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Unica soluzione sono le dimissioni

Il partito Democratico non accetterà escamotage per far passare il rendiconto generale dello Stato, dopo la bocciatura ieri del primo articolo, e ritiene inutile un nuovo voto di fiducia al governo. A chiarirlo è stato Dario Franceschini |pagina ufficiale|, intervenendo in aula dopo le comunicazioni del presidente Gianfranco Fini. “Vorrei che avessimo tutti chiaro che per la prima volta non ci troviamo di fronte non solo a un dato con conseguenze politiche evidenti, ma anche a un atto che comporta conseguenze giuridiche e costituzionali che non si possono ignorare o affrontare solo con gli strumenti della politica”, ha spiegato. L’affossamento del primo articolo ha come “conseguenza dovuta e obbligata” la decadenza dell’intero provvedimento e “come scrivono i costituzionalisti, comporta inevitabilmente come conseguenza politica le dimissioni del governo. Non ci sono precedenti perche’ quando in quest’Aula c’era ancora la politica il governo si dimetteva in caso di bocciatura anche di una sola tabella del bilancio”, ha insistito il capogruppo del Pd. Per questo, “abbiamo chiesto al presidente Fini di riferire” al Quirinale “il parere comune di tutti i gruppi di opposizione che il governo non puo’ che dimettersi dimissioni del governo. Poi spettera’ al Presidente della Repubblica decidere cosa fare, ma quello deve essere un passaggio obbligato”. Non solo. “La maggioranza chiede comunicazioni del presidente del Consiglio e poi un voto di fiducia di routine, snaturato visto il gran numero”, ha ricordato, “noi non diciamo che non e’ possibile perche’ il governo quando vuole viene alla Camera a riferire, ma diciamo che e’ un atto inutile, una presa in giro, schiaffo dato in faccia agli italiani e non solo ai parlamentari, che si chiedono a cosa serve il 53esimo voto di fiducia”. “Se ottenete la fiducia su due righe di risoluzione politica cosa avete risolto? Come pensate di approvare il rendiconto?”, ha incalzato, “non ci faremo prendere in giro, non daremo spazio a nessuno stratagemma sciocco da bambini in base al quale si vorrebbe riapprovare il rendiconto e magari mandarlo al Senato. L’unica strada sono le dimissioni del governo. Berlusconi sa che non c’e’ solo la sua credibilita’ personale in gioco, non ha piu’ una maggioranza e questo lo pagano gli italiani. E’ giusto che scenda sipario su questa farsa cui ci state costringendo”.

da www.deputatipd.it

Scuola. Pd, perché Gelmini non ha rinviato concorso per dirigenti? Da ore sono in attesa di poter fare i quiz

“I candidati al concorso per dirigente scolastico sono da ore in attesa di prendere visione dei quiz ai quali dovranno rispondere. Tale estenuante attesa dipende presumibilmente da un controllo ulteriore effettuato sulle sequenze di quiz sorteggiate al fine di verificare la presenza di domande errate, eventualità da non escludere visti i recenti precedenti. Ma invece di ‘sequestrare’ i candidati, il ministro Gelmini non poteva accogliere il suggerimento avanzato dal Pd per un breve rinvio affinché la prova si potesse svolgere in condizioni di serietà, rigore e pari opportunità?”.

Lo dicono i deputati Pd in commissione Cultura Manuela Ghizzoni e Giovanni Bachelet.

"Stipendi, merito, bocciati, le nuove favole di Gelmini", di Franco Labella

Devo esprimere, nonostante tutto, gratitudine al giovane Ministro. E’ vero, ha eliminato lo studio del Diritto e dell’Economia nelle scuole superiori e l’ha fatto proprio nel momento in cui risulta più evidente quanto improvvida sia stata la scelta . E’ vero, non ha attivato l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione nel momento in cui la Carta è la più citata da tutti, destra, sinistra e centro, come la fonte da stravolgere o da avere come riferimento, a seconda degli orientamenti, per il progresso del Paese reale.
Però la giovane scrittrice di favole ha un cuore e, nel mio caso, mi ha salvato. O per lo meno ha salvato la mia seconda passione dopo il Diritto e la Costituzione. Il venerdì è il giorno in cui comincio a pensare al contenuto degli Spicchi e questa settimana ero già rassegnato a saltare un giro. Non riuscivo a “chiudere” il pezzo. Anche perché nei giorni precedenti si era fatto il pieno. Di fanta-tunnel, di dimissioni e di statistiche sui bocciati un po’ farlocche. Ma chi ha a cuore le sorti dei giovani e del Paese come il giovane Ministro poteva saltare un giro? Mai sia detto. Ed allora dagli sotto, sabato scorso, con una intervista a, il giovane Ministro si è veramente superato. E gli Spicchi sono salvi ancora per questa settimana. Anche perché c’hanno pensato gli studenti, con le loro manifestazioni di venerdì, a dare la sveglia alla giovane scrittrice di favole. “Erano 50.000, l’ha detto il Ministero dell’Interno, ma il fatto merita rispetto”. Il fatto merita rispetto, ha detto il giovane Ministro. Sono saltato sulla sedia, se questo è l’incipit, mi sono detto, alla fine della lettura dell’intervista magari arriva l’annuncio delle dimissioni. Di Gelmini, non di Zennaro (v. Spicchi precedenti). “Facciano loro i valori del merito, coltivino l’eccellenza, altrimenti sono condannati all’impoverimento”. Ahi, tre frasi dopo ci siamo ricascati.

E’ la Gelmini di sempre, quella che conosciamo, quella che parla di merito agli studenti e nomina il suo portavoce Zennaro, che ha un curriculum cortino, cortino, cortino, chi vuole se lo legga sul sito del Ministero, addirittura Direttore generale del MIUR e dice nell’intervista “Non c’è motivo di allontanarlo anche da lì….”. Per lei è come nelle favole dove, absit iniuria verbis, un brutto anatroccolo può pure diventare cigno. Solo che lì, nelle favole, non evocano il merito. Sono favole e basta. “No, basta i tagli sono finiti….” Come tagli? Ma finora la giovane scrittrice di favole non c’aveva raccontato che i tagli era il termine dei “comunisti”, che non erano tagli ma scelte inevitabili per una scuola di qualità? Non c’aveva raccontato che gli insegnanti erano troppi e che per pagarli come in Europa bisognava farne fuori un bel po’? “Non riusciremo ad aumentare gli stipendi, ma vareremo un sistema di incentivi basato sui test Invalsi”. Ahi , ahi, ahi niente stipendi europei, ecchècavolo c’è la crisi, ma in compenso ci vuole dare la paghetta.

Solo che a leggere la frase viene un dubbio atroce. Perché il giovane Ministro dice “un sistema di incentivi basato sui test Invalsi” e vuoi vedere che ci incentiva regalandoci i volumi dei test Invalsi? Certo sono sempre meglio dei volumi col quizzone del concorso a Preside, ma Ministro, l’ha detto il suo collega “tagliatore”, con la “cultura” non si mangia. E poi i test ed il quizzone sono pure un po’ indigesti. Come il cavolo e i peperoni fritti. L’intervista sta per finire e comincia l’apoteosi. Come Napoleone insomma. L’intervistatore dice al giovane Ministro: “da quattro anni non rendete pubblici i dati dei bocciati”. “Li ho visti ieri, tra una settimana saprete tutto” risponde la giovane scrittrice di favole. E’ Waterloo. Ma non quella dei libri di storia chè lì finisce male. No, è l’altra Waterloo. Quella che secondo un manager, selezionato per merito evidentemente, come hanno riportato qualche mese fa giornali e Web, si era conclusa con la sconfitta delle Potenze europee e la vittoria di Napoleone e l’aveva detto ‘sta perla in una riunione per motivare i suoi collaboratori.

Insomma Zennaro s’è dimesso ma il giovane Ministro si prepara alla riscossa. Con i dati dei bocciati di quattro anni fa…. Che sono un po’ ostici e richiedono una settimana per poterli propinare facendo almeno le somme e le percentuali giuste. Ma servono per la riscossa. Come il Napoleone del manager alla battaglia di Waterloo. In fondo, nel mondo delle favole, qualche licenza e perfino qualche bugia ci può stare. Buon risveglio Ministro. Il vento sta cambiando ed i libri di storia non sono come i libri di favole. Nei libri di storia, Waterloo è proprio quella della sconfitta di Napoleone. Solo il manager selezionato per merito era convinto del contrario. Ma il giovane Ministro è per il “merito”….. A proposito signor Ministro, quant’è lungo il suo curriculum?

L’Unità 12.10.11

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Sempre meno bocciati. Il rigore è già finito

ROMA – La linea del rigore del ministro Mariastella Gelmini è arrivata al giro di boa: i dati diffusi ieri da viale Trastevere segnalano una diminuzione di bocciati dalle medie in su nell’ultimo anno. In compenso le regole più rigide per ottenere voti alti hanno fatto diminuire i 100 e lode che, però, continuano inspiegabilmente a concentrarsi al Sud, soprattutto in Puglia (l’1,6% dei diplomati qui prende il massimo contro lo 0,9% di media nazionale) e Calabria (1,5%). Resta alta, poi, la quota dei ragazzi che vengono bocciati perché prendono 5 in condotta, novità voluta dal ministro: sono stati 35mila negli ultimi tre anni.
Il picco di severità c’è stato nel 2008, primo anno di insediamento del ministro. La linea del rigore è stata segnata dall’arrivo del 5 in condotta, dei voti in decimi, dell’obbligo del 6 in ogni materia per approdare agli esami. All’inizio c’è stato un crescendo di severità che poi ha declinato verso una linea più morbida nell’anno scolastico passato. I dati fino ad oggi erano rimasti chiusi nei cassetti del Miur, generando polemiche sul loro occultamento. Ieri sono stati divulgati e rivelano lo stop all’incremento di bocciature. Ma il trend rimane più alto rispetto a qualche anno fa quando la manica era più larga.
Alla maturità a giugno non è stato ammesso all’esame il 5,3% dei candidati contro il 3,9 del 2007. Nel 2010, però, i non ammessi sono stati il 5,9%: c’è una piccola flessione. A conti fatti calano anche i non diplomati. Ma i ragazzi ora vengono fermati prima e, in cifre assolute, sono 35mila quelli che non ce la fanno all’ultimo anno, oltre il 6%. Solo qualche anno fa erano sotto al 4%. Anche per questo il ministro non vacilla: . I bocciati delle superiori, in verità, passano dal 15,5% del 2008 al 13,2% del 2011 e sono stati praticamente costanti negli anni passati. Alle medie invece fra il 2008 e il 2010 è calata la mannaia dei prof con un aumento evidente di bocciature in prima e terza. L’esame delle medie è molto severo e infatti la Gelmini pensa di «ridurre le prove, magari già a giugno con una sperimentazione». I dati dicono anche che la scuola è meno precaria: il personale a termine è passato dal 17,9% del 2007 al 14,9% del 2011, ma dal 2008 l’organico totale ha perso 57mila posti a causa dei tagli. Per il ministro «la maggiore stabilità dei docenti è comunque segnale di maggiore qualità. Ora dobbiamo far ripartire i concorsi che dovranno essere meritocratici per far entrare una nuova generazione nella scuola». Gelmini rassicura anche sull’aumento del sostegno e avverte: il ministero della Salute ha avviato controlli sulle certificazioni che aumentano. Il Pd contrattacca: «Sul sostegno mancano ancora 65mila insegnanti».

Il Messaggero 12.10.11

«È finita, il governo non ha più la fiducia Noi siamo pronti», intervista a Dario Franceschini di Maria Zegarelli

L’intervista parte con unosfogo. «Quello che è successo oggi in Aula non è casuale, è grazie al lavorìo dell’opposizione. Per loro è stata una Caporetto: abbiamo mandato sotto il governo e bloccato il dl sulle intercettazioni, vorrei che qualcuno prendesse nota perché va bene prenderci i rimproveri della nostra gente quando sbagliamo, ma poi quando otteniamo risultati come questo vorremmo che non si attribuisse al caso. È una vittoria parlamentare costruita». Dario Franceschini capogruppo Pd alla Camera ha da poco concluso un incontro, «informale» con il resto dell’opposizione parlamentare. «Siamo tutti d’accordo: le dimissioni di Berlusconi sono un atto dovuto, per noi la vicenda si chiude qui».
Franceschini,voi chiedete le dimissioni
del premier, ma dal Pdl minimizzano. La definiscono «una situazione assolutamente occasionale». È davvero solo questo?
«Partiamo dall’aspetto politico: oggi (ieri per chi legge, ndr) in Aula il fallimento di Silvio Berlusconi è stato plateale. Al momento della votazione è arrivata la scoperta, per lui drammatica, di non avere più i numeri. Ormai questa maggioranza è in grado di tenersi in piedi soltanto quando deve votare le leggi ad personam e le fiducie, quando poi si passa all’attività parlamentare la battiamo ogni settimana».
Ma questo ko implica anche aspetti formali di un certo rilievo. Ci spiega perché non è sostenibile la tesi del banale incidente?
«Perché stiamo parlando della bocciatura dell’articolo 1 del Rendiconto dello Stato. Questa bocciatura, come ha spiegato in Conferenza dei capigruppo il presidente della Commissione Bilancio, impedisce l’approvazione dell’assestamento di Bilancio e quindi della legge di stabilità.
Secondo molti costituzionalisti, anche vicini alla maggioranza, la mancata approvazione del Rendiconto dello Stato fa cessare il rapporto fiduciario tra governo e parlamento. A questo punto le dimissioni sono un atto costituzionalmente dovuto».
Berlusconi non ci pensa proprio…
«Berlusconi può sminuire i fatti, dire quello che vuole ma le sue restano parole al vento. Qui siamo di fronte ad un atto di sfiducia da parte del Parlamento. C’è un problema grande come una casa mané lui né i suoi sembra vogliano rendersene conto».
Ha visto che in Aula mancava anche Scilipoti?
«Quella non è un’assenza rilevante. Ce ne erano altre di peso, non voglio fare dietrologia ma insomma…».
Tremonti, per esempio.
«Lui e altri». Oggi sarà la Giunta peril regolamento a stabilire come si dovrà procedere.
Cicchitto pensa ad un maxiemendamento sul quale porre la fiducia. Secondo lei?
«La Giunta farà la sua valutazione, ma è evidente che non si può procedere con emendamenti a un documento del genere. Propongono una cosa che non sta né in cielo né in terra. Bocciando l’articolo 1 è stato bocciato tutto l’impianto e non c’è altra strada che quella delle dimissioni, non lo diciamo noi, lo dice la letteratura costituzionale e per questo la nostra richiesta di dimissioni stavolta non è politica ».
Se le cose stanno così quale è loscenario che si apre?
«Per quanto ci riguarda la Camera non può più votare né il Rendiconto né tutti gli atti ad esso conseguenti. Tragga lei le conseguenze…».
Parlamento paralizzato. Il passo successivo dovrebbe essere l’avvio della svolta che invocate da tempo?
«Queste valutazioni non spettano a noi. Quello che noi del Pd denunciamo ormai da mesi e che oggi è diventato plateale agli occhi di tutti è il fatto che questa maggioranza non esiste più, non è in grado di governare il Paese. Da oggi il mondoavrà l’ulteriore conferma che
nonsolo questo premier è inaffidabile, ma che ormai non può più contare neanche sulla maggioranza parlamentare. Come si può pensare di affrontare la crisi che sta investendo l’Europa con un premier così debole e inadeguato? Purtroppo sono convinto che Berlusconi non arriverà mai a dimissioni volontarie, piuttosto trascina il Paese nel baratro con sé. Deve cadere in Parlamento».
E secondo lei i frondisti alla fine la staccheranno la spina?
«Per quanto ci riguarda già con il voto di oggi la spina è stata staccata. Ma è evidente che devono essere parti della maggioranza a capire che così non si può più andare avanti, che bisogna aprire una nuova fase. L’opposizione sta facendo tutto quello che è possibile fare e oggi lo abbiamo dimostrato. Ripeto: non è accaduto a caso. E se Berlusconi è comparso all’improvviso in Aula forse è anche perché qualcuno dei suoi gli avrà detto che rischiavano».
E se cade questo governo che succede? Vendola è tornato a chiedere il voto anticipato.
«Se cade il governo si affida l’incarico ad una personalità di grande prestigio, si fanno le riforme, compresa quella della legge elettorale e poi si va al voto».

L’Unità 12.10.11

"Lega, il lungo assedio al Cerchio magico", di Curzio Maltese

«Ma Maroni che fa, cosa aspetta a prendere il partito?». Il giorno dopo l’impossibile, la contestazione aperta a Umberto Bossi nella sua Varese, gli animi della base leghista sono tutt’altro che rasserenati. Troncare, sopire è la manzoniana parola d’ordine. Radio Padania l’ha presa alla lettera e da due giorni chiude i microfoni in faccia ai militanti che vogliono discutere soltanto dello strano caso di Maurilio Canton.

L’unico politico del mondo a essere elettoa una carica, segretario provinciale della Lega a Varese, senza nemmeno prendere la parola durante il congresso, per paura di contestazioni. La scusa dei minzolini in salsa verde è imbarazzata e imbarazzante: «Qui si discute di politica nazionale e non di beghe di provincia».

A parte che la provincia sarebbe Varese, la culla del movimento, che cosa c’è di più importante da discutere dei fischi al Senatur? Nella storia della Lega tre sono le date decisive, dicono gli esperti. Il 12 aprile 1984, data di nascita davanti a un notaio di Varese. L’11 marzo 2004, il giorno dell’ictus di Umberto Bossi. E il 9 ottobre 2011, domenica scorsa, il giorno del parricidio. Da domenica è ufficiale che la Lega nonè più di Bossi. Il leader della Lega è di fatto ormai Roberto Maroni. Lo si capiva fin dall’ultima Pontida; applausi affettuosi al faticoso discorso di Bossi e ovazione per il ministro dell’Interno. In quattro mesi gli umori del prato leghista si sono tradotti in cifre impressionanti.

Se Maroni avesse deciso di presentare un proprio candidato a Varese, alternativo a Canton, avrebbe vinto con il 70 o addirittura l’80 per cento dei voti. Se si facessero le primarie nella Lega per la successionea Bossi, Maroni straccerebbe qualsiasi fedelissimo del Senatur, a cominciare naturalmente dal più probabile e tragico, Renzo il Trota. Infatti nella Lega non si vota, non si discute, non si tiene un congresso dal 2002. Si nomina e basta. «La Lega è diventato il partito più vecchio del Parlamento, non tanto per questioni anagrafiche, ma perché ormai agisce come i partiti della prima Repubblica», scrive nell’editoriale il “Varese News”, diventato rifugio del malcontento della base leghista dopo la censura di Radio Padania.

Ma allora perché Maroni aspetta, perché rinvia l’inevitabile scontro finale con il “Cerchio magico” che ormai gestisce e manovra l’autunno del patriarca leghista? «Il personaggio di Bruto non mi è mai piaciuto», spiega il ministro ai suoi, che scalpitano. Nel tentennare di Maroni c’entra di sicuro il groviglio di rapporti personali e anche affettivi con Bossi intessuto in decenni di vita in comune. I due hanno litigato mille volte senza mai rompere davvero. Alla vigilia delle elezioni del ’94 Bossi mandò Maroni a trattare col polo centrista di Martinazzoli, senza spiegargli che si trattava di pura tattica. «Poi gli ho detto, spostati Bobo, che sparo» ricorda Bossi, ancora oggi. Ma la versione di Maroni è un’altra: «Prima sparò e poi mi disse: spostati». Non ruppero neppure nel ’94, quando Maroni, convinto che metà del partito non avrebbe seguito Bossi nel ribaltone, ebbe il torto di dirglielo apertamente. L’Umberto quella volta s’infuriò davvero, per inciso con ragione, e arrivò a meditare l’espulsione di Bobo. Ma poi tutto si ricompose e oggi, paradossalmente, le parti si sono invertite. E’ Maroni a chiedere di staccare la spina al governo Berlusconi per poi andare al voto da soli, e Bossi a dire che non mollerà mai il Cavaliere. In teoria, si tratta di due strategie inconciliabili.

In politica, com’è noto, i sentimenti non sono tutto e neppure molto. C’è un altro motivo meno nobile per cui Maroni in questi due anni non si è deciso alla sfida per la leadership. Ed è la clamorosa sottovalutazione del potere che il “Cerchio magico” esercita su Bossi. Dopo la malattia, come molti uomini indeboliti, Bossi si è rifugiato nella protezione della moglie Manuela. Donna forte e intelligente, ma con un punto debole, il figlio Renzo, il celebre Trota. Ora la situazione è che il “cerchio magico” controlla Renzo, che condiziona il cuore di mamma Manuela, la quale a sua volta governa Bossi. Quindi in definitiva il “Cerchio magico”, ovvero la troika di formidabili carrieristi composta dalla pasionaria Rosi Mauro, dallo spregiudicato capogruppo parlamentare Marco Reguzzoni, dal pittoresco capo dei senatori Federico Bricolo, tutti e tre assai impopolari, dispone di Bossi come vuole e gli fa credere qualsiasi cosa. L’esempio più recente? Dopo i fatti di Varese, il Senatur se n’è uscito con un «ho visto dei fascisti in seconda e terza fila». Allora è scattata la caccia al fascio. Ci siamo presi tutti le foto della sala, analizzato una per una le foto della seconda e terza fila.

Alcuni sindaci leghisti Doc, un paio di ex democristiani, giovani militanti che all’epoca dell’Msi avranno avuto sì e no undici anni. Di «fascisti» neppure l’ombra.

Ma il misterioso accenno di Bossi si spiega col fatto che da mesi quelli del cerchio magico gli fanno credere che esiste un complotto di leghisti ex missini, guidato dal sindaco di Verona Tosi, per impadronirsi della Lega.

Quindi Bossi vede camicie nere ovunque.

Ora tutte queste storie Maroni e i suoi le conoscono e si fanno grandi risate. Nell’illusione che basti aspettare. Ma il Cerchio magico ha un piano preciso.

Andare al voto nella prossima primavera, alleati con Berlusconi, con il Porcellum elettorale e liste infarcite di «Canton», ovvero di carneadi fedelissimi. Invisi alla base? Pazienza. Tanto le preferenze non ci sono e i collegi neppure. Certo, la Lega in mano al Cerchio magico perderà valanghe di voti. Gli elettori sono stufi, perfino a Varese, di questo abbraccio mortale con il berlusconismo agonizzante.

Stanca di promesse mai mantenute. Il federalismo fiscale si è rivelato una pagliacciata, e pazienza. I comuni non hanno più un euro e rimpiangono i tempi della vituperata prima Repubblica, quando almeno c’erano i fondi per rifare le strade. Ma poi ci sono gli altri problemi enormi, rimossi dalla retorica bossiana. L’aeroporto di Malpensa, bandiera di tante rivendicazioni leghiste, è sull’orlo del fallimento, con gli hangar vuoti, dopo la fuga di Alitalia e Lufthansa. Le infrastrutture mille volte promesse al Veneto si sono fermate al delirante e inutile passante di Mestre, che ha raddoppiato gli ingorghi in uscita. Nelle filiali delle banche lombarde, dove una volta facevano la fila per ottenere finanziamenti all’impresa, ora ci sono le file per rinegoziare i debiti. La media impresa aspettava l’abolizione dell’Irap, non pervenuta. L’aeronautica d’eccellenza, il fiore all’occhiello dell’industria varesina coni gloriosi marchi Aermacchie Agusta, attende ancora che si realizzi il solenne giuramento di Berlusconi: «Sarò il vostro commesso viaggiatore nel mondo». Mentre Bossi riesuma lo spettro della secessione, mezza industria manifatturiera lombardae veneta ha già optato per l’annessione economica alla Germania, l’unica locomotiva ancora in marcia. Altri prendono la valigia e volano in Cina, pregando che le autorità cinesi abbiano dimenticato la fesserie dei dazi doganali. Che cosa diranno a tutti questi i nuovi burattinai della Lega? Aspettate che arriva il Trota?

La Repubblica 12.10.11

"Un cerotto adesso non basta", di Stefano Folli

Non era mai accaduto, a memoria, che il Rendiconto generale dello Stato, ossia il bilancio consuntivo, fosse bocciato dal Parlamento. Ieri l’articolo 1 è caduto per un voto, in un contesto clamoroso e carico di simbologie: il premier che ha appena votato, evento raro per lui; il ministro dell’Economia che invece resta fuori dell’aula; Umberto Bossi, stampella ufficiale dell’esecutivo, che non fa in tempo ad arrivare; altri assenti che invece sono da annoverare fra i nemici di Tremonti e della Lega.

Da tempo ci si chiedeva quando e come sarebbe risuonato il colpo di pistola di Sarajevo; ossia quando si sarebbe verificato l’episodio in grado di far saltare i consunti equilibri della legislatura. Ora la domanda è: il voto mancato di ieri sera è la pistola di Sarajevo per il governo Berlusconi? Forse non lo è, se dallo smacco ci si aspetta che derivino le dimissioni automatiche e immediate di Berlusconi, come ovviamente reclama l’opposizione e come sostengono alcuni costituzionalisti (e così senza dubbio sarebbe avvenuto ai tempi della Prima Repubblica). Ma quel segnale può essere qualcosa di altrettanto grave: la prova dirompente e definitiva che la maggioranza è a pezzi, priva di nerbo e incapace di tenere la rotta.

In altre parole, si è aperta una seria e profonda questione politica nella coalizione Pdl-Lega. E si è aperta su un tema di straordinaria delicatezza istituzionale, perché il Rendiconto regge l’impianto della stabilità economica. Il fatto che Tremonti e Bossi – ma anche Scajola – fossero nei paraggi dell’emiciclo ma non abbiano votato, sia pure per distrazione, sfortuna o altre ragioni, ha un significato. Il fatto che l’incidente arrivi dopo le furiose polemiche sul condono fiscale e sulle risorse che non si trovano da dedicare allo sviluppo, ha pure un significato. La frattura è evidente.

Ha molto a che vedere con la leadership sempre più debole e confusa di Berlusconi, con il crescente malessere della coalizione, con la paura di una prossima disfatta elettorale. Ma c’entrano soprattutto i nodi irrisolti: dalla Banca d’Italia alla politica economica, sullo sfondo dell’ossessione giudiziaria che assorbe più che mai le residue energie del presidente del Consiglio.

Ci sono tutte, ma proprio tutte le premesse per una crisi di governo e per un successivo processo di chiarimento. A costo di passare per un altro esecutivo di fine legislatura ovvero per lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni come succede in tutte le democrazie. In questo senso, è vero: il voto di Montecitorio può essere paragonato al colpo di Sarajevo. E in ogni caso nessuno può sottovalutarne la drammaticità e le conseguenze politiche a breve termine.

Dire che si tratta solo di «un problema di numeri», come sostengono alcuni esponenti del centrodestra, vuol dire non voler comprendere la portata politica dell’episodio e chiudere gli occhi davanti alla realtà avversa. Naturalmente Berlusconi e i suoi tenteranno di restaurare l’ingessatura della maggioranza: magari con un maxi-emendamento volto a recuperare l’articolo 1 e sul quale porre la questione di fiducia. Può darsi che abbiano sulla carta i voti per farlo, come è accaduto in passato. Ma non sarebbe una dimostrazione di vigore ritrovato: sarebbe, appunto, un’ingessatura.

La verità è che la maggioranza non ha più una spina dorsale politica. Pensare di risolvere la contraddizione con un «cerotto» fatto di numeri assemblati alla meno peggio, vuol dire aggirare per l’ennesima volta la sostanza dei problemi. Il che equivale a ritrovarsi nel pantano dopo pochi giorni, esposti a nuovi incidenti e a nuovi colpi di mano. A questo punto il buon senso vorrebbe che fosse il presidente del Consiglio in prima persona a proporre al capo dello Stato il chiarimento politico. Senza escludere l’apertura formale della crisi che permetterebbe di affrontare le questioni irrisolte: quelle politiche e quelle di merito. Viceversa, gli espedienti parlamentari possono aiutare a incollare i cocci della maggioranza. Ma difficilmente sarebbero in grado di curarne i malanni di fondo.

Il Sole 24 Ore 12.10.11

"Un buco da 20 miliardi", di Maria Cecilia Guerra

La concitata estate dei provvedimenti di politica economica del governo ha portato a un risultato paradossale: la legge delega di riforma fiscale, pensata come strumento per rilanciare la politica della maggioranza, è diventata lo strumento per reperire i 20 miliardi che ancora mancanoper raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Venti miliardi che, è bene sottolinearlo, contano per più di un terzo dell’intera manovra costruita con i decreti di luglio e agosto.
La forte contraddizione che si è venuta a creare fra l’obiettivo di uno sgravio fiscale e quello
del pareggio di bilancio è stata sottolineata con assoluta chiarezza nell’audizione ieri della Corte dei Conti, nella figura del suo presidente, alla Commissione Finanze della Camera.
La Corte sottolinea, in particolare, come i mezzi di copertura che erano stati originariamente pensati per finanziare la riduzione delle imposte sui fattori produttivi, e da cui ora dovrebbero scaturire anche i 20 miliardi che mancano all’appello, siano «incerti, limitati e talora superati dagli eventi». Sono superati, in tutto o in parte, perché già utilizzati a copertura delle manovre di luglio e agosto, sia la revisione della tassazione delle attività finanziarie, sia il recupero dell’evasione, ipotecato, da qui al 2013, per ben 35,4 miliardi. Anche all’aumento dell’Iva, pure previsto dalla delega, si è già fatto ricorso, con l’incremento dal 20 al 21% dell’aliquota ordinaria. E se è vero che non si possono escludere ulteriori interventi su questa imposta, che potrebbero interessare ad esempio le aliquote agevolate, è anche vero che, ci ricorda la Corte, essi avrebbero importanti effetti distributivi: l’onere ricadrebbe prevalentemente sulle fasce più basse di reddito, creerebbero tensioni inflazionistiche e potrebbero frenare i consumi. La principale fonte di copertura è individuata dal disegno di legge delega nel riordino della spesa sociale, previsto in un’apposita sezione riservata alla “riforma assistenziale”. Suonerebbe già un po’ azzardato pensare di poter risparmiare sulla spesa in campo sociale, in cui le statistiche di Eurostat ci pongono agli ultimissimi posti in Europa. Suona però sicuramente paradossale pensare di fare saltare fuori una fetta considerevole dei 20 miliardi richiesti dalle due deleghe, in aggiunta al finanziamento di uno sgravio fiscale, da una spesa che nel suo complesso vale poco più di 60 miliardi.
L’asso nella manica è allora rappresentato dal taglio alle agevolazioni fiscali. Si tratta di un provvedimento cui si ricorrerà comunque, secondo quanto previsto nei decreti estivi, in modo automatico, con tagli lineari fino al 20%, nel caso la delega non venisse approvata.
Come ho argomentato più ampiamente nella mia audizione alla Commissione Finanze della Camera (disponibile sul sito www.nens.it) il combinato disposto delle due riforme, fiscale e assistenziale, impedisce di fatto di utilizzare, all’interno del disegno di legge delega, il taglio alle agevolazioni come fonte di finanziamento. Queste agevolazioni (specie quelle in campo sociale) interessano infatti prevalentemente la disciplina Irpef, ma nella disciplina Irpef, secondo la riforma proposta dalla delega, varrebbe una clausola di salvaguardia (nessuno
dovrebbe pagare nel nuovo regime più Irpef di quanto ne pagava nel vecchio), che impedirebbe di fatto che tagli alle agevolazioni possano tradursi in un maggior gettito. Se però la delega non verrà esercitata entro il settembre dell’anno prossimo, i tagli lineari partiranno automaticamente. Con quali effetti ce lo dice ancora una volta la Corte dei Conti: si colpirebbero indifferentemente agevolazioni vere e proprie e trattamenti preferenziali che sono parti strutturali del prelievo, fra cui, ad esempio le detrazioni per carichi familiari, «che rappresentano una tutela minima dei nuclei familiari più deboli» e le detrazioni per lavoro dipendente che «suppliscono al mancato riconoscimento delle spese per la produzione del reddito». Nel complesso, i tagli lineari si concentrerebbero sui contribuenti che si collocano nelle classi di reddito meno elevate. Anche dall’analisi tecnica e misurata condotta dalla Corte
emerge quindi un quadro desolante della politica economica impostata dal governo: alla manovra mancano 20 miliardi, è illusorio pensare di trovarli con l’attuazione della delega
fiscale-assistenziale, ma il ricorso alternativo ai tagli lineari delle “agevolazioni” sarebbe profondamente iniquo.

L’Unità 12.10.11