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Premier in aula, ma il governo va ko L'opposizione: "E' finita, salga al Colle"

La bocciatura a Montecitorio sul bilancio davanti gli occhi di un Berlusconi allibito che però minimizza: “Problema tecnico che si può risolvere”. Assenti Bossi e Tremonti. Dai banchi delle opposizioni si alza l’urlo “dimissioni, dimissioni”. Fini: “Evidenti implicazioni politiche”. Cicchitto: “Ora dobbiamo verificare se c’è fiducia”. La presenza in Aula di Silvio Berlusconi non è bastata ad evitare una pesante sconfitta dagli esiti imprevedibili. L’esecutivo è stato battuto infatti oggi pomeriggio a Montecitorio sull’assestamento del bilancio 2010. L’articolo 1 del rendiconto è stato bocciato con 290 a favore e 290 contro. La maggioranza richiesta era di 291 “sì”.

Assenze pesanti. Alla votazione non ha partecipato il ministro Tremonti, rimasto sull’ingresso dell’Aula, scatenando la rabbia dei parlamentari del Pdl. “Non c’è stata nessuna motivazione politica”, si è poi giustificato. Assente anche Bossi, rimasto a parlare con i cronisti in Transatlantico. Presente invece il premier, che una volta resosi conto dell’accaduto ha mostrato tutto il suo stupore. Allibito, è rimasto per un po’ seduto al banco del governo, poi ha scambiato qualche parola con i ministri vicini. Alla fine si è alzato e, senza salutare nessuno dei ministri ma intrattenendosi brevemente con il capogruppo del Pdl, Cicchitto, ha lasciato l’emiciclo, scuotendo vistosamente un foglio che aveva in mano.

I vuoti nella maggioranza. A determinare la batosta del governo è stata l’assenza di 19 deputati del Pdl, a partire dal “ribelle” Claudio Scajola. A questi si sono aggiunti sette parlamentari di Popolo e territorio (gli ex Reponsabili), e tra questi spicca il nome di Domenico Scilipoti, e i 4 del gruppo misto, compresi Miccichè e Ronchi. Agli assenti vanno aggiunti
anche i deputati di centrodestra in missione.

Il grido dell’opposizione. Dall’opposizione si è invece applaudito e urlato: “Dimissioni, dimissioni!”. “La maggioranza che sostiene il governo non esiste più, né nel Paese né in questa Camera”, ha commentato il capogruppo del Pd, Dario Franceschini. “Berlusconi si convinca ad andare al Quirinale”, rincara il segretario dei democratici Pierluigi Bersani. Gian Luca Galletti dell’Udc fa notare che “è la prima volta dall’inizio della storia della repubblica che il governo viene battuto in aula su un provvedimento del genere” e il leader centrsita Pierferdinando Casini parla di “dimissioni inevitabili per salvare l’Italia”. “Se non si dimette questa sera – aggiunge – fa male a se stesso e il Paese”. Bocciare l’assestamento di bilancio, sottolinea anche Antonio Di Pietro, “è un atto politico uguale alla sfiducia verso l’azione di governo e di maggioranza, è la dimostrazione che i conti non tornano, che il governo non ha la maggioranza nemmeno per il bilancio dello Stato”. Per Di Pietro ora la parola deve passare al Capo dello Stato. “Anche nella prima Repubblica – aggiunge – una bocciatura come questa avrebbe comportato che il governo andasse a rimettere il proprio mandato al Capo dello Stato. Berlusconi non lo farà mai e penso che stia allora al Capo dello Stato valutare autonomamente” se ci sono le condizioni per andare a votare subito.

Lo sconcerto di Fini. La seduta è stata quindi aggiornata a domani mattina, ma prima di accordare il rinvio il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sottolineato che il voto con cui è stato bocciato il primo articolo del rendiconto di bilancio dello Stato “ha evidenti implicazioni di carattere politico”. Il presidente ha poi fatto rilevare che si tratta di un fatto che non ha precedenti e per questo ha convocato per domani mattina la Giunta per il regolamento della Camera che dovrà capire se e come l’Aula potrà riprendere l’esame sullo stesso articolato dopo la bocciatura dell’articolo uno dell’assestamento di bilancio.

Effetti a catena. L’esito clamoroso del voto di oggi pomeriggio rischia tra l’altro di ripercuotersi anche sui lavori del Senato. Le opposizioni pretenedono infatti che la discussione del Def venga sospesa. “Chiedo alla Presidenza del Senato di interrompere la discussione sulla nota di aggiornamento e che si riprenda domani mattina alla presenza del ministro Tremonti”, dice il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda. “Il ministro dell’Economia – prosegue – deve spiegare all’Aula come intende sciogliere la questione cui assistiamo dato che la bocciatura avvenuta alla Camera condiziona anche i lavori del Senato: il provvedimento bocciato è un presupposto della nota di aggiornamento al Def che Palazzo Madama ha iniziato a discutere”.

Il premier minimizza. Dopo la bocciatura, Berlusconi si è chiuso a colloquio con Tremonti. All’incontro hanno partecipato anche diversi esponenti della maggioranza, tra cui Bonaiuti, Cicchitto, Romano, Moffa, Lupi, Verdini, Fitto e Brambilla. L’impatto della bocciatura del bilancio secondo Cicchitto non avrà conseguenze sulla tenuta del governo, ma ha dovuto ammettere la necessità di uno stop sul ddl intercettazioni 1. “Io credo che il governo debba rendersi disponibile a un confronto politico e a verificare se abbia o meno la fiducia in Parlamento”, ha poi aggiunto il capogruppo del Pdl. In serata ha minimizzato la portata della sconfitta anche lo stesso Berlusconi. “E’ un problema tecnico che si può risolvere”, ha commentato. Poi il premier ha convocato un summit con gli stati maggiori della maggioranza (Pdl, Lega ed ex Responsabili) in serata a palazzo Grazioli. Allo studio ci sarebbe in particolare la possibilità di presentare alla Camera un nuovo provvedimento con il rendiconto e sul quale chiedere la fiducia, previa intesa con il capo dello Stato.

Tra gli ottimisti anche Bossi, che definisce l’episodio di oggi “un piccolo infortunio”. “No, per adesso non viene giù tutto”, afferma il leader della Lega ai cronisti che gli chiedono se “crolla” tutto. Poi, alla domanda se il governo va avanti chiosa: “Per adesso sì”. Infine su quanto possa ancora durare l’esecutivo, Bossi conclude: “Non lo so, non sono un mago”.

da www.repubblica.it

Governo battuto alla Camera con Berlusconi presente

Governo è stato battuto ed è andato sotto su articolo 1 del rendiconto generale del bilancio dello Stato. Presenti alla Camera Berlusconi e tutto il governo. Napolitano chiede chiarimenti. Bersani: “Dopo la decisione della Giunta per il Regolamento e il messaggio del Presidente della Repubblica, l’unico chiarimento possibile sono le dimissioni del Governo” Franceschini: “Prenda atto che la sua maggioranza non c’é più”. E’ la 91esima volta che il governo viene battuto dall’inizio della legislatura

A seguito della bocciatura del governo sull’articolo 1 del rendiconto generale dello Stato è intervenuto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano con una nota ufficiale del Quirinale: “Il voto di ieri ha riflessi istituzionali, serve una risposta credibile di premier e Parlamento”

Intanto la giunta per il regolamento riunita per valutare come procedere dopo il voto parlamentare, ha ritenuto che “il rendiconto generale dello Stato non può andare avanti nell’iter parlamentare perché la bocciatura dell’articolo 1 preclude i restanti articoli. Quindi l’iter del rendiconto può essere considerato concluso”.

Immediato il commento del segretario del PD, Pier Luigi Bersani: “Dopo la decisione della Giunta per il Regolamento e il messaggio del Presidente della Repubblica, l’unico chiarimento possibile sono le dimissioni del Governo”.

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Governo è stato battuto ed è andato sotto sull’articolo 1 del rendiconto generale del bilancio dello Stato. Presenti alla Camera Berlusconi e tutto il governo.

Le opposizioni hanno chiesto al Governo in coro di prenderne atto.

“Mi aspetto che Berlusconi si convinca ad andare al Quirinale”. Così Pier Luigi Bersani ha commentato la bocciatura del governo alla Camera. “Un governo bocciato sul consuntivo non può fare l’assestamento e un governo che non può fare l’assestamento è un governo che non c’è più”, ha detto il segretario del PD ai cronisti.

Quanto accaduto oggi aggiunge alle “ragioni politiche della crisi anche ragioni strutturali. Berlusconi si convinca ad andare al Quirinale”, sottolinea il segretario del Pd.

“Noi oggi siamo stati molto abili – ha osservato Bersani- se guardate all’evoluzione delle votazioni. E comunque noi siamo stati bravi, ma loro hanno problemi. Berlusconi è arrivato in aula” non avendo compreso la situazione, “ha sottovalutato i problemi perché ormai ha perso il polso dei suoi”.

Il capogruppo PD Dario Franceschini ad un Berlusconi terreo: “prenda atto che la sua maggioranza non c’é più. Le dimissioni adesso sono un fatto dovuto”.

“E’ la 91esima volta che il governo è stato battuto dall’inizio della legislatura e la presenza in Aula del presidente del Consiglio, che ha cercato di andare in soccorso alla sua maggioranza, rende questa sconfitta di un altissimo significato politico”. Lo ha dichiara il responsabile d’Aula della Camera per il gruppo del PD, Erminio Quartiani.

“Ma anche nel merito non si può sottovalutare che con la bocciatura dell’articolo 1 del Rendiconto generale dello Stato vengono meno tutti i conti dell’amministrazione pubblica e delle sue aziende. In piena crisi economica, la maggioranza non riesce a difendere la propria politica economica”.

Alla votazione, in Aula si è registrato un 290 pari. La maggioranza richiesta però era di 291 voti. La seduta sul rendiconto è stata sospesa e riprenderà domani mattina.

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Per Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD, “dopo quello che è avvenuto alla Camera, le dimissioni del governo Berlusconi sono un atto dovuto al Parlamento e al Paese. Con la bocciatura dell’articolo 1 del Rendiconto generale dello Stato vengono meno i presupposti stessi della contabilità pubblica. Si tratta di una bocciatura grave davanti alla quale Berlusconi può fuggire dall’aula della Camera, ma non dai suoi doveri di Premier di fronte alle istituzioni e ai cittadini”.

“Il fatto che non abbia votato il ministro Tremonti – ha proseguito Anna Finocchiaro – insieme con altri rappresentanti di importanti dicasteri e anche il ‘responsabile’ Scilipoti, la dice lunga sulla coesione e sull’armonia che regna nella maggioranza e sulla tenuta del governo. Questo Esecutivo è finito. Oggi non lo diciamo solo noi, ma lo dicono anche i numeri in Parlamento. Mi auguro che Berlusconi abbia quel rigurgito di responsabilità che finora non ha dimostrato di avere”.

da www.partitodemocratico

Letta e Franceschini «Guai a logorare Bersani, serve unità», di simone collini

Il capogruppo alla Camera: «Basta con la stagione dei leader logorati ». Il vicesegretario: «Sono tempi difficili, ora serve unità, a rischio l’esistenza del Pd». Fioroni: «Non siamo gli Sgommati che dicono “Bersani a casa”». Se li hanno invitati sperando in un riposizionamento, sono rimasti delusi. I Modem hanno chiamato Enrico Letta e Dario Franceschini dopo la Direzione Pd della scorsa settimana, quando vicesegretario e capogruppo alla Camera si sono espressi senza see senza ma sulla necessità di un governo di transizione. I due sono andati alla convention organizzata da Movimento democratico e sono anche intervenuti, ma né l’esponente della maggioranza del partito né quello della minoranza di Area democratica (che da mesi si muove in asse con Bersani) hanno offerto molte sponde alla minoranza guidata da Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni.
LA DEADLINE DI NATALE
Franceschini sottolinea la necessità di lavorare attivamente per dar vita, qualora si aprisse una crisi di governo, a un esecutivo di transizione: «È unatto di responsabilità nei confronti del Paese». Ma il capogruppo del Pd alla Camera aggiunge nel suo ragionamento un elemento che non c’è nelle parole di Veltroni e degli altri Modem: «Questa proposta non può restare in campo illimitata nel tempo.
A gennaio la Consulta si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum per l’abrogazione del Porcellume questo farà scattare nel centrodestra diverse spinte. Perciò la proposta di un governo di transizione sta incamposolo fino a Natale».Un messaggio lanciato a chi nel centrodestra sta valutando l’ipotesi di rompere, e che però deve sapere che il tempo per farlo è ora, perché inevitabilmente una crisi che si aprisse a gennaio porterebbe al voto anticipato in primavera. Ma c’è anche un messaggio che Franceschini recapita ai Modem. Se Gentiloni aveva aperto i lavori dicendo che Area democratica si divise un anno fa dopo che Veltroni e altri 75 parlamentari del Pd firmarono un documento per chiedere un cambio di rotta e che ora «la speranza è di ricucire», il capogruppo alla Camera risponde con un no grazie piuttosto esplicito. Due cose infatti non piacciono a Franceschini, del modo in cui si stanno muovendo i Modem. Una riguarda l’unità del partito, l’altra la leadership di Bersani.
«Dobbiamo stare attenti a non rappresentarci divisi anche quando siamo d’accordo», dice facendo riferimento al governo di transizione e alla necessità di andare al voto con un’alleanza tra progressisti e moderati. Ma soprattutto, Franceschini chiude il suo intervento di fronte alla platea Modem chiedendo a tutti di «portare con chiarezza le proprie opinioni, ma senza dividersi su di noi»: «Veniamo da una stagione in cui il giorno dopo che veniva scelto il leader partiva un’azione di logoramento. È un errore che non dobbiamo ripetere». Il monito a non mettere a rischio l’unità del partito, perché ora ne va dell’esistenza stessa del Pd, arriva anche da Letta. Il vicesegretario dei Democratici cita la lettera della Bce (criticata da più di un esponente della segreteria) e dice che sarebbe sbagliato «cercare nuovi uomini neri» ora che la fine di Berlusconi si avvicina. Ma aggiunge: «L’’unità e la coesione sono elementi per affrontare tempi così difficili che rischiano di mettere a dura prova l’esistenza del Pd». E se non si è visto un riposizionamento di Letta e Franceschini, all’assemblea Modem emerge con una certa chiarezza anche un diverso modo di muoversi di Fioroni, rispetto a Veltroni e Gentiloni. Sul referendum e il ritorno al Mattarellu (inviso a Fioroni) ma non solo. Il responsabile Welfare del Pd no risparmia critiche alla «foto di Vasto » e sul rapporto con i cattolici («pochi governi hanno governato con la contrarietà del mondo cattolico»), ma dice che l’obiettivo dei Modem non è quello di fare «la riedizione
degli Sgommati, che dicono “Bersani a casa”, non è questa la nostra finalità».

L’Unità 11.10.11

"La Corte dei conti "gela" la riforma fiscale. "Non ha copertura, tassare beni reali"", da repubblica.it

Il giudizio del presidente dell’organismo di controllo contabile davanti alla commissione finanze: “I tagli lineari alle agevolazioni avrebbero effetti recessivi. Bisogna cercare altre fonti che non penalizzino lavoro e imprese”. E sul condono: “Scelta politica, ma guardare ai precedenti”. La Corte dei conti “gela” la riforma fiscale “Non ha copertura, tassare beni reali” Il premier Silvio Berlusconi
ROMA – La Corte dei conti boccia la riforma fiscale: non ha copertura finanziaria, anche perché parte delle entrate sono state usate dal decreto di agosto. Bisogna quindi tassare beni “personali e reali”, evitando i tagli lineari alle agevolazioni che “sarebbero recessivi” e “si concentrerebbero soprattutto su coloro che già pagano l’imposta e, più specificamente, sui contribuenti che si collocano nelle classi di reddito meno elevate”. Lo ha detto il presidente della Corte, Luigi Giampaolino, parlando davanti alla commissione Finanze della Camera.

Secondo Giampaolino, il ddl delega al governo per la riforma fiscale e assistenziale “risulta ormai spiazzato dagli eventi che hanno riportato in primo piano le esigenze di rigore” e le “incertezze” che lo caratterizzano sul fronte della copertura dovrebbero indurre a “esplorare fonti di gettito nuove, in direzione di basi imponibili personali o reali che non insistano sul lavoro e sulle imprese”. Questo, “anche nella consapevolezza che la strada di una riduzione del perimetro della spesa sociale risulta difficile da percorrere e rischia di produrre effetti non diversi da quelli derivanti da un prelievo eccessivo e distorto”.

Un altro rischio rimarcato dalla Corte è legato ai tagli della spesa sociale: “In molti casi – dice Giampaolino – si è in presenza di erogazioni monetarie che fanno parte di una politica nascosta di contrasto alla povertà” e “non appare irragionevole attendersi che i risparmi di un riordino possano risultare in larga parte controbilanciati dalle risorse che sarà necessario mettere in campo per assicurare servizi adeguati ad una prevedibile impennata del fenomeno della non autosufficienza”. Nel complesso, la riduzione della spesa sociale, secondo la Corte dei conti, rischia di “produrre effetti non diversi da quelli derivanti da un prelievo eccessivo e distorto”.

In generale, è il giudizio della Corte dei conti, gli esiti della riforma fiscale sono “incerti” perché oggi i suoi obiettivi devono “coesistere con più ristretti spazi di manovra”. In particolare, le incertezze derivano dalle decisioni “assunte d’urgenza per fronteggiare le recenti turbolenze economiche” che hanno comportato “un’ulteriore restrizione degli spazi utilizzabili dal riformatore fiscale”, e sono inoltre aggravate dalle “preoccupazioni” sulla situazione economica (che rischiano di aggravare gli squilibri di finanza pubblica), dal perdurare di una crescita quasi in stallo e dall’aumento dei “vincoli derivanti dall’impennata del debito pubblico”.

Il presidente Giampaolino evidenzia poi come i nuovi assetti disegnati dal ddl delega prefigurino “più che una generalizzata riduzione del prelievo fiscale, un’estesa operazione redistributiva”, mentre la “molteplicità e la rilevanza” degli obiettivi perseguiti dal ddl rendono “doveroso interrogarsi sia sull’idoneità dei mezzi di copertura sia sul rischio di un conflitto nella destinazione delle risorse acquisibili”.

Oltretutto, ha rilevato il magistrato, i tempi sono stretti se si vuole evitare l’attivazione dei tagli automatici alle agevolazioni. Per Giampaolino il ddl richiede una maggiore precisazione dei criteri direttivi, ma conserva la sua attualità negli obiettivi di riforma del sistema tributario, in linea con le esigenze di ripresa e che richiede tempi stringenti per l’approvazione anche dei decreti attuativi. Infatti, ha osservato Giampaolino, i rilevanti effetti finanziari connessi alla delega – 4 miliardi per il 2012, 16 per il 2013 e 20 nel 2014, peraltro da anticipare, ai sensi di quanto disposto con le manovre estive – sono già stati incorporati nel quadro di finanza pubblica delineato dalla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2011. “Va, pertanto, evitato – dice Giampaolino – che risulti inevitabile l’attivazione della clausola di salvaguardia del taglio automatico e lineare delle agevolazioni”.

Il presidente della Corte dei conti ha parlato anche dell’ipotesi del condono fiscale: “Quella del condono – ha detto Giampaolino – è una scelta molto politica, specie per l’aspetto che riguarda le conseguenze sul comportamento dei contribuenti”; bisogna però guardare ai risultati dei condoni precedenti (“experientia magistra vitae”) e ha ricordato che ora sarebbe accompagnato da misure di lotta all’evasione delle “quali bisogna tenere conto”.

www.repubblica.it

"La prova dei fatti:"L'Italia è diversa dai luoghi comuni", di Gian Antonio Stella

«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune», scrive il Manzoni ne I promessi sposi, spiegando come non tutti abboccassero all’idea che la peste fosse propagata dagli untori. Ma ci si può ribellare all’opinione comune, se l’antico adagio dice vox populi, vox Dei?

Non solo si può: si deve. Sia per motivi etici, sia per gestire meglio le situazioni di crisi. E lo dimostra un libro del demografo Gianpiero Dalla Zuanna e dell’economista Guglielmo Weber. Il titolo, che gioca un modo di dire, dice tutto: Cose da non credere. Il senso comune alla prova dei numeri. Qui è la differenza: «il senso comune si nutre di miti, il buon senso di fatti».

È vero o no, ad esempio, che «i nostri figli fanno sesso già alle medie»? Falso: «Può accadere che chi raccoglie dati su campioni italiani di sedicenni (…) proclami urbi et orbi che l’età media del primo rapporto sessuale dei giovani si è ormai abbassata a 14 anni. Peccato che il calcolo venga fatto solo sul gruppo dei sedicenni che hanno già avuto rapporti sessuali, ignorando il 70-80% che ancora non li ha avuti». Infatti «se lo stesso gruppo fosse stato intervistato attorno al diciottesimo compleanno, l’età media sarebbe stata di sedici anni, mentre se l’intervista fosse stata fatta al venticinquesimo compleanno, l’età media sarebbe risultata di 18». Non ci sono più le famiglie di una volta? Falso: a differenza di quanto accade nei paesi nordici e anglosassoni, «il 70% delle persone con più di trent’anni, con la madre ancora in vita, risiede a meno di 10 km da lei. In Francia e in Germania, la stessa proporzione non supera il 45%». Di più: «Negli anni Novanta, la percentuale di nuovi coniugi che vanno ad abitare nello stesso comune di almeno un genitore è altissima (86%), praticamente la stessa dei matrimoni celebrati negli anni Trenta».

Gli italiani fanno meno figli perché sono egoisti? Falso: «L’egoismo c’entra poco, anzi è vero l’opposto. In Italia nascono pochi figli perché si vuole troppo bene ai bambini. Le coppie sono molto titubanti rispetto alla prospettiva del secondo, del terzo o del quarto figlio, perché vorrebbero per loro un futuro di alto livello, e sentono di essere in questo poco aiutate, sia dallo Stato, sia dal mercato». Le esperienze degli altri paesi (dove fanno meno «Family day» ma agiscono di più) dimostrano che sono le politiche familiari a fare la differenza. «Non a caso oggi nei 10 paesi più prosperi del mondo nascono in media più di 1,8 figli per donna». Quasi un terzo più che in Italia. Dove, peraltro, è falsa anche l’idea della «società del figlio unico»: i bambini senza fratelli sono il 13%. Un sesto.

La «bomba demografica che ci distruggerà»? Era già un incubo mezzo millennio fa per Niccolò Machiavelli: «E che queste inondazioni, pesti e fami venghino, non credo sia da dubitarne. Quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, in modo che non possono vivere, né possono andare altrove per essere occupati e pieni tutti i luoghi, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno de’ tre modi; acciocché gli uomini essendo divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente, e diventino migliori».

I numeri dicono invece che occorre andarci piano, con le previsioni apocalittiche. Per cominciare, con l’idea di Thomas Malthus che crescano più in fretta le bocche da sfamare che il cibo. Un esempio? «In Italia, i quintali di granoturco prodotti per ettaro passano da 9 nel 1861, a 12 nel 1911, a 25 nel 1961, addirittura a cento nel 2011, più che decuplicati nel secolo e mezzo di unità nazionale». Di più: «Secondo i dati della Fao e delle Nazioni Unite, nel cinquantennio 1961-2011 il cibo prodotto nel mondo è più che triplicato, mentre la popolazione è “solo raddoppiata”. Di conseguenza, ogni uomo di oggi ha a disposizione — in media — quasi il 50% in più di cibo rispetto a cinquant’anni fa».

Il guaio sta nel paradosso di Trilussa: «Seconno le statistiche d’adesso / risurta che te tocca un pollo all’anno: / e se nun entra nelle spese tue / t’entra ne la statistica lo stesso / perché c’è un antro che ne magna due». Anzi, dice un ritocco a Trilussa: se un povero mangia un pollo, o è malato il povero o è malato il pollo. In ogni caso, l’idea che la demografia dei paesi poveri sia destinata a sommergere il pianeta va preso con le pinze. Sia chiaro: la crescita della popolazione va tenuta sotto controllo. Ma dai numeri «viene contraddetta un’idea cardine del modello di Malthus, ossia che il miglioramento economico spinga le coppie ad avere più figli».

Oggi la popolazione del pianeta sta mediamente meglio rispetto a trent’anni fa. Si pensi all’India, che favorendo «la democrazia, l’istruzione e l’agricoltura, è passata da 390 milioni di abitanti nel 1947 al miliardo attuale» e dopo essere stata il paese delle carestie, «oggi esporta cereali in Medio Oriente e Africa» ed è destinata alla più impetuosa crescita economica dei prossimi decenni. O alla Cina, passata dalla fame alla Ferrari Testarossa. Eppure, «fra il 1980 e il 2010 il numero medio di figli per donna nei paesi in via di sviluppo è passato da 5,1 a 2,9. La rapidità e la forza di questo declino fa ancora più impressione se si considerano alcuni grandi Paesi islamici, che nell’immaginario collettivo dell’Occidente vengono visti come arretrati, sia dal punto di vista culturale che da quello economico e demografico. Sempre nel trentennio 1980-2010, il numero medio di figli per donna è passato da 4,5 a 2,1 in Indonesia, da 6,3 a 2,3 in Bangladesh, da 6,6 a 1,8 in Iran, da 5,6 a 2,8 in Egitto, da 5,7 a 2,3 in Marocco. Nel giro di appena trent’anni, seicento milioni di persone — gli abitanti dei cinque paesi appena citati, popolosi come l’Europa senza la Russia — sono usciti dal mondo di Malthus, entrando a vele spiegate nella demografia contemporanea».

Meno male, dirà qualcuno, che li abbiamo «fermati». Falso: «anche nel 2009 e 2010, anni di crisi economica, ogni giorno più di 1000 stranieri si sono iscritti all’anagrafe dei comuni italiani, e ogni anno sono nati 100.000 bambini con almeno un genitore straniero, su 570.000 nascite totali». Totale: 800.000. In due anni. Senza «rubare il lavoro» a nessuno: facendo solo lavori, in particolare nel centro-nord, «che gli italiani possono permettersi di non fare».

C’è chi paventa l’idea che «loro» ci cambieranno? Dalla Zuanna e Weber spiegano che semmai succede il contrario: siamo noi a cambiare loro. A partire dal tasso di fertilità, che tra le donne immigrate precipita presto ai nostri livelli: «Pochi anni dopo il loro arrivo in Italia, gli stranieri condividono gran parte degli atteggiamenti e degli obiettivi di vita dei loro colleghi italiani. Questa assimilazione (nel senso di “diventare simili”) è particolarmente lampante fra i bambini e gli adolescenti. Le aspirazioni e i sogni dei giovani stranieri che vivono in Italia da almeno quattro o cinque anni sono praticamente indistinguibili rispetto a quelli dei loro coetanei italiani». Certo, come ai tempi della peste manzoniana, a qualcuno fa comodo non vedere, non sentire, non sapere…

Il Corriere della Sera 11.10.11

"Caos sullo sviluppo, spunta la mini-patrimoniale", di Valentina Conte

E’ ancora battaglia sul condono. «Non va escluso», ribadisce Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera. «Non è praticabile», gli replica Luigi Casero, sottosegretario all’Economia. «Riforme sì, condono no», titola la Padania di oggi. Così, mentre le tensioni nella maggioranza si acuiscono e nessuno ancora esclude una patrimoniale anche in versione “mini”, slittano sia il decreto Sviluppo che la Legge di Stabilità (la ex Finanziaria), per un varo forse contestuale.

«Entro fine ottobre», riferisce Casero per il dl sviluppo, ma «senza condoni». Tra i motivi del ritardo anche il duro braccio di ferro tra i dicasteri sui tagli da 7 miliardi decisi dalle manovre estive. Alla Ragioneria dello Stato non sarebbero pervenute ancora le proposte dei ministri sulla distribuzione dei sacrifici. La Legge di Stabilità, da approvare entro il 15 ottobre di ogni anno, potrebbe intanto prevedere nuove misure: un prelievo dell’1% sulle baby-pensioni di coloro che hanno smesso di lavorare prima dei 50 anni (soprattutto dipendenti pubblici) e la proroga al 2012 della tassazione agevolata sui premi di produttività.

Agevolazione pari al 10%. «Il condono fiscale può essere collegato alla riforma fiscale», dunque al di fuori del decreto Sviluppo, «per abbattere il debito», insiste Cicchitto che in un duro articolo, pubblicato oggi sul Foglio, bolla la contrarietà sul tema espressa da Cgil, Pd e Confindustria come «fanatismo ideologico» e «moralismo da quattro soldi». E definisce Tremonti novello Savonarola, per il suo modo di difendere la lotta all’evasione e la scelta dei tagli lineari in manovra, «il contrario del riformismo». Il ministro dell’Economia intanto da Milano, dopo un lungo vertice nella sede della Lega con Bossi, fa trapelare che i soldi non ci sono e il decreto sarà a “costo zero” per la semplificazione e le liberalizzazioni, così come delineato da lui stesso prima di essere escluso dalla cabina di regia sul decreto per la crescita affidata al ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. La posizione di Tremonti e anche quella di Bossi pare, dunque, definita: nessun tipo di sanatoria in vista. Confermata dallo stesso Casero: «La maggioranza ritiene che non sia da fare e la nota del governo è chiarissima». E non per motivazioni «etico-politiche», spiega il sottosegretario, ma tecniche: «La Ue non permette un condono Iva». Come già accaduto nel 2008 sul tombale di sei anni prima. «Una vergogna, abbiamo il record mondiale dei condoni», avverte Bersani, leader del Pd. «Il condono induce i cittadini a delinquere», rincara Di Pietro, Idv.

La Repubblica 11.10.11

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“Berlusconi vuole il doppio condono”, di Francesco Bei

«Voglio il condono tributario e quello edilizio». Silvio Berlusconi dice chiaramente che punta sulle sanatorie per trovare le risorse necessarie per finanziare il decreto sviluppo.
Berlusconi è carico come una molla. Stavolta non è disposto a fare retromarcia sul decreto Sviluppo:è convinto infatti di aver ingaggiato la battaglia decisiva, quella che determinerà il risultato delle prossime elezioni. E sa che un passo falso non sarebbe perdonato. «Tremonti – ha detto il premier a uno dei coordinatori del Pdl – ha assunto una posizione ideologica sul condono, ma si dovrà ricredere».

Per il capo del governo non ci sono infatti altre strade possibili per incassare quei miliardi che servono a finanziare la crescita. E non sente ragioni: «Se facciamo il condono fiscale, se lo uniamo magari a una sanatoria sui piccoli abusi edilizi e diamo una scossa all’economia, vi assicuro che le prossime elezioni le rivinciamo noi».

I suoi gli suggeriscono anche una patrimoniale leggera, ma su questo non hanno ancora fatto breccia.

La speranza di risalire nei sondaggi e potersi quindi ripresentare, unita alla mobilitazione di tutto il Pdl – ne è una prova il piglio antitremontiano assunto ieri da Chicchitto e Bondi – lo sta spingendo verso un nuovo corpo a corpo con il ministro dell’Economia.

E in molti, nel governo e nel partito di maggioranza, si augurano che sia quello definitivo, che il duello si concluda insomma con la testa del “professore” sul piatto. «Tremonti con la sua rigidità – è il sospetto di un ministro di peso – finirà per far cadere il governo. È questo che vuole? Sta cercando l’incidente per una crisi?».

Le mosse del ministro dell’Economia vengono passate ai raggi X e la decisione di partecipare ieri al direttivo della Lega, insieme con Bossi e tutti i colonnelli del cerchio magico, è stato un segnale che a palazzo Chigi è arrivato forte e chiaro. «Tremonti – spiega un fedelissimo del premier – è andato a cercare la sponda del Carroccio contro di noi. Non a caso, dopo l’incontro a via Bellerio, Bossi e Tremonti hanno fatto filtrare il loro comune “no” all’ipotesi del condono».

Desta sospetti nel Pdl anche l’apparente disinteresse dei leghisti sui contenuti del decreto Sviluppo, quasi preludessea un disimpegno dall’alleanza di governo, motivato proprio con la stroncatura di un provvedimento che non li ha visti protagonisti. La tensione è tornata quindi alle stelle. A via dell’Umiltà sono certi che «le posizioni di Tremonti si vanno indebolendo giorno dopo giorno» e la riprova starebbe nella circostanza che il ministro «è stato costretto a cercare la protezione del Carroccio». È un fatto tuttavia che questa «protezione» è arrivata, eccome. Un ambasciatore del premier che ieri ha provato a sondare Bossi sul condono, si è sentito rispondere al telefono con un vocione roco: «È roba da terroni, al Nord non serve». Quanto al decreto Sviluppo, Tremonti ha garantito al ministro Romani il supporto tecnico di un team di via Venti Settembre, ma nulla di più. Anzi, parlando con un amico non ha resistito a una battuta delle sue: «Quello pensa di essere Romani-San, ma io lo aspetto in cima alla montagna con la mia Katana». Insomma, quando il povero Romani andrà a presentare il decretone a Tremonti, troverà il ministro pronto a brandire lo spadone del «costo zero». È infatti su questi due ceppi che il ministro dell’Economia ha per ora incatenato Berlusconi: no al condono e misure a «costo zero». Ma c’è un’altra battaglia in vista nel governo fra Tremonti e tutti i suoi colleghi, quella sui tagli da sette miliardi ai ministeri. E il giorno caldo sarà giovedì, quando il Consiglio dei ministri dovrebbe dare via libera alla Legge di Stabilità, il nuovo strumento (che contiene le tabelle con i tagli) che ha sostituito la vecchia Finanziaria. Le sforbiciate ai ministeri sono state fissate da un decreto di Berlusconi, ma spetta ai singoli ministri decidere a cosa rinunciare nel 2012. Il fatto è che, nonostante il termine sia scaduto da una settimana, alla Ragioneria non hanno ancora ricevuto alcuna tabella. Si dice che Tremonti, preoccupato di dover fronteggiare la rivolta, abbia provato intantoa dividere il fronte nemico. Garantendoa Ignazio La Russa, che resta anche uno dei coordinatori del Pdl, parte dei fondi incassati con l’asta della banda larga.

La Repubblica 11.10.11

"Gli occhi chiusi dei leader leghisti", di Aldo Cazzullo

La rivolta anti bossiana di Varese (qualcosa come un moto anti islamico alla Mecca) merita riflessioni più approfondite di quelle che pure uomini intelligenti come Reguzzoni hanno tratto. La linea dei dirigenti più vicini al capo è chiarissima: minimizzare.

Far finta di nulla. Troncare e sopire, sopire e troncare. Eppure è evidente che la Lega deve definire al più presto tre questioni molto serie: la leadership; il rapporto con Berlusconi; la rappresentanza dei militanti e del suo blocco sociale. La Lega è sempre stata una struttura monocentrica, costruita attorno alla famiglia Bossi e agli amici intimi. Ma ora quello schema non regge più. Il declino del capo, l’invadenza dei familiari, l’aggressività dei pretoriani fa somigliare la Lega di oggi a un gruppetto leninista degli anni Settanta, incancrenito attorno a una dirigenza immarcescibile e a incrostazioni ideologiche, più che al movimento agile e corsaro delle origini.
Al ritorno sulla scena politica dopo la malattia, Bossi disse al Corriere che dopo di lui sarebbe venuto suo figlio Renzo. Allora l’annuncio destò scandalo e incredulità. Invece l’intenzione del fondatore era proprio quella. Ma lo scenario in cui oggi vorrebbe imporre la successione è tutt’altro che pacifico. Tessere strappate, votazioni saltate, comizi annullati per evitare contestazioni: di fronte a scene come quelle raccontate dal nostro Marco Cremonesi, i toni trionfalistici con cui La Padania spiega ogni giorno che tutto va bene e ora arriveranno le riforme costituzionali fanno torto al talento politico che la dirigenza della Lega ha sempre dimostrato.

Invece è proprio la sintonia anche sentimentale tra la base e il leader a vacillare. La fine del berlusconismo potrebbe spalancare alla Lega praterie elettorali, e non soltanto al Nord. Maroni, che sta vincendo un congresso locale dopo l’altro, ne è consapevole. Come la gran parte dei militanti. Anche per questo non capiscono la strategia di Bossi. Non è solo questione di democrazia interna.

La Lega di oggi fatica a dare rappresentanza ai piccoli imprenditori, agli artigiani, agli operai del Nord. Sembra aver smarrito la carica innovativa di un tempo. Appare ripiegata sulla difesa di burocrazie e interessi residuali. Davvero la parte più avanzata del Paese chiede alla Lega qualche posto di usciere nei fantomatici ministeri di Monza? Sul serio gli interessi dei ceti produttivi padani si esauriscono nella difesa delle pensioni di anzianità e dei furbi delle quote latte? La richiesta di mobilità sociale, innovazione, opportunità per i giovani può essere incarnata dal Bossi di oggi e dalla sua numerosa prole? Il leader può permettersi di rompere con sindaci in gamba come Fontana, appena rieletto a Varese, e Tosi, che a Verona ha un gradimento di oltre il 60%? Ha senso rilanciare la secessione, dopo il grande successo – in particolare sopra il Po – dei 150 anni dell’unità nazionale?

Rinviare la risposta a questi interrogativi, o negarne l’importanza, implica il rischio di vanificare le intuizioni e le energie che — sia pure con un linguaggio a volte inaccettabile — la Lega senza dubbio ha portato nella politica italiana

Il Corriere della Sera 11.10.11