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"Leggi speciali, asse Di Pietro-Maroni", di Mariantonietta Colimberti

Il mondo politico ipotizza una nuova stretta anti-violenti, il Pd dice no a leggi d’emergenza
I gravissimi fatti di Roma hanno fornito ad Antonio Di Pietro una nuova occasione di smarcamento e di visibilità, all’insegna di un’inedita convergenza con Roberto Maroni. Le parole magiche sono “legge Reale”, anzi “Reale bis”, tanto perché abbia un sapore antico (è del 1975) e perciò rassicurante, ma un po’ nuova e appaia perciò adeguata ai tempi. È stato lo stesso leader dell’Idv a lanciare il ramoscello (o la trave) al quale si è subito attaccato il ministro dell’interno, seguito da altri esponenti della maggioranza.
In realtà, come spiega ad Europa Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Partito democratico, la parte relativa al divieto di “travisamento” – cioè al manifestare con volto coperto o reso irriconoscibile – prevista nella legge Reale «è tuttora vigente», insieme alla facoltà di procedere all’«arresto in flagranza».
Quali nuovi provvedimenti, allora, Maroni annuncerà oggi in senato? «Stiamo attenti a non sposare la tesi dell’esigenza di nuovi strumenti legislativi prima di aver capito cosa è successo e, soprattutto, perché non è stata fatta la prevenzione, visto che in queste ore sono in corso arresti e perquisizioni in tutta Italia», osserva ancora Fiano.
Quel che il Pd, ma anche l’Udc di Pierferdinando Casini, vogliono evitare è che dietro la richiesta demagogica di leggi più dure si voglia gettare nel dimenticatoio la gravità dei pesanti tagli alla sicurezza perpetrati dal governo. «Contro le leggi Reali combatteremo come trent’anni fa», ha annunciato Marco Pannella.
Sulla mancata prevenzione si appuntano le critiche delle opposizioni, Di Pietro a parte. Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ha sottolineato che «il ministro degli interni invece di parlare deve lavorare per evitare che ottocento persone devastino una città; forse bisognava attivarsi con maggiore professionalità per evitare il blackout con i black bloc».
E c’è anche chi, come il finiano Carmelo Briguglio, rileva come la carenza più grave sia stata quella dell’intelligence e ne chiede conto al sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega specifica, Gianni Letta.
Sull’inasprimento delle norme si è levata nel Pdl una voce in dissenso con la linea annunciata da Maroni, quella di Fabrizio Cicchitto, secondo il quale «Di Pietro da una parte ha rapporti con le forze sociali più scatenate, dall’altro risolve nel senso repressivo. Un capolavoro di linea sul quale non lo seguiremo».
A dimostrazione della confusione che regna nella maggioranza, il dem Roberto Zaccaria ha ricordato che alla camera sta per andare in aula una proposta di legge Reguzzoni che addirittura attenua le sanzioni della legge del 1975.
Ma nel Pdl c’è stato anche chi, come il ministro della difesa, Ignazio La Russa, è arrivato a sostenere che i violenti maturano nel clima delle critiche dell’opposizione. «Non vogliamo sentire mai più cose del genere», ha detto ieri Rosy Bindi.
Diventerà, il tema della sicurezza, così trasversale da dividere gli schieramenti al loro interno? È possibile che dei punti di vista non univoci e sensibilità diverse emergano, ma al momento essi appaiono minoritari, nell’uno e nell’altro campo. Ieri, ad esempio, un parlamentare piemontese dem, Stefano Esposito, si è detto d’accordo con Di Pietro, ricordando «gli antagonisti in Val di Susa» che facevano «il tiro al poliziotto».
Una conseguenza diretta di quanto avvenuto sabato ha già colpito una manifestazione: la questura di Roma ha negato l’autorizzazione al corteo della Fiom, in piazza il 21 ottobre per reclamare alla Fiat il piano industriale di Fabbrica Italia. Agli organizzatori è stato proposto di mantenere la loro protesta con un sit-in in piazza della repubblica, mentre Gianni Alemanno ha firmato un’ordinanza che vieta i cortei nel centro di Roma per un mese.

da Europa Quotidiano 18.10.11

"L'anomalia della violenza", di Miguel Gotor

Perché solo in Italia è esplosa la guerriglia urbana? La domanda non va elusa, anzi la condanna della violenza dovrebbe accompagnarsi a uno sforzo analitico per evitare di trasformarla in un rito autoassolutorio.
La furia di sabato è il risultato di un insieme di fattori culturali, politici, ideologici, economici e istituzionali che si sono progressivamente incistati nel corpo italiano: alcuni sono specifici e di lungo periodo, altri congiunturali e comuni ad altri Paesi, ma è la loro miscela ad avere innescato la miccia della sovversione.
Sul piano culturale scontiamo una responsabilità antica, quella di non essere stati capaci di fare i conti con la violenza degli anni Settanta: la demonizzazione delle Brigate rosse è stata funzionale a relativizzare, sino a occultarle, le responsabilità dell´area di contiguità, l´acqua dove a lungo hanno nuotato quei pesci. Abbiamo esecrato la lotta armata, ma prima blandito e poi rimosso la violenza extraparlamentare, preferendo scegliere la strada dell´interessato cabotaggio politico. Gli effetti revisionistici sono sotto gli occhi di tutti: ieri nel Corriere della Sera ancora si raccontava la favola che «Nel 1977, gli studenti romani cacciarono Luciano Lama dalla Sapienza. Erano poche centinaia, ma interpretavano un disagio diffuso che Cgil e Pci non rappresentavano più». Nessuno, in realtà, ama ricordare che quell´assalto fu organizzato da Autonomia operaia ed era guidato, fra gli altri, dal brigatista Bruno Seghetti, spalleggiato da Emilia Libera e Antonio Savasta, che tutti sapevano essere tali e che partecipavano regolarmente alle assemblee del movimento del ´77 in rappresentanza delle Br, fino a pochi giorni prima del rapimento di Aldo Moro: assemblee pubbliche, non congregazioni di clandestini. Su questa ambiguità costitutiva è germogliata un´operazione “nostalgia”, alimentata da mitizzazioni, arzigogolii classificatòri e reducismi, che quanti oggi frequentano le aule universitarie vedono sopravvivere con il loro corollario di citazioni, simboli e parole d´ordine, che legano una generazione all´altra, come anelli arrugginiti di una sola lunga catena.
Si è poi in presenza di una crisi del sistema politico, la cui rappresentanza parlamentare non è mai stata così debole sul piano dell´autorevolezza e tanto spostata a destra. Nel 2008, tra gli sciagurati effetti della cosiddetta vocazione maggioritaria, nel forzoso tentativo di rendere l´Italia non solo bipolare, ma anche bipartitica, è scattato il meccanismo del voto utile che ha cancellato la sinistra radicale dal Parlamento. Essa, anche negli anni più bui del terrorismo, ha sempre rappresentato un punto di riferimento per l´antagonismo extraparlamentare, un´area di compensazione, di mediazione e di dialogo venuta meno all´improvviso, prosciugando lo spazio tra istituzioni e società, Palazzo e movimenti.
C´è anche una crisi ideologica strettamente connessa a quella politica. Siamo intossicati da anni di propaganda che, a destra come a sinistra, ha inculcato negli italiani l´idea che fare politica sia una cosa sporca per definizione e che tutti sono ladri. Si sarebbe dovuto distinguere la polemica giustificata contro i costi della politica, che appartiene per tradizione a un pensiero dell´austerità di derivazione progressista, da quella contro la casta che in tutte le sue varianti (elitista-liberale, qualunquista, fascista, gauchista) ha sempre aperto la strada alla reazione. Ma si è rinunciato a farlo: per pigrizia, per furbizia, per interesse, per demagogia, o per continuare a puntellare il governo di Berlusconi spostando il fuoco dell´attenzione dalle responsabilità dell´esecutivo verso una generica e generale dequalificazione della politica e del Parlamento nel loro insieme, che, nel condannare tutti indistintamente, finisce per assolverli. Ora, però, si inizia a pagarne le conseguenze. In questo vuoto pre e post politico si inseriscono con maggiore facilità proposte demagogiche speculari come l´annuncio di nuove misure restrittive da parte del ministro degli Interni Maroni o la richiesta di leggi speciali come quella avanzata da Di Pietro. Sarebbe più utile e serio impegnarsi ad applicare le norme già esistenti e soprattutto non continuare a umiliare le forze di polizia, costringendole a fare la colletta per pagarsi la benzina come denunciato in queste ore dai sindacati di categoria.
Esiste poi un problema economico legato alla cosiddetta «generazione 1000 euro», precaria e senza futuro. Manca il lavoro e quello che c´è è sporco, ma una persona senza lavoro è priva della sua dignità, della possibilità di avere una speranza. È out, escluso dall´universo dei consumi e dei sogni e, in tempi di crisi economica, ciò provoca uno scatto nevrotico, da cui possono scaturire il gesto violento, privo di ragione, poiché è il prodotto di una sragionevolezza quotidianamente vissuta che non si sa più gestire sul piano psicologico. Disperata. Tali meccanismi non sono tipicamente italiani: sono gli stessi che hanno indotto in Francia e in Inghilterra i figli degli immigrati di prima generazione a distruggere le periferie di Parigi e di Londra, o i giovani di Atene a tentare di assaltare il Parlamento. L´originalità nostrana è che il problema riguarda ancora giovani italiani, che non chiedono democrazia perché sanno che la democrazia li ha traditi non riuscendo a mantenere le sue promesse. Sono una grande questione sociale che dovrà trovare delle risposte politiche riformiste all´altezza perché altrimenti la fuga sarà a destra, secondo il solito circuito repressione/consenso alimentato dal populismo. L´altra specificità italiana è che il processo di americanizzazione (il tuo valore si misura in base al guadagno, la competizione è un dovere morale) è avvenuta in assenza di una società aperta, fondata sulla responsabilità individuale come negli Usa. Da noi si è venduto un sogno consumistico senza che nessuno potesse viverlo in base alle proprie capacità, ma solo se garantito da una famiglia alle spalle (che offre casa, lavoro, assistenza) o da una corporazione. Tutto ciò si trasforma nell´abuso sempre più intollerabile di un mondo chiuso, in cui la libertà diventa privilegio e l´escluso è indotto a scegliere tra le strade della depressione, dello sballo, del nichilismo, della corruzione o della violenza: verso se stesso, o verso gli altri.
C´è infine il fattore Berlusconi, il problema istituzionale di un governo senza autorevolezza. Negli ultimi mesi questa è la seconda volta che Roma viene messa a ferro e fuoco. Sarà un caso, ma ciò è avvenuto sempre quando si votava la fiducia al suo pencolante esecutivo. L´impressione è che ci sia la convenienza nel provocare, in ore di attesa e di instabilità politica, il ribellismo sociale così da diffondere l´idea che un cambio di fase farebbe precipitare il Paese nel caos. Non c´è bisogno di infiltrare o di eterodirigere, è sufficiente lasciar fare, allargare i cordoni della prevenzione e del contenimento, gestire “politicamente” l´ordine pubblico, un´attitudine al “sovversivismo dall´alto” in cui le classi dirigenti italiane hanno una lunga ed efficace tradizione. La violenza di sabato era ampiamente attesa, monitorata e monitorabile, ma serve per spegnere la vitalità di un movimento in gran parte pacifico, per annichilire l´etica del bene comune che lo alimenta, per bruciare l´idea di un cambiamento possibile che contribuisca a un risveglio italiano.

La Repubblica 18.10.11

Un patto per la ricostruzione dell'Italia

Conferenza nazionale per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa. Monza 26 Novembre 2011. Siamo in una fase di straordinari cambiamenti. Il termine “crisi” è sempre meno utile a fotografare il passaggio in corso. Siamo, in realtà, in una “grande transizione” articolata lungo quattro fondamentali assi: geo-economico e geo-politico; demografico; economico e sociale; ambientale.

Navighiamo in mare aperto, ma la rotta è incerta ed il timone della politica inadeguato.
Per ricostruire l’Italia, come in tutti i momenti alti della nostra storia repubblicana, le forze migliori del Paese devono cooperare. La ricostruzione richiede un patto tra soggetti della politica e le rappresentanze delle imprese e del lavoro, secondo i principi di sussidiarietà costituzionale. Il “compromesso al ribasso” degli ultimi decenni tra imprese e politica non è più sostenibile: il “fai da te amorale” previsto per le imprese non può più compensare l’inerzia della politica. Non c’è dubbio: le responsabilità sono, innanzitutto e soprattutto, della politica. La lunga stagione del populismo senza riforme va chiusa. La metrica della politica deve diventare europea: partiti democratici e trasparenti, regolati dalla legge, grandi istituzioni dedicate all’interesse comune. Legge elettorale in grado di garantire ai cittadini il diritto di scelta dei rappresentanti parlamentari. Così, superate le degenerazioni personalistiche ed autoreferenziali, la politica può trovare la forza culturale, morale ed organizzativa per mettersi al servizio della ricostruzione dell’Italia. Nel patto per la ricostruzione dell’Italia, il PD si impegna su un ventaglio di politiche e di riforme.

Oltre alle misure specifiche per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa descritte di seguito, interventi orizzontali: ristrutturazione profonda delle pubbliche amministrazioni, in particolare della giustizia civile; riorganizzazione del welfare; riscrittura dell’assetto fiscale, federalismo incluso, per premiare i produttori; investimenti pubblici e privati nelle infrastrutture, politiche industriali e sostegno all’innovazione, alla ricerca, alla scuola e all’università, alla formazione permanente; politiche per le energie rinnovabili e l’abbattimento dei costi dell’energia; liberalizzazione dei mercati dei servizi alle persone e alle imprese; riforme della rappresentanza politica, economica e sociale e delle istituzioni democratiche e, non ultimo in termini di rilevanza, innalzamento del capitale sociale, della legalità e del civismo.

Compiti impegnativi investono anche le associazioni di rappresentanza e le imprese: per patrimonializzare le aziende ed investire nell’innovazione e nella qualità del lavoro; per mettere in rete funzioni a monte e a valle dei processi produttivi e così superare gli handicap della dimensione e valorizzarne fino in fondo i vantaggi di flessibilità e rapidità di adattamento alle variazioni dei mercati; per contribuire a rafforzare il capitale sociale e sanzionare i comportamenti devianti, in particolare le attività “in nero” e l’offensiva della criminalità organizzata verso tante imprese in difficoltà finanziarie. Un punto è fuori discussione: la ricostruzione dell’Italia è impossibile senza liberare le potenzialità del lavoro autonomo e delle micro e piccole imprese. È il dato culturale e politico, oltre che economico, dal quale vogliamo partire.

Allora, dedichiamo la nostra Conferenza al lavoro autonomo ed alla micro e piccola impresa perché quasi nulla accomuna una impresa con due dipendenti e un’impresa con 200 dipendenti. La loro organizzazione, i loro mercati , i loro problemi sono così diversi da rendere inapplicabili alle prime le soluzioni pensate per le seconde e viceversa.

L’obiettivo della Conferenza è definire un ventaglio di proposte per sostenere l’avventura imprenditoriale dei “piccoli”.

Leggi il documento completo con le proposte elabotate dal Pd

www.partitodemocratico.it

"Il potere in maschera", di Barbara Spinelli

Che l´Italia fosse un campione anomalo nel novero delle democrazie lo si sapeva già. Ce ne accorgiamo ogni volta che qualche straniero, di sinistra o destra, ci guarda sbigottito – o meglio ci squadra – e dice: «Non è Berlusconi, il rebus. Il rebus siete voi che non sapete metterlo da parte». Tutto questo è noto, e spesso capita di pensare che il fondo sia davvero stato raggiunto, che più giù non si possa scendere.
Invece si può, tutti sappiamo che il fondo, per definizione, può esser senza fondo. C´è sempre ancora un precipizio in agguato, e incessanti sono i bassifondi se con le tue forze non ne esci, magari tirandoti su per i capelli. L´ultimo precipizio lo abbiamo vissuto tra sabato e lunedì.

Una manifestazione organizzata in più di 900 città del mondo, indignata contro i governi che non sanno dominare la crisi economica senza distruggere le società, degenera a Roma, solo a Roma, per colpa di qualche centinaio di black bloc che in tutta calma hanno potuto preparare un attacco bellico congegnato alla perfezione, condurlo impunemente per ore, ottenere infine quel che volevano: rovinare una protesta importante, e fare in modo che l´attenzione di tutti – telegiornali, stampa, politici – si concentrasse sulla città messa a ferro e fuoco, sul cosiddetto inferno, anziché su quel che il movimento voleva dire a proposito della crisi e delle abnormi diseguaglianze che produce fra classi e generazioni. Il primo precipizio è questo: torna la questione sociale, e subito è declassata a questione militare, di ordine pubblico.
Il secondo precipizio è la pubblicazione, ieri su Repubblica, di un colloquio telefonico avvenuto nell´ottobre 2009 fra Berlusconi e tale signor Valter Lavitola, detto anche faccendiere o giornalista: un opaco personaggio che il capo del governo tratta come confidente, che la segretaria del premier tranquillizza con deferenza. Nessuno può dirgli di no, perché sempre dice: «Mi manda il Capo». Lo si tocca con mano, il potere – malavitosamente sommerso – che ha sul premier e dunque sulla Politica. È a lui che Berlusconi dice la frase, inaudita: «Siamo in una situazione per cui o io lascio oppure facciamo la rivoluzione, ma vera… Portiamo in piazza milioni di persone, cacciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica e cose di questo genere». E riferendosi alla sentenza della Consulta che gli ha appena negato l´impunità: «Hai visto la Corte costituzionale? ha detto che io conto esattamente come i ministri».
Lavitola non è un eletto, né (suppongo) una gran mente. Ma un´autorità la possiede, se è a lui che il premier confida il proposito di ricorrere al golpe che disarticola lo Stato. È una vecchia tentazione che da sempre apparenta il suo dire a quello dei brigatisti, e per questo la parola prediletta è rivoluzione: contro i magistrati che indagano su possibili suoi reati (già prima che entrasse in politica) o contro i giornali da accerchiare, con forze di polizia o magari usando le ronde inventate dai leghisti. Sono due precipizi – il sequestro di una manifestazione ad opera dei black bloc, l´appello berlusconiano al golpe rivoluzionario – che hanno in comune non poche cose: il linguaggio bellico, le questioni sociali prima ignorate poi dirottate. E non l´esercizio ma la presa del potere; non la piazza democratica ascoltata come a Madrid o New York ma distrutta. Anche l´attacco dei Nerovestiti era inteso ad assediare i giornali su cui scriviamo. A storcere i titoli di prima pagina del giorno dopo, a imporci bavagli.
La guerra fa precisamente questo, specie se rivoluzionaria. Nazionalizza le esistenze, le frantuma separandole in due tronconi: da una parte gli individui spaventati che si rifugiano nel chiuso casalingo; dall´altra la società declassata, chiamata a compattarsi contro il nemico. Scompare la vita civile, e con essa lo spazio di discussione democratica, l´agorà. Tra il Capo militare e la folla: il nulla. È la morte della politica.
Dovremmo aprire gli occhi su queste cateratte; su questo alveo fiumano che digrada da anni ininterrottamente. Dovremmo non stancarci mai di vedere nel conflitto d´interessi il male che ci guasta interiormente, e non accettarlo mai più: quale che sia il manager che con la scusa della politica annientata si farà forte della propria estraneità alla politica. Dovremmo dirla meglio, la melmosa contiguità fra i due atti di guerra: le telefonate in cui Berlusconi si affida a un buio trafficante aggirando tutti i poteri visibili, e i black bloc che sequestrano i manifestanti ferendone le esasperate speranze. Tra le somiglianze ce n´è una, che più di tutte colpisce: ambedue i poteri sono occulti. Ambedue sono incappucciati.
È dagli inizi degli anni ‘80 che andiamo avanti così, con uno Stato parallelo, subacqueo, che decide sull´Italia. Peggio: è dalla fine degli anni ‘70, quando i 967 affiliati-incappucciati della loggia massonica P2 idearono il “Piano di Rinascita”. Il Paese che oggi abitiamo è frutto di quel Piano, è la rivoluzione berlusconiana pronta a far fuori palazzi di giustizia e giornali. Sono anni che il capo di Fininvest promette la democrazia sostanziale anziché legale (parlavano così le destre pre-fasciste nell´Europa del primo dopoguerra) e sostiene che la sovranità del popolo prevale su tutto. Non è vero: la res publica non è stata in mano al popolo elettore, neanche quando il leader era forte. Sin da principio era in mano a poteri mascherati, a personaggi che il Capo andava a scovare all´incrocio con mafie che di nascosto ricattano, minacciano, non si conoscono l´un l´altra, come nei Piani della P2.
Non a caso è sotto il suo regno che nasce una legge elettorale che esautora l´elettore, polverizzando la sovranità del popolo. Non spetta a quest´ultimo scegliere i propri rappresentanti – lo ha ricordato anche il capo dello Stato, il 30 settembre – ma ai cacicchi dei partiti e a clan invisibili. Se ne è avuta la prova nei giorni scorsi, quando Berlusconi ha chiamato i suoi parlamentari a dargli la fiducia: «Senza di me – ha detto – nessuno di voi ha un futuro». Singolare dichiarazione: non era il popolo sovrano a determinare il futuro, nella sua vulgata? Basta una frase così, non tanto egolatrica quanto clanicamente allusiva, per screditare un politico a vita.
La sensazione di piombare sempre più in basso aumenta anche a causa dell´opposizione: del suo attonito silenzio – anche – di fronte alla manifestazione democratica deturpata. D´improvviso non c´è stato più nessuno a difendere gli indignati italiani, e gli incappucciati hanno vinto. Non è rimasto che Mario Draghi, a mostrare passione politica e a dire le parole che aiutano: «I giovani hanno ragione a essere indignati (…) Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto: noi all´età loro non l´abbiamo fatto». E proprio perché ha capito, ha commentato amaramente («È un gran peccato») la manifestazione truffata. Nessun politico italiano ha parlato con tanta chiarezza.
La minaccia alla nostra democrazia viene dagli incappucciati: d´ogni tipo. Vale la pena riascoltare quel che disse Norberto Bobbio, poco dopo la conclusione dell´inchiesta presieduta da Tina Anselmi sulle attività della P2. Il testo s´intitolava significativamente “Il potere in maschera”: lo stesso potere che oggi pare circondarci d´ogni parte. Ecco quel che diceva, che tuttora ci dice: «Molte sono le promesse non mantenute dalla democrazia reale rispetto alla democrazia ideale. E la graduale sostituzione della rappresentanza degli interessi alla rappresentanza politica è una di queste. Ma rientra insieme con altre nel capitolo generale delle cosiddette trasformazioni della Democrazia. Il potere occulto no. Non trasforma la Democrazia, la perverte. Non la colpisce più o meno gravemente in uno dei suoi organi vitali, la uccide. Lo Stato invisibile è l´antitesi radicale della Democrazia».

La repubblica 18.10.11

"La corsa del favorito", di Bernardo Valli

François Hollande è il contrario di Nicolas Sarkozy. È diverso non solo sul terreno delle idee. Lo è anche nello stile. Vuole essere, lo dice lui stesso, un presidente «normale»,non banale, ma dignitoso, dopo il presidente agitato, esuberante, invadente. È convinto che i francesi, delusi da Sarkozy, sapranno apprezzare questa sua differenza. Si propone di fatto, senza bisogno di dirlo, anche come un antidoto capace di annullare gli effetti negativi per la sinistra dello scandalo sessuale di New York, che ha bruciato Dominique Strauss-Kahn, iniziale candidato socialista alla presidenza. Benché si sia trattato di una macchia individuale, essa non ha certo giovato al partito di cui Dsk era il più autorevole esponente.
Alle primarie di ieri più del 56 per cento dei quasi tre milioni di futuri elettori di sinistra ha preferito François Hollande a Martine Aubry giudicandolo più idoneo a sconfiggere Nicolas Sarkozy in primavera, quando si concluderà il quinquennio presidenziale. Martine Aubry, figlia del grande europeista Jacques Delors e adesso sindaco di Lille, dopo essere stata più volte ministro nei governi a guida socialista, è forse apparsa all´avanguardia dell´elettorato di sinistra troppo militante, troppo sanguigna, e per molti aspetti aggressiva, anche se la sua posizione politica è molto simile a quella di Hollande. Insomma, per il suo carrattere è stata ritenuta inadatta a conquistare i delusi di Sarkozy. Da quegli elettori, essenzialmente di centro, dipenderà l´esito della gara presidenziale di aprile-maggio. Ed è al centro che si vincono le elezioni, è là che la sinistra (alla quale viene attribuito il 44 per cento dei voti) deve attingere per conquistare l´Eliseo.
L´atteggiamento pugnace, battagliero, della Aubry piace alla sinistra socialista. Fa dimenticare la sua moderazione riformista. Ma può allontanare i moderati che ricordano alcune controverse riforme, ad esempio la settimana di trentacinque ore, attuate da lei quando era ministro degli Affari sociali. François Hollande non è mai stato al governo. È un handicap ma anche una fortuna. La sua fedeltà al Partito socialista, del quale è stato segretario generale per più di dieci anni, è fuori discussione, anche se non è mai stato un tenore. Un notabile di prima fila sino ai tempi recentissimi. Cosi come la sua ambizione presidenziale risale a molto lontano, anche se si è rivelata molto tardi. Egli si è immaginato capo dello Stato guardando nel mezzo degli anni Sessanta François Mitterrand alla televisione. Era un´aspirazione precoce perché Mitterrand non era ancora presidente e lui, Hollande, aveva dieci anni.
Hollande è spiritoso, ha humor, ama divertire la gente nei comizi. Spesso arricchisce i discorsi con aneddoti dettati dalla fantasia. Anche per questo i notabili del partito non l´hanno mai preso troppo sul serio. Adesso dovranno ravvedersi e accompagnarlo nella lunga campagna presidenziale. Il suo vantaggio sulla Aubry è stato troppo consistente, non lascia spazio alle ostilità, alle reticenze interne al partito che avvelenarono cinque anni fa Ségolène Royal, non accettata da tutti come candidata, e anche per questo condannata alla sconfitta.
Stando ai sondaggi, François Hollande ha buone probabilità di scalzare dall´Eliseo, tra sei mesi, il presidente in esercizio. Un forte vento anti-Sarkozy soffia sulla Francia. Ma il vantaggio virtuale potrebbe dissolversi facilmente. Sarkozy occupa la ribalta e può recuperare. In quel campo è un esperto. Ci sa fare. Nell´immediato futuro avrà ruoli internazionali importanti e partecipa in prima fila alla gestione delle vicende finanziarie ed economiche non soltanto europee. Molto dipenderà dall´andamento di quelle crisi che frustrano i francesi. I tempi sono tuttavia stretti e i miracoli improbabili. François Hollande parte dunque favorito. Resta qualche dubbio sulla sua capacità di sostenere un ruolo, per lui nuovo.
La parola rigore non gli fa paura. Lottare contro il debito pubblico e tenere sotto controllo i deficit non significa cedere agli interessi finanziari. Scaricare il pagamento degli interessi sulle generazioni future sarebbe un delitto ed equivarrebbe anche a un´abdicazione della sovranità nazionale. Considera quindi che mettere ordine nelle finanze pubbliche sia un suo dovere primario. È una responsabilità repubblicana che lui, Hollande, si assumerà, senza temere i rischi sociali. I movimenti sociali non avranno alcun motivo di rivoltarsi. Si tratterà di recuperare i regali fiscali fatti dalla destra ai più fortunati; e fare nello stesso tempo delle economie in certi settori che non riguardano la popolazione economicamente più debole. Per Hollande bisogna anzitutto sollecitare la crescita, crearla, privilegiare le innovazioni, la ricerca, e non continuare a favorire la rendita. E costruire un´Europa politica capace di far fronte ai mercati.
Durante la campagna per le primarie François Hollande ha tratteggiato il clima della nuova campagna elettorale che da oggi si apre in Francia, quella vera, quella presidenziale. Sbaglia chi pensa che la sua tradizionale moderazione e la sua costante ricerca del compromesso condurranno a un dialogo quasi consensuale con Sarkozy. La violenza politica sarà inevitabile. È imposta dalla situazione creatasi nel paese negli ultimi cinque anni. La campagna «non sfuggirà alla brutalità». Hollande si propone evidentemente di conquistare elettori: quelli di sinistra anzitutto, poi, allargando il campo, i repubblicani (che significa i progressisti). Ma nessun compromesso con altri partiti, né con personalità isolate di diverso pensiero politico. In sostanza cercherà di radunare tutti coloro che vogliono che il paese esista e ritrovi prosperità nella mondializzazione.
Ma cosa vuol dire essere un presidente «normale»? Hollande ha risposto che significa mettere fine alla corruzione morale, ridare visibilità al Parlamento, restituire la parola ai partner sociali e il rispetto alla magistratura. Un presidente normale deve avere la dignità necessaria e una prossimità indispensabile con i cittadini. Ed anche la modestia di pensare che non si può decidere tutto e avere ragione su tutto. Questo in sintesi il vasto programma del candidato alla presidenza della Quinta Repubblica.

La Repubblica 17.10.11

"Diventare poveri è ora la prima paura degli italiani", di Carlo Buttaroni

Cittadini in ansia per il timore di perdere il lavoro. Famiglie che intaccano i propri risparmi. Anche se il governo ha negato a lungo la crisi, stanno cambiando gli stili di vita. E torna la voglia di usare lo strumento della politica. Preoccupati per il futuro, in ansia per il lavoro. Un italiano su tre, nell’ultimo anno ha intaccato i propri risparmi e uno su quattro ha dovuto far ricorso a un prestito per andare avanti. Gli italiani scoprono la crisi, modificando abitudini d’acquisto, stili di vita, prospettive. Si direbbe che, dopo averlo a lungo evocato,come per allontanarlo, l’anno zero è veramente arrivato. E con sé ha portato il sentore di una catastrofe imminente, l’ansia di non riuscire a farcela, l’affanno di un futuro dai confini indistinti che trascina dentro un’atmosfera vischiosa. Eppure, a lungo, il Presidente del Consiglio ha negato la crisi, poi l’ha ridimensionata, infine l’ha sottovalutata nella sua drammaticità.
E mentre l’Europa mandavasegnali preoccupati e preoccupanti la regola dell’esecutivo era ridimensionare, sminuire, negare. Di fronte alla drammaticità dei fatti Berlusconi si è più volte giustificato dicendo che tutto è precipitato negli ultimi mesi. In realtà tutto è precipitato con il crac dei mutui subprime, con la crisi finanziaria che ha messo alle corde l’economia del pianeta, con l’implosione della produzione e l’avvitarsi della spirale recessiva, con il calo dei consumi, con il crac del debito irlandese e greco, con l’aumento della disoccupazione, con la chiusura delle fabbriche e con altri drammatici segnali, invisibili solo a chi non voleva ve-
dere. Non avevamo e non abbiamo i mezzi economici per far fronte alla crisi di sistema che attraversa i Paesi industrializzati. Siamo più deboli perché i nostri conti non sono in ordine. Abbiamo un debito pubblico che sfiora i 2 mila miliardi di euro e a ogni bambino che nasce consegniamo una cambiale di 31 mila euro di debiti contratti dalle generazioni precedenti. La nostra economia è fragile e provata, i consumi al minimo. Abbiamo una fascia di povertà sem- pre più ampia che trascina un italiano su dieci nel baratro dell’indigenza. Eppure, a lungo, tutto è stato sottaciuto, con un misto di arroganza e imperizia che sconcerta. Ancora tre mesi fa, nonostante gli appelli di Napolitano, dell’Europa e dei mercati, il Governo ha giocato al
minimo, con una finanziaria a babbo morto, quasi tutta a carico degli enti locali e del Governo che verrà. Alla pressione dei mercati ha poi risposto con una finanziaria a tappe, i cui saldi economici sono tra le pieghe di emendamenti, disposizioni, calendari prossimi venturi,buone intenzioni che dovrebbero rovesciare cattive pratiche. E adesso, di nuovo, s’ipotizzano altre correzioni di rotta con condoni che entrano ed escono, provvedimenti improbabili e ancora
altre buone intenzioni. Troppo poco e troppo tardi per placare la fame di quel mostro divora-vite che è diventata la finanza senza regole del mondo globalizzato. Serviva altro, ma occorreva coraggio,come chiedeva il Presidente del- la Repubblica. Serviva una manovra
che mettesse a riparo le fasce sociali più deboli andando a incidere sui redditi elevati e sui furbi che abitano il nostro Paese. Bisognava trovare le risorse negli enormi accumuli di capitale immobilizzato per rimetterlo nel sistema Italia, avviando un processo virtuoso. Però bisognava fare pace con due parole, tasse e progressività. Cioè: chi ha di più paga di più, anche per chi ha poco o nulla.
Nel frattempo la crisi economica e l’incertezza della politica sono diventate nutrimento di nuovi fantasmi e nuove paure: quella di perdere o di non trovare lavoro, di essere trascinati nell’oblio di una povertà da cui poi è impossibile uscirne, l’incubo di vivere l’alba di un futuro dove pochissimi parlano di opportunità e molti di minacce.
Ma proprio dall’affanno di vivere un peso così poco sostenibile, affiora il sentimento per un cambio di prospettiva, verso un ordine di valori e di riferimenti che scandisce il tempo di qualcosa che non è ancora un progetto ma sembra assomigliargli molto. Cresce la domanda di un nuovo patto che faccia tornare l’economia a favore dell’uomo, visto come fine e non più solo come uno strumento.
Vi è una parte importante della società che esprime un’ansia di rinnovamento e riscopre il valore del bene comune, dell’etica pubblica, della convivenza solidale, della condivisione del futuro. Una comunità che, però, ha bisogno di strumenti reali per creare le idee, per cercare nuovi luoghi dove ritrovarsi, inventare, produrre.
Anche se inespresso, o sottaciuto, o sussurrato, si sente il bisogno di una politica che sappia progettare e ricoprirsi agenzia di senso e di orientamento. E ciò è necessario proprio oggi, nel momento in cui il regno della finanza volge al termine.
Ma il sistema politico appare sempre più avvitato su se stesso, incapace di autoriformarsi per rispondere alle nuove sfide. E così facendo si allontana sempre più dalla società, proprio mentre quest’ultima si avvicina sempre più alla politica.

L’Unità 17.10.11

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“FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ: IL BLUFF DEL GOVERNO SULLO SVILUPPO”. di Antonio Lirosi

I consumi ad un livello inferiore a quello dell’anno 2000 in 17 regioni e le famiglie medie che hanno visto ridursi di 10 mila euro il loro reddito spendibile dal 2008 ad oggi. Sono le pesanti conclusioni delle recenti indagini dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Quando in un Paese come l’Italia si arriva a registrare uncalo rilevante delle vendite dei beni di consumo, finanche quelli alimentari e, per la prima volta dopo decenni, anche di quelle operate in strutture della grande distribuzione, vuol dire che la crisi dei consumi è talmente profonda, diffusa e con caratteristiche strutturali, da mettere a rischio di chiusura migliaia di esercizi commerciali, compresi gli ipermercati. E nulla fa sperare per il futuro a breve, se si considera che le ultime rilevazioni dell’Istat ci consegnano un peggioramento, sia della fiducia dei consumatori che dell’inflazione, che ormai sta superando i livelli record del 2008.
La decisione di incrementare al 21%l’aliquota Iva ha rappresentato una sorta di ciliegina sulla torta amara confezionata dal governo per deprimere i consumi. Finora da questo governo non è arrivato nessun intervento efficace per dare linfa vitale al debole mercato interno, senza il cui rilancio non ci potrà essere una soddisfacente ripresa del Pil.
E quanto sarebbero stati oggi utili per redistribuire il carico fiscale a favore dei redditi medio-bassi, di lavoro e delle piccole imprese, i troppi miliardi di euro sprecati con i primi provvedimenti governativi decisi per accollarsi i debiti di Alitalia, per l’azzeramento dell’Ici sulle prime case e infine per la detassazione degli straordinari, il cui annuncio da parte della Marcegaglia, in diretta con l’approvazione a Palazzo Chigi, venne accolto il 22 maggio 2008 con un forte applauso nel corso dell’assemblea d Confindustria?
Dal 2008 fino alle due pesantissime manovre sui conti pubblici dell’estate appena trascorsa, entrambi di segno drammaticamente depressivo per la domanda interna, passando per le leggi di stabilità finanziarie, il Parlamento è stato inutilmente tenuto impegnato dal governo nell’esame di numerosi decreti-legge (omnibus; mille proroghe; sviluppo), sempre approvati a colpi di fiducia, ma poi rivelatesi del tutto influenti sull’economia reale.
Il rischio di un nuovo bluff è purtroppo dietro l’angolo. Berlusconi, Tremonti, Sacconi, Brunetta, Calderolitengono occupata la scena sui media alimentando le attese per un taumaturgico e ritardato provvedimento, per nascondere contrasti e mancanza di idee e risorse. Allora viene da chiedersi come mai commentatori e alcune forze sociali e imprenditoriali continuano a crederci, visti i precedenti fin troppo presto dimenticati.

L’Unità 17.10.11

Polizia al verde, a Modena parte la colletta "Chiediamo ai cittadini 1 euro per la benzina", di Stefano Totaro

Una ventina di giorni. Quelle che hanno il pieno forse dureranno qualcosina di più. Poi si chiude. O meglio, tutte le vetture saranno messe in garage, inesorabilmente a secco. E la polizia farà un corso accelerato di Totò e Fabrizi, per rivisitare le inossidabili tecniche di corsa e inseguimento dei ladri. Non è uno scherzo e nemmeno una provocazione. Tant’è che ai modenesi tutte le forze di polizia, assieme ad altre “divise” schiaffeggiate dai tagli e dalle carenze, chiederanno un euro.

Un euro per comprare benzina, un bollettino postale già complilato con i riferimenti bancari del conto di solidarietà: verrà distribuito martedì sotto ai portici del collegio, in piena via Emilia. E ci sarà anche una coreografia particolare per attirare l’attenzione dei passanti sul problema che riguarda direttamente la loro sicurezza: bidoni di nafta e benzina (vuoti ovviamente), con tanto di lampeggianti e sirene . Un bollettino postale da un euro, un offerta per permettere ai dipendenti del ministero dell’interno in forza a Modena di solcare ancora le strade.

Bruno Fontana, segretario provinciale, parla per il Siulp, ma ciò che dice è condiviso da quasi la totalità delle forze sindacali, di polizia (compresa stradale e penitenziaria) e dei vigili del fuoco, un altro corpo bistrattato e da sempre dimenticato nei “rifornimenti”: «Martedì mattina – dice – manifesteremo sotto ai portici in via Emilia perché i modenesi decono sapere che noi non riusciamo a lavorare, non ci sono le condizioni per operare sul territorio. Non c’è benzina, non ci sono i soldi per comperare la benzina. Abbiamo una autonomia di una ventina di giorni. Useremo qualche “buono”, finiremo il pieno poi tutti a piedi. I tagli alla polizia e ai carabinieri, 60 milioni di euro, sono tagli alla sicurezza dei cittadini. È come togliere l’ossigeno a chi è già ammalato, in agonia. La situazione delle nostre vetture è al collasso, quelle della Stradale ancora peggio e mi riferisco sia alla benzina sia allo stato in cui versano i mezzi, vecchi e poco efficenti. Non ci sono i soldi e non ne arriveranno. Il contributo che chiediamo, scherzi a parte, non è simbolico».

Il segretario del Siulp Fontana ammonisce: «non bisogna guardare lontano, basta considerare la situazione di Parma, dove il questore, proprio per le ristrettezze, ha emesso una ordinanza che consente l’uscita in auto della polizia, delle Volanti solo ed esclusivamente se davvero l’intervento richiesto è una emergenza, è veramente importante». Bene, a Modena forse si inizierà a classificare i reati secondo un altra ottica: i più ecologici e ambiti saranno quelli a chilometro zero.

La Gazzetta di Modena 17.10.11