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"La passione leghista per le espulsioni", di Gian Antonio Stella

Miracolosamente sopravvissuto all’ auto-espulsione, decisa quando sentenziò con solennità su La Padania del 26 luglio 1999 che «chi farà accordi con l’ Ulivo e con Berlusconi sarà espulso dalla Lega», il Senatur è indeciso: cosa fare di ogni traditùr che emerge giorno dopo giorno? In altri tempi, non ci avrebbe pensato un minuto: raus! Ma le cose, oggi, si sono fatte più complicate… Come la pensi Bossi si sa. Lo ha ribadito mille volte: «La Lega è il partito più democratico di tutti». Salvo precisare: «Io sono un segretario semplice, che si comporta semplicemente. Se uno pianta casino, vedo che non ha interesse per il federalismo e la Padania, lo mando via, non perdo tempo». Tesi ribadita con un riferimento trasparente a Roberto Maroni, al sindaco di Verona Flavio Tosi e a quello di Varese Attilio Fontana, rei di avere posizioni non sempre allineate: «Ci metto due secondi a chiedere al Consiglio federale l’ espulsione di chi si mette di traverso, anche se ci sono persone importanti». Dialettica brezneviana in salsa verde. Assai apprezzata da diversi «federali» sparsi per il territorio. Come il segretario provinciale di Treviso Gianantonio Da Re che, appena Giancarlo Gentilini ha osato dire la sua («È inutile fare il sogno della Padania e della secessione: l’ Italia è una, quando noi della Lega avremo il 50% più uno dei consensi ne riparleremo») ha intimato: «Se dice ancora una sola parola contro la Padania e la secessione è fuori del partito». Epurazione sostenuta anche dal senatore Piergiorgio Stiffoni, il quale, famoso per una sparata himmleriana su certi immigrati rimasti senza tetto a Treviso («peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto») ha liquidato lo storico sindaco-sceriffo in due parole che sarebbero state bene in bocca a un funzionario di Lavrentiy Beria: «È un virus da estirpare». È una storia lunga, quella delle epurazioni nel Carroccio. Lo sa bene lo stesso ministro degli Interni, che nel 1994, illuso da un sondaggio di Famiglia Cristiana che lo dava più popolare del Senatur, osò ribellarsi alla decisione di buttare giù il governo Berlusconi: «Può uno come me assistere allo squagliamento del partito perché il suo leader ha sbagliato tutto?». Finì con una fischiata al congresso, una selva di insulti (fra i tanti, quello di Erminio Boso: «È uno scimmiotto ammaestrato ad Arcore»), uno striscione che diceva: «La Lega ce l’ ha duro e i Maroni ce li ha sotto». L’ epilogo: dovendo scegliere tra tornare a fare il dipendente della Avon o andare a Canossa, «Bobo» si cosparse il capo di cenere: «Bossi ha sempre ragione». Cosa che gli tirò addosso le ironie di Irene Pivetti: «Pare un rieducato di Pol Pot». Fu l’ unico, a scamparla, Maroni. «Dovevo ancora risarcirlo per il bidone di vernice che una volta gli avevo rovesciato nella macchina nuova», avrebbe ridacchiato mesi dopo l’ Umberto. A tutti gli altri dissidenti è andata in maniera diversa. Basti ricordare la lista di quanti, nello studio del notaio Giovanni Battista Anselmo di Bergamo, diedero vita nel 1989 alla Lega Nord: pochi anni dopo i superstiti sarebbero stati solo tre: Umberto Bossi, Francesco Speroni e Gipo Farassino. Tutti gli altri, uno ad uno, erano stati espulsi o costretti ad andarsene. È andata così fin dall’ inizio, dai tempi della Liga veneta. Espulso Achille Tramarin, il primo parlamentare a parlare in dialetto alla Camera. Espulso Graziano Girardi, che vendeva mutande e flanelle nei mercati ed era finito per primo a Palazzo Madama. Espulso Franco Castellazzi, padrone di una discoteca con striptease maschili, presidente del movimento e primo capogruppo leghista alla Regione Lombardia: «Bossi diceva che me la facevo con Craxi, la Cia e il Kgb». E poi espulsi, tra i fondatori, il ligure Bruno Ravera e gli emiliani Giorgio Conca e Carla Uccelli e il toscano Riccardo Fragassi e il piemontese Roberto Gremmo, liquidato a sentire Castellazzi «con una storia tutta inventata di film porno, fellatio e marocchini». E poi espulsi il fondatore della Liga Franco Rocchetta e la moglie Marilena Marin, colpevoli di contestare la guerriglia bossiana contro il primo governo del Cavaliere: «Traditori! Cospiravano per fare il partito unico berlusconiano». E ancora espulsi tutti i parlamentari contrari alla decisione del Senatur di abbattere l’ esecutivo Berlusconi. A partire da Luigi Negri, fratello della moglie di Calderoli, Sabina, la quale avrebbe raccontato in una irresistibile intervista a Claudio Sabelli Fioretti del cataclisma familiare di cui fece le spese, a Natale del 2004, anche un cappone (che restò sulla tavola senza che alcuno avesse voglia di mangiarlo) e della spietatezza del marito contro i parenti-serpenti che chiamava «I coniugi Ceausescu». Una dedizione al capo che l’ attuale ministro per la Semplificazione aveva totale: «Roberto espellerebbe anche me se glielo chiedesse Bossi». Tra le vittime dell’ epurazione, oltre alla moglie di Luigi Negri, Elena Gazzola, allora presidente leghista del Consiglio comunale milanese, finì perfino la loro cagnetta Gilda, rea di scodinzolare in modo anti-bossiano ed espulsa da Palazzo Marino con una insuperabile disposizione «ad-canem» dell’ allora sindaco Marco Formentini, che a sua volta sarebbe stato successivamente convinto ad andarsene per passare al centrosinistra. E via così. Fuori, con un gran sbattere di porte, il primo ministro leghista al Bilancio, Mimmo Pagliarini. Fuori il primo ministro all’ Industria, Vito Gnutti, bollato da Bossi come «il nano della Val Sabbia». Fuori il fedele autista Pino Babbini: «L’ Umberto mi accusò d’ avergli rubato una macchina fotografica, ma anche che gli insidiavo la moglie. Tutte balle. Qualcuno nella Lega non voleva che gli dicessi quello che non andava». Fuori, prima di una successiva riconciliazione, l’ ideologo Gianfranco Miglio, liquidato dal Senatur come «una scorreggia nello spazio». E poi fuori Elisabetta Bertotti, la «miss Camera» che aveva osato dire che alle comunali di Trento il candidato leghista era così razzista che avrebbe votato il candidato dell’ Ulivo. Fuori il primo capogruppo Luigi Petrini. Fuori il segretario della Liga veneta Fabrizio Comencini. E fuori Irene Pivetti, la prima presidente leghista di Montecitorio, che per aver ricordato come la secessione non fosse nello statuto né fosse stata «decisa da alcun congresso» fu espulsa con un sovraccarico di insulti: «L’ eretico sarei io? Ma digh de andà a da via el cu..». E fuori ancora Domenico Comino, già capogruppo alla Camera, colpevole di avere teorizzato l’ alleanza con la destra due mesi troppo presto rispetto al «contrordine, padani» del segretario. Tutti fuori. Inseguiti da invettive che ricordano l’ espulsione di Baruch Spinoza dalla comunità ebraica di Amsterdam: «Che la collera e l’ indignazione del Signore lo circondino e fumino per sempre sul suo capo». E meno male che non esiste una Siberia padana coi campi di rieducazione.

Il Corriere della sera 06.10.11

"Il Pdl ripesca il condono. Sviluppo, il governo rinvia", di Bianca Di Giovanni

Cosa sono i paradisi fiscali nell’immaginario collettivo? «Posti al sole per gente che vuol restare nell’ombra». Togliamoci dalla mente questo stereotipo, suggerisce l’ultimo rapporto dell’associazione Tax Justice Network, con sede a Londra, che ha per scopo di smascherare e combattere i meccanismi fraudolenti di segretezza che inquinano la finanza internazionale. «La storia è molto più complicata – si legge nel documento diffuso dal direttore di Tax Justice, John Christensen -. I soggetti più importanti nel sistema globale che favorisce la segretezza delle operazioni finanziarie, non sono le minuscole e lontane isole care alla fantasia popolare (i cosiddetti paradisi fiscali), ma le nazioni ricche». Sul tavolo del governo restano invece i pesanti tagli ai ministeri della manovra di Ferragosto, 7 miliardi da reperire nonostante le casse siano vuote. Su questo avrebbe insistito Giulio Tremonti, accompagnato dal ragioniere generale Mario Canzio, nel vertice con il premier tenuto alla Camera subito dopo il consiglio. Ma i bilanci dei ministeri sono tanto a secco che la voglia di risorse fresche rimette le ali all’ipotesi condono. La maggioranza lo vuole da tempo, e oggi lo ripesca. Parola di Fabrizio Cicchitto,un big del Pdl. Il presidente dei deputati berlusconiani lo ha detto chiaro e tondo all’uscita del vertice di maggioranza del pomeriggio a Palazzo Grazioli. A resistere è ancora Tremonti, sempre in rotta di collisione con il suo partito e con il premier, a dispetto delle smentite ufficiali e del teatrino sulla pax recuperata.
Un consiglio e due summit per decidere di non decidere. Quella di ieri è la cronaca di uno stallo totale. Così resta aperta anche la partita per il vertice Bankitalia. Se ne sarebbe parlato nei vari incontri di ieri. Il premier avrebbe riproposto la terna di Fabrizio Saccomanni, Vittorio Grilli e Lorenzo Bini Smaghi. «Mi prendo altro tempo – avrebbe detto – ho tempo fino al primo novembre». Insomma, il rebus su Palazzo Koch continuerà per giorni a fungere da arma di ricatto interna all’esecutivo. «Un balletto indegno», commenta Luca Cordero di Montezemolo, mentre spuntano ancora nuovi nomi: forse Ignazio Visco, o forse Giuliano Amato. Umberto Bossi continua a sostenere Grilli, ma il premier insiste sul fatto che deciderà da solo: come vuole la procedura presenterà un solo nome al Consiglio superiore della Banca. Mentre il quadro politico si fa più incerto, con la Lega che vagheggia elezioni ravvicinate, il premier punta a recuperare quel mondo produttivo che negli ultimi giorni lo ha abbandonato. Così investe Paolo Romani del compito di fare il «regista» del decreto sviluppo di qui al 20 ottobre. Tradotto vuol dire che stavolta non ci sarà un «assolo» di Tremonti. Se non è proprio una cabina di regia, ci somiglia molto. «Con chi devo parlare? Datemi almeno un numero di telefono…», aveva dichiarato
Tremonti in Transatlantico a chi chiedeva più collegialità. Oggi sa chi chiamare: e Romani è un fedelissmo del premier. Sicuramente il titolare dello Sviluppo dovrà comunque fare da mediatore tra i veti tremontiani e le richieste delle imprese. Nei prossimi giorni sono già previsti i primi contatti con le cinque associazioni firmatarie del manifesto per la crescita.
SGRAVI
Nelle ultime ore sta prendendo quota l’ipotesi di sgravi fiscali per gli imprenditori che investono in aumenti di capitale delle aziende. L’ipotesi di defiscalizzazione, che riguarderebbe il reddito personale (Ire), è all’attenzione dei tecnici per la valutazione degli aspetti applicativi e dei costi. L’obiettivo è quello di incentivare gli imprenditori ad utilizzare le loro disponibilità per rafforzare le aziende che in molti casi risultano sottocapitalizzate. In questo modo sarebbe anche più agevole l’accesso al credito e si faciliterebbe l’avvio di
un circuito virtuoso che porterebbe anche alla creazione di nuovi posti di lavoro. Nel decreto dovrebbe poi essere definito l’utilizzo di 1,6 miliardi di euro dei circa 4miliardi incassati dall’asta delle frequenze (2,4 miliardi
sono vincolati dalla legge a riduzione del deficit). Ottocento milioni saranno probabilmente destinati allo sviluppo della banda ultralarga, mentre gli altri 800 sono nelle disponibilità del ministero dell’Economia. Una misura per la quale insiste il dicastero dello Sviluppo economico, è la proroga per un triennio della detrazione del 55% delle spese per la riqualificazione energetica degli edifici. Naturalmente questa versione della «bozza» non è esattamente in linea con quanto chiede Tremonti, visto che richiederebbe risorse aggiuntive. Il ministro avrebbe imposto «paletti» molto stretti sui limiti di spesa. La maggioranza spinge per «due condoni – dichiara Cicchitto – Uno dei quali legato alla delega fiscale». Insomma, uno è fiscale. E l’altro? Potrebbe essere edilizio o contributivo. Già da giorni si parla di un’ipotesi sanatoria, anch’essa all’esame dei tecnici di Via Veneto. Tuttavia, a quanto si apprende da fonti dell’esecutivo, il condono potrebbe essere «un progetto di lungo periodo» ancora «da valutare» ed eventualmente «legare alla riforma fiscale». Nel frattempo, all’interno della maggioranza la discussione su un concordato di massa è già iniziata. Un’operazione per sanare le posizioni passate e che potrebbe bypassare il veto della Ue. Il Pdl apre anche alla patrimoniale, ma con un’aliquota
light.

L’Unità 07.10.11

"Tre milioni in nero Camusso: dobbiamo tornare alle regole", di I. Cimmarusti

«Questa è una delle più grandi stragi sul lavoro del Paese, quelle donne stavano lavorando in un luogo non idoneo. Non è che ci solleviamo se si tratta di cinesi e per gli altri non vale. Ora bisogna avere un grande rispetto per le vittime e le loro famiglie. Poi, dopo il dolore e l’attenzione alle famiglie, bisogna riflettere seriamente su come si fa a far ripartire un’economia legale in questa città, nel Mezzogiorno e in tutto il Paese».
Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a Barletta per i funerali pubblici delle quattro operaie senza contratto, morte schiacciate dal palazzo crollato di via Roma. Con loro c’era anche la figlia 14enne del titolare della ditta. Nessun commento esplicito è giunto dal segretario generale sulle parole del sindaco Nicola Maffei, che non si era sentito di criminalizzare chi, pur di dare un lavoro, sottopagava gli operai. Il segretario generale, però, pur precisando che «non voglio interpretare né credo sia utile farlo», ha detto che «il tema della sicurezza sul lavoro va affrontato e non si può giustificare né l’evasione né il lavoro nero. Forse bisognerebbe ripartire e ricostruire certezza delle regole, luoghi. Questo mi pare il vero messaggio di questa giornata con tutto il rispetto ovviamente per tutte le famiglie e per il loro dolore».
Secondo i dati della Cgia, infatti, in Italia risultano lavoratori a nero quasi 3 milioni di persone, il che «dimostra che l’idea del Governo di contenere il fenomeno attraverso un aumento dei rapporti di lavoro flessibile è miseramente fallito», ha detto Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera. Secondo i dati della Cigl Puglia, invece, i lavoratori a nero risultano essere circa il 30% su un milione e 200mila impiegati. Tanti i motivi di questa diffusione del sommerso. Nella provincia Bat, per esempio, sarebbe stato l’avvento della concorrenza internazionale e, più in particolare cinese, a far fallire la filiera del tessile. Fino alla fine degli anni 90, infatti, Barletta era la capitale della produzione di abbigliamento. Ricche commesse da case di moda italiane avevano portato lavoro. Ha spiegato il segretario generale della Cisl, Raffale Bonanni, che «appena quindici anni fa Barletta aveva un sistema economico abbastanza florido e realizzava prodotti assolutamente apprezzati. Questi sono stati esposti alla concorrenza internazionale e non sono stati sorretti in Italia. Questo è il punto vero e su questo bisogna riflettere con molta forza da parte di tutti».
Quindi, sarebbe in parte la competizione con produttori più economici, alla base del sommerso. Un’idea da combattere, per il segretario generale Cgil, che afferma: «Accettare l’idea che si competa in questo modo ci porta a quelle condizioni. Invece dovremmo avere la forza e la capacità di competere meglio e di sapere che l’obiettivo è quello che altri non debbano più lavorare così e non che noi dobbiamo lavorare come loro».
La Guardia di Finanza, dunque, ha alzato il tiro e, su disposizione della Procura della Repubblica di Trani ha disposto una serie di controlli su larga scala. Da martedì infatti ci sono accertamenti a tappeto in tutti i maglifici di Barletta, al fine di stanare chi si serve di manodopera a nero e sottopagata. Inoltre accertamenti sono in corso per identificare l’esatto numero di “micro-maglieri” abusive disseminate in tutte la città e concentrate in strutture fatiscenti, per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine.

L’Unità 07.10.11

"Il decreto sviluppo slitta ancora", di Marco Rogari

Si allungano ancora i tempi per il varo del decreto sulla crescita. Alla fine di una giornata fitta di riunioni prima alla Camera, con Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti e altri ministri, e poi a palazzo Grazioli con il premier e il solo stato maggiore del Pdl, ha preso corpo l’ipotesi di rimandare al 19-20 ottobre (al rientro del presidente del Consiglio dal Consiglio europeo di Bruxelles) il via libera del Consiglio dei ministri al provvedimento, in un primo tempo previsto per il 13-14 ottobre. Non è ancora sicuro invece che il varo posticipato riguardi anche la legge di stabilità, che dovrebbe vedere la luce prima del 15 ottobre. Anche se fin qui si è sempre parlato di una presentazione simultanea dei due provvedimenti.

E mentre le misure sulla crescita restano in stand by, continua la partita, non priva di tensioni, sui tagli ai ministeri (al centro degli incontri di ieri mattina a Montecitorio tra Tremonti e gli altri ministri), così come il pressing della maggioranza, Pdl in testa, sul ministro dell’Economia per ottenere misure strutturali e una “dote” lo sviluppo.
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Il vero nodo resta insomma quello delle risorse. «Abbiamo idee diverse sui soldi», dice sorridendo Tremonti di fronte alle assicurazioni del premier della concordia ritrovata con il ministro dell’Economia. Lo stesso Berlusconi conferma: «Fare le nozze con i fichi secchi non è facile». Al di là delle schermaglie, il decreto sviluppo è destinato a rimanere a «costo zero». Anche se il Pdl tenterà di imporre qualche intervento.
Non a caso, proprio in nome della collegialità e per esercitare maggiore pressione su Tremonti, al ministro Paolo Romani è stato affidato il compito di coordinare le proposte che comporranno il mosaico del decreto. Quelle al momento più gettonate sono l’anticipo dell’Ace, ovvero degli sgravi fiscali che investono in aumenti di capitale delle aziende già previsti dalla delega fiscale, e misure per garantire la certezza dei pagamenti da parte della Pa.

Ma il Pdl, per voce del capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, rilancia anche su due condoni (edilizio e fiscale) e una patrimoniale soft. Misure una tantum da adottare non subito ma prima della fine dell’anno, contro le quali si oppone però il Tesoro. Anche la Lega si attende un decreto più “pesante” rispetto agli interventi fin qui in cantiere: infrastrutture e pacchetto semplificazioni. Su quest’ultimo fronte l’unica certezza per ora è che il faro sarà rappresentato dal principio contenuto nel Ddl di modifica dell’articolo 41 della Costituzione in base al quale «è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato». Nella stessa direzione va l’intenzione di inserire nel Dl un nuovo taglia-leggi che elimini tutte le normative che nei vari settori impediscono l’applicazione immediata di questo principio.

Prima di definire il decreto, dovrà però chiudersi la partita sui tagli ai ministeri (7 miliardi nel 2012). Le tabelle sulle voci di spesa da cassare non sono ancora pronte. A lamentarsi sarebbero stati non solo Romani, Ignazio La Russa e Altero Matteoli ma anche i ministri Michela Vittoria Brambilla e Franco Frattini. Ma il Tesoro ha ricordato che i margini di manovra sono stretti.

Il Sole 24 Ore 07.10.11

"Pronto il documento di «sfiducia» Pisanu e Scajola cercano i numeri", di Federica Fantozzi

Tensione altissima nel Pdl. Circola già la bozza del testo che chiede un «nuovo governo» per debito sotto controllo, crescita e legge elettorale. Pisanu: «Votare adesso sarebbe un male per l’Italia». Unappello al «senso di responsabilità». Una richiesta di «transizione guidata» per aprire la sospirata fase di rinnovamento e superare la crisi economica. Una consapevolezza: «Una campagna elettorale in questo momento sarebbe un disastro per l’Italia. Bisogna scongiurare le elezioni anticipate». E, dunque, l’esigenza di un nuovo governo che faccia tre cose: tenga sotto controllo il debito, rilanci l’economia e faccia una nuova legge elettorale. Il documento dell’area che si è coagulata intorno a Pisanu e Scajola è pronto. Ora serve l’occasione giusta. Più defilati Formigoni (che dopo la rottura con Lupi ha perso il controllo di parte delle truppe, e Alemanno alle prese con il malessere degli ex An. Del testo circolano già alcune bozze riservate, su cui un gran numero di parlamentari vorrebbe mettere le mani. «Le elezioni anticipate sarebbero un male – dice intanto l’ex ministro
dell’Interno a Sky -Ci consegnerebbero, magari a parti rovesciate, un Parlamento diviso, rissoso e ingovernabile come questo». Non è questo l’obiettivo. I promotori del documento cercano di allargare l’area del consenso: non è ancora scattata la raccolta firme, ma una sorta di sondaggio interno per capire i numeri reali in caso di prova di forza. L’auspicio è “pesare” così tanto da poter dire a Berlusconi, alla luce del sole: non abbiamo più fiducia in questo governo, dimettiti. A quel punto, si vedrebbe se il premier rimette il mandato o sfida il Parlamento in un 14 dicembre bis. I numeri, però, sono molto ballerini e difficili da cristallizzare: una cinquantina di onorevoli sono già passati all’asse “interventista”. Soltanto alla cena degli scajoliani ne erano attovagliati 14, con 3 assenti. «Ma saranno molti di più – ragiona un senatore azzurro – Sui 218 deputati che oggi compongono il gruppo Pdl, se si votasse adesso ne verrebben rieletta la metà. Per non parlare dei 29 Responsabili: altro che tacchini all’avvicinarsi di Natale…». Insomma, più di un centinaio di anime in pena. Di certo, in Parlamento la tensione è altissima. Basti pensare che la battuta salace del premier su Forza Gnocca, innocentissima rispetto ad altre, è stata accolta dal gelo totale. Elettricità acuita dalla nebbia fitta che avvolge il futuro prossimo. E dal moltiplicarsi degli scenari più disparati. L’ipotesi di un Pdl “deberlusconizzato” affiancato da una Lista Silvio scoraggia tutti quelli che non si sentono nelle grazie del gruppo dirigente. Così come l’idea di un nuovo partito per rottamare quanto sa di vecchio e di muffa evidentementenon rassicura l’apparato. Nel caos piomba Montezemolo, durissimo a tutto campo: «Siamo sul ciglio del burrone, bisogna abbassarei toni o salta il banco. Il meccanismo del tutti contro tutti ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo». Il presidente della Ferrari critica le liti
Berlusconi-Tremonti che paralizzano la politica economica del Paese, il «balletto» su Bankitalia: «Spettacolo irresponsabile», questa situazione «va chiusa ad horas», «per fortuna presto si aprirà una fase nuova». Premesso che per «un imprenditore l’ingresso in politica è un diritto-dovere», Montezemolo pensa a un «grande movimento popolare, trasversale a tutte le componenti della società».
Berlusconi è atteso al varco: per lui si aprono venti giorni di fuoco. Con tre voti che ben si prestano ad agguati. Il decreto Sviluppo. La prescrizione breve al Senato.E il ddl sulle intercettazioni. Su cui, a Montecitorio, si ipotizza uno scenario impegnativo in caso il governo ponga la fiducia: un doppio voto, palese sull’esecutivo, e poi segreto sul provvedimento. Fini non potrebbe negarlo perché in gioco ci sono diritti personali. Ma in un momento così convulso è impossibile prevedere le migrazioni dei franchi tiratori.

L’Unità 07.10.11

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E Napolitano ricorda il governo Pella «esecutivo di tregua», di Marcella Ciarnelli

Certo, Giuseppe Pella era di Biella così come di queste parti era Quintino Sella, ed era quindi abbastanza prevedibile che il presidente della Repubblica, in visita a questa operosa provincia, patria del tessile, prima tappa della sua visita ufficiale in Piemonte e Valle d’Aosta, ricordasse i due politici, il secondo più noto, ma il primo protagonista di «un governo di tregua», tanto breve quanto «importante e utile» in un momento in cui l’Italia aveva bisogno di ritrovare serenità e fiducia. La situazione attuale è molto diversa da quel 1953 segnato anche dalle tensioni provocate dalla cosiddetta legge truffa. Però resta il fatto che Napolitano si è trovato a ricordare, proprio in questi giorni tumultuosi e problematici per la tenuta del governo ed in cui si inseguono ipotetiche soluzioni sponsorizzate da una parte o dall’altra, «un’esperienza che segnò il futuro dell’Italia repubblicana» lasciando intendere che ogni esperienza è possibile se in gioco c’è l’interesse collettivo ma non bisogna dimenticare mai che un governo deve avere innanzitutto la maggioranza in Parlamento. Quello di Pella fu un governo di tecnici che portò a termine l’incarico, approvare il bilancio dello Stato.Durò poco più del tempo necessario, 154 giorni.
A salutare Napolitano al suo arrivo a Biella al grido di «presidente lei è unico» c’erano solo e tante bandiere tricolore sventolate anche «da un mare di bambini e di ragazzi così gioiosi da darmi fiducia, giorno dopo giorno,
di proseguire in condizioni difficili la realizzazione del mio mandato». La Lega da queste parti segna una consistente presenza tra la gente. Eppure qualche fazzoletto verde nel taschino e un po’ di cravatte dello stesso colore sono stato il segno massimo dell’appartenenza al Carroccio a cominciare dal governatore del Piemonte, Roberto Cota. Nessuna contestazione al presidente dopo la sua lezione sulla inesistenza della Padania. Solo applausi, tanti e convinti. Quando ha ribadito che attuare il federalismo un impegno ma «sempre
nel quadro della Costituzione» ricordando che il Titolo V parla di «valorizzazione delle autonomie» e «di unità e indivisibilità della nostra Repubblica» ma anche quando ha evocato quel Sud sofferente, accusato di essere fannullone, ed invece «lavora, anzi fatica e produce come può»,come le donne di Barletta morte per lavorare a neanche quattro euro l’ora. «Quando sono andato nel Mezzogiorno, in qualsiasi città io non sono mai stato indulgente su quello che non va, per le tante cose che ci sono da correggere e cambiare. Però, attenzione, i meridionali lavorano in condizioni bestiali» ha aggiunto Napolitano che ha ribadito come l’Italia «di tutto ha bisogno fuorché di essere divisa da pregiudizi e contrapposizioni che non ci portano da nessuna parte». Il Paese che ha un sistema solido di banche e tante realtà produttive di eccellenza, «deve crescere insieme, dentro l’Europa unita, e non solo per un motivo di equità e giustizia, ma perché diversamente non garantiremo all’ economia nazionale il ritmo di crescita di cui abbiamo bisogno». E tra le forze che operano per la coesione e il rinnovamento etico del Paese ci sono «tutte le organizzazioni e le articolazioni del mondo cattolico» ha
ricordato Napolitano rendendo omaggio al Pontefice «per il contributo dato alla causa dell’unità». Ad Aosta, poi, seconda tappa del viaggio, terra di consolidata autonomia, il presidente ha ancora una volta ribadito «guai a contrapporre una parte del Paese all’altra».

L’Unità 07.10.11

Napolitano avvisa "Il governo di tregua fu utile al Paese", di Antonella Rampino

«C’era bisogno di un governo di tregua quando il Presidente Einaudi diede l’incarico a Giuseppe Pella. E anche se ebbe vita breve, fu un’esperienza importante e utile, che segnò il futuro dell’Italia repubblicana». Giorgio Napolitano ha rievocato ieri, in una tappa importante del suo viaggio italiano nel centociquantesimo dell’Unità, a Biella che nel Pantheon nazionale è anzitutto patria di Quintino Sella, il primo governo di transizione della storia repubblicana. Facile sarebbe stato accennare solo all’unico titolare di Via XX settembre che sia mai stato capace di un pareggio di bilancio.

E invece, Napolitano scandisce quel richiamo al «governo di tregua», e nel passaggio immediatamente successivo, nel cuore del Nord Ovest largamente governato dalla Lega, quasi grida «di tutto ha bisogno l’Italia fuorché di pregiudizi e divisioni». E i leghisti applaudono, applaudono anche quando il Presidente – reduce da un bagno di folla scandisce che «al Sud si lavora, si fatica, e a volte in maniera bestiale». Oggi, in cima ai pensieri del Presidente ci sono le cinque donne morte di lavoro nero nel crollo di Barletta, «specchio di un’Italia che fatica nel senso più pesante del termine, e che produce come può», anche per soli «3 euro e 95 l’ora, non si sa per quante ore al giorno e senza contratto». Roberto Cota, il bossiano governatore del Piemonte, poi ringrazierà Napolitano, ma intanto serra le mani giunte nell’incavo delle ginocchia.

Tutti gli altri applaudono, applaudono anche quando Napolitano torna a insistere, uniti o non si cresce. Il Presidente rilancia con sempre maggior forza il medesimo messaggio, rafforzare l’unità nazionale, nella quale il processo federalista è perfettamente ascritto «essendo dentro la nostra Costituzione e dentro il nostro Stato unitario». Ma occorre «attuare il federalismo senza proclami». E lo sviluppo, il futuro: «l’Italia deve crescere insieme», non c’è crescita senza il Mezzogiorno, e senza crescita non «possiamo liberarci dal fardello del debito pubblico».

E invece, intanto, da Roma le notizie sono tutt’altro che buone: le misure per la crescita che dovevano essere varate in mattinata slittano al 20 di ottobre, le banche italiane sono sotto il downgrading delle agenzie di rating, e questo semplicemente significa che il danaro costerà loro molto di più e arriverà poi alle imprese a tassi per loro ancor meno sostenibili. E anche qui, Napolitano per la prima volta parla dell’intera Azienda Italia, «dobbiamo aver cura della solidità del sistema bancario, del non indebitamento delle famiglie, della solidità irrinunciabile del manifatturiero», e sono proprio i tre punti di forza nostri nella crisi, quelli che rendono – se ben gestito – sostenibile un debito pubblico che è pari al patrimonio dello Stato, ma che vale un quarto della ricchezza dei privati.

Per non dire della ridda di dichiarazioni vergognose, sconcertanti e tutt’altro che consone al ruolo istituzionale del Presidente del Consiglio, che ieri riteneva pure di poter arrivare sino all’ultimo minuto utile, al primo di novembre, per la nomina del governatore della Banca d’Italia, rivendicata quasi come un diritto esclusivo e proprio, senza alcun riguardo per il parere del Consiglio Superiore dell’Istituto, né per lo stesso Napolitano. Mentre a Biella il Presidente parlava, a Roma non era ancora andato in scena il peggio. Ma Napolitano, da tempo, non ha bisogno di attendere che accada ancora qualcosa per sapere che la situazione è gravissima. Quando pronuncia quel riferimento al governo Pella la sua è anche una citazione di scuola: non potrebbe non essere esperito un tentativo, con questo Parlamento, prima di pensare ad elezioni anticipate.

Ma l’esempio scelto è un lampo, è una soluzione iscritta già nella storia del Paese. Un esecutivo di transizione. Il governo Pella, in una difficilissima fase politica della storia repubblicana, quando la leadership di De Gasperi, ormai logorata e sconfitta dal tentativo di imporre la famosa legge-truffa tante volte paragonata all’attuale porcellum, scatenò una tale lotta di successione all’interno della Democrazia cristiana da far precipitare nell’ingovernabilità un Paese non ancora avviata al Miracolo economico. Si ricorse allora, tra il 17 agosto del 1953 e il 12 gennaio del 1954, a un governo di decantazione, a un «governo degli affari», come si chiamava allora (e nel senso degli «affari correnti»), che placò la lotta selvaggia tra i nascenti leader.

Un governo guidato da un piemontese per bene, e talmente lontano dai giochi di corrente da sembrare, da ex ministro del Tesoro di De Gasperi, un proto-tecnico, con ministri del calibro di Vanoni, Segni, Taviani, Fanfani, e con Andreotti sottosegretario, che poi la stessa Dc mollò definendolo, in fondo, solo come «un governo amico», aprendo a un breve governo Scelba e poi al primo Fanfani. La Dc sapeva sopravvivere ai giochi di pieno e di vuoto del potere. Oggi, il vuoto è colmato dal solo Giorgio Napolitano. Che anche ieri, ha ringraziato per la calorosa accoglienza «quei ragazzi gioiosi che mi danno fiducia, per svolgere il mio mandato, in condizioni difficili giorno per giorno».

La Stampa 07.10.11