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"I padroni dell'Europa", di Barbara Spinelli

Per le indicazioni molto dettagliate che contiene, la lettera che Trichete Draghi hanno inviato al governo italiano conferma quel che alcuni hanno detto: l’Italia di fatto è governata da autorità sovranazionali non elette, che non devono render conto davanti ai cittadini. Pur non appartenendo a un partito, non sono autorità tecniche: fanno politica in senso pieno, governano i conflitti della pòlis constatando che è malgovernata. Èun rapporto feudale che viene instaurato: il vassallo inadempiente è salvato dal vero sovrano, e in cambio gli giura obbedienza e restringe le proprie libertà.

Di primo acchito sembrerebbe che solo così possa nascere un’Europa politica, potente mondialmente.

Ma le cose sono più ambigue, torbide. Uno Stato corroso come il nostro, manomesso da un premier che lo scardina privatizzando il bene pubblico, non fa nascere l’Europa ma la snatura. A nulla serve che gridi contro il duopolio franco-tedesco; non lo udranno. Il caso Italia dovrebbe far riflettere l’Unione, perché crea un precedente grave: se un organo federale di natura tecnica interviene con pesantezza inusitata su un Paese membro,è perché ha di frontea sé un non-governo, un non-premier. Non è prepotenza la sua, ma il diritto naturale all’interferenza che la Bce acquisisce comprando il nostro debito a colpi di miliardie risparmiandoci la bancarotta. Il governo sovranazionale ci tiene in piedi, e il potere che acquisisce è la risposta a un’inettitudine, un’impotenza. La crisi dell’euro rimette in questione le sovranità nazionali, svelandone l’illusorietà, e al tempo stesso ridisegna a caldo le loro democrazie, non senza insidie e squilibri fra Stati iper-sovrani e Stati non più sovrani. Il modo in cui le ridisegnaè la questione del momento.

Rileggere la lettera della Bce, simile a quelle inviate a Atene e Madrid, Lisbonae Dublino,è istruttivo. Il presidente della Banca centrale non si limita a indicare parametri. Entra negli anfratti della legislazione, decide il suo farsi. Il punto saliente è quello in cui, dopo aver elencato le misure per evitare il default, raccomanda perentorio: «Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate (…) siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011». Quello che si prescrive è un metodo decisionale (il decreto) che mina la democrazia rappresentativa sin qui conosciuta.

Il decreto è un provvedimento adottato «in casi straordinari di necessità e d’urgenza» (articolo 77 della Costituzione). L’abuso che Berlusconi ne fa è stato più volte criticato dal Capo dello Stato, che della Carta è custode. D’un tratto siamo intimati di aumentarne l’abuso. Le lunghe discussioni parlamentari vanno scavalcate, in nome dell’emergenza. È quanto accade in guerra, quando saltano le procedure ordinarie e predomina un gruppo di esperti (i militari). Qui sono i banchieri centralia prevalere, anche se operano in rappresentanza di tutta l’eurozona (Italia compresa). Per forza giocano un ruolo politico che sulla carta non hanno, quando i governi da sé non ce la fanno. Per forza la Bce impone la stretta decisionista, a un governo che per anni ha negato la crisi, temendo scelte difficili. La crisi delle democrazie è causa ed effetto di questo prevalere della necessità su una libertà che è fittizia, della tecnica su una politica non meno fittizia.

Per questo l’Italia è, in Europa, un precursore in negativo: l’opposizione, quando tornerà al governo, dovrà riconoscere che queste necessità ti vengono imposte, se non le assumi. Altrimenti avrà ragione la Bbc: «Una delle prime vittime della crisi dell’Eurozona sarà la democrazia».

L’elusione del dibattito democratico classico è evidente in altri passi della lettera. Tra questi: i paragrafi riguardanti la «privatizzazione su larga scala» dei servizi pubblici (nonostante un referendum italiano ostile a tali privatizzazioni); la riforma salariale collettiva (gli accordi al livello di impresa devono essere «più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione»); le norme sul licenziamento; la riduzione di stipendi per i dipendenti pubblici. Perfino su una questione delicata (l’introduzione nelle aziende pubbliche degli indicatori di performance) la Bce interviene senza curarsi della discussione che il tema suscita in Europa. Gli indicatori di prestazione – è scritto in numerosi rapporti di medici e psicologi francesi- vanno maneggiati con prudenza perché ledono la tenuta della società, specie in recessione. L’ondata di suicidi avvenuta nel 2009 in aziende come Telecom-Francia e Renault è legata all’introduzione, nel management, di queste forme di controllo.

I conflitti non vengono superati, sospendendo procedure democratiche tradizionali. Si acuiscono, perché non più rappresentati né governati democraticamente. Quel che rischia di scomparire, quando uno Stato impotente è messo in riga, è lo spazio politico dentro il quale più visioni del mondo possono contrapporsi, misurarsi. L’alternativa, sale della speranza, è sostituita da alternanze formali destra-sinistra. Un’unica linea sembra imporsi, respinta ciecamente da cittadini che la vedono decretata e non discussa.

Naturalmente la lettera non ha quest’unico significato, di restringimento dello spazio democratico.

Nel governo tecnico di Francoforte è incorporata anche l’Italia, e paradossalmente il restringimento è dovuto al fatto che l’organo sovranazionale agisce in nome di uno spazio ben più vasto, che i politici nazionali tendono sistematicamente a ignorare. Lorenzo Bini Smaghi, membro dell’esecutivo Bce, è stato chiaro, in un discorso a Poros dell’8 luglio: «L’unione monetaria implica un grado di unione politica molto più ampio di quanto abbiano mai pensato molti commentatori, politici, accademici, e anche cittadini. Questo perché in un’unione monetaria, le decisioni prese in una singola parte coinvolgono le altre parti, in modo diretto e a volte drammatico». Quel che i popoli faticano a capire è che «già c’è un’unione politica, anche se l’intelaiatura istituzionale non garantisce un processo decisionale pienamente compatibile con essa».

Resta che un’Unione siffatta non è vista come democratica dai popoli; e non essendolo, inasprisce le loro chiusure nazionali: non solo in Italia ma anche in Germania. I suoi organi danno l’impressione che l’unica preoccupazione sia la tenuta dei conti: non della società, delle regole, della giustizia, dell’etica pubblica. A prima vista è allarmante, ad esempio, che nella lettera della Bce manchi ogni accenno alla sostanza del modello europeo: giustizia sociale, tasse ripartite con equità e senza evasione, correzione delle disuguaglianze abnormi createsi dagli anni ’80 fra generazioni, classi, regioni.

Dietro queste apparenze, tuttavia, c’è una realtà meno semplice, che vale la pena esplorare. Prendiamo il caso greco, che illumina molte oscurità. Se nelle sue raccomandazioni la Bce non insiste sul modello europeo, è perché in alcuni Stati il modello è proclamato, non praticato. È l’accusa lanciata dall’economista Yanis Varoufakis, ex consigliere di Papandreou: è vero, Atene è stata costretta a misure socialmente devastanti, ma perché non ha avuto il fegato di imporre una tassa sui ricchi, che da decenni godono di vaste immunità: «È a questo punto che Bce e Fmi hanno detto: ok, se rinunciate alle tasse allora tagliate pensioni e salari dei meno abbienti». Gli organi europei «sono class-indifferent», indifferenti a come gli Stati sanano, equamente o no, i conti.

Altro è il loro difetto. Nei confronti degli Stati più potenti, le istituzioni europee non hanno la stessa imparzialità: non sono nation-indifferent.

Il Fondo salva-Stati, che Merkel e Sarkozy vogliono dominare non rendendolo federale ma preservando il diritto di veto di ciascuna nazione, nasce imbelle. Nel 2003, Berlinoe Parigi trasgredirono il Patto di stabilità: invocarono l’impunità con una sfacciataggine che ancor oggi pesa. Pesa come un masso, nel mezzo della crisi economica e democratica che gli europei stanno vivendo.

La Repubblica 12.10.11

" Fincantieri, niente lavoro a Sestri. E scoppia la rabbia degli operai", di Massimo Franchi

Alle due del pomeriggio Giulio Troccoli, Rsu Fiom, è il primo sindacalista ad uscire dalla porta laterale del ministero dello Sviluppo economico. Corre, i suoi baffi bianchi si sollevano: «Non c’è niente, non c’è lavoro, da domani occupiamo il cantiere», urla a squarciagola. Ce l’ha con gli altri sindacati, rei di non aver aperto bocca mentre l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono e il ministro Paolo Romani «si vendevano » come grande risultato il via libera al finanziamento per il ribaltamento a mare del cantiere (50 milioni sbloccati finalmente da Tremonti, gli altri 20 li anticiperà l’autorità portuale) e la convocazione per il 9 novembre (ma il ministero non ha ancora fissato la data) di un tavolo nazionale per un nuovo piano industriale del gruppo. Troccoli è una vera autorità nel settore. Ha già vissuto la chiusura dei cantieri di riparazione Oarn di Genova. E non vuole riviverla. Sestri Ponente ieri si è sdoppiata. A Roma sotto il ministero una cinquantina di operai teneva costantemente informati i compagni che su a Genova presidiavano il cantiere. Quel cantiere che da 200 anni dà lavoro (800 diretti e 150 di indotto) e lustro alla città con il marchio Fincantieri. La linea era bollente. Giovanni e gli altri posavano a terra lo striscione rosso “Il cantiere deve vivere”. Le parole di Troccoli diventano tam-tam sui cellulari producendo l’immediata reazione di chi era rimasto a Genova. In poche ore la rabbia si scarica nelle strade adiacenti al cantiere: danno fuoco ad alcuni cassonetti e bloccano il traffico in via Soliman, una delle principali arterie del ponente cittadino. Gli operai sono terrorizzati per il futuro del cantiere, la cui ultima commessa è «una supercruise da un armatore americano con consegna a marzo». Questa mattina alle 8 l’assemblea deciderà per una nuova occupazione del cantiere, senza escludere altre azioni più clamorose. Finora i sindacati hanno sempre agito unitariamente, perfino sull’occupazione. Ma gli strascichi di ieri rischiano di spaccare il fronte. E sì che invece il tavolo aveva avuto dei risultati positivi. Quasi insperati alla vigilia. E anche il leader della Fiom Maurizio Landini lo riconosceva all’uscita, parlando a pochi metri da Troccoli.«Come chiedevamo noi il 9 novembre ci sarà un tavolo nazionale per un nuovo piano industriale, per noi gli stabilimenti devono esserci tutti aperti e diversificati. Nel frattempo abbiamo deciso che anche Fincantieri si unirà a Fiat (e Fs, Ndr) nello sciopero del 21 ottobre perché sono unite dallo stesso problema: tutto ciò che si muove in Italia non ha una politica alle spalle», chiosa Landini. CONTROPIEDE Per spiegare la differenza di reazioni, bisogna partire dalla storia recente di Fincantieri. A giugno il piano industriale di Bono prevedeva la chiusura di Sestri. La lotta di tutti i lavoratori del gruppo, con Castellammare e Sestri in testa, ha portato al ritiro del piano. Nel frattempo però Bono ha lavorato «in contropiede », firmando accordi con i sindacati locali nei vari stabilimenti. Anche la Fiom ha firmato a Monfalcone; Fim e Uilm in tutti. Su Sestri non c’erano certezze e quindi il tavolo ministeriale era convocato senza accordi precedenti. Ma il ministro Romani non ha potuto che dar ragione alla Fiom che faceva notare come non ha senso fissare gli esuberi se ci sarà un nuovo piano. E così, nell’imbarazzo di Fim e Uilm, si arrivava alla chiusura della riunione. Senza che su Sestri ci fossero impegni sulle commesse, con la prospettiva che «il ribaltamento a duri 5 anni senza che nel frattempo ci sia lavoro, ribaltando solo i lavoratori», spiega Troccoli. A conferma della giustezza delle sue tesi, arrivano le parole del presidente della Liguria Claudio Burlando. «A parte la soddisfazione per il via libera al ribaltamento a mare, l’obiettivo irrinunciabile è ottenere un programma certo di attività a Sestri per tutto il 2012».❖

L’Unità 12.10.11

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In piazza i 1200 di Sestri “Solo parole, non c’è lavoro”, di Teodoro Chiarelli

Basta un sms da Roma e il Ponente di Genova s’incendia. Letteralmente. «Solo promesse, parole, non c’è lavoro», recita il messaggino inviato da un sindacalista presente all’incontro nella capitale sulla Fincantieri di Sestri. Un attimo, ed esplode la protesta dei 1200 lavoratori del cantiere che nella sua pluricentenaria attività ha visto il varo della corazzata Giulio Cesare, di transatlantici come Roma, Rex, Andrea Doria, Leonardo Da Vinci, Cristoforo Colombo e Michelangelo, delle recenti lussuose navi da crociera per Costa e Carnival. Operai e tecnici escono e bloccano via Soliman, mentre il traffico impazzisce. Gruppi di lavoratori appiccano il fuoco ai cassonetti dell’immondizia, colonne di fumo nero e acre salgono verso il cielo, in mezzo ai palazzoni popolari del quartiere. Arrivano i vigili del fuoco, ma vengono invitati a girare al largo. L’incendio non si tocca, almeno sino a che non diventi realmente pericoloso. Perché fuoco deve essere: per i fotografi, le tv, i cronisti, per ricordare a tutti che mentre si fanno tante parole, il cantiere sta morendo.

Il futuro dello stabilimento genovese resta quanto mai pericolosamente incerto, nonostante le assicurazioni dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, che a Roma ribadisce: «Sestri Ponente non chiude». Come spesso avviene nei vertici capitolini (presenti ieri il ministro Paolo Romani, il presidente della Liguria Claudio Burlando, della provincia Alessandro Repetto, il sindaco Marta Vincenzi, i dirigenti di Finmeccanica, i sindacati) c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Gli “ottimisti” sottolineano come dal governo sia arrivato il via libero definitivo a un finanziamento di 50 milioni: la Ragioneria dello Stato ha giudicato «coerente» la spesa necessaria per la risistemazione del cantiere, attualmente diviso in due dalla linea ferroviaria. Con i 50 milioni di euro sarà possibile realizzare un riempimento a mare dove spostare il cantiere, ammodernandone la capacità produttiva. Peccato, però, che come al solito manchi la firma del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: e si sa come già in altre numerose occasioni siano andate a finire le cose.

Ma soprattutto non è chiaro quale sarà la destinazione finale della produzione di Sestri: sempre navale, come chiedono sindacati e istituzioni, oppure eolico o realizzazione di piattaforme per rifiuti, come ha ipotizzato l’ad Giuseppe Bono? Il presidente della Regione, Burlando, è stato chiaro: «Sestri Ponente è uno stabilimento storico, deve essere salvaguardato come cantiere navale. Ritengo fondamentale assicurarne la continuità produttiva con navi anche minori. Ma comunque navi». Proprio questo è il punto: di commesse per navi, grandi o piccole, neppure l’ombra. Dal governo nessuna garanzia. E lo stabilimento ha lavoro solo fino a marzo. Quando sarà terminata la nave commissionata da “Oceania Cruises”, di lavoro non ce ne sarà più.

Così da oggi riprende l’occupazione del cantiere. Non solo, il segretario generale dei metalmeccanici della Fiom Cgil, Maurizio Landini, annuncia che i lavoratori di Fincantieri il 21 ottobre si fermeranno per otto ore e manifesteranno a Roma insieme a quelli della Fiat. «Non è stato ancora presentato un nuovo piano industriale del gruppo – insiste Landini -. Serve una diversificazione produttiva che porti a non fare solo navi militari o da crociera». Se ne riparlerà nel prossimo vertice, già convocato dal ministro Romani per il 9 novembre. Intanto a Genova la protesta monta e la tensione cresce.
“50 milioni di finanziamenti”

La Stampa 12.10.11

"Non è stato soltanto un infortunio", di Marcello Sorgi

Malgrado i ripetuti tentativi di Berlusconi e del Pdl di minimizzare la bocciatura ricevuta ieri dalla Camera, la gravità di quanto è accaduto è evidente. Per il governo, l’approvazione ogni anno del rendiconto e del bilancio dello Stato non è una facoltà: è un obbligo preciso, stabilito dall’articolo 81 della Costituzione. Non a caso nei due precedenti riaffiorati dalle memorie parlamentari, i presidenti del Consiglio che incorsero in simili incidenti – Andreotti e Goria – si dimisero senza indugi.

Berlusconi invece, pur visibilmente contrariato dall’accaduto (lo si è visto in tv lasciare l’aula di Montecitorio guardando gelido Tremonti e brandendo i fogli dei tabulati delle assenze), ha subito fatto sapere che intende ripresentarsi e chiedere la fiducia. Per dimostrare, come ha fatto altre volte, che solo di un infortunio s’è trattato, e non di un segnale politico dal profondo della pancia del centrodestra.

La giornata politica, in effetti, sembrava indirizzata in tutt’altra direzione. Un pranzo pacificatore a Palazzo Grazioli tra il Cavaliere e l’ex ministro Scajola sembrava aver sancito la tregua tra il premier e il capo della più temuta pattuglia di dissidenti del Pdl. La Camera e il Transatlantico erano affollati; ai banchi del governo, come nelle occasioni importanti, sedevano il presidente del Consiglio e i ministri, i cui voti sono indispensabili, data l’esiguità della maggioranza. La quale maggioranza, a dispetto delle previsioni, s’è liquefatta con ben 25 voti mancanti, 17 del Pdl tra cui quelli del ministro dell’Economia, pur presente, e del reduce dalla colazione pacificatrice Scajola; di 7 dei Responsabili tra cui l’uomosimbolo Scilipoti e l’aspirante ministro Pionati; più Bossi che non è arrivato in tempo a inserire la scheda nella postazione per la votazione elettronica.

Questo approssimativo elenco dei colpevoli basta già ad escludere una congiura, non foss’altro perché i congiurati solitamente agiscono nell’ombra, e, dato che il governo è andato sotto soltanto per un voto, sarebbe bastato che uno solo di quelli che erano lì per lavorare, e hanno preferito fare altro, si fosse ricordato di fare il proprio dovere. Ma il fatto che non si sia trattato di un agguato, di una manovra, di un qualsiasi, anche irrazionale, disegno politico, com’erano appunto quelli dei franchi tiratori democristiani che riuscivano a far dimettere capi di governo del calibro di Andreotti, non è affatto una consolazione. O almeno non dovrebbe esserlo, né diventarlo. In questo senso, davvero non si capisce come possa Berlusconi ridimensionare l’accaduto e annunciare «d’intesa con il Capo dello Stato», prima ancora di andare al Quirinale per consultarlo, che ripresenterà il testo bocciato e lo farà approvare con la fiducia. Magari ci riuscirà pure, sempre che Napolitano non consigli un chiarimento parlamentare più approfondito. Ma un governo che non riesce ad andare avanti nel normale iter dei lavori parlamentari, e deve continuamente ricorrere al voto palese per convincere i parlamentari a rigare diritto, non va molto lontano.

La Stampa 12.10.11

"Il dovere di dimettersi", di Massimo Giannini

Le anime candide, fuori dal Palazzo, potranno anche prendere per buona l’ultima menzogna spacciata a microfoni unificati da Berlusconi e Bossi. «È un problema tecnico risolvibile», hanno detto i due fantasmatici rais dell’ormai ex maggioranza forzaleghista. Ma la sorprendente sconfitta numerica subita alla Camera sull’assestamento al bilancio è una sconfitta politica devastante, e forse definitiva, per quel che rimane del centrodestra.

Intanto, non è affatto detto che sia risolvibile dal punto di vista tecnico. Un governo che va avanti come se nulla fosse, dopo aver incassato il no del Parlamento non su una legge qualsiasi, ma su un atto normativo di rilevanza costituzionale come il rendiconto di finanza pubblica, non si era mai visto. Ci sono solo un paio di precedenti, nella storia repubblicana, il più simile dei quali risale al governo Goria del 1988, che non a caso cadde subito dopo esser finito più volte in minoranza nel voto sulla Legge Finanziaria.

Ma è evidente a tutti, al di là della valenza tecnica e formale del caso, che quella che si è prodotta nell’assemblea di Montecitorio è una rottura politica e sostanziale. Probabilmente irreparabile, a dispetto della penose e consolatorie assicurazioni fornite dal Cavaliere e dal Senatur. C’è un momento, anche nell’anomalia assoluta del berlusconismo, nel quale le leggi della politica ritrovano una coerenza irriducibile. Nel quale le tensioni e i conflitti precipitano e convergono, tutti insieme, verso una conclusione inevitabile. Questo è quel momento. Si percepiva da mesi, ormai, il drammatico divorzio umano (prima ancora che politico) tra il presidente del Consiglio e il suo ministro del Tesoro, trasfigurato nell’odioso Ghino di Tacco di una coalizione affamata dai tagli lineari e assetata di denaro pubblico da spendere. Si vedeva da settimane, ormai, il lento ma inequivoco sfilacciamento di un Pdl ridotto a un ectoplasma, sotto la guida incerta e inconsistente di un Alfano che nasce come segretario del capo e non certo del partito, e che non può e non sa fronteggiare le correnti, coordinare le fazioni, dominare i cacicchi. Si temeva da giorni, ormai, il fatidico «incidente di percorso», in Parlamento e fuori, che faceva tremare il «cerchio magico» del premier, disperato e assediato nel suo bunker. Palazzo Grazioli come il Palazzo d’Inverno. Alla Camera, a far mancare i voti che servivano, tra gli altri sono stati proprio Umberto Bossi, Giulio Tremonti e Claudio Scajola.

Tutto questo non può essere solo un caso. Non può essere un caso, se il vecchio Senatur ritarda l’ingresso in aula, confuso per la lesa maestà padana e stordito dall’inedita e inaudita vandea leghista che lo vede per la prima volta contestato dalla sua base.

Non può essere un caso, se il superministro dell’Economia diserta un appuntamento in cui si discute e si vota un provvedimento-chiave di cui lui stesso è titolare. E non può essere un caso, se l’ex ministro dello Sviluppo si eclissa poche ore dopo un «pranzo tra amici», come lui stesso ha definito quello che ha da poco consumato insieme al Cavaliere.

Forse non c’è complotto. Non ancora, almeno. Ma nel disastrato esercito berlusconiano risuona forte e chiaro il «rompete le righe». Quello che succede è la dimostrazione pratica di ciò che era evidente già da più di un anno: un governo non sta in piedi, con la sola forza inerziale dell’aritmetica. Se non c’è la spinta della politica, con la quale far muovere la «macchina», un governo prima o poi cade. E questa spinta, ammesso che ci sia mai stata, manca palesemente. Almeno dal 14 dicembre 2010.

Si può senz’altro dire che Gianfranco Fini ha sbagliato i suoi calcoli. Che allora la spallata futurista non è riuscita. Che il Cavaliere ha resistito e oggi il presidente della Camera esprime un potenziale elettorale modesto, intorno al 3-4%. È tutto vero.

Ma è altrettanto vero che da quel giorno, dalla scissione degli ex di An dal Pdl, la maggioranza è «clinicamente» morta. Da allora nulla è stato più prodotto, nella residua ridotta verde-azzurra di B&B, Berlusconi & Bossi. Non una riforma strutturale, non una legge qualificante. La stessa maxi-manovra estiva nasce dalla «gestione commissariale» del Colle e di Via Nazionale (cioè dalle pressioni di Napolitano e Draghi) e non certo dall’azione materiale di Arcore o di Via XX Settembre. Si è ironizzato a lungo, sulle «self-fulfilling prophecies» di quelli che annunciano da mesi e mesi la caduta imminente del re nudo, e sulle speculari doti di resistenza del medesimo. Ma alla fine, anche nel Paese di Berluscolandia, la realtà si impone sulla propaganda.

La realtà, oggi, dice che il presidente del Consiglio deve recarsi al Quirinale, e rassegnare le sue dimissioni: sarebbe impensabile derubricare quello che è accaduto come un banale inciampo procedurale, mentre è un vulnus politico di gravità eccezionale. La realtà, oggi, dice che non sono ammissibili trucchi da illusionista o bizantinismi da leguleio, tipo Consiglio dei ministri che riapprova l’aggiornamento al bilancio pubblicoe lo fa rivotare dal Senato: sarebbe uno strappo inaccettabile alle regole e uno schiaffo intollerabile al Parlamento. La realtà, oggi, dice che il presidente della Repubblica, se com’è giusto non interverrà proditoriamente per interrompere questa nefasta avventura di governo, com’è altrettanto giusto non interverrà artificiosamente per prolungarla. Berlusconi e Bossi, dopo quello che è accaduto, non esistono più. Sono «anime morte», come quelle di Gogol.

La Repubblica 12.10.11

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Scajola e i Responsabili “avvertono” Berlusconi, di Raffaella Cascioli

Trappola o imperizia, congiura o sottovalutazione. Nell’aria da giorni, alla fine la crisi è precipitata nell’aula della camera dove il governo è stato battuto, alla presenza del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, su un provvedimento decisivo dell’attuale sessione parlamentare: il rendiconto generale dello stato.
L’aula di Montecitorio ha infatti bocciato con 290 voti a favore e 290 voti contrari l’articolo 1 del rendiconto generale dello stato che, di fatto, regge l’impianto di tutto il bilancio creando una situazione senza precedenti. Non solo per le modalità, ma anche per i tempi e le motivazioni.
La prima conseguenza del voto è che, nel pieno della crisi economico- finanziaria, l’Italia non dispone al momento del bilancio dello stato e toccherà stamattina alla giunta per il regolamento della camera stabilire se sia possibile andare avanti o meno con le votazioni dell’articolato, dopo che ne è stato bocciato l’articolo principale.
«Non c’è dubbio che un governo normale – ha dichiarato ad Europa il vicesegretario del Pd Enrico Letta – si sarebbe subito dimesso. Secondo una prassi consolidata in caso di bocciature su bilancio o politica estera qualunque governo si dimetterebbe».
Tuttavia, il governo Berlusconi non è un governo normale tanto che ieri si è lavorato fino a notte inoltrata a un emendamento agli articoli successivi che recepisca l’articolo uno, per far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta. Un’impresa impossibile e ai limiti della Costituzione.
L’impressione è che si siano ficcati in un cul de sac perché, nel caso si decidesse di non procedere ad ulteriore votazione, sarebbe impossibile presentare un nuovo provvedimento. E il motivo è presto detto: il rendiconto, che per obbligo costituzionale il governo è tenuto a presentare, è la fotografia del bilancio a consuntivo per il 2010 e, quindi, non può essere modificato visto che i numeri non sono soggetti a trattativa.
Ma i risvolti dello psicodramma andato ieri in scena ieri a Montecitorio sono soprattutto politici per le assenze che hanno determinato la bocciatura del provvedimento. A dichiararlo a caldo è stato il presidente della camera Gianfranco Fini che ha rinviato la seduta ad oggi e si è subito dopo incontrato con il presidente della repubblica Giorgio Napolitano. D’altra parte, non si è trattato di un fulmine a ciel sereno.
Qualche avvisaglia c’era già stata nell’aula della camera qualche minuto prima, quando la risoluzione di maggioranza alla nota di aggiornamento al Def era stata approvata con appena due voti di scarto, nonostante in quel momento i banchi del governo fossero al gran completo, Bossi compreso.
Poi, com’è come non è, il senatùr si è lasciato distrarre dai giornalisti; il ministro Tremonti affannato ma ufficialmente in missione non è riuscito a votare arrivando in aula subito dopo il voto; il ministro Maroni era assente giustificato; l’ex ministro Scajola, secondo i bene informati, era lontano dall’aula per incontrare Formigoni e Alemanno; mancavano Miccichè e Scilipoti con cinque responsabili.
È stato il premier a capire per primo di essere stato giocato e scuro in volto ha evitato Tremonti senza degnarlo di uno sguardo e ha guadagnato l’uscita mentre tra i suoi iniziavano attacchi rancorosi.
Se infatti il pidiellino Laboccetta ha puntato il dito contro il ministro Tremonti giudicato irresponsabile per essere entrato «in aula 30 secondi dopo che era già avvenuta la votazione in cui la maggioranza è andata sotto e si è seduto tra i banchi del governo», Scajola e i suoi si sono addirittura riuniti seduta stante nell’aula dove erano accorsi.
Inutile dire che una maggioranza in confusione per aver creato una situazione senza precedenti, in serata, per coprire la rabbia di Berlusconi, andava ripetendo di essere pronta a votare la fiducia.
In un’isteria collettiva se ne è detto convinto il ministro La Russa e gli ha fatto eco il capogruppo pidiellino Cicchitto secondo cui ora occorre verificare la fiducia in parlamento. Ma fiducia su cosa? Proprio Cicchitto, dopo che Berlusconi ai suoi (Letta-La Russa-Bonaiuti) ha chiesto di resistere avendo però compilato la lista nera di chi non ha partecipato al voto, ha spiegato che il ddl intercettazioni viene ora rinviato ma quello di ieri è stato solo un incidente di percorso.
In serata la nota del ministero dell’economia assomigliava ad un’excusatio non petita: «A poche ore dalla presentazione della legge di stabilità il ministro era al ministero impegnato con gli uffici di gabinetto nella valutazione dei dossier relativi a ciascun ministero».
Scatenata l’opposizione che ha chiesto le dimissioni immediate con il capogruppo pd in commissione bilancio della camera, Pierpaolo Baretta, che ha osservato come a questo punto non c’è bilancio dello stato, proprio mentre in mattinata la corte dei conti con il suo presidente Luigi Giampaolino aveva bocciato la riforma fiscale che non avrebbe coperture visto che parte delle entrate sono state utilizzate dal decreto di ferragosto.
Per Giampaolino bisogna evitare tagli lineari alle agevolazioni, giudicati recessivi, mentre vanno tassati beni “personali e reali”. E sul condono fiscale Giampaolino parla di «scelta molto politica» specie per quel che riguarda «le conseguenze sul comportamento dei contribuenti».
Con queste premesse non solo è evidente che domani in consiglio dei ministri non ci sarà un decreto sviluppo, ma neanche la legge di stabilità. La lite nel governo e nella maggioranza è ormai su tutto. A cominciare dal condono, per finire sulle pensioni.

da Europa Quotidiano 12.10.11

Finalmente Sud! Il 29 e 30 ottobre a Napoli

Programma di formazione per 2000 giovani del Mezzogiorno. Bersani: “Sfida innovativa per politica italiana”

Prende avvio a Napoli, il 29 e 30 ottobre, ‘Finalmente Sud’, un programma di formazione politica per 2000 giovani meridionali che avrà la durata di un anno. Questo progetto verrà successivamente esteso dal Mezzogiorno a tutto il territorio nazionale. “E’ la nostra sfida – afferma il segretario del Pd Bersani – per andare in radice sui temi della formazione di una nuova classe dirigente”.

I partecipanti saranno giovani sotto i 35 anni, provenienti da Campania, Calabria, Puglia, Sicilia, Basilicata, Abruzzo, Molise, rappresentanti dei circoli del Pd, amministratori locali, esponenti del mondo dell’associazionismo. E’ un progetto innovativo per la politica in Italia che darà vita ad una grande Rete di E-collaboration.

Ogni singolo partecipante apparterrà contemporaneamente al gruppo dei 2000, a quello dei giovani provenienti dalla stessa regione, a quello della propria provincia, al gruppo dell’area tematica scelta. Il progetto sarà articolato in particolare su tre assi di lavoro, la legalità, l’unità del Paese, l’area euro mediterranea e su sei grandi temi: sviluppo e lavoro, istituzioni e pubblica amministrazione, istruzione ambiente, welfare, cultura.

I 2000 giovani democratici da utenti potranno condividere contenuti formativi su più aree tematiche integrate, scambiarsi informazioni, lavorare su progetti comuni strutturando i gruppi tematici con la modalità del social network e del document management. Il social network che da piazza virtuale diventa politica.

Ogni utente accederà alla propria pagina personalizzata, potrà condividere informazioni ed aggiornamenti con gli altri utenti o con personaggi istituzionali ed entrare nei sottositi dei propri gruppi di lavoro. L’evoluzione formativa sarà garantita dagli strumenti del web 2.0 messi a disposizione dalla piattaforma: avvio di forum, apertura blog, creazione di wiki. Verranno messi in circolo nel sistema testi, esperienze, buone prassi di governo e vere e proprie lezioni a distanza. Inoltre, i partecipanti avranno a disposizione elementi concreti per sviluppare iniziative sui territori di appartenenza. Nascerà una grande comunità di apprendimento, di partecipazione reale alla politica, andando oltre le ‘piazze’ di scambio tra le persone fin qui conosciute, a partire da facebook. In definitiva un percorso innovativo nei contenuti e nelle modalità, mai sperimentato fino ad ora da un partito politico.

da www.partitodemocratico.it

Scuola, Ghizzoni (Pd): dati confermano fallimento Governo su precarietà

“Dopo un ritardo imbarazzante escono solo alcuni dati sulla scuola. Due elementi colpiscono: il primo riguarda il precarieto il secondo i tanti dati che ancora restano secretati. Riguardo l’andamento delle presenze dei docenti precari che, nel 2010-2011, assommano a 115 mila unità pari al 14,9 del totale, dato questo percentualmente identico a quello registrato nell’anno scolastico 2005-06 ciò nonostante il taglio di 67 mila posti negli organici. Difficile vederci la riduzione del tasso di precarietà tanto sbandierata dal ministro Gelmini. I dati che mancano all’appello riguardano invece il funzionamento della scuola primaria dopo la demolizione operata dalla riforma Gli ultimi dati ufficiali risalgono al 2007-08 quando su un totale di 2.275.310 studenti 669.101 frequentavano classi di 40 ore settimanali a tempo pieno (due insegnanti con 8 ore di compresenza); 430.770 frequentavano classi con un orario settimanale variante dalle 31 alle 39 ore con mensa (i cosiddetti Team); 53.311 frequentavano classi da 31 a 39 ore senza mensa; 1.303.473 frequentavano classi con un orario variante tra le 28 e le 30 ore settimanali e 118.665 frequentavano classi con 27 ore settimanali. Qual è la situazione oggi? Coraggio ministro Gelmini tiri fuori il cadavere dal cassetto”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"Cari studenti non mistificate: ecco le proposte Pd sull'università", di Marco Meloni*

Ho letto con attenzione il vostro appello “Comprendere la crisi, pretendere democrazia”, con cui annunciate una mobilitazione che, a partire dalla protesta contro la legge Gelmini e i tagli praticati dal governo in questi anni ai danni dell’università e della ricerca, si rivolge alla “crisi economica, sociale e democratica” che pesa drammaticamente sul nostro Paese – e che colpisce in particolare le generazioni più giovani – attraverso quattro giorni di iniziative che dovrebbero avere ad oggetto il coinvolgimento democratico attorno all’attuazione negli atenei della Legge 240 e le “lezioni sulla crisi”, facendo della conoscenza un bene comune che si propone di uscire dall’istituzione accademica e di fornire strumenti di comprensione della crisi medesima.

Considero questo approccio del tutto condivisibile, tanto che noi del Partito Democratico abbiamo cercato di attuarlo, in diversi modi. Nella nostra attività parlamentare, anzitutto: tra i nostri emendamenti che miravano a migliorare un provvedimento che pur abbiamo contrastato in radice – sia nel merito, trattandosi di una falsa riforma che centralizza e burocratizza il sistema universitario, e verticalizza il governo degli atenei, sia in quanto si tratta solo di una parte di un intervento di ridimensionamento del sistema universitario, realizzato in modo assai più pesante con i tagli operati dal governo a partire dal 2008 – vi erano, infatti, quelli che affidavano alla decisione democratica delle comunità accademiche l’elaborazione dei nuovi Statuti, pensando ad essi come un momento fondativo di atenei realmente autonomi (questo era il senso di altre nostre proposte) e responsabili del loro operato secondo criteri oggettivi e trasparenti.

Anche l’obiettivo di fare dell’università un luogo centrale di comprensione di quanto accade, di elaborazione di proposte operative, di creazione di movimenti politici e civili è del tutto condivisibile, e rappresenta una ri-appropriazione, da parte dei luoghi di elaborazione del sapere, di una loro funzione naturale. Sul contenuto delle idee e delle proposte, il confronto libero e critico è altrettanto naturale, ma certo chiunque apra questi dibattiti – a maggior ragione esprimendo ansie del tutto giustificate e ponendosi obiettivi in linea di massima condivisibili, come nel vostro caso – contribuisce a ridare all’università la dignità e il ruolo che merita.

La base su cui si fonda il vostro appello è il riconoscimento che l’università e il mondo della conoscenza si trovano a essere da un lato l’oggetto primario dell’attacco ai fondamenti della società democratica, quando dall’altro dovrebbero svolgere concretamente la funzione di “bene comune”, condividendo con la società gli strumenti per capire “cosa sta realmente accadendo”. Condivido ancora. Ma osserviamo più da vicino le ragioni per cui è corretto – anche a mio avviso – denunciare con forza l’attacco al sistema dell’istruzione. Voi sostenete che i punti principali nei quali tale attacco si manifesta sia costituito da tre aspetti: la distruzione dell’università pubblica, la precarizzazione della ricerca e il diritto allo studio. Poiché abbiamo impostato la nostra posizione, prima e dopo l’approvazione della legge Gelmini, su ciascuno di questi tre aspetti – studenti, qualità della carriera docente, sistema – provo a richiamare le posizioni del Partito Democratico, anche con riferimento ad alcune delle questioni più tecniche riprese nel vostro appello.

Cominciamo dal diritto allo studio: per noi questo tema è centrale, e rappresenta una vera emergenza. Ricordiamo che in Italia gli studenti che beneficiano di borsa di studio sono appena il 9% del totale degli iscritti, mentre in Francia, Germania e Spagna la ricevono, rispettivamente il 26%, 28% e 21% degli studenti, e che il finanziamento statale passa da 246 milioni del 2009 a 13 (tredici) nel 2013. Per questo abbiamo sia cercato di denunciare il rischio della sostanziale cancellazione del diritto allo studio, sia proposto che nella legge fossero indicati chiaramente alcuni vincoli per il legislatore delegato (la norma, come è noto, nella L. 240 è oggetto di una delega legislativa): borse di studio a tutti gli aventi diritto (sembrerebbe un’ovvietà, purtroppo, invece, molti aventi diritto non possono fruirvi), assistenza sanitaria, trasporti, alloggi per gli studenti. Un vero e proprio welfare studentesco.

Abbiamo proposto un piano straordinario per le residenze universitarie. L’obiettivo del diritto allo studio dovrebbe essere dare mobilità agli studenti, ovvero la libertà per gli studenti di scegliere l’ateneo nel quale iscriversi, eliminando i costi indiretti. Con riferimento alla carriera docente, che consideriamo centrale perché chi ne ha vocazione e volontà possa spendere la sua vita per la missione essenziale di fare ricerca e insegnare all’università, abbiamo presentato proposte precise e articolate nel corso dell’iter parlamentare della legge e, in seguito a un costante confronto con organizzazioni di ricercatori, professori, precari della ricerca, comprese alcune delle vostre, che trovate riassunte qui.

Obiettivi di fondo: assicurare che il rapporto tra docenti in ruolo e studenti sia migliore (al contrario di quanto molti pensano, abbiamo meno docenti di quanti sarebbero necessari già per l’attuale numero degli studenti) ed evitare che l’accesso alla carriera sia lunghissimo e incerto e, dunque, appannaggio principalmente di chi ha le risorse, economiche o relazionali, per affrontare questo rischio. Le politiche di questo governo, e la legge Gelmini, fanno il contrario, come ormai è evidente: tasso di sostituzione minimo se non inesistente per i numerosissimi docenti che vanno in pensione, espulsione dal sistema di decine di migliaia di precari (ai quali non si dà la possibilità di un concorso), nessuna prospettiva seria di carriera – in seguito a concorso – per gli attuali ricercatori (ricordiamo che nel dibattito parlamentare il numeretto magico agitato dal governo era 9.000, ora sono 1.500, appannaggio solo degli idonei ai vecchi concorsi), accesso alla carriera privo di qualsiasi regola certa, con l’inganno della tenure track all’amatriciana, nient’altro che precariato mascherato (gli addetti ai lavori sapranno che i posti finora banditi finora sono così ripartiti: 101 contratti di tipo A, 2 (due, sì) di tipo B).

In più, il ritardo nell’attuazione della riforma e la contraddittorietà di alcune norme fa sì che alcune garanzie fondamentali, inserite nella legge grazie a emendamenti del PD, siano disattese. Tra queste, ricordiamo l’impossibilità di affidare incarichi o contratti di insegnamento a titolo gratuito o quasi, o quella di affidare ai ricercatori insegnamenti senza compensi suppletivi, entrambe sostanzialmente disattese. Sulla posizione della CRUI: fin dallo scorso anno abbiamo chiesto ai rettori di rinunciare a rimpiazzare i ricercatori che, legittimamente, rinunciavano all’attività didattica con docenti a contratto, e denunciato la prassi di affidare contratti di insegnamento a titolo gratuito.

Abbiamo proposto – anche attirando dure critiche da buona parte del mondo accademico e dell’opinione pubblica, impreparati entrambi all’idea che si possa mettere in discussione chiunque detenga posizioni consolidate – di promuovere un vero ricambio generazionale nella classe docente, attualmente la più “anziana” al mondo, allineando alla media degli altri paesi l’età di pensionamento dei docenti e sostituendo integralmente i punti organico liberati con nuovi docenti e ricercatori. Ho già richiamato alcune proposte rispetto al processo di adozione degli atti (Statuti e regolamenti) relativi al governo degli atenei. Abbiamo chiesto, in tutte le sedi, di dare un significato concreto alle parole “autonomia” e “valutazione”, affidando le risorse in base alla qualità della ricerca e della didattica e agli obiettivi di coesione del sistema, che deve essere promosso in modo equilibrato su tutto il territorio nazionale.

Più in generale, abbiamo sostenuto la necessità di regole chiare: per la nomina degli organi di governo degli atenei, per la ripartizione delle risorse e per la stesura di accordi di programma, veri grimaldelli che consentono di differenziare gli atenei sottoposti all’oppressivo controllo centralistico previsto della legge da quelli che, invece, possono esercitare pienamente la loro autonomia e che, attualmente, sono affidati alle trattative private tra ministro e rettori, senza alcuna regola né trasparenza sugli obiettivi di sistema perseguiti. In termini generali, abbiamo mantenuto alcuni punti fermi. Abbiamo voluto rimarcare costantemente l’errore di fondo (voluto o meno, noi crediamo di sì) del governo, che nel 2008 ha preferito il salvataggio Alitalia, l’abolizione dell’ICI agli investimenti nell’università, al contrario di quanto hanno fatto altri Paesi europei, Francia e Germania in primis: da noi disinvestimento per 1 miliardo su 7, da loro nuove risorse per oltre 10 miliardi ciascuno.

Abbiamo voluto criticare con forza quella retorica della riforma che ha portato a una violenza linguistica infarcita di parole come “merito”, “talenti”, “baroni”, per coprire un disegno centralistico, iperburocraticista e di graduale disinvestimento dell’università pubblica. Abbiamo lavorato per svelare il reale disegno di questa destra: diminuire il livello d’istruzione dei giovani italiani, sostituendo all’analisi dei dati oggettivi – che ci dicono chiaramente che siamo indietro rispetto a qualsiasi statistica, su base europea o OCSE – e la retorica del “lavoro manuale” e dei “troppi laureati” come via d’uscita dalla crisi. L’unica visione con cui il governo Gelmini-Tremonti si è presentato alle giovani generazioni è la caduta delle aspettative. Così, su indicatori chiave quali l’abbandono scolastico e il numero dei laureati, i documenti ufficiali presentati dal governo in Europa assegnano al nostro Paese obiettivi per il 2020 inferiori alla media europea del 2010.

È proprio così: secondo loro tra 10 anni non dovremmo neppure puntare a raggiungere il livello medio europeo attuale. Nel dettaglio, gli obiettivi per il 2020 sono il 16% di tasso di abbandono scolastico (ora siamo oltre il 18%, la media UE è sotto il 14%), il 26/27% di laureati (siamo poco sopra il 20%, la media UE è oltre il 32%). Un disegno di disinvestimento, ridimensionamento, impoverimento e sostanziale annullamento della mobilità sociale – e dunque dell’equità e della corretta valorizzazione di talenti e vocazioni – che è stato perseguito pervicacemente e con indubbio successo, visto che le immatricolazioni negli ultimi anni calano in modo allarmante e gli studenti italiani sono, in Europa, quelli che credono meno all’utilità dello studio.

Abbiamo sempre considerato complementari tra loro da un lato l’azione parlamentare di opposizione alla riforma e le proposte alternative di intervento e dall’altro il nostro impegno e il ruolo dei partiti non rappresentati in Parlamento, così come la mobilitazione di studenti e ricercatori, i quali, pur essendo i soggetti meno liberi nel sistema universitario, hanno costantemente affiancato protesta e proposte e soprattutto hanno avuto la capacità di “risvegliare” l’opinione pubblica dal torpore su una delle principali questioni che interessano il futuro del nostro Paese. Abbiamo sempre dialogato, in molti casi trovandoci d’accordo con le proposte di altre forze di opposizione e di movimenti rappresentativi del mondo universitario, in qualche caso formulando proposte differenti. Ma prendendo sempre sul serio gli argomenti prospettati, portando rispetto per gli interlocutori, spiegando pubblicamente le ragioni delle nostre posizioni.

Tutto ciò premesso, ora leggo nel vostro appello che questo disegno che ho cercato di descrivere e contestare, anche in questa sede, sia nell’impianto complessivo sia nel merito di alcune questioni, sarebbe “in larga misura condiviso in maniera bipartisan”. Se, come è normale presumere, per ciò si intende un consenso del Partito Democratico (e delle altre forze di opposizione) rispetto alle politiche di questo governo, non posso nascondere un forte disagio e un fermo dissenso. Considero questa affermazione, infatti, al contempo un’offesa e una mistificazione della realtà. Si tratta di un’offesa nei confronti delle persone che, mantenendo sempre aperto il dialogo con voi e altri movimenti, si sono impegnate con il Partito Democratico per difendere le esigenze dell’istruzione pubblica in Parlamento; degli studenti e dei ricercatori che hanno portato il loro punto di vista in tanti nostri appuntamenti – Forum Università e ricerca del PD, Feste democratiche, gruppi di lavoro tematici – condividendo costantemente una riflessione sulla crisi dell’università e del Paese.

Si tratta di una mistificazione della realtà nei confronti dell’opinione pubblica che rischia di creare artificiosamente uno scontro che non esiste, fondato sul paradigma dell’assimilazione di tutta la “classe politica”, che si contrapporrebbe all’interesse generale alla difesa dell’istruzione e dell’università. Viviamo un momento drammatico per la vita culturale e civile del Paese, nel quale le conseguenze del considerare “tutti uguali” – su questo come su altri temi – rischiano di essere molto negative. Non siamo tutti uguali, ed è evidente a tutti – tranne che ai mezzi di comunicazione di proprietà della famiglia Berlusconi, ovviamente ben poco disinteressati – che ciascuna forza politica ha le sue idee, i suoi meriti e le sue responsabilità. È un punto dirimente: il tentativo di assimilare tutti nella responsabilità di questa crisi ha l’evidente conseguenza di evitare di entrare nel merito delle questioni e di trovare nel sistema democratico – mutato, rigenerato, come sempre nella storia delle democrazie – le vie d’uscita alla crisi medesima. L’esito – gli esempi non mancano – molto spesso è rappresentato da soluzioni da destra populista, che non mi pare siano ciò di cui il nostro Paese ha bisogno.

Dunque si tratta, a mio avviso, anche di un errore politico. Per questo, consentite la franchezza, così come abbiamo sempre avuto rispetto per le vostre opinioni – un rispetto che intendo dimostrare anche ora, rispondendo nel merito alle vostre affermazioni – intendiamo continuare a dialogare e a confrontarci solo a condizione di avere da voi altrettanto rispetto. Per noi, per la verità oggettiva dei fatti, per le persone che rappresentate, per l’opinione pubblica. Discutiamo insieme dell’università e della ricerca, della crisi e delle vie per uscirne, del debito pubblico, della crescita e dell’equità sociale e generazionale. Discutiamone con rispetto e senza fare caricature. Confrontiamoci con l’ampia questione democratica, nel nostro Paese, in Europa e nel mondo ma senza accantonare le necessità impellenti degli atenei, del diritto allo studio, della retribuzione dei ricercatori. Parliamo di futuro, soprattutto: il Partito Democratico punta, col contributo di tutti, a presentare le sue proposte nella Conferenza nazionale dell’Università e della Ricerca. La nostra idea è che sia necessario ricostruire il Paese dalle fondamenta: legalità e democrazia da un lato, istruzione e conoscenza dall’altro. Su queste fondamenta possiamo riprendere a costruire una stagione di crescita ed equità. Ci attendono scelte difficili: mettiamoci al lavoro insieme per comprendere e agire, assumendoci in pieno le nostre rispettive responsabilità e portando, anche nel nostro confronto, la chiarezza e la civiltà che può partire solo dall’affermazione, prima di tutto, della verità dei fatti.

*Responsabile Università e ricerca segreteria nazionale PD

L’Unità 11.10.11