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"Il PD e il futuro del progetto europeo", di Pier Luigi Bersani

“Oggi ognuno può constatare le difficoltà che incontra il progetto europeo e anche la domanda di Europa che viene dal mondo e che l’Europa non riesce a evadere. Ma, detto questo, bisogna avere la consapevolezza che il progetto europeo continua a parlare al mondo, riguarda una grande area vitale. In questi anni difficili abbiamo ampliato l’area della pace intorno a noi. La piattaforma economica che abbiamo costruito resta la più rilevante del mondo. L’apparato industriale è imponente. Vasto è il mercato interno. Certo, tutti possono constatare che questa piattaforma non riesce ad esprimere le proprie potenzialità. Ma non vedo chi possa pensare, sia un una visione europea, sia un contesto internazionale, che sarebbe meglio se questa piattaforma si indebolisse o si disgregasse. Il risultato di ogni contatto che abbiamo avuto all’estero, dalla Cina agli Stati Uniti, è questo: tutti chiedono l’Europa”.

Quanto ha inciso nella piena affermazione dell’Europa la guida conservatrice dei principali paesi europei e in quale misura, invece, si sono manifestati limiti da parte dei progressisti?
È chiaro che le forze progressiste non sono state estranee ai limiti della costruzione europea. I motivi sono diversi. In ultima analisi è possibile che le forze progressiste si siano sentite giustamente interpreti dell’economia sociale e di quell’equilibrio di welfare che si è determinato nei diversi paesi e che però è stato costruito su basi nazionali. Da qui il timore di veder messi in discussione equilibri conquistati nella dimensione nazionale, un riflesso che ha pesato molto nelle iniziative delle forze progressiste. Per esempio, che cosa ha impedito alle forze progressiste di incidere nel ciclo degli anni Novanta ed anche, diciamo, fino all’euro e subito dopo? Certamente è mancato il cambio di velocità che doveva, secondo me, esserci su due versanti: il rapporto tra la costruzione europea e la rappresentanza democratica del processo; e il fatto di non riuscire a concepire un allargamento che andasse di pari passo con un rafforzamento delle istituzioni europee. Qui ci sarebbero diverse questioni da affrontare. A me piace sempre citarne una, che ovviamente non è l’unica: il ruolo della Gran Bretagna. Per secoli la Gran Bretagna ha vissuto con l’idea, più che legittima, di dover evitare che l’Europa trovasse la sua quadra di Europa continentale perché altrimenti sarebbe stato messo in discussione il suo ruolo internazionale. Un riflesso così antico non scompare da un giorno all’altro. Ecco, questo è solo uno dei tanti esempi, dei tanti casi di cui non sono state tirate le somme fino in fondo. In altre parole, non ci si è spinti a capire se ci fossero le condizioni e in quali termini – mentre l’Europa si allargava e portava pace, portava rapporti economici con aree limitrofe – per costituire un nucleo essenziale, per rafforzare il ruolo guida non solo dei paesi fondatori, ma dei paesi che erano disposti a raccogliere la scommessa. Questo, secondo me, è mancato.

Invece c’è stato un processo di ripiegamento…
Non possiamo sottovalutare il fatto che il processo di integrazione progressiva – certo complicato, ma che avrebbe dovuto avanzare verso il miglioramento – sia stato interrotto dalla politica delle destre. Le destre hanno basato le proprie fortune elettorali su un ripiegamento post euro e sul fatto che la globalizzazione metteva alla frusta i cittadini europei.

Può essere individuato un nesso tra la decisione di procedere all’istituzione della moneta unica, pur di un assenza di un rafforzamento dell’integrazione politica, e l’egemonia che un impianto monetarista e neo-liberale ha esercitato per un lungo periodo anche sulla cultura politica delle forze progressiste europee?
Al concetto di moneta ovviamente non corrisponde il concetto di monetarismo. È chiaro che la moneta da sola e dentro un logica, diciamo così, esclusivamente tecnica, di tipo monetario e finanziario, può che portare agli esiti che vediamo. Però io voglio ricordare che nel periodo dell’avvicinamento all’euro, sto parlando della seconda metà degli anni Novanta, questo processo aveva come riflesso la spinta alle politiche strutturali comuni. Parlo della pur parziale e limitata riforma nel campo dell’energia, del progetto Galileo, dell’irrompere di politiche europee sui temi ambientali, dei programmi di ricerca, degli accordi di Lisbona. Quegli anni io li ho vissuti e lo ricordo bene. L’arrivo della moneta non era disgiunto dalla percezione che mentre eri su quel percorso dovevi necessariamente fare passi in avanti sui temi strutturali. Nel post euro invece il cambiamento è stato enorme. Anche l’attuazione dell’euro nei mesi successivi alla sua introduzione diede luogo a scompensi, in particolare da noi ad opera del centrodestra. Prevalse l’idea che le cose vanno da sé, proprio nel momento in cui la globalizzazione portava le sue frustate più forti.

Quando è avvenuto questo cambiamento?
Noi la percezione di questi grandi fenomeni l’avevamo anche prima. Nell’opinione pubblica la ricaduta di questo fenomeno è stata avvertita sostanzialmente allo snodo del nuovo millennio, periodo in cui sono stati drammatizzati i temi sui cui la destra ha prevalso: i temi protezionistici, i temi di un Europa burocratica che ti impedisce la giusta protezione da quello che ti arriva dal mondo. Insieme a questo dato di fondo ha prevalso l’idea, diciamo neoliberista, secondo la quale il mercato ha le sue regole indiscutibili. E, siccome queste regole sono indiscutibili, la politica deve preoccuparsi solo di difenderti da questa roba qui, non di dominarle.

Perché è venuta fuori quell’ondata?
Io credo che sia una discussione ancora da fare. Questi fenomeni nascono sempre da fatti di fondo. Nel quindicennio precedente c’era stato un salto tecnologico micidiale che aveva bisogno di diffondersi nel mondo. Pensiamo solo al ciclo dell’elettronica e dell’informatica: un fenomeno che ha prodotto una grande ricomposizione del capitalismo mondiale. Il capitalismo aveva l’esigenza, come dire, di avere flessibilità nella sua riorganizzazione, di raccogliere finanza per muovere avventure industriali, di normalizzare gli schemi a livello mondo. Da qui le ricette per implementare le nuove tecnologie, l’esigenza di avere una regolazione e una normalizzazione sul piano proprio dell’accoglienza di questo ciclo industriale, rispetto al quale la finanza si è fatta servente, sia per raccogliere capitale, sia per scomporre e ricomporre assetti, sia per fare da consulente alle politiche pubbliche. Insomma c’è stata una normalizzazione, una standardizzazione delle politiche sotto l’egida di un mondo che comunque andava avanti, anche a debito, perché il pensiero dominante indicava che le tecnologie avrebbero prodotto crescita senza inflazione. Il ciclo conservatore è stata dunque questa cosa: da un lato lo sfrenato lasciar fare, la logica standardizzata, sostanzialmente di destra, con grandi consulti mondiali e consulenti ovunque. Dall’altro, la politica di destra del fare argine alla spinta della globalizzazione in chiave localistica e corporativa, populistica, difensiva. La destra ha fatto tutte le parti in commedia, accumulando consensi. E i partiti progressisti sono rimasti lì in mezzo a difendere le conquiste sociali dall’effetto dumping della globalizzazione, ma senza avere una teoria, senza una possibile alternativa, ma cercando solo di aggiustare quello che arrivava, rendendolo più potabile socialmente. Abbiamo vissuto un decennio di questo genere.

Un problema anche di egemonia…
Si può dire che la cultura delle forze progressiste europee sia stata influenzata da un meccanismo difensivo che è apparso conservatore e da una idea di innovazione che metteva in bella, dal punto di vista della sinistra progressista, ricette che non erano le sue. Ci siamo trovati in mezzo a questa cosa. Quella ricetta della destra era ed è fallimentare. Ora lo si vede. Bisogna ripartire dal dato dell’economia reale, dagli squilibri basici dei sistemi economici, delle bilance commerciali e così via. È quello che stiamo facendo.

L’europeismo è stato un tratto distintivo dell’Ulivo degli anni Novanta. L’ingresso dell’Italia nella moneta unica è stato il principale successo dei governi di centro-sinistra. Basta il richiamo di questa tradizione per il Partito Democratico o è necessario un ripensamento dei caratteri di questo europeismo?
Certamente il nostro europeismo è fondativo. Noi dall’Ulivo ci siamo misurati in modo vincente con questa prospettiva. Poi c’è stato un grande appannamento. Ora bisogna riprendere il tema del sogno europeo. Ma questo non vuol dire ripartire esattamente dalle cose che abbiamo detto fin qui, perché il congegno europeo va riformato, a partire dai meccanismi che riguardano la democrazia. Il nostro primo ragionamento oggi deve partire da lì. Nella crisi delle democrazie rappresentative, la possibilità d’interpretare i bisogni si collega all’esigenza di trovare una scala dimensionale adeguata alla soluzione dei problemi che dobbiamo affrontare. La dimensione europea è appunto una scala significativa. Dunque, noi dobbiamo mettere al primo posto un superamento progressivo dell’attuale modello intergovernativo, perché l’assenza di una prospettiva di sovranità democratica alla scala europea genera entropia, dispersione e, per difesa, il ripiegamento su modelli localistici, rimpiccioliti. Secondo me, bisogna partire da un nucleo di paesi che si dia obiettivi e sfide più ambiziosi sul piano politico e democratico, per estendere e allargare poi queste conquiste.

E se invece si dicesse: teniamoci la moneta e non aggiustiamo altro?
Non è possibile. E non basterebbe nemmeno fare altri passi giusti in questa direzione: rafforzare i meccanismi di governance, fare un ministro delle finanze europeo o quello degli esteri. Non basta. Bisogna che i paesi si pongano l’obiettivo, il sogno di un vero salto di qualità.

Che cosa può fare il Pd e quale è consapevolezza degli altri partiti progressisti europei sull’importanza di riprendere il cammino verso un’Europa federale?
Il Pd in Italia può richiamare a questa visione un perimetro di forze europeiste. E la stessa cosa va fatta in Europa. Mentre si configura sempre di più, in Germania come altrove, una ristrutturazione del sistema politico sul crinale delle destre populiste che cavalcano e cercano consenso nell’euroscetticismo, le forze di sinistra cominciano a pensare che la carta da giocare è proprio il sogno europeo e anche le forze centriste, popolari e democratiche, come in Germania, non possono discostarsi troppo dalla missione europea e quindi vanno richiamate a questo progetto. Il Pd, insomma, ha questa aspirazione, cioè di chiamare le forze progressiste ad una piattaforma che abbia al punto numero uno ha il sogno europeo. Si può dire che nell’ultimo anno e mezzo ho visto un mutamento negli orientamenti delle forze progressiste su questo punto. Noi abbiamo sempre portato questa voce, questo tipo d’impostazione, a costo di sembrare anche un po’ velleitari. Adesso devo dire che la consapevolezza che l’unico terreno vincente per i progressisti può essere la dimensione europea mi pare sia largamente compresa. Stiamo ai paesi fondamentali, diciamo così. In Germania socialdemocratici e verdi hanno una posizione più consapevole di questa esigenza. Credo che anche le primarie in Francia, alla fine, porteranno una spinta in questa direzione, perché prende piede la critica al modello Sarkozy, a un protagonismo che non ha relazione solida con l’avanzamento comune dell’Europa. Noi questa cosa dobbiamo dirla e dobbiamo dire per primi che in Italia, se arriveremo al governo, noi vogliamo essere alla testa di una disponibilità a cessioni di sovranità su base democratica verso una dimensione europea. Perché o si affronta questo tema e lo si guarda in faccia, o non si trovano le soluzioni.

L’inadeguatezza della sola dimensione nazionale è riconosciuta come una delle ragioni centrali della crisi delle politiche socialdemocratiche tradizionali. Perché solo in una dimensione europea un cambio di indirizzo può riavviare un percorso?
Perché la dimensione europea può innescare processi di crescita. Intanto perché ci sono risorse potenziali enormi che sono sostanzialmente bloccate dai mancati meccanismi di integrazione. Io mi sono occupato sempre di politiche industriali. Da questo punto di vista la cosa appare più lampante. Non è vero che abbiamo un mercato interno sviluppato. La verità è che, se facessimo passi avanti nell’integrazione dei mercati, con 550 milioni di persone, potremmo avere un guadagno di efficienza e di crescita travolgenti. Faccio qualche esempio: non è vero che uno può comprare l’elettricità in Polonia perché costa meno; in realtà ci son di mezzo tali e tanti intoppi e ostacoli che non succede; non è vero che riusciamo ad avere una politica delle ricerche industriali che metta a massa gli sforzi. Senza parlare della Difesa. Le inefficienze, lo spreco e i costi di questo sistema economico sono enormi. E questo è il primo punto. Il secondo punto riguarda il peso della dimensione nei rapporti internazionali: non penso alla possibilità di afferrare da soli problemi globali, ma di proporre meccanismi di governo. Un’Europa che abbia una voce sola nel rapporto con la Cina, con gli Stati Uniti e che ponesse un tema: adesso concordiamo una strategia di accettabile equilibrio delle bilance commerciali, facciamo una accettabile strategia di crescita comune, di sviluppo dei mercati interni. E non v’è dubbio che potrebbe anche affrontare da sola alcune iniziative. Non è affatto vero che elementi regolativi della finanza od anche di tassazione della finanza non possono essere fatti e governati in una dimensione europea. E poi politica estera. Politica estera che non vuol dire solo la pace e la guerra, vuol dire un sistema di relazione e di crescita. Il Mediterraneo, i Balcani. Si decide una strategia economica, una strategia politica: una politica di questo tipo avrebbe potenzialità straordinarie. Se invece si resta sul metodo intergovernativo, tutto questo diventa un’utopia, se non un disastro annunciato. Si pensi alla crisi attuale. Facciamo quasi tutto noi europei. La Germania esporta nel contesto europeo più del 50 per cento dei beni che produce, noi stessi esportiamo gran parte della nostra produzione in Europa. Insomma, molto dipende da noi. Non c’è dubbio quindi che la dimensione europea sia potenzialmente vincente. Ma non c’è altrettanto dubbio che questa dimensione, se non ci sono progressi e si resta al meccanismo attuale, ci porti a crisi successive e a tentare di aggiustare le cose quando i problemi sono già piovuti, il che è quasi impossibile.

Ma è possibile avviare questo processo più avanzato, se prevale nell’opinione dei paesi più forti la diffidenza sul rigore dei paesi più in difficoltà?
La divisone fra paesi irrispettosi delle regole, irrequieti e discoli, e paesi morigerati e rigorosi trova fondamenti nell’esperienza. Tuttavia credo che, nel momento in cui la crisi precipita, ci si renda conto che è tutto interconnesso: dove c’è stato debito, c’è anche chi lo ha finanziato. E c’è stato anche chi ha usato questa esplosione monetaria per vendere prodotti. Quindi, diciamo così, nel bene e nel male le virtù hanno campato anche sui difetti, così come i difetti hanno campato sulle virtù. Però siamo tutti nella stessa famiglia. Come abbiamo detto andando in Germania, sappiamo bene che i paesi periferici con un minor tasso di disciplina debbono portare la propria disponibilità al rigore. Ma non dobbiamo dimenticare che noi italiani, noi democratici in particolare, siamo figli del governo Amato, del governo Prodi, del governo Ciampi, del governo D’Alema, sappiamo cosa vogliono dire rigore e riforme. Detto questo, la Germania, l’Olanda, ecc., affermino senza meno che l’Europa ha un valore, una utilità per loro e noi prendiamoci i nostri impegni. Questo mi pare il punto.

L’evoluzione della situazione politica e dell’orientamento dell’opinione pubblica in Germania appare incerta. Lei è convinto che la difesa dell’euro rimanga l’unica opzione in campo o che possa porsi realisticamente anche la possibilità di un ritorno alle valute nazionali?
L’opinione pubblica sui temi europei è molto incerta e ci sono dei paradossi che andrebbero indagati. In Germania, per esempio, l’opinione pubblica dai sondaggi risulta scettica e problematica sulla solidarietà europea, però poi non dà credito ai partiti che sollecitano questo tipo di risposta. È come se dicesse: “Ci fidiamo di più degli europeisti purché lo facciano con giudizio”, piuttosto che mettersi sulla strada, “Butto a mare tutto”. E quindi siamo in una situazione molto incerta sui grandi movimenti dell’opinione pubblica. Io francamente non credo che nessuno, a partire dalle classi dirigenti, possa pensare davvero ad un ripiegamento sulle monete nazionali. Naturalmente ci sono delle ipotesi di scuola. Ma non credo che sia una opzione praticabile quella di Germania, Olanda, Danimarca e altri paesi che possono farsi il loro euro. Significherebbe tornare alla svalutazione competitiva, significherebbe da noi far decollare l’inflazione, da loro, nei paesi più esportatori, far abbassare il Pil in modo micidiale. Quindi vedo queste ipotesi come elucubrazioni di scuola, ma noi abbiamo solo una ricetta: rilanciare. Arretrare non è un’opzione. Le classi dirigenti europee se ne rendono conto.

Gli eurobond possono essere una soluzione strutturale della crisi dell’euro o un primo passo che segnala la necessità, per salvare la moneta unica, di un livello di integrazione e di sovranità politica condivisa che oggi può apparire perfino utopico? Detto in una forma che può apparire estrema: può esistere l’euro nel medio-lungo periodo senza l’avvio di percorso verso gli Stati Uniti d’Europa?
Penso che la zona euro dovrebbe essere in chiave di sviluppo e di cooperazione rafforzate un elemento trainante di questo passo avanti. Certo, non è detto che si debba procedere tutto d’un colpo. Si può anche andare avanti per cerchi concentrici. Credo che gli eurobond finiranno per esempio per essere una piccola cartina di tornasole del fatto che un passo avanti ci vuole. Le tecniche per fare questa cosa saranno diverse, ma, usciti da queste emergenze, come si può dire al mondo che abbiamo un sistema, se non trovando una forma graduata, che non incoraggi comportamenti deviati, ma che metta in comune i fondamentali elementi di stabilità? Prima o poi, questa cosa sarà fatta. E ricordo la nostra grande tradizione. Ricordo Spinelli. Insomma, possiamo anche accettare definizioni intermedie, interlocutorie, e che però ci dicono che un passo avanti in direzione della democrazia si sta facendo. In questo contesto il Parlamento europeo andrebbe drasticamente rafforzato. La Commissione deve essere più autorevole. L’attuale meccanismo a 27 senza nulla di mezzo certamente non aiuta. Credo che, superata la bufera dei paesi dell’euro, debba venire il momento per darsi le regole, un darsi strumenti di solidarietà credibili, un dotarsi di qualche politica di avvicinamento delle economie e che occorra anche pronunciare qualcosa sulla democrazia. In caso contrario, saremmo in contraddizione con l’aver fatto una moneta.

Qual è il ruolo del progetto europeo nell’identità del PD? E come si collega il rilancio del sogno europeo alla valorizzazione del principio democratico?
Se ci chiamiamo Partito democratico è perché abbiamo posto il tema della democrazia. Quindi, il banco di prova per noi è aver imparato quello che c’era da imparare sulla deriva populista, è porre come stringente il tema di una democrazia rappresentativa nella scala adeguata. Se i partiti progressisti, come spero, riprenderanno piede nei prossimi mesi e nei prossimi anni, e quindi sarà affidata a loro una carta da giocare, il Partito democratico avrà il compito di essere la punta di lancia sul tema democratico e la punta di lancia nella verifica della possibilità dei governi, che io mi auguro progressisti, di dichiararsi disponibili ad una cessione di sovranità.

Quanto ha pesato l’assenza di peso e ruolo di un paese come l’Italia nella crisi che stiamo vivendo?
Io credo che abbia pesato molto. L’Italia è scomparsa come paese, nella prospettiva europea e nello sforzo di portar l’Europa a portare la propria visione nel Mediterraneo. Ma non basta. L’Italia ha anche fornito un modello. Nei dieci anni scorsi, pur con tutta la spocchia con la quale i partiti di destra europei hanno guardato un fenomeno come quello di Berlusconi, in realtà qualcosa hanno imparato dal suo successo. Noi abbiamo applicato per primi le ricette di destra, le ricette populiste, le ricette del ripiegamento. Poi le abbiamo gestite con una chiave berlusconiana fino al punto da metterci fuori da soli perfino dal contesto delle destre. Però abbiamo mandato in giro un messaggio. Questo messaggio è finito in giro per l’Europa, non sempre è riuscito ad influenzare nettamente i governi di destra europei. Però è sempre stato una spina nel fianco ed ha fornito il modello per le formazioni populiste, le tendenze al ripiegamento, le tendenze alla comunicazione populista e aggressiva, sugli immigrati, le tendenza a descrivere questa Europa come quella che misura la lunghezza delle banane. Questo svilimento è penetrato. Di più. La nostra assenza negli scenari che ci competono ha svilito la possibilità di un’Europa che sappia rivolgersi al Mediterraneo lasciando spazio a confuse strategie nazionali. La questione non è se arriva prima la Francia, l’Inghilterra o l’Italia. Non si può pensare di poter gestire il fronte che si apre lì, con tutti i problemi demografici, sociali, politici ed economici, ricorrendo alle zone d’influenza, seppure riconsiderate alla luce del nuovo secolo… Sarebbe una pazzia! In questo caso solo la dimensione europea può far fronte all’enormità dei fenomeni in corso sulla sponda Sud del Mediterraneo.

www.tamtamdemocratico.it

"Non siamo un paese per donne? La risposta è nei numeri dell'Istat", di Paola Zanuttini

D’ accordo, è un brutto momento per le italiane: le più in vista, elevate al rango di maîtresse à penser, sono le ospiti a cena di Berlusconi. Ma è giusto che, nella sua classifica sui 165 Paesi in cui è meglio o peggio nascere donne, Newsweek piazzi l’Italia al cinquantanovesimo posto, fra Uzbekistan e Russia? Veniamo dopo la Moldavia, dove la tratta di ragazze da prostituire ha devastato una generazione. Dopo la Cina che, con la politica del figlio unico, ha causato uno sterminio di neonate.
Per stilare la pagella, il settimanale ha esaminato cinque indicatori: giustizia, salute, istruzione, economia e politica. Al top e in fondo, niente di nuovo, il Nord Europa stravince e l’Africa sprofonda, ma la zona media sconcerta: possibile che le brasiliane governate da una gioviale progressista stiano peggio che nel Brunei dominato da un sultano con l’harem?
Chiedo lumi a un’italiana che ce l’ha fatta: Linda Laura Sabbadini, nuovo direttore del Dipartimento statistiche sociali e ambientali all’Istat, fiera di esserci entrata con un concorso da licenza media inferiore nel 1983. Beh, era già iscritta a Statistica (poi si è laureata), ma varcò il tempio dei numeri per il censimento dell’industria per dare una mano: “Anzi, due. In gran parte quello era ancora un lavoro manuale”.
Cosa le pare dell’elenco di Newsweek?
“È un’aggregazione di vari elementi: come sempre in questi studi, tutto dipende dagli indicatori di partenza e dalla metodologia. Per un’analisi così vasta è difficile trovare in ogni Paese i dati adeguati a rilevare la differenza di genere, si è costretti a ricorrere a quelli disponibili e i risultati non sono sempre soddisfacenti. Per esempio, non basta sapere se i Paesi hanno buone leggi per le donne: le leggi devono essere applicate. Non basta individuare se ci sono tante donne in politica: bisogna capire se hanno ruoli importanti”.
Due parole sugli indicatori di genere?
“All’Istat cominciammo a lavorarci all’inizio degli anni 90, prima della Conferenza delle donne di Pechino. Io c’ero: quella è stata un punto di riferimento anche per le statistiche di genere. Non basta disaggregare per sesso i dati, bisogna costruire indicatori sensibili al genere”.
Per esempio?
“Nel lavoro femminile non si può considerare solo occupazione, disoccupazione e inattività, ovvero la rinuncia a cercare un lavoro, che è il problema delle italiane del Sud. Né, tantomeno, si può considerare la percentuale di donne tra la popolazione attiva, come fa Newsweek: l’approccio di genere in primo luogo guarda se le donne hanno un lavoro, ma indaga contestualmente sul perché non lo hanno, sulla chiave della differenza, che in Italia è il ruolo in famiglia. Le donne single hanno più o meno lo stesso tasso di occupazione degli uomini, un po’ più basso se sono in coppia e senza figli, e ancora di più all’aumentare dei figli. Questo significa indicatore sensibile al genere. Ma approccio di genere vuol dire anche valutare le differenze nella qualità del lavoro e nella retribuzione”.
E come siamo messe in Italia?
“Rispetto all’Europa, la nostra situazione è tra le peggiori: solo Malta ha meno occupazione femminile. Da noi meno di metà delle donne lavora. Con la crisi, nelle fabbriche hanno perso il posto, percentualmente, più donne che uomini. In genere, poi, è peggiorata la qualità del lavoro: calano professioniste e tecniche specializzate, aumenta il non qualificato, resistono le badanti”.
Perché qui la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro riguarda solo le donne?
“Retaggio culturale. Negli anni 50, nei Paesi nordici l’ingresso delle donne nel lavoro è stato aiutato da politiche di conciliazione. Per esempio, i servizi per l’infanzia hanno spinto verso una divisione dei ruoli meno sbilanciata nella coppia. In Italia, invece, queste politiche sono arrivate tardi: le leggi importanti solo intorno al 2000. E si è investito comunque poco. Così, oltre a far ricadere il lavoro di cura sulle donne, si è impedita la creazione di occupazione femminile nei servizi”.
L’Istat ha scoperto che in Italia una madre sola, evidentemente alleggerita dalle camicie del marito da stirare, lavora per la famiglia un’ora in meno di una madre in coppia. Ma come si fa a stabilire indicatori di genere universali con tante differenze fra un Paese e l’altro?
“È complicato. A Eurostat, quando si discuteva dei tempi della giornata, sconcertò la questione del sonnellino pomeridiano, che si fa nell’Europa mediterranea e non al Nord. Arduo anche trovare accordo sulla misurazione dei tempi dei pasti: suona strano parlare di chi cucina, di tavola apparecchiata e sparecchiata, di piatti da lavare e divisione dei compiti tra partner, con i nordici e gli anglosassoni che danno un peso simbolico e culturale diverso al desco. Per noi la cena è quasi un rito di condivisione della famiglia, per loro chi arriva si prepara qualcosa da solo e magari mangia col piatto sulle ginocchia. Non volevano includere l’attività di apparecchiare e sparecchiare. Abbiamo dovuto difendere il nostro minoritario stile di vita fra le risatine anglosassoni”.
Tante differenze anche in Italia?
“Certo, e la cultura dominante non è quella metropolitana: lo sa che la maggior parte delle persone pranza a casa anche se lavora? E lo sa chi mangia di più, in percentuale, fuori casa? I bambini della scuola dell’infanzia. Detto questo, la divisione dei compiti cambia molto lentamente. Le ore di lavoro familiare delle donne diminuiscono nel tempo, ma non perché gli uomini contribuiscano molto di più: le donne tagliano il tempo dedicato al lavoro familiare perché sono sovraccariche e non ce la fanno più. Il contributo maschile cresce lentamente, solo in certi target e nelle attività più creative: giocare coi figli, la spesa, cucinare”.
Queste indagini cambiano la politica?
“Penso che quella del 2006 sulla violenza contro le donne abbia contribuito al varo della legge anti stalking. L’idea dello stupro era quella della ragazza aggredita di notte dall’ extracomunitario, invece è emerso che il 67 per cento degli stupri è opera dei partner, e che le donne non lo considerano un reato. I centri antiviolenza lo sapevano e lo dicevano, ma l’Istat ha diffuso una nuova consapevolezza, rendendo noti dati di un sommerso enorme di violenza non denunciata. Progettare, sperimentare e condurre quell’indagine è stato un lavoro molto complicato, sconvolgente, entusiasmante e istruttivo: abbiamo, per esempio, capito che non potevamo chiedere esplicitamente a una donna se aveva subito violenza dal marito, perché non l’avrebbe chiamata così. Descrivendo le forme di violenza fisica e sessuale, atto per atto – hai ricevuto schiaffi? calci? sei stata ferita? – le percentuali salivano di molto. Parlandone come di un evento che può succedere a tante donne, si incoraggiava a raccontarlo. Molte ci hanno segnalato che eravamo i primi cui lo dicevano. Tante, non si separano dal marito violento per il bene dei figli: servirebbero campagne di informazione per spiegare che non fa bene ai figli vedere la madre maltrattata da un padre che si ostina a non lasciare”.
Forse lo ama. La statistica può misurare l’amore?
“La statistica può misurare tutto. Anche l’amore malato”.

da Venerdì di Repubblica

"Siamo come Malta ed Estonia", di Giovanni Stringa

Perché la Gran Bretagna si porta a casa nove A di rating (AAA da Standard & Poor’s, AAA da Moody’s e AAA da Fitch), mentre l’Italia riesce a malapena a incassarne tre (A da Standard & Poor’s, A2 da Moody’s e A+ da Fitch)? Perché queste sei A di differenza, quando il Regno Unito dovrebbe chiudere il 2011 con un disavanzo che vale, in percentuale, più del doppio di quello italiano (8,8% contro 3,7%)? E quando l’economia italiana, nel secondo trimestre dell’anno, è cresciuta più di quella britannica (+0,8% contro +0,6%)?

32 mila miliardi

Delle motivazioni per la bocciatura del debito pubblico italiano a lungo termine, è stato ampiamente scritto. Ma quali sono le considerazioni che hanno portato alla promozione inglese? Prendiamo Standard & Poor’s, quartier generale europeo a Londra, nel distretto finanziario di Canary Wharf, poco lontano dal cuore economico (la City) e politico (Westminster) della Gran Bretagna. S&P’s — si legge sul sito — «è nota come una società indipendente che assegna rating (valutazioni, ndr) sul credito» e sotto la sua lente ci sono 32 mila miliardi di debito. Lo scorso tre ottobre ha confermato il suo trenta e lode al debito pubblico britannico (AAA e outlook stabile, meglio non si può), nonostante il boom del deficit, per «un’economia in salute, aperta e diversificata — ha scritto S&P’s — sostenuta da un sistema politico e da una struttura di misure macroeconomiche ben consolidati». «Un’economia — insomma — che può rispondere velocemente alle sfide». Nel dettaglio, gli analisti di S&P’s hanno lodato — per esempio — le strategie dell’esecutivo di Sua Maestà per ridurre il deficit, a cui si aggiunge «un grande e liquido mercato per i titoli di Stato». Poi ci sono — spulciando tra i dati — il debito, in salita ma più basso del nostro, o la crescita del Pil, che sta accelerando mentre noi rallentiamo. E alla fine, tra economia, politica e cascata di A, Londra paga sul suo debito un tasso d’interesse più basso di oltre tre punti percentuali rispetto a Roma.

I confronti

Sono invece sullo stesso livello — rating identico — l’Italia e la Spagna? No, Madrid ci batte su tutti e tre i fronti, conquistando, nelle diverse sfumature, la doppia A tanto di S&P’s quanto di Moody’s e Fitch. Allora forse il pareggio è con il Belgio, altro Stato dell’Eurozona con un debito non da poco? No, anche Bruxelles ci surclassa sei (A) a tre. Per arrivare a un Paese dell’Eurozona che abbia le stesse nostre pagelle bisogna scendere sotto la vicina Slovenia (anche qui è un sei a tre), la Slovacchia e l’Estonia (che ci battono per S&P’s e Moody’s, mentre per Fitch è pareggio). Ricordandoci — per esempio — che il Paese baltico ha un debito che vale solo il 6,7% del Pil (il nostro è quasi diciotto volte tanto). E poi, finalmente, si arriva all’Italia, a pari merito perfetto (stessi voti da tutti e tre i «maestri») con Malta.

Con La Valletta, Roma spartisce la dodicesima e la tredicesima posizione su un totale di 17. In una classe, quella dell’Eurozona, in cui svettano la tripla-tripla A (AAA, AAA e AAA) di Austria, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Lussemburgo. I quali, dopo il declassamento estivo degli Stati Uniti da parte di Standard & Poor’s, battono anche Washington.

Ansia da rating

Che cosa succederà adesso? Difficile dirlo, visto che l’ultimo maxi declassamento di Moody’s ha «portato fortuna» tanto a Piazza Affari (la risposta sono state tre sedute frizzanti) quanto al debito (gli spread sui Bund tedeschi si sono assottigliati). Il motivo? Forse il mercato aveva già scontato la bocciatura, forse l’«ansia da rating» — tra gli investitori — non è più quella di una volta, o forse gli errori del passato delle agenzie fanno sperare, anche questa volta, in nuovi errori. E, magari, veloci revisioni al rialzo. Allora, per esempio su Lehman Brothers, alcuni voti si erano rivelati decisamente troppo generosi. Oggi potrebbe essere il contrario? L’ultima parola spetta al mercato: per ora, purtroppo, la risposta degli investitori sembra essere un chiaro no (basta vedere l’impennata dei tassi sui Btp decennali nell’ultimo anno). Le scintillanti parole della pagella britannica, insomma, sono ancora lontane.

Il Corriere della Sera 08.10.11

"Anna e i delitti impuniti che infestano il Cremlino", di Paolo Valentino

Il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja veniva uccisa a colpi di pistola nell’ascensore di casa sua a Mosca. Giornalista d’assalto della Novaya Gazeta, Anna era conosciuta per i suoi reportage sugli abusi dei diritti umani commessi dalle forze russe in Cecenia. Articoli dettagliati e senza concessioni, densi di critiche contro il presidente dell’epoca, Vladimir Putin e il brutale megalomane che questi aveva imposto al vertice a Grozny, Ramzan Kadyrov. Fu un omicidio su commissione, che coronava mesi di minacce, pedinamenti, arresti, perfino un tentativo di avvelenamento nei confronti della donna.

Cinque anni, tre inchieste, centinaia d’interrogatori e intercettazioni dopo, l’affaire Politkovskaja è ancora irrisolto, simbolo e metafora del groviglio di corruzione e complicità che avvinghia e domina il Paese. Qualcosa si è pur mosso. Il Comitato investigativo della Federazione Russa, responsabile della più recente indagine, ha incriminato un ufficiale in pensione della polizia moscovita e un informatore dei servizi, l’Fsb erede del famigerato Kgb, accusati rispettivamente di aver organizzato e commesso l’assassinio. Ma rimangono senza risposta le domande cruciali: chi ha ordinato l’eliminazione di Politkovskaja? E quale ruolo hanno avuto le forze di sicurezza?

A Novaya Gazeta non si rassegnano. È uno dei pochi media che il pervasivo autoritarismo di Vladimir Putin tollera come voce indipendente, una sorta di fiore esotico che consente al Cremlino di offrire un’immagine esterna meno arcigna e più compatibile con i modi delle vere democrazie. «Se vanno a processo non solo i killer, ma anche i sospetti organizzatori allora c’è speranza di arrivare ai mandanti», mi dice il vice-direttore Sergei Sokolov.

Il lavoro di scavo del giornale continua su tutti i fronti. Ma ancor più del caso Politkovskaja, nessuno dei tanti misteri russi legati alla corruzione, che ammorba la gestione pubblica, è oggi potenzialmente più devastante di quello che circonda un’altra vittima del sistema.

Sergei Magnitsky, avvocato d’affari per il gruppo Hermitage, morì come un cane nel novembre 2009 nella prigione moscovita di Matrosskaya Tishina, dopo un anno di custodia preventiva in totale isolamento, durante il quale era stato picchiato, torturato, si era ammalato di pancreatite e si era visto negare ogni assistenza medica.

La colpa di Magnitsky era di aver smascherato e denunciato la madre di tutte le frodi: una cricca di funzionari del ministero dell’Interno aveva fatto sparire, grazie a false operazioni fiscali, 230 milioni di dollari che una sussidiaria di Hermitage aveva già versato come tasse allo Stato. Detto altrimenti, una truffa dell’erario contro l’erario. Ad arrestarlo, furono gli stessi poliziotti che Magnitsky aveva accusato. La sua sorte era stata segnata dal rifiuto a ritirare la denuncia e testimoniare il falso contro il suo cliente, l’investitore anglo-americano William Browder, patron di Hermitage.

Browder era in Russia sin dagli Anni 90. La sua storia personale è un interessante contrappasso: nipote di Earl Browder, fondatore negli Anni Venti del Partito comunista americano anticapitalista e filo sovietico, era stato uno dei primi imprenditori ad avventurarsi nella Russia del post comunismo. Ed era stato anche uno dei sostenitori di Vladimir Putin, almeno fin quando mostrò un eccesso di attivismo nel denunciare le pratiche troppo disinvolte di aziende statali come Gazprom e venne espulso.

La morte di Magnitsky aveva suscitato sdegno e ribellione perfino nelle elite russe. Il presidente Dmitrij Medvedev ordinò un’inchiesta. Ma sono stati soprattutto Browder e appunto Novaya Gazeta a non mollare la presa, trasformando l’affaire in una bomba ad orologeria, che ora in molti tentano nervosamente di disinnescare.

Spendendo milioni, Browder ha raccolto prove inconfutabili sulla colpevolezza dei funzionari, pubblicandole sul sito www.russian-untouchables.com. Non ultimi, i versamenti per oltre 10 milioni di dollari, ricevuti sui depositi esteri del marito, da Olga Stepanova, capo dell’Agenzia delle entrate di Mosca, che aveva autorizzato il dirottamento dei 230 milioni di dollari della frode sui conti di una società fantasma. I soldi sono spariti nel nulla, ma lei, funzionaria a 50 mila dollari l’anno, si è improvvisamente ritrovata miliardaria e proprietaria di ville in Montenegro, Dubai e di una dimora hollywoodiana da 20 milioni di dollari a Mosca.

Sul piano concreto, i progressi sono però inesistenti. Solo due medici sono sotto inchiesta per negligenza, mentre alcuni dei protagonisti sono stati addirittura premiati per meriti di servizio e promossi. Alle contestazioni in punta di fatto di Browder, le autorità russe oppongono un assordante silenzio. Ed è Novaya Gazeta a ipotizzare il peggio, suggerendo che il caso Magnitsky abbia ramificazioni fin dentro i piani alti dell’esecutivo: «Chi è — si è chiesto il giornale — il misterioso ministro del governo che copre lo scandalo?».

Potrà o vorrà Vladimir Putin, ora che ha deciso di tornare al Cremlino da presidente, con la prospettiva di restarci fino al 2024, combattere sul serio la corruzione, senza mettere in discussione le basi del proprio potere? «Non può farlo radicalmente — mi dice Alexei Veneditkov, direttore di Ekho Moskvy, l’unica radio indipendente dell’etere russo —, Putin pensa che la corruzione sia il male minore di fronte al rischio di disgregazione, il prezzo da pagare all’unità del Paese».

E in parte d’accordo è anche Alexander Lebedev, il tycoon coproprietario insieme a Mikhail Gorbaciov della Novaya Gazeta, secondo il quale «è quasi impossibile trovare un aspetto della vita che non sia dominato massicciamente dalla corruzione ai più alti livelli, il sistema politico è diventato un ostacolo alla crescita economica». Ma per Lebedev, la soluzione è solo parzialmente russa: «Bisogna rafforzare il sistema legale, dare autonomia ai giudici, creare delle corti amministrative cui i cittadini possano rivolgersi. Ma è anche una questione globale. Se ne dovrebbe far carico il G20 o addirittura il braccio politico della Nato. I soldi della corruzione russa vanno quasi tutti all’estero. È lì che bisogna agire».

Il Corriere della Sera 08.10.11

"8 ottobre. L'orgoglio del lavoro pubblico a Roma", da flcgil.it

Sono docenti, ricercatori, medici, educatori, tecnici, impiegati, infermieri, vigili del fuoco, netturbini, musicisti… sono lavoratori delle istituzioni e amministrazioni pubbliche, responsabili di servizi fondamentali per tutti i cittadini. Non sono fannulloni, come li dipinge un governo incompetente e decotto solo per tagliare loro gli stipendi. Si stanno già muovendo, almeno quelli che vivono più lontani dalla capitale, con treni, pullman, navi, automobili verso Roma per gridare che senza il pubblico i cittadini sono privati dei loro diritti, anche quelli garantiti dalla Costituzione. L’istruzione, la sanità, la ricerca, la protezione civile, la pulizia urbana danno senso alla cittadinanza e fanno civile un paese. Chi si occupa di istruirci e di formarci, chi si occupa della nostra salute, chi ci assiste se siamo in difficoltà, chi ci soccorre nelle calamità, chi trova nuove cure contro le malattie, chi tutela l’ambiente…: questo è il settore pubblico che il governo vuole smantellare, per fare arricchire pochi sui bisogni e sui diritti di tutti.

Alla manifestazione, promossa dalla CGIL, dalla FLC CGIL. dalla FP CGIL, stanno arrivando tantissime adesioni. Prima fra tutte quelle delle associazioni degli studenti che, già dall’inizio dell’anno scolastico, stanno denunciando lo stato comatoso in cui il governo ha gettato la scuola. Hanno aderito i precari pubblici che vogliono dare un taglio alla politica dei tagli e spiegano che di fronte alla crisi c’è più bisogno di stato e non di privato. Hanno aderito associazioni professionali, culturali, ambientali, di genitori, molte delle quali sono state tra i promotori degli stati generali della conoscenza. Hanno aderito rispondendo all’appello di Domenico Pantaleo che spiegava lo spirito della manifestazione: “aperta a quanti condividono la nostra voglia di cambiare e hanno fiducia che ciò sia possibile”.

La protesta del lavoratori pubblici – ha detto Fulvio Fammoni segretario confederale della CGIL – riguarda tutti i cittadini che si trovano a pagare più tasse per avere meno servizi.

www.flcgil.it

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I tagli alla conoscenza impoveriscono l’intero Paese

Blocco dei contratti e delle carriere: schede e analisi sugli effetti disastrosi delle politiche finanziarie del governo Berlusconi nei settori della conoscenza e tabelle sulle perdite di stipendio delle diverse figure.
Un docente di scuola media con oltre 20 anni di servizio perderà in 4 anni (2010-2014) circa 9 mila euro. Un assistente amministrativo (segreterie delle scuole) con la medesima anzianità e nello stesso quadriennio perderà circa 5.000 euro. È l’effetto combinato del blocco dei contratti e del blocco delle carriere. Una miscela micidiale per lavoratori che hanno gli stipendi tra i più bassi d’Europa, sui quali l’inflazione, il fisco e l’aumento generale del costo della vita pesano già oltremodo. Per i docenti di scuola la perdita è in realtà più alta perché il blocco delle carriere riduce anche le indennità accessorie.
In allegato i nostri approfondimenti.

Il lavoro nella scuola, reso quasi impossibile quotidianamente dalle sciagurate politiche del governo come denunciano le cronache di inizio d’anno, è anche umiliato economicamente.

La mannaia delle manovre economiche di questo governo, dal 2008 in poi, si abbatte anche su università, ricerca, alta formazione artistica e musicale (AFAM), tutti settori che dovrebbero essere dei fiori all’occhiello di un Paese come l’Italia e soprattutto delle leve di sviluppo e innovazione.

I docenti universitari perderanno in 4 anni oltre 14 mila euro, a cui si aggiunge il danno del blocco delle anzianità. A causa del blocco dei contratti i docenti di accademie e conservatori perderanno oltre 8 mila euro. I ricercatori, proprio quelli dello sciagurato tunnel di Gelmini, e i tecnologi dei nostri enti di ricerca perderanno quasi 14 mila euro. Nemo profeta in patria, si può dire dei nostri ricercatori bistrattati a casa loro e osannati all’estero. Uno spreco che non possiamo permetterci.

I tagli di posti lavoro chiudono prospettive e futuro a quanti da anni con contratti precari fanno funzionare l’intero sistema. Contemporaneamente il peggioramento delle condizioni lavorative fa aumentare il precariato. L’emorragia di risorse non riguarda solo i lavoratori, ma tutto il sistema pubblico della conoscenza che, di manovra in manovra, continua a subire tagli lineari che lo stanno portando al collasso. La scuola ha perso 8 miliardi, l’università 1,5. Il diritto all’istruzione fino ai gradi più alti, come vuole la Costituzione, non è più garantito, la ricerca non è più finanziata, tranne qualche progettino che il ministro si gioca sul piano mediatico, anzi gli enti sono diventati terreno di lottizzazione. L’università a un anno dalla riforma “epocale” è nel caos. Ma il governo foraggia il sistema privato, senza che questo abbia alcuna ricaduta positiva sui cittadini e sul Paese.

Tutto questo non è affare solo dei lavoratori del settore, ma di tutto il Paese: dei giovani, delle famiglie, delle imprese.

La lotta dei lavoratori pubblici per ridare dignità al loro lavoro e rendere un servizio di qualità ai cittadini non è corporativa. È un grido di allarme che riguarda tutti i cittadini.

allegati

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"Gli studenti tornano in piazza no ai tagli e assedio alle banche una protesta in stile indignados", di Corrado Zunino

Da Milano a Palermo 150mila in corteo. Vernice contro Moody´s. Contatti con la polizia nel capoluogo lombardo, tensioni e nervosismo anche nella Capitale. Sono tornati in piazza, e sono pure più giovani di un anno fa. Gli studenti italiani che infiammarono l´autunno anti-Gelmini la scorsa stagione, e quindi provarono una lunga opposizione in primavera, sono di nuovo per strada. La nuova manifestazione l´avevano organizzata durante un campeggio estivo in Puglia, ieri mattina è venuta bene. In novanta città italiane hanno sfilato 150 mila ragazzi (centomila in meno per il ministero degli Interni) dimostrando che la Generazione P. resta in campo perché in campo resta la Precarietà e che sa reclutare alla lotta nuove generazioni. Sul lungotevere di Roma si sono visti ragazzini di 14 anni.
In questi dodici mesi le proteste degli studenti italiani sono via via diventate “indignazioni” nel resto del mondo: a Londra, a Madrid, a Santiago del Cile, a Tel Aviv e ora sulle due coste americane sotto il santuario di Wall Street e la collina di Hollywood. Dodici mesi dopo la prima manifestazione del 2010, i nostri “indignados” si schierano con le maschere di “V per Vittoria”, le bandiere nere dell´anarchia, gli spigoli punk in testa e i brufoli in viso. “I conti ora dovete farli con noi”. Con qualche screzio, a Roma gli universitari lasciano la testa del corteo agli studenti medi e autorganizzati, a Milano si spaccano in due spezzoni, a Napoli in tre.
All´alba nella capitale gli universitari avevano portato le sveglie sotto Palazzo Chigi: suonavano per il governo, “è l´ora di andarsene”. E a metà mattina inizia “guardie e ladri”, con i ragazzi che si lanciano di corsa in percorsi non previsti bloccando il traffico in tutto il quadrante Sud a ridosso del centro storico. Accarezzano senza fermarsi il ministero dell´Istruzione (“Gelmini dimettiti”, quasi un obbligo) e occupano i binari prima del tram 8 e poi della Stazione Ostiense. Saranno decine i denunciati. Un´auto blu viene presa a calci. A Milano studenti e antagonisti sverniciano bancomat, lanciano fumogeni contro gli istituti di credito (“Save schools, not banks”), hanno un contatto con la polizia sotto il Pirellone. Infine, tentano l´assalto alla sede di Moody´s, gli odiati maestri della finanza che con le loro pagelle «costruiscono crisi». L´attacco è fermato sull´androne. Uova piene di vernice vengono sparate contro la polizia e i palazzi del potere un po´ ovunque (a Pisa uno spezzone del corteo protesta per questo). A Torino bruciano sagome di politici e imprenditori, a Genova contestano il lusso del Salone nautico. A Napoli soffiano bolle di sapone verso la polizia, a Bologna a fine corteo si accampano con le bombole a gas sotto il portico di Palazzo Re Enzo. Si manifesta anche a Cosenza (contro Equitalia), nell´Imperia di Claudio Scajola e in un paese dell´Irpinia, Grottaminarda.
C´è nervosismo e improvvisazione, c´è molto stadio nelle magliette e nelle offese di questi cortei che superano l´Onda del 2008 e seguono le tracce dell´ultima Generazione P: alla terza stagione la crisi è entrata nelle loro case. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, aveva chiesto il rispetto millimetrico dei percorsi. Legge le cifre della questura e attacca: «Mi sembra assurdo che una manifestazione di 2.500 ragazzi, sia pure infiltrati da gruppi di estremisti, possa avere un impatto così pesante sulla nostra città». Il presidente della commissione sicurezza del Comune, Fabrizio Santori: «Il 15 ottobre Roma rischia di essere messa a ferro e fuoco». Allude al “Rise up” che sarà celebrato in tutta Europa: porterà sulla capitale movimenti e centri sociali d´Italia. Già oggi, però, gli studenti replicano affiancando la Cgil nella manifestazione per la conoscenza e il pubblico impiego. Mercoledì insceneranno azioni contro la sede della Banca d´Italia. Un altro sindaco, Luigi De Magistris, a Napoli sceglie di ricevere gli studenti: «La riforma Gelmini e la manovra economica sono espressioni di una concezione classista dell´istruzione e dell´economia. Non restate in casa a guardare la tv, chiedeteci spazio, piazze, strade».
Questo non è il loro debito, diceva lo striscione d´apertura a Roma: “Not our debt, no solution: global revolution”. Direttamente mutuato dai manifestanti di Wall Street. A New York il regista Michael Moore ha saputo leggere le ragioni di una rivolta tutta occidentale: «Che devono fare questi ragazzi?, hanno capito che le banche terranno la loro generazione nel garage». A Roma, dove un anno fa è iniziato tutto, i ragazzi stringono gli scudi di polistirolo e urlano: «Ora non ci fermate più».

La Repubblica 08.10.11

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“La scuola Gelmini protesta In 90 città cortei e scioperi”, di Angela Gennaro

Manifestazioni in 90 città. A Roma fumogeni vicino al ministero dell’Istruzione e binari occupati alla stazione Ostiense. Miolano, attacco a un ufficio dell’agenzia di rating. Gli studenti hanno improvvisato percorsi nelle strade La scuola scende in piazza con studenti, professori e bidelli. Oltre 100mila in 90 città secondo Rete della Conoscenza, con 15mila persone a Torino, 8mila a Napoli, 5 mila a Genova e Milano. E almeno 25mila nella sola Roma. I numeri, si sa, sono sempre una guerra, e nell’Urbe diventano un decimo.
Sono appena 2.500 gli studenti in corteo secondo il sindaco Gianni Alemanno. Pochi,«sia pure infiltrati da gruppi di estremisti», che «hanno provocato gravi disagi alla città bloccando il traffico, violando le prescrizioni della Questura rispetto al percorso e dando luogo a non gravi ma riprovevoli episodi violenza».
La giornata comincia presto, con la «sveglia al governo», con tanto di trilli all’alba davanti a palazzo Chigi «per dire che la loro ora ormai è arrivata». E prosegue con gli studenti che bloccano il centro della Capitale, deviando continuamente percorso. La tensione sale sul lungotevere, con il corteo che si trova la strada sbarrata dai mezzi della polizia e gli studenti che provano e non riescono a superare il blocco camminando a mani alzate. Lanciano palloncini pieni di vernice colorata. E verso viale Trastevere, dove c’è la sede del ministero della Gelmini, vengono accesi alcuni fumogeni nell’atrio di una filiale Unicredit.
Un altro momento di tensione vede protagonista la stazione Ostiense, dove gli studenti occupano per qualche minuto i binari. «La polizia ha circondato gli studenti su tre lati impedendo loro di uscire», racconta Luca Spadon di Link-Coordinamento universitario: «Bloccandoli per oltre 20 minuti nel corridoio laterale della stazione con atteggiamento intimidatorio». Eppure, dice, dopo aver occupato i binari «stavano uscendo senza atti di provocazione». Decine di manifestanti sono stati identificati dalla questura, ma i ragazzi rivendicano con soddisfazione l’assenza di scontri, «grazie alla gestione degli studenti che hanno portato dei contenuti a questa manifestazione».
Da Roma a Milano, con tanto di lanci di uova e vernice contro le vetrate di alcune banche. E di un ufficio dell’agenzia di rating Moody’s in corso di Porta Romana. «Squali della finanza speculatori delle nostre vite» recita lo striscione appeso davanti all’ingresso dei «nuovi nemici». Vicino al Pirellone, sede della Regione Lombardia, gli studenti provano a forzare un cordone di carabinieri in tenuta antisommossa. Spintoni, qualche manganellata, poi la calma. Non sfugge neppure la Banca d’Italia, la cui sede milanese viene simbolicamente chiusa da un gruppo di studenti con del nastro rosso e bianco. «Bce e Bankitalia chiudono, via i Draghi speculatori, non pagheremo i vostri debiti», gridano. E poi Torino, Firenze, Genova (con contestazione del salone nautico), Catania, Palermo. A Napoli, il sindaco Luigi De Magistris scende in piazza con gli studenti. A Bari e Cagliari i cortei arrivano davanti agli uffici scolastici regionali. A Trieste la contestazione prende di mira anche la sede della Lega Nord. «Avremo il futuro che ci conquisteremo: Se non ora quando? Se non noi, chi?» sono le parole che animano Bologna. Su e giù per lo Stivale, per quella che Mimmo Pantaleo, segretario generale della Cgil Flc, definisce una «straordinaria partecipazione», un «segnale importante per poter cambiare questo Paese» e per «ricongiungere giovani, presente e futuro».
«Ora i conti li fate con noi», gridano gli studenti. Alla Gelmini non chiedono solo le dimissioni e una qualche risposta alle loro proposte di riforma («Inaccettabile il suo silenzio»), ma presentano il conto prendendo in prestito le parole pronunciate da Steve Jobs nel 2005. Quelle che rimbalzano dalla sua morte su e giù per il globo. Quelle che in pochi conoscevano e ora sono preghiera quotidiana: Stay hungry, stay foolish. Perché «noi abbiamo la follia di voler cambiare la scuola e l’Italia». Le aule scolastiche «cadono e pezzi e 200mila studenti universitari rischiano di perdere la borsa di studio», spiega ancora Luca Spadon. E «questo è solo l’inizio». Oggi saranno in piazza per la manifestazione nazionale promossa dalla Cgil e dalle categorie Fp e Flc. Ma soprattutto lo saranno il 15 ottobre, «a Roma da tutta Italia per il grande corteo nazionale nella giornata mondiale di mobilitazione lanciata dagli indignados spagnoli contro le politiche comunitarie», dice Spadon.

Il riformista 08.10.11

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“Centomila in piazza in tutta. Italia: e non è che l’inizio”, di Fabrizia Bagozzi

La protesta attraversa il paese. Oggi nuovo corteo a Roma. Il 15 gli indignati. L’accostamento fra Steve Jobs e viale Trastevere è obiettivamente impietoso. Del resto non vi è nulla di più distante di quello stay hungry, stay foolish del guru a Stanford del ministero dell’istruzione targato Gelmini. Che sbarca con gran clamore mediatico sul supergiovane youtube ma fra gaffes neutriniche, tagli a mani basse e sciatterie che si commentano da sé (l’ultimo in ordine di tempo: i test sbagliati per la selezione dei presidi), certo non fa sognare.
E comunque, senza per forza scomodare i sogni, agli studenti italiani basterebbe almeno avere a che fare con un sistema in cui i fondamentali funzionano.
Dunque l’accostamento è impietoso, ma è quello che, complice la cronaca, il tam tam della rete e delle piazze ha rilanciato di più nel giorno di avvio dell’autunno caldo italiano con centomila studenti in novanta città italiane – da Torino a Catania – a protestare contro il disastro della scuola italiana.
Debutto a tratti teso – a Roma e Milano – ma sostanzialmente pacifico di una fase che si annuncia molto delicata anche sul piano del confitto sociale.
Ieri un movimento studentesco più giovane e nervoso rispetto a un anno fa – quando contestava la riforma Gelmini – ha animato una protesta ad alto tasso di creatività che non ha mancato di prendere di mira anche alcuni dei luoghi simbolo della finanza e dell’economia italiana e internazionale.
Con il corteo dominato dai collettivi studenteschi – amici e vicini di quelli che già alcune settimane fa avevano animato flash mob contro le cattedrali finanziarie milanesi – a Milano volano uova e secchiate di vernice alla sede Unicredit di piazza Cordusio e in una delle sedi italiane di Moody’s, con relativo tentativo di incursione bloccata per tempo. Per qualche minuto l’ingresso del palazzo di Bankitalia viene simbolicamente chiuso con del nastro da cantiere, mentre gli studenti srotolano uno striscione: «Bce e BankiTaglia chiudono, via i Draghi speculatori».
Va detto che sul futuro presidente della Bce il giudizio è duro ma non sempre granitico.
Su Twitter e Facebook, grandi protagonisti della giornata con le cronache in presa diretta, c’è chi cita il suo monito sulla necessità per l’economia di investire sui giovani e chi lo stronca: «Draghi vuole valorizzare i giovani? Inizi lui restituendoci welfare e democrazia».
A Roma la giornata comincia di buon ora, con un blitz degli studenti medi che alle sei del mattino fanno suonare la sveglia davanti a palazzo Chigi e poi si dirigono al punto di concentramento a Piramide per dar vita a un corteo che devierà continuamente percorso, nel tentativo di sfondare il cordone di polizia a protezione delle sedi delle istituzioni, incluso il Miur.
Da qui i momenti di tensione con le forze dell’ordine, con lancio di palloncini pieni di vernice ma nessuno scontro. Finché non si decide di rientrare nei ranghi, anche se il già ingolfato traffico romano rimane paralizzato per ore.
La mobilitazione è un successo in tutta Italia, su Twitter si scatena la soddisfazione: «Eravamo 150mila, una grande giornata», «Gli abbiamo dato la sveglia, dobbiamo riprenderci il nostro futuro». E mentre rimbalzano le notizie da tutte le piazze italiane – piazza Maggiore occupata, a Bologna, i numeri delle città del Sud dove va forte Napoli – il web rilancia i prossimi appuntamenti. Gli studenti manifesteranno oggi a Roma con i lavoratori del pubblico impiego e della conoscenza della Cgil. Ma, soprattutto, saranno al corteo degli indignati italiani, previsto – sempre a Roma – per sabato prossimo nell’ambito della mobilitazione promossa dal movimento europeo, spagnoli in testa. Un corteo promosso dal Coordinamento15 ottobre che riunisce le sigle più disparate, dall’Arci ai Cobas, da Sinistra e Libertà a Rifondazione, dalla rete che fa capo ai centri sociali casariniani alla Fiom fino ad arrivare a Legambiente e, appunto, all’Unione degli studenti. Si preannuncia una grande piazza – il coordinamento ha prenotato san Giovanni – ma nessuno si azzarda a fare previsioni sul clima anche perché casariniani e Fiom hanno fatto sapere che intendono gestire in autonomia il proprio troncone di corteo, sicché dal flash mob all’occupazione di pezzi di città e oltre tutto è possibile. Intanto gli studenti rilanciano: «Ci vediamo a Roma il 15 ottobre». Pieno autunno, da vedere quanto caldo.

da Europa Quotidiano 08.10.11

"In classe e in ospedale: quelli (e sono tanti) che ancora ci credono", di Mila Spiccola

Da piccola, a tavola, mi lamentavo per l’ennesimo no a qualcosa visto addosso alla compagnetta, figlia di un avvocato. «Ecco! Perché tu sei solo un maestro!». «Non ti rischiare mai più, tuo padre guadagna di meno,ma serve lo Stato». E infatti si chiama pubblico “servizio”. Qualcuno di voi sorriderà per il sapore antico, trapassato remoto, di questo racconto. Io invece, che ci sono cresciuta, ci ho creduto così tanto da “servirlo” a mia volta, lo Stato, e da ripetere la stessa frase con identiche convinzione e soddisfazione. Sono cresciuta in una famiglia sana e felice di impiegati statali, non la famiglia del Mulino Bianco, bensì quella dei sacrifici perenni ma coi sonni tranquilli della gente perbene, lavoratori del pubblico. Qualcuno di voi starà sorridendo nuovamente, qualcun altro invece sentirà familiare il senso di appartenenza e di partecipazione a qualcosa di importante. Chissà se queste parole arriveranno al vigile del fuoco, quello che si butta tra le fiamme e supera le polemiche dell’aver avuto un Bertolaso a guidarlo, offendendone il valore, come io faccio di tutto per dimenticare di avere per ministro la Gelmini. O all’infermiera che ebbe un alterco proprio con l’anziano maestro in pensione, un po’ rompipalle, che voleva accorresse subito quando lei da sola doveva “servire” un intero piano di malati. Perché i tagli hanno raggiunto anche le corsie degli ospedali. «Papà, guarda che lo Stato lo serve anche lei, cerca di essere un po’ paziente». O se prenderà in mano l’Unità oggi il ferroviere che mi timbra il biglietto sul trenino tra Fiumicino e Termini, rimproverandomi perché lo annullo sempre con la penna, arrivando di corsa:«Ma lei è siciliana?Che bella terra… ». «Si, sono un’insegnante». «Allora deve stare più attenta», detto con familiarità, perché anche lui serve lo stesso Stato. E poi c’è la mia amica Carmen, che fa la psichiatra in corsie sempre più difficili, i turni di notte “tra i miei mattarelli”, riposa pochissimo in una brandina e si porta pure lei la carta igienica da casa, “ma dai, anche voi?” e le vedo illuminarsi gli occhi, a lei, che non fa visite private, “non lo faccio per soldi questo mestiere”. Per dire che sì, i soldi fanno comodo, chi lo nega? Ma c’è dell’altro, per noi che guadagniamo sempre meno: c’è il valore del dovere, l’amore per il lavoro, in una parola “il senso dello Stato”. No, non siamo scemi, anche se è un valore che ci riempie il cuore a molti di noi,ma non la testa. Perché tutto potrebbe essere più civile, senza lotte di religione “contro i fannulloni di turno”, semplicemente se fosse meglio organizzato. Come là dove si è capito che il welfare statale, e lavoratori annessi, ha il valore che gli spetta in una scala di priorità sociali. E cioè altissimo. Non per chissà quale sovrumana, ingiusta, privilegiata ragione, non per eroismi carichi di sacrifici personali, ma solo perché aiuta a vivere meglio, se si coniugano parole come solidarietà ed efficienza, sussidiarietà tra pubblico e privato, senso dello Stato con valore del vivere sociale. Lavorare per lo Stato dovrebbe avere i caratteri “laici” del lavoro ben fatto e ben organizzato, essere garanzia per ogni cittadino e non una condanna visualizzata dalle “file” o dalle “attese”, in modo da avere minori sacrifici eroici individuali, meno Carmen, meno vigili del fuoco stravolti, meno maestri che non riescono a regalare una vacanza studio all’estero ai figli, meno anche “furbi”, sia chiaro, a vantaggio di una qualità generale più alta del servizio offerto e di una fiducia maggiore nel valore del vivere insieme. Cosa ci vuole? Volontà condivisa, educazione, istruzione e molta, molta, buona politica.

L’Unità 08.10.11

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«La scuola: un investimento non un bancomat da usare in tempi di crisi»

Mimmo Pantaleo – FLC : Gli stipendi di questo settore sono i più bassi d’Europa:«Un collaboratore scolastico prende meno di mille euro». Bisogna tornare a investire sulla scuola, sull’università, sulla ricerca e sull’innovazione ». Per Mimmo Pantaleo, segretario nazionale della Cgil-Flc (la Federazione dei lavori della conoscenza), non si tratta solo di salvare il diritto allo studio, ma di imboccare una strada diversa per affrontare la crisi. Pantaleo, come si cambia rotta? «Noi diciamo “no” alle manovre finanziarie del governo che rispondono alle ricette liberiste della Bce, dell’Ue e del Fmi. E crediamo si debba tornare a investire sulla filiera della conoscenza, come volano di un nuovo modello di sviluppo, per un Paese con maggiore uguaglianza e più ampi spazi di democrazia». Per questo siete in piazza… «Certo. Solo attraverso una forte mobilitazione dal basso, dell’insieme delle forze sociali e dei movimenti sarà possibile ridare senso e prospettiva alla scuola e alla università pubblica. Più investimenti sulla formazione e maggiore difesa dei beni comuni sono alcune delle condizioni per uscire in maniera diversa dalla crisi. Questo vuol dire garantire davvero il diritto di cittadinanza e dare a giovani delle chance, per occupazioni stabili e con maggiori contenuti professionali. Ma con questa manifestazione si apre anche la campagna per il rinnovo delle Rsu. E vogliamo avvisare il governo che qualsiasi tentativo di boicottare il voto sarà contrastato aspramente». Ma la vostra è una ricetta possibile? «Sì, basta fare uno sforzo. Con la patrimoniale e una seria lotta all’evasione fiscale, riducendo le spese militari e dicendo “no” a nuove infrastrutture inutili, ebbene si può mettere in campo un grande progetto». Con quali priorità? «La prima è investire sul Sud per garantirgli una prospettiva di sviluppo e dare il via a un grande progetto per l’edilizia scolastica e la sicurezza, per sanare una situazione che oggi è devastante. La seconda, stabilizzare i precari, perché il lavoro precario non è minimante compatibile con un’idea di qualità della conoscenza. Bisogna dare certezze sulla continuità dei servizi, ma anche valorizzare tanti talenti oggi specati. Credo che questo sia un dovere nazionale. Infine, vanno riconquistate condizioni di dignità del lavoro. L’Italia è il Paese con i salari più bassi d’Europa, dove un collaboratore scolastico prende meno di mille euro al mese ».

L’Unità 08.10.11