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"Scuole a pezzi, ma Gelmini resta nel fanta-tunnel", da unita.it

Il Cipe ‘strilla’ Matteoli e Gelmini: ritardo sui lavori già decisi per l’edilizia scolastica per 116 mln di euro. Ghizzoni, Pd: «Auto-bocciatura». La delibera in Gazzetta. scuole e calcinacci. In tempi di crisi economica, l’Italia può permettersi di ritardare lavori già decisi e programmati come quelli per l’edilizia scolastica? Oggi la Gazzetta Ufficiale pubblica una deliberazione del Cipe del 5 maggio scorso, firmata addirittura dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, relativa al piano straordinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.

«Con riferimento al primo programma stralcio – si legge nella deliberazione del Cipe – risulterebbero non avviati interventi per un valore di 18,5 milioni di euro, pari all’11% dell’importo complessivo, a causa soprattutto di ritardi relativi all’autorizzaziopne e alla sottoscrizione dei relativi contratti di mutuo. Con riferimento al secondo programma stralcio – prosegue il Cipe – si sono riscontrate situazioni di ritardo del tutto analoghe, con interventi non avviati per un ammontare di 97,8 milioni di euro, pari al 32% dell’importo complessivo». Sul terzo programma stralcio che prevede interventi per 300 milioni di euro «non è ancora disponibile l’atto di indirizzo delle commissioni parlamentari competenti».

Il Cipe invita quindi i ministri Matteoli e Gelmini a fornire «un quadro complessivo delle iniziative in atto in materia di edilizia scolastica, con riferimento sia ai costi che alle disponibilità esistenti e al relativo stato di attuazione».

La delibera del Cipe «è un’auto-bocciatura dell’azione del governo e dimostra l’incapacità di intervento dei ministri Matteoli e Gelmini in materia di edilizia scolastica. Quelle del Cipe sono le stesse osservazioni che abbiamo fatto al Governo accompagnando la nostra proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta sull’edilizia scolastica»: lo afferma in una nota Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in Commissione Cultura alla Camera.

"Concorso dirigenti: tre comunicati in tre giorni, Ministero in fibrillazione", di Annamaria Bellesia

Il 17% delle domande eliminate è un nuovo problema d’immagine. E mentre la stampa già parla di caos, comincia il palleggiamento delle responsabilità. Assediato da tutte la parti il Ministero appare in difficoltà sul piano della comunicazione: dopo la figuraccia di una decina di giorni fa, costata il licenziamento del portavoce della Gelmini, adesso si profila il bis con la faccenda dei quiz del concorso per dirigenti scolastici, per i quali gli errata corrige sembrano non finire mai, visti gli inserimenti dell’ultimo minuto collocati in fondo alla pagina dei tre elenchi pubblicati il 5/10/2011.
In effetti, 975 quesiti eliminati su 5663 sono più del 17%. Stampa e blog si scatenano, l’opposizione parla di “Miur al collasso”, e si apre la caccia alle responsabilità di un tale default.
Tre comunicati in tre giorni sullo stesso argomento tradiscono indubbiamente un notevole affanno. Si comincia il 5 ottobre: il Ministero fa sapere che “ha provveduto ad una revisione complessiva della banca dati predisposta da una commissione esterna di esperti per la prova pre-selettiva del concorso a dirigente scolastico”. I quesiti esclusi sono contenuti in tre diversi elenchi. Contestualmente vengono pubblicati i nomi degli esperti della commissione “esterna”, fra i quali a dire il vero una buona parte sono “interni”: dirigenti scolastici, dirigenti tecnici, docenti comandati.
Il 6 ottobre si torna a precisare che “il Ministero ha operato una revisione totale delle 5.663 domande predisposte da una commissione esterna di esperti di varia estrazione”, aspetto questo ribadito per la seconda volta, quasi a voler prendere le distanze. “Non si può pertanto attribuire al Ministero -si prosegue con linguaggio sibillino- esattamente il contrario di quanto è avvenuto e che è facilmente verificabile. Infatti la revisione è stata fatta proprio a tutela dei candidati ed ha riguardato tutte le domande con formulazioni non adeguate, che avrebbero potuto indurre in errore i candidati”. Insomma “il Ministero ha adottato fin dall’inizio un comportamento di trasparenza nella conduzione della procedura del concorso”, tenendo conto di tutte le segnalazioni pervenute.
Forse il discorso è una risposta indiretta alle accuse di mancata trasparenza provenienti da Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil e riportate da vari media, accompagnate dalla richiesta che siano resi noti i criteri di individuazione degli esperti incaricati di predisporre le domande, i costi dell’operazione, le eventuali incompatibilità con l’incarico affidato e soprattutto la “penalità economica” per i numerosi errori commessi.
Il successivo 7 ottobre il Ministero, con nuovo comunicato, precisa di aver provveduto alla revisione dei quesiti predisposti dalla commissione “nominata dall’agenzia Ansas”, aggiungendo così un ulteriore elemento riguardo al “chi” e alle responsabilità.
Si conferma inoltre che “le 100 domande oggetto della prova saranno estratte, nell’ambito dei quesiti corretti, il giorno 12 per garantire la massima trasparenza”, rispondendo indirettamente alla richiesta proveniente dal Pd di un breve rinvio per svolgere la prova in condizioni di serietà, rigore e pari opportunità. Infine si comunica che è stato chiesto “un parere all’Avvocatura dello Stato sui requisiti di ammissione dei candidati” e che la prossima settimana saranno convocati i direttori degli Usr e i presidenti delle commissioni “per sollecitare la massima attenzione sul regolare svolgimento delle procedure”.
Insomma le questioni aperte sono tante, la stampa scrive apertamente di “caos” ed è un altro brutto colpo per l’immagine del Ministero e di chi lo regge.

La Tecnica della Scuola 09.10.11

" Rai senza soldi dal Tesoro canone a rate", di Sergio Rizzo

Se vogliamo dirla tutta, non è nemmeno la prima volta che i corridoi del settimo piano di Viale Mazzini, a Roma, vengono attraversati da un simile brivido. Gli alti papaveri della tivù di Stato hanno provato la sgradevole sensazione di potersi trovare con le casse vuote già l’anno scorso, quando la prima rata del canone, che il Tesoro trasferisce alla Rai in quattro tranche trimestrali, è stata versata con un ritardo inusuale. Ma stavolta se la sono vista ancora più brutta. La rata autunnale non arrivava: 450 milioni di euro. Soldi necessari a rimpinguare i conti correnti ormai al lumicino e a riempire le buste paga di settembre. Al Tesoro però nessuno si commuoveva. La spiegazione? Non c’erano quattrini. La faccenda, che rischiava di diventare davvero seria, è stata risolta dopo spinose trattative, con giudizio salomonico. I 450 milioni verranno dilazionati in tre comode ratine da 150.

Il che consentirà di pagare agevolmente gli stipendi: ogni mese se ne vanno fra i 55 e i 60 milioni, senza considerare gli oneri sociali e gli accantonamenti per le liquidazioni. Ma lascerà a bocca asciutta per un po’ un nutrito numero di fornitori. E non è un dettaglio, considerando che la Rai ha debiti commerciali per qualcosa come 805 milioni di euro, stando all’ultimo bilancio approvato nel giugno scorso. Nel quale era già tutto scritto.

Basta leggere bene: «Per quanto concerne il rischio di liquidità si evidenzia che il gruppo ha con il sistema bancario linee di affidamento a breve termine per un importo di circa 475 milioni di euro. È inoltre attivo un finanziamento di 220 milioni di euro nella tipologia stand by, con scadenza nel 2012, con un gruppo di banche. Il complesso degli affidamenti è sufficiente a coprire i periodi di massimo scoperto, seppure la procedura di liquidazione dei canoni da parte del ministero dell’Economia attraverso quattro rate posticipate possa generare tensioni nel caso di ritardi significativi». Traducendo: siccome i soldi del canone, che non vengono pagati direttamente alla Rai ma transitano attraverso il Fisco, arrivano poco per volta, ce li facciamo anticipare dalle banche. Ma se il ministero ritarda i trasferimenti (com’è accaduto), allora sono dolori.

A questo punto, però, è inevitabile farsi una domanda. Come ha fatto un’azienda che ancora nel 2005 non soltanto non aveva un euro di debiti con gli istituti di credito, e anzi disponeva di 102 milioni liquidi in banca, e che fino a due anni fa mostrava ancora un saldo finanziario netto attivo, a ritrovarsi invece ora con una posizione finanziaria netta negativa per ben 150 milioni, come risulta dai conti 2010? E a dover rincorrere le rate del canone con l’aiuto di affidamenti bancari per la cifra monstre di 695 milioni?

Già, come ha fatto? Gli amministratori si lamentano nell’ultimo bilancio che lo Stato non rispetta le sue stesse leggi, le quali stabiliscono che le attività di servizio pubblico devono essere integralmente coperte da risorse pubbliche. Secondo loro mancano all’appello, per il periodo 2005-2009, ben 1,3 miliardi di euro. Nello stesso bilancio si argomenta poi a proposito dell’elevato livello di evasione del canone, valutata in 500 milioni di euro. Vero è poi che la pubblicità ha subito una mazzata… Tuttavia, a parte la questione pubblicitaria, legata alla crisi, non si può dire che siano problemi nuovi: nel 2010, anzi, la Rai ha incassato ben 40 milioni in più di canoni. E ha recuperato 40 milioni di pubblicità. Anche se le cose non sono affatto migliorate.

Il precedente collegio sindacale presieduto da Domenico Tudini aveva ripetutamente segnalato i rischi ai quali si sarebbe andati incontro senza intervenire decisamente su altri punti critici, oltre all’evasione. Ma le segnalazioni sono evidentemente rimaste tali. Il fatto è che la tivù pubblica è fortemente sbilanciata, in modo strutturale, dal lato dei costi operativi. Con uno spreco di risorse interne semplicemente inaudito, al confronto con altre imprese dello stesso settore.

Il personale, per esempio. Nel 2010 la Rai ha pagato 13.295 stipendi, con una diminuzione di 57 unità, come risultato di 174 uscite di impiegati a tempo determinato, bilanciate da ben 117 assunzioni a tempo indeterminato. Il personale «in organico» è infatti ancora aumentato: da 11.387 a 11.402 unità. Più quindici: una sciocchezza, direte. In ogni caso il costo, ormai stabilmente sopra il miliardo l’anno, è salito ancora di qualche milioncino. E comunque alla Rai lavora circa il doppio della gente impiegata a Mediaset. Che ha anche un fatturato maggiore, pur senza considerare la consociata spagnola (Telecinco) e tenendo presente invece che l’azienda pubblica ha la radio, di cui il suo concorrente privato è sprovvisto. I giornalisti sono 2.019, nove in meno rispetto al 2009. Ma quelli assunti fissi sono 1.675, dodici in più.

Eppure, con tutto questo personale a disposizione, le produzioni sono incredibilmente affidate quasi tutte all’esterno. Nel 2010 soltanto il costo dei «servizi per acquisizione e produzioni programmi» da altre ditte è ammontato a 242,6 milioni. In calo di 25 milioni rispetto al 2009, lo sappiamo. Ma soltanto perché la linea aziendale è stata quella di ridurre tutti gli investimenti nella programmazione, tagliati del 6,1%: più di 33 milioni. In estate, come hanno notato autorevoli osservatori, la tivù pubblica è andata in letargo. Si sono imbottiti di repliche i palinsesti, saccheggiando un magazzino per fortuna ben fornito. Senza che il sonno, peraltro, arrestasse l’emorragia. Negli ultimi tre anni la Rai ha accumulato perdite per 167,1 milioni, con un crescendo rossiniano: 7,1 milioni nel 2008, 61,8 nel 2009, 98,2 nel 2010. Fin troppo facile, in tutto questo andazzo, riconoscere un solo vero responsabile. È la mano della politica, il reale gestore dell’azienda. Lorenza Lei, seduta sulla poltrona del direttore generale, ha promesso per quest’anno il pareggio di bilancio. Auguri.

Il Corriere della Sera 09.10.11

"Cgil, sfila l’orgoglio degli statali", di Jolanda Buffalini

Si abbracciano poco dopo la partenza del corteo da piazza Esedra Rossana Dettori, segretario generale della funzione pubblica e Susanna Camusso. Il segretario generale della Cgil è elegantissima, in giacca rossa e pantaloni neri. Rossana è piccolina, parla con il suo accento sardo, si vede che è felice, indossa la maglietta bianca della manifestazione: «Sono Stato IO». C’è tanta gente, tante bandiere rosse con la scritta bianca Fp Cgil, Flc, federazione lavoratori della conoscenza, nel corteo che si snoda attraverso via Bissolati per raggiungere il Pincio e poi scendere in piazza del Popolo. Dal camion arriva un suonare di tamburi, un ritmo rap, i fotografi chiamano le due signore del sindacalismo italiano per immortalare il momento. «La Grecia – dice Rossana Dettori – è pericolosamente vicina, non solo geograficamente. Se lì si annunciano 30.000 licenziamenti, qui 31.000 precari che facevano funzionare l’amministrazione pubblica sono stati mandati a casa, sono stati già licenziati. Perché di questo si tratta, di licenziamenti». In piazza, dal palco dove parlerà dopo il segretario della Flc, la segretaria della Funzione pubblica rievocherà la «traversata nel deserto della Cgil». Nel 2008, proprio a piazza del Popolo, la Cisl si era impegnata e, invece, poco dopo ci fu l’accordo separato. Ma «dal 2008 la situazione del paese è peggiorata, la Cgil non è più sola, c’è stato uno spostamento dell’opinione pubblica. Ora diciamo bentornati a Uil, che prepara lo sciopero del pubblico, a Cisl, che mette in piedi l’iniziativa lavoro pubblico, valore pubblico. Bentornati, se si tornerà alla unità sindacale ». La piazza applaude al’unità sindacale e applaude al ruolo di garante esercitato dal presidente Napolitano, anche per «la sicurezza dei lavoratori ». Solidarietà alla Grecia, continua Dettori, «perché la ricetta greca è pericolosa per tutti i paesi europei ». «Sono Stato IO», slogan un po’ enigmantico stampigliato sulle magliette. Cosa significa? «Siamo stati noi a ridurre il paese in queste condizioni – risponde un partecipante che legge lo slogan con un senso di colpa- ma io non l’ho votato Berlusconi ». “Sono Stato IO” significa che «sono stata io a far funzionare lo Stato. Quando funzionava, perché ora non funziona più niente». “Sono Stato IO”, dice un altro manifestante «soprattutto a volere la Rsu, la rappresentanza sindacale unitaria sul posto di lavoro». Si voterà a marzo, e «si voterà», assicura Susanna Camusso. «Sono io nello Stato», spiega Paola che a Torino lavora in una cooperativa per disabili e che è anche «mamma di un bambino di tre anni» e «vedo bene che le maestre non ce la fanno più a tenere tutti quei bambini, anche perché ho la loro stessa formazione e so bene cosa costa in impegno un progetto educativo annuale». I docenti a contratto hanno tradotto lo slogan richiamandosi al re sole: “L’Etat c’est moi”, recita la loro maglietta nera. Alessassandro Granata, Firenze, del coordinamento precari Flc, è docente a contratto: «Prendo 600 euro al mese ed ho le stesse mansioni degli altri docenti, lezioni, didattica. Insegno lingua portoghese a circa un centinaio di studenti». Anche gli studenti sono in piazza, Rete dei medi e Unione degli universitari: «Vogliamo scuola e università pubblica». Annunciano assemblee per le prossime settimane, per raccogliere nelle scuole le proposte per «rifondare il sistema dell’istruzione». Idee e proposte saranno raccolte nei siti www.scuolache vogliamo,www. Università che vogliamo. Arriva Nichi Vendola a salutare Camusso e Dettori. «Cornuti e mazziati – dice dei lavoratori del pubblico impiego – perché non soltanto sono maciullati nei diritti e nei redditi ma anche umiliati» e: «Berlusconi fugge dal paese reale per rifugiarsi nella dacia del tiranno democratico Putin». «San Giuliano, Torino, Barletta. Tragedie causate dall’indifferenza», è il cartellone retto da alcuni bambini arrivati con la Fp Cgil della provincia Bat (Barletta Andria Trani) che ricorda, insieme alle operaie uccise dal crollo a Barletta, i bambini morti a San Giuliano di Puglia e gli operai della ThyssenKrupp. A nome del Pd nel corteo c’è il responsabile economico Stefano Fassina: «Questo governo ha fatto dei lavoratori del pubblico il capro espiatorio delle sue promesse mancate, come la riduzione delle tasse. Ed è riuscito nel capolavoro di mortificare i lavoratori peggiorando le condizioni e l’efficienza». Caterina Tripodi insegna in una scuola elementare di Tor BellaMonaca, quartiere difficile della periferia romana. Parla dal palco, prima di Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc: «Io conosco bene le conquiste degli anni Sessanta e Settanta, perché sono figlia di operai e ho potuto studiare e laurearmi. La scuola dove andavo non faceva differenza fra ricchi e poveri. Ora mancano i docenti, gli insegnanti di inglese sono stati cancellati, si risparmia sulle supplenze ammucchiando i ragazzi. Il contributo volontario è diventato una tassa in più per le famiglie». Francesca, educatrice barese: «Siamo l’unico paese europeo senza servizi all’infanzia, aspettiamo da 10 anni una legge sugli standard, perché in Italia ci sono situazioni di eccellenza ma anche, soprattutto al sud, pessime condizioni aggravate dal lavoro precario». Sul palco, dove gli onori di casa sono fatti da Paolo Serventi Longhi (Articolo 1) è la volta di Mimmo Pantaleo, che ricorda le operaie di Barletta, «è stato scandaloso che nel giorno in cui si celebravano i funerali delle lavoratrici di Barletta, il presidente del Consiglio abbia offeso ancora una volta le donne e il loro corpo». Il comizio, dopo l’intervento di Susanna Camusso, si conclude con Bella ciao versione Modena City Ramblers. Sul palco le mani si stringono battendo il tempo.

L’Unità 09.10.11

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“La sfida di Susanna Ricostruire il patto di cittadinanza”, Jolanda Buffalini

Ha la voce roca e forte Susanna Camusso quando scandisce, dal palco nella piazza del Popolo piena, e allegra sotto il sole romano per le bandiere, per la giornata di dignità e di lotta, per i grandi palloncini colorati, la sua visione di un paese «che non si rassegna», di un sindacato che «non fa invettive ma proposte». «Non ci stiamo a vedere affondare il paese», grida il segretario della Cgil, e le sue prime parole sono per i giovani, «che vengono tenuti fuori dal lavoro, costretti a non diventare adulti, a restare in famiglia», quando invece «scuola, sapere, ricerca, sanità, servizi, sono le cose che fanno di noi dei cittadini».
Se non ora quando. E poi c’è la rievocazione della grande piazza delle donne, il 13 febbraio scorso, per dire «ogni giorno che passa il premier crea un problema in più. Non ci arrendiamo al paese messo alla berlina. Ripartiamo dal linguaggio, l’offesa alle donne non è solo nel corpo ma nella cultura. Per noi le divise di infermiera e di poliziotta sono degne di profondo rispetto ». La repubblica italiana «fondata sul lavoro, nata dalla resistenza non può diventare la casa del premier, con le leggi bavaglio con il processo breve, con le norme per ottenere assoluzioni». Nella visione del paese di Susanna Camusso «bisogna ripartire dallo Stato», basta con quelli che pensano che il paese sia un’azienda, in Italia «hanno dimostrato di non saper dirigere le aziende e ora vogliono dirigere il paese». Basta con l’antipolitica, con i tagli lineari che producono «secessione fra passato e futuro, fra nord e sud, fra poveri e ricchi », tagli alla scuola che vorrebbero spingere le mamme fuori dal lavoro e i bambini piccoli a casa. Un quadro di solitudine foriero di «xenofobia e razzismo, di arretramento del paese».
Patto di cittadinanza. Il segretario della Cgil chiede un patto di cittadinanza «per unascuola pubblica, laica, nazionale». Ricorda che la scuola «ha costruito l’unità del paese e la democrazia». E accusa il governo che «se ne deve andare» di aver «buttato 3anni, negando la crisi, mentre i maglifici sorgono negli scantinati clandestini, come a Barletta ». Lavoro pubblico, scandisce, è anche «controllare e invece c’è un ministro che sostiene che la legge 626 sulla sicurezza è un costo».
Lo schiaffo. «La lettera di agosto della Bce è stata uno schiaffo al governo e all’Italia». Ma gli schiaffeggiati si mostrano «contenti di essere stati schiaffeggiati». E il ministro Sacconi non ha nemmeno letto bene quel documento, dove non c’è scritto, come nell’articolo 8 della manovra, che bisogna derogare ai contratti e alle leggi. Il governo italiano non ha avuto, «come Papandreu, lo scatto di orgoglio di rispondere che «non si mettono in discussione minimi salariali e contratti ».❖

L’Unità 09.10.11

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“Lavoratori espropriati dal governo” Camusso con gli statali in piazza. “Che schiaffo all´Italia dalla Bce”, di Luisa Grion

Dagli insegnanti agli infermieri, dai vigili del fuoco ai dipendenti ministeriali tutti sono convinti che questo esecutivo – che fin dall´inizio ha puntato a «sminuire il ruolo del pubblico» – «se ne deve andare ora», come ha detto dal palco la leader del sindacato Susanna Camusso «perché ogni giorno che passa abbiamo un problema in più: non ci rassegniamo a veder espropriato il nostro Paese».
Manifestazione a Roma, Piazza del Popolo piena di lavoratori e studenti, ancora una volta la Cgil da sola (anche se proprio la battaglia sul settore pubblico potrebbe essere il territorio della «riconciliazione» con Cisl e Uil).
La protesta è nata dai tagli subiti dalle categorie con le due manovre: pur se uno studio della Banca d´Italia assicura che il lavoratore pubblico, in media, è più pagato del dipendente privato, si calcola che un professore della scuola media con vent´anni di servizio possa perdere, per via del blocco dei prossimi quattro anni fino a 9 mila euro in potere d´acquisto. Ma ancor più si teme «l´obiettivo annunciato dal governo e dalla Funzione Pubblica di tagliare oltre 300 mila posti tra il 2008 e il 2013» riducendo all´osso la macchina dello Stato, la scuola, la sanità e quindi il welfare.
Timori che hanno acquisito forza da quando è stata resa pubblica la lettera che la Bce ha inviato al governo, suggerendogli di «valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego e riducendo se necessario gli stipendi». Quel testo, ha detto la Camusso «è stato un tremendo schiaffo, il commissariamento del Paese». Richiede «uno scatto d´orgoglio: tagliare lo Stato non è l´unica ricetta possibile», va cancellata l´idea che «il pubblico, quindi la scuola, la ricerca, la sanità, la giustizia, la sicurezza» siano, prima di tutto, «un costo».
C´è un´altra strada che si può percorrere senza dissanguare il paese, indica la Cgil «ed è il patto della cittadinanza: chi più ha più paghi» e soprattutto «paghi chi non ha mai pagato». Quindi un no deciso al condono, «parola che non è nel nostro vocabolario» ha detto Susanna Camusso. Sì invece alla patrimoniale e alla lotta all´evasione fiscale, misure necessarie a finanziare «un piano straordinario per i giovani».
Rifondare il Paese «è possibile», ma secondo il sindacato, non con l´esecutivo Berlusconi. «C´è un Paese che non recupera credibilità se questo governo non se ne va» ha detto chiaro e tondo la Camusso. «Non ci rassegniamo a veder affondare il Paese, non ci rassegniamo a vederlo espropriato da chi pensa che mantenere il potere sia il suo elisir di lunga vita. Non ci rassegniamo alle leggi bavaglio, al fatto che possa passare l´idea che per governare il Paese serva chi ha governato un´azienda perché hanno dimostrato di non saper dirigere le aziende così come non sanno dirigere il Paese». E «non ci rassegniamo al fatto che viene continuamente offesa la dignità delle donne» ha voluto precisare la leader della Cgil. In piazza c´era qualche cartello che ironizza sul «bunga-bunga» e sul partito della «gnocca». Lei dal palco ha assicurato: «C´è anche un altro linguaggio e un altro modo d´essere, noi non siamo come il premier».

La Repubblica 09.10.11

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“La Cgil: Berlusconi a casa diciamo basta ai giovani senza futuro”, di Raffaello Masci

Il paese non ne può più, non vuole avere tutto sulle sue spalle a cominciare dal peso di tre anni di crisi negata. Questo governo se ne deve andare». Il leader della Cgil, Susanna Camusso finisce di parlare quando già imbrunisce, e la folla di piazza del Popolo a Roma le tributa un’ovazione. Si conclude così la manifestazione dei dipendenti del pubblico impiego e della scuola, quelli che – secondo la Cgil – sono stati maggiormente segnati non solo dalle manovre finanziarie del governo, ma anche da un’aggressione di immagine che va dai «fannulloni», di immortale memoria, fino al «siete la parte peggiore dell’Italia» con riferimento ai precari, entrambe a copyright Brunetta. I dipendenti pubblici si lamentano perché i tagli ricadono anche sui loro stipendi: un docente di scuola media con oltre 20 anni di servizio perderà in 4 anni circa 9 mila euro. Un segretario scolastico circa 5.000 euro. L’ultima manovra, con il blocco dei salari, l’allungamento dell’età pensionabile per le donne, il contributo straordinario per chi prende più di 90.000 euro (contro i 300.000 euro dei privati), hanno colpito duramente il settore. E all’orizzonte c’è la sindrome greca, con l’ipotsi di tagliare ulteriormente gli stipendi.

Per protestare contro tutto questo, ieri tra piazza della Repubblica e quella del Popolo si è snodato un corteo al cui avvio ha partecipato il leader di Sel, Nichi Vendola che ha parole di fuoco sull’ipotesi di un condono: «All’indomani della tragedia di Barletta, la sola idea di un condono è l’indice di una impudicizia scandalosa di questa classe dirigente». La gente lo circonda e lo applaude: «Nichi, Nichi!»

L’intervento della Camusso è alle 18. Piazza del popolo è piena. «Non ci rassegniamo a vedere il nostro paese espropriato da chi pensa che mantenere il suo potere è un elisir di lunga vita – ha detto Camusso – non ci stiamo più. Se ne vada ora, perché ogni giorno che passa il paese ha un problema in più».

Ma la Cgil della Camusso non si rassegna, e quindi promette battaglia, su molte altre cose. «Non ci rassegniamo a vedere affondare il paese – ha proseguito – non ci rassegniamo a vedere i giovani fuori dal lavoro e i ragazzi costretti a stare nelle famiglie perché non c’è lavoro. Non ci rassegniamo a cancellare la parola futuro dal nostro pensare e agire. Non ci rassegniamo a vedere il paese alla berlina, vedere violati la decenza, la dignità e il normale parlare».

Gli insegnanti, i dipendenti pubblici, gli agenti delle forze dell’ordine (in borghese), i dipendenti degli enti locali, il personale della sanità, tutti indossano una maglietta bianca con la scritta «sono STATO io». Alcuni cartelli specificavano. «Sono stato io a insegnare ai bambini», «sono stato io a curare i malati», «sono stato io a garantire la sicurezza», e così via. Venerdì 21 la Cgil sarà di nuovo in piazza insieme alla Fiom contro la politica sindacale della Fiat: otto ore di sciopero in tutte le sedi del gruppo.

La Stampa 09.10.11

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Camusso: «Basta tagli il governo dica no alla Bce», di GIUSY FRANZESE

ROMA – Un nuovo ”patto di cittadinanza”, in base al quale «chi ha di più deve dare di più. Chi non paga deve iniziare a pagare». Solo così, secondo il leader della Cgil, l’Italia può finalmente ripartire. In una Piazza del Popolo gremita di lavoratori pubblici arrivati nella Capitale da tutta Italia con palloncini colorati, bandiere rosse e magliette bianche con la scritta ”sono Stato io” per rivendicare l’appartenenza ad un settore negli ultimi tempi decisamente bistrattato, Susanna Camusso torna a criticare il governo, le manovre economiche varate recentemente e le ipotesi di nuove misure all’orizzonte. A partire dalla sanatoria fiscale ed edilizia: «La parola condono deve essere abolita dal nostro vocabolario» scandisce la segretaria della Cgil tra gli applausi di migliaia di statali e insegnanti stanchi di essere additati come ”fannulloni”, stanchi di essere considerati – ogni volta che c’è da intervenire sulla spesa pubblica – un costo da tagliare.
La Camusso ribadisce: «Non ci rassegniamo a vedere affondare il Paese. A vedere i giovani fuori dalla scelte e dal lavoro. A vedere espropriato il Paese da una persona che pensa che mantenere il suo potere sia un elisir di lunga vita». L’invito al premier è esplicito: «Non ne possiamo più, se ne vada ora, perché ogni giorno che passa abbiamo un problema in più». Di scelte di politiche economiche, ma non solo. Le vicende private del premier sfilano con i manifestanti. C’è una sagoma di cartone di una donna in slip e reggiseno e la scritta «povera Italia, i mercati internazionali si rifiutano di ballare il bunga-bunga». E non mancano riferimenti alle ultime battute del premier: «Per Berlusconi sono una gnocca e per Brunetta sono una fannullona» recita un cartello tenuto in bella vista da alcune lavoratrici. «Ci vergogniamo per come siamo visti nel mondo» rincara la Camusso.
Ai lati del palco campeggia un mega striscione: «Senza il servizio pubblico sei privato dei tuoi diritti: salute, scuola, sicurezza, ambiente e ricerca». Il no a nuovi tagli è netto. «Le tante manovre di questo governo hanno sempre un filo che le lega, oltre alla loro inefficacia, è ridurre lo Stato. Lo fanno apparire come un risparmio, invece vuol dire negare il futuro di ognuno di noi» afferma la leader della Cgil.
Sullo sfondo c’è la lettera inviata dalla Bce ad agosto al governo: «Uno schiaffo all’Italia» la definisce la Camusso. In quella lettera, tra le altre cose, si chiede «una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Il segretario generale della Cgil chiarisce: «Quando si ragiona di costi noi siamo pronti alla sfida. Ma il Welfare non è un costo, è un fattore di crescita del territorio». Affonda: «Se il ministro Sacconi avesse passato qualche momento a studiare avrebbe capito». E infine aggiunge: «Noi vorremmo lo stesso scatto d’orgoglio del presidente greco che, nonostante tutti i problemi, ha risposto: no, non cancelliamo i contratti, non aboliamo i minimi salariali. Perché non è vero che c’è una ricetta sola».
Dal palco Susanna Camusso ribadisce quindi la sua strada alternativa per il risanamento e la crescita: una più equa distribuzione dei redditi, la tassazione dei grandi patrimoni e della finanza, la lotta all’evasione. «Le risorse così recuperate devono servire a fare uno straordinario piano per il futuro e per i giovani» spiega la Camusso. Il ”patto di cittadinanza” deve essere la premessa per lasciare «la scuola pubblica, nazionale, laica». Infine un avvertimento: il contributo di solidarietà chiesto ai pubblici dipendenti con redditi alti, va bene, ma solo se viene esteso anche alle altre categorie di lavoratori e di redditi, «altrimenti la Cgil partirà con le cause di costituzionalità».

Il Messaggero 09.10.11

"I "ribelli" preparano la sfiducia", di Claudio Tito

«Convincere il presidente del Consiglio alle dimissioni o arrivare all´arma finale: la sfiducia in Parlamento». I “malpancisti” del Pdl stringono i tempi. Il mese di ottobre è cruciale. L´operazione per una «svolta» va realizzata prima che le elezioni anticipate ad aprile diventino ineluttabili. E per questo stanno mettendo nel conto anche la «soluzione finale». Appunto un esplicito voto di sfiducia. L´obiettivo è raggiungere quota 20 alla Camera. Venti deputati per togliere al premier il controllo della maggioranza.
E proprio in quest´ottica la rete che ha iniziato a tessere Beppe Pisanu – e che è stata benedetta anche dal Vaticano – comincia ad allargarsi. Verso i «centristi» del Pdl non si stanno rivolgendo solo il gruppo di «ex democristiani» del Popolo delle libertà. Il fronte si sta allargando ai «Responsabili» e persino ai «colonnelli» di Alleanza Nazionale. Martedì prossimo, infatti, si terrà un altro incontro per stabilire tappe e modalità dell´operazione. E all´incontro è stato invitato anche il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il quale ha fatto sapere per ora di essere solo interessato al progetto.
La pattuglia degli «insoddisfatti» sta dunque crescendo. I diciassette parlamentari riuniti la scorsa settimana da Pisanu e da Claudio Scajola stanno ricevendo nuove adesioni. Basti pensare che dopodomani al vertice – convocato in gran segreto – parteciperà anche il Governatore della Lombardia, Roberto Formigoni.
Ma la geografia del «nuovo gruppo» sta rapidamente cambiando. La sensazione che la permanenza del governo Berlusconi equivalga al voto anticipato nella prossima primavera sta spingendo chi non ha un seggio garantito nel centrodestra a optare per la soluzione che allunghi la legislatura con un esecutivo di «larghe intese». Per poi magari giocarsi la carta di una ricandidatura in un nuovo soggetto politico moderato. Non a caso le attenzioni degli ex An si stanno accentuando. Gli uomini che un tempo militavano con Fini temono infatti il nuovo “predellino” del Cavaliere: la nascita di una lista “Forza Silvio” vede proprio loro come prime vittime.
Non solo. Nel gruppo dei «Responsabili» si sta aprendo una vera e propria crepa. Mario Pepe, ad esempio, è già passato al gruppo misto. Ma anche il siciliano Pippo Gianni si è detto pronto a compiere un passo. E Mario Baccini, uomo dal lungo passato nell´Udc, potrebbe imboccare la strada del ritorno. E la lista degli “incuriositi” è piuttosto lunga: alcuni sostengono che i parlamentari siano almeno 65. Con nomi eccellenti come l´ex presidente del Senato, Marcello Pera.
I “malpancisti”, allora, lavorano a un documento non solo per chiedere un passo indietro a Silvio Berlusconi. Ma anche per aprire la strada a una «sfiducia» contro il governo. L´occasione può essere anche fornita da un provvedimento centrale per la maggioranza. I riflettori sono puntati sul decreto Sviluppo.
«Berlusconi e i suoi – ha detto ieri proprio Scajola – non si rendono conto della gravità in cui versa il Paese. Serve una svolta. E se sul decreto sviluppo non ci sarà…». L´ex ministro non vuole trarre esplicitamente le conseguenze, è molto cauto: «La politica ha i suoi tempi» avverte, anche perché nei prossimi giorni deve incontrare il segretario del Pdl Alfano, che certamente proverà a frenarlo.
La seconda “occasione” è data dal disegno di legge che riordina la disciplina delle intercettazioni. La “legge bavaglio” è l´altro provvedimento su cui “pisaniani” e “scajoliani” possono convergere. Per Scajola, si tratterebbe anche di un modo per prendere le distanze dal sistema con cui il premier affronta le sue inchieste giudiziarie.
L´obiettivo, però, ormai è definito. Imporre un cambio al vertice del governo e aprire la strada a un esecutivo di «responsabilità nazionale» che affronti la crisi economica e cambi la legge elettorale. Per raggiungere il traguardo, però, avverte Bruno Tabacci che conosce bene il mondo degli ex Dc, «si deve passare per la sfiducia a Berlusconi. Altrimenti lui non se ne va. Sarà un evento cruento, ma necessario». Una constatazione che le componenti di Pisanu, Scajola e Formigoni hanno capito bene.
Non a caso il documento che verrà discusso martedì prossimo potrebbe prevedere una scansione piuttosto netta: un´esortazione a cambiare rotta, la disponibilità a votare la sfiducia e quindi la formazione di gruppi parlamentari autonomi che si schiererebbero a favore della prosecuzione della legislatura quando e se il presidente della Repubblica avvierà le consultazioni. Nella speranza che anche il Pdl dia alla fine il sostegno alla nascita di un «governo di transizione» che guidi l´Italia fino al 2013.
I tempi, però, sono stretti. Riportare le lancette a un anno fa, quando si consumò la rottura tra Fini e il presidente del consiglio, significa anche impedire che Berlusconi metta in atto le sue contromisure e soprattutto evitare che si arrivi a dicembre. Quando ogni crisi di governo avrebbe come unico esito le elezioni anticipate.
La macchina, comunque, è stata messa in moto. E tutti – a cominciare da Pisanu e Scajola – sanno che l´esecutivo di “transizione” non può essere una soluzione scontata. E in caso di voto a primavera i “malpancisti” sono già pronti al “piano B”: dirottare le loro energie per la costruzione di un polo «Cattolico liberaldemocratico» insieme all´Udc. La benedizione della Cei l´hanno già ricevuta. I contatti tra Pisanu e il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnsco, si sono intensificati. Tant´è che il raccordo con l´incontro dei movimenti della base cattolica, fissato per il 17 ottobre a Todi, sta diventando un punto di riferimento. I «ribelli» sanno di poter contare su esponenti del mondo cattolico come Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant´Egidio, e Raffaele Bonanni, segretario della Cisl. Perché l´obiettivo finale dell´operazione – dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi – è la nascita di una “Cosa Bianca”. Un nuovo centro moderato alternativo al Pdl e soprattutto a «Forza Gnocca».

La Repubblica 09.10.11

"La rabbia dei giovani la miseria del Sud", di Eugenio Scalfari

Tra le numerose e importanti esternazioni che il presidente Napolitano ha indirizzato nel suo viaggio in Piemonte e in Val d´Aosta ai cittadini che sono accorsi in gran numero a salutarlo ce n´è una che mi ha particolarmente colpito: «Non si debbono dividere gli italiani in buoni e cattivi».
Secondo me non era un incitamento retorico alla coesione nazionale, che sta giustamente a cuore a chi rappresenta l´unità del Paese, ma conteneva un concetto assai più profondo.
Bontà e cattiveria, egoismo e altruismo, interessi particolari e solidarietà sociale non descrivono una società antropologicamente spaccata in due. Sono piuttosto due vocazioni naturali, due istinti che albergano in ciascuno di noi. In ogni individuo e in tutti i luoghi della Terra quei due sentimenti sono presenti e la storia delle persone, delle comunità, delle nazioni altro non è che il confronto dialettico tra quelle due forze che si contrastano.
Talvolta prevale l´una, altre volte l´altra senza tuttavia che la forza soccombente sia eliminata. Se questo avvenisse l´antropologia della specie risulterebbe radicalmente trasformata: l´umanità della nostra natura diventerebbe in un caso una natura bestiale, nell´altro una natura angelica. L´uomo non è né una bestia selvaggia né un´essenza angelicata.
Queste riflessioni sulla natura della nostra specie non hanno soltanto un valore antropologico, contengono anche un insegnamento politico e una speranza per quanti confidano e lottano per un mondo migliore. Le divisioni restano, il confronto tra le due vocazioni continua, come continua la contrapposizione tra i diversi modi di concepire il bene comune, ma il valore politico di quell´esortazione è di non disperare del futuro e di non abbandonarsi all´indifferenza e all´apatia.
Credo che questo volesse trasmetterci Giorgio Napolitano e so che questo è stato anche il significato dell´incontro che si è svolto ieri a Milano per iniziativa dell´associazione “Libertà&Giustizia”. È risultato chiarissimo dalle parole rivolte a molte migliaia di cittadini da Giuliano Pisapia, Roberto Saviano e Gustavo Zagrebelsky: «Non chiediamo niente per noi, ma chiediamo molto per tutti».
Il vento nuovo che spira con sempre maggior lena in tutto il Paese muove in questa direzione, non spinge verso una o l´altra delle parti politiche in accesa competizione tra loro, ma spinge verso il futuro, verso una nuova modernità che congiunge insieme sobrietà, efficienza, sviluppo, solidarietà. Il logo dei promotori li rappresenta con due valori che dal Settecento ad oggi sono stati il punto di riferimento di quanti hanno combattuto per la democrazia: Libertà e Giustizia. Rendiamo onore a quanti, in anni torpidi e tristi, hanno resistito alimentando la speranza anche quando sembrava ridotta alla luce incerta d´una lucciola nelle tenebre. Ora sta tornando a rifulgere in mezzo alle procelle della crisi che continua a infuriare.
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L´epicentro della crisi è il pericolo incombente della recessione. Nel mondo e in Italia. Gli economisti registrano la recessione analizzando l´andamento della domanda; la domanda crolla a causa della caduta dei redditi; i redditi e quindi il potere d´acquisto diminuiscono per mancanza di lavoro il quale a sua volta cede per la scarsità di domanda. Così il cane si morde la coda, l´effetto diventa a sua volta causa, l´economia reale si avvita e il circolo perverso della stagnazione e poi della recessione si autoalimenta.
Per interromperlo deve entrare in gioco un elemento nuovo, capace di bloccare il ciclo perverso e di cambiare il “trend” e le aspettative dei mercati. Bisogna dunque chiedersi quale sia l´elemento nuovo capace di capovolgere le aspettative. Su questa ricerca si sta discutendo da anni e la discussione negli ultimi mesi è diventata sempre più convulsa. Ora siamo alla stretta finale e, come sempre avviene nei gran finali, il problema è ridiventato politico.
Tutti gli attori che partecipano a questa immane partita mondiale hanno assunto rilievo politico: sono politici per definizione i governi, ma anche le Banche centrali hanno assunto quel ruolo; fa politica il governatore della Federal Reserve americano non meno di Obama; fanno politica Trichet e il suo imminente successore Mario Draghi; fanno politica gli imprenditori e le loro organizzazioni; fanno politica i sindacati; fanno politica i “media”; fa politica la gente che va in piazza. e Fa politica – eccome se la fa – chi propugna l´antipolitica.
La politicizzazione della crisi economica è un fatto naturale: si sta infatti discutendo e decidendo di quale sarà il nostro futuro prossimo che porrà le basi per quello dei figli e dei nipoti. E non si può deciderlo che con la partecipazione responsabile della coscienza collettiva. Oppure con il dominio del dispotismo. Una terza alternativa in questi casi non esiste. Ecco perché l´antipolitica non è una risorsa ma un pericolo.
L´antipolitica può essere generata dalla mediocrità della politica presente, ma deve poi approdare ad una concezione positiva del bene comune altrimenti si incanaglisce nel rifiuto di tutto, esprime l´impulso anarcoide latente in ogni società democraticamente immatura. Il terrorismo degli anni Settanta nacque dall´antipolitica del “vogliamo tutto e lo vogliamo subito” e colpì a morte gli esponenti migliori della democrazia riformatrice, giudici, avvocati, giornalisti, politici, operai, servitori dello Stato.
Ma, senza arrivare a queste forme perverse e fanatizzate, guardate al “Tea Party” americano: non è un movimento di destra repubblicana ma una fanatizzata antipolitica che ha puntato perfino sul “default” dello Stato federale ed ora esalta l´isolazionismo e il razzismo “yankee”.
L´antipolitica è anche l´inevitabile sbocco della disperazione che finisce però, altrettanto inevitabilmente, nell´indifferenza, nella difesa del proprio “particulare” e nella delega in bianco al dispotismo.
L´antipolitica fu l´incubatrice del fascismo. Ed è la natura profonda del “Forza Gnocca” berlusconiano che non è una battuta ma un appello ai peggiori istinti che, appunto, albergano in ciascuno di noi.
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Per scongiurare questi incombenti pericoli bisogna dunque curare la disperazione.
Ce ne sono tante e di varia specie nell´Italia di oggi, ma due sono quelle che fanno massa critica: il futuro dei giovani, la miseria del Mezzogiorno. Ne hanno parlato in questi giorni con accenti preoccupati ed anche accorati Napolitano e Draghi. Ne ha parlato la Chiesa con i suoi maggiori esponenti, dal Papa al cardinal Bagnasco, al nuovo arcivescovo di Milano Angelo Scola. Ne parlano le opposizioni, dal Pd a Vendola, da Casini alla Camusso. Fa senso constatare che quelle due emergenze – Mezzogiorno e giovani – non siano state neppure nominate e prese in seria considerazione nelle quattro o cinque manovre economiche uscite dalle raffazzonate improvvisazioni del governo e della sua maggioranza.
Eppure quelle due disperazioni potrebbero essere due occasioni storiche per lo sviluppo dell´economia italiana, gli elementi di rilancio per farci uscire dallo stagno e impedire che si trasformi in recessione.
La sfiducia dei mercati verso i debiti sovrani è stata per ora attenuata da una saggia decisione della Bce, sorretta (finalmente) dal consenso indispensabile della Germania: garantisce alle banche europee un accesso illimitato al finanziamento della Banca centrale, con tassi favorevoli e la durata d´un anno.
La minaccia sulle banche è stata il punto sensibile della speculazione; la Bce ha spezzato la punta di quella lancia ed ha tranquillizzato i mercati. Ma questa strategia finanziaria cura i sintomi, è una sorta di cortisone, non rimuove le cause.
Le cause si rimuovono investendo sulla domanda di lavoro, cioè sugli investimenti, sugli sgravi fiscali che rilanciano i consumi, sulla rete d´un “welfare” moderno che copra i precari e i disoccupati.
Una riforma delle pensioni che porti subito tutte le pensioni d´anzianità al sistema contributivo è auspicabile anche dalla sinistra responsabile e dai sindacati, ma ad una condizione: non serva a fare cassa bensì ad essere investita nel “welfare” a favore d´un patto generazionale tra padri e figli.
Questo è vero riformismo. Le aziende debbono riguadagnare competitività e produttività, ma lo Stato e la collettività debbono darsi carico di quanti subiscono i contraccolpi della globalizzazione e della concorrenza che essa ha scatenato su tutti i mercati.
Discorsi analoghi valgono per il Sud. La depressione economica di quelle regioni è lo scarto che non solo consente ma impone il rilancio degli investimenti. Le risorse ci sono: lotta all´evasione come la fece Vincenzo Visco e prelievo patrimoniale ordinario con basse aliquote e vasta platea.
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Poche parole sull´interessante ricordo che Napolitano ha fatto qualche giorno fa di Giuseppe Pella, iniziando da Biella il suo viaggio piemontese.
Pella è nato e sepolto a Biella. Fu ministro delle Finanze quando Luigi Einaudi era ministro del Bilancio; poi fu nominato presidente del Consiglio a Ferragosto del 1953 e durò in carica cinque mesi. Dopodiché di Pella non si parlò più.
È giusto che, visitando varie città storiche del Piemonte, il Presidente rievochi la memoria dei loro più illustri cittadini. Biella è stata storicamente importante perché lì nacque, ad opera di un paio di geniali imprenditori, l´industria tessile dell´Italia moderna, ma a Biella è anche nato Quintino Sella che fu uno dei maggiori protagonisti della politica finanziaria durante il quasi ventennale periodo di governo della Destra storica, dal 1861 al ´76.
Napolitano ha scelto di ricordare Pella dedicando agli imprenditori tessili e a Quintino Sella (più che mai attuale nelle vicende di questi mesi) brevi parole di circostanza. Perché questa scelta?
Ieri, parlando a Dogliani e ricordando Luigi Einaudi che lì nacque, il Presidente ha negato che vi fosse alcuna sua intenzione politica nel suo ricordo di Pella. È opportuno che l´abbia detto, ma il fatto obiettivo rimane.
Nell´estate del 1953 ci furono elezioni politiche molto agitate; la Dc e i partiti laici suoi alleati avevano varato una nuova legge elettorale che consentiva l´apparentamento di liste varie e un premio di maggioranza alla coalizione vincente. Doveva raggiungere la soglia del 50 più 1 dei voti e avrebbe ricevuto un premio per governare con piena tranquillità. L´opposizione la chiamò “legge truffa”, certamente esagerando. Ci furono proteste violentissime, nacque una lista guidata da Calamandrei, un´altra di liberali intransigenti guidata da Corbino. La conclusione fu la sconfitta della Dc e dei suoi alleati che non raggiunsero la soglia prevista.
De Gasperi decise di ritirarsi dalla politica. Nella Dc stava emergendo Fanfani ma incontrava molte resistenze; la crisi si presentava insomma assai accidentata.
Vigeva fin da allora la prassi delle consultazioni del Capo dello Stato con tutti i gruppi parlamentari; poi un incarico esplorativo, poi l´incarico formale, poi consultazioni dell´incaricato con i partiti di governo e le correnti per l´assegnazione dei ministeri. Infine la presentazione del nuovo governo al Parlamento. Così andarono le cose durante i quarant´anni della Prima Repubblica. Ma la lettera della Costituzione è molto più breve, dice soltanto: «Il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio e – su sua proposta – i ministri».
Einaudi, nonostante la prassi, fece esattamente così. Sentì i presidenti delle Camere, poi andò nella villa di Caprarola e convocò Pella informandolo che aveva già scritto e firmato il decreto che lo nominava presidente del Consiglio. Voleva un governo di “decantazione” che preparasse una nuova legge elettorale.
Questo è tutto. Dal che risulta che la lettera della Costituzione consente al Capo dello Stato di saltare ogni prassi restando saldamente nei limiti che la Costituzione prevede. Napolitano esclude che la sua “citazione” contenga una qualunque intenzione. Ho già detto che ha fatto bene ad escluderla ma resta che il precedente einaudiano conferma, ove mai ce ne fosse bisogno, la correttezza procedurale di attenersi interamente e soltanto al dettato letterale della Costituzione. In questo caso ci ha rimesso Quintino Sella, ma noi siamo contenti che, al bisogno, quel comportamento rientri nel novero d´una correttissima procedura e delle prerogative che la Costituzione assicura al Presidente della Repubblica.

La Repubblica 09.10.11

Edilizia scolastica, Pd: Cipe bacchetta Gelmini e Matteoli, non sanno spendere soldi

Ghizzoni: fondi bloccati perché Governo li usa per foraggiare consenso. “La delibera del Cipe è una auto-bocciatura dell’azione del governo e dimostra l’incapacità di intervento dei ministri Matteoli e Gelmini in materia di edilizia scolastica. Quelle del Cipe sono le stesse osservazioni che abbiamo fatto al Governo accompagnando la nostra proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta sull’edilizia scolastica. La sicurezza nelle scuole deve essere un priorità per il paese e indigna che una macchina burocratica inceppata disperda e non sappia spendere le risorse di poste dal bilancio delle stato. Ma ancora di più indigna la motivazione che è tutta politica: i governi Berlusconi hanno infatti esautorato gli enti territoriali, proprietari degli edifici scolastici, e attuato politiche centralistiche nell’individuazione delle priorità. Tutto questo solo per creare una vera e propria macchina del consenso”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la deliberazione del Cipe pubblicata in Gazzetta ufficiale di oggi che riporta la relazione semestrale sullo stato di avanzamento del Piano straordinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.