Latest Posts

Il governo salvo per un voto

La fiducia passa con 316 sì, uno in più rispetto alla maggioranza richiesta. Bersani: “Questo governo morirà di fiducia. Oggi ha avuto un voto al ribasso. L’opposizione ha dimostrato di non accettare giochi di sopravvivenza sulla pelle del Paese. Noi continueremo la nostra battaglia sia con la manifestazione nazionale a Roma del 5 novembre, sia con la costruzione di un’alternativa che in questi giorni si è evidentemente rafforzata”. Le Opposizioni non hanno partecipato alla prima chiama in Aula tranne i 5 deputati radicali. E’ un Sì stiracchiato quello che è passato nel voto alla Camera sulla 53esima fiducia posta dal governo. Dopo la bocciatura di martedì scorso sull’ Articolo 1 del Rendiconto generale del bilancio dello Stato, questa volta i voti favorevoli sono stati 316 e i voti contrari 301. IL governo continua a perdere colpi dopo le defezioni tra i “responsabili” e gli “scajoliani”.

“Questo governo morirà di fiducia. Oggi ha avuto un voto al ribasso. L’opposizione ha dimostrato di non accettare giochi di sopravvivenza sulla pelle del Paese. Da domani il problema politico risulterà ancora più evidente. Noi continueremo la nostra battaglia, come abbiamo fatto in modo incisivo in questi giorni, sia con la manifestazione nazionale a Roma del 5 novembre, sia con la costruzione di un’alternativa che in questi giorni si è evidentemente rafforzata”. Questo è stato il primo commento di Pier Luigi Bersani, segretario del PD dopo il voto alla Camera.

Per tutta la mattinata l’esito del voto è stato incerto a causa della decisione di alcuni deputati della maggioranza di voler prendere parte al voto e alla scelta delle opposizioni di non partecipare alla prima ‘chiama’ ma di votare solo dopo aver verificato che la maggioranza fosse in grado di raggiungere in Aula il numero legale. La decisione era stata presa nel corso di una riunione, nella sede del gruppo del Partito Democratico dove erano presenti tutti i capigruppo dei partiti di opposizione: Pd, Udc, Idv, Api, Mpa e Libdem.

Alla fine il numero legale è stato raggiunto, grazie anche alla scelta di cinque deputati radicali, eletti nelle liste del PD, di non adeguarsi alla linea delle opposizioni e di rispondere alla prima ‘chiama’ votando comunque No alla fiducia. Una decisione quella dei Radicali che ha scatenato la rabbia dei colleghi d’opposizione.

“I radicali sono entrati in Aula prima che fosse dato il nostro segnale, il problema è che continuano a comportarsi da autosospesi”, ha detto la presidente dell’Assemblea del PD Rosy Bindi. “Adesso le strade si dividono e la nostra, checchè ne dica Pannella, va dalla parte giusta”, ha aggiunto Bindi.

La presidente non prevede una vita lunga per il governo, nonostante la fiducia riottenuta oggi. “Continuano l’agonia e l’accanimento terapeutico, ma continua anche l’agonia del Paese”, ha spiegato rispondendo ai cronisti della Camera. “La maggioranza perde i pezzi e il voto di oggi servirà per arrivare alla prossima fiducia e in mezzo non riusciranno a fare niente”, ha assicurato, “cadranno al prossimo incidente e a quel punto saranno elezioni”. Secondo Bindi, però, questa votazione non basterà a Napolitano: il Capo dello Stato, ricorda l’esponente democratica citando la lettera del Quirinale, “aveva chiesto di assicurare la governabilità”.

“Ogni volta perdono pezzi e l’opposizione ogni volta ha il dovere di provarci”. Il capogruppo del PD Dario Franceschini ha commentato così la fiducia ottenuta dal governo. “Ogni volta che si vota la maggioranza perde pezzi. Oggi hanno ottenuto 316 voti, mentre parlavano di 322, qualcuno anche di 330. Hanno perso tre voti rispetto all’ultima fiducia e l’opposizione ha il dovere di provarci ogni volta. Di questo passo non siamo lontani”.

La prova che nonostante la vittoria che vanno sbandierando il governo e la maggioranza “si sentono sempre più deboli sta nella proposta spontanea di Pdl e Lega di rimandare il Ddl intercettazioni a novembre”, proposta presentata nel corso della conferenza dei capigruppo successiva al voto. Il provvedimento è stato messo in calendario per la fine ottobre. “Ma col calendario già intasato – ha spiegato Francechini – vuol dire che finiranno a novembre”.

Le opposizioni hanno confermato di voler continuare la loro azione parlamentare comune iniziata ieri durante il discorso di Berlusconi con cui veniva richiesto l’ennesimo voto di fiducia.

www.partitodemocratico.it

"Aumentano i giovani neet. Nè studenti nè lavoratori", di Carlo Buttaroni

Li chiamano neet, con un acronimo inglese che indica coloro che non studiano, non lavorano, non si formano, non cercano un’occupazione. In Italia sono circa due milioni, giovani e giovanissimi, spesso donne. Una popolazione in costante aumento. Ci sono quelli che hanno una licenza elementare o un diploma di scuola media e si accontentano di piccoli lavori saltuari, spesso mal retribuiti e pagati in nero. Ci sono i diplomati, sfiduciati perché non sono riusciti a trovare un’occupazione stabile. Ci sono i laureati, rassegnati perché troppo avanti con gli anni o con competenze che non soddisfano i nuovi bisogni delle imprese. Un esercito – cresciuto negli ultimi mesi di oltre 140 mila ragazzi e ragazze – in deficit di futuro e di fiducia, che vive i sintomi di una socialità mancata. Ma i neet rappresentano solo la punta di un iceberg la cui parte sommersa è costituita, oltre che dai disoccupati ufficiali (coloro che cercano lavoro e non lo trovano), anche dalla massa di sotto-occupati, con un lavoro intermittente e parziale, la cui attività remunerata produce un reddito insufficiente a sostenere qualsiasi prospettiva di autonomia. A spingere i giovani in un limbo senza apparenti vie d’uscita sono i percorsi formativi lunghi e poco performanti, l’assenza di sistemi di orientamento e di accreditamento sociale, l’affermarsi di percorsi lavorativi prevalentemente discontinui e instabili. Le cifre fornite dall’Istat sono sconfortanti: in tre anni il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto di oltre quattro punti (oggi è al 25,4%) ed è superiore di quasi 6 punti rispetto alla media europea. È il sistema lavoro nel suo complesso, però, che mostra i segni di una fragilità e di una sofferenza profonda: mentre cresce il numero degli occupati, cala quello dei lavoratori a tempo indeterminato, diminuisce il numero dei disoccupati ma aumenta la popolazione inattiva in età lavorativa, la disoccupazione tende a cronicizzarsi e chi lavora lo fa con meno garanzie e minori tutele. Ad aumentare l’instabilità del sistema sono anche le trasformazioni profonde che hanno riguardato l’organizzazione del lavoro e la natura della prestazione: negli ultimi anni è calata la dimensione media delle imprese ed è cresciuto parallelamente il numero dei luoghi dove si lavora; sono aumentate le tipologie di orario di lavoro e sono calate le sincronie legate ai giorni e agli orari di attività; la lista delle professioni si è allungata e si è frazionata, ma le prospettive di carriera legate alle competenze si sono fatte più difficili; i rapporti di lavoro sono diventati meno durevoli, meno uniformi e condizionati da uno sterminato sistema di riferimenti e parametri difficili da inquadrare in un contesto unitario e univoco. Tutto questo ha portato i giovani a vivere una crescente precarizzazione. Una percezione che corrisponde a un sentimento di ineluttabilità, che spinge i giovani ad appiattirsi in un eterno presente, dove ogni istante equivale all’altro, autonomo, senza intrecci e senza legami. Alla fine la vita stessa è vissuta come una serie di momenti paralleli che non costituiscono una narrazione e un progetto di vita, perché progettare significa selezionare nel presente ciò che è coerente con le proprie esperienze pregresse e con le attese e gli obiettivi futuri. Ma il futuro, per i giovani, è nebuloso, e la paura nasce dal timore che ogni progetto possa trasformarsi in un insuccesso, tanto più doloroso quanto più inizialmente coinvolgente. Da queste paure nasce un atteggiamento che appare contraddittorio: da un lato i giovani sono indotti ad attivarsi per rincorrere le proprie aspirazioni, dall’altro sono spaventati e lo smarrimento li porta a vivere un’incertezza che appare come una rinuncia ai propri sogni. Smarrimento che si esprime anche nel progressivo allontanamento dai valori istituzionali originari, dalle radici di memorie comuni e dai patrimoni condivisi della convivenza civile. Un distacco che si colora anche d’insofferenza, quanto più si accompagna a disconoscimenti e incomprensioni da parte delle famiglie e delle istituzioni. Nei giovani il futuro è una mappa in cui sono tracciate le linee di un’identità possibile ed è, appunto, la precarietà – e la paura che genera – che fa perdere la speranza e la motivazione, trasformandosi nella paura di vivere la vita reale. Una paura che alimenta il sentimento di sfiducia e di rassegnazione o – al contrario – li spinge a inseguire modelli immaginari e improbabili, dando corpo a quella cultura del risparmio emotivo che sembra caratterizzare le giovani generazioni.

L’Unità 14.10.11

"Discorso modesto per scelte svogliate", di Stefano Folli

Silvio Berlusconi avrebbe potuto fare uno sforzo e pronunciare alla Camera un buon discorso, percorso da un minimo di «pathos»: in fondo ne andava della sopravvivenza del governo. Invece quello letto ieri è stato uno dei peggiori interventi del presidente del Consiglio.
Privo di novità, ripetitivo, generico: un elenco di vaghi propositi mai sostenuti da un impegno concreto, o almeno da una notizia utile ai giornali. Un discorso senza tempo identico ad altri già ascoltati nel passato recente o meno recente. Altro che contrattacco.
Come mai questa disattenzione in un momento cruciale per la vita della legislatura? Forse la risposta è che Berlusconi non aveva interesse a preparare o a farsi preparare un intervento di qualità, consapevole che non è su questo che si decidono le sorti del governo. Il premier sa che stamane la fiducia gli sarà data o negata (e probabilmente l’avrà) non certo per quello che ha detto o taciuto in un discorso di maniera. Bensì per l’assenza di qualsiasi scenario alternativo degno di essere preso in considerazione.
Il fatidico governo tecnico o di responsabilità nazionale non è a portata di mano, anzi è del tutto inconsistente, perché nessuno sa bene come e con chi costruirlo. Il Pd ne parla per ragioni tattiche, ma se mai la prospettiva prendesse corpo verrebbero al pettine infiniti nodi: dalla rottura con Di Pietro e Vendola al peso di una politica economica insostenibile a un anno e mezzo dalla fine naturale della legislatura. E Casini non ci crede nemmeno lui, anche se incoraggia per quanto può le faide interne al Pdl.
In ogni caso, se pure fosse esistito uno spiraglio per il governo «diverso», guidato da un altro presidente del Consiglio, Berlusconi si è affrettato a chiuderlo. Il secco aut-aut («o me o le elezioni»), accompagnato da un inusuale elogio del capo dello Stato, dimostra che il presidente del Consiglio, rinserrato a Palazzo Chigi, si sente in grado di giocare la sua ultima carta. Che ovviamente non è la sfida del buongoverno o delle riforme, ma più semplicemente il tentativo di durare ancora qualche mese per poi andare alle elezioni avendo salvato l’alleanza con Bossi.
Questo riduce fino quasi ad annullarlo lo spazio di manovra dei contestatori. Se esistesse un’altra formula o un altro patto politico per allungare la legislatura dopo aver eliminato Berlusconi, il partito della sfiducia prenderebbe subito corpo. Così stando le cose, chi può negozia qualcosa per sé e gli altri dovranno decidere stamane cosa è più importante: la propria coscienza o il proprio partito (e conosciamo la risposta di Gladstone).
In altre parole, si conferma una volta di più che stiamo vivendo il lungo tramonto di un governo, di una stagione politica legata al nome di Berlusconi e forse, chissà, anche del bipolarismo. Nel fine settimana i cattolici si riuniscono a Todi con il cardinal Bagnasco proprio per studiare il futuro dell’area moderata e l’evento ha un preciso significato. Intanto però l’agonia del non-governo (come avrebbe detto Ugo La Malfa) continua inesorabile.
Il premier sta riuscendo ancora una volta – salvo colpi di scena – a ingessare la coalizione. Ha rinsaldato l’accordo con la Lega e questo gli permette di essere più ottimista sul suo immediato futuro. S’intende che i problemi restano sul tavolo, tutti irrisolti. Ma la prospettiva di andare a votare comunque ai primi del 2012, perché altro non si potrà fare, aiuta a intravedere una via d’uscita. E carica qualche responsabilità sulle spalle di un’opposizione tutt’altro che lucida. Essere usciti tutti insieme dall’aula di Montecitorio non vuol dire essere pronti a governare insieme. Proprio il contrario. E il disprezzo verso i radicali che sono rimasti ai loro posti «per rispetto verso le istituzioni» è un brutto segnale.

Il Sole 24 Ore 14.10.11

"Berlusconi a caccia di voti tra sbadigli e banchi deserti", di Nini Andriolo

«Io non faccio passi indietro e se mi votate la sfiducia rischiatela poltrona con il voto anticipato». Un prevedibile Berlusconi si ripresenta alla Camera e non incanta. E adesso teme la tenuta dei suoi e il rebus Quirinale. Plateali gli sbadigli di Umberto Bossi. Dodici, indimenticabili, uno al minuto. Per il resto, i 23 minuti che Berlusconi ha impiegato per mettere
in riga i suoi con un eloquente “se mi sfiduciate si vota e perdete la poltrona” non rimarranno scolpiti nella storia di Montecitorio. «Penosa prova di sbandamento» secondo Bersani il discorso di ieri del Cavaliere. Scontato il premier che non compie passi indietro perché i mercati strangolerebbero il Paese. Prevedibile il richiamo al sacrificio cui Silvio si costringe non per «potere» ma perché il suo governo non ha «alternative». Priva di sorprese l’accusa di sfascismo lanciata alla sinistra. Meno consueti, per la verità, gli apprezzamenti al Quirinale e l’applauso rivolto al Colle dagli scranni a destra dell’Aula (vuoti quelli dell’opposizione che ha scelto di non offrire platee al «vulnus costituzionale» inventato per dribblare la bocciatura del rendiconto dello Stato). Berlusconi ha tessuto, ieri, le lodi del Colle. «La vigilanza istituzionale
del Capo dello Stato è impeccabile – ha sottolineato – Sorveglia sul regolare svolgimento delle istituzioni e stimola i soggetti della politica senza fare politica».
Sviolinate per saltare a piè pari le imbarazzanti domande del Colle alle quali il premier vorrebbe rispondere con la prova di finta forzadi un voto di fiducia destinato asbriciolarsi il giorno dopo. Mentre Scajola e Scilipoti garantiscono che non ci saranno «pugnalate», per i
corridoi di Montecitorio scajoliani e responsabili annunciano la «guerriglia » per la prossima settimana, mentre i ministri scalpitano contro la legge di stabilità confezionata da Tremonti e la Prestigiacomo minaccia di non votare i «tagli ai ministeri » avallati dal premier. Una Babele.
«La questione che si pone è se la maggioranza sia in grado di operare con la costante coesione necessaria», aveva fatto sapere il Quirinale. «La nostra maggioranza è politicamente
coesa, al di là degli incidenti d’aula», pavoneggiava ieri il Cavaliere. Ma a Palazzo Grazioli sale la preoccupazione per i numeri. Si teme per il voto di oggi. La «trappola di una fiducia
risicata», infatti, non rientrerebbe nei parametri richiesti da Napolitano. Per questo motivo, il pomeriggio di ieri è stato scandito da trattative e riunioni. Berlusconi ha contattato i cosiddetti «malpancistì» uno ad uno e ha chiesto loro di riflettere «bene» sulle conseguenze di una crisi di governo.
DAL COLLE NESSUN COMMENTO
Dal Colle, invece, nessun commento. Un silenzio che parla da solo. Secondo la prassi, dopo il voto di fiducia, Berlusconi dovrebbe chiedere oggi udienza a Napolitano. Un incontro che, per la verità, avrebbe dovuto proporre subito dopo la bocciatura del rendiconto dello Stato.
Surreale, ieri, il clima alla Camera. La scenografia di cartapesta di una maggioranza compatta e plaudente dentro l’Aula e i mal di pancia sussurrati in Transatlantico e nel cortile di Montecitorio. Per non mostrare al Cavaliere lo spettacolo di una platea semivuota, il gruppo Pdl aveva cercato di «sparpagliare» i suoi deputati facendoli sedere sugli scranni vuoti della «sinistra» che – tranne la pattuglia radicale – aveva deciso di disertare. I boatos raccontano, però, di un deciso stop di Fini a Cicchitto. Maroni e Calderoli, da scolaretti impertinenti, sedevano ugualmente sui banchi dell’opposizione, ma i commessi della Camera li invitavano
a rientrare tra i leghisti. Anche Tremonti, accanto a Bossi sugli scranni del governo, applaudiva il premier che annunciava la «riforma fiscale» con l’espressione impacciata di chi l’ha fatta grossa. Martedì scorso «Giulio» era arrivato in ritardo e i colleghi di governo gli avevano gettato addosso la croce della sconfitta in Aula del Cavaliere. Peccato grave. «L’italia ce la farà, può rilanciarsi», assicura Berlusconi, che approfitta del passaggio del discorso sul federalismo per regalare a Bossi una carezza che suona come sveglia dopo l’ottavo sbadiglio in diretta tv. «C’è in questo Parlamento qualche persona di buon senso che può credere che un governo tecnico avrebbe più forza di governo democraticamente eletto?», chiede Silvio alla sua metà campo, l’unica presente in partita. «Il nostro dovere è mettere l’Italia a riparo dalla crisi economica – si risponde – Il governo tecnico mai si sottoporrebbe agli elettori». Niente passo indietro e niente elezioni, assicura il Cavaliere: «qui mi vedete e qui resto». Ma Verdini, l’uomo delle emergenze che garantisce Silvio più di Alfano,
vigila per neutralizzare i peones che sentono «puzza di bruciato» e minacciano di far mancare alla maggioranza quota 316. Se è vero che Berlusconi giura di voler andare avanti fino al 2013, infatti, l’intesa con Bossi per «la verifica a gennaio dell’azione di governo» suona – lo
chiarisce uno scajoliano – come «prova provata dell’intenzione di forzare sul voto in primavera». I trucchi di Silvio non incantano più la sua maggioranza. E Palazzo Grazioli si interroga sul «rebus Napolitano».

L’Unità 14.10.11

******

“Il Cavaliere in ansia Quota 316 si allontana”, di Andrea Carugati

Vigilia agitata tra gli uomini del Cavaliere. Sulla carta i sì sono 319, ma risulta in bilico una decina di parlamentari Era dal 13 dicembre 2010 che non si viveva una vigilia di un voto di fiducia così agitata. Da quando si consumò, purtroppo invano, lo strappo di Fini dal Cavaliere, le fiducie sono sempre state relativamente tranquille. Dai 314 voti di dieci mesi fa la maggioranza si è allargata fino ai 317 del giugno scorso, in occasione del via libera al decreto Sviluppo. A fine settembre, per il salvataggio del ministro Saverio Romano, nuovo ribasso a 315. E oggi la sfida è tutta sui numeri. Berlusconi ha un disperato bisogno di arrivare almeno a 316: che sarebbe già una assai esile prova di forza, ma almeno consentirebbe di tirare a campare per qualche settimana. Sotto quell’asticella, il rischio di una crisi a breve è assai realistico. Anche perchè stavolta il Quirinale, dopo lo scivolone sul rendiconto di bilancio, chiede una «prova di credibilità».
Sulla carta il Cavaliere dispone di 319 voti.Ma è un conto assai virtuale, come testimonia il clima di ieri: vertici, capannelli, fibrillazioni, telefonate dirette a una serie di peones, soprattutto scajoliani, che potrebbero decidere di non votare. Pressing cui ha
partecipato lo stesso Berlusconi. «Assenti disertori», è il nickname con cui li hanno battezzati ai piani alti del Pdl. Onorevoli che, alla fine, potrebbero decidere un sofferto sì, ma che hanno deciso di restare in bilico fino all’ultimo. Probabilmente in accordo con Scajola, che assicura il suo sì ma vuole tenere il premier sulla graticola, dunque sotto quota 316. I più inquieti sono Giustina Destro, ex sindaco di Padova, e Fabio Gava, che ieri sera faceva sapere: «Ci penserò su tutta la notte…». A loro si uniscono anche Roberto Antonione, Paolo Russo e Pietro Testoni. E poi i responsabili Miro, Grassano e Sardelli, che ieri al Corriere ha confessato. «Io posso pure votare, ma la maggioranza è ormai frantumata e ogni giorno può essere quello fatale». Ai 319 vanno tolte le assenze quasi certe dei malati Filippo Ascierto e Pietro Franzoso, per i quali è stato ipotizzato persino un trasporto in elicottero. In bilico anche Gerardo Soglia, dato in uscita dal Pdl verso Fli: un segnale, visto che negli ultimi mesi
il “flusso” era andato solo nella direzione opposta. Soglia potrebbe non votare, mentre un ex finiano come Luca Barbareschi ha fatto sapere che dirà sì, nonostante la bocciatura della sua fiction da parte del Cda Rai (per colpa del tremontiano Petroni). Si mormora, ma sono sicuramente gossip infondati, che il Cavaliere in persona avrebbe promesso all’attore un rapido
dietrofront di viale Mazzini o, in alternativa, un passaggio sulle reti Mediaset. Fa muro invece lo stilista Santo Versace: uscito dal Pdl, conferma il suo no, nonostante il pressing di ieri del coordinatore Pdl Verdini, che lo ha avvicinato suadente alla fontanella di Montecitorio. Sembrano rientrati i malumori degli ex Pdl legati a Gianfranco Miccichè, 9 deputati che
hanno dato vita al gruppetto «Grande Sud». Ieri dopo l’intervento del premier alla Camera gli umori erano pessimi: «Avete visto? Ha parlato solo di quello che interessa ai leghisti». Ma il capo li ha frenati: «Se cade bene, ma non possiamo essere noi…». I conti sono
fatti: bastano 4-5 assenti disertori per portare il Cavaliere pericolosamente sotto quota 316. Le opposizioni restano inchiodate intorno a 306: troppo lontano per poter sperare.

L’Unità 14.10.11

"Blindato oggi, perdente domani", di Stefano Menichini

In un discorso vuoto come quello di ieri conta solo il sound-bite, il concetto che passa qua e là, ripetuto, e certifica delle vere intenzioni. Berlusconi oggi tenta banalmente il replay dell’operazione 14 dicembre: una fiducia guadagnata non sulla base di un rilancio politico e programmatico ma solo grazie a un rastrellamento di voti sotto la minaccia di elezioni anticipate che decimerebbero i suoi.
È probabile che l’operazione riesca. Oggi come dieci mesi fa è stata fatta terra bruciata intorno all’unica soluzione che restituirebbe all’Italia fiato e tempo per riprendersi.
La retorica dell’unico governo a investitura popolare ha ormai una valenza esclusivamente distruttiva: Berlusconi la usa come fuoco di sbarramento contro una transizione guidata da altri – magari provenienti dalla sua stessa maggioranza – e mente sapendo di mentire quando si attribuisce la forza politica necessaria a fare le riforme, o addirittura a prendere «le misure impopolari» che servono al paese.
Non ci saranno riforme, non ci saranno misure né popolari né impopolari. Ci sarà trascinamento, nell’illusione che intanto Bossi e Berlusconi possano rianimare i rispettivi partiti, sbandati e disperati.
A differenza del 14 dicembre, però, non è più vero che le opposizioni siano altrettanto sbandate e slabbrate. I radicali sono storia a sé: geneticamente proporzionalisti come sono, pensano che sopravvivenza e identità coincidano con lo smarcamento a ogni costo. Prendere o lasciare (stavolta forse si lascia).
Tutti gli altri si compattano quanto più Berlusconi chiude i giochi in casa propria. Se si voterà a marzo, ieri Berlusconi ha definito il perimetro della coalizione che lo stroncherà.

da Europa Quotidiano 14.10.11

"La mossa per salvarsi", di Tito Boeri

A meno di sorprese, oggi il Parlamento darà la fiducia a un non-governo. È infatti ormai evidente che ciò che è rimasto della coalizione uscita vincente alle elezioni del 2008 non è più in grado di fare altro che spendere rapidamente ogni risorsa in più che affluisce alle casse dello Stato. È il caso dei proventi dell´asta sulle frequenze del digitale terrestre, che potevano essere utilizzati per ridurre il debito pubblico. A dire il vero fa ancora peggio: pianifica di raccogliere altre risorse, magari pregiudicando entrate future come nel caso dei condoni ventilati da molti esponenti della maggioranza, pur di alimentare altra spesa. Stando a quanto dichiarato ieri dal ministro degli Esteri e dal sottosegretario alla Difesa Crosetto, il “pacchetto per lo sviluppo” non sarà a costo zero. I ritardi nella presentazione (come previsto slitterà ulteriormente, oltre il 20 ottobre) sono legati alla ricerca di “coperture”. Serviranno per ridurre i pochi tagli previsti dalla manovra estiva e di sviluppo ci sarà presumibilmente soprattutto quello dei bilanci dei loro ministeri. È davvero penoso assistere a questa lotta furibonda per prelevare in qualche modo altri soldi dalle tasche degli italiani, dopo aver già portato il peso delle entrate sul pil al 50 per cento, con un euro su due generati nel nostro Paese che finisce all´erario.
Il rischio in questo clima è che tutto l´incremento della pressione fiscale deciso questa estate finisca, gradualmente ma inesorabilmente, col trasferirsi in aumenti permanenti della spesa pubblica. È quanto tipicamente avviene in questi casi. I consolidamenti fiscali condotti sul lato delle entrate falliscono proprio per questo: più tasse vengono succedute da spese più alte, facendo evaporare ogni miglioramento nei saldi. Non a caso, lo spread ieri è tornato a salire ai livelli di inizio agosto e non è sceso sotto i 350 punti base neanche durante l´euforia sui mercati seguita al vertice Merkel-Sarkozy. Significativamente, si è ulteriormente allargato lo spread fra i titoli italiani e quelli spagnoli. Se a inizio estate i rendimenti dei Btp decennali erano 70 punti al di sotto di quelli dei bonos con la stessa scadenza, adesso la situazione si è invertita: ieri il rischio paese dell´Italia è stato valutato fino a 70 punti base in più di quello della Spagna. Questi 140 punti persi sono la misura della credibilità persa dal nostro Paese negli ultimi tre mesi. È una Papi tax che continua a salire. Nell´immediato trascina giù, come ieri, le banche italiane, imbottite di nostri titoli di Stato. A regime, significa 25 miliardi di euro da pagare a chi compra i nostri titoli di stato, 85 milioni per ognuno dei 320 deputati che potrebbero oggi dare la fiducia al non-governo. Un giorno dovranno renderne conto.
L´unico modo per evitare che i mercati ci penalizzino ulteriormente per questo non-governo è ridurre la discrezionalità di questa classe politica, renderla incapace di farci ancora più male. Legarle le mani in questo frangente è utile perché permette di ridare credibilità ai nostri impegni di rientro del debito e, al contempo, evita il peggio, riduce il rischio che un esecutivo mantenuto artificialmente in vita si lanci in spese elettorali, vanificando i sacrifici che milioni di italiani stanno compiendo per fronteggiare la crisi del debito. Nelle ultime settimane si è molto parlato di vendita di beni pubblici per ridurre in modo consistente il debito. L´idea sembra attraente: un programma di vendite massicce dovrebbe servire ad abbattere il debito pubblico, migliorando quindi le percezioni dei mercati sulla sua sostenibilità. In apparenza il patrimonio pubblico è cospicuo, vale quasi quanto il debito pubblico. Ma a guardare più a fondo, il patrimonio liquido dello Stato (le partecipazioni in Eni, Enel, Finmeccanica, Anas, etc.) è di “soli” 55 miliardi ed è quello che oggi ha un rendimento più alto (attorno al 5,5 per cento contro lo 0,5% del resto del patrimonio gestito da Stato, regioni ed enti locali). Viene da chiedersi se vale la pena di venderlo nelle presenti condizioni di mercato (ad esempio Finmeccanica ha perso più di metà del proprio valore di borsa nell´ultimo anno) rinunciando a questi rendimenti. La proprietà pubblica è poi dispersa in mille rivoli, dalle autorità portuali alle comunità montane, dalle camere di commercio alle agenzie regionali di sviluppo, e non è quindi immediatamente disponibile. Impossibile, dunque fare il botto, abbattere in modo significativo il debito pubblico. E poi, questa classe politica ha dato ampiamente dimostrazione di essere capace di spendere questi soldi anziché utilizzarli per ridurre il debito.
Il vero problema del nostro patrimonio pubblico è che rende troppo poco, perché viene dato in concessione a privati a prezzi stracciati oppure viene utilizzato per ospitare amministrazioni pubbliche che potrebbero avere sede altrove liberando risorse da mettere a frutto (pensiamo al caso delle caserme nei centri cittadini o ai terreni di proprietà che la Difesa continua a non voler censire e rendere di pubblico dominio). I costi della nostra politica sono, oltre che nei compensi eccessivi che si concede, anche e soprattutto in una gestione clientelare del patrimonio di noi tutti. Secondo le stime dello stesso ministero dell´Economia, si può legittimamente pensare di farlo fruttare attorno al 5-6 per cento all´anno. Sommando il patrimonio fruttifero di Stato, regioni ed enti locali, si raggiungono circa 600 miliardi; al 6 per cento potrebbero fruttare circa 30 miliardi all´anno a fronte dei 5 raccolti oggi. Per arrivare a questo risultato bisognerebbe dare in gestione questi beni a un´agenzia, preferibilmente gestita a livello europeo onde distanziarla ulteriormente dalle pressioni della classe politica. Il suo obiettivo non dovrebbe essere la vendita, ma la valorizzazione del nostro patrimonio, e la destinazione automatica, obbligatoria di tutti i proventi alla riduzione del debito pubblico. Un modello di riferimento è quello della Treuhandanstalt che si è trovata a gestire il patrimonio pubblico dello Stato tedesco-orientale, un patrimonio altrettanto, se non più, eterogeneo di quello pubblico italiano. Chi pagherà per questa struttura? I governi dell´area dell´Euro, dato che servirà per evitare interventi ben più onerosi a sostegno del nostro Paese. Inoltre l´esperienza accumulata potrà essere utilizzata anche in altri paesi in difficoltà: pensiamo alla Grecia, alla Spagna o al Portogallo.
Una scelta di questo tipo potrebbe riuscire a sorprendere i mercati, contribuendo a ridurre in modo significativo lo spread sui nostri titoli di stato. Servirà anche questo a ridurre il debito. Una volta riportato il debito pubblico sotto livelli di guardia (ad esempio, il 60 per cento del prodotto interno lordo), la gestione di questo patrimonio potrà tornare sotto la giurisdizione di Stato ed enti locali. Sarà un incentivo in più ad accelerare il rientro del debito e queste amministrazioni potranno trarre grandemente beneficio dall´esperienza gestionale dell´agenzia. Potranno anche decidere di vendere beni a quel punto adeguatamente valorizzati. Nell´immediato ci vuole una struttura in grado di vincere le fortissime resistenze a mantenere lo status quo. Anche l´esperienza fallimentare di Patrimonio Spa, di fatto liquidata quest´anno per mano del suo stesso creatore, ce lo sta a indicare. C´è un costo politico da pagare nel contrastare la gestione clientelare del patrimonio pubblico. Meglio per questo rivolgersi a un´agenzia esterna, legare le mani a una classe politica che ha orizzonti troppo angusti. Garantirebbe allo stesso tempo noi contribuenti italiani e i contribuenti di altri paesi che stanno chiedendosi se rinnovare o meno i nostri titoli di stato alla scadenza.

La Repubblica 14.10.11

"Per non dimenticare la tragdia di Barletta serve agire. Adesso", di Valeria Fedeli

Una settimana fa, l’Italia seguiva i funerali delle operaie di Barletta. Oggi, per non dimenticare è urgente agire. Mentre il Governo e il Presidente Berlusconi continuano a dimostrare assenza di rispetto delle Istituzioni, delle regole rendendo il Paese sempre più lontano dai comportamenti dei Paesi democratici, noi vogliamo stare con il Paese reale che vuole subito il suo allontanamento e il ritorno alle donne e agli uomini della possibilità di partecipare con il voto, al profondo cambiamento della politica italiana. Un Paese che non ha un Governo che rappresenta e contribuisce ad una forte e diffusa cultura e pratica della legalità, del rispetto delle regole, mina alla radice la possibilità di avere politiche di crescita efficaci, di avere sviluppo e condizioni per uscire dalla crisi che viviamo. Serve etica nell’esercizio delle funzioni pubbliche, serve onestà, servono leggi e comportamenti che costruiscano trasparenza tracciabilità di ogni processo economico, produttivo, monetario. Serve ridare alla politica qualità, autorevolezza per servire al meglio il Paese. Questa scelta contrasterebbe in modo forte anche il lavoro povero, marginale, la diffusione dell’economia sommersa, la criminalità e altre forme di irregolarità del tessuto economico e a volte imprenditoriale, che rappresentano lo scivolamento del Paese verso un’economia che non costruisce il futuro credibile delPaese, non corrisponde a ciò che l’Italia e gli italiani vorrebbero e meritano. La legalità è il presupposto, la precondizione per dare certezze e libertà agli investimenti delle imprese regolari e dignità nel lavoro e nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori. È condizione per i territori di convivenza civile e democratica, di solidarietà e coesione delle comunità. La legalità è un diritto della cittadinanza democratica. Ciascun soggetto che ha responsabilità, ciascuno di noi, deve essere consapevole della portata innovativa e di svolta che il contrasto ad ogni forma di illegalità ha per far rinascere il nostro Paese. Questa forte battaglia culturale, politica, etica, economica riguarda tutti e riguarda tutto il Paese. Non dobbiamo guardare a questo fenomeno pensandolo relegato al Sud. Ci sono tante Barletta diffuse in Italia, e in tutti i settori dell’economia. Per questo, anche per noi, anche per il sindacato questo è un terreno da rilanciare con serietà e determinazione, costanza e priorità. Nessuna giustificazione a questo stato di cose utilizzando la crisi pesante e prolungata che stiamo vivendo. La recente scelta della CGIL di fare la campagna nazionale per la legalità significa proprio questo. Dalla crisi si esce con imprese regolari, lavoro regolare, rispetto delle regole per tutti. Tutto ciò nasce dalla convinzione profonda che la legalità rappresenta la condizione imprescindibile per garantire al Paese tenuta democratica, convivenza civile e crescita economica. Questa campagna è una scelta di lavoro, di impegno, di responsabilità. È una chiamata a responsabilità del mondo del lavoro, delle imprese, delle Istituzioni. Ecco, questa scelta è la speranza che diamo a chi piangeva e aveva dolore guardando quelle cinque bare delle ragazze da ogni angolo del nostro Paese.❖

L’Unità 14.10.11