Latest Posts

"Dodici sbadigli e addio rivoluzione", di Massimo Gramellini

Non ho contato gli sbadigli di Bossi perché stavo sbadigliando anch’io. Però mi hanno sinceramente sorpreso. Mai avrei immaginato che uno come lui si mettesse la mano davanti alla bocca. Per fortuna le telecamere hanno tenuto la contabilità al posto mio, immortalando fin nei dettagli la performance dello stregone leghista seduto di sguincio accanto all’Anziano Leader durante il trascinante Discorso della Fiducia: dodici sbadigli in dodici minuti, alcuni davvero molto belli. Smorfie che diventavano conati, fra uno spalancamento di fauci e uno strabuzzare d’occhi. Imperdibile il passaggio in cui Berlusconi cita il federalismo e tenta di fare «pat pat» sulla testa di Bossi, neanche fosse un peluche. Invece la manca clamorosamente e allora procede a tentoni, cercando almeno di cingergli le spalle, mentre l’altro inghiotte il dodicesimo sbadiglio e si sforza di assumere un contegno adeguato alle circostanze. Ma la noia, non potendo più uscirgli dalla bocca, sale negli occhi e gli provoca l’abbassamento delle palpebre.

Gli sbadigli di Bossi potrebbero diventare per Berlusconi quel che per Craxi fu il trauma della canotta. I lettori diversamente giovani ricorderanno ancora l’episodio: era l’estate del 1991 e il segretario socialista stava parlando dalla tribuna del congresso del suo partito, quando sotto la camicia bianca intrisa di sudore apparve in controluce una canottiera senza maniche. Nell’immaginario del potere, l’affioramento della canotta certificò l’esaurimento del suo carisma. A completare l’opera ci pensò l’anno dopo Mani Pulite, ma tutto era cominciato quel giorno.

Gli sbadigli raccontano la fine di un’altra stagione. Be. e Bo., i rivoluzionari che avrebbero dovuto spazzare via la Casta, sono i nuovi professionisti della politica, aggrappati disperatamente alle poltrone da cui sbadigliano o parlano, come il premier, per non dire assolutamente nulla. Nulla di quel che ti aspetteresti dal capo di un governo che è appena andato sotto sulla legge di bilancio, al culmine della crisi economica più drammatica dei tempi moderni. Nessuna visione, nessun progetto, nessun traguardo diverso dal tirare a campare e dall’esorcizzare la propria decadenza agitando il consueto feticcio: la mancanza di alternative migliori di lui, mentre col passare dei giorni lo stanno diventando un po’ tutte, da Gianni Letta agli Inti Illimani.

Di Pietro ha paragonato il Berlusconi di ieri a Wanna Marchi, ma è stato ingeneroso. Verso la Wanna, che almeno vendeva sogni, mentre l’Anziano Leader da qualche tempo commercia soltanto in paure.

Be. & Bo. ricordano certi pensionati seduti al bar davanti a un grappino. Uno borbotta, l’altro sbadiglia. Ed entrambi hanno un solo pensiero fisso: come resistere ancora un po’ per poter lasciare qualcosa ai figli, prima che i Casini e i Maroni si prendano tutto. Il resto è noia.

La Stampa 14.10.11

******

“Le rassicurazioni del premier non cancellano l’incertezza”, di MARCELLO SORGI

Rispetto alla confusione del giorno prima, non ha portato grandi novità il breve discorso di Berlusconi alla Camera, anzi a mezza Camera, dato che le opposizioni, con l’eccezione dei cinque deputati radicali, avevano scelto di non partecipare ai lavori per protestare contro le mancate dimissioni del governo. Il Cavaliere ha ribattuto che la mancata approvazione del rendiconto non è stato altro che un infortunio, spiacevole quanto si vuole (ed infatti s’è scusato dell’accaduto), ma al quale non intende dare soverchia importanza politica. Il governo ha chiesto la fiducia e la otterrà oggi grazie anche al fatto che la gran parte dei dissidenti del centrodestra ha confermato che la darà, salvo poi dire che si tratterà di una fiducia a tempo, in attesa di vedere se le loro richieste saranno accontentate. Confermata anche l’intenzione di andare avanti fino al 2013 con il programma di riforme già esposto inutilmente altre volte.

Mai come oggi tuttavia il quadro rassicurante fornito dal premier cozza con la realtà di una crisi economica insistente e di una crisi politica latente. Berlusconi ha parlato con al fianco Bossi che non la finiva di sbadigliare. Nel consiglio dei ministri che ha preceduto il dibattito alla Camera c’è stato un nuovo scontro tra i ministri Tremonti e Romani sulla destinazione dei fondi ricavati dall’asta delle frequenze per i telefonini di quarta generazione: non è certo un buon viatico per le trattative sul prossimo decreto sviluppo, di cui Romani, a dispetto di Tremonti, è stato incaricato direttamente dal premier. La Bce ha ribadito ieri che i paesi europei a rischio, tra cui l’Italia, di cui ha sottolineato l’andamento sofferto e il doppio declassamento subito dalle agenzie di rating, devono prepararsi all’ eventualità di manovre aggiuntive. La Borsa ha fermato la sua ripresa ed è tornata a scendere.

L’Aventino dell’opposizione s’è consumato a beneficio delle telecamere: e in effetti, le immagini dell’aula mezza vuota della Camera hanno fatto rapidamente il giro delle principali edizioni dei Tg. Ma i leader del centrosinistra e del Terzo polo sono rimasti in silenzio solo tra i muri di Montecitorio, affollandosi invece davanti alle telecamere per attaccare duramente Berlusconi e il centrodestra. La soluzione all’ incidente di martedì sarà trovata ripresentando, previo esame della Corte dei conti, il rendiconto al Senato, e solo successivamente alla Camera. Ma la situazione resta molto tesa e a rischio, e difficilmente i prossimi giorni porteranno un chiarimento.

La Stampa 14.10.11

"Ma il governo È morto tre giorni fa", di Eugenio Scalfari

Faceva certamente effetto vedere l´aula di Montecitorio per metà deserta: segnalava con la forza d´una immagine la spaccatura del Paese in due, che dura ormai con alterne vicende dal 1994 avendo raggiunto poi il suo culmine negli anni successivi al 2001. Sono dunque ben tre legislature durante le quali la maggioranza ha imposto la sua dittatura, le regole sono state aggirate o travolte, la questione morale è di nuovo tornata di drammatica attualità.
Ma di nuovo c´è una questione che in precedenza non c´era: negli ultimi tre anni l´intero pianeta e in particolare le nazioni opulente dell´Occidente sono stati devastati dalla più grave crisi economica degli ultimi cent´anni, più grave ancora di quella del ´29, mettendo in causa non solo i mercati ma il capitalismo nella sua natura democratica.
In queste condizioni l´intrinseca fragilità della democrazia italiana è purtroppo sbalzata in prima fila, tutte le nostre debolezze si sono accentuate, le nostre scarse virtù civiche hanno ceduto di fronte all´invasione del populismo, della demagogia, dell´indifferenza, dell´incompetenza, della corruzione.
Non è bastato neppure il “vincolo esterno” impostoci a un certo punto dall´Europa attraverso la sua Banca centrale. Un vincolo umiliante ma indispensabile e virtuoso di fronte alla pochezza politica del governo che tuttavia ha funzionato soltanto a metà a causa delle divisioni interne alla maggioranza e allo stesso governo e soprattutto del dominio che il lobbismo corporativo esercita sul gruppo dirigente del Pdl e sugli interessi che rappresenta, dei quali il “premier” è la più vistosa espressione.
Sì, faceva effetto quell´aula parlamentare disertata dalla metà dei suoi componenti, ma non poteva risolvere il problema che si è aperto mercoledì scorso con il voto di bocciatura dell´articolo 1 del disegno di legge sul Rendiconto generale dello Stato. Né lo potrà risolvere il voto di fiducia che oggi il governo chiederà al Senato e che certamente otterrà. Il problema resterà aperto, anzi si aggraverà ed ecco perché.
* * *
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella sua impeccabile vigilanza sul funzionamento degli organi costituzionali (così l´ha definito una volta tanto Berlusconi nel suo discorso di ieri e così lo definiamo anche noi fin da quando fu eletto al Quirinale cinque anni fa) ha fatto sentire per due volte la sua voce subito dopo “l´incidente” che ha bocciato il Rendiconto generale dello Stato.
In un primo comunicato ha chiesto al presidente del Consiglio di verificare in Parlamento se la maggioranza fosse ancora compatta e decisa a rinnovargli la fiducia e spiegasse in che modo intendeva rimediare alla bocciatura del Rendiconto generale; ma in un secondo “lancio” diffuso a distanza di poche ore ha ultimato al governo di lavorare con coerenza e rapidità alle misure di risanamento e di crescita senza le quali il Paese rischia di affondare nella tempesta della crisi.
Impeccabile certamente, non poteva dir meglio e tuttavia neppure in questo modo si risolve il problema. La fiducia oggi Berlusconi l´avrà, ma la navigazione successiva del governo nelle agitatissime acque della crisi non sarà diversa da quella che abbiamo visto dai primi d´agosto in poi: una prima manovra raffazzonata, una seconda dettata dalla Bce ma non adeguata per quanto riguarda la parte fondamentale destinata alla crescita; poi una terza perché non erano stati specificati alcuni punti essenziali relativi all´obiettivo di realizzare il pareggio di bilancio entro il 2013. Ora si attende la quarta manovra interamente destinata allo sviluppo. Mario Draghi l´altro ieri è stato impietoso in proposito, lamentando le gravi inadempienze del governo su questa materia. Tra quindici giorni se ne andrà a Francoforte e ancora non è stato nominato il suo successore anche se se ne parla da giugno.
Tutto dunque lascia prevedere che il governo e la sua maggioranza, balcanizzati in cricche e caciccati, non sapranno ottemperare alle richieste di Napolitano. Che cosa farà a quel punto il Presidente, di fronte ad un governo sempre meno credibile ma sempre sostenuto dalla fiducia del Parlamento?
La domanda è questa è non è di poco conto. Per misurare l´esistenza della fiducia parlamentare il Quirinale, come tutti noi, ha un termometro: i voti riscossi dal governo. Ma per misurarne la credibilità, l´operosità, l´efficienza, non esiste un termometro; esistono soltanto valutazioni e risultati. Le valutazioni sono soggettive e quindi differiscono tra loro, i risultati sono invece oggettivi anche se richiedono un tempo tecnico per esser raggiunti. Quelli che abbiamo per ora su questo governo equivalgono allo zero assoluto altrimenti non ci troveremmo in questo stato e peggio di tutti.
Anche la storia della nostra ricchezza privata che sarebbe secondo Berlusconi e Tremonti di gran lunga maggiore di quella della Francia e della Spagna e, sia pur di poco, perfino di quella della Germania, è una storia priva di qualunque significato come ha dimostrato cifre alla mano Romano Prodi in un articolo pubblicato domenica scorsa sul Messaggero. La nostra ricchezza privata mobilitabile ai fini dello sviluppo è di gran lunga inferiore a quella di tutte le altre nazioni europee.
Comunque fino a quando il governo avrà la fiducia del Parlamento il Quirinale non ha mezzi per rimuoverlo anche se credibilità, efficienza e capacità di dominare la crisi per la parte che ci riguarda sono ridotte allo zero.
Purtroppo dunque su questo tema i poteri del Quirinale non ci possono aiutare sicché è inutile farsi illusioni in proposito. So bene che alcuni tra più autorevoli costituzionalisti attribuiscono al Capo dello Stato il potere di sciogliere le Camere se ne constata la sostanziale paralisi. So molto bene che il decreto di scioglimento deve essere sempre controfirmato dal presidente del Consiglio e so altrettanto bene che, in caso di denegata controfirma, il problema passerebbe nelle mani della Corte costituzionale affinché decida sul conflitto di attribuzione. Ma sono anche certissimo che Napolitano non ricorrerà mai ad iniziative così azzardate. Credo che faccia bene a non farlo. Con una conseguenza però: se il Paese continua così andrà a fondo e tutti gli attori della partita ne saranno responsabili salvo le opposizioni, i media tanto vilipesi perché cercano la verità e il potere terzo della magistratura.
* * *
Ma veniamo, per concludere, all´ormai famoso “incidente” sul Rendiconto generale e diciamo subito che non è affatto un incidente ma un fatto della massima importanza politica e costituzionale. Averne delegato la soluzione al governo e al Parlamento è corretto, ma altrettanto doverosamente corretto sarà di vigilare sulla sua soluzione la quale, nei termini in cui è stata prospettata dal “premier” è del tutto insostenibile e inaccettabile.
Il Rendiconto generale sull´amministrazione dello Stato è previsto nel primo comma dell´articolo 81 della Costituzione che fu scritto direttamente da Luigi Einaudi, allora membro autorevolissimo dell´Assemblea Costituente. Stabilisce che ogni anno il governo deve sottoporre all´approvazione delle Camere il Rendiconto generale, così come deve presentare ogni anno la legge di bilancio. Il Rendiconto altro non è che il consuntivo delle entrate e delle spese, la legge di bilancio (o finanziaria come un tempo si diceva) è il preventivo.
La legge n. 196 del 2009 parla anch´essa del Rendiconto (sebbene Berlusconi nel suo discorso di mercoledì l´abbia escluso) stabilendo che quel documento, proposto dal Tesoro e redatto dalla Ragioneria generale, sia trasmesso alla Corte dei Conti per la “parificazione”, un´indagine ulteriore sulla correttezza costituzionale delle “coperture” e poi, così vidimato dalla Corte, inviato al Parlamento il cui voto è un voto politico. Il Parlamento cioè è chiamato a dare un suo giudizio sul consuntivo della finanza pubblica. Il voto negativo significa che il Parlamento dà un giudizio negativo su come il governo ha gestito la finanza pubblica nel precedente esercizio.
Poiché il Parlamento rappresenta il popolo sovrano, quel giudizio negativo è espresso dai delegati del popolo sovrano. E non sarà certo l´attuale governo e il suo “premier” a dissentire su questo punto, visto che il loro potere attuale è continuamente riportato al popolo sovrano e ai suoi delegati.
Dunque: il popolo sovrano attraverso il voto dei suoi rappresentanti ha bocciato l´articolo 1 del Rendiconto generale. Che cosa dice quell´articolo? Eccolo: «Il Rendiconto generale dell´Amministrazione dello Stato e i rendiconti delle Amministrazioni e delle Aziende autonome per l´esercizio 2010 sono approvati nelle risultanze di cui ai seguenti articoli» seguono varie pagine di tabelle, redatte dalla Ragioneria, firmate dal ministro del Tesoro e parificate dalla Corte dei Conti.
Si ricava da tutto ciò senza ombra di dubbio che il voto della Camera è un voto politico che sfiducia il consuntivo del 2010. E poiché la legge finanziaria del 2010 fu redatta dallo stesso ministro e dallo stesso governo di oggi, sono essi ad essere stati sfiduciati. E poiché infine uno dei principi della democrazia parlamentare consiste nel fatto che i ministri e i governi sono giudicati dal consuntivo delle loro azioni, questa è la sfiducia legittimamente votata dalla Camera dei deputati.
Berlusconi vorrebbe ripresentare il Rendiconto cambiandone l´articolo 1. E come può cambiarlo? L´ho citato nella sua letteralità: bocciare quell´articolo ha significato la bocciatura dell´intero provvedimento il quale, come dicono i regolamenti parlamentari, non può essere ripresentato se non dopo sei mesi, cosa che certamente non sfuggirà all´impeccabile vigilanza del Capo dello Stato.
Allora non c´è soluzione? Dobbiamo restare senza il consuntivo fino al prossimo aprile? E come si potrà costruire il preventivo senza avere certezze e approvazione del consuntivo? Una soluzione c´è: le dimissioni del governo. La fiducia di oggi è un sotterfugio perché la fiducia il governo l´ha già perduta l´altro ieri ed oggi si vota la fiducia ad un governo che l´ha già persa e potrebbe ritrovarla soltanto dopo aver rimesso le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato.
Questa è la procedura costituzionale e non mi pare che possa essere ignorata.

Post scriptum. Forse Emanuele Macaluso, che spesso mi dedica la sua acida attenzione sul Riformista opinerà diversamente da me. Ma con tutto il rispetto che gli è dovuto, la sua opinione è, come tutte le opinioni, puramente soggettiva.

La Repubblica 14.10.11

"Meglio precari oggi che servi per sempre", di Ilvo Diamanti

La settimana prossima riprenderò a insegnare. A Urbino. Dopo molti mesi di assenza forzata. Insegnare, d’altronde, è un privilegio. Come leggere e studiare. Molte persone lo fanno “gratuitamente”. Per curiosità, interesse. E per piacere. Io vengo stipendiato, per farlo. E ho la fortuna di incontrare i giovani – ogni anno diversi. (Spesso, mi viene in mente il protagonista de “Il Sipario ducale”, scritto da Paolo Volponi. Ambientato a Urbino. Un anziano intellettuale anarchico, che, a volte, attendeva l’uscita degli studenti del liceo e si perdeva in mezzo a loro. Per sentirsi giovane. E libero).

Dedicherò il mio corso, come avviene da alcuni anni, al tema dell’opinione pubblica. In particolar modo, al rapporto tra opinione pubblica e democrazia rappresentativa. Mi interrogherò, dunque, sulla coerenza e sulla concorrenza fra i sondaggi e le elezioni. Tra il marketing politico e la partecipazione. Argomenti, mi rendo conto, che non offriranno agli studenti competenze utili, spendibili, sul mercato del lavoro. Non serviranno loro a cercare e a trovare un impiego, domani. Neppure a farsi largo nel mercato politico. Gran parte del ceto politico non è certo stato reclutato in base alla competenza. Né alla conoscenza dei meccanismi e delle regole della democrazia. Eppure, mi sento di dire che studiare queste cose, al pari delle altre che si insegnano all’università e a scuola, è importante.

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani: studiate. Soprattutto – anche se non solo – nella scuola pubblica. Ma anche quando non siete a scuola. Quando siete a casa vostra o in autobus. Seduti in piazza o ai giardini. Studiate. Leggete. Per curiosità, interesse. E per piacere. Per piacere. Anche se non vi aiuterà a trovare un lavoro. Tanto meno a ottenere un reddito alto. Anche se le conoscenze che apprenderete a scuola vi sembreranno, talora, in-attuali e im-praticabili. In-utili. Nel lavoro e anche fuori, spesso, contano di più altre “conoscenze” e parentele. E i media propagandano altri modelli. Veline, tronisti, “amici” e “figli-di”… Studiate. Gli esempi diversi e contrari sono molti. Non c’è bisogno di rammentare le parole di Steve Jobs, che esortava a inseguire i desideri. A essere folli. Guardatevi intorno. Tanti ce l’hanno fatta. Tanti giovani – intermittenti e flessibili – sono convinti di farcela. E ce la faranno. Nonostante i giovani – e le innovazioni – in Italia facciano paura.

Studiate. Soprattutto nella scuola pubblica. Anche se i vostri insegnanti, maestri, professori non godono di grande prestigio sociale. E guadagnano meno, spesso molto meno, di un artigiano, commerciante, libero professionista.. Anche se alcuni di loro non fanno molto per farsi amare e per farvi amare la loro disciplina. E, in generale, l’insegnamento. Anche se la scuola pubblica non ha più risorse per offrire strumenti didattici adeguati e aggiornati. Anzi, semplicemente: non ha più un euro. Ragazzi: studiate. Nella scuola pubblica – che è di tutti, aperta a tutti. Studiate. Anche se nella vita è meglio furbi che colti. Anzi: proprio per questo. Per non arrendersi a chi vi vorrebbe più furbi che colti. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Non rassegnatevi. A chi vi vorrebbe opportunisti e docili. E senza sogni. Studiate. Meglio precari oggi che servi per sempre.

www.repubblica.it

Un discorso penoso che non dà risposte su come risolvere la crisi

Berlusconi chiede la fiducia alla Camera semi deserta. Nessun passo indietro e nessuna risposta alla crisi economica e sociale. Bersani: “Stanno stracciando la dignità del Parlamento e noi non vogliamo che poi la gente pensi che siamo tutti nel mucchio”. Letta: “Quelle di Berlusconi sono parole che confermano la volontà di non farsi carico di un problema, confermano che questo governo non ce la fa, perché la bocciatura del Rendiconto non è stato un incidente di percorso”. Finocchiaro: “Un Berlusconi arrogante, non trova di meglio che ripetere l’ennesimo discorso fotocopia dei tanti fatti in questi mesi”

Non c’è stata nessuna risposta alla crisi. C’era da prevederlo, anzi era assolutamente scontato. Berlusconi ha parlato alla Camera davanti ad una platea semi deserta, sorretto da applausi telecomandati e annunciando che tutto va bene e non esistono alternative. Parole vuote che significano che per l’ennesima volta, il premier è distante dalla realtà e non vuole farsi carico dei problemi che la crisi ha prodotto.

Per Berlusconi, la bocciatura del governo sul Rendiconto generale dello Stato è stato solo un “incidente parlamentare” alimentato in maniera “forzata e strumentale” dall’opposizione. Ciononostante, forse per la prima volta nella sua vita, il presidente del Consiglio si è scusato pubblicamente.

Quindi i soliti falsi elogi alla politica dell’Esecutivo e la lotta contro la strategia del pessimismo. “Fare un passo indietro? Mai come adesso potremmo accondiscendere a questa richiesta” ha ribadito il premier.

“Berlusconi ha fatto un discorso sul piano politico penoso, non ha risposto in nessun modo alla richiesta del presidente della Repubblica su come intende governare al di là delle fiducie. Siamo allo sbandamento totale”. Così il leader del PD, Pier Luigi Bersani ha attaccato, fuori dalla Camera, l’intervento del premier in Aula. “’Il discorso di oggi è acqua fresca, un discorso che non merita di essere ascoltato. Noi abbiamo voluto marcare la nostra dissociazione dalla loro farsa. Stanno stracciando la dignità del Parlamento e noi non vogliamo che poi la gente pensi che siamo tutti nel mucchio. Anche sul rendiconto se ne sono usciti con un escamotage tecnico penoso. Il governo non è in grado di reggere la situazione. I problemi sono tutti sul tappeto e lui sa solo rimanere inchiodato alla sedia con i mezzucci”. “Sull’esito del voto di fiducia di domani non faccio pronostici ma oggi in Aula il premier ha fatto un richiamo all’ordine e quindi penso che la sopravvivenza possa ancora funzionare. Purtroppo è sopravvivenza e non governo del Paese perché siamo agli ultimi colpi di un tramonto fiammeggiante”. Circa la decisione delle opposizioni di restare fuori dall’Aula durante il discorso di Berlusconi, Bersani ha spiegato che “il nostro non è un Aventino ma un segnale chiaro di dissociazione da un modo di procedere che colpisce nel profondo i meccanismi democratici. Il governo è indecoroso e se la cava con il cinquantatreesimo voto di fiducia senza dire una parola su come vuole governare”. “La nostra risposta sarà poi la manifestazione del 5 novembre perché la domanda è se vogliamo dei salvatori della Patria o mettere in sesto una democrazia rappresentativa perché davanti ad una situazione inchiodata o di stallo provocata dal fatto che anni fa ci si e’ affidati ad una sola persona”. L’Italia, è convinto Bersani, “ce la fara’ se guarda in faccia la situazione che si sta sfaldando”.

“Vedo nero, vedo l’ incancrenirsi della situazione per l’ assenza di risposte da parte di Berlusconi alla crisi e l’avvitamento di una crisi che pesa sulle spalle degli italiani”. Questo è stato il primo commento al discorso di Berlusconi fatto dal vicesegretario del PD Enrico Letta, intervenendo a SkyTg24. “Quelle di Berlusconi – ha detto Letta – sono parole che confermano la volontà di non farsi carico di un problema, confermano che questo governo non ce la fa, perché la bocciatura del Rendiconto non è stato un incidente di percorso. Il problema è la quotidianità dell’azione di governo”. “Berlusconi – ha proseguito il vicesegretario del Pd – ha evocato solo degli spauracchi: se non ci siamo noi c’è lo spauracchio delle opposizione, c’è lo spauracchio della crisi. Ma non c’è stata nessuna risposta alla crisi profonda che ha colpito l’Italia in questi mesi. A questa crisi Berlusconi risponde io rimango qui”. Per il vicesegretario Letta, Berlusconi ha pronunciato una frase infelice sul Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Berlusconi ha detto che Napolitano non deve far politica. Invece il Presidente della Repubblica non è solo il massimo arbitro, infatti se l’ Italia non è esplosa è grazie a lui”. “Le opposizioni sono unite e questo smentisce le parole di Berlusconi: l’aula vuota a dimostrato che Berlusconi è solo con i suoi. La sua credibilità non c’è più. Quello di oggi è stato il discorso della disperazione e della sopravvivenza. Berlusconi chiama le elezioni a marzo anche perché il governo non ha i numeri se non attraverso i voti di fiducia”. “Da parte nostra, le opposizioni unite rappresentano la base per l’alternativa”.

*****

“Purtroppo non c’è alcuna novità all’orizzonte. Da Berlusconi abbiamo sentito il solito discorso pieno di bugie, di propaganda e di arroganza”. Lo ha dichiarato Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato.

“E proprio l’arroganza è la questione che ci preoccupa di più – ha aggiunto Anna Finocchiaro – Non ci aspettavamo nulla, visto che nulla può dire Berlusconi in termini di proposta politica al Paese, ma ci attendevamo un minimo di responsabilità. E invece abbiamo ascoltato le solite bugie sulle riforme, cento volte annunciate e mai realizzate, visto che gli unici provvedimenti portati avanti da questa maggioranza in Parlamento riguardano le intercettazioni e la prescrizione breve. Abbiamo ascoltato la solita propaganda sui meriti dell’Esecutivo in materia di economia, in realtà inesistenti. Abbiamo ascoltato la solita solfa sul decreto sviluppo, panacea di ogni male di cui però nessuno conosce il contenuto. Il tutto condito dal livore consueto contro le opposizioni. Ma quello che più infastidisce appunto, è l’arroganza di quest’uomo, che in un momento così difficile, nel momento più basso della sua esperienza di governo, e non lo diciamo noi ma lo dicono tutti i commentatori, non trova di meglio che ripetere l’ennesimo discorso fotocopia dei tanti fatti in questi mesi. Ancora una volta il Premier, nonostante quello che sta avvenendo, pensa che dopo di lui e Bossi ci sia il diluvio. E’ la sindrome di un uomo che ha perso il senso della realtà, ma la realtà è che potrà conservare i numeri in Parlamento ma dal punto di vista politico il suo governo è finito”.

da www.partitodemocratico.it

"Solo gli italiani possono salvare l'Italia" di Mario Draghi

Gli interventi realizzati nella scorsa estate avviano la finanza pubblica italiana lungo un sentiero di maggiore sostenibilità. Ma ciò non basta. Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio. Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale. L’obiettivo di rilanciare la crescita è finalmente oggi largamente condiviso, ma l’adozione delle misure necessarie si è finora scontrata con difficoltà apparentemente insormontabili.

Eppure, sia la storia sia gli elementi positivi che oggi pur si colgono nel
Paese mostrano che esso non è al di sopra delle nostre possibilità. Nel 1950
pochi osservatori avrebbero scommesso che nel giro di un paio di decenni
l’Italia sarebbe diventata una economia industriale europea. Il Paese dimostrò
allora una straordinaria capacita di adattare le tecnologie importate alle
condizioni del Paese, di utilizzare per la moderna industria l’inventiva e la
flessibilità dell’artigiano e del piccolo imprenditore. Il distretto
industriale e una impresa pubblica per anni fucina di manager e di innovazione
attrassero in modi diversi l’attenzione del mondo. Fu l’unica volta dopo
l’Unità che per un lungo periodo il Mezzogiorno crebbe più dell’intero Paese:
dal 1951 al 1973 il rapporto fra prodotto pro capite a prezzi correnti del Sud
e prodotto nazionale pro capite salì dal 63 al 70%.

Possiamo pensare che un sistema sociale, un’imprenditoria, una manodopera che
furono i protagonisti della lunga fase di crescita impetuosa e poi ancora
attraverso i difficilissimi anni Settanta e i cambiamenti del contesto esterno
nel decennio successivo abbiano consumata tutta la loro forza? Il Paese è
ancora ricco di imprese di successo, anche in comparti chiave come la robotica
e la meccanica; non mancano nella società indicazioni di una vitalità
tutt’altro che spenta. Le capacità di progresso del Mezzogiorno sono
testimoniate da diversi casi che indicano come si possano superare arretratezze
e valorizzare i potenziali dell’area. Ne è un esempio il recupero urbano di
Matera e di altri centri storici del Mezzogiorno che hanno saputo acquisire
nuova vitalità ambientale e culturale. In Sicilia, Puglia, Campania non mancano
esperienze positive nei comparti dell’elettronica, delle fonti rinnovabili,
della meccatronica, della componentistica.

Nel Paese non mancano dunque vitalità e voglia di crescere, anche se non
sufficienti a imprimere forza alla crescita. Perché è tanto difficile
realizzare interventi in grado di invertire il trend negativo degli ultimi
anni?

È importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio
dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani. Una nostra
tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un
esercito d’Oltralpe risolva i nostri problemi. Come in altri momenti della
nostra storia, oggi non è così. È importante che tutti i cittadini ne siano
consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori
possano giungere da fuori. Spettano a noi. Per due ragioni. La prima è che il
risanamento della finanza pubblica e il rilancio della crescita non sono una
imposizione esterna, sono problemi che vanno risolti soprattutto a beneficio
dell’Italia. È un dovere verso i giovani e verso noi stessi. La seconda ragione
è che la cooperazione europea, mai come oggi indispensabile, si basa
giustamente sull’assunto che ciascun membro faccia la propria parte. Solo i
Paesi che si assumono le proprie responsabilità – quelle dell’Italia sono oggi
particolarmente rilevanti – e che mantengono con rigore gli impegni presi sono
partner credibili, a maggior ragione nella fase di ulteriore integrazione e
condivisione di doveri che si prospetta per l’Unione Europea.

Occorre agire con rapidità. È stato già perso troppo tempo. Aumenti dei tassi
di interesse della dimensione di quelli verificatisi negli ultimi tre mesi, se
protratti, avrebbero l’effetto di vanificare in non piccola parte le misure
approvate con i decreti legge convertiti in settembre, con un ulteriore
possibile effetto negativo sul costo del debito, in una spirale che potrebbe
risultare ingovernabile. È necessario che i decreti attuativi siano promulgati
senza indugio, soprattutto quelli con riferimento alla riduzione permanente
della spesa corrente. Quanto alla crescita, l’urgenza deriva non solo dagli
effetti positivi che ne scaturirebbero sulla finanza pubblica, ma soprattutto
dal dovere non più eludibile che abbiamo nei confronti dei giovani, un quarto
dei quali senza lavoro.

L’Italia deve oggi saper ritrovare quella condivisione di valori comuni che,
messi in sordina gli interessi di fazione, è essenziale per mobilitare le
energie capaci di realizzare in anni non lontani, una rigogliosa crescita
economica e di offrire credibili speranze alle nuove generazioni.

Mario Draghi è il Governatore della Banca d’Italia
L’articolo è uno stralcio del discorso di ieri al Convegno per le elebrazioni
del 150° dell’Unità d’Italia

www.ilsole24ore.it

"«La Gelmini ha fatto risparmiare milioni» Presidi, bufera sui test", di Luciana Cimino

Domande d’inglese come slogan sull’operato del Miur nei test per la preselezione dei nuovi
dirigenti. «Umiliati e mortificati nella nostra professionalità », dicono i professori che hanno sostenuto la prova. Propaganda pro-Gelmini mascherata da domande d’esame. È successo anche questo ieri mattina durante lo svolgimento delle preselezioni dell’atteso concorso per il reclutamento di 2.386 dirigenti scolastici. I candidati sfogliando il librone dei quesiti, arrivati alla sezione sulla conoscenza della lingua straniera si sonotrovati davanti la seguente domanda (numero 231): «Italian Education Minister, Maria Stella Gelmini, claims new reforms save millions of euros » (trad.: il ministro dell’educazione rivendica di aver fatto risparmiare con le nuove riforme milioni di euro). Risposte possibili: A save, B saves, C would have saved,Dwere saving. Assodato dunque, almeno secondo la domanda su cui i candidati si dovevano esercitare, che la tanto contestata ministra abbia fatto invece una “riforma epocale”. E per ribadire il concetto, il quesito10 recita: «The government has recently invested a lot of money in higher education» (trad.: “il governo ha investito molti soldi nell’educazione superiore”). E poi ancora al quesito 28 «Nowadays classes are too big and there aren’t enough experienced teachers» (“Oggi le classi sono troppo grandi e non ci sono abbastanza insegnanti esperti”), con buona pace di quanti hanno denunciato le classi pollaio e la mancanza di insegnanti. «Stiamo verificando la correttezza di tutti i quesiti», fa sapere la Flc-Cgil che già nei giorni scorsi aveva denunciato le oltre mille domande sbagliate (su 5.663) somministrate dal primo settembre ai candidati per prepararsi alla prova. «Errore degli 89 esperti chiamati a formulare i quesiti», si è difeso il ministero dopo le proteste nate sulla rete. Tra questi esperti, poi, sempre la Flc-Cgil ha rilevato come molti tenessero in contemporanea anche corsi di preparazione al suddetto concorso. Intanto gli oltre 40 mila candidati lamentano di essere stati «sequestrati » durante lo svolgimento della prova: convocati alle 8 del mattino nelle varie sedi del territorio nazionale, hanno potuto mettere mano ai fogli solo dopo mezzogiorno. Tutto «ordinato e regolare», dice invece la Gelmini in un comunicato ma gli umori dei candidati sono diversi. È la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi, a sintetizzare la giornata: «i candidati hanno passato più tempo a cercare quesiti che a poter pensare alle risposte ». Secondo l’esponente dei Democratici il ritardo con cui è iniziata la prova è dovuto al fatto che «dopo l’inenarrabile serie di errori sui quiz formulati dal ministero, è stato necessario ricontrollare che i quelli sorteggiati fossero effettivamente corretti. Non ci si poteva aspettare altro da un governo e da un ministero allo sbando totale». Sotto accusa la procedura d’esame, che costringeva gli aspiranti a sfogliare un libro grande come un vocabolario per scovare i testi delle domande, indicate nel foglio della selezione unicamente con un numero progressivo. «Il risultato è che c’era molto meno di un minuto a quesito, non c’era il tempo per riflettere, la maggior parte di noi ha lasciato parte del foglio in bianco», lamentano i professori fuori dall’Istituto Tecnico Galileo di Roma. Che si sentono «umiliati » e «mortificati nella loro professionalità » dalla modalità di svolgimento della preselezione. «Insegno da 30 anni – dice Carolina – ho fatto 3 master, come possono appurare la mia idoneità con un test a risposta multipla? ». «Ci hanno chiesto una preparazione nozionistica e mnemonica, non le nostre competenze, il contrario di quello che noi cerchiamo di insegnare ai ragazzi», afferma Paolo, 20anni di esperienza inunLiceo Artistico della Capitale. «Era un test fatto per non pensare», dice Carla, maestra. Per tutti la necessità di sostenere la prova per avere «l’unico scatto di carriera possibile nella scuola». Unoscatto che comporterebbe un cospicuo aumento di stipendio che fa gola a molti insegnanti italiani, i peggio pagati d’Europa. «L’ho fatto perchè se lo vinco almeno avrò una pensione dignitosa», conferma Alessia, maestra da 20 anni. «Insegno diritto da 18 anni – dice Alberto – ho fatto il concorso per sperare nell’unico avanzamento di carriera possibile ma mi sento umiliato e maltrattato da questa modalità di selezione». «L’alta partecipazione al concorso è sintomo del nostro disagio di insegnanti, da tre anni massacrati. La scuola pubblica va avanti solo per la nostra passione, ma il ministro è ottuso», spiega anche Giulio, professore di Inglese. «Faremo attente verifiche sullo svolgimento dei test – annuncia intanto la Flc-Cgil – è da maggio che chiediamo al Miur trasparenza su questo concorso, i fatti ci hanno dato ragione».

L’Unità 13.10.11

"Il Colle striglia Berlusconi: basta col tirare a campare", di Francesco Lo Sardo

Punto primo. «Potete anche votare la fiducia a Berlusconi. Ma poi vi attendono molti, impegnativi adempimenti cui si deve corrispondere. Siete sicuri di potercela fare?».
Punto secondo. «Tocca a Berlusconi, d’intesa con Fini e Schifani e i capigruppo di camera e senato, trovare una soluzione per approvare il rendiconto di bilancio». Non che l’abbia detta così, Giorgio Napolitano.
Però è esattamente così che ieri, continuando a litigare su tutto ma concordando almeno su quest’univoca interpretazione, i vari pezzi dello sbrindellato Pdl hanno letto le due note del presidente della repubblica.
Il quale ha messo nero su bianco le sue severe osservazioni sulle preoccupanti e incerte conseguenze politico-istituzionali della catastrofica débâcle parlamentare della maggioranza sul rendiconto di bilancio, in un momento di grave crisi economica dell’Italia di Berlusconi, giunta a raschiare il fondo della sua ormai residua e infima credibilità internazionale.
È stata un’altra giornata convulsa per Berlusconi, quella di ieri, dopo la notte d’inferno a palazzo Grazioli: per cercare di tappare rapidamente la micidiale falla che s’è aperta nello scafo della bagnarola del governo, il premier s’è lanciato in un precipitoso voto di fiducia per dimostrare di avere ancora una maggioranza e che quello di due giorni fa alla camera è stato solo un incidente.

Amazzoni di Scajola
Berlusconi però s’è lanciato nel vuoto senza paracadute: cioè senza aver fatto i conti con la complessità del pasticcio tecnico-legislativo provocato dalle assenze dei suoi: in primis i Responsabili e poi la pattuglia di ufficiali del Pdl di Scajola, capo in testa, le due amazzoni di “Sciaboletta” Giustina Destro e Sabrina De Camillis e i colonnelli Testoni e Orsini.
Il punto è che le opposizioni ritengono che la portata del disastro sia tale da obbligare Berlusconi a presentare le dimissioni lasciando poi a Napolitano la decisione sul che fare: così indicano i precedenti dei governi Goria e Andreotti. Ma Berlusconi è terrorizzato da quest’ipotesi: teme che si aprirebbe immediatamente la strada a un governo Schifani e addio a poltrona e immunità varie.

Un Vietnam
Di qui il tuffo nel vuoto (oggi) e nel voto di fiducia (domani) sull’ennesimo fatuo discorso al parlamento, per blindarsi purchessia e guadagnare qualche altra settimana di vita al governo, mentre sul rendiconto bocciato non si trova un’intesa con le opposizioni che minacciano barricate, e Fini che sale al Colle per riferire al capo dello stato che Montecitorio rischia di trasformarsi in un Vietnam.
Al netto del groviglio legislativo, il nocciolo politico della situazione è racchiuso nelle parole di Napolitano che ieri ha parlato di «acute tensioni in seno al governo e alla coalizione, con le conseguenti incertezze nell’adozione di decisioni dovute o annunciate» e ha chiesto a Berlusconi «una risposta credibile».
La risposta a chiacchiere ci sarà. Ma basterà? In altre parole, rischia o no di rimetterci le penne, Berlusconi, nel voto di fiducia di venerdì? Le reazioni del Pdl e soprattuto della Lega, letteralmente fuori dalla grazia di Dio perché Fini ha fatto perdere una giornata di tempo con le sue consultazioni, la salita al Quirinale, facendo slittare la fiducia a venerdì, la dice lunga sulle condizioni della maggioranza.
«Ci vuol far votare venerdì…è pericoloso, può mancare gente…», dicevano nel Pdl. Una maggioranza che crolla teme un voto che le mette in pericolo il weekend?

Tre passi nel delirio
La maggioranza ormai sragiona. Basti citare l’Alfano che ieri annunciava: «Berlusconi farà tre passi avanti: sviluppo, riforma fiscale e riforma costituzionale dello stato». Tre passi nel delirio, s’intitolava un celebre film horror.
Di cosa parlava Alfano? Sullo sviluppo è Berlusconi a dire di «non farsi troppe aspettative», la riforma fiscale l’ha bocciata la corte dei conti e le grandi riforme sono aria fritta: l’unica urgenza di Berlusconi è la prescrizione breve, legge ad personam per cancellare il processo Mills ed evitarsi una possibile condanna di qui a Natale. Nelle stesse ore in cui non riesce ad approvare il bilancio dello stato, Berlusconi ha spedito il Guardasigilli Palma al senato per vigilare sull’accelerazione del varo di un’«amnistia mascherata», la bollano così Csm e Anm, che manda al macero almeno 15mila processi.
Scajola intanto scava tunnel sotto i piedi di Berlusconi reiterandogli l’invito, con democristiana cortesia, a farsi da parte: in molti, spaventati dagli incauti accenni di Berlusconi e dei pasdaran all’eventualità di elezioni nel 2012 bussano alla porta di Sciaboletta. Che alza il prezzo col Cavaliere. Vorrebbe la poltrona di ministro di Tremonti e assicurarsi il controllo del Pdl per gestire le liste elettorali, strappandole di mano a Verdini. Berlusconi tergiversa: per lui Scajola è comunque nella lista nera. Sciaboletta e i suoi, che lo sanno, gliela faranno perciò pagare: la maggioranza, venerdì, si assottiglierà sadicamente di qualche numero. L’ultimo avvertimento al Cavaliere: il quale spera che i dissidenti sappiano fare bene i conti e che, per errore, non lo mandino a casa già domani.

da Europa Quotidiano 13.10.11