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"Il ritorno di Karl Marx nel cuore di Wall Street", di Paul Krugman

NON sappiamo ancora se i manifestanti del movimento Occupy Wall Street imprimeranno una svolta all’America. Di certo, le proteste hanno provocato una reazione incredibilmente isterica da parte di Wall Street, dei super ricchi in generale. E di quei politici ed esperti che servono fedelmente gli interessi di quell’un per cento più facoltoso. Questa reazione ci dice qualcosa di importante,e cioè che gli estremisti che minacciano i valori americani sono quelli che Franklin Delano Roosevelt definiva i monarchici economici (“economic royalists”) non la gente che si accampaa Zuccotti Park. Si consideri, innanzi tutto, come i politici repubblicani abbiano raffigurato queste piccole, anche se crescenti dimostrazioni, che hanno comportato qualche scontro con la polizia – scontri dovuti, pare, a reazioni esagerate della polizia stessa – ma nulla che si possa definire una sommossa.

Non c’è stato nulla, finora, di paragonabile al comportamento delle folle raccolte dal Tea Party nell’estate del 2009.

Ciò nonostante, Eric Cantor, leader della maggioranza alla Camera, ha denunciato degli «assalti» e «la contrapposizione di americani contro americani». Sono intervenuti nel dibattito anche i candidati alla presidenza del partito repubblicano, il cosiddetto Grand Old Party, con Mitt Romney che accusa i manifestanti di dichiarare una «guerra di classe», mentre Herman Cain li definisce «antiamericani». Il mio preferito, comunque, è il senatore Rand Paul che, per qualche motivo, teme che i manifestanti cominceranno a impossessarsi degli iPads, perché credono che i ricchi non se li meritino.

Michael Bloomberg, sindaco di New York e gigante della finanza a pieno titolo, è stato un po’ più moderato. Pur accusando anche lui i manifestanti di voler «portar via il posto a chi lavora in questa città», una dichiarazione che non ha nulla a che vedere con i reali obiettivi del movimento. E se vi è capitato di sentire i mezzibusti della CNBC, gli avrete sentito dire che i manifestanti si sono «scatenati» e che sono «allineati con Lenin».

Per capire tutto questo, bisogna rendersi conto che fa parte di una sindrome più ampia, nella quale gli americani ricchi, che beneficiano ampiamente di un sistema truccato a loro favore, reagiscono in modo isterico contro chiunque metta in evidenza quanto sia truccato questo sistema.

L’anno scorso, probabilmente lo ricorderete, alcuni baroni della finanza si infuriarono per alcune critiche molto miti fatte dal presidente Obama. Accusarono Obama di essere quasi un socialista perché appoggiava la cosiddetta legge Volcker, che voleva semplicemente impedire alle banche sostenute da garanzie federali di intraprendere speculazioni rischiose. E riguardo alla proposta di metter fine a una scappatoia che permette a molti di loro di pagare delle tasse bassissime, Stephen Schwarzman, presidente del Gruppo Blackstone, ha reagito paragonandola all’invasione nazista della Polonia.

Poi c’è la campagna diffamatoria contro Elizabeth Warren, una riformatrice del sistema finanziario che si candida al senato per il Massachusetts. Recentemente, un suo video su YouTube, in cui spiegava in molto eloquente e comprensibile a tutti perché si debbano tassare i ricchi, ha fatto il giro del web. Non diceva nulla di radicale: era solo una moderna versione della famosa definizione di Oliver Wendell Holmes, secondo la quale «le tasse sono ciò che paghiamo per vivere in una società civile».

Ma se dessimo ascolto ai paladini della ricchezza, dovremmo pensare che la Warren sia la reincarnazione di Lev Trotsky. George Will ha dichiarato che ha un «programma collettivista» e che crede che «l’individualismo sia una chimera». Rush Limbaugh l’ha definita, invece, «un parassita che odia il proprio ospite e che vuole distruggerlo mentre gli succhia il sangue».

Ma che sta succedendo? La risposta, di sicuro, è che i Masters of the Universe di Wall Street capiscono, nel profondo del loro cuore, quanto sia moralmente indifendibile la loro posizione. Non sono John Galt; non sono nemmeno Steve Jobs. Sono gente che è diventata ricca trafficando con complessi schemi finanziari che, lungi dal portare evidenti benefici economici agli americani, hanno contribuito a gettarci in una crisi i cui contraccolpi continuano a devastare la vita di decine di milioni di loro concittadini.

Non hanno ancora pagato nulla. Le loro istituzioni sono state salvate dalla bancarotta dai contribuenti, con poche conseguenze per loro. Continuano a beneficiare di garanzie federali esplicite ed implicite – fondamentalmente, siamo ancora in una partita in cui loro fanno testa e vincono, mentre i contribuenti fanno croce e perdono. E beneficiano anche di scappatoie fiscali grazie alle quali, spesso, gente che ha redditi multimilionari paga meno tasse delle famiglie della classe media.

Questo trattamento speciale non sopporta un’analisi approfondita e, perciò, secondo loro, non ci deve essere nessuna analisi approfondita. Chiunque metta in evidenza ciò che è ovvio, per quanto possa farlo in modo calmo e moderato, deve essere demonizzato e cacciato via. Infatti, più una critica è ragionevole e moderata, più chi la porta dovrà essere immediatamente demonizzato, come dimostra il disperato tentativo di infangare Elizabeth Warren.

Chi sono, dunque, gli antiamericani? Non i manifestanti, che cercano semplicemente di far sentire la propria voce. No, i veri estremisti, qui, sono gli oligarchi americani, che vogliono soffocare qualsiasi critica sulle fonti della loro ricchezza.

La Repubblica 11.10.11

"L’euro va salvato è un pilastro per tutto il mondo", intervista a Romano Prodi di Fabio Martini

Romano Prodi scandisce i giudizi con la nettezza di chi è informato direttamente e da fonti privilegiate sui grandi fatti del mondo. Il consolato franco-tedesco in Europa: «Un disastro, perché spinge alla diffidenza gli altri paesi e umilia gli organismi comunitari». Il rinvio del vertice europeo? «Può essere un bene, perché meglio rinviare di una settimana e preparare un accordo forte piuttosto che partorire il solito vertice deludente». Il senso della partita che si sta giocando: «Dopo anni gli Stati Uniti, da qualche giorno hanno capito che se crolla l’euro, è un disastro per tutti». Chiamato in tutto il mondo per tenere conferenze e lezioni – ieri era Barcellona – commentatore della tv cinese, un insegnamento negli Stati Uniti, un incarico Onu, l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi si tiene aggiornato, anche se aspetta con un pizzico di curiosità il suo ritorno sulla tv nazionale, fissato per questa sera su «la 7»: «Sono passati 20 anni dalle lezioni di economia sulla Rai, ma sembra passato un secolo, oggi non sopportano più gli interventi lunghi. Vedremo come andrà, giudicheranno i telespettatori…».

Il rinvio di una settimana del vertice le pare un fatto fisiologico o nasconde una crisi decisionale che rischia di diventare patologica?
«Il rinvio mi rende speranzoso…».

Speranzoso?
«Bisogna chiedersi: come mai questi vertici hanno sempre deluso? Si alimentavano grandi speranze, ma poi se ne usciva puntualmente con un nulla di fatto, con un accordo “rimediato”, per dare qualcosa in pasto alla stampa. Quasi sempre decisioni minori, ritardate e insufficienti. Io spero che stavolta il rinvio sia il sintomo di un metodo diverso e cioè che si stiano macinando decisioni importanti e si stia riflettendo sulle questioni tecniche, affinando soluzioni durature».

Se ne deduce che sinora siamo ancora lontani…
«Ho cercato di capire e mi pare che non ci siano ancora segnali chiari e forti sui principali contenuti».

Detto in soldoni: quale è la partita storica che si sta giocando in queste settimane?
«In soldoni? C’è voluto molto tempo per capirlo, ma finalmente ci sono arrivati tutti: la fine dell’euro sarebbe un disastro non solo per l’Europa ma anche per il mondo. L’euro è un pilastro dell’economia mondiale».

Dietro il rinvio potrebbe esserci anche una ragione “globale”: dopo i recentissimi appelli di Obama all’Europa, Merkel e Sarkozy immaginano di presentarsi al prossimo G20 con qualcosa di concreto in mano?
«Proprio questo ho detto: attenzione che da qualche giorno c’è una grossa novità. La paura per il crollo dell’euro è condivisa anche fuori dal circuito europeo. In altre parole, gli americani non giocano più, come un tempo, all’”arrangiatevi”».

L’America in campo per salvare l’euro?
«E’ probabile che lo stesso Obama abbia premuto su francesi e tedeschi perché si rendano conto cosa può prodursi con lo sfaldamento del sistema monetario europeo. Ma questo interesse americano, lo ripeto, è un fatto veramente nuovo, mai accaduto prima. Le decisioni del vertice europeo che è stato rinviato non potranno non partire da questa novità e dovranno muoversi di conseguenza».

Lei nei mesi scorsi ha criticato la Merkel: i tedeschi a che punto sono?
«I tedeschi si stanno rendendo conto che l’euro li avvantaggia, però si sono spinti troppo avanti nella critica e nel seminare paura. E il loro rapporto con i francesi è sempre stato su questioni parziali, mai sul piano di un accordo generale e strategico. Ma ora tutti hanno capito che mandando a fondo la Grecia e l’euro, andiamo a fondo tutti».

Il consolato Merkel-Sarkozy fa da locomotiva o è deleterio?
«E’ un disastro perché spinge alla diffidenza gli altri paesi europei e umilia gli altri organismi europei. Direi che questo direttorio rappresenta uno degli errori più gravi degli ultimi anni».

Il rinvio di una settimana può aggravare la situazione della Grecia?
«No, per le notizie che si hanno, direi proprio di no. Anzi, mi auguro che dando tranquillità ai mercati, si dia anche tempo alla Grecia di poter conseguire obiettivi realistici. La Grecia sta facendo sul serio ed esagerando si rischia di uccidere la sua economia».

Nel rapporto col mondo finanziario perché sinora non si è mai chiuso un accordo forte?
«Le ondate di sfiducia sono state determinate non tanto dalle nuove regole per le banche – da Basilea3 in poi – che di per sé erano anche giuste. Il problema è che quelle regole si sono rivelate staccate da un contesto politico di solidarietà, finendo per creare tensione nei mercati creditizi e facendo precipitare la disponibilità di credito. Mi auguro che il prossimo vertice serva a creare le condizioni perché ci si torni a prestare denaro l’uno con l’altro, normalizzando i rapporti tra Stati e tra banche».

La Stampa 11.10.11

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“L’ultima scommessa dell’America”, di MAURIZIO MOLINARI

Barack Obama sostiene l’iniziativa francotedesca per restituire stabilità a Eurolandia perché la ritiene l’unica capace di portare ad un forte accordo al G20.

Dietro le telefonate della Casa Bianca al presidente francese Sarkozy, al premier britannico Cameron ed alla cancelliera tedesca Merkel c’è una convergenza di intenti su cosa fare e una questione di tempi da rispettare. La convergenza sta nella necessità di rafforzare il pacchetto di misure europee varate il 21 luglio scorso su due fronti: aggiungere un piano per la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e aumentare le dimensioni del fondo «European Financial Stability Facility» per far fronte a pericoli finanziari considerevolmente aumentati negli ultimi settanta giorni. Sull’urgenza di questa piattaforma c’è una convergenza anche più ampia, come la recente assemblea annuale del Fmi ha dimostrato, perché le maggiori economie emergenti, a cominciare dalla Cina, ritengono che l’Europa ha avuto bisogno di troppo tempo per ratificare gli impegni del 21 luglio e dunque devono essere rafforzati. E’ proprio questa convergenza fra Usa, anglofrancotedeschi e economie emergenti la piattaforma sulla quale Obama e Sarkozy puntano a guidare il G20 di Cannes verso un accordo globale a sostegno della zona-euro. Ma affinché ciò possa avvenire il fattore-tempo è decisivo: il summit del G20 inizia il 3 novembre e per quella data i 17 Paesi dell’euro dovranno aver concordato il piano di salvataggio per consentire agli altri partner di sostenerlo con interventi individuali e multilaterali. Ciò significa che l’Europa ha appena 22 giorni di tempo per adottare le nuove misure ed affinché ciò avvenga Obama non vede alternative all’iniziativa Sarkozy-Merkel, che ha ottenuto ieri il sostegno di Londra. La chiave dell’intesa con Obama sta dunque nell’impegno preso domenica per iscritto da Parigi e Berlino di «avere il piano pronto per la fine del mese», ovvero in tempo per recapitarlo a Cannes. Il timore della Casa Bianca è che, se i dissensi politici nell’Unione Europea dovessero ostacolare questo percorso a tappe accelerate, il G20 potrebbe finire per ratificare l’impossibilità di aiutare l’euro a scongiurare il peggio, con effetti negativi a pioggia sulla debole crescita americana, sulla quale continua a incombere l’incubo della recessione.

La Stampa 11.10.11

"Se il potere esige la privacy", di Carlo Galli

La maggior parte dei goffi tentativi di rendere accettabile l’inaccettabile legge-bavaglio si fonda sull’argomento liberale della privacy, cioè della tutela della vita privata del cittadino. Ma si tratta di una mistificazione. Lo dimostra un’analisi non ideologica. Lo dimostra una valutazione non dogmatica ma storica e politica del liberalismo. È una mistificazione che nasce dall’identificazione di Berlusconi con “il cittadino”, ovvero dall’omissione, voluta e consapevole, dell’elemento del potere, dei rapporti di potere; omissione che è appunto l’essenza dell’ideologia. La privacy – insieme all’habeas corpus di cui è una conseguenza – è stata infatti progressivamente elaborata, in età moderna, per affermare l’autonomia e l’autocontrollo del cittadino, il suo dominio su se stesso, per consentirgli, insomma, di difendersi dal potere; per istituire uno spazio fortificato, e ben presidiato dalla legge, che custodisce la prima libertà moderna: la vita del singolo. Ma questa affermazione di libertà si inserisce in una lotta fra popolo e governi assoluti, e non si esaurisce in se stessa; fa parte di una più ampia rivendicazione di trasparenza e di pubblicità del potere, delle sue origini e dei suoi modi d’esercizio, che dal liberalismo storico si è diffusa fino alla contemporanea civiltà democratica, divenendo patrimonio di costumi e di costituzioni.

L’opacità difensiva che riveste la sfera privata del singolo individuo ha infatti il proprio pendant nella lotta dei cittadini contro il segreto, contro l’opacità della politica assolutistica, contro gli arcana imperii. Il liberalismo non consiste solo nel fare i propri comodi, nel vivere nascosti, come sembrano ritenere parecchi di coloro che affollano l’improvvisata platea dei liberali italiani: è anche iscrivere la vita politica di tutti nel paradigma della pubblicità. Ossia dell’opinione pubblica, e delle pubbliche istituzioni. E la pubblicità implica non solo la strenua difesa della prima e più elementare forma di trasparenza, cioè della legalità – tema liberale anch’esso, non “giacobino” né “comunista” – e l’esercizio della critica; che per avere senso deve essere informata.

Di qui il ruolo decisivo, in un contesto liberale, della libera stampa, che fornisca al pubblico le notizie sul potere, delle quali i cittadini hanno bisogno per poterlo criticare e giudicare, approvare o disapprovare. E quindi per tentare – esercizio sempre più difficile – di essere liberi. Eludere la dialettica fra il potere e i cittadini, uniformarli entrambi in uno spazio politico omogeneo e informe costituito da m o n a d i t u t t e ugualmente chiuse in se stesse, opache a ogni valutazione, non è liberalismo; è appunto una mistificazione. È infatti evidente che ciò che non fa notizia nel caso di un privato cittadino – le sue conversazioni, o il fatto che porti i calzini viola (come invece fu amabilmente fatto rilevare da una persecutoria trasmissione televisiva a proposito di un giudice sgradito al potere) – può farlo se il soggetto che agisce è uno degli uomini più importanti d’Italia, la principale carica politica del governo. Le cui azioni e frequentazioni, i cui stili di vita pubblica e privata – soprattutto quando pubblicoe privato, spassi sessuali e appalti, si intrecciano l’un l’altro inestricabilmente – , hanno rilievo pubblico perché rientrano nella sfera del potere; che in una società liberale, in una cultura politica liberale, è sempre tenuto a un tasso di virtuosità e di trasparenza superiore a quelli dei cittadini. O, se si vuole è sempre sorvegliato speciale; così che tutto ciò che lo riguarda fa notizia: la pera di Ein a u d i c o m e l e escort di Berlusconi. Se, come nel caso che il nostro Paese per l’ennesima volta si appresta ad affrontare, il potere si difende s p r o f o n d a n d o s i nell’opacità, nella riservatezza, nel bunker della privacy, benché si collochi sullo stesso piano dei cittadini fa in realtà un’operazione assolutamente contraria, nella sostanza, all’uguaglianza; fa un’operazione da ancien régime, aggiornata nella forma in omaggio ai tempi nuovi – non moderni ma postmoderni – . Infatti, l’insindacabilità della vita privata del premier implica di fatto l’insindacabilità del suo agire pubblico, che privato dello sfondo su cui si staglia resta anch’esso opaco, incomprensibile. Un premier che vuole presentarsi ai cittadini come crede meglio, mettendo in scena se stesso con tutti gli artifici e gli accorgimenti del caso, per nascondere i retroscena, non è il premier di un Paese libero, o liberale; è una nuova edizione dell’autorappresentazione barocca del potere. Incarna la vecchia pretesa al monopolio dello sguardo, dell’interpretazione, della decifrazione della politica. È un potere estraneo alla pubblicità e alle sue logiche politiche, che di volta in volta vuole lo status di ‘difeso speciale’ dalla magistratura e quello di ‘semplice cittadino’ uguale a tutti gli altri. È, in una parola, un potere arbitrario, un’autocrazia che, classicamente, esercita una vera e propria censura, ammantandosi di malintesa liberaldemocrazia garantista.

La legge-bavaglio, proprio perché è un dramma per la magistratura e per la libera stampa, colpendo la legalità e la libertà d’informazione, è quindi un dramma per l’insieme delle civili libertà, per ciò che ne resta. Un dramma che, come spesso accade, stravolge concetti, li imbastardisce, e priva i cittadini di ogni difesa – logica, intellettuale, prima che politica – davanti alle vecchie e nuove forme del sopruso. Che tale resta, anche se passa attraverso il lavacro formale della legge.

La Repubblica 11.10.11

"Le crepe della Lega", di Michele Brambilla

Fa quasi tenerezza Marco Reguzzoni quando definisce «enfatizzazioni giornalistiche» i resoconti sulla protesta della base leghista di Varese. Per essere più convincente, Reguzzoni aggiunge che «tra l’altro la stampa non era nemmeno presente». È un’aggiunta infelice che trasforma la smentita in una conferma. Certo che i giornalisti non c’erano: ma non c’erano perché i capataz della Lega non li avevano fatti entrare. E per quale ragione non li avevano fatti entrare, se non per il timore che vedessero l’invedibile, e cioè Bossi contestato a casa sua?

«Mi creda – ci confida un esponente leghista che domenica era in sala -, quello che hanno pubblicato i giornali non è enfatizzato, al contrario è riduttivo». Amministratori locali, militanti e semplici iscritti hanno urlato il loro dissenso contro un congresso provinciale che – alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli – è sembrato degno di un Politburo. Bossi ne è rimasto sconvolto. Anche perché è stata una protesta spontanea, non organizzata: anzi l’ordine dei colonnelli dissidenti era quello di «non fare casino».

E così, la giornata di domenica scorsa potrebbe anche diventare storica. Primo, perché mai Bossi era stato contestato a Varese, cioè nella culla della Lega. Secondo perché la protesta, nonostante il niet imposto all’ingresso dei giornalisti, è diventata pubblica. Molti dissenzienti sono usciti allo scoperto, e così questa volta sarà più difficile parlare delle «solite balle della stampa». La spaccatura è ormai un fatto conclamato.

Bossi, nonostante la retorica anch’essa paragonabile a certi bollettini medici da Unione Sovietica, è un uomo stanco e malato. Non è neppure sempre lucido: è sgradevole dirlo, ma chiunque l’abbia seguito negli ultimi tempi sa di che cosa stiamo parlando. In queste condizioni, è accudito da una ristretta cerchia di persone: la moglie Manuela Marrone, Rosy Mauro, Reguzzoni, Belsito, Bricolo, ossia il cosiddetto «cerchio magico». Secondo molti leghisti, da costoro Bossi non è accudito ma commissariato. E questo è già un primo motivo di malcontento: l’avere un capo che è anche un sottoposto.

Ma Bossi è in difficoltà anche per altri motivi. Un secondo motivo è che la Lega si è presentata sulla scena politica come un movimento rivoluzionario, e non si possono lasciare a metà le rivoluzioni. Il peraltro impalpabile federalismo portato a casa in vent’anni non ha nulla a che fare con le promesse delle origini. Un terzo motivo di disagio è contingente: Bossi non vuole mollare Berlusconi a nessun costo, e molti temono che il matrimonio, oltre che indissolubile, si riveli mortale per il partito.

Roberto Maroni è il leader di tutti questi scontenti. Se fosse per lui, mollerebbe subito il governo e ripresenterebbe una Lega barricadiera e solitaria come ai bei tempi. Così nasce il cosiddetto scontro fra «maroniani» e «bossiani» (Roberto Calderoli invece non è né un maroniano, né un membro del «cerchio magico»: secondo alcuni sta giocando una partita tutta sua, fa il mediatore fra le due anime e spera di trarre beneficio tra i due litiganti).

Ma attenzione: sbaglia, e di grosso, chi pensa o spera che Maroni possa lavorare per prendere il posto di Bossi. Non lo farà mai. Tra i due c’è una amicizia troppo vecchia e profonda. Un mese fa, durante un incontro nel quale non sono mancati bruschi scambi di opinioni, a un certo punto Bossi è scoppiato a piangere e i due si sono abbracciati.

Perché, allora, Bossi e Maroni non riescono a raggiungere un’intesa politica? Il Senatùr si è molto arrabbiato quando «Panorama» ha sottolineato il ruolo decisivo di sua moglie. Ma nella Lega è questo che dicono: che il problema è la moglie. Bossi, al di là di quello che si possa pensare di lui, non è comunque uomo che si sia arricchito con la politica: e la moglie – si sussurra nella Lega – gli ricorda che, dopo aver dato tutta la vita al partito, adesso deve pensare ai figli. Per questo qualunque colonnello cresca nei consensi interni diventa un pericolo: nella Lega del futuro dopo Bossi ci dev’essere un altro Bossi, che sia Renzo la Trota o Roberto Libertà.

Maroni tutte queste cose le sa. E non vuol far la parte di chi accoltella nella schiena il vecchio amico per prendere il suo posto. Per amore di Bossi, domenica ha ritirato il suo candidato al congresso di Varese. Il problema, però, è che ormai molti «maroniani» sono partiti, e sarà difficile fermarli.

La Stampa 11.10.11

"La diplomazia delle gaffe, di Filippo Ceccarelli

«NON facciamoci riconoscere» si diceva nei tempi antichi della modestia, della prudenza e del riserbo, preziosissime virtù in politica estera. Un oscuro affanno, invece, un ego smisurato e un impulso istrionico senza freni spingono da sempre il presidente Berlusconia farsi riconoscere nella cerchia dei Grandi come il più grande simpatico di tutte le epoche – con i risultati che si vedono oggi. Così, per restare agli ultimi mesi, varrà giusto la pena di ricordare che a Deauville il Cavaliere ha bloccato Obama rovesciandogli addosso i suoi impicci politici e giudiziari.

Poi a Villa Madama, avendo al fianco il premier Netanyahu, si è consentito il divertimento di reinterpretare il Parnaso di Appiani, dipinto nel 1811, all’insegna del bunga bunga: «Quello là sono io e questo rappresenta Mariano Apicella»; quindi ricevendo a Palazzo Chigi una delegazione cinese che gli aveva recato in dono un pregiatissimo vaso, il presidente italiano – ooops! – ha fatto finta di farselo cadere di mano, suscitando viva e cortese ilarità, e aggiungendo poi, quando se n’erano andati: «Mi hanno promesso che me ne porteranno un altro, spero non coni fiorellini, ma con il kamasutra» – che in realtà è tutt’altro che cinese. L’altro giorno sempre nella sede del governo Berlusconi ha ricevuto il premier macedone Gruevski e mentre aspettava, approfittando di un lieve ritardo, non si è saputo trattenere: «Si sarà fermato a mangiare una macedonia».

Ora, al netto dello spirito e della sua qualità invero da seconda media (la soglia prescelta dal Cavaliere per le sue performance), sarà pure che una battuta «pulisce il cervello», come dice lui, e che una risata può distendere il clima. Però nel caso in esame sembra che dell’attività internazionale dell’Italia non rimangano che frizzi, lazzi, scenettee barzellette. Quando non sono gaffes, figuracce, smarronate e personalissime patologie che una volta rese pubbliche creano difficoltà molto serie a tutti; e certamente contribuiscono a spiegare il tono da Cerbero della lettera della Bce,o il mancato riconoscimento di Obama al contributo italiano alla guerra di Libia, o anche l’esclusione decretata dalla cancelliera tedesca e del presidente francese e quindi non esattamente da quei «circoli anglofoni» su cui il Cavaliere andava sollevando dubbi e allusioni. Così il punto vero e anche preoccupante e perfino doloroso della faccenda è che Berlusconi è solo anche sul piano della politica estera, e per i leader occidentali che ormai decisamente lo fuggono, saltano gli incontri bilaterali, evitano foto e conferenze stampa: dal gag-man che era, è vissuto ormai come un pericolo pubblico: per sé e per loro.

Tre giorni orsono il Financial Times ha scritto che per la storia della Merkel, tirata in ballo dal presidente in una greve e malinconica conversazione con quel Tarantini di cui un anno fa, al termine di un incontro con Zapatero, il Cavaliere aveva fatto finta di storpiare il cognome, beh, insomma, si è sfiorata la crisi diplomatica con la Germania, in piena speculazione, e il governo tedesco era pronto a richiamare il suo ambasciatore per consultazioni.

Del tutto plausibile è che la Merkel si sia anche un po’ scocciata. Prima il cu-cù, e passi; poi quell’altra volta che Berlusconi la fece attendere in piedi su una scalinata mentre lui passeggiava a debita distanza con il telefonino all’orecchio, un minuto, due, davanti alle tv di tutto il mondo.

Disse poi il presidente italiano che stava cercando di convincere Erdogan. Ma si sa come vanno queste cose: basta una bugia e il suo autore diventa bugiardo per sempre, ma non quando parla al telefono con il suo ruffiano.

E non è per andare sempre a battere lì, maa parte Forza Gnocca tradotto in tutte le lingue del mondo adesso c’è pure da stare attenti a quello che può venire fuori dal processo Ruby, dato che nelle festicciole di Arcore le ragazze non si travestivano solo da monache, poliziotte, calciatrici del Milan e infermiere crocerossine. No, per il sollazzo del padrone di casa pare che si esibissero al palo della lap dance avendo sul volto le maschere dei potenti della terra, che bella idea, che bella trovata.

E anche qui: come la dovrebbe prendere Obama? Appena eletto, Berlusconi gli dice che lui è pronto a spiegargli come va il mondo, poi fa lo spiritoso sul fatto che è «abbronzato», e insiste, abbronzato lui e abbronzata la moglie, poi quando viene ricevuto le fa dei complimenti fin troppo vistosi, ma visibilmente Michelle lo tiene a distanza, anzi gli dà la mano: «Con la cautela – scrive il Daily Telegraph – di chi mette un topo morto in bocca a un coccodrillo». E ancora. Di Sarkò, rivolgendosi al presidente rumeno, fa il segno che è un po’ tocco. Con la premier finlandese ha già fatto il galletto (impareggiabile vanaglorioso, lui dice: «Le mie doti da playboy»). Con la coppia Blair si è messo la bandana. Per abbracciare Bush travolge un leggio.

Davanti alla regina Elisabetta, nel corso di un’indimenticabile foto di gruppo, si mette a chiamare «Mr Obaaaama!» e lei si secca. Gheddafi, si sa, non voleva disturbarlo durante i massacri; gli ha pure baciato la mano, passano i mesi e Berlusconi spiega che da quelle parti si fa così, è un fatto di «buona educazione».

Alla beatificazione di Papa Wojtyla, seduto fra il presidente Napolitano e il Segretario di Stato Bertone tra la prima e la seconda lettura si mette a dormire alla grande, destandosi solo quando sulla piazza si leva il giubilo, «Alleluja! Alleluja!».

Viene da chiedersi in che modo, un domani, gli storici delle relazioni internazionali tratteranno questa stagione un po’ folle, questo carosello così terribile e frivolo. I dispacci di Wikileaks raccontano che a Ben Alì Berlusconi racconta barzellette sul Papa e che mentre Israele bombarda Gaza propone di costruirvi alberghi e resort, pure annunciando di poter trovare degli investitori. A Lula in visita fa trovare dei calciatori, a Chavez passa Aida Yespica al telefonino. Con Putin va tutto benissimo, ma in pratica gli è rimasto solo lui. Ha scritto l’ambasciatore Spogli: «La voglia di mettere gli interessi personali al di sopra di quelli dello Stato ha leso la reputazione dell’Italia in Europa ed ha dato sfortunatamente un tono comico al prestigio del Paese».

L’esclusione di ieri non è solo l’esito catastrofico della diplomazia del cu-cù, ma il suo più crudo rovesciamento: farsi riconoscere sì, ma solo per gli spropositi e per le magagne.

La Repubblica 11.10.11

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“Siamo sempre più isolati”, di ANDREA BONANNI

IL GOVERNO italiano dichiara di «non aver capito quale sia stato il succo dell’incontro» tra la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy. Definisce questi summit franco-tedeschi «una perdita di tempo». E chiede di non rinviare il vertice europeo in programma per il 17. L’attacco viene dalla più autorevole voce diplomatica italiana, il ministro degli Esteri Franco Frattini (certo ormai più credibile di Berlusconi nell’arengo europeo). L’Europa ci risponde a stretto giro di posta con l’ennesimo schiaffo, rinviando il vertice al 23 ottobre, come chiedevano i tedeschi. Mentre Berlino, per bocca di un portavoce, fa sapere che «Germania e Francia sono le economie nazionali più grandi dell’Eurozona. E hanno una responsabilità particolare per il futuro dell’Europa e della moneta unica». Come dire: stiamo lavorando anche per te, non disturbare. Come se non bastasse, Obama applaude agli sforzi comuni franco-tedeschi per guidare la crisi, ignorando le lamentele di Roma.

C’è una logica dietro questo ennesimo smacco italiano sulla scena europea. Il governo Berlusconi teme che, una volta deciso il rifinanziamento delle banche, e messi al sicuro gli istituti di credito francesi e tedeschi che sono i più esposti verso il debito greco, Parigi e Berlino accettino di pilotare la Grecia verso un default che appare comunque difficilmente evitabile. Ma che lascerebbe l’Italia in prima linea, esposta ai rinforzati attacchi dei mercati contro il nostro debito ipertrofico. Non a caso ieri Frattini ha insistito molto sulla necessità di garantire al più presto il via libera al secondo prestito che era stato promesso ad Atene.

La preoccupazione italiana è legittima.

Avendo ormai preso il posto che era del Portogallo e della Spagna come anello debole nella catena del debito europeo, abbiamo tutto l’interesse ad evitare un default della Grecia anche se le nostre banche ne soffrirebbero probabilmente meno di altre. Infatti è assai probabile che il prossimo Paese a finire nel mirino saremmo noi.

Quella che non è legittima, e neppure tanto avvisata, è la reazione scomposta all’intesa franco-tedesca, dove si mischiano impropriamente nuovi timori e vecchi rancori per la conventio ad excludendum di cui Berlusconi è da tempo oggetto in Europa.

Per questa esclusione, il capo del governo dovrebbe rimproverare solo e unicamente se stesso e l’immagine grottesca che ha dato di sé (e purtroppo del Paese che rappresenta) nel corso degli innumerevoli vertici europei a cui ha partecipato. Quanto all’asse francotedesco, esso esiste dal momento della nascita della Comunità europea. L’intesa tra Parigi e Berlino è l’Europa. E ne costituisce il motore irrinunciabile anche se a volte scomodo.

Perfino i britannici hanno imparato ad accettarlo. È proprio di ieri l’intervista al Financial Times in cui il premier David Cameron esorta Francia e Germania a mettere da parte le divergenze e a «tirare fuori il bazooka» per risolvere una volta per tutte la crisi europea dei debiti sovrani.

È indubbio che l’asse Merkel-Sarkozy abbia finora gestito la crisi in modo irritante. Ma per le incongruenze, le contraddizioni, l’inadeguatezza delle proposte, come fa notare Cameron. Non certo per quell’eccesso di leadership o di dirigismo che il governo italiano sembra rimproverarle riscoprendo in malafede,e con quindici anni di ritardo rispetto all’euroscetticimo berlusconiano, le virtù del metodo comunitario.

Il governo italiano farebbe meglio a preoccuparsi da un lato di aver messo il Paese al riparo dagli attacchi dei mercati grazie ad una manovra credibile (il che non è), e dall’altro che l’annunciato piano franco-tedesco sia il più efficace possibile e offra veramente quella rete di sicurezza europea che finora è mancata. Invece, ancora una volta, l’immagine che diamo è quella di essere i passeggeri incoscienti di una nave sull’orlo del naufragio, che invece di cercare un giubbotto di salvataggio se la prendono con i piloti perché non sono stati invitati sul ponte di comando. Il sospetto è che il governo non solo non abbia capito «il succo dell’incontro di ieri»; ma non abbia capito né che cosa sia l’Europa, né la gravità della situazione in cui si trova.

La Repubblica 11.10.11

Incidenti sul lavoro. Non abbassare mai la guardia

“La 61esima giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, ci pone davanti ad uno dei problemi più seri e drammatici del nostro Paese”, ha commentato il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani. “Come ha giustamente detto il Presidente Napolitano, non possiamo abbassare la guardia. E’ inaccettabile che in Italia ogni giorno muoiano in media tre persone a causa del lavoro. L’ultima, drammatica, strage accaduta a Barletta chiama tutti noi ad un’assunzione di responsabilità. Occorre riportare non soltanto il lavoro, ma la dignità del lavoro alla dimensione che le è dovuta. La crisi non può essere considerata un scusa per non agire – ha proseguito Bersani – anche perché questa crisi economica può essere risolta solo da un punto di vista etico, riportando al centro la persona”.

Il Segretario democratico ha condiviso le riflessioni che vengono dalla parte più consapevole del mondo imprenditoriale, cosciente che “solo superando le nostre arretratezze, potremo riprogettare un nuovo modello economico più moderno e rispettoso dei diritti delle persone, e partendo da qui, le forze imprenditoriali potranno incontrare le forze sociali in un dialogo utile e costruttivo. Tutto questo – ha concluso Bersani – non sottrae il legislatore dal compito di rafforzare in modo severo le norme di vigilanza e di tutela che sono state allentate negli ultimi tempi”.

Cesare Damiano, capogruppo PD della Commissione Lavoro alla Camera, presente alla celebrazione della 61esima Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro, organizzata a Nontonola (Mo) dall’Anmil, ha analizzato un dato importante. “La diminuzione di infortuni e incidenti mortali, questi ultimi al di sotto della quota mille è una tappa positiva di un percorso ancora lungo che dimostra l’importanza di un impianto legislativo come quello del Testo unico sulla Salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, voluto dal governo Prodi”.

Damiano ha poi considerato che “il calo di incidenti è anche da addebitare al permanere di una crisi economica che ha toccato la vetta di quasi tre miliardi di ore autorizzate di Cassa integrazione dal 2008 a oggi. Meno attività e meno lavoratori in produzione significano meno occasioni di infortunio. Non bisogna dimenticare, inoltre, che dietro l’alibi degli interventi mirati il governo ha diminuito il numero delle ispezioni, soprattutto nel Mezzogiorno, e alleggerito le sanzioni del Testo unico. Nel frattempo, il numero dei lavoratori al nero è cresciuto ed è stimato oggi al di sopra di tre milioni di persone. La tragedia di Barletta ne è una dolorosa testimonianza”.

Per il PD, combattere il lavoro nero è una priorità, per questo ha spiegato Damiano, “chiediamo la piena applicazione della norma voluta e fatta votare dal PD che, nel sviluppo del luglio scorso, prevede di scorporare dagli appalti al massimo ribasso il costo della manodopera calcolato sulle tabelle salariali dei contratti nazionali di categoria. Inoltre, va dissequestrato il ‘tesoretto’, che l’Inail mette da parte ogni anno e che ammonta a quasi un miliardo e mezzo di euro. Anziché farlo rapinare da Tremonti, una quota di esso andrebbe restituita, con logica di premialità, alla imprese che certificano 0 infortuni e 0 incidenti e in parte per aumentare gli indennizzi delle malattie professionali, che registrano un aumento del 22%”.

www.partitodemocratico.it

"Spintoni e tessere strappate. Critiche al leader: basta capetti", di Marco Cremonesi

«Per il bene della Lega, dichiaro Maurilio Canton segretario…». Andrea Gibelli, negli scomodissimi panni di presidente dell’assemblea, non riesce a finire la frase. Perché la platea del congresso varesino esplode in un coro duro, insistito: «Voto, voto, voto». L’inimmaginabile accade, l’inaudito si verifica: Umberto Bossi è contestato apertamente nella sua Varese, culla del movimento e cuore di Padania. Il capo minimizza: «Ho visto in seconda, terza fila dei fascisti…». Ma difficilmente ricorderà il congresso provinciale di ieri come una tra le pagine migliori del Carroccio: addirittura, tra alcuni militanti si arriva al contatto fisico. E se la rissa, sfiorata, non esplode, di certo un partito sotto choc ha poco da festeggiare. Sono in molti coloro che sottoscriverebbero l’amarezza del sindaco di Castronno varesino, Mario De Micheli, all’uscita dal congresso: «È il giorno più brutto da quando sono in Lega». Un delegato esce a grandi passi dal congresso: «La tessera, questa volta, la brucio».

Alla fine, certo, Umberto Bossi porta a casa il risultato. Riesce a far nominare il segretario da lui prescelto per Varese. Eppure, non può farlo votare: Maurilio Canton viene «dichiarato». Perché è Bossi il primo a rendersi conto dei rischi e chiede a Gibelli, appunto, di non mettere ai voti l’indicazione. Non solo. Il «non eletto», come già lo chiamano gli avversari, si aggiudica un record: è probabilmente il primo segretario politico nella storia dell’Occidente a non pronunciare nemmeno una sillaba durante il congresso che lo elegge. Troppo alto il rischio di nuove contestazioni. Non avrà di che annoiarsi. Per il consiglio direttivo, infatti, il voto c’è stato: il suo gruppo, quello dei vicini a Marco Reguzzoni, si aggiudica soltanto tre dei nove eletti (tra cui la sorella del capo dei deputati).

Il congresso parte subito in salita. Domenica scorsa, Umberto Bossi aveva indicato come segretario in pectore Maurilio Canton, il sindaco di Cadrezzate. Venerdì scorso, il segretario lombardo Giancarlo Giorgetti era riuscito a persuadere i due candidati alternativi a ritirarsi. Ma il movimento, persino nella sua culla, è troppo diviso. E allora, i primi interventi al congresso sono di fuoco. Stefano Gualandris, capogruppo in Provincia, distingue tra autorità e autorevolezza. Certo, quella di Umberto Bossi è pacifica: «Sei il capo indiscusso e lo sei sempre stato. Oggi però in questo congresso quell’aura del Bossi autorevole non l’ho percepita». Poi tocca a un altro militante: «In questo congresso c’è qualcosa che non quadra. Questa non è la Lega». Troppi «nepotismi», troppi «amici degli amici». Ma il più duro di tutti è un sindaco. Richiama un ricorrente discorso di Bossi sulle «tre “c” necessarie alla politica: cervello, cuore e cogl…». Eppure, prosegue, «non vedo nessuno di questi elementi. Vedo piccole lobby interne che portano avanti interessi di bottega». Il sindaco osa ancora di più: «Non ho capito perché sia Canton il candidato. Tutti in giro dicono «Canton chi?». Sempre più spietato: «Bossi ci ha insegnato la distinzione tra capi e capetti. I capi uniscono, i capetti dividono. Secondo me, Bossi ha intorno troppi capetti». Poi, un invito pesante. Quello che probabilmente spinge Bossi a rinunciare a far votare il suo candidato: «Scrivete Umberto Bossi sulla scheda. Perché è per lui che si fa questo». Gran finale con citazione di Jim Morrison: «Meglio alzarsi e morire che vivere strisciando».

Gibelli vede la mala parata, chiude le iscrizioni a parlare, e mette al voto il direttivo tra le proteste dei delegati che vogliono votare anche il segretario. Come peraltro prevede una risoluzione del consiglio federale del marzo scorso. Ma finalmente, il vicepresidente della Lombardia può asciugarsi il sudore, tocca a Umberto Bossi. «I maroniani non ci sono, aveva ragione Roberto — esordisce —. La verità è che i burattinai di tutto questo casino sono i giornalisti». Poi, il leader spiega le ragioni di una scelta: «Meno male che alla fine si è trovata una via. Canton non era nel vecchio gruppo di Varese, è come spalancare la finestra per fare entrare aria fresca». Di più: «Il nuovo segretario deve far entrare le associazioni nelle sezioni, rompere la continuità, dare nuove energie». Poi, il mea culpa: «Si doveva intervenire prima, non lasciar peggiorare la situazione come è peggiorata». Quindi, partono le accuse alla precedente gestione: «Pensate che i miei figli non ottenevano la tessera della Lega. Io li ho allevati per essere leghisti, li portavo con me alle feste. Anche se, per questo, loro hanno avuto gravi difficoltà nella vita». Arriva l’appello a stare con i militanti: «Voglio i parlamentari tutti i lunedì nelle sedi della Lega». Bossi torna su Maroni: «Leggevo sui giornali dei maroniani, ma io sapevo che non ci sono. Io e lui siamo amici. Lui era uno di quelli che c’era all’inizio. In consiglio dei ministri ci basta un’occhiata».

In chiusura, però, arrivano le turbolenze. «Spero che voterete Canton…». I militanti lo prendono in parola e cominciano a scandire «vo-to, vo-to, vo-to». Bossi se ne va, qualcuno giura che avesse le lacrime agli occhi per il clima dell’assemblea. La parola torna a Gibelli, che cerca l’acclamazione. Ma il coro non cambia: «Vo-to, vo-to, vo-to». È il manicomio, la sala ribolle. Un delegato fa per fotografare la scena, il presidente s’infuria: «Vedete, dove sono i problemi? La gente viene qui a registrare…». Meglio chiudere e in fretta: «Per il bene della Lega, dichiaro Maurilio Canton segretario…».

Il Corriere della Sera 10.10.11