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"Gli illusionisti al tramonto", di Curzio Maltese

L´anziana volpe e il malandato gatto che fingono di governare l´Italia nella bufera delle crisi si dimostrano ogni giorno più separati dalla realtà. Silvio Berlusconi è appena tornato dai bagordi russi per il compleanno dell´amico Putin e ritrova sul tavolo di lavoro le cifre di un dramma economico che non ha né la capacità né la voglia non si dice d´affrontare, ma neppure di riconoscere. Da molto tempo l´agenda dei problemi del Paese non coincide con quella del premier, peraltro affollata di numeri di telefono di escort e pregiudicati. Umberto Bossi si muove ormai circondato da una corte di parenti, carrieristi e questuanti, il cosiddetto “cerchio magico”, che gli nasconde dalla visuale i fatti concreti. A cominciare dai profondi e crescenti malumori della base leghista. Ieri il fondatore del movimento è stato addirittura contestato a Varese, come dire la culla del bossismo, che oggi è diventata l´epicentro dello scontro fra le due leghe. Quella che vuole morire berlusconiana, incarnata da Bossi e dalla sua corte, e l´altra guidata da Maroni e già proiettata nel dopo Berlusconi.
Sullo sfondo di questa pagliacciata c´è purtroppo la tragedia di un paese che anche oggi accumulerà altri trecento milioni di debito pubblico e brucerà un altro pezzo di futuro dei suoi giovani per mantenere al potere due leader bolliti e screditati. Mentre il premier racconta facezie e Bossi sciorina il suo repertorio di gesti osceni, in molti ambienti internazionali si dà ormai per possibile, probabile o certo il default dell´Italia nel volgere di pochi anni. Non si tratta di un malevolo complotto delle agenzie di rating, magari comuniste pure loro, ma dell´inesorabile legge dei numeri. L´attuale maggioranza di governo, poggiata sull´asse Berlusconi-Bossi, ha preso il governo nel 2001 con un debito pubblico di 1300 miliardi e l´ha portato a 1900 miliardi in un decennio, dal 100 al 120 per cento del Pil, con il breve e relativamente virtuoso intervallo del secondo governo Prodi. Nella storia dei governi repubblicani nessuno era riuscito a fare peggio, neppure i governi Craxi. Se non s´inverte la rotta da subito, il debito pubblico italiano fra cinque anni potrebbe toccare il 150 per cento del Pil, ma probabilmente saremo falliti prima. Ora, quale inversione di rotta è in grado di garantire il governo Berlusconi-Bossi? Un altro condono fiscale, come le decine che l´hanno preceduto e si sono rivelati il più formidabile viatico in primis all´evasione fiscale e quindi all´impazzimento dei conti pubblici? Un´altra promessa di riforme epocali? Ma le riforme questa maggioranza non le ha fatte quando aveva maggioranze mai viste in Parlamento e un consenso larghissimo fra gli italiani. Non esiste una possibilità su un milione che le porti a termine ora, un anno prima delle elezioni, con i sondaggi in caduta libera e una maggioranza Scilipoti-dipendente.
Da un punto di vista politico, verrebbe da dire del ceto politico, votare questa primavera o la prossima non cambia molto. Il governo Berlusconi-Bossi è sceso sotto un livello di gradimento che non prevede risalite. Ma per i tempi rapidi dell´economia un altro anno di agonia politica della coppia significa la differenza fra la speranza di scampare alla catastrofe e la certezza di finirvi dentro. E´ il semplice calcolo che ha spinto uno statista discutibile come Zapatero, ma pur sempre uno statista, a rassegnare le dimissioni e indire elezioni anticipate in Spagna. E´ quello che ha detto e poi finto di smentire il ministro Tremonti. Quanti anni di sacrifici costerà ai ragazzi di oggi la disperata resistenza al potere di due vecchi illusionisti?

La Repubblica 10.10.11

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Il premier rilancia la “campagna acquisti”, di CARMELO LOPAPA

Si è convinto che «una regia esterna stia provando a mettere insieme i pezzi, ad approfittare dei malumori interni per farmi fuori». E si dice altrettanto certo che «falliranno anche stavolta». È appena rientrato ad Arcore dal piacevole weekend in dacia tra San Pietroburgo e Mosca. «Ritemprato, tonico e motivato» come racconta un uomo di governo che lo ha sentito. E il Cavaliere offre già nel pomeriggio ad alcuni dei suoi al telefono la sua lettura di quanto sta maturando negli ultimi giorni a Roma. «Io mi occupo di cose serie, sono già al lavoro sul decreto sviluppo» lascia trapelare ostentando sicurezza. I malpancisti «non hanno dove andare», insomma, lo sfiducino se ne sono capaci. Confida nel fatto che il fortino delle Camere reggerà come avvenuto il 14 dicembre, come sempre. Il fatto è che i «frondisti» (che detestano essere definiti tali) sono pronti ad andare fino in fondo, come mai in passato: «Non hanno capito che facciamo sul serio» raccontano in anonimato. La promessa di un faccia a faccia Alfano-Scajola per metà settimana, forse mercoledì, non avrebbe sortito gli effetti sperati. Anche perché l´ambasciata informale è già avvenuta, l´offerta si concretizzerebbe in «ruoli di peso» nel partito, negli organismi dirigenti locali che si stanno formando, addirittura un posto da ministro per lo stesso Scajola. Magari, azzarda un berlusconiano della cerchia ristretta, dopo uno spacchettamento del ministero dell´Economia e la concessione a Tremonti del governatore di Bankitalia Vittorio Grilli. Paolo Romani si sposterebbe e lascerebbe così vacante il ponto da restituire all´ex ministro ligure due anni dopo. Ma né Scajola né i suoi mangiano la foglia, per lo spacchettamento occorrerebbe modificare la legge Bassanini, ragionano, un decreto non basterebbe, non ci sono i tempi, ammesso che bastasse. Il gruppo dei dissenzienti tra Camera e Senato resta compatto e acquista peso. Deputati e senatori si vedranno martedì sera, e all´incontro, con i due big Pisanu e Scajola, dovrebbe partecipare anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno che con i suoi ha confermato ieri la propria disponibilità ad andare a «vedere le carte». È la conferma di quanto la partita si faccia complicata per Berlusconi. Quanto sia diventato concreto il rischio di una crisi al buio.
Il premier ha perciò deciso di rimettere in pista l´artiglieria pesante. In una riedizione della campagna acquisti in stile 14 dicembre. Il segretario Pdl è l´ambasciatore ufficiale con Scajola, ma le trattative, quelle «vere», il Cavaliere le ha delegate a Denis Verdini. Il coordinatore, destinato a indossare i panni del Mr. Wolf di Pulp Fiction («Risolvo problemi») è stato lanciato in una sorta di «caccia all´uomo». Nel mirino, uno per uno, gli scajoliani. Alcuni sarebbero stati già avvicinati. Altri lo saranno a Montecitorio. L´obiettivo è fare terra bruciata attorno all´ex ministro: l´unico big dissidente che nel radar di via dell´Umiltà è considerato davvero «pericoloso» perché dotato di «truppe». Si va dalla proposta della ricandidatura, all´invito a desistere da documenti di rottura o sfiducia, se non si vorrà vedere compromessa appunto la rielezione. Loro non desistono, per ora: «Nuovo governo e nuovo programma». Anche se a Palazzo Chigi smorzano. «Si tratta solo di un dibattito interno, che non darà luogo ad alcuna frattura – sostiene il portavoce del presidente, Paolo Bonaiuti – L´unità del Pdl è sempre prevalsa e sarà così anche questa volta». Qualcun altro, come il sottosegretario Daniela Santanchè, ricorda che «siamo alla vigilia dei congressi, posizionamenti e dibattiti sono fisiologici: Scajola e Formigoni non lasceranno. Di più: è imminente un ulteriore allargamento della maggioranza». Tatticismi e guerra di posizione. Molto interna al partito, in cui ieri non è passato inosservato l´ennesimo giuramento di fedeltà di Angelino Alfano («Berlusconi non si accantona»), dopo che il segretario era finito in un cono d´ombra per aver alluso in un intervento a Milano alla debolezza del premier. L´ex Guardasigilli resta dunque al suo fianco nel bunker, chiudendo le porte a Casini, a Formigoni e a chi nel Pdl chiede una svolta.
In questo clima, non proprio dei migliori per la maggioranza, si apre la settimana cruciale del ddl intercettazioni alla Camera. Ma il governo è atteso al varco soprattutto sul decreto sviluppo, rimasto finora una scatola vuota a dispetto della «scossa» invocata da Scajola. Anche oggi da Arcore il premier sentirà alcuni esperti di economia per lavorare alle misure, che difficilmente vedranno la luce entro metà ottobre come promesso, e sembra invece abbia deciso per adesso di congelare l´opzione condono. Non solo per i veti di Tremonti, ma anche per quelli di Bossi. Meglio rinviarlo a un prossimo provvedimento. Anche se in via XX Settembre già tremano al calcolo delle ricadute che lo stop and go sul ventilato colpo di spugna potrà avere già sull´acconto Irpef dei lavoratori autonomi a novembre.

La Repubblica 10.10.11

«Perché ci "riprendiamo" la Biblioteca Nazionale», da unita.it

«Il nostro è un paese dove si legge poco. Il nostro è un paese dove due milioni di persone sono totalmente analfabete. Il nostro è un paese dove cinque milioni di persone sono semianalfabete. Il nostro è un paese dove non si promuove la lettura. Il nostro è un paese dove le biblioteche sono considerate un consumo culturale e non un servizio necessario. Noi la pensiamo diversamente».

Dentro il “noi” di questo manifesto ci sono i nomi e le storie e le facce dei lavoratori della cultura, degli occupanti del Teatro Valle di Roma, dei lavoratori della Biblioteca Nazionale, e degli intellettuali-artisti-scrittori che si sono raccolti attorno alla sigla TQ (ovvero la generazione trenta-quarantenni). Ognuno di loro, in questi mesi, ha elaborato una serie di riflessioni sullo stato della cultura nel nostro paese. Con riunioni pubbliche, manifesti e occupazioni di cui adesso proveranno a tirare le fila in un’assemblea pubblica alla Biblioteca Nazionale di Roma.

L’appuntamento è martedì 11 ottobre. Tra i relatori: Tullio De Mauro, professore di linguistica; Antonella Agnoli, bibliotecaria, autrice de “Le piazze del sapere”; Osvaldo Avallone, direttore della Biblioteca Nazionale; Marino Sinibaldi, direttore di Radio 3; gli scrittori Christian Raimo, Vincenzo Ostuni, Emanuele Trevi, Marco Lodoli, Erri De Luca.

Il documento su cui si confronteranno ha come titolo “Carta batte forbice” e naturalmente (vista la sede scelta per discuterlo) ha al centro una riflessione sul ruolo delle biblioteche. «Le biblioteche pubbliche sono come le fontanelle – scrivono – sono come i pronto soccorsi: sono necessarie in una comunità che vuole dirsi tale».

Il confronto con gli altri paesi è disarmante. «Perché allora un luogo così importante (la Biblioteca Nazionale, nedr) chiude alle 19 e il sabato alle 13.30, mentre, ad esempio, a Berlino e a Monaco le biblioteche restano aperte fino a mezzanotte, a Malaga restano aperte 22 ore su 24, in altre città sono aperte di domenica, o a Londra alcune biblioteche come quella della London of School economics non chiudono mai?»

La domanda si fa ancora più amara se si pensa che l’istituto chiude i suoi portoni per tutto il mese di agosto – forse che lettori e ricercatori quel mese non leggono e non ricercano? Le risposte, spesso si avvitano attorno alla questione dei fondi. Ma i promotori dell’iniziativa insistono anche su questo punto facendo un riferimento a quello che avviene per esempio in Inghilterra: «Perché i soldi che ha in dotazione sono un milione e trecentomila euro l’anno mentre, sempre per dire, alla British Library lo stato dà l’equivalente di 150 milioni di euro l’anno e alla Bibliotèque Nationale de France 200 milioni di euro?»

Ecco dunque l’idea di “riprendersela” questa biblioteca, con l’intenzione di trasformarla, almeno per un giorno «in quello che dovrebbe essere tutti i giorni: un luogo restituito alla cittadinanza, una “fontanella” della cultura. E abbiamo indetto un’assemblea per tutti coloro che sono convinti che la cultura debba essere un bene comune».

"Gelmini e la strategia dello scaricabarile", di Manuela Ghizzoni

E’ cosa nota che Tremonti non goda più del primato all’interno del Consiglio dei Ministri che fino a non molti mesi fa lo rendeva primus inter pares. Ma, stando all’intervista odierna della Gelmini, siamo al capro espiatorio: davvero la ministra è stata solo comprimaria nella decisione dei tagli alla scuola? Questa capitis deminutio del propria ruolo è tipica della strategia del “si salvi chi può”, ma non riesce a convicerci del fatto che la ministra si limitasse semplicemente a recitare la parte della fustigatrice della scuola “presunta lassista e post-sessantottina”, da punire con il taglio del personale docente e ATA, con la riduzione del tempo di istruzione, con la retorica della meritocrazia da sostituire alla promozione delle pari opportunità, con la trasformazione della scuola da motore per il progresso personale e del Paese in perpetuatore della condizione di nascita e delle differenze sociali (ne sono esemplare testimonianza i quiz per la prova di preselezione dei dirigenti scolastici: provare per crede!).
Ma è altrettanto vero che dall’intervista appare l’idea di un ministro che “governa per caso”, che naviga a vista sulla materia di propria competenza ed è claudicante sugli ausiliari: ella afferma, con disinvoltura grammaticale: “ho visitato il Cern e non ho visto tunnel. Bastava mettere quella parola tra virgolette e aggiungere tecnologico, il “tunnel tecnologico” dentro il quale sono viaggiati i neutrini”. “Sono viaggiati”? Imbarazzante, detto dal ministro dell’istruzione, della ricerca e dell’università!
Nel tentativo, goffo, di difendersi dalla accusa di avere avuto la mannaia facile, ribatte che invece gli investimenti sono tanti, ma la stampa non lo dice. Quali sarebbero le risorse in arrivo, ma taciute dalla stampa “complottarda”?
Innanzittuto 100 milioni per le borse di studio universitarie: evidentemente il ministro ignora che la finanziaria ha messo a disposizione per il 2012 solo 26 milioni, appunto 100 in meno che nell’anno in corso. Se le citate risorse arriveranno – e ce lo auguriamo tutti – non si tratterà di risorse aggiuntive ma del reintegro di un fondo che comunque già ora non è in grado di rispondere alle attese degli studenti idonei a ricevere una borsa di studio (lo certifica la Corte dei Conti!).
Di converso, lasciano perplessi le borse nazionali per il merito, sbandierate come vera novità del prossimo anno. La ministra dice che per “i migliori maturati, scelti dopo un test tra chi ha preso il massimo, avranno un assegno per mantenersi all´università” e parla di “cinque, diecimila euro l´anno”, come se tra le due cifre la differenza fosse ininfluente! Ma al di là dell’importo, dimentica di dire che tali finanziamenti verranno erogati a prescindere dalla condizione di reddito del beneficiario: insomma indipendentemente dal fatto che di cognome faccia Montezemolo o Bianchi. È allora lecito domandarsi che fine abbia fatto il principio costituzionale che impone alla Repubblica di rendere effettivo il diritto “di raggiungere i più alti gradi degli studi” per i capaci e meritevoli anche se privi di mezzi attraverso l’erogazione di borse di studio?
Drammaticamente esilarante l’affermazione “Stiamo trovando 400 milioni per l´edilizia scolastica”. Ma come? Si è persa il miliardo di fondi stanziato con la delibera CIPE del 2009? Forse si è finalmente resa conto che le scuole non si costruiscono con gli annunci, ma con risorse che devono arrivare ai proprietari (cioè gli enti territoriali) nel rispetto della loro programmazione di intervento. Esattamente il contrario di quanto fatto: così mentre i finanziamenti percorrono iter farraginosi le scuole cadono a pezzi.
Che per gli atenei del Sud ci sia “un miliardo in ricerca” lo si è appreso da una nota congiunta dei ministri Fitto e Gelmini: ma forse è bene ricordare che si tratta di fondi FAS, che non si possono utilizzare per spesa corrente ma per infrastrutture. E si sa, i ricercatori non mangiano mattoni. Tace invece, la ministra, sul fatto che per il prossimo anno il Fondo di Finanziamento ordinario delle università – dopo tre anni di costanti riduzioni – sia stato privato di ulteriori 300 milioni di euro, così che il suo ammontare sia insufficiente per far fronte perfino alle retribuzioni del personale (lasciando a secco la ricerca d’Ateneo), nonostante il famigerato blocco degli stipendi e quello del turn over.
Sulla scomparsa del presunto doppione costituito dalla presenza nella scuola “di bidelli e le cooperative di pulizia insieme”, da cui sarebbe derivato un risparmio di 200 milioni, evidentemente il suo direttore generale Filisetti ha dimenticato di informarla che nulla è cambiato, poiché la direttiva 103 è stata ritirata e il risparmio è dovuto solo all’ennesimo taglio di finanziamenti!
Infine, sul caso Zennaro: sarà senz’altro vero che la Corte dei conti lo ha valutato idoneo al suo incarico a direttore generale, ma spetta al ministro decidere se debba continuare ad occupare un ruolo di rilievo per il quale non ha mostrato, nei fatti, competenza e profilo culturale. Insomma, spetta a Mariastella Gelmini un sussulto di dignità.

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“L’arrogante si fa codarda”, di Alessandro Gilioli

Dev’essere proprio alle cozze, il ministro Gelmini, se alla fine arriva a chiamare un “giornale nemico” – quello che il suo capo voleva far strozzare dagli inserzionisti e Cicchitto definiva «network dell’odio» – per cercare di recuperare terreno, ora che il baratro le si sta aprendo sotto i piedi.

Dev’essere alle cozze, per voler cambiare improvvisamente registro, scoprendo improvvisamente che i tagli alla scuola (quelli ostinatamente negati fino all’altro ieri) invece ci sono stati, ohibò; per riscoprire (lei!) la «centralità della ricerca»; per ammettere perfino che sul suo celebre tunnel «bastava chiedere scusa», cosa che peraltro non risulta sia stata mai fatta, meglio un bel ‘delete’ sul sito.

Arriva perfino a dirsi «dispiaciuta», la Gelmini, per non avere da tempo «rapporti con i ragazzi» che la contestano, peccato perché il ministro è «pronta ad ascoltarli» (ma non era lei ad averli definiti «strumentalizzati dai centri sociali»? ma non era lei, quando si sentiva forte, a deligittimare ogni dissenso dicendo che proveniva da quanti «mandano i figli alle private»?).

Solo due anni fa ci spiegava che se la scuola aveva dei problemi era tutta colpa del ‘68, anzi dei sindacati, anzi dei professori, anzi dei presidi, anzi della sinistra, anzi dei meridionali.

Adesso che la barca affonda, l’arrogante si fa codarda, sperando di rifarsi una faccia e cavarsela in qualche modo, e fate finta che non abbia mai detto niente. Presto arriverà a negare di avere mai definito «snob e radical chic» le donne che contestavano il fondatore di Forza Gnocca, per carità, e non ha mai nemmeno detto che Ruby «era solo una ragazza in difficoltà», non ha mai accusato Rodotà di essere «comunista» quando non sapeva rispondere alle sue argomentazioni e ai suoi dati.

Ne vedremo altri, di arroganti trasformati in codardi, di qui alla fine. Di gente che fino a ieri insultava e ora cerca il dialogo, il confronto, l’apertura.

Cercano soltanto un lasciapassare, e fanno ancora più schifo di quando erano arroganti.

da www.gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

""Non consegnerò l'Expo alla mafia” Pisapia cambia le regole degli appalti", di Alberto Gaino

Il primo appalto di Expo 2015, 90 milioni di euro per la pulizia dei terreni, è stato vinto con un ribasso del 47% sulla base d’asta. La cosa mi ha molto colpito: o ci si è sbagliati nella valutazione dei costi del lavoro o l’offerta vincente è stata davvero anomala. Ne ho parlato con Sala, l’ad di Expo, e abbiamo deciso di cambiare le regole dei bandi di gara». Al seminario sulle «Mafie al Nord» organizzato a Torino da Libera, Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, porta la sua preoccupazione per la penetrazione della criminalità organizzata negli appalti per le grandi opere, in cima alle quali, ora, c’è l’Expo. Per riscrivere le regole degli appalti si è affidato ad un pool di esperti. Ma ci sono anche altri piani su cui Pisapia vuole lavorare. «Stiamo approntando una task force – dice ancora che incroci tutti i dati disponibili per arrivare alle ricchezze che non hanno spiegazioni. Le ultime normative consentono ai Comuni di incassare il 100% delle multe per evasione fiscale cui si sia pervenuti sulla base delle nostre segnalazioni. Questo tipo di lavoro può essere speso anche nella lotta per scoprire i patrimoni mafiosi».

La Lombardia è la terza regione d’Italia per beni sequestrati ai mafiosi. E uno di questi – un centro sportivo milanese finito nelle mani sbagliate e poi chiuso dal prefetto – è stato incendiato ieri. «Un pessimo segnale e che sia accaduto in pieno giorno è ancora più grave» il commento del sindaco. Speculare all’infiltrazione negli appalti pubblici è quella nella politica. Su quest’ultimo versante l’analisi-denuncia di un altro primo cittadino, Marta Vincenzi, sindaco di Genova, è netta: «Fra il 2007 e il 2009, periodo di grande trasformazione dei partiti tradizionali e della nascita di nuovi, hanno fatto il loro ingresso nella politica figure di secondo piano da cui stanno emergendo soggetti che sfiorano questi mondi. Il fenomeno del voto di scambio è preoccupante e ha a che fare con quasi tutti i partiti». Per Vincenzi nemmeno il suo, il Pd, può chiamarsi fuori: «Parlo per la mia parte, non di chi non si pone la questione della legalità. Ce ne siamo accorti in ritardo, quando erano già in atto questi fenomeni, accentuati dal decadimento dell’economia e della classe dirigente». Lato positivo: «L’aver concentrato i fondi europei nel risanamento urbanistico e culturale dei nostri quartieri più degradati».

Anche Piero Fassino, sindaco di Torino, conviene: «La politica è più debole ed è più esposta a questi fenomeni, proporrò anch’io una commissione antimafia comunale. A Torino comunque, negli ultimi 20 anni, è stata affrontata una gigantesca trasformazione urbanistica a partire dai 10 milioni di metri quadri di aree industriali dismesse e l’aver gestito gli appalti nel segno della trasparenza è stato un modello positivo». Abbozza «una certa invidia» Nando Dalla Chiesa, autore di una lucida analisi del modello opposto, quello della ‘ndrangheta che nel Milanese «sa sfruttare i «coni d’ombra (anche dell’informazione)». L’economista Marco Vitale aveva scelto pure lui, poche ore prima, di parlare di «anticorpi debolissimi del mondo milanese».

Sulla «mimetizzazione» delle mafie hanno insistito in tanti – fra magistrati, operatori sociali, studiosi e volontari sul territorio nei due giorni di confronto – e in particolare il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ha dato conto di quanto «la ‘ndrangheta sia stata più lungimirante di Cosa Nostra nel precederla di un decennio in questo processo di mimetizzazione dell’economia mafiosa e dei suoi uomini al Nord».

Va da sé che don Luigi Ciotti, nel chiudere i lavori, denunciasse «l’urgenza di alzare il livello dell’allarme sull’insediamento delle mafie nell’economia del Nord». Ma la vera novità emersa dal seminario che il presidente nazionale di Libera ha rilanciato con forza è stata «la proposta di cambiare il codice antimafia che entrerà in vigore il 13 ottobre. Misurando le parole, io dico che non c’è solo il rischio di un passo indietro nella lotta alle mafie. Il passo indietro c’è già, perché, fra le altre difficoltà che introduce, in questo codice c’è la furbizia di una prescrizione breve anche dei beni confiscati».

Anna Canepa, della Direzione nazionale antimafia, non dimentica le «nuove» misure legislative in materia di intercettazioni: «Rappresentano anche un forte depotenzionamento nella lotta alle mafie: non ci consentiranno più di chiedere al giudice intercettazioni per i reati-spia che conducono spesso alla scoperta delle associazioni mafiose».

La Stampa 09.10.11

"La vergogna dell'armadio (della vergogna)", di Paolo Fallai

Non può esserci pace senza giustizia. E sarebbe una verità quasi banale, se non vivessimo in un Paese che, da decenni, si sforza con ogni mezzo di negarla. È tornato in libreria, con una nuova edizione, il libro di Franco Giustolisi, che ne è diventato l’assioma: L’armadio della vergogna (Beat, pagine 383, 9). La storia che Giustolisi racconta è semplice e terribile: fra il 1943 e il 1945 decine di migliaia di civili, tra loro bambini, donne, vecchi, vennero uccisi nel corso di 2.273 stragi compiute dai nazisti e dai fascisti. Avete capito bene: 2.273 stragi, in una geografia dell’orrore che non risparmia un angolo d’Italia. In questo lugubre elenco vi sono nomi conosciuti, come Stazzema, Marzabotto Fivizzano, Fossoli, Cefalonia, accanto a un elenco impressionante di località grandi e piccole che si fa fatica a trovare anche sulla carta geografica. Giustolisi, giornalista e scrittore, ricostruisce come dopo la Liberazione, molti dei responsabili di questi orrendi massacri vennero individuati. E di come siano stati aperti centinaia di fascicoli in vista di processi che avrebbero dovuto punire i colpevoli. Ma non ci furono né istruttorie, né processi. Nel 1947 migliaia di fascicoli vennero sepolti in un vecchio armadio «marrone scuro, in più parti tarlato» finito in un «andito seminascosto» di palazzo Cesi, in via degli Acquasparta a Roma, sede della Procura generale militare. Per essere sicuri che a nessuno venisse in mente di aprirlo, quel mobile aveva le ante rivolte verso il muro. Venne scoperto solo nel 1994 quando il procuratore militare Antonino Intelisano, preparando l’estradizione dall’Argentina dell’ufficiale delle SS Erich Priebke, chiese e ottenne i documenti sulla strage delle Fosse Ardeatine. È in quel momento che un vecchio mobile da ufficio, diventa «l’armadio della vergogna». Dalla sua scoperta sarebbe stato lecito aspettarsi uno scatto di dignità, capace di restituire al nostro Paese il coraggio di perseguire e finalmente processare i massacratori. Neppure questo è successo. Neanche dopo la pubblicazione della prima edizione di questo libro, ormai sette anni fa. «L’armadio della vergogna — dice Franco Giustolisi, che non ha perso la volontà di combattere, ma fatica a trovare ragioni di speranza — ormai è diventato la “vergogna dell’armadio”». Il silenzio della politica, le pavide esitazioni del Parlamento, le vergognose compromissioni tra eredità politiche opposte, unite solo dall’interesse a insabbiare la verità, sono i genitori dell’incapacità di guardare a occhi aperti la nostra storia. Ora questa nuova edizione è nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dovrebbe finire anche in quelle dei nostri studenti, per completare i loro studi di storia contemporanea e avviarli alla scoperta di discipline non comprese nei programmi ufficiali: l’umiliazione delle vittime, la vigliaccheria di una nazione.

Il Corriere della Sera 09.10.11

"Per le elezioni ci vorranno regine di spada", di Mariella Gramaglia

Avete presente la lampo? Due strisce di tessuto diverse munite di dentini che si ingranano per chiudere rapidamente una borsa o un vestito. E’ un’immagine cara alle promotrici delle pari opportunità nella politica. Lo chiamano zipper system.
Un uomo e una donna si alternano in liste plurinominali in modo da formare un’offerta politica in cui nessun sesso predomini sull’altro. Se ne discute in tutti i Paesi dell’Unione Europea e in molti si applica, o per legge, oppure perché è previsto dagli statuti interni dei partiti. Oggi per noi in Italia sorge un problema nuovo: la rilevanza dell’aggettivo plurinominale che accompagna inevitabilmente lo zipper system.

Un milione e duecentomila italiani (maschi e femmine) si sono appena entusiasticamente recati a firmare un referendum che ci farà tornare per una quota rilevante dei seggi (75%) al sistema uninominale. Se la Cassazione riconoscerà la validità delle firme, se la Corte Costituzionale riterrà legittimo il quesito, se il Parlamento non cambierà la legge, se non ci saranno le elezioni anticipate, avremo infine il nostro candidato unico di collegio. Ovviamente anche di un unico sesso in base al principio di non contraddizione.

Nel maggio 2003, su iniziativa dell’allora ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo, fu modificato l’articolo 51 della Costituzione: per la prima volta non ci si limitava a enunciare la parità fra uomo e donna nell’accesso alle cariche elettive, ma si prevedevano azioni concrete per attuarla. Prestigiacomo non riuscì a trasformare il principio in legge ordinaria perché l’aula, in un’ordalia maschilista, la mise in minoranza fra lazzi e goliardie. Tuttavia da quel momento l’orientamento della Corte Costituzionale è cambiato: non solo ha dichiarato legittime le quote di genere previste dalla Regione Valle d’Aosta, ma si è pronunciata a favore anche della legge regionale campana, assai più eccentrica rispetto alla tradizione giuridica italiana ed europea.

In Campania infatti l’elettore o l’elettrice possono esprimere due preferenze purché la seconda riguardi un candidato di genere diverso dalla prima: insomma, se voglio, posso votare un uomo e una donna. Sorprendentemente la Corte, con una sentenza del gennaio 2010, approva, ma chiarisce anche i limiti delle misure: non devono imporre nulla, non devono essere «coattive» verso i cittadini, ma solo offrire una scelta che riequilibri il peso fra i due sessi. Dunque un eventuale collegio binominale (un uomo e una donna da votare in un’unica offerta), che qualche giurista femminista propone, verrebbe quasi sicuramente bocciato.

Ma torniamo al nostro uninominale. Che problema c’è – si dirà: metà dei collegi agli uomini e metà alle donne. Ma soltanto chi non ha alcuna esperienza politica può crederci. Ci vogliono denti aguzzi da lupo della steppa per battersi in trattative di coalizione dove tutti sanno che i collegi sono di serie A, B e C come le squadre di calcio. Quelli di serie C sono di solito senza speranza e lì naturalmente le candidate sono sempre benvenute.

Eppure nella spinta del popolo del referendum c’è un nocciolo di verità sacrosanta anche dal punto di vista delle donne. Il Parlamento dei nominati e delle nominate, per mano di una classe dirigente priva di senso dello Stato, ha ridotto in coriandoli l’autorevolezza femminile nelle istituzioni: dall’epopea dell’emancipazione alla miseria della cooptazione sospetta o sospettabile.

In più per molto tempo, prima della nascita di «Se non ora quando», si è offuscata un’opinione pubblica femminile appassionata all’idea che la forza politica delle donne possa riformare stile e agenda politica. Per disincanto o per orgoglio molte avevano ripreso l’antica abitudine di tacere. Ma c’è ancora tempo per cambiare rotta in questi mesi e mettere la vela a un particolare incrocio di venti: quello che chiede più controllo e potere ai cittadini e quello che preme perché le donne – quelle capaci e appassionate – possano battersi ed essere scelte.
Nessun sistema è una garanzia a priori, nessuno una sconfitta sicura se in ogni luogo dove si media e si cerca la strada futura alcune donne che contano avranno a cuore le proprie simili. Non si tratta di «quote rosa», che ricordano i grembiulini a quadretti della scuola materna, ma di una battaglia da regine di spada. Dove sono le regine?

SCUOLA:Ghizzoni (Pd); la Gelmini si esercita nell'arte dello scaricabarile

“E’ un segno del crepuscolo del centrodestra”. “La Gelmini si eserciti pure in questo crepuscolo del centrodestra nell’arte dello scaricabarile, ma non prenda in giro il mondo della scuola e tutti gli italiani. Nei suoi anni di gestione del ministero la scuola italiana non si è affatto modernizzata e non è stato di certo premiato il merito”. Lo dichiara Manuela Ghizzoni, capogruppo pd in commissione Cultura della Camera.

“E non giochi con i numeri la ministra. I tagli ci sono stati, eccome. Solo per fare degli esempi dopo aver letto la sua odierna intervista, sono state tagliate di ben cento milioni nel 2012 le borse di studio. Anche tutti gli investimenti sono stati colpiti mortalmente. E quando dice di cercare quattrocento milioni per l’edilizia scolastica, perchè non spiega dove sono finiti il miliardo di euro stanziato dal Cipe nel 2009”.

“Sarebbe auspicabile un sussulto di dignità, ma la Gelmini non sembra offrirlo, persino quando parla del caso Zennaro scarica tutto sulla Corte dei conti, come se non fosse stato uno dei suoi uomini di fiducia.”

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Ghizzoni replica alla intervista a Gelmini di oggi su Repubblica

“Pronta ad ascoltare la protesta dei ragazzi A Giulio dico: basta tagli sulla scuola”, di Corrado Zunino

Gelmini: Draghi parla dei giovani ma quando gli ho chiesto aiuto non ha fatto nulla. Non ho nascosto i dati. E se mi compiacessi di un aumento dei respinti sarei una sciocca. Gli esperti che hanno fatto il test per i presidi non saranno pagati. E forse chiederò i danni. Non sono più disposta a sopportare una diminuzione dei finanziamenti. Mi spiace di non essere riuscita a spiegare che il Paese deve ricredersi sul ruolo dei professori. Non posso visitare gli atenei perché ogni volta si crea un problema di ordine pubblico. Il tunnel? Il vero errore è stata la replica: bastava chiedere scusa e farci su un po´ di ironia

Questa volta ha taciuto. In passato il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini aveva definito gli studenti in piazza «non rappresentativi», «strumentalizzati dai centri sociali e dalla sinistra». Con il ritorno, “un anno dopo”, non c´è stato comunicato né dichiarazione.
Centocinquantamila ragazzi italiani sono tornati a contestarla, ministro.
«Erano 50mila, l´ha detto il ministero dell´Interno, ma il fatto merita rispetto. Nel tempo si è perso qualsiasi rapporto con loro, e mi dispiace. Vedo, però, che la protesta oggi si indirizza verso cose più grandi di me: le banche, la finanza. Voglio dire che difendendo lo status quo scolastico i ragazzi difendono una politica egoistica. Facciano loro i valori del merito, coltivino l´eccellenza, altrimenti sono condannati all´impoverimento».
In verità “i ragazzi” chiedono un cambio globale, una nuova economia, la scuola come bene comune. Forse non amano le sue riforme scolastiche.
«Non mi avventuro in un ragionamento più grande di me, dico solo che le difese delle rendite di posizione dei professori le ritrovo pari pari negli studenti. Vogliono una scuola egualitaria, la scuola come sistema senza la centralità del singolo studente. Quel sistema ci ha fatto precipitare nelle classifiche internazionali. Ma sono pronta ad ascoltare i ragazzi».
Da tre anni, senza tregua, ha contro tutti, dai bidelli ai presidi.
«Non ricordo standing ovation per le riforme dei predecessori e oggi viviamo una crisi economica inedita. Governare con i tagli è la cosa più difficile».
Finalmente li chiama con il loro nome: tagli. È stato lungimirante togliere otto miliardi alla scuola?
«Insieme alla Sanità eravamo il ministero più costoso: il Miur spendeva il 97% del suo budget per la spesa corrente. Su di noi Tremonti si è esercitato con facilità».
Il ministero dell´Economia prevede risorse per la scuola pubblica in diminuizione fino al 2025.
«No, basta, i tagli sono finiti. Nel 2012 la pianta organica dei docenti sarà stata ridotta di 80mila unità e lì ci fermeremo».
È riuscita a stoppare Tremonti?
«Mah, ci spero… Credo abbia compreso la centralità della scuola e pure sulla ricerca l´ho visto un poco più disponibile… (ride). Comunque il mio ministero non è più in grado di sopportare diminuzioni di finanziamenti… Stiamo già investendo, in verità, anche se non lo scrivete mai».
Dica.
«Nella legge di stabilità ci saranno 100 milioni per le borse di studio universitarie. Stiamo trovando 400 milioni per l´edilizia scolastica. Per gli atenei del Sud c´è un miliardo in ricerca. E i migliori maturati, scelti dopo un test tra chi ha preso il massimo, avranno un assegno per mantenersi all´università. Cinque, diecimila euro l´anno. Prima nelle scuole c´erano i bidelli e le cooperative di pulizia insieme: via il doppione, abbiamo risparmiato 200 milioni».
Anche il governatore di Bankitalia dice che i giovani pagano il prezzo più alto.
«Stimo Mario Draghi, ma quando gli ho chiesto di organizzare un incontro con le banche per finanziare il fondo per il merito non lo ha fatto. Tornerò a chiederglielo».
È pentita di qualche scelta?
«Non sono riuscita a spiegare come il paese debba ricredersi sul ruolo dell´insegnante. Ha perso valore sociale, prestigio».
Gli insegnanti pensano sia colpa sua.
«Credo che i buoni docenti debbano essere pagati meglio di coloro che hanno solo scelto un impiego pubblico. Non riusciremo ad aumentare gli stipendi, ma vareremo un sistema di incentivi basato sui test Invalsi».
Ministro, la descrivono depressa in questi giorni.
«Sono serena e determinata. E abituata a portare a termine i compiti che mi vengono assegnati. Certo, per l´incidente del tunnel dei neutrini sono stata colpita in ogni modo, e ferita. Ma non mi fermo, so che fare politica non è un giro di valzer».
Quel giorno eravate al Quirinale, avevate affidato il comunicato a un giovane, non l´avete controllato.
«Al primo incidente di percorso ho pagato un prezzo alto, sono stata travolta dalla velocità di internet e dalla replica sbagliata: il secondo comunicato parlava di polemiche strumentali e non erano parole mie. Bastava chiedere scusa, e farci su un po´ d´ironia. So che non esiste un tunnel da Ginevra al Gran Sasso, ho visitato il Cern e non ho visto tunnel. Bastava mettere quella parola tra virgolette e aggiungere tecnologico, “il “tunnel tecnologico” dentro il quale sono viaggiati i neutrini».
Ha chiuso un rapporto storico con il suo portavoce, Massimo Zennaro. Resterà direttore generale?
«Non c´è motivo per allontanarlo anche da lì, la Corte dei conti l´ha valutato idoneo».
È accusato di una gestione forzata dei dati del ministero.
«È una polemica ridicola».
Da quattro anni non rendete pubblici i dati sui bocciati.
«Li ho visti ieri, tra una settimana saprete tutto».
Ci risultano in diminuzione.
«A me sembrano in crescita, ma su due piedi non riesco a darle conferma. Non mi sono mai compiaciuta dell´aumento dei bocciati, non sono così sciocca».
Poi è arrivato il concorso per presidi, record mondiale degli errori.
«Abbiamo tutelato gli aspiranti dirigenti, rivelando e correggendo gli sbagli».
Definì gli errori pochi e marginali: sono quasi mille.
«La commissione che li ha prodotti non l´ho nominata io. Sono errori gravi, non mi capacito. Gli autori non saranno retribuiti e l´agenzia che li ha scelti sta valutando se chiedere i danni».
Dura fino al 2013 il governo Berlusconi?
«Finché dura io sono qui, non governiamo per caso».
Ha mai pensato di dimettersi, ministro Gelmini?
«Mai».

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“”Apertura fuori tempo massimo”. La risposta degli studenti alla Gelmini”, di CARMINE SAVIANO

Dopo l’intervista del ministro a Repubblica , molte le reazioni di associazioni e collettivi. E le accuse: finto interesse, incomprensione delle ragioni della protesta e, sui tagli, scaricabarile con Tremonti. Confermata la manifestazione del 15 ottobre. “Apertura fuori tempo massimo” La risposta degli studenti alla Gelmini Ragazzi in corteo nella manifestazione di venerdì a Torino.
Un’apertura che arriva “fuori tempo massimo”. Dichiarazioni “francamente sconcertanti”. Uno scaricabarile con Giulio Tremonti degno della “migliore commedia all’italiana”. Dopo l’intervista rilasciata a Repubblica dal ministro Gelmini, gli studenti e i ricercatori replicano. E i giudizi sono severi: opportunismo, finto interesse, ipocrisia, incomprensione profonda delle motivazioni che scorrono alla base delle proteste. I rappresentanti delle associazioni studentesche e dei collettivi non ci stanno. Anzi, rilanciano: dopo le manifestazioni del sette ottobre il calendario delle mobilitazioni non cambia. Annunciano: “il governo non vivrà sogni tranquilli in questo autunno che si preannuncia rovente”. E al ministro dell’Istruzione: “Ci vuole ascoltare sul serio? Si dimetta”.

Fulminata sulla via del Gran Sasso. “Non abbiamo la memoria corta e sappiamo riconoscere l’ipocrisia quando ci si manifesta davanti”. La reazione della Rete degli Studenti e dell’Unione degli Universitari è dura. E non fa sconti: “Non saranno certo queste uscite del ministro “fulminata sulla via del Gran Sasso” a farci dimenticare che tipo di politica è stata portata avanti da questo governo”. Poi una replica serrata alle argomentazioni della Gelmini. “La qualità dell’insegnamento è bassa, il diritto allo studio non è garantito, i tagli ci sono ancora”. Poi le cifre: “100 milioni per le borse di studio universitarie? Ma se ha tagliato il 95% del fondo per le borse di studio. 400 milioni per l’edilizia scolastica? Ma se dopo la tragedia del 2008 in cui morì uno studente, Vito Scafidi, non è ancora stata pubblicata l’anagrafe nazionale sull’edilizia scolastica”.

“Ha ragione, vogliamo discutere cose più grandi di Lei”. Rete e Unione sottolineano la lontananza tra la realtà e le affermazioni della Gelmini: “Sempre per l’edilizia scolastica, il CIPE ha stanziato nel 2010 dei fondi per ripianare almeno i casi più gravi di cui 256 milioni sono stati utilizzati in favore delle scuole abruzzesi, 358 saranno utilizzati per i casi più urgenti mentre i restanti 426 milioni sono spariti”. Poi la richiesta: “Ministro, lei ha ragione, forse noi vogliamo discutere di cose più grandi di lei, come una buona scuola ed una buona università. Se veramente oggi si dice disposto ad ascoltare gli studenti dovrebbe finalmente accettare il grido che arriva ininterrottamente dalle piazze studentesche degli ultimi anni e si dovrebbe finalmente dimettere da un ruolo che non è in alcun modo in grado di ricoprire”.

Dieci domande. Altra replica arriva dalla Rete della Conoscenza. “La faccia tosta della Gelmini ha dell’incredibile. Nell’intervista la nostra ministra preferita riesce a mettere in fila delle perle non da poco: l’economia definita ‘un ragionamento più grande di me’, i dati sulle bocciature che ‘a me sembrano in crescita, ma su due piedi non riesco a darle conferma’, il tunnel tra Cern e Gran Sasso che ‘so che non esiste, ho visitato il Cern e non ho visto tunnel”. Poi l’accusa: il ministro mente “sapendo di mentire”. E la richiesta di dialogo è tardiva: “Con che faccia, ministra Gelmini, viene a chiederci di dialogare, dopo che per 3 anni ha chiuso le porte in faccia sia alle nostre proteste sia alle nostre proposte 1 . Con che faccia, ministra Gelmini, viene a chiederci di dialogare, mentre continua a mentire e truccare i numeri?”. Poi dieci domande 2 . Dieci richieste. “E il confronto con noi sarà nelle strade e nelle piazze di questo autunno di mobilitazione, per ribadire la nostra richiesta di dimissioni per lei e per tutto il suo governo”.

Ascoltare non è capire. Per Federico Nastasi, Rete Universitaria Nazionale, “il ministro avrebbe potuto fare questa intervista 4 anni fa. Adesso non ha senso: gli effetti promessi dalla riforma non sono arrivati, non c’è nessun risultato”. E si tratta di una sorta di “autocertificazione del proprio fallimento”. Ancora: finalmente chiama le cose con il loro nome: i tagli sono tagli”. E sulle borse di studio: “è vero ci sono 100 milioni. Ma due anni erano 246: ha tagliato il fondo di due terzi”. Sul confronto, “siamo disponibili: incontri gli studenti senza filtro e ci spieghi numeri e prospettive”. E Michele Grimaldi, responsabile Saperi dei Giovani Democratici: “il problema è che ascoltare non è capire e le parole della ministra purtroppo lo dimostrano. Gli studenti chiedono democrazia, pari opportunità, diritti, futuro. Non parlano di cose più grandi delle competenze della Gelmni perché i suoi provvedimenti sono stati un pezzo di quella ricetta neoliberista che è stato il tratto distintivo del governo Berlussconi ed è la vera causa della crisi in Italia e nel pianeta”.

I ricercatori. Critica anche la posizione della Rete29Aprile. Per Alessandro Pezzella, si tratta “di un intervento triste che fa emergere l’inadeguatezza del ministro”. Ancora: “Ci troviamo di fronte a un condensato di contraddizioni. E poi bisognerebbe leggere l’intervista dal punto di vista psicoanalitico: si tratta di una sostanziale auto-delegittimazione. La Gelmini ammetta di essere stata travolta dalla velocità di internet sul caso del Tunnel dei Neutrini: ma il ministro dovrebbe governare questi processi, non farsi travolgere”. Poi le menzogne. Palesi. “Dice che gli stipendi vanno aumentati. E invece nuovi regolamenti prevedono ad esempio che i dottorandi che fanno didattica non percepiscano nessun tipo di compenso”.

I Collettivi. L’obiettivo è rilanciare la protesta. Per Giorgio Sestili, di Ateneinrivolta, il coordinamento nazionale dei collettivi universitari: “Un serio ministro dell’Istruzione, che avesse avuto davvero a cuore le sorti della scuola e dell’università, di fronti ai tagli di Tremonti avrebbe dovuto fare una sola cosa: dimettersi”. E le parole rilasciate nell’intervista a Repubblica “non fanno altro che aumentare la rabbia e l’indignazione di centinaia di migliaia di studenti che giorno dopo giorno si vedono privati del loro diritto allo studio”. Poi l’annuncio di nuove mobilitazioni: “Il 7 ottobre è stata una prima, importante giornata di mobilitazione per gli studenti. Già stiamo preparando la manifestazione nazionale del 15 ottobre. La Gelmini e tutto il Governo non vivranno sogni tranquilli in questo autunno che si preannuncia rovente”.

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