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Tagli ad auto e scorte, scontro pm-ministro Allarme anticamorra: "Stop caccia a Zagaria", di Dario Del Porto

Oggi pomeriggio alle diciotto si interromperà la caccia al siuperlatitante del clan dei Casalesi, pm anticlan senza auto nè scorta. Nitto Palma alla Procura: “Il problema straordinari non esiste solo qui” . La caccia al superlatitante del clan dei Casalesi Michele Zagaria si interrompe ogni pomeriggio alle 18. Da quel momento i pm dell’anticamorra restano a piedi. Senza autisti, né macchine blindate e senza scorta. Gli uffici invece chiudono tre ore prima, alle 15, quando il personale amministrativo termina l’orario e si allontana. “Si sono esauriti i fondi per pagare lo straordinario e adesso è tutto bloccato”, spiega il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, che coordina il pool impegnato nelle indagini sulle cosche della provincia di Caserta.

I tagli alle risorse stanno mettendo in ginocchio la Procura. Ma da Ravello, dove ha preso parte a un convegno, il ministro della Giustizia Nitto Palma bacchetta le toghe napoletane per il caso Tarantini-Berlusconi su cui ha chiesto accertamenti agli ispettori (“a due giorni di distanza il processo si è sdoppiato, mi sembra una situazione paradossale”) e minimizza l’allarme sui tagli: “Il problema degli straordinari non esiste solo per Napoli ma anche per altre regioni d’Italia e altri uffici importanti, penso a Reggio Calabria. Non mi pare che altrove vi sia stata un’analoga protesta. Spero di poter risolvere rapidamente il problema – argomenta il Guardasigilli – ma all’epoca mia le uniche manifestazioni di questo genere avvenivano in presenza di fatti molto gravi. Come il mese di protesta che venne fatto alla Procura di Roma dopo l’assassinio di Mario Amato”.

Al ministro replica indirettamente il procuratore aggiunto Cafiero de Raho. “Per rendersi

conto della condizione di pericolo di molti magistrati napoletani non è necessario aspettare l’attuazione di eventi tragici come quello citato dal ministro. La situazione è molto grave – avverte – ai magistrati della Dda di Napoli accade ogni giorno di subire minacce o assistere a manifestazioni di forte astio se non addirittura a propositi di vendetta. Ecco perché auto blindate e tutela servono sempre. Per pagare gli straordinari agli autisti basterebbero 20 mila euro. Invece si obbligano magistrati esposti a muoversi senza protezione dopo le sei del pomeriggio e dunque a fare rientro anticipatamente a casa. Così non solo la ricerca di un latitante del calibro di Zagaria ma l’intera azione di contrasto alla criminalità viene fortemente penalizzata”.

Nella stessa situazione si trovano gli altri due pool in cui è suddivisa l’anticamorra, quello che indaga sui clan napoletani, coordinato dal procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico, e quello competente per la fascia costiera diretto dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo. Lo stop allo straordinario del personale amministrativo riguarda invece tutta Procura. Per garantire l’apertura dell’ufficio intercettazioni anche la mattina del sabato si è reso necessario il distacco di personale da un’altra sezione. “Purtroppo sembra che nessuno sia interessato al problema – dice Cafiero de Raho – registro una pericolosa sottovalutazione di quanto sta accadendo. Anche il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica si è limitato a rinviare la questione al ministro. Ritengo che sia obbligo di tutte le istutizioni intervenire, cooperando fra loro, per scongiurare eventi pericolosi”.

La repubblica 16.10.11

"Dove nasce l'anomalia italiana", di Paolo Conti

Il contrasto è stridente. L’inferno romano, i feriti, la guerriglia urbana, il terrore dei passanti. E tutti gli altri «Indignati» che nel resto del mondo, e nelle stesse ore, hanno manifestato senza incidenti: in Spagna i ragazzi hanno persino tentato di coinvolgere pacificamente l’erede al trono Felipe. Il discorso di Assange a Londra mentre la folla applaudiva e sorrideva. Tutto tranquillo in Germania, Nuova Zelanda, Australia, Giappone.

Esiste un’«anomalia italiana», una differenza di fondo che contempla il ricorso alla violenza nei conflitti sociali, quasi come un rito? C’è chi ripensa al G8 di Genova. E il parallelo non appare forzato, per esempio, a Sergio Cofferati, oggi parlamentare europeo Pd ma nome storico del sindacalismo italiano, segretario della Cgil dal 1994 al 2002: «Se ripensiamo a Genova bisogna dire che quei giorni vennero conclusi con un atto inqualificabile e inaccettabile delle forze dell’ordine. Però erano cominciati nel segno della violenza di una parte minoritaria dei manifestanti». Dunque, Cofferati, lei crede sia reale la costante di uno «zoccolo duro» di aggressività? «Credo non si possa ignorare che una parte dei manifestanti di ieri, nell’area dei cosiddetti “movimenti”, non abbia mai escluso la violenza dal confine del loro agire. Scelta che, per quanto mi riguarda, non può mai trovare giustificazione: e sottolineo che, con le loro azioni, quei raggruppamenti vanificano immediatamente le cause che vorrebbero sostenere».

L’ex segretario della Cgil aggiunge poi un altro elemento di analisi: «La recente rivolta delle periferie inglesi, per esempio, era ed è legata alle condizioni materiali dei più giovani ma anche alla mancanza di forme associative e di corpi sociali intermedi tra cittadini e istituzioni. Invece in Italia abbiamo strutture consolidate e antiche, efficacissime, dal governo dei quartieri ai sindacati passando per il volontariato. Eppure i gruppi violenti resistono. Per esempio in Francia la conflittualità sindacale in piazza prevede una quota di violenza. Ma lì i sindacati sono strutture piccole e deboli. In Italia sono forti e tradizionalmente radicate». Storicizzando, Cofferati, a quando fa risalire la nascita di quell’area? «Alla fine degli anni Settanta. Non certo al Sessantotto, che era tutta un’altra storia…».

A proposito di storia, Elena Aga Rossi, storica contemporanea, allieva di Renzo De Felice, ha un’idea molto chiara sulla «anomalia italiana»: «In Italia le divisioni politiche appaiono sempre più forti che altrove, lo dimostra la qualità degli scontri verbali ai quali si assiste persino in Parlamento. C’è sempre un nemico da abbattere: una costante nella nostra storia contemporanea che risale all’eredità del fascismo, poiché ogni regime totalitario ha bisogno dell’antagonista da distruggere. Probabilmente il nostro passaggio alla democrazia non è ancora così completo come ci illudiamo di pensare. Tutto ciò è particolarmente triste in un momento in cui la gravità della situazione, anche internazionale, imporrebbe l’individuazione di un terreno comune». Ma Elena Aga Rossi mette sul tappeto una questione legata alla cronaca, non più alla storia: «Sarebbe necessario analizzare bene la sostanza di molti centri sociali attivi in Italia. Ritengo ci sia eccessiva tolleranza da parte delle istituzioni, troppo timorose di chiuderli quando invece bisognerebbe farlo. In altri Stati si procede in questo senso quando le istituzioni funzionano come garanzia del diritto e delle leggi. Da noi si temono invece le conseguenze e le polemiche. E, sbagliando, non si agisce».

Invece Domenico De Masi, sociologo delle professioni e del lavoro, docente a «La Sapienza» di Roma parla di un «ritardo» degli «Indignati» italiani che può aver portato alla furia rabbiosa di ieri: «Frequentando l’università, ero terrorizzato dalla lentezza con cui stavano partendo le manifestazioni in Italia. La legge sociologica è nota: meno gli stimoli trovano sfogo, più aumenta la dose di possibile violenza. Eppure negli atenei l’incubazione era palpabile, era evidente quanto e come stesse montando». Ma esiste, De Masi, una «singolarità italiana» che conduce la piazza puntualmente a incendiarsi? «Non c’è il minimo dubbio. I giovani italiani hanno assistito ai drammi di Lampedusa. Hanno seguito l’inesorabile spappolamento del nostro sistema politico ogni giorno, direi quasi in diretta televisiva. I nostri ragazzi sono approdati all’appuntamento di ieri sopraffatti da eventi e da immagini una più assurda dell’altra. Le condizioni per la manifestazione di ieri non potevano essere peggiori: persino noi adulti, che non assalteremmo mai una banca, abbiamo una sola espressione in bocca, sul lavoro o la sera a casa, o a cena con gli amici: “Non se ne può più”. E se lo diciamo noi vecchi…»

Ma come veniamo visti con altri occhi e da terre diverse? Christopher Duggan, classe 1957, storico britannico, docente di Storia italiana e direttore del Centre for the Advanced Study of Italian Society all’Università di Reading, segue da anni le nostre vicende come dimostra il suo «La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi» uscito da Laterza nel 2008.

Duggan parla da Londra e ha una sua tesi che non può essere sospettata di partigianerie nostrane: «Penso che tutto ciò sia il frutto di quanto gli italiani hanno scoperto, diciamo così, da un paio di mesi a questa parte. Fino all’estate hanno visto un governo sorridente, ostentatamente sereno, pronto a rassicurare tutti: “l’Italia va bene, non c’è da preoccuparsi, siamo al di fuori della crisi degli altri”. Il messaggio è stato ottimismo-ottimismo-ottimismo! Poi, improvvisamente, è comparsa la dura verità. Cioè che questa gravissima crisi coinvolge tutta l’Europa, non solo la Grecia o l’Irlanda o la stessa Spagna ma anche l’Italia, la terza economia dell’Eurozona. Eppure, al di fuori, gli elementi erano palesi: nessuna crescita da dieci anni, un debito pubblico che supera il 120% del Pil. Credo che l’elemento divampato ieri sia in buona parte l’ira per essere stati presi in giro».

Duggan punta l’indice contro la classe politica al governo: «Gli italiani hanno capito anche che il mondo e i mercati non hanno più alcuna fiducia nell’attuale esecutivo. Le vicende di ieri mi fanno ripensare al clima del 1992-1993. E forse simili episodi hanno la funzione di sottolineare la qualità e la profondità della crisi. Però non escluderei che, nei prossimi giorni, scene violente come quelle italiane possano replicarsi su altre piazze europee. Spero di sbagliarmi…».

Il Corriere della Sera 16.10.11

"Specificità italiana, la carta da giocare", di Giuliano Amato

Chi teme nell’Europa del rigore che nessuno si preoccupi più della crescita aveva tempo addietro ragione di sentirsi da solo. Oggi non è più così e sembra anzi che stia accadendo il contrario. Esponenti politici di destra e di sinistra, testate prestigiose di orientamento progressista e conservatore, lo stesso Fondo monetario internazionale puntano i riflettori sulle ragioni della crescita e sulla necessità per i Governi di farsene carico. Noi stessi in Italia siamo in attesa di un “decreto sviluppo”, che – si dice – dovrebbe smuovere una buona volta la nostra economia stagnante da anni.
Io mi auguro che sia così e parimenti mi auguro che approdi a qualcosa la robusta polifonia pro-crescita in atto in tutta Europa. Ma francamente ne dubito e non solo perché ancora non se ne dimostra sufficientemente convinta la Germania (almeno per quanto riguarda le politiche prioritarie da imporre ai Paesi più indebitati dell’Eurozona e gli strumenti da attivare in sede europea).
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Ciò che più mi lascia perplesso è che molti degli appelli a favore della crescita sembrino astoricamente collocati in un vuoto, che prescinde da qualsiasi consapevolezza degli scenari concretamente prefigurabili per il nostro futuro.
Non a caso, quando poi andiamo a vedere i veicoli di crescita a cui ci si vuole affidare, ci troviamo davanti alla classica potatura di lacci e laccioli, alle liberalizzazioni ancora da fare ovvero, se si è eterodossi, a più spesa pubblica da trasformare in investimenti e servizi. Ora, sarò l’ultimo a negare che, in quanto possibili, tutte queste cose siano utili a stimolare l’economia. Ma nessuno mi leva il sospetto che, se qui ci fermiamo, allora vuol dire che in realtà pensiamo alla crescita in chiave di amarcord e ci siamo dimenticati di ciò che, nei primi mesi della grande crisi finanziaria di tre anni fa, sembravamo aver capito tutti quanti. La crisi era finanziaria e tuttavia ne saremmo usciti non soltanto con rimedi finanziari, ma anche prendendo atto di cambiamenti economici destinati a segnare profondamente la nostra vita futura; e a segnare soprattutto, in chiave non trionfale, la vita delle aree ad oggi più avanzate, a partire dagli Stati Uniti e l’Europa.
È in queste aree che la tecnologia ha già prodotto effetti devastanti sulla produzione di posti di lavoro da parte in primo luogo (ma non solo) del settore manifatturiero. Ed è in queste aree che più si pagano gli effetti negativi della facilità per le imprese di produrre beni e servizi in parti diverse del mondo. Certo, per molti anni le imprese che ancora producono in Occidente hanno la prospettiva di compensare con l’esportazione nei Paesi emergenti la riduzione di domanda interna conseguente ai fenomeni testé descritti. Ma anche questi flussi verso l’estero incontreranno limiti crescenti via via che quei Paesi aumenteranno la loro produzione interna e soddisferanno così loro stessi quote più ampie della loro domanda interna. Del resto, se leggiamo le previsioni a lungo termine, i numeri sono chiari. Fra una trentina d’anni i tassi di sviluppo di inizio secolo sull’orlo delle due cifre si saranno ridimensionati. Ma con l’Occidente attestato, nel migliore dei casi, ad un tasso fra l’uno e il due per cento medio, il resto del mondo viaggerà mediamente attorno al doppio.
Sono prospettive che inducono a domandarsi non solo quanta crescita, ma anche, e conseguentemente, quanto benessere potremo avere in futuro rispetto a quello attuale. Parlandone la settimana scorsa a New York con autorevoli interlocutori americani, mi sono sentito chiedere se non dobbiamo prepararci a livelli medi di retribuzione sul mercato globale, che scaturiranno da una riduzione pesante dei nostri e da una crescita di quelli dei Paesi oggi più poveri (un fenomeno che ha già preso ad accadere, come sanno i giovani ingegneri assunti oggi da noi con remunerazioni un tempo da operai metalmeccanici); e se in futuro non sarà il caso di ripensare i servizi che ci costano di più, limitando ad esempio l’assistenza sanitaria per chi ha la mia età a manutenzione e messa a punto e rinunciando a quei più costosi interventi che sarà bene riservare ai più giovani.
Non voglio rattristare nessuno, voglio solo dire che se sono plausibili prospettive del genere, ne consegue che la strada della crescita non può essere quella dei soli stimoli tradizionali all’economia, deve essere per i singoli Paesi una strada che punta ad avvalersi al meglio delle specificità, delle vocazioni e delle dotazioni su cui ciascuno possa costruire per sè il vantaggio competitivo più duraturo. E allora serve a tutti, in Europa, che i nostri leaders diano il via almeno ai “project bonds”, così da convogliare risorse private verso gli investimenti in infrastrutture che i bilanci nazionali in regime di austerità non possono finanziare. Serve a tutti garantire le banche che ne hanno bisogno, allo scopo di mantenere vivi i flussi di liquidità essenziali alla vita delle imprese. E serve a tutti semplificare (senza complicarlo nel farlo) lo start up delle imprese.
Ma serve poi in particolare all’Italia concentrare risorse, cure e attenzione su ciò che essa pensa di poter fare e dare nel mondo, più e meglio degli altri. Ciò significa di sicuro una politica industriale, così come giustamente richiesto giorni fa dal Capo dello Stato. Il secondo Paese manifatturiero d’Europa la merita. Ma è oltre a ciò un insieme di politiche per valorizzare il tanto che l’Italia sola può offrire al mondo: il suo patrimonio storico culturale e la sua natura, il design che essa sa esprimere nelle produzioni più diverse e non solo nella moda, la sua progettualità di opere architettoniche e infrastrutturali, i comparti scientifici in cui essa continua, nonostante gli ostacoli, a primeggiare.
Giorni fa ho stimolato in questa chiave un dibattito in sede Aspen fra esponenti dell’economia, della cultura, delle istituzioni e dell’accademia, e ho capito che il terreno è fertile, anche per le diversità di accentuazione che esso genera e su cui volendo si può costruire. È un dibattito dal quale sono uscito ottimista. Siamo pieni di carenze e di acciacchi, ma vivaddio abbiamo la fortuna di vivere in un Paese che davvero dispone di carte fra le più preziose in un mondo globalizzato in cui quasi tutti potranno replicare quasi tutto. Ciò che non potranno replicare, però, è tanto il patrimonio naturale e culturale italiano, quanto l’insieme delle qualità italiane che quel patrimonio lo sanno aggiornare e poi offrire sia in Italia che ovunque nel mondo.
È bene che la politica lo capisca che la crescita di cui occuparsi è per l’Italia tutte queste cose. Ma è anche bene che lo capiamo tutti noi, imparando a usare i nostri (in genere) ottimi cervelli e la fetta d’Italia in cui viviamo, non soltanto nel nostro interesse e in quello dei nostri familiari più stretti, ma in vista del nostro futuro comune.

Il Sole 24 Ore 16.10.11

"Ribellarsi all'ortodossia. Generare lavoro", di Laura Pennacchi

Gli indignados hanno tutte le ragioni di protestare contro la tirannia ideologica che i mercati finanziari stanno esercitando sui governi di tutto il mondo, specialmente europei. Infatti l’auspicata crescita economica non si attiverà se non verrà scalfita l’ortodossia monetarista e neoliberista dei governi europei di centrodestra che ha guidato le politiche draconiane di austerità adottate negli ultimi mesi dalla gran parte dei paesi dell’Europa (fra cui l’Italia di Berlusconi, distintasi per caos, improvvisazione, assenza di strategia). Bisogna valutare attentamente le conseguenze di tutto ciò, respingendo un’angusta visione del riformismo come tardo blairismo, per capire perché oggi essere autenticamente europeisti significa contrastare le posizioni macroeconomiche e microeconomiche restrittive dei governi europei di centrodestra, i quali rischiano proprio di distruggere l’euro e l’Europa stessa, e viceversa assumere una forte iniziativa riformatrice di tutte le sue forze socialiste e progressiste. Gli attuali pericoli di recessione, con lo spostamento dell’epicentro della crisi dagli Usa all’Europa e l’esplosione della questione dei debiti sovrani (frutto avvelenato, non bisogna dimenticarlo, della trasformazione di un immenso debito privato in immenso debito pubblico), sono veicolati dalla spirale perversa in cui i paesi europei ora si trovano. La spirale per cui i problemi del debito e del deficit spingono a politiche restrittive di contrazione del Pil che, a loro volta – a causa soprattutto del peggioramento delle aspettative, della contrazione dei consumi e della riduzione delle entrate –, aggravano le difficoltà della finanza pubblica, ragion per cui si è indotti a ulteriori manovre recessive, e così via in un avvitamento cumulativo a catena. Non si tratta di misconoscere l’importanza degli equilibri di bilancio, al cui richiamo è ispirata la lettera di Trichet e Draghi. Si tratta di traguardarli nella nuova asperrima situazione, e a questo, invece, la lettera suddetta non fornisce, e non poteva, risposta. Nel circolo vizioso la questione del lavoro (della disoccupazione, dell’incremento dei tassi di inattività, della struttura dell’occupazione sempre meno in grado di fare spazio ai giovani) emerge come cruciale, rendendola tutt’uno con la questione dello sviluppo: per rompere la spirale recessiva in direzione dello sviluppo bisogna generare lavoro, al tempo stesso non sarà uno sviluppo sostenibile quello non in grado di dare vita a una nuova fase di piena e buona occupazione, perché sul lavoro si gioca il futuro del capitalismo come progetto di civilizzazione. È questo che vogliono dire gli indignados di tutto il mondo, il movimento “Occupy Wall Street”, quanti chiedono che la finanza e l’economia reale siano riformate in modo più incisivo di quel che si è fatto fin qui, intaccando, per esempio, l’insopportabile opulenza dei manager finanziari e dei banchieri. C’è bisogno di una drastica discontinuità per porre il lavoro in cima all’agenda economica. Infatti, gli utili finanziari e i profitti rimangono alti e le classiche soluzioni ideate negli anni ’80 – tagli alle tasse, precarizzazione dei mercati del lavoro e bassi salari, deregulation – oggi non funzionano e in ogni caso beneficiano di più la finanza e il business che non l’occupazione. Inoltre, quando la domanda aggregata cede e i consumi flettono, anche la liquidità creata da politiche monetarie accomodanti non prende la via degli investimenti che, infatti, stanno drammaticamente crollando. Al tempo stesso i limiti alla crescita appaiono sempre di più come vincoli strutturali (si pensi agli eccessi di capacità produttiva in molti settori, come l’auto), il che configura la necessità di affrontare anche rilevanti squilibri di offerta, se si vuole muovere verso un nuovo modello di sviluppo basato sul lavoro, i consumi collettivi, le infrastrutture, i beni pubblici e comuni. In sintesi, suonano estremamente attuali i moniti che il keynesiano Minsky lanciava già nel 1975 per combattere la strutturale instabilità del capitalismo: è necessario interrogarsi su una nuova fase di “socializzazione” dell’investimento, “socializzazione” della Banca, “socializzazione” dell’occupazione. Tutto ciò reclama un rinnovamento radicale tanto del pensiero quanto delle politiche. Un esempio ne sarebbe un Piano per la creazione diretta di lavoro per giovani e donne (finanziato con una parte dei proventi di una patrimoniale) che veda anche l’azione di agenzie pubbliche, secondo una innovativa riproposizione del modello del New Deal di Roosvelt.

L’Unità 16.10.11

"I leader aprono agli indignados pacifici", di Elena Polidori

Proteste senza violenze in più di 80 paesi. Draghi e Geithner: capiamo le loro ragioni. Gli indignati scendono in piazza contro i banchieri. 950 appuntamenti in oltre 80 paesi: da Londra a New York, da Tokyo a Francoforte, da Sydney a Madrid, dove il movimento è nato cinque mesi fa. E Mario Draghi, interlocutore e bersaglio numero uno della protesta, gli dà ragione. «Se siamo arrabbiati noi per la crisi, figuriamoci loro che sono giovani, che hanno venti o trent´anni e sono senza prospettive». Ma il governatore della Banca d´Italia e prossimo presidente della Bce, a Parigi per un vertice del G20, di fronte alle notizie degli scontri che rimbalzano da Roma esclama: «E´ un gran peccato, la violenza è inaccettabile». E ancor più lo è perché, nella sua visione, l´appello dei ragazzi e delle ragazze “indignati” aveva molte più possibilità di essere ascoltato se la manifestazione fosse stata pacifica. Come è stata ieri in tutte le città teatro delle proteste, ad eccezione di Roma.
Draghi non è il solo a mettersi dalla parte della “primavera” giovanile. Al G20, per dire, si schiera con i manifestanti anche il segretario americano al Tesoro Tim Geithner, che pure da settimane ha a che fare con la versione Usa del movimento, quella che sta prendendo di mira il cuore e il simbolo della finanza mondiale: “Occupy Wall Street”, così si chiama. Oggi da Parigi dichiara: «Quello a cui stiamo assistendo è l´espressione del timore che l´economia Usa non stia crescendo in tempi rapidi, che il tasso di disoccupazione non stia calando tanto velocemente e che non ci sia un aumento dei salari. La gente vuole che il governo agisca per migliorare la situazione».
Ed ecco il punto, che sta molto a cuore a tutti, a cominciare proprio da Draghi: è arrivato il momento di ascoltarli, questi “indignati”, di dare loro certezze. Non a caso, ormai da settimane, il banchiere non si stanca di denunciare che i giovani sono privi di prospettive e di occupazione e che senza di loro l´economia non si svilupperà mai. L´urgenza della crescita – questo il succo del suo pensiero – «deriva non solo dagli effetti positivi che ne scaturirebbero sulla finanza pubblica, ma soprattutto dal dovere non più eludibile che abbiamo nei confronti dei giovani, un quarto dei quali sono senza lavoro: senza i giovani non si cresce».
Al governatore-presidente piacciono i “Draghi ribelli”, sebbene vedano in lui uno dei tecnocrati che consiglia i governi nell´imporre sacrifici e nel finanziare le banche in crisi. Scherza perfino sul nomignolo, “carino, no?” che tanto ricorda il suo. «Se la prendono con la finanza come capro espiatorio. Li capisco: hanno aspettato tanto…Noi, all´età loro, non lo abbiamo fatto». Ma gli scontri no: quelli finiscono per farli passare dalla parte del torto. «Un gran peccato», appunto.

La Repubblica 16.10.11

Bersani: "Il movimento deve isolare i violenti", di Simone Collini

Condanna le violenze «inaccettabili», ma sottolinea che il movimento «esprime nel profondo un’esigenza che la politica deve cogliere». Soprattutto Pier Luigi Bersani guarda alle «cose incredibili e vergognose» accadute a Roma e pone una questione precisa: «Com’è possibile che una banda di centinaia di delinquenti abbia potuto devastare, aggredire, incendiare e tenere in scacco per ore il centro di Roma?».

Il leader del Pd, reduce da una festa a Firenze per il quarto compleanno del partito, parla nelle ore in cui nella capitale si scatena l’inferno. «Questi provocatori colpiscono al cuore le ragioni di un movimento internazionale che vuole esprimere un disagio e una critica all’attuale assetto dell’economia mondiale».
Scene da guerriglia urbana e il messaggio degli “indignati” finito nell’ombra: una sconfitta per tutti, onorevole Bersani?
«No, se ogni protagonista del movimento che intenda esprimere pacificamente le sue idee isolerà chi ha compiuto queste violenze».

Sono istanze fondate quelle che pongono gli “indignati”?

«Questo movimento non ha una piattaforma ma istanze generali. Però criticando l’attuale assetto dell’economia mondiale, della finanza, dei privilegi e dei facili arricchimenti di pochi mentre tanti si impoverivano, esprime un’esigenza che la politica deve cogliere».

Difficile convincere questi ragazzi che la politica sia altro da quanto visto in Parlamento il giorno della fiducia, non crede?

«È chiaro che c’è una distanza stellare tra le esigenze espresse e la raffigurazione ordinaria di questa nostra politica. Quando abbiamo deciso, giustamente, di non accettare di assistere al 53esimo rito stanco di un uomo che vuole solo sopravvivere, abbiamo dato un segnale che non stiamo tutti nel mucchio, che c’è Berlusconi e ci sono gli italiani. Le due realtà non coincidono».

Berlusconi però ha ottenuto la fiducia e rimane al governo.

«I dati essenziali della giornata di venerdì sono altri. Il primo, i tempi si sono accorciati, perché la maggioranza perde pezzi ed è costretta a pagare cash in poltrone la propria sopravvivenza. Il secondo, Berlusconi è in campo, ferito, indebolito, totalmente paralizzato nell’azione di governo ma intenzionato ad avvitarsi ancora di più attorno al meccanismo padronale, personalistico, populistico che ha introdotto. Questo deve indurre a una riflessione tutte le forze di opposizione, che in questo passaggio hanno compiuto un passo avanti molto rilevante. Per la prima volta c’è stata una convergenza visibile di tutti coloro che si oppongono a questo governo».

Lei parla di passo avanti ma la proposta di un’alleanza tra progressisti e moderati sta in campo da mesi senza che si giunga a un vero accordo.

«La nostra proposta parla di un’esigenza di ricostruzione, oltre che dell’incontro tra progressisti e moderati. Il confronto non sarà solo tra un governo e un altro, ma tra l’idea di uomo solo al comando e l’idea di riforma della democrazia rappresentativa. Chi per calcoli o piccoli problemi avanza preclusioni pregiudiziali e vuole sottrarsi a questa scelta, poi deve spiegare come si fa a evitare che vinca Berlusconi e il berlusconismo».

Berlusconi potrebbe anche passare la mano nel tentativo di allargare ai centristi, non crede?

«Questa è un’illusione. Quando c’è un partito del predellino non ci può essere un successore, solo un paravento. Un padrone è un padrone. Il messaggio è chiaro per tutti. Questa destra non uscirà dal modello deformato della democrazia italiana in senso populista. E noi siamo alternativi al modello, non solo a Berlusconi. Noi vogliamo riformare la democrazia per rimetterla in condizione di decidere. È questo il terreno di incontro tra progressisti e moderati. È questa è la nostra proposta. Sta agli altri decidere».

Al prossimo incidente si va al voto, come dice Casini?

«Se c’è la possibilità di un passaggio con un governo autorevole, percepito così dal mondo, che affronti l’emergenza economica e consenta di fare una nuova legge elettorale, noi siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità. Se non è possibile questo, e effettivamente ora vedo minori spazi, si vada a votare».

È ipotizzabile che il Pd sacrifichi un alleato del centrosinistra pur di incassare il sì dell’Udc?

«Noi non escludiamo nessuno e lavoriamo per organizzare un centrosinistra credibile, dicendo però anche che abbiamo il diritto e il dovere di chiedere garanzie per la governabilità. Non su dei libroni, ma su quattro o cinque questioni delicate, a cominciare da politica internazionale, risanamento, lavoro. Dobbiamo capire se siamo d’accordo».

Come può escludere che in Parlamento si ripetano le divisioni dei tempi dell’Unione?

«Questa volta noi non ci staremo a ogni prezzo, questa volta va privilegiata la chiarezza e la serietà dell’operazione. E allora dovremo prevedere un meccanismo di garanzia, di stabilità della maggioranza parlamentare che ci impegni reciprocamente».

Pensa a un gruppo unico?

«Può anche esserci un patto tra gruppi diversi, purché si prevedano precisi vincoli di maggioranza».

Cosa risponde a Vendola e Di Pietro, che chiedono di svolgere le primarie per il candidato premier entro gennaio?

«Primo, che noi siamo il partito delle primarie e non possono tirarci per la giacca. Secondo, che scegliere una persona senza avere prima un programma e un’alleanza è un modello che non ci appartiene».

Lei parteciperà alle primarie?

«Io ci sono. Ma dico fin d’ora che non intendo nascondermi dietro un notaio, che non sarò il candidato del Pd perché lo dice lo Statuto. Un partito degno di questo nome, e noi lo siamo, fa una discussione e ha i meccanismi per decidere».

Farete le primarie del Pd prima di quelle di coalizione?

«Non è che possiamo fare due volte le primarie. Il partito ha i suoi organi interni e ha tutte le possibilità di prendere decisioni partecipate».

Pensa che dal convegno di Todi possa poi nascere un partito dei cattolici e che si candidi magari a guidare il centrodestra, come sostiene qualcuno?

«Mi pare un’idea con poco fondamento. E non capisco perché un simile partito dovrebbe essere collocato al centro, o addirittura nel centrodestra».

Non teme che diversi cattolici del Pd potrebbero essere tentati da altre offerte politiche?

«Guardiamo alla nostra offerta. Il Pd è un partito di credenti e non credenti che offre alle sensibilità religiose un’acuta attenzione al sociale e un umanesimo forte. Un partito che crede nella partecipazione, che chiede a tutti il riconoscimento del ruolo peculiare, di mediazione, della politica. E quindi un partito che tra credenti e non credenti si sente perfettamente a suo agio, nel perimetro segnato dalla Costituzione e dalla Gaudium et spes. Vogliamo avere una politica rispettosa del magistero della Chiesa, che deve intervenire nella discussione pubblica. E non tenteremo mai di arruolarla, come cercano di fare altri. Su singoli temi discuteremo. Ma questo è il nostro profilo».

L’Unità 16.10.11