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"Perché succede solo qui", di Mario Calabresi

Ieri in 951 città di 82 Paesi del mondo sono scesi in piazza cittadini di ogni età, ma soprattutto giovani, per protestare contro un sistema economico che si preoccupa di salvare le banche prima dei cittadini. Sono i cosiddetti «Indignati», che hanno preso il nome dai manifestanti spagnoli che in primavera hanno occupato la Puerta del Sol a Madrid per denunciare la disoccupazione crescente, la precarietà dilagante e i privilegi della casta economica e di quella finanziaria.

La protesta ha fatto proseliti e in queste settimane i riflettori si sono concentrati a New York sugli «occupanti» di Zuccotti Park, una piazza poco lontana da Wall Street, dove è stato costruito un piccolo accampamento che intende contrapporre l’uomo della strada, che soffre la crisi, ai broker della Borsa che sono tornati a prendere bonus milionari. La mobilitazione americana non è mai sfuggita di mano e, di fronte alle accuse del sindaco di sporcare e deturpare, gli occupanti si sono messi al lavoro per lavare e pulire.

Poi ieri c’è stata la prova mondiale di un movimento che sta raccogliendo la comprensione di giornali, televisioni, comuni cittadini, politici e perfino di banchieri.
In 950 città le manifestazioni sono state assolutamente pacifiche: colorate, rumorose ma ordinate.
In una soltanto si è scatenata una violenza spaventosa e senza freni: a Roma. Anche ieri abbiamo mostrato al mondo un’anomalia italiana.
Anche oggi ci tocca vergognarci.

Mentre a New York i ragazzi indossavano distintivi pacifisti ed erano armati solo di scope e spazzoloni per pulire, da noi indossavano caschi e erano armati di bombe carta.
La colonna sonora a Manhattan è quella del tamburino che suona i bonghi (e il dibattito tra le tende è se debba fermarsi dopo pranzo per non disturbare chi riposa nelle case vicine) o dei buddisti che pregano ripetendo «Om». L’odore è quello degli incensi di attempati figli dei fiori.

La nostra colonna sonora invece, come troppe volte nella storia italiana, è quella delle sirene dei blindati di polizia e carabinieri, dei rotori degli elicotteri che sorvolano gli scontri e delle esplosioni, mentre l’odore è quello acre dei lacrimogeni o del fumo delle auto incendiate.
Perché è accaduto a Roma, perché è accaduto solo da noi, perché alcune migliaia di ragazzi che volevano solo la guerriglia sono riusciti a prendere in ostaggio una città, un movimento nascente e a distruggere ogni possibilità di mobilitazione pacifica e fruttuosa?
Perché l’Italia si ritrova ancora prigioniera della violenza e degli estremisti? Perché siamo sempre condannati a veder soffocare le spinte per il cambiamento tra i lacrimogeni?

Penso spesso al nostro destino beffardo: da questa parte dell’Oceano le proteste del ‘68 si sono trasformate nel terrorismo o negli scontri del ‘77, uccidendo non solo uomini ma anche idee e ideali. Dall’altra parte la violenza non ha vinto e il movimento che sognava di cambiare il mondo è riuscito a farlo inventandosi le energie alternative o la Silicon Valley: al posto dei leader dell’Autonomia l’America ha avuto Steve Jobs, che faceva uso di droghe ma le sue visioni erano futuristiche e non apocalittiche.

Da noi accade ancora perché non abbiamo mai preso (uso il plurale perché dovrebbe farlo la società tutta) le distanze in modo netto e definitivo dalle pratiche violente. Perché siamo i massimi cultori del «Ma» e del «Però», che servono a giustificare qualunque cosa in nome di qualcos’altro. Per guarire dovremmo eliminarli dal vocabolario. Smettere di relativizzare la violenza perché, a seconda dei tempi, a giustificarla c’è il regime democristiano, quello berlusconiano, l’alta velocità o qualche riforma indigesta.

Milioni di italiani sono indignati dalla nostra classe politica, dalla lontananza che chi ci governa mostra verso i problemi reali dei cittadini, e dalla mancanza di investimenti sul futuro dei giovani. Ma non per questo pensano di scendere per strada a bruciare l’auto del vicino e non per questo sono meno indignati, arrabbiati o sfiniti. Di certo considerano quei manifestanti dei vandali e dei criminali, che non conoscono il valore del rispetto e non hanno mai faticato per guadagnarsi da vivere.

Ora la rabbia è grande, ma state sicuri che tra tre giorni quando le forze dell’ordine avranno identificato alcuni di questi ragazzi e un magistrato li indagherà, allora si alzeranno voci pronte a difenderli, a giustificarli e a mettere sul banco degli imputati giudici e poliziotti colpevoli di non capire e di essere troppo severi. Ma la democrazia si preserva difendendo la convivenza e il diritto delle migliaia che volevano manifestare pacificamente, non schiacciando l’occhio agli estremisti.

Tutto questo da noi accade però anche per un altro motivo: perché la nostra malattia è la mancanza di un pensiero costruttivo. Se ripetiamo continuamente ai giovani che non c’è futuro ma solo declino e precarietà, se li intossichiamo di cinismo, scenari catastrofici e neghiamo spazio alla speranza, allora cancelliamo ogni occasione per una spinta al cambiamento. Ai giovani allora restano solo due possibilità: un atteggiamento di rassegnazione e di apatia che trova riscatto momentaneo solo nello sballo degli Happy Hour (le ore del lungo aperitivo che dal tramonto si trascina fino a notte fonda) o un atteggiamento di rottura. Perché se si dice che nulla si può costruire, allora non resta che la pulsione a sfasciare e distruggere.

Una sola speranza ci resta ed è legata a quei giovani che non ascoltano, che si tappano le orecchie di fronte ai discorsi improntati al pessimismo e che nel loro cuore sognano e sperano. Ce ne sono ben più di quanto si possa immaginare e molti erano in piazza ieri: li abbiamo visti battere le mani a polizia e carabinieri, li abbiamo visti provare a cacciare dal corteo gli incappucciati, li abbiamo visti piangere di rabbia. Ragazzi, il futuro è vostro se imparate subito a rifiutare la violenza, a non tollerarla mai, a isolare chi la predica e la mette in atto, a denunciarla il giorno prima e non quando ormai il corteo è partito. Il futuro esiste se ve lo costruite con speranza e tenacia e se non ve lo fate scippare da chi non crede in nulla.

La Stampa 16.10.11

"Stato sconfitto da un pugno di teppisti", di Eugenio Scalfari

La notizia principale di oggi è la mobilitazione degli “indignati” in tutte le piazze dell´Occidente, da Manhattan a Londra a Bruxelles, a Berlino, a Parigi, a Madrid. Ma a noi preoccupa soprattutto ciò che è avvenuto a Roma. Mentre centinaia di migliaia di giovani tentavano di sfilare pacificamente nelle via della capitale poche centinaia di “black bloc” in tenuta da guerriglia hanno compiuto violenze e provocato la polizia tentando di forzarne i cordoni. Gli scontri hanno coinvolto la massa dei pacifici dimostranti, come è avvenuto in molte altre occasioni. Mentre scriviamo gli incidenti sono ancora in corso, molti manifestanti hanno tentato di isolare i facinorosi che hanno reagito picchiandoli a colpi di spranghe. È deplorevole che ancora una volta la polizia e i servizi di sicurezza non siano stati in grado di neutralizzare preventivamente i teppisti e i provocatori che dovrebbero esser noti e rintracciabili. Speriamo che le violenze non continuino in serata. Le nostre cronache ne daranno ampia informazione.
Quali che ne siano gli esiti il fatto certo è comunque l´esistenza ormai evidente di un movimento internazionale. La sua antivigilia è stata la “primavera araba” come furono definiti i moti di piazza qualche mese fa al Cairo e poi a Tunisi e a Bengasi, senza scordare le sommosse del 2008 e del 2010 nelle “banlieue” parigine.
La vigilia è avvenuta alcuni mesi fa a Madrid, poi la fiaccola è sbarcata a New York al grido di “Occupy Wall Street”. Adesso le dimensioni del movimento sono globali. D´altronde, è contro i danni provocati dalla globalizzazione che il movimento è nato, si è diffuso e si rafforza col passare del tempo.
Effimero? Non credo. Esprime la rabbia d´una generazione senza futuro e senza più fiducia nelle istituzioni tradizionali, quelle politiche ma soprattutto quelle finanziarie, ritenute responsabili della crisi e anche profittatrici dei danni arrecati al bene comune.
Gli “indignati” non sono né di sinistra né di destra, almeno nel significato tradizionale di queste parole. Ma certo non sono conservatori. Hanno obiettivi concreti anche se talmente generali da diventare generici: vogliono che i beni comuni siano di tutti; non dei privati, ma neppure dello Stato o di altre pubbliche autorità poiché non hanno alcuna fiducia nella proprietà privata e neppure in quella pubblica amministrata da caste politiche e burocratiche.
I beni pubblici debbono esser messi a disposizione dei loro naturali fruitori, cioè delle persone che vivono e abitano in quei luoghi e che decideranno sul posto le regole del valore d´uso nelle “agorà”, nelle piazze di quel luogo. L´acqua è un bene d´uso comune, l´aria, le foreste, le reti di comunicazione, le case, le fabbriche, i trasporti, gli ospedali. Le banche? Non servono le banche, tutt´al più servono a render facili i pagamenti che avvengono sulla base del valore d´uso e non del valore di scambio.
C´è una dose massiccia di utopia in questo modo di pensare; c´è un´evidente reminiscenza di comunismo utopico; c´è anche una tonalità “francescana”. E c´è – l´ho già scritto domenica scorsa e qui lo ripeto – un rischio estremamente grave: un contagio di populismo.
Esiste storicamente il populismo dei demagoghi, costruito per accalappiare i gonzi, e il populismo degli utopisti che predicono la Città del Sole. Ma non esistono Città del Sole, almeno in questa terra. Chi crede che ce ne sia una ultraterrena fa bene a vagheggiarla ma qui, tra questi solchi, neppure il Redentore la portò perché – fu lui il primo a dirlo – il suo regno non era di questo mondo.
Certo le foreste non vanno abbattute. Certo l´aria non va inquinata. Certo le banche non debbono truffare i clienti e ingrassare sulla truffa. Certo i cittadini debbono partecipare alla gestione della cosa pubblica e non limitarsi a votare con pessime leggi elettorali una volta ogni cinque anni. E così via. Bisogna dunque fare buone leggi e farle amministrare da buona e brava gente e bisogna infine che vi siano efficaci e imparziali controlli su quelle gestioni.
Gli “indignati” sono indignati perché tutto ciò manca e il futuro gli è stato rubato. Sono d´accordo con loro anche perché a me e a quelli della mia generazione è stato rubato il presente e la memoria del passato e vi assicuro che non si tratta d´un furto da poco. Ma so che non è con l´utopia che si risolve il problema.
L´utopia è una fuga in avanti alla quale subentra ben presto l´indifferenza.
Il vostro entusiasmo è sacrosanto come la vostra pacifica ribellione, ma dovete utilizzarlo per la progettazione concreta del futuro, altrimenti da indignati finirete in rottamatori e quando tutto sarà stato rottamato – il malfatto insieme al benfatto – sarete diventati “vecchi e tardi” come i compagni di Ulisse quando varcarono le Colonne d´Ercole e subito dopo naufragarono.
* * *
Domani comincia a Todi un incontro promosso da una serie numerosa di associazioni, comunità, sindacati, di ispirazione cattolica sulla scia dell´allocuzione pronunciata un paio di settimane fa dal presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. L´allocuzione era quella che propugnava un rilancio dell´etica pubblica capace di rinnovare “l´aria putrida” che aveva devastato le istituzioni e esortava i cattolici all´impegno civile e politico.
A Todi, secondo gli intendimenti dei promotori, dovrebbe prender vita un “soggetto pre-politico” che interloquisca con la politica, sia punto di riferimento dei cattolici impegnati ed anche centro di preparazione civile e sociale di una nuova classe dirigente d´ispirazione cristiana.
«Non è un partito» hanno ripetuto all´unisono i promotori dell´iniziativa «perché non è compito della Chiesa fondare e dirigere partiti».
I laici non cattolici (tra i quali mi ascrivo) prendono nota con interesse di questa iniziativa anche se alcune domande sorgono spontanee.
Prima domanda: la Chiesa non ha mai fondato un partito. Il partito è, per definizione, una parte e non un tutto, mentre la Chiesa cattolica è ecumenica per definizione. Quindi l´affermazione che non fonderà nessun partito è talmente ovvia da apparire alquanto sospetta. Del resto, un sacerdote con tanto di veste talare un partito lo fondò. Era il 1919, il partito si chiamò “Popolare”, in Italia ha cessato di esistere una decina d´anni fa, nel Parlamento europeo esiste ancora, il fondatore si chiamava don Luigi Sturzo.
Seconda domanda: la Chiesa dispone dello spazio pubblico come ogni altra associazione, religiosa o no, sulla base della nostra Costituzione. Nessuno si è mai opposto all´uso di quello spazio del quale infatti la Chiesa, il Vaticano, le comunità cattoliche, i sacerdoti d´ogni genere e grado, si sono largamente serviti. Se il “soggetto” immaginato a Todi nascesse per usare lo spazio pubblico, sarà un´ennesima voce cattolica a farsi sentire e ben venga. Il rischio semmai è che sia un doppione della Cei. Niente di male, ma inutile. Oppure non sarà un doppione? Dirà cose diverse dalla Cei, dal Vaticano, dalla Gerarchia? Sarebbe molto interessante, potrebbe essere una forza di rinnovamento. In senso modernista oppure un richiamo all´ordine e alla tradizione? Comunque, in ciascuna di queste ipotesi, sarebbe rivolta alla comunità dei fedeli e non certo ai laici.
Terza domanda: se vuole essere invece un centro di preparazione della nuova classe dirigente cattolica, questa sì sarebbe un´ottima cosa. I cattolici impegnati in politica finora, salvo rare e importanti eccezioni, hanno avuto Cristo sulle labbra e Mammona nel cuore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se è questo l´obiettivo di Todi, sarà benvenuto.
Quarta ed ultima domanda: oppure il nuovo soggetto sarà il Quartier generale di tutte le forze cattoliche variamente impegnate nei partiti, in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni, nelle istituzioni? Questo sarebbe alquanto preoccupante. In realtà questo Quartier generale c´è già ed è la Segreteria di Stato vaticana. Questo sarebbe un Quartier generale in sembianze laiche. Non mi sembra una grande idea e non credo che i veri cattolici socialmente impegnati la gradiranno. Per quanto so, la regola è questa: la Chiesa diffonde la sua etica, le sue richieste, i suoi valori; i cattolici politicamente impegnati cercano di sostenere quella dottrina tenendo tuttavia presente che le leggi riguardano tutti, cattolici e non cattolici, e che tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge in uno Stato laico e non teocratico.
Non c´è bisogno di molti Quartier generali dunque, uno basta e avanza.
* * *
Concludo queste mie note con quanto è accaduto durante e dopo le votazioni di venerdì scorso alla Camera dei deputati sulla fiducia al governo. Le cronache ne hanno parlato diffusamente sicché mi soffermerò soltanto su alcune questioni non risolte.
1. Dopo la bocciatura di martedì scorso del Rendiconto generale dello Stato, tre questioni dovevano aver soluzione. Una era quella di risolvere quel problema estremamente complesso. Un´altra era verificare che il governo godesse ancora della fiducia del Parlamento. Un´altra ancora di constatare se la maggioranza avesse la credibilità e la compattezza necessaria ad affrontare i prossimi difficili appuntamenti politici ed economici. Tutti e tre questi obiettivi furono esplicitamente indicati dal capo dello Stato con pubbliche e chiarissime esternazioni.
2. La fiducia alla Camera è stata ottenuta e questa questione è quindi risolta.
3. La credibilità e la compattezza della maggioranza restano aperte e se ne avranno prove nei prossimi giorni e settimane soprattutto (ma non soltanto) su questioni economiche. Se i risultati richiesti dal Quirinale ci saranno il governo potrà andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura. Se non ci saranno il governo resterà egualmente in carica perché il Quirinale non ha gli strumenti necessari per farlo sloggiare senza un esplicito voto di sfiducia che finora non c´è stato anche a causa della compravendita di deputati e senatori che è avvenuta ed avviene sotto gli occhi schifati di tutto il Paese.
4. L´incidente (che non è affatto un incidente ma una questione di prima grandezza) del voto contrario dato dalla Camera sul Rendiconto generale non è stato ancora risolto. Il presidente della Repubblica, rispondendo l´altro ieri ad una lettera dei capigruppo di maggioranza, ha suggerito di ripresentare il Rendiconto al Senato dopo un ulteriore controllo della corte dei Conti. Così probabilmente avverrà sebbene esista una prassi secondo la quale quando una legge viene bocciata da una delle Assemblee, non viene ripresentata all´altra. Ma la prassi – quando è necessario – si può superare se non è esplicitamente vietata e questa non lo è.
5. Il Senato approverà certamente il Rendiconto e poi lo trasmetterà alla Camera affinché faccia altrettanto ma qui sorgerà un problema. Il regolamento della Camera prevede che una legge bocciata non possa essere ripresentata se non dopo sei mesi. Quindi, a rigor di logica, la Camera non dovrebbe mettere all´ordine del giorno il Rendiconto se non nel prossimo aprile con la conseguenza che il ministro del Tesoro sarebbe fino ad aprile sfiduciato su come ha gestito la pubblica finanza nell´esercizio 2010 e con lui l´intero governo di cui fa parte.
Debbo immaginare che gli uffici competenti del Quirinale conoscano questo problema e penso quindi di essere io in errore. Me lo auguro e mi farebbe piacere saperlo. Secondo me il solo modo per risolvere il problema erano le dimissioni del governo come insegnano i precedenti, anche perché la bocciatura del Rendiconto, cioè del consuntivo nell´esercizio 2010, è un voto estremamente politico. Significa che la Camera disapprova il modo con cui è stata amministrata l´economia in quell´esercizio. Più politico di così non ce n´è un altro.
Si obietterà che si tratta di questione procedurale. Obietto a mia volta che la procedura non è una formalità ma è la sostanza della politica, contiene le regole alle quali la politica deve conformarsi e affida alle autorità “terze” il compito di rispettarle e farle rispettare.
Vedremo come tutto questo finirà. Intanto abbiamo due viceministri e un sottosegretario in più ma non ho sentito che, a parte l´opposizione, questo vergognoso mercato sia stato censurato come si sarebbe meritato.

La repubblica 16.10.11

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“La follia dei replicanti armati”, di GAD LERNER

Una replica fuori tempo massimo dell´insurrezionalismo novecentesco si è sovrapposta con la violenza alla novità di un movimento democratico che lanciava la sua sfida creativa alla tirannia finanziaria. Ha preso la mira per sbriciolarlo e per impossessarsene, riconducendolo agli schemi di un´ideologia militaresca. Un´ideologia che i giovani di tutto il mondo, sia pure ribelli, avevano ripudiato da anni. A questo scopo i replicanti hanno sfregiato la città di Roma, calpestando la resistenza inutilmente opposta loro dal corteo formato in massima parte da un popolo che crede nella protesta pacifica; perché a loro piace ridurre ogni popolo a fenomeno criminale.
Vandalismi dissennati, offese gratuite a simboli religiosi, vili aggressioni che hanno gettato nella costernazione gli organizzatori della mobilitazione nazionale degli indignati. Come un maledetto déjà-vu si ripropone il dubbio che il nostro Paese sia impedito a vivere una stagione davvero nuova, in cui sfide anche radicali di cambiamento possano esprimersi sotto forma di confronto democratico. L´impressione è che anche le forze dell´ordine siano giunte impreparate all´appuntamento, come già accadeva negli anni in cui da più parti si puntava a imprigionare in una logica bellica il conflitto sociale. Ma questo dubbio non attenua di certo la condanna doverosa dei parassiti mascherati, capaci solo di recitare la parodia della guerriglia urbana.
Penoso è il confronto con le altre sollevazioni giovanili che hanno contraddistinto l´intero corso del 2011. Perfino quando i militari gli sparavano addosso, nel gennaio scorso, gli occupanti egiziani di piazza Tahrir hanno saputo prevalere grazie alle tecniche della nonviolenza. A Madrid in primavera gli indignados hanno circondato pacificamente il Parlamento. Tel Aviv ha convissuto per mesi con un accampamento nel suo boulevard centrale. A New York il sindaco ha rinunciato a sgomberare il Zuccotti Park di fronte al comportamento esemplare dei manifestanti. I saccheggi estivi a Londra nulla avevano a che fare con le rivendicazioni di giustizia sociale su cui s´è interconnesso il movimento “for global change”. Solo la Grecia ha conosciuto episodi di violenza ideologica simili a quelli perpetrati ieri a Roma, ma in un contesto di sofferenza sociale ben più acuto.
Gli spaccatutto incappucciati nostrani sono portatori di un arsenale ideologico per nulla rappresentativo delle realtà di disoccupazione, precariato, povertà che affliggono l´Italia contemporanea. Sono meri guastatori, cui dava solo fastidio il clima di comprensione e simpatia che da alcuni giorni cominciava ad aleggiare intorno alla protesta degli indignati.
Ieri mattina lo stesso Mario Draghi, pure additato come supremo rappresentante della cupola tecnocratica contro la quale era stata indetta la manifestazione, aveva riconosciuto le buone ragioni della protesta (anche se di certo non ne condivide gli obiettivi). E il premio Nobel statunitense Paul Krugman invitava i suoi colleghi economisti e i “sapientoni della finanza” a un esercizio di umiltà, visto il fallimento delle loro ricette: «I dimostranti hanno ragione». Così poteva, doveva accadere pure a Roma. Scendevano in piazza le avanguardie di un movimento rappresentativo di quella maggioranza della popolazione – forse non il “99 per cento” scandito negli slogan, ma comunque una larga maggioranza – rimasta vittima troppo a lungo di una scandalosa ripartizione del benessere a favore di pochi. Si erano inventati un linguaggio e delle forme di lotta aspre ma innovative, capaci di scavalcare i recinti di un confronto politico retrogrado. Proponevano soluzioni eretiche rispetto ai dogmi delle istituzioni finanziarie internazionali, forse impraticabili ma che era doveroso prendere in considerazione, come il default pilotato e il reddito di cittadinanza.
Temo che da oggi per un po´ non si potrà più scherzare sulla “santa insolvenza”, né discutere più seriamente sulla legittimità della lettera inviata dalla Bce al nostro governo. Perché gli indignados qui in Italia sono stati calpestati dai black bloc e ancora una volta, inevitabilmente, prioritario diviene il ripristino della sicurezza urbana. Un tetro alibi di ferro, regalato a una politica capace solo di balbettare di fronte ai giovani che rialzano la testa. A togliere loro la speranza, stavolta, ci provano degli zombie, sbucati fuori dal passato oscuro della nostra democrazia malata.

La Repubblica 16.10.11

Indignados, Bersani: "Condanniamo chi si é reso protagonista di questi gesti inaccettabili"

I provocatori che hanno voluto inscenare una vera e propria guerriglia urbana colpiscono al cuore le ragioni di un movimento che in tutto il mondo vuole esprimere un disagio e una critica all’attuale assetto dell’economia mondiale”. “In queste ore stanno avvenendo violenze e devastazioni inaccettabili. I provocatori che hanno voluto inscenare una vera e propria guerriglia urbana colpiscono al cuore le ragioni di un movimento che in tutto il mondo vuole esprimere un disagio e una critica all’attuale assetto dell’economia mondiale. E’ indispensabile, a questo punto, una condanna corale e inequivocabile di ogni atto di violenza e un rigoroso isolamento dai movimenti, che hanno manifestato pacificamente, di chi si è reso protagonista di questi gesti inaccettabili.”

www.partitodemocratico.it

"Siamo indignati, non violenti", di Mila Spiccola

Nessuna violenza di altri potrà toglierci dalla testa che le ragioni dell’indignazione stanno ancora tutte in piedi. E’ una protesta sacrosanta, perché è condotta in nome dei diritti che ad uno ad uno sono stati tolti a più generazioni, a coloro che si sono trovati deboli contro la crisi: donne, giovani, famiglie, pensionati. In nome di provvedimenti e decisioni da prendere che sono state aggirate, rimandate, sospese Contro privilegi ingiusti che non sono stati intaccati di un millimetro. C’è chi si farà forte della violenza, magari godendoci un po’ sotto sotto per dire ai più: “vedete? Sono solo dei violenti..non dategli conto alcuno”. Diranno: attenzione, chi protesta vuole sovvertire l’ordine, chi protesta vuole indebolire lo stato di diritto, la democrazia. No.

Chi protesta vuole recuperare per intero il diritto e la democrazia e quella violenza, quella dei black bloc, come anche quella di chi ha imposto in questi anni scelte sbagliate e scellerate, non ci appartengono affatto.

Non ci appartiene la prepotenza senza colore di chi si impone bruciando auto o spaccando vetrine. Di chi colpisce chi ha accanto.
Queste sono bestie feroci.

Ma nemmeno ci appartiene l’aver tagliato la cultura, non ci appartiene l’aver umiliato la scuola. Non ci appartiene l’aver offeso la nostra identità più vera: l’identità culturale e dei saperi. L’identità dell’essere l’uno all’altro solidali, di partecipare alla crescita collettiva cercando di aiutare gli ultimi, piuttosto che di premiare i primi. Questo difendiamo.

Speriamo di farlo in modo adulto e consapevole anche quando arriveremo alle urne, perché il vero giro di boa quello è. Incanalare lo scontento e l’indignazione entro i binari di una democrazia più sana e utile ponderando in modo attivo e partecipe le scelte, perchè è lì e non altrove che poi si misurano le azioni e le ricadute reali. Pretendendo una diversa politica e non cavalcando l’antipolitica o, peggio, la violenza.

Questo vuole chi è indignato: una diversa politica, lungi da noi l’idea di abbandonarla a chi non la merita. Magari augurandosi che se la prendano in mano in prima persona e non per conto di altri proprio coloro che l’hanno mal subìta in questi anni: giovani, donne e precari.

www.unita.it

"La protesta degli archivisti", di Jolanda Buffalini

Quando a Roma nel 2008 infuriava la rivolta contro la chiusura dell’ospedale San Giacomo, dall’archivio di Stato di Sant’Ivo alla Sapienza saltò fuori il testamento del cardinale Salviati che nel Cinquecento aveva donato l’ospedale a Roma con la clausola che fosse destinato a luogo di cura, altrimenti, dettava il cardinale, l’immobile doveva tornare agli eredi. Fu una brutta botta per chi avrebbe voluto trasformare in hotel di lusso quel prezioso isolato nel centro di Roma. Forse per questo gli archivi non stanno simpatici ai potenti e ai prepotenti: perché nella pancia di quei luoghi spesso negletti e polverosi si nasconde la fonte della difesa dei diritti. Claudio Persio è un funzionariodell’università dell’Aquila e, dopo la scossa devastante del 6 aprile 2009 pensò subito: «La vita delle persone è nelle carte». Da allora ha passato le sue giornate nella «Cambogia sismica» del rettorato per recuperare i documenti indispensabili alla ricostruzione delle carriere di impiegati e professori. Gli archivi sono la memoria della storia collettiva di un Paese. Questo dovrebbe essere una ragione sufficiente perché lo Stato ne assuma la cura. Ma, in tempi di crisi, quando i cittadini sono allarmati per i «tagli lineari» e i ministri pensano che «la cultura non si mangia », si dovrebbe far mente locale sulla funzione degli archivi che incide sulle vite individuali, sul diritto a una pensione o ad avere giustizia. L’Anai, l’associazione archivistica nazionale, ha preso in prestito un titolo de l’Unità del 14 luglio, «La dissolvenza degli archivisti», per dare vita ad iniziative in tutta Italia, a Milano, Bologna, Napoli (oggi a Palazzo Marigliano), Roma (oggi alle 11 a Sant’Ivo). L’allarme è generato dal fatto che negli archivi pubblici non si assume più, non c’è il passaggio di competenze indispensabile in un mestiere delicato, in cui spesso, anche per la cronica mancanza di spazio, c’è solo una persona a sapere dove mettere le mani. «L’ultimo chiuda la porta» è stato il titolo del convegno milanese, condotto da Benedetta Tobagi, al quale hanno partecipato magistrati, a cominciaredaEdoardo Bruti Liberati, storici e ricercatori. Anche
le risorse sono ridotte al lumicino, a Bologna, dice la direttrice dell’Archivio di Stato Elisabetta
Arioti «Siamo passati da 400 mila euro nel 2007 a 100mila del 2011» E il giudice Claudio Castelli, a Milano: «Avanti così e siamo alla paralisi». Gli archivi dei Tribunali sono uno strumento di lavoro indispensabile per i processi e una miniera d’oro per storici e giornalisti. Benedetta Tobagi ha passato centinaia di ore nell’archivio del Tribunale di Milano per ricostruire la storia di suo padre. Ci sono mitici cancellieri, come Paolo Musio a Roma e Umberto Valloreja aMilano, maghi e angeli custodi delle carte dei grandi processi italiani. Ma anche i cancellieri sono una specie in via di estinzione. Nel documento preparatorio l’Anai fa l’esempio delle guerre in Bosnia, dove la distruzione degli archivi ha reso incerto i titoli di proprietàm della popolazione musulmana. Ma aggiunge anche: «Senza gli archivi non si sarebbero potuti aprire i processi di risarcimento per le vittime dell’amianto. Senza i dati di studi e analisi degli archivi scientifici i medici non possono studiare le malattie. Senza la cartografia antica non potremmo prevenire alluvioni e frane o valutare il rischio sismico. Senza gli archivi è impossibile venire a conoscenza dei soprusi delle dittature». Non si può, dice Umberto Valloreja, «fare breccia nel muro del silenzio». Gli archivi pubblici e privati «sono
tutti importanti», dice Monica Calzolari, rappresentante Cgil a Sant’Ivo a Roma. E ricorda come «nella stagione di tangentopoli, per lo stato penoso degli archivi molti accusati non riuscivano a imbastire la propria difesa». Ma è vero anche che: «Lo Stato sta perdendo una marea di soldi perché i numeri dei conti bancari sequestrati sono sepolti in fascicoli processuali non archiviati».
Problemi che saranno risolti dalla «smaterializzazione», parola che fa battere il cuore a chi è nel business informatico? Il software non aiuta se non c’è la competenza di chi conosce come si archivia o che conserva memoria degli strumenti di lettura, in rapida obsolescenza per la rivoluzione tecnologica. Al ministero degli Affari esteri, per esempio, il più digitalizzato di tutti, si scartano i protocolli della corrispondenza. Non si saprà mai se un documento è entrato o uscito dal ministero.

L’Unità 15.10.11

Aumenta la cassa integrazione 470mila lavoratori a zero ore

I dati sono della Cgil. Rispetto ad agosto c’è una crescita del 50%. Lo studio evidenzia come cresca anche il numero di aziende in cassa integrazione straordinaria di circa l’8% da inizio mese sui primi nove mesi dello scorso anno, “per motivi legati strettamente alla crisi economica”. Torna a crescere la cassa integrazione. La richiesta di ore è cresciuta di circa il 50% rispetto ad agosto “azzerando la riduzione registrata nei tre mesi precedenti e mettendo a segno la quarta richiesta più alta dell’anno in corso”. E’ quanto si rileva nelle elaborazioni della Cgil, a cura dell’osservatorio cig del dipartimento settori produttivi. Uno studio dove si evidenzia come, parallelamente alla cig, cresca anche il numero di aziende in cassa integrazione straordinaria di circa l’8% da inizio mese sui primi nove mesi dello scorso anno, “per motivi legati strettamente alla crisi economica”, e dove si confermano essere 470 mila i lavoratori in cig a zero ore che hanno perso nel loro reddito oltre 2,8 miliardi di euro, pari a circa 6 mila euro per ogni singolo lavoratore. Dati, insomma, “che dovrebbero limare gli entusiasmi del governo sulla produzione industriale di agosto”, sottolinea il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere.

Entrando nel dettaglio del rapporto di Corso d’Italia, le ore di cig registrate lo scorso mese sono state 83.563.081 con un aumento del +47,25% su agosto. Un dato che porta il totale delle ore di cassa da inizio anno a 732.149.517 per un -20,91% sui primi nove mesi del 2010. Nello specifico la cassa integrazione ordinaria (cigo) a settembre aumenta sul mese precedente del +193,17% per 21.020.179 ore. Da inizio anno il monte ore è pari a 166.958.640 con una variazione tendenziale del -39,44%. Anche la cassa integrazione straordinaria (cigs) a settembre
aumenta su agosto del +32,10% per un totale di 33.703.819 ore.

Nel corso dei primi nove mesi dell’anno, spiega ancora la Cgil, le ore di cigs sono state 315.146.549 per un -13,45% sul periodo gennaio-settembre 2010. Infine, anche per quanto riguarda la cassa integrazione in deroga (cigd) si marcano aumenti sul versante congiunturale. A settembre conta 28.839.083 di ore richieste, segnando così un +19,84% su agosto, mentre da inizio anno le ore sono state 250.044.328 per un -12,53% sui primi nove mesi del 2010.Analizzando le causali di attivazione dei decreti di cassa integrazione straordinaria il sindacato sottolinea come ci sia un calo dei ricorsi per crisi aziendale (-11,99%), che comunque restano il 59,2% del totale, un aumento “esponenziale” di domande di ricorso al fallimento, +64,18% sui primi nove mesi del 2010, così come il ricorso al concordato preventivo, +55,63%.

Per quanto riguarda la ripartizione geografica, è il Nord del paese dove si concentra la quasi totalità dei decreti, anche se notano aumenti percentuali significativi nel Mezzogiorno. Le regioni del Nord si segnalano ancora una volta per il ricorso più alto alla cassa integrazione da inizio anno. Dal rapporto della Cgil emerge che al primo posto per ore di cassa integrazione autorizzate c’è la Lombardia con 165.259.640 ore che corrispondono a 105.936 lavoratori (prendendo in considerazione le posizioni di lavoro a zero ore). Mentre per il Mezzogiorno è la Campania la regione dove si segna il maggiore ricorso alla cig con 45.732.715 ore per 31.921 lavoratori.
E’ la meccanica il settore in cui si conta il ricorso più alto allo strumento della cassa integrazione. Secondo il rapporto della Cgil, infatti, sul totale delle ore registrate da gennaio a settembre, la meccanica pesa per 264.628.545, coinvolgendo 169.634 lavoratori.

da repubblica.it

"E sulle macerie del Paese il Cavaliere si celebra con un altro libro dei sogni", di Filippo Ceccarelli

E in mezzo a questo disastro, nel pieno di una crisi che lascerà rovine per anni, il governo Berlusconi celebra se stesso con un almanaccone che fra le tante sue nequizie ha almeno il pregio di mostrare che anche sul terreno della comunicazione, un tempo inespugnabile, il berlusconismo sta ormai abbastanza alla frutta.
Sono 64 pagine illustrate di pronto uso elettorale: «Il governo Berlusconi. Le principali realizzazioni (maggio 2008-ottobre 2011»; e a cominciare dal titolo e dalla copertina si capisce che il modello, la fattura, la cura, le foto, i testi e dunque anche l´efficacia dell´opuscolo sono di gran lunga al di sotto delle diverse iniziative editoriali che, fra mistica e propaganda, innovazione e manipolazione, hanno comunque segnato poco meno di un ventennio.
Nulla di paragonabile al formidabile «Una storia italiana» (2001), pregevole monumento fotoromanzato in funzione di culto della personalità; c´è qualcosa semmai della susseguente e assai meno celebrata «Una vera storia italiana» (2006), che per la verità tanto italiana non era, risultando poi alcune foto scattate all´estero, nei paesi scandinavi, ma spacciate come parte del paesaggio domestico.
In quest´ultimo caso il corredo iconografico pare più spiccatamente ispirato ai depliant delle assicurazioni e del turismo. Si vedono amabili vecchiette al mercato, giovani coppie ideali e famigliole perfette sul divano, ma così liete nelle loro perfezioni che la mamma si fa pure la fotografia. I ritocchi della grafica computerizzata si sprecano. Giovanotti cravattoni al computer, veline convertitesi alla modestia nei call-center, tutti straordinariamente felici.
E poi neonati paffuti, graziose soldatesse, sale operatorie da telefilm americano, scolaresche fervide e mansuete. Si gira pagina e con il tipico sussulto del malricordo compare addirittura l´abominevole «social card». Quindi si passa alla sicurezza e arrivano i posti di blocco, le manette, la Guardia di finanza che ha sequestrato un mucchio di cose che non si capiscono, meglio non farle vedere perché rovinerebbero l´atmosfera di asettica felicità, e sul turismo è la volta del Colosseo e tanto mare azzurro, e i pini sul golfo di Napoli e così l´oleografia va a saturare il libro dei sogni.
Ora, nessuno pensa che un prodotto del genere debba percorrere strade originali, suggestioni veristiche, visionarie o anti-glamour. È anche possibile che sia il frutto inconfessabile di un riciclaggio, o almeno: nell´agosto scorso Berlusconi durante un incontro con le parti sociali fece dono agli incolpevoli partecipanti di un altro opuscolo, quest´ultimo curato dalla Santanché e spaventosamente intitolato «Il governo rendiconta i provvedimenti approvati. Novità e opportunità». Sarebbe interessante un confronto fra le due opere, e ancora di più il rendiconto di quanto sono costate al contribuente.
Ma il dato politico che forse vale la pena di sottolineare è che le foto di Lui sono stavolta assai meno di quante si possa immaginare. Nell´opuscolo del 2001, spedito per posta, c´erano in media due Berlusconi per ogni pagina. Qui ce n´è il minimo indispensabile e a parte un festoso abbraccio con Obama e Medvedev sono tutte parecchio ufficiali e ingessate.
In compenso, la titolazione e i testi sono decisamente lunari, nel senso che lo slancio di devozione al pensiero positivo finisce per mangiare se stesso e il risultato a livello cognitivo proietta l´almanaccone in una realtà remota e parallela, viene fuori una specie di scimmia educata della società italiana, un mondo irreale e a suo modo meraviglioso in cui il governo si prende cura di tutti nel modo migliore.
Tutto è bene, tutto è amicizia. «Fisco amico», «Reti amiche», «Linea amica». Misteriose iniziative e arcani progetti spuntano così fra le pagine patinate, «Progetto Excelsior», «Tremonti Bond», «Operazione Strade Sicure», «il Ponte dell´Energia sullo Stretto». La cultura pubblicitaria del berlusconismo non ha minimente preso atto di questo minimo impedimento che è la crisi economica più dura del dopoguerra, per cui cari lettori approfittate della «Rivoluzione in farmacia», visitate i «Campus Mentis», traete vantaggio dal «Fondo Mecenati», state sicuri con «Zero file allo Sportello» e brindate alla «Giornata nazionale della bicicletta».
Eppure il curatore, onorevole Palmieri, è un tecnico di buon livello e queste cose le saprebbe anche fare. Ma la crisi senile del berlusconismo è evidentemente un fenomeno molto più profondo di quanto si possa immaginare; e d´accordo che si tratta di propaganda, che sotto elezioni non si va per il sottile, che il pubblico è spesso indifeso, ma qui sembra saltato di brutto il collegamento con la realtà, e quando si chiude la pubblicazione un po´ viene da ridere e un altro po´ da piangere.
Fino a qualche anno fa questi due sentimenti erano incompatibili, ora non più e anche quest´ultima pare una delle «principali realizzazioni» che il berlusconismo ha recato in dote ai cittadini trasformandoli in spettatori permanenti di comiche e infelici assurdità.

La Repubblica 15.10.11