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Dopo “forza gnocca” ora c'è “forza condono”

Nonostante le smentite di facciata, l’ipotesi di un condono tombale cresce all’interno della maggioranza. Cicchitto afferma che le polemiche non lo intimidiscono ma non sa bene quale sia l’effetto del condono. Letta: “E’ risibile pensare che sia lo strumento per abbattere il debito”. Fassina: “Si umiliano lavoratori e imprenditori che, nonostante la crisi, continuano a fare faticosamente il loro dovere”. Ora non si capisce se è una questione di implosione personale di Berlusconi o di esplosione della sua maggioranza. Ogni giorno, incuranti delle sorti e delle difficoltà in cui versa il Paese, il premier e i suoi compagni di merenda continuano a giocare a “buoni e cattivi” sorretti dalla solita stampa di famiglia che tira fuori dossier e accuse verso il traditore quotidiano. La questione del nuovo condono tombale è l’ennesimo esempio lampante.

Nonostante le smentite di Palazzo Chigi (una in più, una in meno, non si riescono più a contare), i veti da parte della Lega e la contrarietà del ministro del Tesoro, il tema condono resta all’ordine del giorno. Il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto ha ribadito perentorio che “le polemiche non ci intimidiscono”. Un plurale maiestatis che non si sa bene a chi sia riferito: subito il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero si è smarcato definendo il condono “non praticabile”; dello stesso parere anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno che ha definito il condono come una “resa dello Stato rispetto alla legalità”.

Ma dietro tutte le versioni di facciata occorre ricordare che è proprio il concetto di condono che fa parte di questo governo. È nella sua essenza, nel suo modo di agire e di pensare. Non potendo risolvere i problemi si aggirano e si rimandano a chi dovrà arrivare. Molto meglio parlare di condono e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica che varare il decreto sviluppo (chissà che fine ha fatto??). Tanto la priorità numero uno rimane sempre la stessa: immunizzare Silvio Berlusconi da ogni possibile attacco. È da questa esigenza che si apre anche la nuova settimana politica che bloccherà il Parlamento sul ddl intercettazioni e sulla prescrizione breve!

“Non cerchino dalle parti del Pdl di inventare ragioni nobili per introdurre la più ignobile delle norme fiscali, cioè il condono”. Questo è stato il primo commento di Enrico Letta, vicesegretario del PD. “E’ risibile – ha continuato – pensare che sia lo strumento per abbattere il debito. Basti pensare che l’ultimo condono fatto dal governo per i capitali portati all’estero le casse dello Stato hanno incassato una cifra dell’ordine di un quattrocentesimo del debito da ridurre. Il debito deve essere ridotto con interventi coerenti e ambiziosi e di ben altra entità. E un governo come questo, privo ormai di qualunque credibilità e forza politica, non può farcela. La verità è che il condono al quale il Pdl oggi apre, smentendo l’impegno solenne di ieri di Palazzo Chigi, è una scelta che distrugge la credibilità dello stato nella lotta all’evasione fiscale e riconferma l’ambiguità del governo su questo tema cruciale”.

Per Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico gli “elevati standard di legalità e di civismo non sono mai stati carattere distintivo del centrodestra di Berlusconi, Bossi e della loro cricca. Tuttavia, l’insistenza dell’on. Cicchitto a favore dell’ennesimo condono è un pessimo messaggio per la credibilità e l’affidabilità politica dell’Italia ma soprattutto umilia lavoratori e imprenditori che, nonostante la crisi, continuano a fare faticosamente il loro dovere. Dobbiamo combattere l’evasione, recuperare gettito e abbassare le aliquote effettive. Soltanto così l’Italia può uscire dal tunnel mentre questo Governo porta ogni giorno più indietro il Paese”.

“I condoni – ha continuato Fassina – danno un po’ di gettito subito ma ne fanno perdere enormemente di più negli anni successivi, a causa della caduta della compliance determinata dall’attesa di ulteriori condoni. Insomma, un condono per ridurre il debito pubblico ne comporterebbe l’aumento. Berlusconi e Bossi hanno bisogno di un’altra lettera di Trichet o Draghi per fermarsi oppure qualcuno nella maggioranza ha ancora un minimo di senso di responsabilità per evitare altri danni al Paese? In Parlamento faremo di tutto quanto in nostro potere per evitare l’ennesimo colpo di Berlusconi, Bossi e la loro cricca contro la legalità e contro i lavoratori e le imprese che faticosamente fanno il loro dovere”.

Per Alberto Losacco, parlamentare PD “Cicchitto continua a difendere un provvedimento immorale e dannoso quale il condono. Il sottosegretario Casero assicura che mai si imboccherà una simile strada. Le loro posizioni dimostrano chiaramente l’esistenza di uno scontro durissimo all’interno della maggioranza, posizioni inconciliabili che paralizzano l’azione del governo e che pagano gli italiani. Mentre va in scena questa battaglia di potere, che ha il suo epicentro nel ministro Tremonti, il Dl sviluppo slitta ancora. E’ la dimostrazione del fatto che il governo procede in ordine sparso non sapendo come reperire le risorse necessarie. L’unica cosa che sembra essere chiara è la continua riproposizione del condono con cui si strizza l’occhio a quelle condotte illegali che sembrano stare tanto a cuore a questa maggioranza come nel caso delle quote latte. La verità è che il dl sviluppo è divenuto un fantasma sfuggente, inconsistente quanto il governo che sta cercando di evocarlo”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Basta condoni sono una truffa", di Gian Antonio Stella

Sul promontorio di Capo Vaticano, che Giuseppe Berto definì «uno dei luoghi più belli della Terra», svettano due ville «transgeniche». I proprietari hanno scavato due enormi buche, ci hanno costruito dentro il pavimento e le pareti e chiesto il condono: vasche di irrigazione. Poi, tolta l’acqua, rimossa la terra intorno, aperte le finestre, ci hanno piazzato sopra un tetto et voilà : due ville. Uno Stato serio le butterebbe giù con la dinamite: non prendi per il naso lo Stato, nei Paesi seri. Da noi, no. Anzi, nonostante sia sotto attacco da anni l’unica ricchezza che abbiamo, cioè la bellezza, il paesaggio, il patrimonio artistico, c’è chi torna a proporre un nuovo condono edilizio. L’ha ribadito Fabrizio Cicchitto: «Se serve si può mettere mano anche al condono edilizio e fiscale. L’etica non si misura su questo ma sulla capacità di trovar risorse per la crescita». Ricordare che lui e gli altri avevano giurato ogni volta che sarebbe stata l’«ultimissimissima» sanatoria è inutile. Non arrossiscono. Ma poiché sono trascorse solo sei settimane dalle solenni dichiarazioni berlusconiane di guerra all’evasione (con tanto di spot) vale almeno la pena di ricordare pochi punti.
Il primo è che la rivista «Fiscooggi.it» dell’Agenzia delle Entrate, al di sopra di ogni sospetto, ha calcolato che dal 1973 al 2003 lo Stato ha incassato coi condoni edilizi, tributari e così via 26 miliardi di euro. Cioè 15 euro a testa l’anno per italiano: una pizza e una birra. In cambio, è stato annientato quel po’ che c’era di rispetto delle regole. Secondo, il Comune di Roma, per fare un esempio, dai due condoni edilizi del 1985 e del 1994 ricavò complessivamente, in moneta attuale, 480 milioni di euro: 1.543 per ognuna delle 311 mila abitazioni sanate. In compenso, fu costretto per ciascuna a spenderne in opere di urbanizzazione oltre 30 mila. Somma finale: un «rosso» di 28.500 euro ogni casa condonata. Bell’affare…

Terzo: la sola voce di un possibile condono, in un Paese come il nostro, dove secondo gli studi dell’urbanista Paolo Berdini esistono 4.400.000 abitazioni abusive (il che significa che una famiglia italiana su cinque vive o va in ferie in una casa fuorilegge) scatena febbrili corse al mattone sporco. Ricordate le rassicurazioni dopo l’ultima sanatoria? Disse l’allora ministro Giuliano Urbani che il condono era limitato a «piccolissimi abusi, finestre aperte o chiuse, che riguardano la gente perbene». Come sia finita è presto detto: dal 2003 a oggi sono state costruite, accusa Legambiente, almeno altre 240.500 case abusive. Compreso un intero rione, vicino a Napoli, di 73 palazzine per un totale di 450 appartamenti.

Non bastasse, tre condoni hanno dimostrato definitivamente un fatto incontestabile: tutti pagano l’obolo iniziale per bloccare le inchieste e le ruspe, poi la stragrande maggioranza se ne infischia di portare a termine la pratica nella certezza che la burocrazia si dimenticherà di loro. Solo a Roma i fascicoli inevasi delle tre sanatorie sono 597 mila. Di questi 417 mila giacciono lì da 25 anni.
E vogliamo insistere con i condoni? Piaccia o no a chi disprezza i «moralisti», salvare ciò che resta del paesaggio d’Italia non è solo una questione estetica ma etica. E visti i danni già causati dagli abusivi al patrimonio e al turismo, anche economica.

Il Corriere della Sera 10.10.11

"La domenica niente visite ai musei", di Antonello Cherchi

Ieri è toccato ai musei archeologici Villa Frigerj e La Civitella di Chieti, costretti a tenere le porte sbarrate nei giorni festivi fino alla fine dell’anno. Prima di loro le chiusure domenicali (e festive in genere) avevano colpito una serie di istituti culturali statali in provincia di Brescia e il museo Sanna di Sassari, al quale di recente si è aggiunto l’antiquarium di Porto Torres, sempre in provincia di Sassari. Il problema si sta pian piano estendendo e se non si correrà ai ripari la gran parte di musei e aree archeologiche si vedrà costretta alle serrate festive.
Il problema ruota intorno agli straordinari dei custodi, cioè coloro che devono garantire la sicurezza dei luoghi d’arte. Il nodo da sciogliere non è però – e di questi tempi di ristrettezze finanziarie è quasi un paradosso – economico. I fondi per pagare il lavoro festivo ci sono. La questione è che non ci sono abbastanza custodi per assicurare la turnazione durante le festività, così come vuole il contratto nazionale. Le regole di categoria prevedono, infatti, che durante l’anno ciascun custode possa lavorare solo un terzo dei giorni festivi.

La pur ben nutrita pattuglia dei custodi si è, però, negli anni assottigliata: la pianta organica del 1997 registrava 8.334 posti di addetto alla vigilanza. Oggi, invece, ce ne in servizio 7.385. A questo risultato ha contribuito il blocco del turn over nelle pubbliche amministrazioni, amplificato dalla fuga dei dipendenti pubblici. Chi può, se ne va. Secondo un’analisi della Uil-Beni culturali, ogni anno lasciano il ministero tra gli 800 e i mille lavoratori, tra i quali ci sono anche un buon numero di custodi.

E così nelle soprintendenze dove i posti degli addetti alla vigilanza sono più sguarniti, non c’è stata altra soluzione che tenere – una volta raggiunto il tetto delle turnazioni festive imposto dal contratto – musei e siti archeologici chiusi la domenica.

«Non potevamo fare altrimenti – commenta Gabriella Gasperetti, direttrice del museo Sanna di Sassari –. Il numero di custodi è sceso in pochi anni da 50 a 32 e con queste forze si deve garantire la copertura dei turni 24 ore su 24 (due addetti lavorano anche la notte, ndr) oltre che nei festivi. A giugno abbiamo scritto al ministero chiedendo di aumentare il tetto dei giorni festivi in cui ogni custode può lavorare, ma non abbiamo ancora ricevuto risposta. E così abbiamo deciso di chiudere la domenica e tenere aperto il lunedì, giornata che fino a qualche mese fa era dedicata al riposo settimanale».

Una soluzione però esiste ed è di innalzare fino al 50% il tetto delle festività da trascorrere al lavoro. Soluzione prevista dall’articolo 13 del contratto nazionale e già praticata l’anno scorso. Una strada che per essere percorsa ha, però, bisogno di un accordo preliminare tra il ministero e i sindacati. A giugno – fanno sapere dal ministero – abbiamo sottoposto alle sigle sindacali l’accordo, che però finora non è stato siglato. E non si vedono prospettive, almeno nel medio termine.

Anche perché i sindacati hanno inserito la questione dei festivi nella trattativa più ampia sul taglio del personale dei Beni culturali così come imposto dalle varie manovre economiche. Si tratta di un unico argomento, perché non si può pensare – fanno sapere dalla Uil–Beni culturali – di aumentare il tetto dei festivi lavorati e poi ritrovarci con sempre meno dipendenti.

Se, infatti, si dovessero applicare le riduzioni previste, il ministero dovrebbe rinunciare a 4mila addetti. Questo sulla carta, perché per effetto delle contrazioni di personale già verificatesi in questi ultimi anni, i lavoratori in meno sarebbero in realtà 2.700 circa. Un numero comunque ragguardevole.

Pur di scongiurare le chiusure domenicali, in qualche soprintendenza è stata trovata una soluzione alternativa: i soprintendenti hanno siglato con i sindacati patti locali che permettono di sforare il tetto dei festivi lavorati. E questo in attesa che arrivi l’accordo nazionale. Si tratta, però, di un passo azzardato, perché – e su questo ministero e rappresentanze centrali dei sindacati sono concordi – la revisione del vincolo sugli straordinari si può decidere solo in una trattativa nazionale.

Il Sole 24 Ore 10.10.11

"Legge-bavaglio, cinque anni di guerra per coprire gli scandali del Cavaliere", di Massimo Giannini

Potente e minacciosa, la forza di fuoco dispiegata nelle ultime settimane dal presidente del Consiglio sulle intercettazioni. «Voi parlamentari approvate al più presto la legge: la situazione attuale non è da Paese civile» (Agi, 6 ottobre). «Vi è un’urgenza a cui abbiamo il dovere di rispondere… Il cittadino alza il telefono e sente di poter essere controllato: è intollerabile, è un sistema barbaro a cui dobbiamo mettere fine» (Ansa, 7 ottobre). Silvio Berlusconi prepara con queste parole, scagliate come pietre contro i pm, il prossimo «giorno del giudizio». Giovedì la Camera voterà la legge-bavaglio, dalla quale può dipendere la sopravvivenza del suo governo.

Il premier cerca di dimostrare l’indimostrabile: quella sulle intercettazioni non è la «sua» guerra, ma deve essere la guerra di tutti gli italiani che hannoa cuore la libertà.

È l’ennesima, disperata torsione del principio di verità.

È la pretesa di impunità spacciata per diritto alla privacy.

Non è un teorema giornalistico. Sono i nudi fatti di questi ultimi cinque anni. Ogni volta che Berlusconi ha forzato la mano alla sua maggioranza e al Parlamento, per chiedere il giro di vite sugli ascolti telefonici, non lo ha fatto per tutelare «milioni di cittadini inermi». Ma per impedire che, attraverso l’esercizio di un diritto all’informazione tutelato dalla Costituzione,i mass media portassero alla luce del sole vicende oscure che riguardano i suoi vizi privati, i suoi affari personali, i suoi conflitti di interesse. E che per questo svelano la natura torbida del suo potere e il «metodo» improprio con cui lo amministra. Questa è la vera posta in gioco della leggebavaglio.

IL PROLOGO: COME FREGARE IL COMPAGNO FASSINO La Grande Guerra per difendersi dalle intercettazioni il Cavaliere comincia a combatterla facendone a sua volta un abuso, largo e disinvolto, contro i nemici. È lui a innescare lo scandalo Bnl-Unipol che all’inizio del 2007 spinge il governo Prodi a varare il ddl Mastella. La famosa conversazione tra Fassino e Consorte del 17 luglio 2005 («Abbiamo una banca?») è l’arma-fine-di-mondo che Berlusconi brandisce nella campagna elettorale del 2006.

Quell’intercettazione è illegale, la pubblica il Giornale il 31 dicembre 2005. Non è agli atti dell’inchiesta. È solo un file audio custodito dalla GdF.

Ma l’ad della Research Control System Roberto Raffaelli, il 24 dicembre, va ad Arcore e la offre in dono natalizio a Berlusconi che (come scriverà poi il gip Stefania Donadeo nell’ordinanza) lo ringrazia «del regalo fattogli, assicurandogli gratitudine eterna». Questo è dunque l’uso in «privato» che il Cavaliere fa del Grande Fratello telefonico, quando gli conviene.

INIZIA LA GUERRA: COME COPRIRE LO SCANDALO RAI-SACCÀ La prima emergenza che spinge Berlusconi a invocare il bavaglio nasce alla fine del 2007. Il Cavaliere, falso «gar antista» anche all’opposizione, sostiene il ddl Mastella, approvato alla Camera il 17 aprile all’unanimità. «È una questione di principio – dice – siamo contro lo Stato di polizia».

Una posizione sorprendente,e solo in apparenza coerente. Per il Cavaliere cominciano a profilarsi grane grosse. La prima scoppia a giugno. Sui giornali esce l’intercettazione di Stefano Ricucci, che dice al telefono di aver ricevuto «un via libera da Berlusconi» per la scalata a Rcs. La seconda grana scoppia a luglio: il 4 il Csm accusa il Sismi di Niccolò Pollari di aver spiato illegalmente più di 200 magistrati. Pollari è uomo di fiducia di Gianni Letta per l’intera legislatura berlusconiana 2001-2006.

Ma la grana più seria esplode prima di Natale. Repubblica, il 21 dicembre, da conto dell’inchiesta della Procura di Napoli, che indaga Berlusconi per corruzione: ci sono intercettazioni in cui parla con il dg Rai Agostino Saccà per far assumere due ragazze in una fiction. È il finimondo. La Rai apre un’inchiesta interna. Berlusconi la butta in politica: «Gli sciacalli sono in azione, vogliono far saltare il dialogo sulle riforme», dice all’ Ansa il 22 novembre. Ma il 20 dicembre, quando l’Espresso pubblica un’altra intercettazione con Saccà in cui si parla di posti Rai da assegnare a Elena Russo, Antonella Troise ed Evelina Manna, il Cavaliere sbotta: «Lo sanno tutti che in Rai si lavora solo se ti prostituisci o se sei di sinistra».

Il caso Saccà si concluderà con l’archiviazione, il 17 aprile del 2009. Ma all’inizio del 2008, alla vigilia del voto anticipato, il Cavaliere ancora non lo sa. Per questo ha già deciso: il giro di vite alle intercettazioni sarà nel suo programma di governo. L’OFFENSIVA: VIA ALLA STRETTA SUGLI ASCOLTI TELEFONICI Il 18 gennaio 2008 la Procura di Napoli chiede il rinvio a giudizio del Cavaliere per le raccomandazioni in Rai. Lui è sempre più preoccupato. Dopo il trionfo elettorale del 13 aprile, da neo-premier, rompe gli indugi. Il 7 giugno, a Capri, annuncia ai giovani di Confindustria: «Daremo una stretta sulle intercettazioni, che saranno possibili solo per la criminalità organizzata e il terrorismo». Detto fatto: il 13 giugno, il Consiglio dei ministri vara il suo ddl: le intercettazioni saranno vietate per le indagini su reati con pena inferiore ai 10 anni, e sarà vietata la pubblicazione degli atti dell’indagine fino alla conclusione dell’udienza preliminare. Il 27 giugno il governo vara il primo Lodo Alfano sull’immunità per le alte cariche. Il premier esulta, ma vuole di più. Il ddl sulle intercettazioni sia trasformato in decreto, chiede a Ghedini e Alfano riconvocati a Palazzo Grazioli ai primi di luglio. I suoi luogotententi lo sconsigliano: meglio puntare sul Lodo e sul ripristino dell’immunità parlamentare. Il Cavaliere si adegua, ma dissente. Il 2 agosto, alla buvette di Montecitorio, saluta i deputati prima delle ferie: «Spero proprio che il Parlamento approvi una legge che autorizzi le intercettazioni solo per reati di mafia e terrorismo». Ma ha bisogno di una sponda dall’opposizione. Il 29 agosto sul suo Panorama escono a sorpresa le intercettazioni telefoniche su un giro di appalti Italtel, che chiamano in causa Prodi. Il premier rilancia il solito «garantismo a la carte»: «Solidarietà a Prodi, questa vicenda dimostra che una legge sulle intercettazioni è necessaria e urgente».

Lo ripete ai suoi per due mesi. Perché questa ossessione? La risposta è negli scandali che stanno per deflagrare.

LA GUERRA TOTALE: COME FERMARE I PM DI BARI SULLE ESCORT Berlusconi saluta il 2009 con un fuoco d’artificio. Il 25 gennaio spara: «Sta per scoppiare il più grande scandalo della Repubblica». È l’affare Gioacchino Genchi, vicequestore di Polizia che ha effettuato indagini per conto di De Magistris nell’inchiesta “Why not” e “Poseidon”. Il Copasir smaschera la «bufala». Il sistema Genchi ha molte zone d’ombra, ma non contiene intercettazioni, solo analisi di tabulati telefonici. Dunque, perché la sparata del premier? L’obiettivo è evidente: creare un clima di indignazione generale, propedeutico alla legge-bavaglio. Il 29 gennaio la maggioranza introduce le prime modifiche restrittive al ddl intercettazioni: sono consentite solo per «gravi indizi di reato». Il 17 febbraio il Csm esprime parere negativo. Il premier non si ferma: vuole che la legge passi a tutti i costi. Nel frattempo, il 29 aprile, su Repubblica irrompe lo scandalo Noemi Letizia. Berlusconi reagisce e ruggisce, come un leone ferito. E l’11 giugno, in un clima di bagarre, la Camera approva definitivamente il ddl intercettazioni a colpi di fiducia, con 318 sì e 224 no. Alfano brinda: «Ora ci aspettiamo una rapida lettura da parte del Senato».

Ma il Cavaliere, in quei giorni, è nervoso. È convinto che il peggio debba ancora venire. Massimo D’Alema il 14 giugno va in tv, a In mezz’ora, e afferma: «C’è da aspettarsi che la maggioranza sia presto attraversata da nuove scosse». E le «scosse», puntuali, arrivano. Tre giorni dopo scoppia lo scandalo delle escort alla Procura di Bari. Si parla di intercettazioni su ragazze pagate per partecipare alle «serate eleganti» di Palazzo Grazioli e di Villa 7 Ottobre 2011 Certosa. Il Cavaliere perde le staffe: «È la solita spazzatura con la quale cercano di disarcionarmi». Ma Patrizia D’Addario conferma tutto in un’intervista. E il 20 luglio l’Espresso pubblica un audio sulle notti roventi tra la stessa D’Addario e il presidente. Le «dieci domande» di Repubblica fanno il giro del mondo.

LA GUERRA DI LOGORAMENTO: COME OSCURARE LO SCANDALO P3 Per questo l’uomo di Arcore torna alla carica sulla legge-bavaglio: incurante della manifestazione per la libertà di stampa, che il 3 ottobre porta a Roma 300 mila persone. Il Cavaliere la bolla così: «È una farsa assoluta, in Italia c’è più libertà di stampa che in qualunque altro Paese». Comincia una guerra di logoramento, nella sua maggioranza e nelle piazze.

La sua è una corsa disperata contro il tempo. Il 9 escono i primi verbali sull’inchiesta barese, dai quali si evince che Tarantini ha portato alle feste di Berlusconi almeno 30 ragazze, molte delle quali pagate dall’«utilizzatore finale». Il 22 settembre si apre un’altra pagina nera: scoppia lo scandalo P3, che nelle carte della procura di Roma coinvolge Verdini, Dell’Utri, Carboni. Ancora un profluvio di intercettazioni, nelle quali tutti si spartiscono favori e lavori, condizionano giudici e appalti, e si dicono per 27 volte che per ogni decisione devono «riferire a Cesare», cioè al Cavaliere. È lo scandalo della nota «cricca», che il premier prova inutilmente a liquidare così: «Sono solo quattro sfigati in pensione». Ma lo scandalo c’è. E il ddl intercettazioni e impantanato al Senato.

COME DISINNESCARE LE MINE SU TRANI E SUL RUBY-GATE Il 10 febbraio 2010 esplode un altro scandalo: gli appalti sui “Grandi eventi”, con Guido Bertolaso indagato per corruzione dalla procura di Roma. Un’altra messe di intercettazioni, che squassano la Protezione Civile e la rete di imprenditori «amici», da Anemone a Balducci.

I giornali riferiscono di conversazioni intercettate e di incontri segreti a Palazzo Chigi tra quest’ultimo, Berlusconi e Letta. Piovono smentite, ma il danno è fatto.

Il 12 marzo nuovo scandalo: la Procura di Trani indaga Berlusconi per abuso d’ufficio. Un’altra infornata di intercettazioni inchioda il premier, che fa pressioni sul membro dell’Agcom Giancarlo Innocenzi per «chiudere Annozero ». È un terremoto. Alfano manda gli ispettori a Trani. Il Cavaliere, alla manifestazione del Pdl di Roma del 20 marzo, attacca dal palco «le intercettazioni da stato sovietico». Ma le parole non bastano più. Il 6 aprile convoca Umberto Bossi ad Arcore, per ridefinire la strategia di combattimento sulla legge-bavaglio. Il Giornale riassume così il vertice: «Il premier vuole che il ddl sia legge dello Stato entro giugno».

A maggio, al Senato, la maggioranza tenta l’affondo. Il 19, in Commissione, passa la stangata contro gli editori che pubblicano le conversazioni telefoniche. Il 24 i direttori dei grandi giornali lanciano un appello al centrodestra. Le «colombe» del Pdl raccolgono: il 28 maggio la maggioranza al Senato ufficializza i suoi emendamenti, uno dei quali reintroduce la possibilità di pubblicare per riassunto gli atti giudiziari prima dell’udienza preliminare. Il 10 giugno Palazzo Madama approva il ddl, nel caos dell’emiciclo. Si torna alla Camera, per la terza lettura. Ma il presidente non è soddisfatto: «Il testo è stato snaturato dalle lobby dei magistrati e dei giornalisti».

Il Cavaliere teme che la legge finisca nelle secche parlamentari. Teme Napolitano, che il primo luglio dichiara: «I punti critici sulle intercettazioni sono chiari, valuterò il testo al momento della firma». Teme la fronda nel centrodestra e dei finiani. Per questo il 2 luglio, di ritorno dal G20, rilancia al Tg1 e Tg5: «Sono tornato con ottimi risultati, ora prenderò in mano la manovra e le intercettazioni». Conclude con il grottesco «ghe pensi mi».

Ma il 20 luglio Alfano sigla un «lodo» con la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno: saranno pubblicabili almeno «gli atti rilevanti» delle inchieste. Il Cavaliere, ancora una volta, storce il naso: «Così resta tutto com’era», sbuffa il giorno stesso.

Dopo la chiusura estiva riparte come un panzer. Il 31 agosto convoca Ghedini e Alfano a Palazzo Grazioli: otto ore di vertice, per mettere a punto la road map autunnale su processo breve e intercettazioni. Berlusconi sa che sta per cadergli in testa un’altra tegola. Il Ruby-gate squassa il circo politico-mediatico il 27 ottobre, e tiene banco per quattro mesi filati e avvelenati. Nuovo scandalo sessuale, stavolta con una minorenne, nuove intercettazioni imbarazzanti, come la telefonata in Questura per chiedere la liberazione della «nipote di Mubarak». Il 2011 non promette nulla di buono.

L’ASSALTO FINALE: COME NASCONDERE LA P4 E L’AFFARE TARANTINI-LAVITOLA L’ultimo anno, per il premier, è un calvario. Da gennaio a settembre, c’è traccia di almeno undici vertici in cui si parla di intercettazioni a Palazzo Grazioli, tra il premier, Ghedini, Alfano e i suoi «collaboratori». Tra questi, l’8 febbraio scorso, figura anche Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa e Capo Dipartimento alla Giustizia. Nessuno saprà mai a quale titolo. Ma c’è una guerra da combattere: e per il Cavaliere tutte le armi sono buone. Lo ripete il 5 marzo, in un videomessaggio ai Promotori della Libertà: «La sinistra, vuole le intercettazioni a go-go…

Vuole fare dell’Italia uno Stato di polizia, e noi glielo impediremo!». Ai primi di giugno, scoppia lo scandalo P4. Anche qui, intercettazioni, che partono da Luigi Bisignani, travolgono Alfonso Papa, coinvolgono Letta e lambiscono Berlusconi. E la legge-bavaglio è ancora ferma al Senato. Tra il 20 luglio e la fine di agosto il premier convoca altri tre vertici a Palazzo Grazioli, per sollecitare la stretta. Ma, di nuovo, il tempo corre più veloce. Il 28 luglio dice ai cronisti: «La legge sulle intercettazioni è stata massacrata da tutti gli interventi che ha subito: sono quasi tentato di ritirarla…». Negli stessi giorni l’Espresso pubblica l’intercettazione in cui suggerisce al latitante Lavitola di «non tornare in Italia». Il primo settembre Tarantini viene arrestato, e nell’ordinanza del gip di Napoli escono le telefonate più scottanti: ragazze usate come «mazzette umane», ricatti e soldi versati per comprare silenzi, appalti «facilitati» in Finmeccanica.

Siamo alla cronaca di questi giorni: il premier è furente, e il 4 ottobre chiama Ghedini e Confalonieria Palazzo Grazioli. Il «Lodo» Ghedini-Bongiorno viene stracciato, si torna alla versione più dura della legge bavaglio.

Quella che l’aula di Montecitorio dovrà approvare giovedì prossimo, pena la caduta del governo.

Perché quest’ultimo colpo di coda? Forse c’è ancora molto da scoprire, e dunque molto da nascondere, nelle carte delle procure. Centomila file sono tanti. Senza contare le parti «omissate», a quanto pare le più compromettenti, persino dal punto di vista della politica estera. Per questo Berlusconi, come dice la Bongiorno, ha «schioccato le dita» e ha fatto rimettere l’elmetto ai suoi soldati. Il 27 dicembre 2008 aveva giurato per le bancarelle di via dei Coronari: «Se vengono intercettate mie telefonate di un certo tipo, me ne vado in un altro Paese…». Era solo un’altra bugia. Ma serve a capire perché la Grande Guerra delle intercettazioni non è ancora finita.

La Repubblica 10.10.11

"Siamo tutti prigionieri del Cavaliere", di Marcello Sorgi

Incredibile quanto si vuole, la situazione è questa: a diciott’anni dalla scomparsa della Dc, le sorti del governo, ogni giorno di più, dipendono da un gruppetto di democristiani, che vorrebbero democristianizzare Berlusconi. Per chi ha ancora memoria della Balena bianca, la domenica di ieri ha avuto uno strano effetto déjà-vu: riuniti a Saint-Vincent, grosso modo nello stesso periodo e nello stesso luogo in cui si riunivano sempre i seguaci della corrente di Donat-Cattin, i nuovi Dc hanno cercato in tutti i modi di convincere il democristianissimo e contrarissimo segretario del Pdl Alfano che il Cavaliere deve trovare il coraggio di dimettersi, aprire la crisi, e magari ricandidarsi alla guida di un Berlusconi-bis per il fine legislatura. Che poi le probabilità per il premier di succedere a se stesso siano minime e le possibilità di aprire un negoziato sui posti e sul programma inesistenti, i Dc non lo danno per inteso.

Per loro infatti la crisi non sarebbe che una delle tante, decine e decine, vissute ai bei tempi della Prima Repubblica. E che alla fine Berlusconi possa essere sostituito da un altro presidente del Consiglio, la logica conseguenza di una normale alternanza e del rispetto della Costituzione.

Con quest’obiettivo, da giorni, il governatore della Lombardia Formigoni e gli ex-ministri Scajola e Pisanu, per citare i più attivi, rilasciano interviste a tutto spiano per illustrare il loro programma: ai primi posti, la cancellazione del cuore della manovra economica d’agosto, quei tagli agli enti locali e ai ministeri che, seppure insufficienti, costituiscono almeno un tentativo di adesione alle richieste sollecitate e inviateci dalla Banca centrale europea. E in prospettiva, una perfetta restaurazione dei metodi e delle regole di venti, trenta e quarant’anni fa, a cominciare dalla legge elettorale proporzionale che dovrebbe restituire ai partiti (agli attuali partiti!), togliendolo ai cittadini, il diritto di scegliersi i governi.

Ora, intendiamoci, se non fossimo di questi tempi, con l’Italia in bilico su un destino che i pessimisti, le cui file continuano ad infoltirsi, preconizzano simile a quello della Grecia, anche l’idea di una restaurazione non dovrebbe essere respinta pregiudizialmente. Che la Prima Repubblica, pur versando da tempo in una crisi senza rimedio, sia finita più per intervento della magistratura che non per effetto della sua malattia, è un fatto. E altrettanto che la Seconda, a quasi due decenni dalla cosiddetta «rivoluzione italiana», sia rimasta un’incompiuta, a causa, o per colpa, in gran parte di Berlusconi, ma anche dei governi di centrosinistra, che hanno perso per strada la spinta propulsiva per realizzare le riforme. Esiste ovviamente la necessità di riprendere il cammino virtuoso della modernizzazione. Ma ad essere sinceri, va detto, non è questo il momento.

A diciotto mesi dalla fine della legislatura e nel bel mezzo di un’emergenza di dimensioni mondiali, quel che ci si aspetta dal governo è di affrontare i problemi che abbiamo di fronte con urgenza, senza divagare né tergiversare. Sincerità per sincerità, non è detto che l’ultralogorato governo in carica possa farcela. Ma è assai più improbabile che possa riuscirci un nuovo governo che nascerebbe ammesso che il parto sia possibile sulla base del pensionamento forzato del premier e di una maggioranza raccogliticcia almeno quanto quella attuale.

Per questo, conoscendo la caratteristica prudenza e ambiguità dei democristiani, al fondo non si capisce a cosa puntino le loro manovre. Finora l’unico effetto è di ricordarci, dimostrandocelo fino all’asfissia, che siamo – e purtroppo restiamo – prigionieri di Berlusconi. E se riusciranno davvero a far cadere il governo, di portarci alle elezioni in un clima, se possibile, ancora più confuso.

La Stampa 10.10.11

"La Gelmini ricomincia da tre", di Marina Boscaino

Il 19 aprile 2011 – meno di 6 mesi fa – Gelmini, piuttosto piccata per l’incalzare di Floris, testualmente affermava: “Non ci sono tagli agli organici”. Oggi, un dietrofront clamoroso. Evidentemente il ministro è ancora una volta determinata ad avallare strategie altrui: prima esecutrice acritica – anzi compiacente – del taglieggio della scuola pubblica; ora sollecito contributo alla rapida rottamazione (senza rimpianti) di Tremonti, licenziando su “Repubblica” un’intervista, in cui contraddice tutto quanto è andata pontificando dal maggio del 2008 a ieri. Leggere per credere: Sic transit gloria mundi.

Improvvisamente apprendiamo che avevamo ragione: in 3 anni sono stati davvero tagliati 80mila insegnanti. Quando lo denunciavamo non eravamo dunque pericolosi sovversivi, nostalgici sessantottini. Né lamentele, ricorsi, condizioni proibitive di lavoro, violazione del diritto di apprendimento dei ragazzi sono invenzioni di qualche mente fantasiosa. Fantasiose continuano piuttosto ad essere le risposte nel merito alle inadempienze di cui il ministro rifiuta l’addebito: tunnel Cern-L’Aquila, manipolazione dei dati sulle bocciature, scandalo dei test per la prova preselettiva per il concorso da preside. Dove la commissione “esterna” si rivela essere composta in grandissima prevalenza da personale interno all’amministrazione scolastica in libera – e strumentale – uscita.

Fantasiosa, infine, è – e lo proveranno i fatti – la dichiarazione di “ascolto” nei confronti degli studenti che legittimamente continuano a manifestare per il disastro delle “riforme” di scuola e università firmate Gelmini.

Ciò che non stupisce – perché perfettamente in linea con l’impermeabile autoreferenzialità dell’immeritevole ragazza di Leno: da Brescia a Reggio Calabria per sostenere (e passare) l’esame da avvocato – è la risposta all’ultima domanda: Ha mai pensato di dimettersi, ministro Gelmini?
“Mai”.

Il Fatto Quotidiano 10.10.11

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Dieci domande alla Gelmini

Dopo l’intervista a Repubblica, gli studenti della Rete della Conoscenza rivolgono dieci domande a Mariastella Gelmini. Ecco il testo della lettera:
Cara ministra, se lei volesse davvero un dialogo con noi (che noi non abbiamo mai rifiutato), farebbe 10 semplicissime cose, per dimostrare che non ci sta prendendo in giro:

1- Perché non sospende l’iter di attuazione della riforma dell’università? L’ultima parola sugli statuti spetta al ministero, lei potrebbe tranquillamente fermarli e rimettere tutto in discussione.

2- Perché non sottopone quella riforma a un referendum democratico tra tutte le componenti della comunità accademica? Se, come lei dice, questa riforma fa gli interessi degli studenti e a protestare è una minoranza politicizzata, non dovrebbe avere preoccupazioni sull’esito…

3- Perché non chiede al parlamento di abrogare la legge 133/2008? Se, come lei dice, “i tagli sono finiti”, non sarebbe il caso di farli finire sul serio?

4- Perché non presenta una proposta di legge quadro sul diritto allo studio che fissi i livelli essenziali delle prestazioni che le Regioni devono rispettare, come previsto dalla Costituzione? Se non sa cosa scriverci, non c’è problemi, può copiare da www.altrariforma.it

5- Perché non interrompe il piano di riduzione del personale che sta abbattendo drasticamente la qualità della didattica delle nostre scuole, impedendo ogni innovazione, ogni rapporto studente-decente, ogni sperimentazione, e costringendoci a stare in 30 per classe in aule che cadono a pezzi?

6- Perché non chiede a Maroni e Alemanno di revocare la zona rossa intorno al centro storico di Roma? L’Italia è l’unico paese d’Europa in cui è proibito manifestare sotto i palazzi delle istituzioni. Che dialogo vuole, se non ci permettete neanche di avvicinarci senza schierare plotoni di polizia?

7- Perché non finanzia la legge 23/1996 sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici? Non chiediamo niente di straordinario, solo di rispettare la legge: il 40% delle nostre scuole non ha l’idoneità statica.

8- Perché non sospende i finanziamenti alle scuole private, un privilegio ancora più odioso in questo momento di crisi? Se mancano i soldi per tutti, come mai a noi arrivano i tagli e ai figli di papà i fondi?

9- Perché non propone uno statuto dei diritti degli studenti in stage (tranquilla, l’abbiamo già pronto, può copiare anche quello), per dare tutele e garanzie agli studenti inseriti in questi percorsi?

10- Infine, cara ministra: perché non ci ascolta? Perché da anni non solo rifiuta di confrontarsi con il movimento studentesco, ma ha anche smesso di presentarsi nelle scuole e nelle università, per non essere contestata? Come può essere credibile una richiesta di dialogo se non esce dal suo palazzo?

Insomma, cara ministra, se lei volesse davvero ammettere di avere sbagliato, come ha scritto oggi Repubblica, potrebbe fare una cosa semplice semplice: cancellare tutti gli errori che ha fatto in questi 3 anni, abrogare le leggi, restituire i soldi tagliati, sospendere gli iter di riforma, e poi, quando la situazione sarà tornata quella pre-2008, potremo discutere tutti insieme di come cambiare una scuola e un’università che a noi di certo non vanno bene così come stanno. Se non farà questo, vorrà dire che la sua autocritica è falsa come il suo tunnel. E il confronto con noi sarà nelle strade e nelle piazze di questo autunno di mobilitazione, per ribadire la nostra richiesta di dimissioni per lei e per tutto il suo governo

La Repubblica 10.10.11

"Morti bianche e invisibili", di Ilvo Diamanti

Sono passati pochi giorni dalla tragica morte di cinque ragazze, travolte dal crollo di una palazzina, a Barletta. Nel sottoscala, dove le vittime lavoravano “in nero”. nche se ci si ostina a chiamarle morti “bianche”. Per sottolineare come a provocarle non sia l´intervento diretto di qualcuno. Ma, perlopiù, l´assenza di norme e strumenti di prevenzione nei luoghi di lavoro. Con il rischio di svalutare il fenomeno mentre lo si nomina. Le morti “bianche” evocano, infatti, morti minori. Di persone minori. Senza identità.
Ieri, giornata nazionale delle vittime degli incidenti sul lavoro, Napolitano ha ammonito a non abbassare la guardia su questo tragico fenomeno. Che, nel 2010, ha causato circa 1000 vittime. Poco meno di tre al giorno. Una strage. Che, tuttavia, non fa notizia se non quando le vittime sono molte. Come a Barletta, la settimana scorsa. Come alla Thyssen-Krupp, dove, nel 2007, morirono sette operai. Bruciati vivi. Se non muoiono in tanti, insomma, diventano invisibili. Sperduti nella cronaca nera – o meglio, bianca. Niente a che vedere con un omicidio avvenuto in famiglia, tra vicini di casa oppure fra amici. Non è un caso che gli incidenti sul lavoro occupino uno spazio marginale nei notiziari televisivi. Basta leggere i dati dell´Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (curati dall´Osservatorio di Pavia insieme a Demos e alla Fondazione Unipolis). Considerando tutti i Tg nazionali di prima serata (Rai, Mediaset e La 7), nei primi nove mesi del 2011 (1 gennaio-30 settembre), le notizie relative a incidenti sul lavoro risultano 32 e pesano per lo 0,1% sul totale. Cioè, praticamente nulla.
L´irrilevanza del fenomeno sul piano dell´informazione mediatica e televisiva riflette un livello di sensibilità sociale altrettanto ridotto. La graduatoria delle paure della popolazione, rilevata dalla stessa fonte (sondaggio Demos per l´Osservatorio Europeo della Sicurezza, dicembre 2010, 2500 casi) vede, infatti, gli infortuni sul lavoro agli ultimi posti. Occupano la 23esima posizione in una lista di 25 motivi di ansia. Solo l´11% del campione afferma di provare preoccupazione, al proposito. Una quota di cinque volte inferiore, ad esempio, rispetto alla criminalità, alla disoccupazione e alla distruzione dell´ambiente. Metà di quanti dichiarano di aver paura – frequentemente – dell´insorgere di nuove malattie (Sars, influenza A, morbo della mucca pazza, ecc.).
Eppure, se scorriamo i dati dell´Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti per Infortuni sul lavoro (curato da Carlo Soricelli), il fenomeno appare di proporzioni assai più ampie e drammatiche degli effetti prodotti dall´influenza A o dalla criminalità comune. Tra l´1 gennaio e il 9 ottobre 2011: 514 morti, che salgono a oltre 830, se si considerano gli incidenti nel percorso fra casa e lavoro. Rispetto all´analogo periodo di un anno fa, l´aumento delle persone decedute è di 13 punti percentuali (l´Anmil fornisce dati leggermente diversi, ma non di molto.) Come interpretare, allora, la sotto-valutazione che caratterizza la rappresentazione mediale e la percezione sociale?
La prima ragione l´abbiamo già segnalata. Si tratta di un «massacro diffuso». Si verifica, infatti, raramente nelle aziende medio-grandi, dove la prevenzione è attuata con maggior rigore dalle imprese e la presenza sindacale garantisce un buon grado di controllo. Anzi, gli infortuni mortali avvenuti in fabbrica costituiscono una componente ridotta: circa il 10% del totale.
La gran parte degli incidenti mortali, invece, avviene in altri settori, dove prevalgono condizioni di informalità e scarsa visibilità (Osservatorio di Bologna). Nell´edilizia: 133 vittime, oltre un quarto del totale. E soprattutto nell´agricoltura: 162 morti, quasi un terzo del totale. In particolare, il maggior numero delle vittime (200) è costituito da persone schiacciate dal trattore, che esse stesse guidavano.
Ciò suggerisce il secondo motivo della scarsa visibilità attribuita al fenomeno. Che appare sciolto nell´informalità (nel vero senso della parola) della vita quotidiana. Gli incidenti e le morti avvengono dietro a casa nostra, in campagna, nei cantieri degli edifici in costruzione. Dove le norme sulla prevenzione e sulla sicurezza sono poco osservate perché gli stessi lavoratori, in molti casi, prestano loro relativa attenzione. E le vittime sono, spesso, gli stessi imprenditori, lavoratori autonomi e artigiani. Oppure lavoratori stranieri, i quali, come “vittime”, fanno meno notizia di quando sono i responsabili di reati.
Il contesto in cui si verificano gli incidenti e le morti spiega il profilo socio-demografico del fenomeno. Che colpisce molte persone con più di 65 anni: oltre un quarto del totale. E numerose con più di 80 anni. D´altronde, nei settori tradizionali, soprattutto l´agricoltura, gli occupati sono, appunto, invecchiati. Mentre nell´edilizia le vittime sono, piuttosto, gli immigrati. La geografia del fenomeno, infine, si concentra nelle regioni del Nord: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. In altri termini: le aree più industrializzate. È la geografia sociale ed economica di un´Italia informale e, in parte, “nera”. Dove il lavoro si svolge in condizioni, spesso, precarie e ir-regolari. Al di fuori di controlli, garanzie, norme, statuti.
Il che fornisce un´ulteriore chiave di lettura della disattenzione verso un fenomeno così drammatico. Se le morti sul lavoro non suscitano indignazione e neppure tanta sensazione (al di là dell´emozione del momento), è anche perché sono percepite come un rischio inevitabile – e ragionevole – del lavoro e dell´attività produttiva. Soprattutto nell´ambito dell´economia diffusa, nelle aree e nei settori dove prevalgono la piccolissima impresa, l´azienda individuale e il lavoro autonomo. Dove il reddito familiare, la posizione sociale, la stessa identità individuale dipendono dal lavoro. Dove, per citare Luigi Meneghello (in “Libera nos a Malo”), “lavorare bisogna come morire bisogna”. Questo fatalismo diffuso, nei media e nella società, induce a tollerare la morte come un male necessario. A trattare le regole come vincoli in-naturali. Da infrangere e bypassare. Per legittima difesa. In nome del mercato, del lavoro, del risultato d´impresa. Sperando in un condono.
Ma nessun “risultato d´impresa” può valere una vita. E la morte: nessuno mai la potrà “condonare”.

La Repubblica 10.10.11

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“Sul lavoro tre morti al giorno Napolitano: strage inaccettabile”, di Umberto Rosso

Schifani: cancro da estirpare. Fini: sfida nazionale
«Inaccettabile. Su morti bianche e infortuni sul lavoro non si può abbassare la guardia, pur nella crisi economica». Insomma, la prevenzione non si può tagliare. Torna a farsi sentire Giorgio Napolitano contro quella vera e propria strage che insanguina fabbriche, cantieri e i tanti laboratori clandestini nel nostro paese.

Tre morti al giorno. Quasi mille all’anno. Nel 2010 gli incidenti sono stati 775 mila. Con un aumento delle vittime soprattutto fra le donne, come dimostra anche la tragedia di Barletta dei giorni scorsi, e nel settore dei trasporti. E aumentano le malattie professionali, il 20 per cento di denunce in più rispetto allo scorso anno. Cinque miliardi, solo lo scorso anno, la cifra degli indennizzi versati.

Un amarissimo bollettino di guerra, documentato dall’Inail, e reso noto dall’Anmil (che è l’associazione degli invalidi e dei mutilati) nella Giornata dedicata alle migliaia di lavoratori caduti o feriti sul posto di lavoro. Più sicurezza e controlli per fermare dunque la catena di morte, invoca l’associazione nel convegno al quale prende la parola anche il ministro Sacconi («qualcosa sta cambiando, l’anno scorso il numero delle vittime è diminuito rispetto all’anno precedente»). E il titolare del Welfare si è impegnato in una revisione degli indennizzi per il danno biologico.

Una sfida, quella sul sicurezza sul lavoro, «che va vinta» dice il presidente della Camera Fini.

«Le morti bianche sono un cancro da estirpare» insiste il presidente del Senato Schifani. Bersani sollecita maggiore controlli. E Di Pietro denuncia una violazione sistematica nelle aziende delle leggi contro gli infortuni. Allarme raccolto dal presidente della Repubblica, che ha già espresso tutto il suo sdegno per la tragedia di Barletta con le cinque vittime nel crollo della palazzina, lavoranti «vergognosamente sottopagate in nero» a quattro euro all’ora. La «significativa» riduzione di morti sul lavoro nel 2010, dice Napolitano, «deve essere considerata non un traguardo ma una tappa del percorso volto ad assicurare la piena osservanza di tutte le norme». Dunque, scrive il capo dello Stato nel messaggio al presidente dell’Anmil Bettoni, pur nella crisi economica generale che negli ultimi anni ha colpito il nostro paese, «non può abbassarsi la guardia riducendo gli investimenti nel campo della prevenzione e della sicurezza sul lavoro». È necessario continuare a contrastare con determinazione «la piaga del lavoro nero al quale troppo spesso si accompagnano forme di sfruttamento e di violazione delle norme a tutela della sicurezza».

I dati parlano di una triste media di tre morti sul lavoro ogni giorno nel 2010. Pur registrando un lieve calo del fenomeno con 775.374 incidenti (15 mila in meno rispetto all’anno precedente) i casi mortali sono stati comunque 980. Quel che preoccupa è l’aumento dei decessi tra le donne e soprattutto nel settore dei trasporti.

Crescono i morti nella fascia compresa tra i 50 e i 64 anni. Le cifre provvisorie dei primi sei mesi del 2011 indicano che gli incidenti mortali non diminuiscono. Il dato della diminuzione secondo l’Anmil va letto con molta cautela perché si inserisce in un contesto «caratterizzato da un calo dell’occupazione». E perché «non trapelano notizie e denunce» dal mondo del lavoro nero.

La Repubblica 10.10.11