimenta come lucrosissime miserie.
E si capisce che quelle miserie sono la sua forza politica, anche quando parla con Berlusconi. E con Frattini, Bonaiuti e Bertolaso. Sono tutti insofferenti. Sbuffano ma lo favoriscono e lo accontentano perche sanno che ha in pugno Berlusconi, e sospettano che ormai tra il capo e Lavitola a comandare sia Lavitola. Persino Masi, infilandosi nella solita scorciatoia del turpiloquio, intossicato di coprolalia, tra mille “cazzo” e “merda” e “ti si incula di pezza” pronunziati ad ogni scossa, lo tratta con disprezzo «che cazzo stai a di´», «questa che dici è una sola», e però alla fine deve dargli retta, promette, lo insulta e subito lo rabbonisce chiamandolo con il vezzeggiativo «Valterino». Tutti sanno che Berlusconi ha fatto di Lavitola il suo Machiavelli, che gli permette di giochicchiare con lo Stato, che lo rappresenta e che lo domina, Lavitola è il suo cacciatore, è per Berlusconi che si spende nella caccia grossa sino a trasformare in preda il suo mandante, il suo signore. Mai Hegel avrebbe immaginato che la sua dialettica servo-padrone sarebbe stata un giorno degradata in una così truce cialtroneria di Stato.

La Repubblica 19.10.11

"Zanzotto, il poeta guerriero", di Antonio Tabucchi

Zanzotto sapeva captare le voci che vengono dalla luna. Ma prima di sintonizzarsi su di esse era percorso dai suoni che salgono dalla Terra che poi la luna a sua volta cattura sollevandoli fino “ai suoi regni longinqui” quando fa gonfiar la crosta terrestre e gli oceani.E li trasforma in parole per inviarli di nuovo sul nostro pianeta dove solo pochi eletti riescono a decifrarli. Zanzotto era un poeta così, e di questo me ne resi conto quando lo conobbi personalmente. Era il 1975. Grazie a Silvio Guarnieri ero andato a trovarlo a Pieve di Soligo. Stavamo fuori, sul suo Altopiano, e lui mi mostrava il paesaggio, parlava piano, con quella voce curiosa che solo lui aveva in certi momenti, come se le parole fossero piccole scariche di elettricità disgiunte le une dalle altre che si caricavano a vicenda, come in una specie di strano arco voltaico vocale. Non nego che la suggestione letteraria abbia avuto il sopravvento: mi mostrava il paesaggio e io pensavo che lo stesse squarciando per far guardare anche me Dietro il paesaggio; lo evocava, e io pensavo di stare dentro il suo Vocativo, di percorrere un´Egloga, di afferrare La Beltà grazie a un privilegiato Senhal cui finalmente potevo accedere. L´immagine che la mia memoria conserva di quel momento con Andrea è falsata dalla sovrapposizione della forte suggestione letteraria che in quel momento provai. Perché certo quello fu un momento assolutamente “normale”, con dei comportamenti “normali”, con una maniera di parlare “normale”, in cui una persona amabile indicava a un giovane che era andato a trovarlo il vasto orizzonte che si vedeva da casa sua, il cielo cristallino di una freddissima giornata di gennaio, una nuvoletta minuscola che turbava l´azzurro di smalto e che non gli piaceva, facendomi notare l´abbaiare lontanissimo di un cane, come se fosse il fastidioso cane del vicino e che invece veniva dal profondo delle campagne. Questa, la realtà della situazione, sicuramente. Ma il ricordo che serbo di lui è come credetti di vederlo per un attimo: una creatura speciale, una sorta di ricettore-trasmettitore-emissore che coglieva il “rumore” che veniva da sottoterra con il compito di trasmetterlo in voce, in parole umane, a chi volesse ascoltarlo. Poi qualcuno si affacciò sulla porta, la mia allucinazione si ruppe e tutto rientrò nella norma.
Il secondo incontro avvenne grazie a Fernando Pessoa. Era il 1977. Con Luciana Stegagno Picchio e Maria José de Lancastre avevamo fondato a Pisa una rivista di lusitanistica semestrale, Quaderni Portoghesi, e dedicammo il secondo numero a Fernando Pessoa, a quell´epoca in Italia poeta quasi ignoto. Stavo intanto preparando il primo volume di traduzioni pessoane che nel ´78 uscì per Adelphi. Traducevo i testi fondamentali degli eteronimi Campos e Caeiro, del tutto ignoti in Italia, e stavo scrivendo sul problema dell´eteronimia, a quel tempo in gran parte ancora interpretata in Italia sulla falsariga delle “Maschere Nude” di Pirandello. Ebbi l´idea di intervistare Zanzotto su Pessoa. Le risposte di Andrea sono straordinarie: con l´acume di un rabdomante che può avere solo un poeta sintonizzato sulla stessa lunghezza d´onda del poeta di cui sta parlando, Zanzotto entra straordinariamente nel problema dell´eteronimia dal côté linguistico, ragiona di “protoscritture”, di “oscuri linguaggi somatici”, del conflitto fra “l´io e la lingua madre”, della “gemmazione” delle parole, del rapporto fra realtà, realtà psichica e nominazione, di Kafka, di Beckett, dei punti di luce di un computer, delle proposte matematiche di R. Thom. Di quell´intervista mi sono un po´ indebitamente impossessato accogliendola in un libro mio su Pessoa, ma sono felice che Andrea l´abbia inclusa anche nei suoi saggi e José Corti l´abbia scelta per la selezione dei suoi Essais critiques pubblicati a Parigi nel 2006. È il segno di una passione condivisa, di un´intesa. Perché Pessoa fu il punto di partenza di un colloquio, a volte telefonico, a volte epistolare, che pur nella sua discontinuità in tutti questi anni ha costituito una grande complicità fra me e Andrea.
Zanzotto è un poeta di difficile catalogazione. Ricordo che nel ´62, con la cortesia che lo caratterizzava, sulla rivista Comunità prese le distanze dall´antologia I Novissimi che aveva messo insieme le sue poesie con i testi della neo-avanguardia italiana (Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Giuliani, Porta). Con molto garbo rivendicava il fatto che la poesia è un fatto individuale, e si tirava indietro. Ma quella spiegazione non mi ha mai convinto del tutto. Secondo me detestava sentirsi chiamare un “novissimo”. Era perfettamente consapevole di essere un poeta antichissimo posto dal caso nella nostra contemporaneità, uno di quei vati che come i presocratici raccolgono le voci del cosmo o quelle che circolano nel nostro profondo. Della rara famiglia dei poeti “lunari” (quella di Hölderlin, Rilke, Pessoa, Kafka, ma prima di tutto in Italia Leopardi), Zanzotto ha ri-ricevuto dal regno di Selene la voce per esprimere i suoni che sua sorella Gea gli trasmetteva attraverso le suole delle scarpe: le parole per dire qualcosa che non sapevamo e che conosciamo soltanto leggendolo. A quello spazio insieme tellurico e celeste di cui è stato uno stregato interprete, ha dedicato poesie ammirevoli. Ricordo solo quella che comincia con «Luna puella pallidula,/ luna flora eremitica,/ luna unica selenita,/ distonia vita traviata,/ atonia vita evitata,/ mataia, matta morula» e che termina con «la mia sostanza sgombri/ a me cresci a me vieni a te vengo». Ma oggi la poesia che voglio ricordare è Nautica celeste. «Vorrei renderti visita/ nei tuoi regni longinqui/ o tu che sempre/ figlia ritorni alla mia stanza/ dai cieli, luna».
Andrea è partito in visita.

La Repubblica 19.10.11

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“Stelle alpine e profumo di montagna”, di ANDREA ZANZOTTO
Senso dell´onore e coraggio, saldezza morale e capacità di resistere, tradizioni generose e sano amor di patria. Mi sembra si fondi soprattutto su questi valori il mito degli alpini, ed è sempre stato così forte da far loro vincere le infinite guerre della memoria sulle quali ancora si dividono gli italiani, a centocinquant´anni dall´unità.
Un patrimonio di umanità che ha ispirato straordinarie pagine di letteratura (dall´Hemingway di Addio alle armi ai reportage dal fronte di Kipling, dal diario di Russia di Rigoni Stern ai racconti di Bedeschi) e che li vede ancora adesso pronti ad accorrere nelle ricorrenti catastrofi naturali e nelle emergenze umanitarie (dal terremoto del Friuli a quelli dell´Irpinia e dell´Abruzzo), all´insegna del motto «onorare i morti aiutando i vivi».
Sono tratti del modo d´essere degli alpini, ai quali si somma l´amore per la natura e specialmente per la montagna, che deriva loro dalla conoscenza nativa del territorio e dal legame che mantengono con esso. È per questo che si sono meritati il rispetto e la gratitudine di tutti, coronata da un mazzetto di stelle alpine: simbolo meraviglioso e sempre presente nei loro raduni. Un elemento di grazia, semplice e pulito. Quando vedo i gruppi di alpini che sfilano fraternamente in parata, sento un profumo di montagna che mi confonde. Mi piacerebbe essere con loro.

(Tratto da , “Ascoltando
dal prato. Divagazioni e ricordi”, a cura
di Giovanna Ioli, Interlinea, pagg. 112, euro 10)

La Repubblica 19.10.11

"Salatissime cure anticancro ma sono utili?", di Cristina Pulcinelli

Uno studio della prestigiosa rivista Lancet Oncology rivela che nelle fasi finali della malattia i prezzi dei farmaci usati crescono vertiginosamente mala durata e la qualità della vita del paziente se ne avvantaggiano poco. Sipuleucel T , nome commerciale Provenge, è una nuova immunoterapia per il cancro della prostata in stadio avanzato messa in commercio
negli Stati Uniti nel 2010. Un trattamento di tre dosi costa 100.000 dollari (circa 74.000 euro) e allunga la vita al paziente di circa 4 mesi. È solo un esempio di quello che sta accadendo con le terapie anticancro nei Paesi ricchi del mondo: si mettono a punto cure sempre più complesse, e quindi costose, anche se hanno un beneficio limitato. Ed è uno dei motivi (anche se non l’unico, come vedremo) per cui le spese per il cancro sono aumentate a dismisura negli ultimi anni. Tanto che qualcuno comincia a chiedersi se possiamo permetterci di continuare così.
La rivista inglese Lancet Oncology ha messo in piedi una commissione formata da 37 persone, tra medici, economisti e rappresentanti dei pazienti, guidate da Richard Sullivan del King’s Health Partners Integrated Cancer Centre di Londra per fare luce su questo punto. Il rapporto, intitolato «Fornire cure contro il cancro a prezzi accessibili in Paesi ad alto reddito», è stato presentato al congresso European Multidisciplinary Cancer di Stoccolma e ha fatto discutere.
Si parte da un dato di fatto: il cancro ci costa caro, non solo in termini affettivi, ma anche economici. Nel 2008 il mondo ha pagato 895 miliardi di dollari per morti premature e invalidità legate a questa malattia, escludendo quindi i costi medici diretti. Solo i nuovi casi di cancro emersi nel 2009 nel mondo sono costati 286 miliardi di dollari, la metà dei quali sono serviti a coprire le spese mediche. Le cose non andranno meglio in futuro: la popolazione invecchia e il numero dei malati di cancro è destinato ad aumentare. Se oggi nel mondo si contano 12 milioni di nuovi pazienti all’anno, nel 2030 se ne conteranno 27 milioni: più del doppio. Contemporaneamente, le cure diventano sempre più complesse e quindi costose. In un mondo in cui le risorse sono finite (e molto meno disponibili di quanto pensassimo solo qualche anno fa) dobbiamo porci il problema di capire se queste risorse sono allocate in modo corretto o se altre priorità andrebbero valutate. Se questo vale per tutti, c’è però un
problema specifico per i Paesi ricchi del mondo. Negli ultimi 20 anni l’aumento della spesa per cura e prevenzione del cancro in questi Paesi è cresciuto a dismisura. Il rapporto cita come esempio gli Stati Uniti passati da una spesa per il cancro di 27 miliardi di dollari nel 1990 a una spesa di 90 miliardi nel 2008. E nel 2020 diventeranno 157 miliardi di dollari: una aumento del 600% in 30 anni. Perché? A far crescere i costi contribuiscono diverse spinte. Ad esempio l’innovazione, sia nel campo dei farmaci sia in quello della diagnostica: le procedure sono sempre più complesse e diffuse, ma sono più efficaci? Ad esempio, se una cura fa restringere il tumore,ma non migliora la sopravvivenza del paziente è efficace? Oppure, se ottiene una risposta positiva in un piccolissimo gruppo di pazienti, ma nessun effetto sulla maggioranza
dei pazienti, è efficace? Domande difficili, ma che oggi vanno affrontate. C’è poi l’eccesso di utilizzazione di un farmaco: trattare un paziente che non ne ha bisogno o che non risponde
è inutile, a volte addirittura dannoso visto l’effetto tossico di alcuni farmaci. Eppure si fa, spesso per mancanza di tempo, o perché il paziente lo chiede. Infine, c’è il problema del trattamento inutile a fine vita. Alcune chemioterapie nelle ultime settimane di vita non solo sono inutili,ma compromettono la qualità della vita del paziente. Se potessimo predire
con certezza quali cure sono inutili eviteremmo al paziente dolore e false speranze, dicono gli estensori del rapporto.
GLI ESEMPI
Ma questo modo di ragionare deve fare i conti con il mercato. La multinazionale Roche incassa ogni anno 19 miliardi di dollari vendendo solo rituximab (nome commerciale Rituxan),
bevacizumap (Avastin) e trastuzumap (Herceptin). Il primo è usato per la cura del linfoma, il secondo per cancro al colon ma anche al seno e al polmone, l’Herceptin per il cancro al seno. Il trattamento con questi farmaci può costare fino a 100.000 dollari l’anno. Non tutti possono permetterseli, tanto che la multinazionale svizzera ha deciso poco tempo fa di sospendere la fornitura di medicinali per la cura del cancro agli ospedali pubblici greci che non pagano le fatture da 4 anni. La stessa sorte, scrive il Wall Street Journal, potrebbe toccare a Spagna, Portogallo e anche all’ Italia. Come accadde anni fa con gli antiretrovirali per l’Aids, entrano in
campo le aziende farmaceutiche indiane e cinesi e dicono che sono sul punto di vendere copie a prezzi più bassi anche di questi farmaci anticancro. Ma l’amministrazione degli Stati
Uniti si batte perché non ottengano il riconoscimento di un accordo internazionale per cui potrebbero aggirare i diritti proprietari sui brevetti. Avere una cura migliore, tuttavia, non è sempre un problema di nuovi farmaci. Anche una strategia terapeutica diversa può avere effetti positivi. Uno studio riportato dal New England Journal of Medicine ha riscontrato ad esempio che in pazienti con un tumore al polmone non a piccole cellule in stadio avanzato, le cure palliative aggiunte precocemente al trattamento standard garantivano una migliore qualità della vita, un trattamento meno aggressivo a fine vita e anche due mesi di sopravvivenza in più.

L’Unità 18.10.11

Voci da Radio Padania: «In piazza ci scappa il morto? Chissenefrega», di A.C.

Un’ascoltatrice commenta gli scontri di Roma: «Bisogna reprimere, non ce ne frega se muore qualcuno». Il conduttore: «Lei ha ragione». Su Internet i video del congresso di Varese con le durissime contestazioni al Senatur. Nuova bufera su Radio Padania. Stavolta però non è il solito diluvio di proteste dei militanti contro le controverse scelte del partito, dall’alleanza con
Berlusconi ai salvataggi degli inquisiti. Domenica mattina nel filo diretto si parlava delle violenze in piazza a Roma. E, nonostante la prudenza e la ragionevolezza del ministro dell’Interno, gli umori dei leghisti erano decisamente forcaioli. Nel filo diretto si discuteva proprio della frase di Maroni «poteva scapparci il morto». E un’ascoltatrice di Torino non ha usato giri di parole: «Si ha paura che scappa il morto? Io questo non lo capisco, non ce ne frega niente se scappa il morto. Se si ha paura di rompere il dito mignolo a qualcuno, è ovvio che non si farà mai niente. Sta gente va stroncata, bisogna reprimere come faceva la Thatcher. Il nostro invece è uno stato debole, che lascia fare tutto». E il conduttore, Alfredo Lissoni, chiudendo la telefonata si schiera dalla sua parte: «Infatti, lei ha ragione signora».
Nessuna presa di distanza, nessun distinguo. Il brano è stato subito messo in rete da Daniele Sensi, un blogger molto attento alle vicende leghiste. E proprio sul web è partito un appello, firmato da diversi blogger, da Alessandro Capriccioli a Alessandro Gilioli e Francesca Fornario, per chiedere al ministro dell’Interno e alla direzione di Radio Padania di dissociarsi: «Chiediamo a Radio Padania, emittente ufficiale della Lega Nord, di dissociarsi pubblicamente dall’affermazione del suo conduttore e di scusarsi immediatamente per quanto da lui sostenuto. Chiediamo altresì al ministro degli Interni Roberto Maroni di dissociarsi pubblicamente da quanto sostenuto dalla radio del suo partito». Appello che finora è caduto
nel vuoto. Mentre dalle fila del Carroccio continuano ad arrivare richieste di rappresaglia contro i centri sociali. A Torino il gruppo della Lega Nord chiede che il consiglio comunale «si pronunci chiaramente a favore di uno sgombero dei centri sociali, covi di delinquenti, a partire da Askatasuna e Gabrio». Stessa musica anche a Reggio Emilia, dove il leghista Angelo Alessandri ha fatto fuoco e fiamme per ottenere la chiusura del centro Aq 16.
CLIMA INCANDESCENTE
Nel Carroccio intanto il clima resta incandescente. Ieri il sito della Provincia di Varese ha pubblicato i video del congresso provinciale del 9 ottobre, da cui emergono i dettagli della durissima contestazione contro il candidato unico imposto da Bossi. E la forte tensione che ha contrassegnato le assise, con una ampia parte della platea di delegati che ha contestato l’elezione “per acclamazione” del neo segretario Canton. Una contestazione che ha spiazzato il Senatur, il cui appello al voto per Canton è caduto nel vuoto. Mentre i delegati urlavano «Voto voto». Alcuni di loro, tra cui il capogruppo in Provincia Stefano Gualandris (poi finiti nella lista degli epurandi insieme al sindaco Fontana), tra gli applausi, hanno contestato l’assenza di democrazia, lo strapotere dei «capetti intorno a Bossi», i «nepotismi degli amici degli amici»: «Questa non è più la Lega». E anche le scelte del Capo supremo: «L’hanno informato male, gli hanno raccontato delle frottole». E pensare che Bossi se l’era cavata parlando di «due o tre fascisti infiltrati nel nostro congresso ». Un’affermazione smentita dalle immagini. Il Consiglio federale previsto per ieri, dove si preannunciava uno scontro tra maroniani e cerchio magico (oggetto: l’espulsione dei dissidenti di Varese), è stato rinviato. «Una settimana di tregua, poi scatta la resa dei conti», sussurra un leghista di peso.

L’Unità 18.10.11

Bersani: “La manifestazione del 5 novembre sarà una giornata di festa aperta a tutti per dare fiducia al Paese”

Il 5 novembre sarà un grande appuntamento pacifico, un regalo per Roma. Alla violenza non si può rispondere restringendo lo spazio democratic. Il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani rilancia l’appuntamento per il 5 novembre a Roma in Piazza San Giovanni: “Sarà un grande appuntamento pacifico, una grande festa popolare”.

Per il leader del PD “il modo per rispondere alla violenza non può essere una restrizione dello spazio democratico. Questo – ha aggiunto – sarebbe un grave errore e dimostreremo con la nostra presenza che noi ci rivolgiamo non solo alla nostra gente ma a tutte le associazioni, le persone, i movimenti.

Il 5 novembre parleremo della ricostruzione dell’Italia, delle prospettive della democrazia, della possibilità di riprendere un cammino di crescita – ha spiegato ancora Bersani- insomma daremo una parola di fiducia”.

E quanto alla partecipazione assicura che “sento montare una grande voglia per questo appuntamento pacifico, di popolo. Sarà anche il nostro regalo a Roma, per dare una mano a una città che ha visto l’evoluzione della democrazia”.

Da Montecitorio il Segretario del Partito democratico ha poi risposto ai giornalisti che gli hanno chiesto di commentare l’affermazione del premier, che oggi alla Camera ha detto “ci inventeremo qualcosa”, riferendosi alla possibilità di trovare dei fondi per finanziare il decreto Sviluppo. “Potrebbe fare una cosa semplice, potrebbe passare la mano sarebbe la cosa migliore per il Paese – ha affermato – non credo siano in condizione di fare ora quel che non sono stati in grado di fare per tre anni. Non sanno comprendere i problemi reali del Paese e delle imprese. E’ inutile continuare a proporre esami di riparazione che non sono in grado di superare”.

Per quanto riguarda le elezioni in Molise il Bersani ha commentato i risultati: “Abbiamo recuperato molto, certo, sarei stato più contento se avessimo vinto, ma comprendo in egual modo sia la disaffezione al voto che la dispersione”.

www.partitodemocratico.it

"Bankitalia: l'Italia fra i Paesi più arretrati per il lavoro delle donne. «Fondamentali per la crescita», di Chiara Beghelli

«In Italia vi è una pressante esigenza di riattivare la crescita». E in questo le donne e i giovani sono fondamentali. A dirlo è il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni, nel suo intervento di apertura al convegno che si tiene a Palazzo Koch in occasione della presentazione del “World Development Report 2012” della Banca mondiale. «Alle riforme elettorali va associato un maggior coinvolgimento nella vita economica dei soggetti che oggi sono al margine. Sono risorse che il Paese non può permettersi di tenere sottoutilizzate», prosegue Saccomanni. «Oggi, più degli altri Paesi, il nostro ha bisogno di tutti i contributi possibili – ha detto Saccomanni – per assicurare una maggiore crescita futura».

«Governance migliori e meno rischi per banche e imprese se al vertice c’è una donna»
«Le donne ai vertici sono portatrici di governance migliori e di comportamenti meno rischiosi. I vantaggi che le banche e le imprese ne trarrebbero sono evidenti. Come imprenditrici talvolta hanno problemi di accesso al credito, anche se le loro imprese non hanno una performance diversa dalle altre e mostrano una qualità del credito migliore», osserva Saccomanni, che al suo fianco ha il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna. Ma l’Italia è anche un Paese fortemente arretrato in termini di divari di genere, visto che nelle classifiche internazionali sul “Global Gender Gap” si ferma al 74esimo posto. Tutti i Paesi europei sono migliori di noi in questo, e fra i Paesi industrializzati, a collocarsi in posizione peggiore è solo il Giappone.
Le cose vanno leggermente meglio per quanto riguarda l’istruzione: l’Italia, infatti, si pone al 49esimo posto, ma con riferimento alla partecipazione economica scende al 97esimo posto su 134 paesi.

I dati sul lavoro: nel 2010 il 46,1% di donne lavorano, contro il 67,7% degli uomini
Negativi i dati sul lavoro in generale: nel 2010 in Italia era occupato il 46,1% delle donne tra i 15 e 64 anni, contro il 67,7% degli uomini. Il divario si accentua al Sud, dove lavorano solo tre donne su dieci. Se si considerano poi le posizioni di vertice, nel settore privato le donne sono il 40% nella fascia di età tra i 15 e i 44 anni e le dirigenti il 24%, solo il 15% nella classe di età tra i 45 e i 64 anni su una quota di lavoratrici del 36 per cento. Una situazione lievemente migliore nel settore pubblico: le giovani dirigenti sono quasi il 45% e il 36% nella fascia di età più matura. «Questo – sottolinea ancora Saccomanni – nonostante si sia sostanzialmente chiuso il divario sul fronte dell’istruzione», dove si mostra che le donne «hanno superato i compagni per voto medio di laurea e per tempi di conseguimento del titolo».

Il caso Bankitalia: in cinque anni rallentato l’accesso alle posizioni di vertice
La strada da fare, purtroppo, è ancora lunga. Lo stesso caso di Bankitalia lo testimonia: Saccomanni spiega come, a fronte di una crescita della componente femminile del personale dal 27% di fine 1999 al 35% di oggi, è corrisposto un aumento della presenza nelle posizioni dirigenziali più lenta per quelle di vertice. La percentuale di donne nel primo grado della dirigenza (quello di condirettore) è salita dal 20% nel 2006 a poco più del 25% nel 2011. Quella nelle posizioni superiori dal 16% al 18% dello stesso periodo. In Bankitalia «anche se molto è stato fatto – ha osservato Saccomanni – sul fronte della flessibilità dell’orario e della disponibilità di strumenti di conciliazione come gli asili nido, siamo consapevoli che c’è ancora da lavorare su vari fronti, soprattutto nell’organizzazione del lavoro».

Il Sole 24 Ore 18.10.11