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"Super municipalizzate e pochi investimenti così sta morendo il capitalismo italiano", di Federico Fubini

In un rapporto Roland Berger i numeri che fotografano il declino del nostro sistema. Boom di fusioni e acquisizioni nel mondo, ma le imprese italiane sono solo prede
 
Cambia il controllo di Frette, il produttore di biancheria di lusso che fornì le lenzuola all’Orient Express e al Titanic, ma la notizia non è che ora apparterrà a un investitore straniero. Era già così. L’antica casa milanese viene infatti ceduta da un fondo di San Francisco a uno di Londra. La notizia è che non c’era un investitore italiano disposto o capace di presentare un’offerta o un progetto industriale migliori.
È già successo negli ultimi anni, in vari settori. Dall’alimentare con Parmalat acquisita dai francesi di Lactalis, alla Ducati passata al gruppo Volkswagen, alle conquiste del gruppo transalpino Lvmh su Bulgari, Loro Piana o la pasticceria Cova, fino alla recente cessione del controllo di Indesit agli americani di Whirlpool. Difficile spiegare ai dipendenti delle società vendute che ciò sia un male, se ora vedono più investimenti, nuove competenze e la conquista di mercati prima irraggiungibili. Per loro la sicurezza del posto in futuro fa premio sul prefisso telefonico dell’azionista di controllo. Per i neolaureati che adesso possono mandare un curriculum nella speranza di una vera chance, ancora di più.
Resta giusto un dubbio sull’asimmetria. Il valore delle fusioni e acquisizioni nel mondo quest’anno è già a 1.500 miliardi di dollari e forse il 2014 batterà il record del 2007. Dalla farmaceutica all’energia, da Pfizer e General Electric, tornano le offerte per creare i cosiddetti Mammuth. Ma l’Italia è molto più preda che predatrice. Le sue imprese non sono quasi mai alla testa, ma schiacciate in mezzo alle catene di fornitura dei milioni di componenti che generano aerei, treni veloci, turbine, auto o gadget elettronici; dunque per lo più vengono acquistate, ma molto di rado acquistano le altre.
Una ricerca di Roland Berger Italia per Repubblica fa capire perché: dal fondo della crisi globale nel 2009 il made in Italy manifatturiero ha sì abbozzato una ripresa, ma non riesce a produrre la cassa necessaria a preparare il futuro. Quella che crea basta a fatica a sostenere i debiti del passato. Da quando l’economia italiana crollò del 5% subito dopo il crac di Lehman, gli investimenti industriali in Italia sono addirittura scesi di un altro 9%: difficile restare competitivi così, se non cambia il modo di finanziamento e con quello la struttura stesse delle imprese. I dati della Roland Berger, il gruppo di consulenza, mostrano come questa crisi stia portando con sé la fine del capitalismo all’italiana fondato sulle medie imprese familiari che restano indipendenti e si finanziano in banca. Non un male, se sarà sostituito con un modello più adatto ai tempi. “Ci sono molte medie aziende per le quali nuova finanza è pronta ad arrivare dai fondi esteri o italiani o da grandi investitori istituzionali – dice Andrea Marinoni di Roland Berger Italia -. Ma solo a patto che ci siano fusioni, spacchettamenti di settori e filiere produttive, progetti fra più gruppi. Non più ognuno per sé come in passato”.
Certo come oggi non può continuare. Non è più sostenibile, per esempio, il peso predatorio delle municipalizzate sul sistema produttivo. La Roland Berger mostra che dal fondo della crisi nel 2009 il settore il cui fatturato è cresciuto di più in Italia, da 44 a 72 miliardi, è quello delle società partecipate dagli enti locali che forniscono servizi come acqua o elettricità. Il loro giro d’affari è esploso del 63%, pesa dieci volte più del settore auto in Italia e almeno il doppio rispetto a qualunque comparto leader del manifatturiero, dalla meccanica all’alimentare. Vista così, il settore trainante del Paese sembra il parassitismo delle mille piccole Iri di provincia. Un gigante sostenuto dagli aumenti continui delle tariffe, che tuttavia fatica a stare in piedi: malgrado il boom delle rendite estratte dal mondo produttivo, la redditività delle municipalizzate non cresce e i loro investimenti
addirittura cadono.
Questa tassa impropria sul resto dell’economia a sua volta alimenta, ma non determina da sola, le difficoltà del manifatturiero. Non che tutto vada male, perché un po’ di ripresa c’è stata. Dal punto basso del 2009 al 2012 il fatturato del settore alimentare è salito da 24,6 a 26 miliardi, quello del settore auto (molto più piccolo) da 6,3 a 7,1 miliardi. E cresce la meccanica, con un aumento delle vendite da 24 a quasi 33 miliardi. In calo ulteriore del 17% dopo la frana del 2009 risulta solo il comparto tessile e abbigliamento, che nel 2012 ha fatturato appena un terzo del settore alimentare.
Il problema dunque non è la capacità di queste imprese di vendere i loro prodotti nel mondo, ma quella di guadagnare denaro facendolo. Il carico fiscale, il costo dell’energia, la burocrazia e gli interessi sui forti debiti bancari erodono sempre più il margine operativo lordo. Nell’alimentare è caduto del 6%, nel farmaceutico del 10%, nel tessile e abbigliamento del 37%. Meglio solo la meccanica dove sale al 2,7% del fatturato, anche se resta ridotto quasi all’osso. Non stupisce che in praticamente in tutti i settori industriali italiani (meno l’abbigliamento) gli investimenti calino in proporzione al fatturato persino rispetto al nadir del 2009. In sostanza le aziende industriali d’Italia, il Paese che si gloria di essere il secondo produttore manifatturiero d’Europa dopo la Germania, non guadagnano abbastanza per preparare il loro futuro. I loro concorrenti esteri investono di più.
Per capirlo la Roland Berger ha esaminato un campione di 590 imprese italiane con un fatturato di più di 200 milioni di euro (di queste, circa due terzi sono manifatturiere). Vengono fuori le differenze con le loro avversarie nel resto d’Europa. Nel made in Italy tre aziende su quattro vedono nelle banche le loro fonti di finanziamento più importanti (in Europa solo la metà), eppure il credito allo sportello è in continuo calo e non dà segnali di inversione. Significa che il mondo produttivo non può più andare avanti come prima e forse è alla vigilia di una svolta. “Le imprese devono aprirsi al capitale da nuove fonti e cambiare la loro struttura di controllo di conseguenza”, nota Marinoni. Se possibile, senza continuare a pagare il pedaggio alle municipalizzate.  

da La Repubblica

"Un'occasione da non perdere" di Paolo Soldini

Un buon inizio. Se alle parole saprà far seguire i fatti, Juncker potrebbe segnare la svolta di cui la Ue ha bisogno per fare pace con i cittadini. I parlamentari europei gli hanno dato un’ampia maggioranza e lo hanno fatto dopo aver ascoltato un discorso che conteneva tre o quattro punti impegnativi. La grosse Koalition, popolari e socialisti ma anche liberali e Verdi, sarà pure insidiata da contraddizioni, però ha apprezzato una dichiarazio- ne d’intenti che lascia intuire uno scheletro di programma.

Le defezioni che ci sono state sono quelle che ci dovevano essere perché erano state annunciate ed erano una bandiera, ma sostanzialmente, e a ragionar sui grandi numeri, il voto di ieri si è piazzato sul crinale tra chi crede nel futuro dell’Europa e delle sue istituzioni, a cominciare dalla moneta comune, e chi lo rifiuta. E il rapporto di forza è confortante, come s’è visto. Anche mettendo nel conto, e dalla parte giusta, un certo numero di parlamentari critici da sinistra su Juncker e l’alleanza che lo porta al potere, ma schierati sul rinnovamento dell’Unione.

Ma un buon inizio è pur sempre solo un inizio. Già in queste ore il lavorìo delle diplomazie intorno all’organigramma dei nuovi vertici istituzionali mostra quanto sarà difficile il percorso dalle parole ai fatti. Juncker non avrà certo le mani libere nella scelta dei commissari, che i governi trarranno dal cilindro come al solito con gli occhi fissati più sulla politica di casa loro che sulle esigenze comunitarie. Dovrà fare i conti con un presidente del Consiglio che sarà, inevitabilmente, il distillato dei complicati calcoli sugli equilibri tra gli Stati. Forse non riuscirà ad ottenere l’unificazione in una persona sola delle cariche di commissario agli Affari economici e monetari e di presidente dell’Eurogruppo. E dovrà assistere dalla panchina alla battaglia sulla nomina dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dopo la rivolta dei paesi orientali contro la «filorussa» Federica Mogherini.

Un dato, comunque, è acquisito. L’annuncio del piano da 300 miliardi, presi dal bilancio comune e dalla Banca europea degli investimenti, per «rafforzare la competitività e stimolare gli investimenti» in un «ambizioso pacchetto per l’occupazione» segna, al di là del merito, una importante novità politica. Finalmente come strumento del risanamento dell’economia europea vengono indicate non (non solo) le manovre sul contenimento del deficit e del debito, ma (ma anche) misure espansive. Il lussemburghese si adagia anch’egli nell’ossimoro per cui si debbono mantenere gli obiettivi attuali del Patto di Stabilità e nello stesso tempo utilizzare i margini di flessibilità «constatati» dall’ultimo Consiglio europeo (come se bastasse «constatare» e quella «constatazione» non fosse a sua volta controversa). Ma nei fatti abbatte il falso tabù dei «soldi che non ci sono». I soldi ci sono: quelli delle risorse proprie dell’Unione e quelli dei privati, che possono essere spostati dalla rendita e dai torbidi giochi sui mercati finanziari verso gli investimenti e la produzione con adeguate politiche fiscali nel cui coordinamento la nuova Commissione può ritagliarsi qualche ruolo. Il cambiamento di contenuti e di tono, rispetto a Barroso, è evidente. E offre qualche motivo di speranza la fondata supposizione che esponendo le proprie ambizioni Juncker debba aver tenuto conto dell’orientamento, in materia, di quello che, sia pure obtorto collo, è stato il suo sponsor principale: la cancelliera tedesca. Il viaggio di ritorno dall’austerity, che era già iniziato, potrebbe subire una accelerazione. Intanto con il superamento, promesso dal futuro presidente, dell’odioso strumento delle trojke, da cui la Commissione – ha annunciato il capo del futuro esecutivo – si ritirerà come hanno fatto peraltro già il Fmi e la Bce.

Certo, non bisogna illudersi troppo. Nel campo di Jean-Claude Juncker ci sono componenti fortemente legate alla politica europea che ha segnato gli ultimi anni. Ieri il capogruppo dei popolari Manfred Weber ha detto di apprezzare il suo discorso, ma nell’aula c’era ancora l’eco delle durissime dichiarazioni che aveva pronunciato nel dibattito sul semestre italiano. Molti nel suo gruppo la pensano come lui e non c’è dubbio che lo dimostreranno pretendendo dal presidente coerenza con il suo passato, che non è stato certo quello di un innovatore ma, soprattutto come presidente dell’Eurogruppo, quello di un esecutore, sia pure talvolta un po’ riottoso, delle politiche fondate solo sulla disciplina di bilancio. Giusto, e però non c’è solo quella, di coerenza. I critici della candidatura del lussemburghese hanno molto insistito sul suo essere «vecchio» (come figura pubblica, perché all’anagrafe ha 59 anni). C’è qualcosa di vero in quell’accusa, ma non è detto che la si debba leggere solo come un insulto. Ieri Juncker ha richiamato le sue origini di cristiano-sociale attento alle ragioni e alla cultura dell’economia sociale di mercato e ha citato nel suo album di famiglia due socialisti, Jacques Delors e François Mitterrand, e un democristiano, Helmut Kohl. Ma soprattutto ha disegnato come sfondo alla propria iniziativa un sistema di valori legato alla tradizione europea del solidarismo e del welfare. E lo ha rivendicato promettendo che l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, uno dei grandi appuntamenti della sua presidenza, non sarà concluso «a qualsiasi prezzo», perché noi «non possiamo abbandonare i nostri valori, le nostre norme». Da quelle sulla protezione sociale dei lavoratori a quelle sulla tutela ambientale a quelle sulla privacy. Ed è agli stessi valori che si è richiamato annunciando l’intenzione di accogliere le istanze italiane per la determinazione di una nuova politica dell’Unione per l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati, da affidare a un commissario speciale.

da L’Unità

"Il ritorno della politica", di Andrea Bonanni

LE DODICI cartelle del discorso con cui Jean-Claude Juncker ha ottenuto ieri la nomina a presidente della Commissione da parte del Parlamento europeo segnano una svolta. Non perché la vecchia volpe lussemburghese abbia enunciato concetti rivoluzionari o promesso riforme epocali. Ma perché, per la prima volta nella storia europea, il presidente della Commissione ha parlato non come uomo di fiducia dei governi nazionali ma come capo di una coalizione politica che in aula e a voto segreto gli ha dato la fiducia.
E questa è, in effetti, la reale natura di Juncker: il referente di una complessa Grosse Koalition che si avvia a governare l’Europa. Egli non deve la sua poltrona ad accordi sottobanco tra le cancellerie, ma al fatto di essersi presentato come candidato di riferimento del Partito popolare europeo, di aver vinto le elezioni che hanno fatto del Ppe la forza di maggioranza relativa in Europa, e di aver saputo cucire un accordo tra i maggiori gruppi politici nel Parlamento di Strasburgo su un programma di governo. Neppure il veto britannico e la minaccia di un’uscita di Londra dall’Ue hanno potuto fermare la sua ascesa perché gli Stati nazionali hanno perso il monopolio della politica europea. Persino i grandi tenori dell’Unione, dalla Merkel a Hollande a Renzi, non contano più solo per i Paesi che hanno alle spalle ma per il controllo che esercitano sui rispettivi partiti di riferimento. Non a caso il premier britannico Cameron, che non ha un partito europeo dietro di sé, si trova sempre più marginalizzato a Bruxelles.
Dopo anni di polemiche, a volte legittime e a volte pretestuose, contro l’euroburocrazia, il voto di ieri riconsegna un pezzo di Europa alla politica. Una delle poche promesse concrete fatte in aula da Juncker è l’abolizione della troika, divenuto simbolo negativo dell’insensibilità burocratica ai costi sociali dell’austerità, sostituita con «una struttura che abbia maggiore legittimità democratica».
Naturalmente questa evoluzione «irreversibile», per usare il termine utilizzato ieri sia da Juncker sia dal presidente del Parlamento Martin Schulz, sana alcune ferite ma espone l’Europa a nuovi rischi. Uno di questi è l’indeterminatezza e anche una certa improvvisazione della politica. Dopo le elezioni tedesche, Angela Merkel e i socialdemocratici hanno messo due mesi per definire i contenuti di un serio governo di coalizione. Juncker ha avuto meno di due settimane per concordare un programma che avesse l’appoggio dei maggiori partiti e dei principali governi.
Questo spiega le molte vaghezze che il futuro presidente della Commissione ha dovuto elencare nel suo programma. Trecento miliardi di investimenti per il lavoro che non si sa da dove arrivino. Una nuova capacità di bilancio dell’eurozona che non si capisce come sarà finanziata e tantomeno gestita. Incentivi alle riforme strutturali non meglio identificati. Criteri di attuazione della flessibilità sui bilanci rinviati a linee guida ancora da scrivere. La buona notizia è che queste non sono belle intenzioni che potranno essere spazzate via da un semplice nyet di qualche governo, ma impegni politici che Juncker ha preso di fronte al proprio referente, che non sono più le capitali nazionali ma il Parlamento europeo. Se la politica si riappropria dell’Europa, toccherà alla politica trovare i compromessi che permettano di dare sostanza a questi impegni.
Ma la politica non si ferma all’emiciclo del Parlamento europeo. Oggi i capi di governo si ritrovano a Bruxelles per completare il puzzle delle nomine ai vertici dell’Ue. Dovranno decidere l’alto rappresentante per la diplomazia dell’Ue, che sarà anche il numero due della Commissione a fianco di Juncker. Una nomina che si inserisce in un gioco di incastri che prevede anche le poltrone del presidente del Consiglio europeo, di quello dell’eurogruppo e di alcuni dei commissari più importanti.
L’Italia ha candidato al posto di vice di Juncker il nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini. E lo ha fatto sulla scorta di un ragionamento puramente politico. Se il Ppe, che è il primo partito in Parlamento, prende il presidente della Commissione, tocca ai socialisti, che sono il secondo, scegliere il numero due. E, stando al governo italiano, tutti i leader socialisti sono concordi nell’indicare il nome della Mogherini che comunque dovrà avere il voto favorevole anche del Parlamento europeo e quindi della Grosse Koalition che lo governa.
Al traverso di questo ragionamento si sono messi alcuni Paesi dell’Est europeo, secondo cui il ministro italiano sarebbe troppo “morbido” nei confronti della Russia e della gestione della crisi ucraina. Giusta o sbagliata che sia questa obiezione (e noi pensiamo che sia sbagliata) essa nasce dalla vecchia logica proprietaria dei governi verso le cariche europee. In base a questa logica l’interesse nazionale del singolo Paese, in questo caso la volontà dei baltici di tenere alte la tensione e l’ostilità con la Russia, premia sull’interesse generale europeo. Era in base a questa stessa logica proprietaria che Cameron ha cercato inutilmente di opporsi a Juncker, considerato «troppo federalista». L’Italia ha risposto opponendo a questo ragionamento una logica politica: la poltrona tocca ai socialisti che sono parte della Grosse Koalition europea e i socialisti hanno scelto la loro candidata. Se ad alcune capitali non va bene, si può decidere tra i governi a maggioranza come si è fatto con Juncker. Lo scontro appare difficile da evitare. Questa notte vedremo se la politica sarà riuscita a riconquistare un altro, importante, pezzo della casa europea.

Da La Repubblica

Poletti: “Servizio civile per i primi 40 mila giovani risorse ok, a fine anno il via” , di Valentina Conte

Imprese sociali come start up: potranno distribuire utili e fare crowdfunding, raccogliere capitali su Internet. Servizio civile universale, pagato, da inserire nel curriculum e svolgere anche all’estero, aperto (forse) ai giovani stranieri residenti in Italia. Cinque per mille strutturale, ma con obbligo di trasparenza per gli enti che ricevono i soldi degli italiani. Social bond per finanziare il sociale. Fiscalità agevolata. E un registro unico per il Terzo settore, una sorta di albo della solidarietà.
Ministro Poletti, la riforma del Terzo settore approvata dal Consiglio dei ministri rappresenta davvero un «grande momento di svolta», come dice il premier Renzi?
«Corrisponde all’idea, cara al governo, che la partecipazione dei cittadini è il terzo pilastro della società italiana, oltre a Stato e mercato. Non più dunque una Croce rossa, marginale ed emarginata, da usare quando lo Stato non arriva. Ma una protagonista per gestire i bisogni della collettività. Nessuno resterà a casa, tutti devono fare qualcosa».
La riforma però è affidata a un disegno di legge delega, dunque non sarà operativa in tempi brevi…
«Andrà a pieno regime solo nel 2015, certo. Ma ci siamo dati un periodo limitato per l’emanazione dei decreti attuativi, sei mesi, dall’approvazione della delega. E contiamo di non usarli tutti».
Quanto costerà? Solo il servizio civile sulla carta vale 600 milioni, se calcoliamo 500 euro al mese, dunque 6 mila euro l’anno, moltiplicati per 100 mila giovani tra i 18 e i 28 anni da coinvolgere nel triennio.
«I soldi per il primo contingente, tra i 200 e i 250 milioni, ci sono già. E consentiranno a 40 mila ragazzi di partire tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Altre risorse le troveremo con la garanzia giovani e dallo stanziamento ordinario per il servizio civile. Ma è un tema che affronteremo nel 2015».
I critici vi accusano di aver creato la figura del “sottopagato di Stato”, anziché impiegare i soldi per creare posti veri: giovani non assunti che tappano i buchi dell’inefficienza
pubblica, retribuiti con una miseria. Come risponde?
«Sono critiche ingiuste perché non tengono conto dell’importante contenuto di esperienza insito nel servizio civile. Si tratta di un’opportunità per i nostri giovani, anche per un futuro lavoro. Non sono rari i casi in cui, al termine del servizio, questo si trasformi in occasione professionale. E poi c’è il contenuto civico: dai una mano alla collettività e al tuo Paese. Dobbiamo far crescere il senso della solidarietà».
Tra i 100 mila ci saranno anche ragazzi stranieri, come si legge nel comunicato di Palazzo Chigi?
«È un punto che stiamo ancora valutando».
Nel 5 per mille cosa cambia?
«Finalmente diventa strutturale, senza bisogno di una norma ad hoc da inserire ogni anno nella legge di Stabilità. Ma sfoltiremo l’elenco degli enti beneficiari, visto che duemila non ricevono neanche un euro, altri tremila meno di cento euro. E chiederemo loro statuto, rendicontazione, trasparenza e comportamenti coerenti ».
Come funzionano i social bond?
«Il cittadino potrà acquistare queste obbligazioni dalle banche, accontentandosi di un interesse un po’ più basso. E le banche, che ridurranno i costi di gestione, destineranno una parte dei proventi a particolari interventi sociali. È un esempio di finanza di comunità o finanza etica. Incentiveremo anche microcredito e donazioni. L’idea di fondo è sempre quella: la comunità che si prende cura di se stessa».
L’impresa sociale sin qui non è decollata: appena 852 quelle esistenti. Ora cambierà qualcosa?
«Aggiorneremo la normativa, consentendo la distribuzione di utili, oggi preclusa, nel rispetto di condizioni e limiti, e cioè l’utilità sociale. Potrà raccogliere capitali anche tramite Internet, come fanno le start up. Investire in settori di attività più ampi, aiutata anche da un fondo rotativo e dall’assegnazione di immobili pubblici inutilizzati o confiscati alla criminalità. Non imporremo una forma giuridica, le aiuteremo tutte: cooperative, srl, spa. Purché lavorino per la comunità».

da La Repubblica

"Che fare se la Sanità non regge più", di Luigi La Spina

In teoria, il nostro è il miglior sistema sanitario del mondo, perchè assicura l’assistenza gratuita a tutti. Lo sarebbe senz’altro, se fosse vero. È questa una delle tante illusioni di cui l’Italia si è fatta vanto in questi anni, compatendo non solo i poveri americani che hanno dovuto aspettare Obama per contare su una sanità un po’ più accessibile, ma anche i vicini di casa europei che possono godere, forse, di strutture ospedaliere più moderne ed efficienti, ma che pagano di più per essere curati. Ora, sembra che non sia più possibile continuare a mascherare la reale situazione di disagio e, in alcuni casi, di vera ingiustizia a cui sono sottoposti tanti italiani che si ammalano, perchè in molte regioni italiane la spesa pubblica per la sanità continua a crescere in maniera incontrollata, con il rischio che il nostro sistema di welfare faccia crac.

Al di là dei solenni impegni di risanamento delle nuove giunte regionali, dopo la consueta denuncia degli sprechi attribuiti alla precedente amministrazione, i costi della sanità pubblica continuano a crescere per motivi del tutto comprensibili.

La prima causa è quella demografica: il continuo allungamento delle speranze di vita, confortante soprattutto per noi italiani rispetto alle popolazioni di altri paesi del mondo, lo è meno per chi dovrà fornire le cure indispensabili ad anziani sempre più numerosi. Anche perché sono arrivati e stanno per arrivare alla soglia della vecchiaia, generazioni nate dopo il secondo dopoguerra, nel periodo del cosiddetto «baby boom». Per tutti costoro dovranno provvedere i contributi allo Stato di figli e nipoti, poveri nel numero e ancor più poveri nella capacità finanziaria di stipendi a rischio di precarietà e di tagli imposti dalla crisi.

Pure il secondo motivo della futura insostenibilità del nostro sistema di welfare deriva dal progresso, quello della moderna medicina. Ormai i costi per procurare ai nostri ospedali le più avanzate attrezzature diagnostiche e chirurgiche, ma anche per assicurare ai malati i farmaci più recenti, sono aumentati in maniera impressionante. Né sarebbe augurabile che si facessero risparmi in questi necessari investimenti, pena una assistenza di serie B rispetto alle altre nazioni dell’Occidente.

È vero, inoltre, che sprechi e inefficienze sono assai diffusi, ma sull’esito delle rituali battaglie propagandistiche dei nostri amministratori regionali è bene far poco conto: l’assistenza sanitaria è un enorme bacino di clientelismo politico, di potere baronale e sindacale, anche quando non si registrano casi di corruzione penalmente perseguibile. Queste fortissime macchine di resistenza corporativa innalzano muri di gomma di fronte ai quali anche i migliori propositi di riforma e di razionalizzazione delle spese sono destinati a infrangersi.

Ecco perché lo slogan del welfare all’italiana, «sanità gratuita per tutti», è una illusione che tradisce la realtà. Quella di chi, di fronte alle lunghissime liste d’attesa per un intervento chirurgico, per una visita specialistica, ma anche per un semplice controllo di prevenzione, è costretto a rivolgersi alle cure di una struttura privata, con costi salatissimi. Quella di numeri che dimostrano le evidenti contraddizioni del sistema, basti osservare che quel cinquanta per cento della popolazione esente da ticket costituisce l’ottanta per cento degli assistiti da parte del servizio pubblico nazionale. Quella di coloro che non possono usufruire dei cosiddetti «livelli essenziali d’assistenza», perché i deficit delle sanità regionali sono tali da costringere i dirigenti a ridurre personale e strutture anche in quei settori.

È ora di colmare il divario insopportabile tra illusione e realtà del nostro welfare sanitario, prendendo atto di un sistema che non regge più e che, soprattutto, non reggerà più nel prossimo futuro. Assicurare l’assistenza gratuita a coloro che non si possono permettere le cure è non solo un diritto del cittadino, ma un dovere di uno Stato civile. Garantirlo a tutti non è più possibile e prometterlo vuol dire perpetrare una truffa.

da La Stampa

"La voce contro l'apartheid", di Maria Teresa Salieri

La sua ultima raccolta di “Short Stories”, uscita in Italia nei primi mesi di quest’anno per il editore tradizionale, Feltrinelli, e la sua traduttrice di sempre, Grazia Gatti, ha un titolo che evoca un bilancio, Racconti di una vita: storie scritte tra il primissimo inizio di carriera e gli ultimi anni, tra il 1952 e il 2007. I primi due pezzi si aprono sullo scenario di un ospedale. Coincidenza? Non è impossibile che Nadine Gordimer abbia voluto orchestrare con questi dettagli il suo addio a noi lettori, visto che, come annunciò nell’occasione, nell’ultima intervista a un giornale italiano, era affetta da un cancro al pancreas e non sentiva più le forze per creare: «Non ho più l’energia, scrivere mi fa star male e sono troppo critica, troppo esigente verso il mio lavoro, non credo che accetterei qualcosa che non mi soddisfa», spiegava prendendo indirettamente – con questo understatement – le distanze dal plotone di scrittori che qua e là nel globo andavano in quel- le stesse settimane dichiarando ben più spettacolari, mediatici addii alla pagina scritta. La minuta ed eroica «guerrigliera dell’immaginazione», come la definì Seamus Heaney, è morta l’altroieri novantenne a Johannesburg. Si è spenta nel sonno e vegliata dalle persone a lei care, spiega un comunicato della famiglia. Erano con lei i figli Oriane, che, insegnante in Piemonte, fonda- va il suo legame privilegiato con l’Italia, e Hugo, nato dall’unione durata un cinquantennio con il secondo marito Reinhold Cassirer, commerciante d’arte, quello che definiva «un meraviglioso matrimonio».

In Italia era stata insignita del premio Grinzane e del Primo Levi. E, già ultraottantenne, i capelli grigi stretti in una svelta coda, magrissima ed energica, si era affacciata a un Festivaletteratura a Mantova. Premio Nobel per la Letteratura nel 1991 era stata la prima penna sudafricana, e la settima donna, a essere assunta nell’empireo di Stoccolma. Dodici anni dopo la seguirà un altro sudafricano, John M. Coetzee, e nel 2007 un’altra donna schierata contro la segregazione razziale, la rhodesiana Doris Lessing. Nelle motivazioni del Nobel la parola apar- theid ha un peso importante. Perché Nadine Gordimer è stata una scrittrice che ha fuso con abbagliante intelligenza in un suo originale crogiuolo magistero narrativo e impegno civile.

È figlia di due ebrei immigrati in Sudafrica, Isidore e Nan, lui proveniente dalla Lettonia lei da Londra, e nasce il 20 novembre 1923 a Springs, un centro minerario nell’East Rand, l’area urbana a est di Johannesburg. Viene educata però secondo uno stampo cattolico. Resta un solo anno alla University of Witwatersrand, ma il tempo è abbastanza per verificare le barriere tra studenti bianchi e neri. È allora che entra in contatto con l’African National Congress e comincia la sua militanza. Nel 1964 durante il processo di Rivonia contro gli attivisti neri, dal quale Nelson Mandela esce con una condanna al carcere che sconterà per 27 anni, ha la fortuna e l’audacia di entrare, clandestina, nella cella do-ve «Madiba» aspetta la sentenza. È l’inizio di un legame tra i due futuri Nobel, lui per la Pace lei per la Letteratura, che durerà fino alla morte del leader dell’Anc. Mandela riesce a ottenere in carcere uno dei suoi romanzi, Burger’s daughter ed è una emozionatissima Nadine a ricevere dal suo eroe una lettera di elogi. È poi sui divani della sua casa di Johannesburg che, quasi trent’anni dopo, F.W. De Klerk e Madiba trattano la pace e la fine della segregazione in Sudafrica. È lei che Mandela vuole al suo fianco a Oslo quando va a ritirare il Nobel per la Pace. Ed è nel nome di Mandela che, nelle ultime stagioni, Nadine Gordimer accusava il suo paese di aver tradito, con la corruzione, un sogno.

Ma qual è il segno che Gordimer artista lascia nella letteratura del secondo Novecento e del nuovo millennio? Quarantenne, negli anni Sessanta e Settanta è negli Stati Uniti dove insegna in alcuni atenei. Ha alle spalle un esordio, appena quindicenne, con un racconto per bambini uscito nel 1937 sul Children’s Sunday Express, una prima raccolta di racconti, Face to face del 1949 e un primo romanzo, The lying days, del 1953. Seguono uno stuolo di altri romanzi (quindici quelli pubblicati da Feltrinelli), un piccolo esercito di racconti (diciassette le raccolte uscite per lo stesso editore) e saggi e pièces teatrali…

Si tratti della storia di Mehring, il farmer afrikaner di uno dei suoi testi più antichi, Il conservatore come di quella di Paul Bannerman, l’attivista ambientalista che nel recente Sveglia, am- malato di cancro alla tiroide e, sottoposto a radioterapia, diventato per alcune settimane radioattivo, vive un singolare apartheid, si tratti dell’amore tra Julie, giovane liberale bianca e Ibrahim, musulmano povero e clandestino nell’Aggancio o della storia della zulu Jabu e del bianco Steve, unitisi in matrimonio quando le unioni miste erano proibite e alla prova dei sentimenti nel Sudafrica democratico in Ora o mai più, Nadine Gordimer riesce a trasformare quel nodo tematico, segregazione-unione, in una luce accesa su un intero campionario di sentimenti ed esperienze umane. Su temi epocali come quel «senso di colpa» che, spiegava, il suo Paese nutriva per l’apartheid come i tedeschi nutrivano per il nazismo. Con una prosa geniale che mai in migliaia di pagine cede alla retorica. Un suo motto era: «La verità non è sempre bella, ma la fame di verità lo è».

Nadine Gordimer era una donna minuta che suggeriva un’idea di forza indomita. Feltrinelli ora annuncia che in ottobre, il 15, sarà in libreria un volume che raccoglie un’antologia dei suoi testi non narrativi: Tempi da raccontare, di saggio in saggio, di articolo in conferenza, testimonirà la vita di una scrittrice che ha voluto vivere nelle pieghe più profonde del nostro tempo. È, quella di Nadine Gordimer, una professione di fede camusiana, nata da una delle grandi tragedie del Novecento. Diceva «l’atto creativo non è puro. Lo dimostra la storia. Lo pretende l’ideologia. Lo esige la società. Lo scrittore perde il suo Eden, scrive per essere letto e capisce di dover rendere conto. Lo scrittore è ritenuto responsabile».

L’Unità 15.07.14

"Corruzione, raddoppiano i detenuti in attesa di giudizio", di Donatella Stasio

Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma, ricorda che nella lotta alla corruzione «non si può immaginare che la prevenzione abbia efficacia se non c’è anche un’efficacia dissuasiva penale» ma finché la repressione penale rimarrà affidata essenzialmente alla custodia cautelare e non «si metterà davvero mano a un’accelerazione del processo» (leggi: riforma della prescrizione), «il contrasto alla corruzione non sarà mai in grado di decollare». La conferma delle sue parole si trova nelle statistiche dell’Amministrazione penitenziaria che da sempre registrano poche decine di “colletti bianchi” in carcere, per lo più in custodia cautelare. Un dato che, però, nell’ultimo anno è «quasi raddoppiato» (il 7 maggio scorso si contavano infatti più di 100 detenuti in attesa di giudizio, su un totale di 321). Ma ormai neppure il carcere preventivo sarà più un deterrente contro la corruzione: la norma del decreto carceri, in via di conversione, lo vieta infatti quando il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva non sarà superiore ai 3 anni. Norma contestata dai magistrati perché avrebbe tenuto fuori dalle patrie galere molti reati di grave allarme sociale e perciò «corretta» proprio ieri da un emendamento del deputato Pd David Ermini, ma non per i colletti bianchi, per i quali il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli aveva lanciato l’allarme su questo giornale il 3 maggio: «Parliamo di 3 anni irrogati in concreto, anche se la pena edittale è più alta; il che impedirà al giudice di ricorrere al carcere preventivo e agli arresti domiciliari anche per i reati contro la pubblica amministrazione poiché l’esperienza dimostra che raramente la corruzione è punita con più di 3 anni» aveva detto il presidente dell’Anm. Che ieri ha confermato le critiche «radicali» al Dl, pur apprezzandone «alcuni miglioramenti»: per i reati di corruzione, però, ci si è limitati a ripristinare solo gli arresti domiciliari.
Dei limiti che la repressione penale incontra nella lotta alla corruzione hanno discusso ieri magistrati, giuristi, deputati ed esponenti di governo nel seminario «Appalti pubblici e corruzione» organizzato dal gruppo della Camera del Pd (si veda anche l’articolo a pag. 5). Doveva esserci anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando ma la sua sedia è rimasta vuota. Ha mandato 7 cartelle per ribadire che nelle «linee guida» del programma di governo sulla giustizia «la predisposizione di norme contro la criminalità economica costituisce il punto 8» e che ci saranno modifiche al «codice penale e di procedura», sul falso in bilancio, l’autoriciclaggio, la concussione (stesse sanzioni anche per l’incaricato di pubblico servizio). Neanche una parola sulla riforma della prescrizione.
Ne hanno invece parlato in molti. Oltre a Rossi, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, ricordando che, dopo Tangentopoli, non solo non si è lavorato alla prevenzione della corruzione, «e anzi si è smantellato completamente il sistema dei controlli amministrativi», ma è stato depenalizzato il falso in bilancio e approvata «una norma pessima sulla prescrizione che ha riguardato soprattutto i reati di corruzione». Solo nel 2012 «si è provato a intervenire in modo organico» con la legge Severino, n. 190, che «per la prima volta ha posto il problema della prevenzione ma che nella parte penale è perfettibile», dice Cantone, aggiungendo: «Basti pensare alle ricadute che sta avendo sulla giurisdizione penale lo sdoppiamento tra concussione e induzione» (un punto su cui, però, il governo tace). Giuseppe Santalucia, vice capo dell’ufficio legislativo del ministero nonché capo della delegazione italiana del Greco, il Gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa, conferma che «la legge Severino presenta luci e ombre: il lavoro fatto dall’Italia è stato considerato dal Greco “non globalmente insoddisfacente”, ma siamo stati rimandati a dicembre 2015». L’Europa critica le norme (troppo blande) sui reati di traffico di influenze illecite e di corruzione tra privati; le pene troppo lievi irrogate; ma soprattutto «non accetta un processo che consegna la corruzione alla prescrizione», e perciò chiede una riforma generale.

Il Sole 24 Ore 15.07.14