Mentre le opposizioni ostacolano in Senato, con l’arma dell’ostruzionismo, il cammino della cosiddetta prescrizione breve, l’ultima legge ad personam che potrebbe salvare Berlusconi da una condanna nel processo Mills, Csm e Anm continuano a lanciare allarmi sugli effetti della norma. «Finirebbe per portare a morte sicura un numero molto considerevole di processi», ha ribadito ieri il vicepresidente del Csm, Michele Vietti. «Ricordiamoci – ha sottolineato- che siamo già sotto osservazione da parte dell’Unione europea. Noi dobbiamo fare processi in tempi ragionevoli: la soluzione non è quella di ammazzare il processo prima che arrivi alla fine ma quella di celebrarlo in tempi più ragionevoli». «Nel processo non c’è solo l’interesse dell’imputato – ha detto Vietti -ma anche quello della parte civile, che da una estinzione prematura del processo sarebbe beffata». La prescrizione breve è «un’amnistia mascherata», in particolare per «delitti come la corruzione», ha rincarato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Luca Palamara. Martedì il segretario Anm Cascini aveva parlato di «un milione di processi all’anno» a rischio di finire almacero. «L’Italia, inquesto modo, si mette
fuori da quelle che sono le indicazioni europee, perché i fatti di corruzione vengono scoperti a distanza di anni e con una prescrizione così breve risulterebbe difficile poterli realmente accertare», ha detto Palamara.
OSTRUZIONISMO PD-IDV IN SENATO
In Senato la maggioranza, incurante della crisi che si è aperta a Montecitorio dopo la bocciatura del rendiconto di bilancio, tenta di accelerare in commissione Giustizia, per portare la prescrizione in Aula il prima possibile Ma l’opposizione fa muro:150 gli emendamenti presentati da Pd e Idv al ddl che accorcia i tempi della prescrizione per gli incensurati. «Non è il momento,di fronte a un’assoluta inadeguatezza e debolezza del governo su documenti economico-finanziari, di infilare tra le pieghe un provvedimento che è inaccettabile proporre anche soltanto sotto il profilo della decenza» tuona Anna Finocchiaro che definisce «pura follia» andare avanti, «in un momento come que-sto». Il braccio di ferro ha impedito la votazione degliemendamenti incommissione.
Il presidente Filippo Berselli (Pdl) ha reagito annunciando la possibilità di portare in Aula il ddl anche se non sarà possibile votare il mandato al relatore. Obiettivo, approvazione in aula «entro il mese».
Calendario alla mano, però, spiega l’Idv, «per tutta la prossima settimana il ddl non andrà in Aula». Ieri intanto a piazza del Pantheon manifestazione contro la legge bavaglio sulle intercettazioni. Grande soddisfazione per il rinvio della votazione, ma anche l’intenzione «di continuare a vigilare»: queste le linee guida degli interventi, da Fulvio Fammoni della Cgil a Roberto Natale, presidente della Fnsi. «Quella legge è da mafia fascista, per questo non possiamo mai smettere di mobilitarci», ha tuonato Di Pietro. «Abbiamo mantenuto il presidio di oggi -ha detto Fammoni – per ringraziare i cittadini che hanno lottato con noi ma bisogna vigilare perchè i problemi del presidente del Consiglio rimangono». Il ministro della Giustizia Palma benedice il rinvio, «il clima era troppo surriscaldato». Critico invece Vietti (Csm): «Mi pare un po’ anomalo, ogni volta che sembra di essere vicini a una soluzione parlamentare, fare marcia indietro».
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"Via dall´aula quando parla il premier non saremo complici della paralisi", di Annalisa Cuzzocrea
Il compromesso raggiunto in un vertice dei capigruppo Bersani: “Quella di oggi non sarà una fiducia ordinaria, bisogna segnare uno stacco”. Scelgono il vuoto e il silenzio, le opposizioni. Per dire che questo non è un voto di fiducia qualunque, che davanti alla caduta sul rendiconto dello Stato il premier avrebbe dovuto dimettersi, Pd, Idv, Udc, Fli, Api e Libdem non saranno in aula. Stamattina alle undici Silvio Berlusconi parlerà a un emiciclo semivuoto, farà promesse e prenderà impegni davanti ai deputati della maggioranza, completamente ignorato da centrosinistra e terzo polo. Che non prenderanno parte neanche al dibattito, o alle dichiarazioni di voto. Silenzio, appunto, per dire più forte che la frattura è grave e non sanabile. «Per far salire la tensione e drammatizzare la crisi», spiega un dirigente del centrosinistra. Rientreranno solo al momento del voto di fiducia, probabilmente già domani a mezzogiorno. E voteranno il loro no quindi, «per rispetto delle istituzioni repubblicane e del Parlamento». Insomma un Aventino a metà.
La decisione è il risultato di riunioni incessanti: ieri mattina a Montecitorio si sono visti Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli. Sono andati da Fini, a manifestare tutto il loro disagio. E la riunione dei capigruppo ha deciso che quel disagio fosse il presidente della Camera a portarlo al Colle, suscitando ancora una volta le ire del centrodestra su un ruolo a loro dire partigiano del leader fli.
Poi, in aula, Casini – il più scettico sulla scelta dell´Aventino – spiega: «Con il voto di ieri è scoppiata una sorta di bomba atomica in un Paese sempre più distante dalla politica. E tutto questo perché Berlusconi non vuole lasciare la poltrona di presidente del Consiglio. Questa è la realtà, il resto sono chiacchiere». Ci sono altri incontri, i partiti si riuniscono uno a uno, a sera si vedono tutti i capigruppo di opposizione. E si trova il compromesso: non esserci ma votare. A premere per il coup de thèatre sono stati a sorpresa i popolari del Pd, la segreteria non era convinta, ma a sera la linea è decisa: «Per noi la situazione non può rimanere come è stata finora – dice il segretario Bersani – quella che Berlusconi chiederà domani non è una fiducia ordinaria, bisogna segnare uno stacco». «Fiducia farsa», la chiama il capogruppo Franceschini. Antonio Di Pietro usa la stessa immagine finita sul Financial Times il 22 settembre: Berlusconi che come Nerone suona la cetra mentre Roma brucia. «Lasciamo che se la canti e se la suoni da solo», dice il leader Idv, e affonda: «Un Parlamento nel quale un giorno si vota la sfiducia con il bilancio consuntivo e il giorno dopo si vota la fiducia, dopo che evidentemente alcuni deputati hanno incassato la seconda “rata”, non è un Parlamento democratico, ma di stile mafioso».
Altrettanto duro Nichi Vendola, che a Repubblica dice: «Quel che accade segnala quanto profonda sia la voragine che si è creata tra Berlusconi e il resto del mondo. In quella voragine, il premier sta trascinando le istituzioni e l´intera società italiana. Sullo sfondo di questa crisi drammatica si sta consumando una feroce lotta per il potere interna a tutti i partiti del centrodestra».
La Repubblica 13.10.11
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L´affondo di Bossi: “Restino fuori così abbiamo risolto il problema”, di ALBERTO D´ARGENIO e
RODOLFO SALA
A Napolitano che chiede se la maggioranza sia in grado di andare avanti, Umberto Bossi risponde: «Per adesso il governo è credibile, le leggi passano». E ancora, all´opposizione che oggi non sarà in aula per ascoltare il discorso del premier Berlusconi, il Senatùr replica con ironia: «Che non vengono nemmeno a votare, così abbiamo risolto il problema». La Lega resta aggrappata al governo. Nonostante le divisioni interne al movimento sempre più laceranti, nonostante mezzo partito e tutta la base di Berlusconi non ne voglia più sapere. E in serata il Senatùr in compagnia di Calderoli va a Palazzo Grazioli proprio dal Cavaliere.
Domani al momento di voto di fiducia la Lega sarà compatta. Lo dicono i fedelissimi di Bossi, lo dicono quelli del correntone maroniano che dal premier si sgancerebbero volentieri. Il capogruppo a Montecitorio Marco Reguzzoni – vicino a Bossi – può dire che da Berlusconi la Lega si aspetta «un discorso coraggioso, che parli dei temi che interessano davvero alla gente – ovvero il rilancio dell´economia – e che fissi date certe per le riforme costituzionali in modo che la nostra presenza al governo abbia senso». Il Senatùr, spiega chi gli ha parlato, da questo governo si attende che nel decreto sviluppo ci siano misure per aiutare le donne con figli a lavorare con contratti part time, soldi per le aziende del Nord e l´avvio della riforma tributaria. Per il dopo vuole la riforma costituzionale di Calderoli (meno parlamentari e Senato federale) e la legge elettorale. «Fino a quando crederemo di poter fare queste riforme resteremo al governo», spiegano i pretoriani di Bossi. Un termine tanto astratto che la Padania oggi titola “A casa Fini, non il governo”.
Se Bossi, assicurano i suoi, non si sta preparando ad una eventuale caduta del governo (al massimo si sente tirato dalla giacca sia da Berlusconi che da Tremonti nel loro infinito duello), nella Lega qualcuno che cerca di disegnare scenari per non farsi trovare impreparato c´è. Come Roberto Maroni. Martedì sera il ministro dell´Interno era in visita ecumenica alla sezione di Varese e al suo nuovo segretario, il contestatissimo (dalla base) Maurilio Canton. Ha messo tra parentesi le roventi polemiche che hanno accompagnato (e seguito) il tumultuoso congresso provinciale, soffermandosi invece sugli scenari che potrebbero aprirsi sul governo.
L´uomo del Viminale sembra non escludere nulla, anche se non nasconde la sua personale propensione rispetto a tre ipotesi in campo. Eccola: crisi a gennaio e voto in primavera. Le altre sembrano avere meno appeal. La prima è che tutto crolli a breve, ma non per colpa correntone parlamentare della Lega, che proprio a Maroni guarda perché ritiene sempre più difficile sostenere questo governo. Insomma, niente imboscate alla Camera, semmai il pericolo per Berlusconi si annida tra pidiellini (Pisanu, Scajola) e Responsabili. “Bobo” in ogni caso non gioirebbe, perché a quel punto – è il suo ragionamento – si aprirebbe la strada a un governo tecnico, o di transizione, o istituzionale, che anche lui vede come il fumo negli occhi. Preferirebbe un nuovo governo politico di centrodestra, ma ormai l´opzione è difficile da realizzare. Eppure Maroni e i suoi non credono neppure che si possa, o di debba, andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2013. Ecco allora la prima opzione: staccare la spina a gennaio e andare a elezioni la prossima primavera. Perché tra cinque o sei mesi, è il ragionamento, le chance del governo tecnico diminuirebbero in modo consistente.
In questa chiave va letto il messaggio che Maroni ha mandato alla Lega con la sua visita alla sezione di Varese, e con i toni più che distensivi da lui usati nei confronti di Canton: La segreteria provinciale è funzionale e funzionante, io la riconosco». Insomma: per ora niente strappi, non serve forzare la mano con gli avversari interni del Cerchio Magico, anche se tramano contro di lui e il segretario lombardo Giorgetti. Poi, a gennaio, l´offensiva può partire. Nella speranza di portarsi dietro tutta le Lega.
La Repubblica 13.10.11
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“L’opposto dell’Aventino”, di Stefano Menichini
Voltare le spalle, anche fisicamente, a questo governo. Lasciare Berlusconi solo, a declamare la terza edizione di un discorso programmatico che tre anni fa in apertura di legislatura suonò sorprendente e perfino promettente, e oggi suona vuoto, insultante, un’umiliazione per chi lo pronuncerà, per chi lo applaudirà senza credere a una sola parola, e per chi dovrebbe essere costretto ad ascoltarlo come fosse un serio passaggio politico in un parlamento serio. Cosa che non è.
Allora ottima scelta andarsene dall’aula di Montecitorio. Ottimo farlo tutti insieme, le opposizioni che sono già nei fatti e nella sostanza un’ampia maggioranza del paese, e che speriamo siano e si sentano già pronte a governarlo sia quanto a idee che quanto a perimetro politico.
L’Aventino? Ma di quale Aventino parlano mezze figure come questo Reguzzoni, uno che gli stessi leghisti se ne liberebbero a calci se solo fossero quegli uomini liberi che dicono?
Qui è l’esatto contrario. È l’opposto dell’Aventino del ’24.
Perché conosciamo quella storia. I deputati che seguirono Turati e gli altri nella secessione parlamentare erano destinati a ritrovarsi presto divisi, isolati, incapaci di affondare il colpo contro un regime allora in estrema difficoltà. E alla fine finirono loro per essere minoranza, oggetto estraneo in un paese che pure non era ancora fascistizzato. Oggi l’oggetto estraneo rispetto all’Italia è quel corpo di deputati nominati, rissosi, disorientati e spaventati che rimarrà ad ascoltare un capo nel quale non crede più, ma al quale deve rimanere aggrappato perché non può darsi un’alternativa, non concepibile nell’autocrazia berlusconiana.
La minoranza è la destra che rimane in aula: rappresentava una grande parte di popolo, aveva consenso e potere, la strada spianata per cambiare il paese come avesse voluto. Ha fallito, e nel modo più miserabile, per colpe sue che soverchiano assedi giudiziari, gossip intrusivi e crisi finanziarie. La maggioranza è quella che si allontana per un’ora per poi tornare e rimanere, ma comunque non saranno il Pd, Di Pietro o il Terzo polo, a girare le spalle a Berlusconi. È l’Italia che si gira e se ne va, se n’è già andata.
da Europa Quotidiano 13.10.11
"La diseguaglianza insopportabile", di Nadia Urbinati
Che cosa vogliono le migliaia di cittadini che da quasi un mese manifestano davanti a Wall Street sollevando un´ondata di protesta che interessa ormai le maggiori città americane?Come leggere questo movimento variegato che non ha leadership, non ha scopi definiti, non si lascia facilmente rubricare da un´etichetta di partito? Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni importanti sindacati; ma non è per nulla inquadrabile in un´organizzazione gerarchica e poco inclusiva come il sindacato. Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni esponenti democratici di prestigio (e la buona menzione del presidente Obama); ma è critico nei confronti di un partito che non ha dimostrato coraggio di fronte ai repubblicani e attenzione all´impoverimento della società americana. Ma, nonostante questi distinguo rispetto alla politica organizzata, i cittadini che manifestano non sono “mob”, non sono una massa arrabbiata di americani invidiosi dei loro pochi ricchi concittadini, come gridano i repubblicani di “FoxNews”. E non sono neppure una pericolosa espressione di populismo anarchico, teste calde che vogliono, ancora secondo le accuse repubblicane, dividere l´America con la lotta di classe.
In effetti la stessa espressione “populismo” è poco adatta a rappresentare questo nuovo movimento di protesta, che per la radicalità ma anche ragionevolezza degli slogan e dei messaggi assomiglia al movimento per i diritti civili degli anni ´60, quello che ha manifestato contro la guerra in Vietnam, contro la discriminazione razziale e di genere. In quelle lotte vi era il futuro. L´America di oggi è figlia di quel movimento giovanile. Sarà anche questa volta così? Per molti intellettuali e per alcuni commentatori televisivi potrebbe essere così. E quindi, l´espressione populismo (di per sé una categoria fumosa e difficile da tradurre in un concetto chiaro) è ancora meno adatta.
Populista è certamente il movimento del Tea Party, una congerie di molte delle categorie tradizionalmente associabili a questo tipo di movimento, per esempio: anti-intellettualismo o attacco ai “sapientoni” (per dirla con il Senatore Bossi) perché criticano e non si identificano con le opinioni popolari, istintive e radicali; e anti-governo o attacco alle politiche sociali che creano grossa burocrazia e mettono in moto più Stato e quindi un surplus di controllo della sfera economica. Il Tea Party si sente a suo agio con l´agenda repubblicana che da diversi decenni ha dato la sua totale adesione alla dottrina liberista, la quale addossa le responsabilità del declino economico dell´America a chi propone una più giusta distribuzione della ricchezza non a chi l´avversa, nella convinzione che se la natura degli interessi e dell´accumulazione seguisse il suo corso, a beneficiarne sarebbero tutti in proporzione. La retorica cristiana dei talenti e della responsabilità di usarli al meglio dà pathos a questa ideologia anarco-liberista, che si sente autorizzata dal Vangelo a svolgere la sua propaganda contro lo Stato, luogo satanico del potere e contro coloro che pensano di usarlo per una buona causa di giustizia. Dunque, anti-razionalismo, anti-intellettualismo, anti-governo: ecco gli ingredienti del populismo dei Tea Party. Il quale non è soltanto un movimento di protesta, ma è un movimento con un´agenda politica ben precisa, come il Congresso americano uscito dalle ultime elezioni sta dimostrando. Certo, il Tea Party non è unito sotto la guida di un leader carismatico e in questo non è simile ai populismi europei. È federalista come il Paese nel quale è nato, diramato attraverso le chiese evangeliche, riunito sotto i vari predicatori che mettono insieme l´omelia ogni domenica.
Occupy Wall Street non ha nulla di tutto questo. Ed è questa la ragione dell´incredibile attacco dei leader del Tea Party, i quali hanno annusato molto correttamente che questi manifestanti non hanno nulla da spartire con loro. Occupy Wall Street è un movimento spontaneo, e quindi democratico nel senso più elementare del termine, perché ispirato a ideali di auto-governo e di eguaglianza di cittadinanza. Lo slogan “Noi siamo il 99%” non intende fare guerra all´1%, cioè ai miliardari. Non è l´invidia che li guida come ha sostenuto un candidato repubblicano. Lo slogan chiede più semplicemente che chi ha più deve più contribuire anche perché quel di più lo ha in ragione di politiche adottate dai governi americani dalla fine degli anni ´70. Politiche alle quali tutti hanno obbedito e che però hanno favorito non tutti allo stesso modo. E non a causa dei talenti che il Signore distribuisce diversamente, ma di una mirata e sistematica politica della diseguaglianza.
L´equità fiscale non è proprio un obiettivo rivoluzionario. Se così appare è perché le diseguaglianze economiche e sociali sono ormai così radicali da aver dato vita a due popoli, un po´ come nell´antica Atene: anche oggi, gli oligarchi, benché dentro il sistema democratico, scalpitano per avere privilegi e non sottostare alla regola dell´eguaglianza. Occupy Wall Street mette in luce questa antica e sempre nuova lotta tra oligarchia e democrazia. Soprattutto, mostra come la seconda non sia semplicemente una forma di governo, ma anche un ideale, una visione di società che quando le diseguaglianze si radicalizzano, come ora, non riesce più ad avere il consenso di tutti. L´1% simbolico – i super miliardari – sta a significare che alcuni sono fuori dal patto democratico dell´eguaglianza. È questa la radicalità di Occupy Wall Street.
A chi è indirizzata questa radicalità? Qual è la relazione di questo movimento democratico con la democrazia delle istituzioni? Queste domande mettono in luce la crisi profonda di rappresentatività delle istituzioni democratiche. Occupy Wall Street non ha specifici obiettivi se non uno: entrare in comunicazione con coloro che operano nelle istituzioni, i quali hanno da anni spento l´auricolare e sono, come si dice in Italia, auto-referenziali. Dall´interno dei parlamenti non si vuole ascoltare. La scollatura tra dentro e fuori delle istituzioni democratiche è preoccupante e, purtroppo, non è destinata a risanarsi velocemente. Questo movimento chiede dunque una ricostituzione della rappresentanza politica. Sfida gli eletti nel nome dell´autorità dell´ascolto. E ha senso occupare le piazze fisiche, visto che quelle mediatiche sono interessate a mettere una cortina di silenzio sulle opinioni dei cittadini. Se c´è un contributo che Occupy Wall Street può dare è quello di creare un clima politico finalmente di attenzione; di costringere chi si occupa delle politiche nazionali a non girare le spalle a coloro che di quelle politiche devono subire le conseguenze. Si tratta di un richiamo ai principi democratici, dunque: a quella promessa di libertà e giustizia per tutti che è scritta nelle nostre costituzioni.
La Repubblica 13.10.11
"Balletto di viltà politica", di Luigi La Spina
La liturgia della crisi ha compiuto un altro importante passo, ma non è detto che sia arrivata all’ultimo. E’ possibile che il nuovo ricorso di Berlusconi al voto di fiducia, col voto palese della Camera, consenta domani il prolungamento di un’agonia che ormai contrasta, in maniera insopportabile, con l’urgente necessità di una forte guida del Paese. Un governo che aiuti l’Italia a superare uno dei momenti più difficili della sua storia repubblicana. Capace di imporre decisioni certamente impopolari, ma che abbia la credibilità e l’autorevolezza di farle accettare, sia dalle autorità finanziarie europee, sia dai mercati internazionali.
Certo, i due comunicati con i quali il Presidente della Repubblica ha espresso la sua grave preoccupazione per le conseguenze della bocciatura sul rendiconto del bilancio dello Stato impediscono, da un lato, scappatoie tecnico-procedurali e, dall’altro, costringono tutti ad assumersi responsabilità politiche finalmente chiare. Napolitano, infatti, col primo, ha chiesto al governo di non limitarsi a esibire una maggioranza numerica alla Camera, ma a dimostrare di essere in grado di fornire «risposte credibili» alle esigenze del Paese.
Col secondo, ha ricordato che spetta all’esecutivo riuscire a individuare una soluzione, corretta giuridicamente e politicamente accettabile, rispetto al voto sul consuntivo di bilancio e spetta al Parlamento il giudizio sulla ammissibilità di tale soluzione.
Con questa specie di ultimatum istituzionale, il capo dello Stato, insomma, vuol mettere fine a quel triste e meschino balletto di vera e propria viltà politica che, in questi mesi, sta sfaldando il governo, ma anche il Parlamento, e che riguarda un po’ tutti. A partire da un presidente del Consiglio che non si rende conto di non poter più contare su una maggioranza tale da consentirgli di assumere quelle decisioni che sarebbero indispensabili per affrontare la crisi. Per proseguire con deputati che, quando costretti dal voto palese, non rinnegano la loro fiducia a Berlusconi. Ma, appena possono farlo senza assumersi pubblicamente la responsabilità di provocare la caduta del governo, colgono tutte le occasioni, anche le più importanti, per manifestare il loro dissenso e il loro malcontento. Per finire con un’opposizione che, divisa tra la volontà di andare subito a nuove elezioni e quella di aiutare la formazione di un nuovo esecutivo, «tecnico» o di «decantazione» come è più di moda definirlo adesso, non offre all’opinione pubblica un accordo, concreto e praticabile, né di politica economica, né di riforma elettorale.
Vedremo se, in questi giorni cruciali per affrontare una situazione finanziaria che, come ha ricordato il governatore uscente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, si è aggravata drammaticamente, l’appello all’assunzione di responsabilità lanciato da Napolitano avrà ottenuto l’effetto di far uscire un po’ tutta la nostra classe politica dall’opportunismo più miserevole. Quello che si occupa, per esempio, solo del calcolo, peraltro molto imprevedibile, sulla posizione più favorevole per ottenere un posto alle Camere anche nella prossima legislatura. Ma il governo, se anche questa volta dovesse trovare la fiducia a voto palese, sarà comunque costretto a dare la vera risposta a Napolitano entro la fine del mese. Quando dovrà presentare, infatti, le misure per lo sviluppo dell’economia.
Sarà questa la prova di poter ancora pretendere di governare il Paese. Ma non sarà facile, perché Berlusconi dovrà scegliere tra due alternative altrettanto scomode. O sconfessare Tremonti, e Bossi che sostiene a spada tratta il ministro dell’Economia, trovando le risorse necessarie, con il condono fiscale ed edilizio o con la patrimoniale, e magari con tutti e due. Una soluzione che rischia contraccolpi drammatici sui mercati finanziari, per le obbligate dimissioni di Tremonti e il probabilissimo distacco della Lega dalla maggioranza. O varare provvedimenti «a costo zero», come vuole il suo più autorevole ministro, ma con effetti pratici così ridotti sulla situazione dell’economia nel nostro Paese da perdere qualunque residua credibilità nei confronti sia dei cittadini italiani, sia della comunità politica e finanziaria europea.
Tra tante incertezze e tante preoccupazioni, i prossimi giorni daranno a tutti noi almeno una consolazione: quella di vedere protagonisti e comprimari della nostra scena politica essere costretti a gettare la maschera delle ambiguità. Magari lo spettacolo non sarà edificante, ma, di questi tempi, bisogna sapersi accontentare.
La Stampa 13.10.11
"Lo strappo alle regole e la lezione del Colle", di Claudio Tito
Nel declino inarrestabile di questo governo e del berlusconismo, c´è un elemento immutabile: la violazione da parte del premier delle regole di convivenza politica e il disinteresse per le norme che disciplinano i lavori del Parlamento e dell´esecutivo.Una evidente débâcle della sua maggioranza viene così derubricata a incidente tecnico. Una tragedia che si trasforma in farsa. Eppure si tratta di una bocciatura esplicita su una legge considerata fondamentale per l´attività governativa. Un provvedimento che viene elaborato e presentato da un ministero centrale come quello dell´Economia. E che definisce il bilancio dello Stato.
La superficialità con cui il centrodestra ha affrontato una vicenda delicata e imbarazzante per il Paese, ha costretto il presidente della Repubblica ad assumersi la responsabilità di non far precipitare ulteriormente l´immagine del Paese. Anche e soprattutto dinanzi ad una crisi economica e a una pressione dei mercati finanziari che stanno mettendo alle corde i nostri conti pubblici. Un fisiologico svolgimento del confronto parlamentare, avrebbe imposto le dimissioni del premier. Ma Berlusconi è al di fuori della normalità democratica. Come la sua maggioranza inetta a svolgere qualsiasi forma di controllo sul premier.
Quanto è accaduto martedì rappresenta però un vulnus senza precedenti. La protesta delle opposizioni unite non potrà che essere clamorosa. La loro assenza oggi dai banchi della Camera mentre il capo del governo leggerà il suo discorso punta a rimarcare l´eccezionalità degli eventi. Che espongono il nostro sistema democratico a paragoni inaccettabili e a giudizi – anche internazionali – ormai insopportabili.
La lesione che il governo cerca di ricomporre rischia al contrario di provocare un pasticcio ancora più evidente. Il consiglio dei ministri deve riformulare la legge e ripresentarla al Senato nella sua interezza. Una scelta che per metà dei parlamentari sconfina nell´illegittimità costituzionale. Ma, del resto, il nuovo testo – per Berlusconi – non deve colmare una lacuna normativa e istituzionale. Il suo obiettivo è salvarsi, autoperpetuarsi in una lunga agonia. Il presidente del consiglio non ha alcun interesse per le regole e per la Costituzione. Non sa e non vuol sapere che quel provvedimento è esplicitamente richiesto da una legge dello Stato e che si fonda su una precisa previsione costituzionale. Oggi spiegherà ai deputati la sua soluzione e illustrerà un programma di fine legislatura che non verrà mai realizzato. Il suo intento è solo far dimenticare l´ultimo strappo. È come se avesse sequestrato il Paese trincerandosi dietro una maggioranza capace di dimostrarsi tale solo ed esclusivamente in occasione dei voti di fiducia. Inabile invece a guidare l´Italia. Una alleanza spappolata, divisa in mille rivoli e impegnata esclusivamente a tutelarsi in vista del possibile tracollo. Il quadro politico si presenta disintegrato. I movimenti all´interno del suo stesso partito ne sono la prova: tutti sono in fuga da una sorta di Re Mida al contrario. Anche il premier sa che il percorso verso il superamento del suo governo è ormai avviato. Solo lui e Umberto Bossi non ne vogliono prendere atto sperando in una miracolistica riconquista della popolarità. Eppure gli ultimi sondaggi sono chiari. L´indice di fiducia del premier è al minimo storico: 24 per cento. Un dato che stride con la popolarità di Giorgio Napolitano salita all´89 per cento. Del resto il presidente della Repubblica, pur di fronte a episodi che non hanno precedenti nella storia repubblicana, sta cercando in primo luogo di conservare la dignità delle procedure. Si attiene alla Costituzione riversando sul presidente del consiglio la responsabilità delle scelte compiute. E di quelle che compirà nei prossimi giorni.
La Repubblica 13.10.11
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“Silvio umiliato da quei banchi vuoti”, di FILIPPO CECCARELLI
Colpi di scena, teatro d´aula, rumori, colori, vuoti e pieni fra i banchi: in questo la diretta tv gioca senz´altro, ma sotto il dominio delle rappresentazioni il blocco del palinsesto istituzionale non rallegra certo un perfezionista dello spettacolo come Berlusconi.Il quale parlerà a mezzo Parlamento, cioè in pratica parlerà da solo. E seppure l´energia della politica dovrebbe – sperabilmente – sovrastare le più facili e a volte anche le più basse suggestioni visionarie ed emotive, fa riflettere che l´uomo che in questi termini ha costruito il suo potere si sia già preoccupato di allestire una contro-regia sparpagliando i suoi deputati tra i banchi di solito occupati dalle opposizioni per evitare l´impressione di vuoto, deserto e solitudine.
E´ che gli spettacoli, come i gesti semplificati, come gli indizi che tendono a mangiarsi i contesti, hanno le loro leggi. E la protesta parlamentare vive di sorprese o mezze sorprese, ma bene o male riflette la grande, vistosa e chiassosa rivoluzione che ha investito le forme espressive del potere; e un po´ anche la sostanza.
Per cui Montecitorio e Palazzo Madama sempre più sembrano modellarsi sul tifo degli stadi, così come l´antica militanza sembra oggi sostituita dai club e dalle tifoserie. Ma tant´è.
Per certi versi quello che accadrà domani va in senso opposto. L´abbandono, la rinuncia, l´astensione, l´assenza di tutte le opposizioni nell´aula al momento delle comunicazioni del presidente del Consiglio hanno il senso di sottolineare la straordinaria drammaticità e anche tradiscono un giudizio di illegittimità nei suoi confronti. Eppure, l´obiettivo è anche quello di indicare l´irrilevanza di un potere al tramonto.
In altri tempi c´erano figure di oppositori che si comportavano come belve. Il fratello di Giancarlo Pajetta, che pure non scherzava per niente, era detto «il giaguaro» per l´abilità con cui scavalcava quelle che oggi si definiscono, a fini più nobili, barriere architettoniche. Ma a distanza di tanti anni viene da pensare che il contatto fisico dei tumulti sia stato pienamente sostituito dalla dimensione acustica e soprattutto visiva.
E su questo si potrebbero riempire pagine e pagine di esempi, quasi mai commendevoli. Si cominciò ai tempi di Mani Pulite con lancio di finte banconote e guanti gialli. Poi si passò al cappio leghista. Seguirono striscioni, bandiere, capi d´abbigliamento parlanti tipo magliette con scritte mostrate a mo´ di esibizionisti, stelle gialle e bracciali da lutto, e le deputate in jeans contro lo stupro, e quello che si toglie la giacca apposta per farsi richiamare, e quegli altri che, a un determinato momento ostentano fogli A3 e A4 mostrati alle telecamere, e opuscoli della Costituzione sventolati e perfino fazzoletti policromi.
Non molto tempo fa si verificarono anche delle prove parlamentari di «ola», e le riprese televisive concessero al gentile pubblico non pagante la sensazione che gli onorevoli, di norma frustrati dal loro lavoro, si divertissero come bambini. A tale proposito varrà anche la pena di segnalare come, all´apice del suo perfezionamento elettrico, il deputato Calderisi, che nelle opere sue porta una certa dedizione giapponese ed è anche ingegnere, s´ingegnò appunto con le lucette del tabellone facendo in modo che durante le votazioni si potessero leggere delle scritte. Semplici, molto, ma si direbbe destinati a chi ama il mondo dei segni.
Allo stesso modo viene da pensare che gli alti ideali della Prima Repubblica, nella protesta si siano trasfigurati lungo un orizzonte assai più povero, materiale, quotidiano, a volte basso, con il che si spiega l´entrata oggetti di uso comune resi simbolici: pupazzi di Pinocchio e altri più moderni (recati in dono dall´onorevole Mussolini), bacinelle e vassoi di pasterelle. Di recente, grazie al contributo del dipietrista Barbato, ha fatto il suo ingresso in aula un saccone nero dell´immondizia.
Poi ci sono i cori. A volte cori contro cori. «Bella ciao», per dire, contro «Fratelli d´Italia». La faccenda delicata qui è che i parlamentari non sono intonati, per cui lo spettacolo si fa ancora più onirico e stralunato. E i giornali possono nulla rispetto ai video subito disponibili sulla rete.
Berlusconi appare abbastanza consapevole di essere lui stesso uno spettacolo nello spettacolo e infatti fa cose piuttosto strane. Gli dispiace moltissimo che ci sia la telecamera fissa, vorrebbe essere il regista di se stesso. Oppure dorme con una tale frequenza che gli osservatori ormai ci hanno fatto l´abitudine. Comunque gli dispiace moltissimo che ci sia la telecamera fissa dato che vorrebbe essere il regista di se stesso. Ma al momento non è in condizione di fare alcuna protesta. Semmai la subisce, e proprio perché ad ascoltarlo non c´è più nessuno.
La Repubblica 13.10.11
"L’opposto dell’Aventino", di Stefano Menichini
Voltare le spalle, anche fisicamente, a questo governo. Lasciare Berlusconi solo, a declamare la terza edizione di un discorso programmatico che tre anni fa in apertura di legislatura suonò sorprendente e perfino promettente, e oggi suona vuoto, insultante, un’umiliazione per chi lo pronuncerà, per chi lo applaudirà senza credere a una sola parola, e per chi dovrebbe essere costretto ad ascoltarlo come fosse un serio passaggio politico in un parlamento serio. Cosa che non è.
Allora ottima scelta andarsene dall’aula di Montecitorio. Ottimo farlo tutti insieme, le opposizioni che sono già nei fatti e nella sostanza un’ampia maggioranza del paese, e che speriamo siano e si sentano già pronte a governarlo sia quanto a idee che quanto a perimetro politico.
L’Aventino? Ma di quale Aventino parlano mezze figure come questo Reguzzoni, uno che gli stessi leghisti se ne liberebbero a calci se solo fossero quegli uomini liberi che dicono?
Qui è l’esatto contrario. È l’opposto dell’Aventino del ’24.
Perché conosciamo quella storia. I deputati che seguirono Turati e gli altri nella secessione parlamentare erano destinati a ritrovarsi presto divisi, isolati, incapaci di affondare il colpo contro un regime allora in estrema difficoltà. E alla fine finirono loro per essere minoranza, oggetto estraneo in un paese che pure non era ancora fascistizzato. Oggi l’oggetto estraneo rispetto all’Italia è quel corpo di deputati nominati, rissosi, disorientati e spaventati che rimarrà ad ascoltare un capo nel quale non crede più, ma al quale deve rimanere aggrappato perché non può darsi un’alternativa, non concepibile nell’autocrazia berlusconiana.
La minoranza è la destra che rimane in aula: rappresentava una grande parte di popolo, aveva consenso e potere, la strada spianata per cambiare il paese come avesse voluto. Ha fallito, e nel modo più miserabile, per colpe sue che soverchiano assedi giudiziari, gossip intrusivi e crisi finanziarie. La maggioranza è quella che si allontana per un’ora per poi tornare e rimanere, ma comunque non saranno il Pd, Di Pietro o il Terzo polo, a girare le spalle a Berlusconi. È l’Italia che si gira e se ne va, se n’è già andata.
da Europa Quotidiano 13.10.11
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“Opposizioni unite, un segnale al Colle Opposizioni unite, un segnale al Colle”, du Rudy Francesco Calvo
Bersani, Casini e Di Pietro decidono di disertare l’Aula per protesta contro Berlusconi
Non sarà una fiducia come le altre, così come non è stato un semplice “incidente” quello di martedì a Montecitorio. Le opposizioni vogliono metterlo ben in chiaro e per questo hanno deciso di comune accordo di non partecipare stamattina alle comunicazioni di Berlusconi nell’aula della camera, né al successivo dibattito.
«Questa situazione – spiegano in un comunicato congiunto – non è più né decorosa, né tollerabile per l’Italia. La bocciatura del rendiconto dello stato configura un’inedita situazione che nella storia della repubblica si era risolta solo con le dimissioni dei presidenti del consiglio.
Di conseguenza, il voto di fiducia chiesto dal governo non risolve i problemi costituzionali aperti ed è soltanto un inutile tentativo di prorogare uno stato imbarazzante di incertezza e paralisi».
Pd, Idv e Terzo polo saranno presenti, però, domani per votare la sfiducia al governo: troppe le divisioni nella maggioranza, troppi gli svarioni già visti fra quei banchi. Non si può rischiare, quindi, di far mancare i voti che potrebbero far cadere l’esecutivo. Una tentazione che è balenata tra alcuni esponenti del Pd, ma anche tra le file dei dipietristi.
È stato soprattutto Gianfranco Fini a esercitare una moral suasion per evitare strappi più duri. Nel pomeriggio comunque tutti, dem in testa, sono stati chiari nel tirarsi fuori: non è con l’Aventino in occasione del voto che si risolve il problema.
Le opposizioni, quindi, hanno voluto dare prova di responsabilità e di assoluta compattezza, seppure al termine di una giornata di colloqui incrociati.
Nella mattinata di ieri, Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini hanno incontrato a Montecitorio Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli.
Questi ultimi, poi, hanno avuto un colloquio con Gianfranco Fini. I capigruppo delle opposizioni, inoltre, sono stati d’accordo nel chiedere al presidente della camera di riferire al capo dello stato il loro disagio di fronte al blocco dei lavori parlamentari. Fini è salito al Colle intorno alle 16, nonostante le proteste della maggioranza, che sottolineava l’irritualità dell’incontro e l’ambiguità del suo ruolo di rappresentante di tutto l’emiciclo e di leader di uno dei partiti di opposizione.
La posizione unitaria concordata da Pd, Idv e Terzo polo voleva essere d’altra parte anche un segnale chiaro nei confronti del capo dello stato. La nota diramata ieri mattina dal Quirinale è stata apprezzata.
Tra i dem, alcuni si auguravano un intervento più netto del capo dello stato nel pomeriggio, al termine dell’incontro con Fini. Il fatto che Napolitano abbia rimandato tutto alle parole di Berlusconi di oggi è stato letto però nell’assemblea del gruppo alla camera come inevitabile. Nessuno vuole tirare per la giacca Napolitano, inducendolo a esporsi più di quanto non stia già facendo.
Anche perché, se la situazione precipitasse, sarebbe sconveniente per il presidente della repubblica trovarsi pregiudizialmente contro metà del parlamento, soprattutto nel caso in cui si volesse dar vita a un governo di transizione.
Una speranza che tra le opposizioni non è tramontata. «Berlusconi si dimetta e poi Napolitano deciderà cosa fare», invocava ancora ieri in aula Franceschini. Tende però a prevalere sempre più un certo scetticismo, perfino tra chi spinge con maggiore convinzione verso questa soluzione: «Per me al 60 per cento Berlusconi incassa anche questa fiducia e si va a votare in primavera – è il borsino di un autorevole esponente di MoDem – al 30 per cento si fa un governo di transizione che ci porta fino al 2013, al 10 questo esecutivo riuscirà a completare la legislatura». E anche un deputato del Terzo polo scuote la testa: «Per me, non se ne fa niente».
Bersani, Casini e Di Pietro decidono di disertare l’Aula per protesta contro Berlusconi
Non sarà una fiducia come le altre, così come non è stato un semplice “incidente” quello di martedì a Montecitorio. Le opposizioni vogliono metterlo ben in chiaro e per questo hanno deciso di comune accordo di non partecipare stamattina alle comunicazioni di Berlusconi nell’aula della camera, né al successivo dibattito.
«Questa situazione – spiegano in un comunicato congiunto – non è più né decorosa, né tollerabile per l’Italia. La bocciatura del rendiconto dello stato configura un’inedita situazione che nella storia della repubblica si era risolta solo con le dimissioni dei presidenti del consiglio.
Di conseguenza, il voto di fiducia chiesto dal governo non risolve i problemi costituzionali aperti ed è soltanto un inutile tentativo di prorogare uno stato imbarazzante di incertezza e paralisi».
Pd, Idv e Terzo polo saranno presenti, però, domani per votare la sfiducia al governo: troppe le divisioni nella maggioranza, troppi gli svarioni già visti fra quei banchi. Non si può rischiare, quindi, di far mancare i voti che potrebbero far cadere l’esecutivo. Una tentazione che è balenata tra alcuni esponenti del Pd, ma anche tra le file dei dipietristi.
È stato soprattutto Gianfranco Fini a esercitare una moral suasion per evitare strappi più duri. Nel pomeriggio comunque tutti, dem in testa, sono stati chiari nel tirarsi fuori: non è con l’Aventino in occasione del voto che si risolve il problema.
Le opposizioni, quindi, hanno voluto dare prova di responsabilità e di assoluta compattezza, seppure al termine di una giornata di colloqui incrociati.
Nella mattinata di ieri, Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini hanno incontrato a Montecitorio Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli.
Questi ultimi, poi, hanno avuto un colloquio con Gianfranco Fini. I capigruppo delle opposizioni, inoltre, sono stati d’accordo nel chiedere al presidente della camera di riferire al capo dello stato il loro disagio di fronte al blocco dei lavori parlamentari. Fini è salito al Colle intorno alle 16, nonostante le proteste della maggioranza, che sottolineava l’irritualità dell’incontro e l’ambiguità del suo ruolo di rappresentante di tutto l’emiciclo e di leader di uno dei partiti di opposizione.
La posizione unitaria concordata da Pd, Idv e Terzo polo voleva essere d’altra parte anche un segnale chiaro nei confronti del capo dello stato. La nota diramata ieri mattina dal Quirinale è stata apprezzata.
Tra i dem, alcuni si auguravano un intervento più netto del capo dello stato nel pomeriggio, al termine dell’incontro con Fini. Il fatto che Napolitano abbia rimandato tutto alle parole di Berlusconi di oggi è stato letto però nell’assemblea del gruppo alla camera come inevitabile. Nessuno vuole tirare per la giacca Napolitano, inducendolo a esporsi più di quanto non stia già facendo.
Anche perché, se la situazione precipitasse, sarebbe sconveniente per il presidente della repubblica trovarsi pregiudizialmente contro metà del parlamento, soprattutto nel caso in cui si volesse dar vita a un governo di transizione.
Una speranza che tra le opposizioni non è tramontata. «Berlusconi si dimetta e poi Napolitano deciderà cosa fare», invocava ancora ieri in aula Franceschini. Tende però a prevalere sempre più un certo scetticismo, perfino tra chi spinge con maggiore convinzione verso questa soluzione: «Per me al 60 per cento Berlusconi incassa anche questa fiducia e si va a votare in primavera – è il borsino di un autorevole esponente di MoDem – al 30 per cento si fa un governo di transizione che ci porta fino al 2013, al 10 questo esecutivo riuscirà a completare la legislatura». E anche un deputato del Terzo polo scuote la testa: «Per me, non se ne fa niente».
da Europa Quotidiano
Opposizioni unite: “Usciremo dall’Aula per il discorso del premier”
Bersani: “Quella di domani non è una fiducia ordinaria e la situazione non può rimanere come è stata finora”. Le opposizioni unite usciranno dall’Aula durante le comunicazioni del premier mentre rientreranno venerdì per esprimere il loro NO al voto di fiduciam”Quella di domani non è una fiducia ordinaria e la situazione non può rimanere come è stata finora”. Lo ha detto il segretario del PD, Pier Luigi Bersani al termine della riunione del gruppo del PD parlando della nuova richiesta di fiducia da parte del governo Berlusconi arrivato in maniera inequivocabile al suo capolinea dopo la sonora bocciatura sul rendiconto generale dello Stato.
“La situazione non può rimanere come è stata finora. Lasciamo Berlusconi da solo quando parla”, ha ribadito il leader dei democratici avanzando una proposta comune per tutte le opposizioni parlamentari.
E infatti le opposizioni terranno una linea comune: usciranno dall’aula durante le comunicazioni del premier mentre rientreranno venerdì per esprimere il loro NO al voto di fiducia.
Un segnale forte, quello voluto dal PD, per sottolineare che “il voto di venerdì non e’ un voto di fiducia ordinario”, perché cambia il profilo dei rapporti politico-istituzionali tra opposizioni e maggioranza.
Già in apertura di giornata si era parlato di un possibile Aventino, il PD al Senato aveva annunciato ostruzionismo duro, e di questa linea si era parlato anche in un colloquio tra Bersani e i leader di Udc e Api, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli. I tre erano poi stati ricevuti dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, per quella che e’ stata definita dai suoi una ‘moral suasion’ per evitare l’Aventino più duro.
La posizione unitaria delle opposizioni assume sempre più caratteri di critica istituzionale, prima ancora che politica, verso il governo.
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