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"Esami a raffica dopo la fiducia", di Fabrizio Forquet

Nella settimana della crisi sfiorata c’è stata una bocciatura per il Governo che è passata quasi inosservata. Ma che rischia di pesare non poco sulla sua prossima navigazione. È quella che la Corte dei conti ha espresso sulla delega fiscale varata dal ministro Giulio Tremonti a luglio. Per il presidente dei magistrati contabili, Luigi Giampaolino, la riforma non ha di fatto più copertura, perché parte delle entrate sono state usate dal decreto di agosto. Il riferimento va all’aumento dell’Iva e all’aliquota unica sulle rendite finanziarie, ma anche agli oltre 20 miliardi nel triennio che devono contribuire al pareggio di bilancio.

Sentiamo Giampaolino: «Oltre a largamente affidarsi a mezzi incerti, limitati e talora superati dagli eventi, la copertura del Ddl risulta intaccata e messa in forse dalla concorrenza che si è venuta a determinare tra due obiettivi: quella della riforma tributaria e quello della messa in sicurezza dei conti pubblici con riferimento alle risorse attese dal riordino della tassazione delle attività finanziarie e dalla parziale revisione delle aliquote Iva. Dimensioni ben più consistenti – ha ammonito il capo dei magistrati contabili – raggiungerà lo spiazzamento che si produrrà per quanto riguarda le risorse attese dalla revisione delle agevolazioni fiscali».

Su queste ultime, in particolare, la manovra prevede un gettito di 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014. E se la delega, con i suoi decreti attuativi, non dovesse essere approvata entro il prossimo autunno, scatterebbe un taglio lineare alle agevolazioni fiscali del 5%. Con ulteriore effetto depressivo per l’economia.
Tutto questo significa che uno dei provvedimenti cardine di questo fine legislatura è di fatto già ferito, forse a morte, dalle necessità di copertura della manovra estiva per il pareggio di bilancio. Che la delega fiscale potesse produrre un alleggerimento della pressione fiscale era un miraggio già svanito nel deserto della crisi dei debiti sovrani. Ma il giudizio della Corte dei conti certifica anche un’altra verità: il riordino fiscale produrrà un aggravio fiscale per i contribuenti. E ogni misura di alleggerimento/razionalizzazione, come l’annunciata riduzione del l’Irap, dovrà fare i conti con questa realtà di una copertura in larga parte “scippata” dalla manovra estiva.

Non è un caso, allora, se la maggioranza in Parlamento se la sta prendendo molto comoda nella approvazione del Ddl delega. Il provvedimento è arrivato alla Camera, ora è oggetto delle audizioni, senza che si intravedano accelerazioni. Così l’approvazione nei tempi previsti – e tali da non fa scattare il taglio orizzontale sulle agevolazioni – appare a rischio. Tanto più che il sentimento della maggioranza, su un provvedimento voluto e sentito come proprio dal ministro Tremonti, è tutt’altro che di entusiasmo.

La fiducia incassata venerdì scorso, del resto, non è certamente il segno di una ritrovata unità all’interno delle forze di governo. È nel concreto operare delle prossime settimane che si misurerà la reale capacità della maggioranza di andare avanti. Uno dei test sarà proprio la delega fiscale. Ma non pesano meno il decreto sviluppo e la nomina del successore di Draghi alla Banca d’Italia (ma anche i provvedimenti sulla giustizia, come quello sulle intercettazioni). Su entrambi i temi, come ha ammesso lo stesso Berlusconi dinanzi al capo dello Stato, restano «difficoltà» significative nella maggioranza.

Sul decreto è ancora un problema di risorse quello da affrontare, con il ministro del l’Economia che lo vuole a costo zero, e tutto il Pdl che invoca invece misure più incisive (senza peraltro indicarne minimamente la copertura). Sulla successione di Draghi, invece, pesa proprio tutta l’esaurita capacità di coesione del Governo, con una contrapposizione sui candidati (entrambi autorevoli) di cui si fatica a capire gli elementi di merito.

Il capo dello Stato lo ha detto con chiarezza: la maggioranza dimostri ora di poter governare e di saper adottare i provvedimenti di cui l’economia del Paese ha bisogno. Tocca quindi al Governo. Ma questa dimostrazione dovrà necessariamente passare per provvedimenti impopolari. Perché senza un intervento sull’età pensionabile o sulla ricchezza improduttiva non ci saranno mai le risorse utili a finanziare la crescita. Basterà a questo scopo la risicata maggioranza strappata sul filo venerdì scorso?

Il SOle 24 Ore 17.10.11

"Lady Bossi i figli e gli epurati", di Michele Brambilla

Pare che una delle chiavi per capire la politica italiana stia in una frase che Umberto Bossi s’è lasciato scappare poco meno di un mese fa a Somma Lombardo, in provincia di Varese, durante un comizio: “Tutto quello che guadagno lo metto in Lega, e mia moglie mi sgrida”. Bossi e famiglia abitano a Gemonio – all’imbocco della Valcuvia, il panorama dominato da un orribile cementificio in una villetta giallina, inizio Novecento. Meglio della casetta bianca del tempo Avanti Lega: ma comunque niente di che, una villetta piccolo borghese. Si può dire quel che si vuole, di Bossi: ma non che con la politica abbia fatto i soldi.

«Soprattutto da quando lui si è ammalato – racconta un importante leghista varesino – la signora è preoccupatissima per i figli. Teme che all’università e nel mondo del lavoro vengano penalizzati perché si chiamano Bossi. Vuole allora che abbiano un futuro nel partito: dove, però, vede nemici dappertutto». La signora è Manuela Marrone, 57 anni, seconda moglie di Bossi e madre di Renzo, Roberto Libertà e Sirio Eridano. Un mese fa Bossi è andato su tutte le furie perché Panorama le ha dedicato un servizio. «Lasciate fuori mia moglie», ha urlato ai giornalisti, e avrebbe certamente ragione se la questione non fosse ormai diventata una bomba politica all’interno della Lega. Dove molti accusano la signora Manuela di essere il capo di quel “cerchio magico” che condiziona tutte le scelte di Bossi, alleanza con Berlusconi compresa. Insomma tra moglie e marito non mettere il partito.

A una settimana dal burrascoso congresso in cui Bossi è stato contestato, la situazione sta degenerando. Da giorni non si fa che parlare di una lista di proscrizione preparata proprio dal cerchio magico: elencherebbe 47 «maroniani» da espellere dalla Lega, tra i quali nomi eccellenti come lo stesso sindaco del capoluogo, Attilio Fontana. Immediatamente gli amministratori locali del Varesotto fedeli a Maroni si sono detti pronti a presentare una «contro lista nera» che punta diritto al cerchio magico. E non è cosa da poco perché i maroniani sono in netta maggioranza nel partito, oltre a Varese hanno molti sindaci importanti: a Tradate, a Morazzone, a Buguggiate, a Caronno Varesino, a Gazzada Schianna.

Ormai le sdegnate smentite dei vertici della Lega («le solite balle dei giornalisti, spazzatura») non bastano più. La guerra interna è pubblica. Se molti parlano solo dietro garanzia dell’anonimato è perché la tensione è altissima: però sono sempre più numerosi gli scontenti che escono allo scoperto: in tanti si sono sfogati sul quotidiano La Provincia di Varese, il primo ad aver tirato fuori la storia della black list con i 47 nomi. E lo stesso sindaco Fontana ha chiesto spiegazioni con una lettera al nuovo segretario provinciale, Maurilio Canton, imposto dal cerchio magico nel congresso bulgaro della scorsa settimana.

Canton dice che la lista non esiste. Ma che la guerra ci sia, e che sia combattuta pure a colpi bassi, è evidente. Basta vedere su Internet il misterioso blog “Velina VerdE”. È un attacco continuo a tutti i maroniani. Chi c’è dietro la Velina Verde? Mah: la piattaforma internet è in Islanda, il server nelle Antille. I maroniani si dicono certi dello zampino del cerchio magico. Nel mirino del blog c’è anche un’associazione culturale che si chiama “Terra Insubre”, accusata di essere un centro di potere occulto dei maroniani. Uno degli animatori storici di Terra Insubre è un avvocato, Andrea Mascetti, considerato un ex simpatizzante dell’Msi: non è un caso che Bossi, dopo la contestazione della scorsa settimana, abbia parlato di «un gruppetto di fascisti». Anche se «di Terra Insubre – assicura un leghista varesino – al congresso non c’era nessuno».

Un brutto clima. «E tutto è nato – dicono i maroniani – quando la signora Manuela ha cominciato a preoccuparsi per suo figlio Renzo dopo le bocciature alla maturità. Ha iniziato a non parlarci più e a impedirci di parlare con Bossi. Si è convinta che Maroni abbia in testa chissà quali manovre per la successione. Invece, se c’è qualcuno che vuole bene a Bossi e ai suoi figli, è proprio Maroni».

Nipote di un martire della Resistenza (il siciliano Calogero Marrone, che da capo dell’Anagrafe del Comune di Varese forniva documenti falsi a ebrei e partigiani, e morì in un lager nazista), maestra elementare in pensione e ora direttrice di una scuola da lei fondata (la Scuola Bosina, a Varese), Manuela Marrone è sempre stata una donna riservata. La Lega è nata in casa sua: ma di lei si ricorda una sola intervista, quindici anni fa, a «Sette». L’ultima apparizione pubblica è a un comizio del marito a Cuveglio, nel settembre del 2010. Anche in quell’occasione non disse nulla. Ma nella Lega si sussurra che il vero capo sia lei, soprattutto da quando, nel marzo del 2004, il marito si sentì male. Attorno a quella sera sono circolate leggende metropolitane sulle quali è meglio lasciar perdere. Sta di fatto che da allora Bossi è sotto tutela di pochi fedelissimi guidati dalla moglie e dalla fedele Rosi Mauro, che da un anno ha preso casa a Gemonio a pochi metri dai Bossi. Ora si dice che proprio Rosi Mauro dovrebbe essere la protagonista di un nuovo repulisti, prendendo lei – al congresso che si terrà entro la fine dell’anno – il posto di segretario nazionale lombardo, che ora è del maroniano Giancarlo Giorgetti. Vero o falso? Se si andasse a voti, Giorgetti stravincerebbe. Insomma sarebbe una nuova battaglia di una guerra che, lo si voglia ammettere o no, è in pieno svolgimento.

La Stampa 17.10.11

I quarantenni del Pd: «Basta subalternità al neo liberismo», di Simone Collini

I trenta-quarantenni del Pd chiedono che sia il partito a prendere in mano la bandiera della giustizia sociale. Orlando: nuovo modello di sviluppo. Zingaretti: cambiare anche il linguaggio Servono parole e analisi nuove, smettendola di mostrare una certa subalternità al modello liberista. E una classe dirigente che per esprimerle con credibilità deve essere anch’essa nuova. Perché altrimenti andrà in scena un film già visto, con un finale ben noto fin d’ora, brutto per tutti.
I trenta-quarantenni del Pd che a settembre si erano dati appuntamenti a Pesaro per discutere della situazione economica, sociale, politica e anche per costringere i vertici nazionali ad aprire un confronto su un diverso modo di gestire il partito sono tornati a riunirsi a L’Aquila. Non è casuale che per questo secondo appuntamento abbiano scelto la città simbolo dell’incapacità della destra, e anche peggio, «dell’utilizzo del dramma come strumento di propaganda», come dice il responsabile Giustizia Andrea Orlando aprendo i lavori.
Tra questi edifici ancora tutti puntellati, lontani ma non troppo da quelli abbandonati a loro stessi del centro storico (il giro nella zona rossa che fanno prima di cominciare il seminario lascia tutti sgomenti) si sono ritrovati in circa duecento tra amministratori locali, segretari regionali e provinciali, responsabili dipartimentali, parlamentari nazionali del Pd. Qui, per lanciare una serie di «idee per la ricostruzione», come recita il titolo della giornata. Ci saranno altri due appuntamenti e poi una grande convention
nazionale a Roma, a gennaio. Cioè alla vigilia è l’auspicio di questa platea in cui l’ipotesi governo di transizione viene vista come il rischio di un ulteriore allontanamento tra istituzioni e società di un voto con Bersani candidato premier: «E dovremo scegliere i candidati al Parlamento con le primarie», dicono Orlando, Enrico Rossi e molti altri.
CHIUDERE QUESTO VENTENNIO
Se per quel che riguarda l’Italia un po’ tutti insistono sulla necessità che il Pd prenda in mano con più determinazione la bandiera della giustizia sociale, anche sulla gestione del partito le critiche non mancano. A cominciare dalla denuncia di un «non dichiarato patto di sindacato» tra gli esponenti dell’attuale gruppo dirigente, come dice il responsabile Informazione Matteo Orfini, che «va scardinato perché oggi non è più in grado di rappresentare il Paese».
La critica che muove il responsabile Economia Stefano Fassina è anche alla mancanza di uno «spazio per approfondire l’analisi», che è ciò che oggi serve perché «se non condividiamo l’analisi è difficile metterci d’accordo sul che fare». Il che fare, per Debora Serracchiani, consiste nel «marcare le differenze rispetto al centrodestra», nel chiudere questo ventennio, come dice il governatore della Toscana Enrico Rossi, «dominato
dal liberismo con il centrosinistra che ha mostrato subalternità rispetto a questa ideologia», nell’aprire un nuovo ciclo riformista che, sostiene il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, «deve fondarsi su parole nuove e una nuova classe politica, altrimenti sarà la ripetizione di qualcosa già visto».
NUOVI MODELLI, NUOVE PAROLE
Sulla necessità che il Pd lavori su un nuovo modello di sviluppo insiste Orlando, per il quale in una società in cui si accentuano le diseguaglianze il Pd deve farsi paladino della battaglia sulla «giustizia sociale», visto che negli anni passati «la disuguaglianza come stimolo alla crescita è stata idealizzata dalla destra senza incontrare troppe resistenze».
Il responsabile Giustizia critica «una generazione che ha sognato di abbattere il capitalismo e che per ansia di legittimazione sembra aver rinunciato anche a riformarlo». Dice Orfini: «Quando qualcuno di noi ha criticato l’idea che lasciando libera l’economia si sarebbe prodotta ricchezza diffusa è stato trattato da eretico. È il tema della politica di oggi». È questione anche di linguaggio, dice Zingaretti. «Non possiamo essere subalterni anche nel lessico. Pressione fiscale introduce già un disvalore, mentre noi dovremmo parlare di giustizia fiscale. Non dobbiamo neanche dire scudo fiscale, che indica il senso della protezione per un imbroglio vergognoso. Cominciamo a chiamarlo schifo fiscale».
NÉ GIOVANILISMO NÉ LEADERISMO
Il rinnovamento concettuale, per essere credibile, va però accompagnato da un rinnovamento della classe dirigente. Lo dice Rossi, riferendosi ai passati governi di centrosinistra e pensando a eventuali futuri governi a guida Pd: «Squadra che perde si cambia». E lo dice Orfini: «Non pos-
siamo presentarci 15 anni dopo con le stesse facce che hanno contribuito, seppur in minima parte rispetto a Berlusconi, a portarci in questa situazione». Nessuno si spinge sul crinale della rottamazione, e anzi arrivano molte critiche nei confronti di Matteo Renzi e del “Big Bang” che ha organizzato per la fine del mese. «Qui si discute una proposta politica – dice Orfini – che non ha bisogno di cantanti, scrittori, di farsi show mediatico». Dice Fassina: «La nostra non è una proposta generazionale ma non abbiamo alcun problema a stare all’ interno di un fiorire di iniziative, purché non servano interessi personalistici, che sfruttano l’onda dell’antipolitica, indebolendo il partito anziché rafforzarlo». E comunque Renzi non è l’unico bersaglio, se Orlando dice che questa generazione è «stretta tra sessantenni navigati che si improvvisano nuovisti e giovani trentenni spazientiti da logiche di partito che non possono comprendere».

L’Unità 17.10.11

"Polizia in ginocchio. Tagli incredibili. In piazza disarmati", di Luigina Venturelli

Domani in tutte le piazze d’Italia i sindacati di polizia manifesteranno contro i tagli, chiedendo un contributo di solidarietà ai cittadini per acquistare il carburante per le automobili delle forze dell’ordine. Pochi poliziotti, male equipaggiati, dotati di lacrimogeni scaduti, e spesso troppo anziani per rincorrere teppisti ventenni per tutta la città. Tra le cause a cui imputare la guerriglia urbana che si è scatenata sabato scorso nella capitale, con i suoi oltre 130 feriti e i suoi milioni di euro di danni, c’è anche questa: la scarsa dotazione di uomini e di mezzi a cui i ripetuti tagli di questo governo hanno condannato le forze dell’ordine. Tagli lineari che negli ultimi tre anni ammontano a ben 3 miliardi di euro al comparto sicurezza, pari al 10% del bilancio complessivo del ministero dell’Interno, e ad un miliardo e 31 milioni per la sola polizia di Stato. Alla faccia del presunto governo della sicurezza.
POCHI E MALE EQUIPAGGIATI Così si spiegano i bossoli dei lacrimogeni scaduti da dicembre 2006 che ieri mattina tanti curiosi hanno raccolto a piazza san Giovanni. «In questi casi la carica esplosiva che serve all’innesco potrebbe non essere efficace» sottolineava la segreteria provinciale del Consap di Roma, uno dei sindacati di categoria. Così si spiegano le difficoltà incontrate dalle forze dell’ordine: «Ieri un carabiniere è stato colto da infarto mentre correva. Arrivati ad una certa età, superati i cinquant’anni, è difficile passare ore a correre con addosso casco e maschera antigas. Il tutto per sette euro all’ora. Bisogna avere su strada giovani, invece l’età media dei poliziotti è in continua crescita» raccontava un funzionario del Reparto Mobile impegnato sabato negli scontri. Così si spiega l’ira del sindacato Coisp verso il ministro Maroni: «Siamo stanchi della solidarietà del giorno dopo. I poliziotti che erano in piazza a difendere il vivere civile non vogliono la solidarietà dei politici».
LA PROTESTA DELLA CATEGORIA E così si richiamano le precise responsabilità in merito dell’esecutivo: «Eravamo in pochi, male equipaggiati e male impiegati. La dimostrazione di quanto andiamo dicendo da mesi: il governo taglia sulla sicurezza dei cittadini» incalzava il segretario romano del Silp-Cgil. Non a caso l’intera categoria delle forze di sicurezza è in mobilitazione ormai da mesi. E domani scenderà in tutte le piazze d’Italia (a Roma anche davanti a Camera, Senato e Palazzo Chigi) con una manifestazione inedita nelle modalità quanto nelle motivazioni: «Ormai siamo alla paralisi del sistema sicurezza, difesa e soccorso pubblico. Siamo alla vera e propria resa incondizionata di questo governo alle criminalità» spiega Felice Romano, il segretario generale del Siulp. Una delle tante sigle del comparto che animeranno la richiesta di donazioni da parte dei cittadini per acquistare il carburante necessario a far funzionare le automobili degli agenti e così assicurare il presidio del territorio. L’emergenza tagli è arrivata a questo: «Non c’è più benzina per le volanti, e solo per poco tempo riusciremo a rispondere ai servizi a chiamata sul 113. In cambio daremo ai cittadini dei fac-simile di obbligazioni per maggiore sicurezza, legalità e sviluppo». Carabinieri e finanzieri non potranno partecipare alla manifestazione, in quanto militari, ma hanno già espresso ai colleghi il loro sostegno. «Siamo costretti a manifestare perché non vogliamo assumerci la correspons abilità del collasso del sistema sicurezza. Sia tolto il mandato ai ministri che hanno tradito la loro funzione» conclude Romano. Non servono particolari giudizi politici, il tradimento è nei fatti: i fondi per la manutenzione dei mezzi di polizia sono stati tagliati di un milione di euro, in 15 mesi il corpo ha perso 1lmila unità, le risorse della Divisione investigativa antimafia sono state ridotte di 13 milioni, dirigenti periferici e questori non possono adempiere nemmeno agli «interventi di manutenzione urgenti ed indifferibili» pena l’addebito dei costi a loro stessi. Ed ancora: gli organici del corpo forestale dello Stato sono stati contratti del 30%, e quelli degli agenti penitenziari mancano di 6.500 unità. «Questo governo ha lavorato solo sulla sicurezza percepita, spendendo milioni di euro per fesserie» accusa il segretario Sap, Nicola Tanzi. «Mi riferisco alla storiella delle ronde, alla mini naja, e alle passeggiate cittadine di poliziotti costretti a far da balia a militari, bravissimi nel loro lavoro ma impreparati ad attività di sicurezza sul territorio. Quelle pattuglie miste, solo nel 2011, sono costate 62 milioni di euro».?

L’Unità 17.10.11

"Lo strappo delle minoranze violente", di Marco Rossi Doria

Il corteo si sta formando. Giovani dottori e infermieri da anni a contratto. Docenti precari e non. Disabili a cui tolgono aiuto. Operai in cassa integrazione da mesi. Donne giovani e non giovani, spesso con i figli, che stanno perdendo il lavoro e la dignità. Immigrati che lavorano al nero nei campi e nell’edilizia. E tanti ragazzi, universitari e lavoratori. Da Nord e da Sud. E non sono venuti con i bus e i treni speciali pagati dalle grandi organizzazioni, ma a spese proprie. Ci sono i suoni e i colori uguali agli altri 900 cortei del mondo. Bande, bongos, striscioni costruiti fuori da partiti e sindacati, teatro di strada. Colpisce l’assenza di astio e faziosità. Non è una piazza antiberlusconiana. E’ come se fosse il giorno nel quale nessuno s’interessa più a quell’anziano signore del tv color, come se finalmente si sapesse che abbiamo altro da fare.

Cos’è questa piazza? C’è la richiesta di poter fare bene il proprio lavoro o di poterne fare uno. Ma il tema è il mondo che vogliamo. Attenzione: non quello che non vogliamo, cosa più facile. Così, quando parli in giro le parole sono sul come tenere in piedi la cooperativa, come garantire la qualità dei servizi, come inventare lavoro, a chi può servire la cosa che hai imparato all’università. E c’è il chiedersi di mercato, competizione, produzione, senza questa finanza però. E con in testa i vincoli del pianeta, i consumi possibili, un altro modo di lavorare, le conoscenze e le tecnologie che lo rendono possibile. E c’è anche il desiderio o la richiesta o l’attesa di un’altra politica.

Poi ci sono anche le bandiere e gli spezzoni organizzati con i simboli del secolo breve. Mentre li guardo, incontro un’educatrice che conosco. Ha venticinque anni. «Non li guardare troppo mi dice -, sono fatti così, anche oggi devono mettere il loro bollino. Li trovi in ogni città. Vengono alle assemblee. Stanno sul web. Non ascoltano e riportano tutto alle loro ricette». Sì, in Italia è più difficile che altrove ricercare nuove risposte alle domande comuni. Perché ogni nuovo moto che nasce nel mondo deve fare i conti con la presenza di chi riconduce le cose alle categorie, ai segni e al lessico del secolo scorso, come non accade in altre parti del mondo. Presto la tristezza sparisce però. Il corteo è troppo più grande.

Ma ecco che – fuori da ogni rapporto con le diverse anime della piazza – piccoli gruppi si preparano. Vestiti di nero. Senza alcuna manifestazione di rabbia, in modo preordinato. Tutti con tascapane e casco. Alcuni sono più vecchi. Molti giovanissimi. E’ fuorviante chiamarli black bloc. Ci rassicura ma non spiega. Forse si deve finalmente dire che si ritrovano insieme professionisti della guerriglia urbana legati all’ eco dei brutti miti degli anni Settanta e piccole fraternità marginali, fondate sull’esaltazione del gesto distruttivo, giovani che cercano l’identità così, nelle curve degli stadi, nella rissa di quartiere, nell’occasione di piazza. A sera, calata l’adrenalina, li trovi ai soliti bar.

Sulla piazza ancora in formazione si capisce il pericolo. Lo capiamo in molti. Ma non c’è un servizio d’ordine che possa intervenire e la polizia non viene a chiedergli conto. Sarebbe anche difficile farlo. In poche decine di minuti la giornata va a finire male. L’energia positiva viene violentemente scippata nonostante gli sforzi di tanti. Solo qualche spezzone di corteo pacifico, indomito, ce la fa. La frustrazione è enorme. Molte persone piangono. In tanti riconoscono che la polizia non ha attaccato in modo indistinto e che i manifestanti hanno creato un solco profondo con chi ha violato la giornata. Queste due cose hanno evitato esiti ancora peggiori e sono una promessa di possibilità.

Restano le domande. Perché dopo decenni tornano sempre le minoranze violente che tolgono potere ai tanti? Quali lunghe rimozioni permettono ancora questa cosa terribile? Il governo nazionale e una politica bloccate – così chiaramente incapaci di dare risposte alle domande del Paese – non contribuiscono a farci ritornare ogni volta indietro?

Delle cose si possono fare. I processi rapidi e rigorosi, che sapppiano inchiodare chi è stato alle sue responsabilità. Il sostegno – da parte di un movimento che voglia continuare a pensare e a manifestare – della necessità, per chi è stato violento, di scontare la pena. E un dibattito politico che per una volta eviti di avvitarsi intorno ai soliti cliché e dia spazio ai temi di questa piazza. Perché sono preziosi.

La Stampa 17.10.11

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“Lo snodo tra politica e antipolitica”, di GIAN ENRICO RUSCONI

Perché succede solo qui?», «Perché anche oggi ci tocca vergognarci?», si chiedeva ieri il direttore di questo giornale commentando le violenze di Roma confrontandole con le manifestazioni pacifiche degli «indignati» del mondo intero. Manca «un pensiero costruttivo» – continuava -, riferendosi non solo all’evidente impotenza delle classi dirigenti, ma anche all’incapacità del discorso pubblico e giornalistico di offrire accanto alle diagnosi critiche (spesso catastrofistiche) prospettive positive. Prospettive che non ricalchino le inconsistenti assicurazioni governative.

C’è insomma incapacità di trasmettere – ai giovani innanzitutto – se non ottimismo, quantomeno una sobria certezza che il nostro Paese ha risorse e strumenti per farcela. Non sfasciando le banche, ad esempio, ma riportandole al loro ruolo economico corretto.

Ma per fare questo ci vuole una politica intelligente, forte e coraggiosa.

Una politica che può contare sul consenso di chi pur sentendosi tartassato o addirittura «privato del futuro», è disposto ad affrontare una fase dura di passaggio, perché ha fiducia nel progetto di chi lo dirige. Questo significa «partecipare» in una democrazia rappresentativa.

Democrazia rappresentativa? Fiducia nella classe dirigente? Consenso? Politica? Sono parole diventate incomprensibili, impronunciabili per un’intera generazione. Eppure questa generazione, rimobilitandosi, azzerando il consenso politico convenzionale, incomincia a suo modo a fare politica da capo senza nessuna delle ideologie tradizionali (avendo inconsciamente forse soltanto quella di «democrazia diretta»).

Come si è arrivati a questa estraneazione tra il linguaggio dei giovani in piazza e quello della politica convenzionale che risuona, stonata, sulla bocca di qualche politico che sta dalla loro parte? C’è un qualche nesso tra l’estraneazione dei linguaggi pubblici e la violenza distruttiva comparsa nei momenti più intensi della mobilitazione? Proprio nei momenti della polemica reinvenzione della partecipazione politica? Come spiegare questa violenza, oltre che condannarla senza esitazione?

Si obietterà che la violenza urbana si è manifestata in modo clamoroso in molte altre parti d’Europa ancora recentemente. A Londra alcuni mesi fa, nelle banlieues di Parigi anni orsono o ancora in modo meno esteso in alcuni Paesi nordici. Ieri da noi il pensiero è corso subito a quanto è accaduto Genova in occasione del G8 di qualche anno fa. Un episodio che non a caso è rimasto profondamente impresso nella memoria collettiva.

Ma la situazione che si è creata recentemente con i cosiddetti «indignati» presenta alcune novità. Innanzitutto come forma di mobilitazione non nasce in Italia quasi all’improvviso, come in altre parti del mondo. Nei mesi scorsi ci sono state le imponenti manifestazioni delle donne, dei sindacati, di altri gruppi di mobilitazione civile. Lo si riconosca o no, c’è una continuità oggettiva, un allargamento della mobilitazione a partire da parole d’ordine specifiche che alla fine convergono nella contestazione della politica dei governi in generale e del governo italiano in particolare. In alcuni casi questa contestazione è esplicita e puntuale, in altri assume tratti più generali. Ma non si può negare che la manifestazione romana avesse in sé oggettivamente un potenziale politico più netto e mirato che non quella a New York o altrove.

Qui si inserisce la violenza organizzata dei black bloc. Che avessero o no programmato i loro atti vandalici, essi sapevano che a Roma potevano agire come a Genova. Potevano introdurre nella manifestazione una componente che le avrebbe fatto cambiare natura. Venivano «dal di fuori» (non necessariamente da fuori Italia), ma certamente da «fuori dal movimento», eppure erano in grado di condizionarlo. Non c’è bisogno di ipotizzare complotti. Si sono comportati d’istinto come criminali politici che giocano sulla fragilità della fase di incertezza che sta attraversando il Paese e quindi sui potenziali ambivalenti di rinnovamento e di regressione che portano in sé i nuovi movimenti. E’ sin troppo facile denunciare i black bloc come corpi estranei ed ostili alla società civile. Ma alla loro maniera delinquente segnalano uno snodo cruciale che il nostro Paese sta attraversando tra politica, antipolitica e prepolitica.

Davanti ad una classe politica estenuata e logorata, come antidoto molti guardano alle risorse alternative che potrebbero provenire dalla «prepolitica» – un concetto che si sta diffondendo quasi a surrogare l’abusata espressione di «società civile». In questo contesto per singolare coincidenza oggi a Todi c’è un importante incontro di responsabili di associazioni cattoliche che programmaticamente si collocano tra politica e prepolitica. In questi anni abbiamo visto un mondo cattolico diviso. Una sua parte significativa è stata sedotta, ricattata, resa complice (tramite i suoi rappresentanti tuttora ben istallati nel sistema berlusconiano) dalla politica che oggi boccheggia. Adesso qualcosa si muove. Le attese sono molte, forse esagerate. Ma sullo sfondo di una Roma vandalizzata va mobilitata ogni risorsa

La Stampa 17.10.11

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“La piazza e i nerovestiti”, di ADRIANO SOFRI

1. Il governatore Draghi ha detto due cose ottime. Prima, che i giovani arrabbiati hanno ragione. Dopo, che è stato un peccato. Draghi era diventato l´avversario principale della manifestazione, lui e Trichet e la lettera di istruzioni. Che ha precetti insopportabili, e un orizzonte assai discutibile. Però fa le veci di un inesistente governo politico e dunque economico europeo.
La Bce sta all´economia italiana come la Procura di Milano stette alla politica. Piuttosto sbrigativamente, il “movimento” ha fatto di un´estrema ipotesi – l´uscita dall´euro e la disdetta del debito – addirittura uno slogan. Rivendicando di fatto la restituzione della politica confiscata dalla finanza agli Stati e ai governi nazionali: prospettiva tristissima. Magari la “confisca” delle scelte nazionali avvenisse ad opera di un governo federale europeo. Il quale, nonostante i passi indietro e le frustrazioni per la supplenza della Bce, deve restare l´obiettivo di un´alternativa alla crisi e allo scioglilingua della crescita. È un peccato – come direbbe Draghi – che nelle sinistre ereditarie e in nuovi lanciatori di sassi torni ogni volta il riflesso condizionato delle sovranità statali: che si tratti del diritto internazionale o della invadenza finanziaria.
2. La plastica citazione dell´estintore, il crocifisso decapitato: mancava solo l´assalto a una chiesa copta. Ogni volta che una grande manifestazione viene sequestrata da riti compiaciuti di violenza, mi devo ricordare d´esser stato lanciatore di sassi. È solo un caso di vecchiaia, o è cambiato anche qualcos´altro? Mi pare di sì. Intanto, l´attenzione alla nonviolenza, o almeno l´appannamento del fascino della violenza, qui e nel mondo. Si sono prese distanze, a volte maramaldesche, spesso rispettose e sofferte, da intere tradizioni combattenti: hanno giocato fortemente il femminismo e la scoperta dell´agonia del pianeta. Che la ribellione che scuote i paesi arabi, a un costo spaventoso, abbia preso la strada della nonviolenza, è una meraviglia imprevista, qualunque infamia prenda il ritorno all´ordine. Anche la ribellione negli Stati Uniti, che emula quella degli anni ´60, ma con un presidente nero e senza un Vietnam da cui disertare. Da noi, c´è un pensiero che a chiunque della vecchia generazione gira per la testa, sia che lo esorcizzi sia che ci rimugini: che se il contesto internazionale, la politica e le forze di polizia fossero quelle degli anni´70 – cominciati in realtà con una strage di Stato nel 1969 e finiti molto più tardi – una consunzione di governo come quella dell´Italia di oggi avrebbe già sperimentato sangue e colpi di mano. Che questo non sia successo – non ancora, per scongiuro – dipende da tanti fattori, ma anche da un cambiamento nelle forze dell´ordine. Le quali diedero una complessiva orribile prova di sé, e della loro guida politica, dieci anni fa a Genova; e loro gruppi e membri, in circostanze più quotidiane, si rendono responsabili di crimini e soperchierie. Si riparlava ieri della morte in caserma del giovane Giuseppe Uva, per la tenacia di una sorella, come per Stefano Cucchi. Tuttavia la polizia, le polizie, sono diverse. E sono diversi i giovani che si trovano di fronte. È più difficile descrivere gli uni come figli di papà col capriccio della violenza e gli altri come figli del popolo votati all´obbedienza cieca. Però, temo – parliamo di cose mal conosciute, perché la società si è fatta opaca e straniera a se stessa – a questi cambiamenti non ha corrisposto un cambiamento adeguato di mentalità e sentimenti. I “guastatori nerovestiti” (così li chiamava ieri il Manifesto, oscillando fra questa definizione e altre più cattivanti) sembrano persone che hanno deciso che impiego fare del proprio tempo e delle proprie mani, puntuali agli appuntamenti altrui. Non sono affare di dialogo, non nel breve periodo, comunque: andranno a finire da qualche parte, e speriamo che non sia la parte peggiore. Tutt´al più, conviene riconoscere che non sono così pochi come ci piacerebbe. E che centinaia di giovani attrezzati, e figuriamoci migliaia, sono in grado di far deragliare qualunque corteo pacifico, e tanto più quanto più grande è la partecipazione a quel corteo, come a Roma. La questione vera è nella moltitudine di ragazze e ragazzi giovanissimi, delle scuole più che dell´università, che la sismologia della crisi spinge nelle strade e che sono soli, devono inventarsi o prendere in prestito idee drastiche – che non eccedano la lunghezza di uno striscione – e imparano che almeno un punto fermo c´è: lo scontro con la polizia, ineluttabile e nobile, un´iniziazione. Può servire uno stadio o la piazza, magari passando con la stessa divisa dagli stadi alle piazze. Questo è un punto cruciale. Lo scorso 14 dicembre romano, gli scontri furono intensi e rabbiosi come uno sfogo, e furono essenzialmente l´azione spontanea di questi ragazzi. Sbaglia chi assimila le due giornate. Al contrario, il 15 ottobre ha esposto molti di quei ragazzi all´arruolamento dei sottufficiali di carriera nerovestiti, perché bisogna avere argomenti forti per dissociarsi quando la bagarre si scatena, e le cariche non distinguono: e soprattutto un argomento fortissimo, che battersi contro la polizia non è un dovere morale, né una prova di sé.
3. Corollario inevitabile. Le manifestazioni hanno bisogno di tutelarsi, e dunque di avere un servizio d´ordine. Ma i servizi d´ordine non sono la soluzione, solo un suo ingrediente. I servizi d´ordine che si illudano di essere autosufficienti diventano incubatori di violenza concorrente con quella che vogliono sventare. Non c´è niente di peggio di una polizia parallela. Le manifestazioni non possono tutelarsi da disastri simili che con l´accordo fra manifestanti e polizia. Questo avviene, più o meno ipocritamente, ed è avvenuto anche alla vigilia di sabato, ma non abbastanza e non bene, evidentemente. Non me ne intendo, ma concordare lo svolgimento di manifestazioni che si vogliono libere e nonviolente senza ipocrisia vuol dire assegnare agli uni e agli altri la responsabilità che spetta loro. E ostacolare l´impiego strumentale della polizia per convenienze come l´allarme suscitato dalla violenza e le accuse mosse agli avversari politici. Anche la polizia non può risolvere da sola una violenza come quella di sabato (quando pure non sia lei a provocarla): tanto più se miri a non farci scappare il morto. E il morto, sabato, sarebbe stato un carabiniere, se non fosse scappato.
4. Ultimo punto. Ormai il rapporto fra politica di professione e “movimento”, cioè movimenti, è diventato un capitolo della separazione fra garantiti e precari: quelli che di politica vivono, e stentano sempre più (ammesso che ci provino) a “infiltrarsi”, come dovrebbero, nei movimenti; e quelli che non hanno di che vivere o poco, e ne nutrono la propria politica. Topi di città e di campagna, che non si incontrano. I secondi pensano di ricominciare da zero. I primi pensano per lo più che i movimenti passano, gli assessori restano. Possono avere brutte sorprese.

La Repubblica 17.10.11

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“Quei violenti si dovevano fermare prima del corteo” – Intervista a Emanuele Fiano

“Quell`uomo ha visto la morte in faccia, è vivo per miracolo”: è una scena di terrore, quella che il carabiniere ha raccontato al suo letto dell`Umberto I° a Emanuele Fiano. Il responsabile per la sicurezza Pd ieri ha portato un saluto e la solidarietà agli agenti e ai manifestanti feriti l`altro giorno, tra di loro anche l`autista del blindato dell`Arma che è stato accerchiato e dato alle fiamme in piazza San Giovanni. «Ho incontrato anche il ragazzo di Sel che si è ferito alla mano cercando di neutralizzare una bomba carta tirata in mezzo al corteo. Per fortuna non ha perso le dita come si era detto, però ha perso funzionalità e gli servirà la chirurgia plastica».
Quaranta feriti tra le forze dell`ordine e una ventina di manifestanti: un bollettino di guerra.
Si poteva evitare?
«E’ esattamente questo il punto più importante, il tema della prevenzione. Martedì in Senato sentiremo da Maroni cosa deve dirci il governo, ma ci pare che ci fossero tutte le informazioni per impedire a questi violenti di professioni di arrivare alla manifestazione e mescolarsi alla parte pacifica, che era poi il 99%. Servivano controlli e filtri, insomma tutta un`attività di separazione della parte sana del corteo da quella violenta che non può che spettare allo Stato, anche se in alcuni momenti sono stati gli stessi manifestanti ad adoperarsi e hanno applaudito le forze dell`ordine quando sono riuscite a isolare i peggiori elementi».
Inevitabile quindi una riflessione sulla gestione della piazza?
“Crediamo al questore e al prefetto quando dicono che la strategia delle forze dell`ordine ha cercato di evitare situazioni più difficili o estreme, ma l`intenzione di bloccare i manifestanti all`interno del percorso, per proteggere le sedi istituzionali e i centri nevralgici, mi lascia l`impressione che occorressero molti più uomini e mezzi per poter raggiungere lo scopo. Infatti in diverse situazioni, a cominciare da quella a San Giovanni che poi purtroppo è degenerata, abbiamo visto che i violenti erano in maggioranza rispetto alle forze di polizia che dovevano contrastarli. Penso infatti a quegli uomini e a quelle donne in divisa che devono operare sempre piu spesso senza strumenti e dotazioni, aggiungo anche mettendo a repentaglio la propria dignità, perché non è certo facile andare in una piazza sapendo di prendere le botte». I tagli alla sicurezza, come si è visto sabato scorso, rendono sempre più difficile il compito delle forze dell`ordine.
«Sono stati tagliati 4 miliardi negli ultimi 4 anni al comparto sicurezza e di fronte a questo, francamente, fa davvero sorridere che due membri del governo come Mantovano e Crosetto dicano di voler cancellare l`ultimo taglio di 60 milioni. E una posizione strumentale che ricade sulle stesse forze dell`ordine che affrontano sulla propria pelle le scelte dell`esecutivo».
A proposito di strumentalizzazioni: c`è il rischio che quelle centinaia di violenti oscurino le ragioni di chi ha diritto a scendere in piazza?
«A prescindere da ogni dietrologia, noi dobbiamo essere la diga contro ogni trasformazione della protesta in violenza. Il dissenso è il cuore della democrazia, la violenza il suo nemico e non la sopporteremo mai, in qualsiasi forma o modo».

L’Unità 17.10.11

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“Le spranghe e i bastoni poi i colpi in faccia mai vista tanta violenza”, di Mauro Favale

Mi hanno colpito in pieno viso, mi hanno rotto il naso, la faccia. Ho aperto lo sportello e via
Mi sono venuti addosso, credo avessero anche un´asse di legno. Hanno sfondato il finestrino
Ero sul mezzo da solo, stavo indietreggiando ma le ruote sono rimaste incastrate. «Anche queste sono esperienze». Il sorriso di Fabio è tirato, quasi una smorfia di rassegnazione. Gira gli occhi verso la finestra alla sua sinistra, guarda fuori dalla stanza al primo piano del policlinico Umberto I di Roma che divide con altre due persone. È ricoverato da poco più di 24 ore, da quando con un balzo e con il sangue che gli colava sulla faccia è riuscito a scappare dal blindato dei carabinieri che stava guidando in piazza San Giovanni, nel momento cruciale degli scontri di sabato, subito prima che il mezzo finisse definitivamente nella mani dei “neri”, distrutto e incendiato. Il trofeo di una giornata di guerriglia che tutti ricorderanno a lungo. «Sono sceso e ho corso. Ho corso e basta finché i miei colleghi non sono riusciti a salvarmi». Stringe il cellulare tra le mani, ha un occhio gonfio e viola che sembra una grossa prugna. «Guardi il naso: è tutto storto, rotto», si gira, mostrando il suo profilo al senatore dell´Idv Stefano Pedica che è passato a portargli la solidarietà sua e di Antonio Di Pietro. L´altra notte non ha dormito, è stanco. Ha 31 anni, indossa una maglietta bianca. Con un fazzoletto si tampona l´occhio gonfio.
Come sta?
«Così, come mi vede. E mi è andata bene. Domani verrò operato. Poi mi diranno per quanto ne avrò».
Cosa è successo quando l´hanno attaccata?
«Ero sul blindato, da solo. Con me non c´era nessun altro, il mezzo era vuoto. Stavo indietreggiando. Mentre facevo manovra sentivo che le ruote giravano a vuoto. Sull´asfalto c´era di tutto: cubetti di porfido, bastoni, assi di legno, segnali stradali».
Ed è rimasto incastrato.
«Sì. Mi sono venuti addosso, mi hanno attaccato in quel punto. Credo avessero spranghe e un´asse di legno, qualcosa di appuntito, perché sono riusciti a rompere prima lo specchietto e poi direttamente il finestrino. È allora che mi hanno colpito».
Dove?
«In pieno viso. Mi hanno rotto il naso, la faccia. Meno male avevo il casco. Solo così mi sono salvato».
E a quel punto?
«Ho aperto lo sportello, sono sceso giù e ho cominciato a correre. Me li sentivo dietro, mi lanciavano di tutto. Fortunatamente sono riuscito ad arrivare dopo pochi metri vicino ad alcuni colleghi che mi hanno messo in sicurezza».
Non ha pensato di difendersi in qualche modo?
«Ho pensato solo a correre, il resto quasi non riesco a ricordarlo».
Sente di aver rischiato la vita?
«Diciamo che sono stato molto fortunato».
Aveva già avuto esperienze di scontri in piazza?
«Di manifestazioni ne ho fatte, sì. Ma una cosa del genere non l´ho mai vista».
È stato al G8 di Genova o in piazza del Popolo il 14 dicembre?
«No, non ero a Genova e nemmeno agli scontri di dieci mesi fa. Però mi hanno detto che sabato è stato molto peggio. Mi hanno mostrato qualche foto. Ho visto il mezzo che guidavo in fiamme, completamente distrutto».
Quell´immagine è diventata il simbolo della manifestazione.
«Sì, ho visto. Però ho visto anche tantissimi manifestanti pacifici che se la sono presa con i teppisti, li hanno cacciati via, gli urlavano contro. Questa, nonostante tutto, è stata per me una grande soddisfazione. Manifesta, se vuoi, contesta anche. Ma fallo pacificamente».

La Repubblica 17.10.11

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“E l´abbraccio tra la ragazza e il poliziotto diventa il simbolo dell´altra San Giovanni”, di MARIA NOVELLA DE LUCA

Piazza San Giovanni brucia, è il pomeriggio di due giorni fa: la ragazza e il poliziotto si guardano, parlano, sembrano capirsi. È un attimo, un “secondo rubato” come ha scritto qualcuno su Facebook, uno spicchio di pace in un giorno di guerra. Sono vicini, quasi volessero superare un checkpoint invisibile, lei fa parte del gruppo dei pacifisti, lui le appoggia paterno una mano sulla spalla, con un gesto che assomiglia ad una carezza: non siamo nemici, non doveva andare così. Un “abbraccio”, forse, tra reduci di un giorno sbagliato. Intorno gli ultimi scontri, la piazza in macerie, il fumo tossico che annerisce il cielo. Guardatela questa foto, anzi questa sequenza di foto, che la Rete ha eletto a simbolo del cuore vero della battaglia degli indignati d´Italia: isolati i violenti la protesta è di tutti, ragazzi senza lavoro e celerini con stipendi da fame, giovani e vecchi, chi picchia e chi scappa con la stessa paura, anche se poi accade che ci si trovi sui lati opposti di una piazza, che contiene in realtà il disagio di entrambi. Lo scriveva Pasolini, era il 1968, oltre quarant´anni fa.
Quello che colpisce tra la ragazza e il poliziotto sono gli sguardi diretti, fermi, senza astio e senza paura, anzi quasi complici e consapevoli che sabato a Roma è morta la speranza di molti. E infatti la fotografia gira su Facebook, gli amici la inviano agli amici, molti erano lì, a San Giovanni, “guardate, era giusto avanzare con le mani alzate”, “la global revolution è pacifica”, “ecco chi siamo davvero”. Perché c´è molto ancora da raccontare di quel 15 ottobre di sangue quando la guerriglia ha oscurato il sogno italiano del “Rise up”, il mondo che si solleva e insorge contro la dittatura dell´economia drogata. C´è da raccontare che allontanati i “neri” con i loro sacchi di spranghe, è accaduto l´impensabile: i ragazzi e i poliziotti hanno parlato, faccia a faccia. Del resto per ore un folto gruppo di manifestanti aveva cercato di fermare gli scontri, stendendosi sull´asfalto, facendo barriera umana tra i black bloc e i blindati. Provando a dialogare con i caschi azzurri in assetto di guerra, come fa, appunto, la ragazza della fotografia, e anche un altro giovane che al celerino stringe la mano.
«Potremmo essere i vostri figli e fratelli – spiegavano esausti i giovani “indignati” di “Assemblea piazza San Giovanni”, coraggioso presidio pacifista – perché ci avete attaccato con tanta violenza senza distinguere tra chi aggrediva e chi no, tra di noi c´erano mamme, bambini, nonni, disabili, vi tagliano gli stipendi, rischiate la vita, perché ubbidite a questi ordini…». Gli agenti ascoltano. Silenziosi. Poche parole: «È il nostro mestiere, noi dobbiamo isolare i violenti». Non è facile con un divisa addosso, e in mezzo ad una città a ferro e fuoco, parlare con un gruppo di giovani che ti guardano negli occhi. Però ci si può stringere la mano: “Coraggio ragazzi”.

La Repubblica 17.10.11

"Senza ambiguità", di Claudio Sardo

I teppisti e i violenti, identificati nelle immagini dei Black bloc, non sono una propaggine naturale e inevitabile dei centomila manifestanti di sabato a Roma.Ne sono piuttosto la negazione politica e antropologica. Sono i devastatori. I violentatori, come ha titolato l’Unità usando una metafora estrema. Ieri i resoconti dei quotidiani erano divisi tra due opposte interpretazioni. A destra ovviamente prevaleva la lettura contraria alla nostra: i criminali sono stati descritti come un’espressione del movimento, con il corollario della delegittimazione completa delle istanze e delle aspettative dei manifestanti.Vadetto, a onor del vero, che qualcuno anche a destra comincia a interrogarsi sulla portata mondiale di questa ribellione. In fondo, di fronte al dominio della finanza,emerge una domanda primordiale di politica democratica. Ciò che ha colpito ieri è stata la posizione de il Manifesto. Nell’editoriale Valentino Parlato ha scritto che gli scontri con la polizia e le manifestazioni di violenza erano «inevitabili». Anzi, che «è bene, istruttivo che ci siano stati». Il senso di queste parole non sta certo in una giustificazione soggettiva della violenza, piuttosto nella sottolineatura del suo carattere strutturale,comeunriflesso della violenza della crisi. Tuttavia il ragionamento conduce a un esito non accettabile, per di più simile a quello della destra.
In nessuna piazza del mondo si è vista la violenza devastatrice dei black bloc nostrani: e non basta certo la crisi del nostro sistema politico per giustificarla. Anzi, è proprio il contesto mondiale a evidenziare l’estraneità di questi delinquenti mascherati. Naturalmente nessuno
può negare la radicata contiguità di alcuni gruppi antagonisti. Ma il problema in questo caso non è il riflesso strutturale della crisi, bensì la vulnerabilità di un movimento allo stato nascente e perciò ancora «liquido». Toccherà ora agli indignati andare oltre l’indignazione per costruire reti di solidarietà e forme politiche. È una strada difficile, mala sola produttrice di cambiamento per la società. In questo percorso la condanna senza esitazioni e ambiguità della violenza è condizione morale e civile. La reazione anti-black bloc della stragrande maggioranza del corteo di sabato è un segno positivo, che indica quanto sia avvertita la pericolosità (innanzitutto per quel popolo) della violenza cieca. E reazionaria.

L’Unità 17.10.11

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“Anarchici, No Tav e ultras il melting pot dei 12 arrestati e uno su quattro è minorenne”, di Carlo Bonini

Un mattinale di questura non è lo specchio del mondo. Ma quello di ieri, domenica 16 ottobre, è un lacerto su un sabato di odio. I “neri” in arresto sono dodici (oggi in Tribunale a Roma, l´udienza di un gip dovrà convalidarli o meno), mentre 11 hanno lasciato la questura nella notte precedente, denunciati a piede libero per «resistenza aggravata» e «possesso di armi improprie atte a offendere». Piccoli numeri per “piccoli reati”, certo. Che tuttavia documentano qualche storia. E qualche data di nascita. Che raccontano, tanto per cominciare, che cinque di questi ragazzi e ragazze non hanno ancora 18 anni (sono stati tutti rilasciati). Mentre la memoria politica della generazione cui appartengono i maggiorenni (tra i 20 e i 30 anni) ha conosciuto a stento la Prima Repubblica e il suo crollo.
I romani sono molti. E chi non vive in città, arriva dalla sua cintura urbana. Dalla solitudine disperante e sociopatica delle sue periferie. Alessandro V. e suo fratello gemello Giovanni (30 anni) sono di Ienne, un quadrante di case popolari oltre Tor Bella Monaca, chiuso tra la Casilina e Torre Gaia. Giuseppe C. (21 anni) vive ad Ardea, la lingua di cemento che senza soluzione di continuità allunga Roma a sud Ovest, verso il litorale Pontino. A poca distanza da Pomezia dove, sabato mattina alle 11, i carabinieri fermano una 600 verde su cui viaggiano un uomo e tre ragazze. La macchina, intercettata da una pattuglia dei carabinieri, è diretta a Roma. Prova ad abbozzare una fuga. Che finisce subito. Dal bagagliaio della seicento, saltano fuori cinque zaini con quattro caschi da motociclista, dieci maschere antigas con i filtri montati, cinquecento biglie di vetro e una grande fionda per tirarle. E ancora: quattro mefisti neri, quattro parastinchi, due mazzette da muratore, un piede di porco, «quattro bottiglie – annota il verbale di sequestro – con liquido bianco, la cui natura è da accertare».
L´uomo alla guida si chiama Pierfelice P. e non è esattamente un ragazzino. Ha 40 anni e vive a Rovereto (provincia di Trento). La sua storia di anarco-insurrezionalista è antica e lunga, come i suoi precedenti di polizia («porto d´arma impropria, violazione delle disposizioni di ordine pubblico, devastazione e saccheggio, oltraggio») e la sua condizione di «sottoposto a misura di prevenzione». Accanto a lui, in macchina, siede la sua compagna. Si chiama Federica R., ed è di 9 anni più giovane. Anche la sua foto segnaletica è da anni negli schedari della polizia di prevenzione e del Ros dei carabinieri. Anche lei è anarchica da sempre. Da quando, nel 2001, cominciano le annotazioni al terminale del Viminale. È accusata di reati di un qualche peso («associazione con finalità di terrorismo, propaganda e apologia sovversiva, associazione a delinquere, adunata sediziosa, stampa clandestina»). Ed è imputata a Perugia in un processo in cui risponde del piano che, due anni fa, avrebbe dovuto paralizzare la rete dell´Alta Velocità. Un gancio d´acciaio deposto con una canna da pesca sulla linea elettrica della Roma-Orte, da far trascinare dal pantografo dei treni in corsa lungo la linea, per tranciarne l´alimentazione.
«Federica non è una qualunque», racconta uno dei carabinieri che su di lei ha lavorato in questi anni. «Ha testa». Come ce l´hanno le amiche che le siedono accanto nella seicento. Chiara Z., 39 anni, marchigiana di san Benedetto del Tronto, e Caterina C., sarda di Bari Sardo (Nuoro), 41 anni. Anarco-insurrezionaliste come lei. La prima (Chiara) – si legge ancora nei brogliacci di polizia – ha «precedenti per adunata sediziosa, rissa, violazione delle disposizioni su riunioni in luogo pubblico». Caterina frequenta la redazione di “Radio Onda Rossa” e ha già conosciuto le questure per le occupazioni cui ha partecipato.
Sabato, Pierfelice, Federica, Chiara e Caterina, non riescono a raggiungere Roma con il loro “carico”. Ma per una macchina – la loro – che viene fermata, altre decine entrano in città. Lo prevede il piano di mobilitazione che i “neri” hanno scambiato in rete (ed è in rete, non a caso, che ora gli addetti alla sicurezza del Viminale dicono di aver concentrato queste prime battute della loro inchiesta). Quel piano che a Roma, in piazza san Giovanni prima e in questo mattinale, poi, fa incrociare storie di chi arriva da lontano. Come Valerio P., 21 anni, salentino di san Pietro Vernotico (provincia di Brindisi). Una residenza ufficiale a Lecce, dove vive la famiglia e una stanza a Bologna, dove frequenta l´università. Raccontano che quando torna a casa frequenti il centro sociale “Caos”, che bazzichi la curva degli ultras del Lecce. Che lo conoscano in parecchi. Non come Giovanni C., un anno più vecchio di Valerio, pugliese come lui, ma di Terlizzi (Bari). Gli agenti del commissariato Prati lo arrestano in piazzale Appio, non lontano da san Giovanni e quando lui si siede sulla sedia del commissariato comincia a raccontare una storia che con la Puglia non ha più a che fare da tempo. Da quando ha scelto di andare a vivere a Barcellona. In Italia – racconta Giovanni a chi lo ha arrestato – “scende” quando c´è da fare la “guerra”. Come sabato.

La Repubblica 17.10.11

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“Il black bloc: ci addestriamo in Grecia”, CARLO BONINI E GIULIANO FOSCHINI

F. è un “nero”. Ha 30 anni all´anagrafe, una laurea, un lavoro precario e tutta la rabbia del mondo in corpo. Sabato le sue mani hanno devastato Roma. È da un anno che ci prepariamo. Ad Atene ci hanno insegnato che la guerriglia è un´arte e che si vince con l´organizzazione
Abbiamo agito divisi in falangi, come fanno i reparti della celere. Per noi questa è una guerra Ed è appena all´inizio E lui, ora, ne sorride compiaciuto. «Poteva esserci il morto in piazza? Perché, quanti morti fa ogni giorno questo Sistema? Chi sono gli assassini delle operaie di Barletta?».
Non i poliziotti o i carabinieri a 1.300 euro al mese su cui vi siete avventati, magari. Non quelli che pagano a rate le macchine che avete bruciato. Non il Movimento in cui vi siete nascosti.
«Noi non ci siamo nascosti. Il Movimento finge di non conoscerci. Ma sa benissimo chi siamo. E sapeva quello che intendevamo fare. Come lo sapevano gli sbirri. Lo abbiamo annunciato pubblicamente cosa sarebbe stato il nostro 15 ottobre. Ora i “capetti” del Movimento fanno le anime belle. Ma è una favola. Mettiamola così: forse ora saranno costretti finalmente a dire da che parte stanno. Ripeto: tutti sapevano cosa volevamo fare. E sapevano che lo sappiamo fare. Perché ci prepariamo da un anno».
Vi preparate?
F. sorride di nuovo. «Abbiamo fatto il “master” in Grecia».
Quale “master”?
«Per un anno, una volta al mese, siamo partiti in traghetto da Brindisi con biglietti di posto ponte, perché non si sa mai che a qualcuno viene voglia di controllare. E i compagni ateniesi ci hanno fatto capire che la guerriglia urbana è un´arte in cui vince l´organizzazione. Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare. A Roma, abbiamo vinto perché avevamo un piano, un´organizzazione».
Quale organizzazione avevate?
«Eravamo divisi in due “falangi”. I primi 500 si sono armati a inizio manifestazione e avevano il compito di devastare via Cavour. Altri 300 li proteggevano alle spalle, per evitare che il corteo potesse isolarli. L´ordine che avevano i 300 era di non tirare fuori né caschi, né maschere antigas, né biglie, né molotov, né mazzette fino a quando il corteo non avesse girato largo Corrado Ricci. Non volevamo scoprire con gli sbirri i nostri veri numeri. E volevamo convincerli che ci saremmo accontentati di sfasciare via Cavour. Ci sono cascati. Hanno fatto quello che prevedevamo. Ci hanno lasciato sfilare in via Labicana e quando ci hanno attaccato lì, anche la seconda falange dei 300 ha cominciato a combattere. E così hanno scoperto quanti eravamo davvero. A quel punto, avevamo vinto la battaglia. Anche se loro, gli sbirri, per capirlo hanno dovuto aspettare di arrivare in piazza San Giovanni, dove abbiamo giocato l´ultima sorpresa».
Quale?
«La sera di venerdì avevamo lasciato un ducato bianco all´altezza degli archi che portano in via Sannio. Dentro quel Ducato avevamo armi per vincere non una battaglia, ma la guerra. Il resto delle mazze e dei sassi lo abbiamo recuperato nel cantiere della metropolitana in via Emanuele Filiberto».
Sarebbe andata diversamente se avessero caricato subito il corteo in largo Corrado Ricci e vi avessero isolati.
«Non lo hanno fatto perché, come ci hanno insegnato a fare i compagni greci, sono stati confusi dal modo in cui funzionano le nostre “falangi”».
Come funzionano?
«Siamo divisi in batterie da 12, 15. E ogni batteria è divisa in tre gruppi di specialisti. C´è chi arma, recuperando in strada sassi, bastoni, spranghe, fioriere. C´è chi lancia o usa le armi che quel gruppo ha recuperato. E infine ci sono gli specialisti delle bombe carta. Organizzati in questo modo, siamo in grado di assicurare un volume di fuoco continuo. E soprattutto siamo molto snelli. Ci muoviamo con grande rapidità e sembriamo meno di quanti in realtà siamo».
È la stessa organizzazione con cui funzionano i reparti celere.
«Esatto. Peccato che se lo siano dimenticato. Dal G8 di Genova in poi si muovono sempre più lentamente. Quei loro blindati sono bersagli straordinari. Soprattutto quando devono arretrare dopo una carica di alleggerimento. Prenderli ai fianchi è uno scherzo. Squarci due ruote, infili un fumogeno o una bomba carta vicino al serbatoio ed è fatta».
Parli come un militare.
«Parlo come uno che è in guerra».
Ma di quale guerra parli?
«Non l´ho dichiarata io. L´hanno dichiarata loro».
Loro chi?
«Non discuto di politica con due giornalisti».
E con chi ne discuti, ammesso che tu faccia politica?
«Ne discuto volentieri con i compagni della Val di Susa».
Sei stato in val di Susa?
«Ero lì a luglio».
A fare la guerra.
«Si. E vi do una notizia. Non è finita».

La Repubblica 17.10.11

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«Una mano spappolata per rimuovere una bomba», di Al. Ar.

La sua mano, forse, si salverà. Magari non ci sarà un pezzo di pollice, ma la mano destra di Enzo Mastrobuoni dovrebbe ricominciare a funzionare, a dispetto di quel petardo che sabato pomeriggio gli è esploso fra le dita. Voleva toglierlo di mezzo quel petardo Enzo, 52 anni e un lavoro da sindacalista nella Confederazione degli agricoltori. Aveva paura che potesse far male a qualcuno, nella folla della manifestazione.

Racconta, adesso, dal suo letto del Policlinico di Roma: «Erano circa le quattro del pomeriggio. Il nostro pezzo di corteo, ovvero noi di Sel, era all’altezza di San Pietro in Vincoli quando si sono avvicinati a noi una trentina di incappucciati con i bastoni. Avranno avuto una ventina d’anni, non di più. Avevano un accento napoletano. Hanno cercato di entrare nel corteo e noi abbiamo fatto dei cordoni per bloccarli. Gli abbiamo anche gridato: “Vergogna, andate via”. E loro, per vendetta, ci hanno tirato addosso quei petardi».

Tre o quattro sono stati i petardi che gli incappucciati hanno lanciato contro i manifestanti inermi: Enzo si avventa contro uno di questi con un calcio. Inutilmente. Il petardo non si muove da terra. Lui allora si china per allontanarlo con le mani. Ma il petardo esplode.

«Ho provato un dolore che non so raccontare», dice ancora Enzo. Poi aggiunge: «Per fortuna vicino a me c’erano i vigili del fuoco che hanno spento l’incendio sopra la mia mano. E poi un medico, non so da dove venisse: mi ha fatto una medicazione per strada con le bende. Credo sia stato lui a salvarmi le dita».

Enzo Mastrobuoni è nel direttivo romano di Sel. Di manifestazioni ne ha fatte davvero molte, era anche a Genova dieci anni fa per il G8. «Ma non ho mai visto i violenti che se la prendevano con i manifestanti, che attaccavano il corteo. Qui bisogna ragionare, prendere provvedimenti al nostro interno per isolare questi violenti: è una deriva che non fa bene a nessuno, mette in pericolo le manifestazioni».

Nel suo letto del Policlinico Enzo Mastrobuoni ieri ha ricevuto la visita di Renato Schifani. Il presidente del Senato non ha esitato dopo aver ascoltato i suoi racconti: «Lei è un eroe civile, grazie».

Il Corriere della Sera 17.10.11

"La paralisi su Bankitalia", di Massimo Giannini

C´è un´indecenza pubblica, che più di ogni altra fotografa la crisi politica e la totale paralisi del governo Berlusconi e che rende bugiarda la risposta fornita alla Camera dal presidente del Consiglio all´urgenza di «governabilità» sollecitata mercoledì scorso dal presidente della Repubblica. La nomina del successore di Mario Draghi alla guida della Banca d´Italia. Una “pratica” che ormai da quasi quattro mesi marcisce e rimbalza inutilmente, dal tavolo di Palazzo Grazioli a quello di Via XX Settembre. Senza che il premier sappia assumersi la responsabilità di una decisione.
«Signor presidente, lei ha ragione. So bene che la nomina è urgente. Ma l´impuntatura di Tremonti si sta trasformando in una vera e propria interdizione…». Venerdì pomeriggio, salito al Colle tre ore dopo aver incassato la “fiducia mutilata”, il Cavaliere ha spiegato in questi termini lo “stallo” sulla scelta del prossimo governatore. Di fronte a lui, un costernato Giorgio Napolitano gli ha ribadito quello che va dicendo ormai da quasi quattro mesi: questa incertezza «nuoce alle istituzioni, alle persone e anche al Paese. La decisione spetta innanzitutto a lei. Rammenta la lettera che le ho scritto a giugno…». La sollecitazione del Capo dello Stato, al momento, non ha prodotto risultati. Il premier ha preso tempo, lumeggiando addirittura l´ipotesi di un interim all´attuale direttore generale dell´Istituto, che il presidente della Repubblica ha stroncato subito: nessun interim. «Ne va della credibilità dell´Italia». Ma nonostante la “moral suasion” del Quirinale, l´incontro si è chiuso con un nuovo nulla di fatto.
Il tempo stringe. Dal prossimo 1 novembre Draghi traslocherà all´Eurotower di Francoforte. E la Banca d´Italia, la più importante istituzione repubblicana nel campo dell´economia, ancora non sa chi sarà il suo prossimo governatore. Le posizioni in campo sono ormai note. A Palazzo Koch la «tecnostruttura» sollecita una scelta «interna» che conservi l´autonomia dell´Istituto, e che dunque ruota naturalmente intorno al nome di Fabrizio Saccomanni, nato e cresciuto in Via Nazionale e dunque assoluto garante della sua indipendenza dalla politica. A Via XX Settembre, viceversa, il superministro dell´Economia si impunta sul suo candidato «esterno» Vittorio Grilli, l´attuale direttore generale del Tesoro, funzionale alla trasformazione della Banca d´Italia in quell´”organo ausiliario del governo” che lo stesso ministro auspica da tempo. Il tira e molla va avanti da giugno, in un turbine di voci e illazioni, veti e veleni. Il risultato è disastroso. La Banca d´Italia finisce, suo malgrado, nel tritacarne della politica di sottogoverno. La nomina del governatore diventa come la nomina del direttore generale della Rai. Via Nazionale viene ridotta come Viale Mazzini. Un banchiere centrale del calibro di Saccomanni è costretto ai ridicoli esami di “milanesità” imposti dalla follia populista di Bossi. Un civil servant del valore di Grilli è obbligato a difendersi dal sospetto di essere un “normalizzatore” marchiato a fuoco dalla politica.
L´indiscrezione di queste ultime ore è che, per uscire dallo “stallo” e dalla tenaglia di Draghi che preme per Saccomanni e di Tremonti che non molla su Grilli, il premier starebbe riprendendo in considerazione l´ipotesi del “terzo uomo”. E il candidato sarebbe Lorenzo Bini Smaghi. Il membro italiano nel board della Bce è caduto in disgrazia, dopo aver rifiutato di dimettersi dal suo incarico all´indomani della nomina di Draghi all´Eurotower e aver creato un caso diplomatico con il presidente Sarkozy, che reclama quella poltrona per un francese. Venerdì scorso il Cavaliere ha convocato Bini Smaghi a Palazzo Grazioli. Chi gli ha parlato, riferisce che il “terzo uomo”, ancora amareggiato per come le cancellerie e i media hanno raccontato prima dell´estate la sua “battaglia per l´indipendenza del banchiere centrale”, continui a ribadire che la sua «non è una candidatura politica. Io non ho ‘padrini´, ho solo la mia storia e il mio curriculum, che dimostra tra l´altro che sono l´unico candidato dello stesso livello di Draghi».
Ma fonti autorevoli riferiscono che ora per il “terzo uomo” qualche spiraglio si potrebbe riaprire. Secondo un´esegesi filo-francese, se scegliesse lui per la Banca d´Italia Berlusconi (oltre a far finire in pareggio la partita tra Draghi e Tremonti) farebbe un favore a Sarkozy. Secondo un´esegesi anti-tedesca, se Berlusconi trasferisse Bini Smaghi a Via Nazionale, il nuovo governatore potrebbe arginare il ricostituito asse Merkel-Sarkozy nel consiglio direttivo della Bce, e al tempo stesso bilanciare il ruolo di Draghi, che soprattutto nella prima fase del suo mandato a Francoforte dovrà dimostrare di essere “più tedesco dei tedeschi”. C´è chi dice che Bini Smaghi, nel suo colloquio riservato con Berlusconi, gli abbia esposto proprio queste diverse “opportunità”. Ma sono ragionamenti di tipo puramente “tattico”. Qui non si tratta di fare favori a una cancelleria o a una persona. Si tratta, viceversa, di fare una scelta che assicuri l´indipendenza, il prestigio e la continuità nella gestione della Banca. Per questo, anche l´ipotesi del “terzo uomo”, presenta molte incognite. Non ultima, la possibilità che, se fosse nominato un esterno (compreso Bini Smaghi), il direttorio di Via Nazionale potrebbe persino rassegnare le dimissioni in blocco.
In ogni caso il premier ha preso nota. Ma ancora una volta non ha promesso né deciso nulla. Siamo al vuoto decisionale. Questo, soprattutto, inquieta Napolitano. Il presidente non è mai intervenuto e non interviene nella diatriba sui nomi. Di certo, ha a cuore l´autorevolezza e l´autonomia della Banca d´Italia. Di certo, non ha apprezzato il “danno d´immagine” causato all´Italia dalla “resistenza” di Bini Smaghi.
Il primo incontro tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio risale al 22 giugno. Alla vigilia della designazione ufficiale di Draghi alla Bce, che viene formalizzata due giorni dopo, Napolitano avverte il premier: ha cominciato a pensare alla successione in Banca d´Italia? Tocca a lui fare il primo passo. Berlusconi glissa: «Presidente, abbiamo ancora tanto tempo».
Deluso, il Capo dello Stato compie un primo passo istituzionale. Il 27 giugno scrive una lettera a Berlusconi (la stessa che gli ha ricordato nel colloquio di venerdì scorso): «Illustre signor presidente del Consiglio dei ministri, come Lei sa, l´articolo 19, comma 8 della legge 28 dicembre 2005, relativa a “Disposizioni per la tutela del risparmio”, fissa una procedura ben precisa per la nomina del governatore della Banca d´Italia». La nomina, secondo la legge, «è disposta con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d´Italia». Napolitano ricorda a Berlusconi che la nomina del governatore è dunque “un atto complesso”, ma che ruota intorno al «potere di proposta del presidente del Consiglio». Spetta a lui mettere in moto il meccanismo. Il presidente della Repubblica interviene “in concorso”, con una decisione che deve avere «il più ampio consenso dei soggetti istituzionali indicati dalla legge». E quella decisione, auspica il Capo dello Stato, deve essere presa «in tempi brevi», per evitare polemiche e indiscrezioni.
Napolitano sa che il gioco al massacro può cominciare da un momento all´altro. E infatti il gioco al massacro comincia. Tremonti rivela a Repubblica che il governo ha già deciso: il nuovo governatore sarà Grilli. Scoppia il putiferio. L´opposizione insorge, qualche ministro già indignato per lo strapotere di Tremonti storce il naso, la Banca d´Italia e Draghi si allarmano. Il 30 giugno il Capo dello Stato è costretto a diramare un comunicato ufficiale, in cui invoca «un clima di discrezione e rispetto attorno ai nomi», condanna «forzature politiche e contrapposizioni personali». Ma quello del Quirinale, purtroppo, è inchiostro sprecato. Da quel momento in poi, il toto-nomine su Palazzo Koch impazza, e la politica come sempre dà il peggio di sé, spargendo tossine e veline intorno a Via Nazionale. Berlusconi non fa nulla per impedirlo. Sale al Colle altre quattro volte, durante l´estate. Il 18 luglio e il 27 luglio si parla di manovra e giustizia, ma il premier non dice una parola su Bankitalia. Il 28 luglio e il 2 agosto Napolitano riceve Draghi per fare il punto della situazione, e per discutere sulla crisi finanziaria. Il filo diretto tra Quirinale e Palazzo Koch produce il “commissariamento” del governo sulla manovra d´emergenza.
Il premier torna sul Colle l´11 agosto e il 14 settembre: parla della manovra d´emergenza, ma non dice una parola sulla successione a Draghi. Il 16 settembre, tuttavia, sembra profilarsi una svolta: Berlusconi riceve Saccomanni a Palazzo Grazioli. «Incontro lungo e molto cordiale», racconta il direttore generale di Via Nazionale. Sembra fatta. C´è un Consiglio Superiore della Banca già convocato per il 28 settembre: basta la lettera del premier, con la proposta del nome, e il gioco è fatto. Napolitano sembra sollevato. Mercoledì 21 settembre torna a ricevere Berlusconi al Colle, subito dopo il downgrading del debito italiano deciso da S&P. Stavolta è Napolitano che lo incalza: «Allora, ha deciso qualcosa sulla Banca d´Italia?». Va in scena una farsa pilatesca: il premier farfuglia: «Presidente, la scelta è difficile. Grilli lo conosco bene. Saccomanni l´ho incontrato cinque giorni fa: sono tutti e due così bravi…». Il Capo dello Stato è stupefatto. Torna a ripetere: «La scelta spetta a lei. Non si può più rinviare».
E invece si rimanda. Il 27 settembre il Cavaliere convoca Tremonti a Palazzo Grazioli. Un “duello” lungo due ore, dal quale Berlusconi esce sfinito. «Non c´è niente da fare. Giulio non si convince a dare via libera a Saccomanni. Per lui è diventata una questione di vita o di morte». Stretto in una morsa, il Cavaliere non sa che fare. Salvo ripetere, dopo l´ultimo consulto sul Colle di venerdì scorso, un´assurda formula dorotea: «Esistono persistenti difficoltà nella scelta». Il 24 ottobre è convocata una nuova seduta del Consiglio superiore di Palazzo Koch. È l´ultima occasione utile, per chiudere questa tragicommedia, dannosa per la Banca d´Italia e penosa per l´Italia.

La Repubblica 17.10.11