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"Cambiano i vertici europei, ma cambierà anche la Ue?", di Paolo Soldini

Due giorni per cambiare i vertici della Ue. Stasera, salvo sorprese (improbabili), Jean-Claude Juncker sarà il nuovo presidente della Commissione, pronto a prendere il posto di Barroso allo scadere del suo mandato, a novembre o forse prima. Domani sera, oppure domani notte o giovedì all’alba se tra i 28 capi di stato e di governo ci sarà da litigare, dovremmo conoscere i nomi del presidente del Consiglio europeo che succederà a Herman Van Rompuy e del Signor o della Signora Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza che succederà a Catherine Ashton. Poi, se va bene, di qualche commissario e, forse, chissà, del presidente dell’Eurogruppo, ovvero del consiglio dei 18 ministri dell’Economia e delle Finanze dei Paesi con la moneta unica, che potrebbe essere il commissario agli Affari economici ma anche un altro. Vedremo.
Oggi il parlamento a Strasburgo, domani i massimi leader a Bruxelles disegneranno insomma la nuova mappa del potere europeo, così com’è venuto fuori dal voto dei cittadini a maggio – ed è stata una grossa e importante novità democratica – e così com’è andatosi aggiustando nelle faticose negoziazioni tra le cancellerie, nel segno dei rapporti di potere tra gli Stati e delle mediazioni tra le politiche che essi esprimono.
Domanda: i nuovi poteri esprimeranno una nuova politica oppure invereranno anche lassù a Bruxelles la mesta logica del Gattopardo? Sul fatto che la strategia economica dell’Unione debba cambiare, passando dall’idolatria della disciplina di bilancio alla dottrina profana degli investimenti e dei soldi da spendere per il lavoro e la ripresa dei consumi, c’è un accordo crescente che va dai socialisti agli economisti più avvertiti (e più ascoltati) come i «cinque saggi» tedeschi e che tocca ormai anche le sponde del centro-destra, pur se le durezze del capogruppo popolare nel dibattito parlamentare sul semestre italiano e certi toni che continuano ad arrivare dalle capitali del rigore, dicono che qualche battaglia s’è vinta ma la guerra ancora no. Comunque è ragionevole pensare che i nuovi vertici, a cominciare da Juncker e dal presidente del Consiglio, chiunque sarà (l’ex capo del governo estone, il liberale Andrus Ansip, la premier danese Helle Thorning-Schmidt o chi ancora?), non si arroccheranno su posizioni che neppure Frau Merkel in Germania presidia più con la determinazione di un tempo. La recente diatriba sulla flessibilità reclamata dal governo italiano ha mostrato le remore, le ostilità e i margini, piuttosto stretti, in cui si giocano le eventuali aperture, ma è tutta da esplorare la terra vergine dell’impiego, a fini di rilancio dell’economia dai consumi al lavoro, delle risorse proprie europee. E su queste terre non è da escludere che ci si imbatta in novità interessanti.
Juncker sui programmi si tiene prudente, com’è inevitabile se non giusto, affidandosi alla consolidata formula per cui bisogna, sì, favorire la crescita con misure adeguate, ma mantenendo fede alla rigidità degli obiettivi del Patto di Stabilità. Insomma, l’ossimoro cui tutti, o quasi, tributano una fedeltà più o meno sincera. Il lussemburghese lo accompagna con un altro proposito un po’ contraddittorio: la dichiarata intenzione di recuperare i rapporti con Londra, che come si sa gli ha fatto la guerra, promettendo attenzione per le pretese britanniche.
Comunque, l’impegno, preso giorni fa davanti agli eurodeputati socialisti & democratici, di nominare un socialista come successore di Olli Rehn agli Affari economici e monetari è un chiaro segnale d’apertura verso chi propugna politiche espansive. E il segnale potrebbe moltiplicare il suo valore se andasse in porto l’operazione, di cui si parla in queste ore a Bruxelles, di unificare l’incarico di commissario economico con quello di presidente dell’Eurogruppo. Uno sviluppo che frustrerebbe le manovre della destra mettere al vertice dei 18 lo spagnolo Luis de Guindos, già advisor della Lehman Brothers e tuttora affiliato all’Opus Dei.
Poi c’è il terreno della politica estera. Qui il bisogno di cambiamento appare ancora più evidente nelle ore in cui l’Unione sta dando l’ennesima umiliante prova di non esistenza di fronte alla tragedia di Gaza. Le possibilità che l’istituzione dell’Alto Rappresentante trovi senso e funzione sono limitate dalla stessa ambiguità intergovernativa della carica, sospesa come una corda da equilibrista tra le diversità e i contrasti delle politiche estere nazionali. Ne è una prova anche ciò che sta accadendo in queste ore, con la fronda dei Paesi dell’est e – manco a dirlo – della Gran Bretagna sulla candidatura di Federica Mogherini.
La ministra degli Esteri italiana è accusata di essere «troppo disponibile» al dialogo con Mosca, tanto sulla vicenda ucraina quanto sul progetto South Stream. La critica, al di là del merito, è illuminante dell’arrière-pensée di chi la fa: gli interessi nazionali sono prevalenti e non possono «sciogliersi» in un superiore interesse dell’Unione.
L’ambiguità intergovernativa dell’Alto Rappresentante è, insieme, espressione e causa dell’incompiutezza dell’integrazione europea. Chi vuole davvero una politica estera comune dovrebbe impegnarsi a superarla. Può essere un terreno di iniziativa per la presidenza italiana.

da L’Unità

"Concretezza e capacità di delegare antidoti (scout) contro gli autoritarismi", di Mauro Magatti

Con la velocità e la determinazione di cui è capace, Renzi batte quotidianamente il tempo del cambiamento: il Senato, la legge elettorale, il terzo settore, la riforma della Pubblica amministrazione, il jobs act sono i tanti temi che si rincorrono nell’agenda politica. D’altra parte, come ha ripetutamente affermato, la sua strategia è dimostrare al Paese che cambiare si può. E gli italiani si augurano che ce la faccia.
Così, grazie alla legittimazione elettorale di cui dispone, Renzi gioca la sua leadership forzando la mano a una classe politica riluttante. E questo lo fa a suon di ceffoni. Cosa che gli accresce il consenso popolare e insieme l’astio di chi si sente messo all’angolo.
È normale che, in un Paese complicato come l’Italia, chi vuole cambiare sia tacciato di autoritarismo. E non è difficile capire che, dietro a questa accusa, si celano spesso invidie e resistenze. D’altra parte, il fatto che Renzi, non richiesto, si sia sentito di rispondere a questa critica che sta nell’aria, è segno che si tratta di un punto sensibile.
In realtà, l’Italia si trova oggi in una situazione singolare: al di là dei meriti del capo del governo, è come se l’intero Paese, esausto e sfiduciato, si fosse consegnato nelle mani di un uomo solo. Non è la prima volta che ciò accade nella nostra storia. Ciò, se da un lato dà al premier uno spazio di azione straordinario, dall’altro nasconde una sottile insidia: quanto più fragorosamente si disgregano assetti istituzionali ed equilibri di potere, tanto più velocemente si riforma, attorno al capo, in modo informale e caotico, una nuova corte — fatta non solo di singole persone ma anche di gruppi di potere — che ha tutto l’interesse a sfruttare a proprio vantaggio la situazione. Ciò, oltre a produrre quel sapore autoritario, rischia di cancellare la critica, deprimere la competenza, far perdere lucidità decisionale, scardinare le istituzioni.
Nell’educazione scout in cui è cresciuto Renzi, i temi della leadership e della promessa sono centrali. Provenendo dalla stessa matrice culturale, mi permetto di riprendere due sottolineature di quel mondo, utili per superare la situazione nella quale Renzi rischia di impantanarsi.
La prima è che «autorità» viene dalla stessa radice della parola «autore», che significa «colui che fa accadere». Per questo, l’autorità è legittima solo se è autentica. Cioè se fa quello che dice. Se mantiene le promesse. Renzi lo continua a ripetere. Quasi ossessivamente. Perché sa che, nella condizione in cui si trova — quasi dovesse tirare un calcio di rigore — non può fallire. Dimostrata la sua bravura nello sfondamento, il premier si misuri ora sulla congruenza di un disegno di riforma complessivo — che non è proprio facile scorgere — e sulla concretezza dei risultati ottenuti. Nel mondo reale e non solo negli atti parlamentari. Avendo la pazienza di curare fin nei minimi dettagli la realizzazione delle riforme annunciate e l’umiltà di circondarsi dei migliori che gli possono dare una mano nel centrare l’obiettivo.
La seconda sottolineatura è che l’autorità diventa fattore di cambiamento vero e duraturo solo se, assumendosi le proprie responsabilità, è al contempo capace di «autorizzare». Cioè se è capace di non cedere alla angoscia del controllo che porta all’accentramento. Che alla fine blocca il cambiamento. Nella fase di costruzione, non basta battere il tempo; occorre delineare un’armonia che permetta la mobilitazione diffusa e coerente delle tante energie propulsive presenti nella società. Autorizzando, cioè, tanti altri, nei diversi campi della vita sociale, a diventare protagonisti della vita del Paese. È su questo secondo aspetto che si vedrà se la deriva statalista potrà dirsi davvero archiviata.
A chiederlo è peraltro il tempo che viviamo. Uomini soli al comando possono servire per aprire varchi nuovi. Ma per costruire e cambiare davvero, per rianimare un’intera società, occorre saper decidere delineando il senso di un cambiamento di cui sia possibile condividere con altri le aspirazioni e le ragioni. Che vengono prima e vanno oltre la persona del leader. E di cui egli porta, solo provvisoriamente, la responsabilità.
Il premier ci rifletta. È sulla sua capacità di qualificare in modo più articolato la propria leadership nella nuova fase apertasi a seguito del salto che egli stesso ha consentito all’Italia di compiere, che si giocherà il suo e il nostro futuro.

da Il Corriere della Sera

"Fine silenziosa del referendum", di Michele Ainis

Le Costituzioni invecchiano, come le persone. Però, a differenza di noialtri, possono ringiovanire, bevendo un elisir di lunga vita. È a questo che serve ogni riforma, a proiettare nell’attualità un testo figlio dell’aldilà, di un’altra stagione della storia, affinché continui a rispecchiare lo spirito del tempo. E che faccia ha il nostro spiritello? Quella di chi va di fretta, sicché detesta le lungaggini della democrazia parlamentare, tanto più se rallentata da due Camere gemelle. Dunque la revisione del Senato gli strapperà un sorriso, come del resto il rafforzamento del governo, liberato dal ricatto della doppia fiducia. Qui e oggi, il nostro umore collettivo esige decisioni rapide, governi stabili, politici senza privilegi. Di conseguenza l’indennità zero per i nuovi senatori offre un’altra occasione per sorridere: e tre.
Ma questo spiritello ha anche voglia di passare dall’altro lato dello specchio: vuole decidere, oltre che guardare. Da qui la crisi delle assemblee parlamentari, che peraltro è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli Usa Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci, la Primavera araba le ha sostituite con le piazze, in Europa il ritiro della delega s’esprime con la diserzione dalle urne e con la domanda di democrazia diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto: fino al 1900 ne vennero celebrati 71; nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero altri 197; ma nel mondo si sono tenuti 531 referendum dal 1951 al 1993, e ormai sono innumerevoli, non basta il pallottoliere per contarli.
Su questo versante, tuttavia, la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Anzi: le dipinge in viso un’altra ruga. Sta di fatto che gli unici due strumenti introdotti dai costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Sennonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate d’uno sguardo; il secondo è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto. Avremmo potuto attenderci qualche correzione nel progetto del governo: macché, silenzio tombale. Poi ha parlato la commissione Affari costituzionali del Senato, e avrebbe fatto meglio a stare zitta. Perché ha quintuplicato le firme necessarie sulle leggi popolari (250 mila), in cambio di un occhio di riguardo. Ma è un occhio finto: quelle leggi verranno esaminate «nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari». E senza la possibilità di trasformarle in referendum propositivi ove le Camere restino silenti, come suggerì a suo tempo la commissione dei 35 esperti insediata dal governo Letta.
E il referendum abrogativo? In pratica, abrogato. Scende di qualche gradino il quorum, però anche in questo caso salgono le sottoscrizioni: da 500 mila a 800 mila. Mica poco, se esercitiamo per esempio la memoria sull’insuccesso dei 12 referendum radicali, depositati l’anno scorso in Cassazione; il migliore (quello sulla responsabilità civile dei giudici) si è arrestato a 421 mila firme, eppure li aveva sottoscritti tutti e 12 pure Berlusconi.
Significa che già adesso, per allestire un referendum, serve un movimento organizzato e ben determinato. Significa perciò che da domani il referendum sarà un’arma a disposizione dei partiti, non dei cittadini. Degli eletti, non degli elettori.
Anche perché ormai l’autocertificazione è legge, la Pubblica amministrazione s’affaccia dallo schermo dei computer, ma per ogni referendum bisogna raccogliere le firme su carta e alla presenza di un pubblico ufficiale. E il voto elettronico? Usato in Belgio, in Austria, in Irlanda, in Svizzera, in Estonia (dove l’accesso a Internet è garantito dalla Costituzione), usato in India come in Messico e in Brasile, in Florida come in Arizona. Usato dall’Unione Europea per sottoscrivere le leggi popolari (e qui peraltro bastano un milione di firme, lo 0,2% della popolazione complessiva). In Italia, viceversa, i governi ci chiedono d’accendere il computer per esprimere pareri (dal valore legale della laurea alla spending review , dalla giustizia alla burocrazia), mai per timbrare decisioni.
D’altronde, in futuro, ci resterà ben poco da decidere. Con questa riformulazione, il referendum potrà colpire intere leggi o singoli frammenti, purché «con autonomo valore normativo». Traduzione: stop ai referendum manipolativi, quelli che cancellavano una virgola di qua, un avverbio di là, trasformando il significato della legge, e trasformando perciò il referendum abrogativo in propositivo, benché negato dai costituenti.
Con le nuove regole, il quesito elaborato da Segni nel 1993 verrebbe dichiarato inammissibile; eppure quel quesito aprì l’era del maggioritario, inaugurando la Seconda Repubblica. Ma evidentemente i nostri politici ci si sono affezionati, non vogliono correre il rischio di precipitare nella Terza Repubblica. Contenti loro, scontenti noi.

da Il Corriere della Sera

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"Se uno su dieci diventa povero", di Tito Boeri

CON la pubblicazione ieri da parte dell’Istat dei dati sulla povertà nel 2013, cominciamo ad avere un quadro abbastanza completo di cosa è successo alla distribuzione dei redditi in Italia in questa interminabile crisi. Bene chiarire subito che è stato uno shock senza precedenti nella storia repubblicana.
IL reddito medio è calato in sei anni del 13 per cento, riportandosi ai livelli di un quarto di secolo fa. Per ritrovare un potere d’acquisto medio comparabile dobbiamo risalire al 1988, per capirci l’anno del disgelo fra Stati Uniti e Unione Sovietica, con la visita di Ronald Reagan a Gorbaciov nel freddo inverno moscovita. Bene che i politici e coloro che fanno informazione si ricordino di questo meno 13% nel commentare le prese di posizione delle rappresentanze di interessi che lamentano il calo dei redditi delle categorie da loro rappresentate. Nelle ultime settimane, ad esempio, abbiamo assistito ad un florilegio di comunicati che lamentavano il crollo dei redditi dei pensionati proprio mentre partiva la campagna di Cgil-Cisl-Uil per estendere ai pensionati il bonus di 80 euro del governo Renzi. Ma anche i dati più allarmanti (quelli rilasciati da Confersercenti) segnalavano un calo dei redditi dei pensionati inferiore al 10 per cento, quindi ben al di sotto di quello vissuto dall’italiano medio in questo periodo. Se poi si guardano i dati dell’Istat, ci si rende conto che quello dei pensionati è l’unico gruppo sociale i cui redditi siano addirittura aumentati almeno durante la prima parte della crisi, nella Grande Recessione del 2007-9, e come la fascia di età al di sopra dei 65 anni sia l’unica in cui la povertà non è aumentata in questi lunghi anni di crisi.
La cosa forse più sorprendente che si impara leggendo le statistiche (lo fa in dettaglio Andrea Brandolini su lavoce.info) è il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, le disuguaglianze non sono aumentate, se non marginalmente, durante la crisi. C’è stato come uno spostamento verso il basso dell’intera distribuzione dei redditi, senza che le forti disuguaglianze che la caratterizzavano in partenza siano sensibilmente aumentate. Non ci sono oggi ragioni in più di quelle che c’erano prima della crisi per preoccuparsi di queste disuguaglianze. Ce ne sono invece molte di più per preoccuparsi della povertà assoluta, delle persone che vivono al di sotto di standard di vita decorosi, raddoppiate in sei anni, passando da meno di 3 milioni a più di 6 milioni. Lo ha certificato ieri l’Istat sulla base di dati sulla spesa delle famiglie, peraltro in coerenza con i dati sui redditi del rapporto Caritas, già discusso su queste colonne sabato da Chiara Saraceno.
Un altro luogo comune che viene fortemente messo in discussione da queste statistiche è quello sul ridimensionamento della cosiddetta classe media. Non c’è stata una polarizzazione dei redditi, con uno schiacciamento di chi sta in mezzo. Nel calo generalizzato dei redditi, la quota di reddito nazionale del 60 per cento di persone che hanno redditi superiori a quelli del 20 per cento più povero e inferiori a quelli del 20 per cento più ricco della popolazione, è rimasta praticamente invariata dal 1985 ad oggi. C’è stato addirittura un incremento della percentuale di persone che appartengono alla classe media, definita come persone che guadagnano meno del doppio e più di tre quarti di chi si posiziona esattamente a metà nella distribuzione dei redditi. Questo perché non pochi fra quanti erano inizialmente nelle parti alte della distribuzione sono scesi al di sotto del 200 per cento del reddito mediano, finendo così per approdare nella cosiddetta middle class. Questa al contempo ha perso famiglie che dalla classe media sono scivolate in condizioni di povertà.
Questi dati sono molto importanti per capire i problemi distributivi che stanno di fronte alla politica economica in Italia. Nel declino economico generalizzato del nostro paese e nelle due pesanti recessioni che abbiamo attraversato sembra esserci stato un arretramento complessivo, in cui tutti i decili della distribuzione del reddito hanno subito un peggioramento assoluto. L’Italia è un paese in cui i problemi distributivi sono al contempo sempre più marcati e sempre più difficili da risolvere perché anche chi potrebbe “dare di più” ha già assistito ad una erosione del proprio reddito e, dunque, in qualche misura si sente di avere già dato. È davvero il momento di preoccuparsi per la prima volta in Italia dei più poveri, degli ultimi degli ultimi, ignorati anche dai bonus di Renzi, che ha escluso i cosiddetti incapienti e i disoccupati. Bisogna offrire protezione di base anche a chi ha meno di 65 anni. Bene che chi ci governa sia consapevole del fatto che è illusorio pensare di costruirsi le proprie fortune elettorali con trasferimenti alla classe media. Oggi la classe media è troppo numerosa (si tratta di più di 34 milioni di persone) per i nostri vincoli di bilancio: nessun governo potrà mai attuare trasferimenti (o riduzioni di tasse) sufficientemente grandi per essere percepiti da chi appartiene alla middle class. Mentre la costruzione di un efficace paracadute contro la povertà per tutti costerebbe molto meno e verrebbe apprezzata anche dall’elettore medio. La lezione della crisi è infatti che anche chi ha redditi a metà tra i più ricchi e i più poveri rischia di precipitare nell’indigenza. È una lezione che conoscono molto bene le famiglie con figli minori: ne bastano due per avere un rischio di povertà doppio rispetto a quello dell’italiano medio. Ne sono perfettamente consapevoli anche gli elettori mediani, coloro che, appena al di sopra dei 50 anni, sono al contempo troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per essere riassunti in caso di perdita del lavoro, per colpa di istituzioni, di regole contrattuali e regimi di contrattazione salariale, che ci ostiniamo a non voler riformare.

da La Repubblica

"Due Italie sempre più lontane", di Nicola Cacace

I recenti dati dell’Istat sulla povertà delle famiglie e quelli della Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie mostrano plasticamente il quadro delle due Italie che si allontanano sempre più per effetto della crisi e di meccanismi di diseguaglianze crescenti cui è difficile porre riparo. Renzi ci sta provando, coi tetti agli stipendi degli alti dirigenti e con gli 80 euro ai dipendenti. Troppo poco per la dimensione del gap e perché ci sono solo due modi per combattere le diseguaglianze, fisco progressivo e welfare inclusivo. Speriamo ci riesca, ma il tempo non gioca a favore, tra la gravità dell’oggi ed i tempi realizzativi di leggi e norme.
Il raddoppio della povertà assoluta tra 2007 ed oggi, da 2,4 milioni, 4% della popolazione, a 4,8 milioni, 8% della popolazione, è un segnale di gravità assoluta, cui neanche iMedia hanno dedicato l’attenzione dovuta. Solo in Grecia, in nessun altro paese Spagna inclusa, si è realizzato un peggioramento così netto della condizione sociale. Al cospetto di questi dati, se non si sono verificati sinora episodi significativi di violenza sociale, questo è dovuto alla funzione di aiuto a figli e nipoti esercitata da milioni di pensionati, quelli che godono di pensioni calcolate col vecchio metodo retributivo, che però, secondo la legge inesorabile del fine vita, si riducono di alcune centinaia di migliaia ogni anno. Gli esperti ritengono che almeno la metà dei 14 milioni di pensionati attualmente sostengono almeno 8 milioni di giovani e relative famiglie, consentendo loro una stentata sopravvivenza.
«Nonostante il calo degli ultimi anni, le famiglie italiane mostrano nel confronto internazionale un’elevata ricchezza netta, pari a 7,9 volte il reddito lordo disponibile; tale rapporto è comparabile con quello di Francia, Regno Unito e Giappone e superiore a quelli di Stati Uniti, Germania e Canada». Così commentava Bankitalia nel suo ultimo rapporto 2013 sulla ricchezza delle famiglie. Si noti che gli italiani sono più ricchi anche di paesi con Pil per abitante più alto. C’è un’altra peculiarità del dato italiano: l’elevata ricchezza di cui parla Bankitalia ha una sua caratteristica unica, è concentrata in poche mani, il 46% della ricchezza totale di 8.542 miliardi è posseduta da 2,4 milioni di famiglie, il 10% della popolazione, mentre l’ultima metà della popolazione ne possiede meno del 10%. C’è di più. Le due Italie , la maggioranza di poveri e ceto medio e la minoranza dei più ricchi, bravi e fortunati hanno reagito diversamente rispetto alla crisi, il potere d’acquisto della maggioranza si è ridotto molto di più della ricchezza reale e finanziaria.
«Nel 2012 il valore della ricchezza netta complessiva è rimasto quasi invariato, dato che la flessione del valore delle attività reali (gli immobili, -3,5%) è stato in parte compensata da un aumento delle attività finanziarie (4,5%)» (BdI).
Di fronte al perdurare di una crisi feroce che colpendo duramente poveri e ceto medio mina le basi di convivenza civile e democratica, di fronte alla condizione di «ricchezza» di una minoranza, meritata sin che si vuole ma comunque realizzata anche grazie agli stakeholder del sistema paese, lavoro, territorio, ambiente, etc., la soluzione di chiedere un contributo straordinario – non chiamiamola più patrimoniale, come si suggerisce da più parti -, un contributo una tantum ai cittadini che possono per aiutare a non morire, donne, vecchi e bambini mi sembra una soluzione obbligata per una nazione che voglia continuare ad essere tale e non solo un declinazione geografica.
Perché rivolgersi alla ricchezza e non ai reddito come fatto in occasione di crisi passate (Giuliano Amato)? Perché la ricchezza in Italia è più facilmente monitorabile rispetto ai redditi, la ricchezza immobiliare è nel Catasto, la ricchezza finanziaria nella banca dati della Finanza.
Le formule di un contributo straordinario che potrebbe fornire qualche decina di miliardi sono molte. Una di queste, ripresa da Luca Landò su l’Unità, è di chiedere un contributo straordinario ai possessori di ricchezza superiore ai 2 milioni di euro, che sarebbero poco meno del 10% dei 24 milioni di famiglie totale. Un’aliquota media dello 0,5% darebbe un contributo straordinario medio di 10mila euro a famiglia, che non manderebbe fallito nessuno e potrebbe fornire a Renzi e Padoan una ventina di miliardi utili a tante cose, estendere il contributo degli 80 euro ad altre categorie in pena, pensionati, precari, partite Iva, stabilire sussidi per le famiglie povere, pari alla differenza tra reddito familiare e livello di povertà, etc. Molti autorevoli personaggi hanno in passato avanzato proposte simili, senza successo, da Pellegrino Capaldo a Luigi Abete, da Pietro Modiano a Vito Gamberale, a Carlo De Benedetti ed altri ancora, senza successo. Sinora né Renzi né i suoi hanno mostrato sensibilità al tema, con l’eccezione del responsabile economico Taddei, se ho ben capito alcune sue riflessioni. Ma, si sa, Spes ultima dea.

da L’Unità

"La campionessa della destra che vuol comprare l’Unità", di Michele Serra

Santanchè che vuole comperare l’Unità è un po’ come se il comandante Marcos debuttasse come broker a Wall Street. Sono gli scherzi del post-ideologico, che per quanto post ancora non era riuscito a scardinarle proprio tutte, le coordinate del vecchio panorama politico e sentimentale del pianeta Terra.
Avveretenza: un giornale (o una qualunque azienda) in agonia merita rispetto a prescindere, e non c’è offerta, non c’è obolo che almeno da un orecchio non possa essere ascoltata con cortesia anche se poi verrà rifiutata con altrettanta cortesia; a meno che, come Casaleggio, si attenda la fine del mondo stropicciandosi le mani, tanto poi si va tutti a vivere su Plutone via internet. Il vecchio glorioso amato e odiato giornale fondato da Antonio Gramsci si dibatte da decenni (non per diretta volontà di Casaleggio, insomma) in una crisi ferale, che è di mercato e prima ancora di ruolo: dunque non merita astio né spregio la proposta di acquisto che la signora ha
avanzato in tandem con Paola Ferrari, giornalista, conduttrice televisiva e moglie di Marco De Benedetti. Niente di illecito o di ingiurioso. Ma di sbalorditivo, sì.
Sbalorditivo perché Santanché, tra i tanti difetti, ha sempre avuto il pregio di una schietta faziosità, donna di destra dal rossetto ai tacchi, dai sentimenti — è la compagna del feroce Sallusti — all’eloquio da parà. Perché dunque inserire nel suo shopping anche un giornale comunista? I dietrologi ci sguazzeranno, immaginando un movente sadomaso (ti compero perché voglio che agonizzi tra le mie braccia) o una brutale intenzione pedagogica (ti compero e ti raddrizzo la schiena finché non abiuri e scrivi che Gramsci, se fosse ancora tra noi, tornerebbe in Sardegna solo per brindare al Billionaire). Noi gente semplice restiamo, invece, a bocca aperta, come i vecchi diffusori dell’Unità alla bocciofila, come i lettori residui (pochi ma non pochissimi) di quel giornale che ha segnato la storia del Paese, che nacque nella Torino operaia e intellettuale, che fu clandestino sotto il fascismo, che entrava in fabbrica, negli anni Cinquanta, nascosto sotto il giubbotto dei sindacalisti, il giornale che milioni di italiani comunisti comperavano ogni mattina per sapere “che cosa dice il Partito”, il giornale che svolazzava in piazza San Giovanni dopo le grandi manifestazioni e i funerali di Berlinguer.
Sono cose che non tornano, va detto; e va anche detto che è normale che non tornino. La vita continua, e la vita cambia. Di qui a immaginare Daniela Santanché che nomina il direttore dell’Unità, francamente il passo è grande. Così grande che, a parte il comunicato secco e dignitoso del comitato di redazione dell’Unità che si limita a definire “irricevibile” l’irricevibile, davvero non si sa bene che cosa dire e che cosa pensare, se non che la confusione è grande sotto il cielo, e per giunta, per essere luglio, dal cielo cade tanta di quella pioggia che neanche in novembre.

da La Repubblica

"Lettera del Pd ai parlamentari del Movimento 5 Stelle", di Matteo Renzi, Alessandra Moretti, Roberto Speranza, Debora Serracchiani

Siamo d’accordo nell’incontrarci di nuovo e vi diamo la disponibilità per le giornate di giovedì o venerdì. Va bene presso la Camera dei Deputati, va bene in streaming, fateci sapere.

Gentili parlamentari del Movimento Cinque Stelle,
abbiamo ricevuto la vostra risposta. Ci sembra molto interessante e vorremmo valutarla per le cose che scrivete qui, non per gli insulti che ogni giorno alcuni di noi subiscono da vostri dirigenti.

Vogliamo incoraggiare quella parte di voi che – nel rispetto di un voto contrario all’Esecutivo sulle politiche economiche o sulle sue scelte di governo – ha desiderio di confrontarsi per il bene del Paese sulle regole. Come succede in tutte le democrazie mature. Quindi, noi ci siamo. Senza puntare ad altro che non sia il bene del Paese.

Siamo d’accordo nell’incontrarci di nuovo e vi diamo la disponibilità per le giornate di giovedì o venerdì. Va bene presso la Camera dei Deputati, va bene in streaming, fateci sapere.

Rispondendo nel merito sui vostri dieci punti:

1. Scrivete che siete disponibili a un ballottaggio e ci pare che questo argomento sia molto importante. Voi volete assicurare un premio che arrivi al massimo al 52%. Nell’Italicum il massimo è al 55%. Nella legge elettorale dei sindaci è il 60%. Come vedete si tratta di discutere delle soglie, ma se accettate il principio per cui un vincitore ci vuole sempre è un grande passo in avanti. Potrebbe sorgere qui una curiosità intellettuale: perché il vostro premio di maggioranza al 52% è democratico; il nostro dell’Italicum al 55% è incostituzionale autoritario e antidemocratico; quello dei sindaci al 60% ritorna democratico? Ma sono curiosità che sicuramente ci chiarirete nel corso del nostro incontro. Il punto fondamentale è il principio: accettate il fatto che ci sia un vincitore, accettate l’esistenza di un premio di maggioranza. Non sottovalutiamo un passaggio delicato della vostra lettera: noi abbiamo proposto il premio di maggioranza alla coalizione, voi volete lasciarlo solo alla lista vincente. La vostra è una posizione legittima, che rafforza il bipartitismo a scapito del bipolarismo. Anche tra di noi ci sono molti che vorrebbero dare il premio di maggioranza solo a chi arriva primo, senza obbligo di coalizione. Porremo la vostra legittima considerazione all’attenzione anche degli altri partiti. La presenza di soglie per le formazioni minori è invece presente in tutti i sistemi sia attraverso previsioni esplicite (in Europa di solito è il 5%, l’Italicum prevede il 4,5%, la legge sulle Europee il 4%) sia attraverso meccanismi impliciti (come per esempio nel sistema inglese o spagnolo).

2. Il premio di maggioranza è condizione di governabilità. Se ci sono solo cinque parlamentari di differenza tra maggioranza e opposizione, la tenuta quotidiana della maggioranza parlamentare dipenderà dal raffreddore degli eletti: non possiamo accettare una maggioranza che sia in balia dell’aspirina (o, se la citazione vi ricorda qualcuno, dal Maalox). Se accadrà che qualcuno cambia schieramento – argomento che notoriamente vi sta molto a cuore visto il dibattito che ha suscitato nella rete tra di voi il tema delle espulsioni – la maggioranza dovrà andare a casa e la volontà degli elettori sarà frustrata. Ecco perché vogliamo un premio di maggioranza più consistente di un misero 2%. Ma il fatto che abbiate accolto il principio è una novità importante. Discuteremo insieme del quantum.

3. Sui collegi prendiamo atto della vostra disponibilità. La vostra proposta di legge rischiava di trasformare la scheda elettorale in un lenzuolo. Molto bene così.

4. Sul controllo preventivo studieremo il problema da voi sollevato ma non c’è dubbio che la legge elettorale per noi vada approvata il prima possibile. Dunque, ragionevolmente, prima dell’entrata in vigore della riforma costituzionale. Dovendo azzardare dei tempi potremmo dire che entro il 2014 si approva definitivamente la legge elettorale. Nel 2015 definitivamente la riforma costituzionale per poi procedere all’eventuale referendum. Non dipende solo da noi.

5. Sulla riforma del Titolo V ponete una serie di considerazioni molto tecniche che saranno affrontate nel dibattito in Aula di queste ore. Ci pare di vedere che gli elementi su cui siamo d’accordo siano superiori rispetto alle questioni tecniche su cui ponete dubbi che potrebbero essere fugati di queste ore. Sulla sanità ci piacerebbe un tavolo condiviso anche alla luce dell’imminente discussione sul Patto per la Salute. Ma abbiamo capito che voi siate d’accordo nel modificare il Titolo V, dando più chiarezza di funzioni e meno poteri alle Regioni. Abbiamo capito male?

6. Sulle indennità pare che ci siamo, a prescindere dal tono polemico della risposta.

7. Sul CNEL non ha senso scorporarlo dal resto delle riforme perché l’intervento ha una sua logica unitaria. Ci auguriamo che almeno su questo votiate a favore della nostra proposta. Scorporare oggi significa rinviare: chi ce lo fa fare visto che siamo già in aula?

8. Sul Senato siamo d’accordo e anche questo ci pare un fatto non scontato e positivo.

9. Ci pare che l’unico punto di discussione sul Senato verta sul fatto che da parte vostra emerga la richiesta di scegliere i 74 consiglieri regionali che siederanno anche in Senato con l’elezione di primo livello anziché con l’elezione di secondo livello. Come voi sapete l’elezione di secondo livello è il sistema che funziona negli altri Paesi europei che non hanno un bicameralismo perfetto. Ci pare che su questo tema si registri l’unico punto di dissenso di una riforma costituzionale di oltre quaranta articoli. Che sarà anche un attentato alla democrazia e l’ennesima dimostrazione dell’autoritarismo del premier, ma rischia di vedervi d’accordo su quasi tutti i punti.

10. La vostra posizione sull’immunità è molto seria. Siamo pronti a discuterne, anche con gli altri partiti. Come sapete noi non guardiamo in faccia a nessuno e abbiamo votato per l’arresto anche di nostri colleghi. Voi ci assicurate che per qualsiasi procedimento già in corso contro parlamentari del Movimento Cinque Stelle rinuncerete all’immunità? Per noi è molto importante capire se su questo tema fate sul serio o no.

Ci vediamo in settimana, buon lavoro.

Alessandra, Debora, Matteo, Roberto

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