Latest Posts

"Diritto di cronaca senza bavaglio", di Giovanni Valentini

Quanti sono, esattamente, i cittadini italiani che vengono sottoposti a intercettazioni telefoniche, su ordine della magistratura per esigenze investigative? Gli ultimi dati del 2009 dicono 120 mila utenze per circa 80 mila persone, cioè lo 0,2% della popolazione. E quanti sono gli intercettati che vengono danneggiati dalla diffusione delle registrazioni sui giornali o sugli altri media? Qui non esistono cifre ufficiali, ma si può ragionevolmente calcolare che siano un numero davvero minimo.
Ma, allora, di che cosa stiamo parlando? Di quali violazioni della privacy o dei diritti fondamentali? E perché il governo e la sua maggioranza posticcia, proprio nel pieno di una drammatica emergenza economica che minaccia tutti, vogliono approvare al più presto la legge-bavaglio sulle intercettazioni che riguarda in realtà pochi o pochissimi cittadini? Qual è la ragione di tutta questa urgenza?
La risposta è soltanto una: per impedire all´opinione pubblica di essere informata in modo tempestivo e completo sul malaffare, sulla corruzione, sui rapporti incestuosi tra politica ed economia. Tutto il resto non conta. O meglio, conta certamente che anche un solo cittadino possa subire una violazione della sua sfera privata, a causa della pubblicazione illegittima di intercettazioni telefoniche o ambientali. Ma non è questo il problema e non è questa la vera preoccupazione del potere.
Ha ragione Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a capo del Dipartimento anti-mafia di Milano, a dire che: «Alcuni magistrati hanno fatto un cattivo uso delle intercettazioni». E anche ad aggiungere che “non vorremmo leggere sui giornali fatti che non riguardano le inchieste”. Chi scrive sostiene da sempre che ne abbiamo abusato tutti, giudici e giornalisti: in particolare quando si tratta di fatti penalmente irrilevanti e di terze persone incolpevoli o comunque estranee alle indagini.
Citando un garantista come Giuliano Pisapia, avvocato penalista e oggi sindaco di Milano, bisogna riconoscere che spesso le intercettazioni – da strumento fondamentale e irrinunciabile di ricerca della prova – si sono trasformate progressivamente nella prova stessa. E questo, fra l´altro, rischia di atrofizzare le funzioni e le capacità investigative degli inquirenti, deprimendo la loro autonomia professionale.
Ma tutto ciò ha poco a che fare con il disegno di legge in discussione alla Camera. Qui, per evitare che i cittadini vengano informati sulle malefatte del potere, si punta essenzialmente a mortificare la magistratura e a punire i giornalisti. Legare le mani ai pubblici ministeri. Mettere il bavaglio alla stampa, imporre il black-out sull´informazione, come denuncia apertamente la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, con le sue clamorose dimissioni da relatore del provvedimento. Il tentativo di reintrodurre in extremis il carcere – da 15 giorni a un anno – per i giornalisti che non rispettano il divieto di pubblicazione, ne è la riprova più chiara ed esplicita. Né può bastare l´opportuno ripensamento sull´obbligo di rettifica entro 48 ore, limitatamente ai blog e ai social network, per riequilibrare un testo autoritario e repressivo.
La verità – come scrive Giancarlo Armati, ex Procuratore generale della Repubblica di Perugia, in un articolo apparso recentemente su un settimanale – è che “la classe politica non gradisce intercettazioni”. E il motivo è semplice: “Non si vuole che siano turbati, scoperti e tantomeno pubblicati i rapporti, spesso oscuri, talora illeciti, fra la politica e gli affari”. Altrimenti, se l´esigenza fosse effettivamente quella di salvaguardare la privacy, le norme in vigore sarebbero più che sufficienti.
Basta ricordare due articoli del Codice di procedura penale. L´articolo 269, comma 2, prevede già che “gli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento, possono chiederne la distruzione, a tutela della riservatezza”. L´articolo 329, comma 1, stabilisce che “gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l´imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari”. E non c´è motivo di introdurre per le intercettazioni, atti di indagine al pari degli altri, una disciplina diversa e più rigorosa.
Resta la necessità di definire che cos´è penalmente rilevante e che cosa non lo è. Ma la questione va risolta dal giudice di merito, caso per caso, in base al principio del libero convincimento. Anche al di là della rilevanza penale, comunque, “sussiste certamente un legittimo interesse pubblico – come rileva ancora Armati – a conoscere i comportamenti nella sfera pubblica e in quella privata di tutti coloro che ricoprono incarichi istituzionali”: per gli uomini politici e di governo, a differenza dei comuni mortali, “anche il privato è pubblico”.
Qui, insomma, non è tanto in discussione il diritto dei giornalisti di fare liberamente il proprio mestiere. Quanto piuttosto il diritto dei cittadini di essere informati correttamente, per poi valutare le azioni e i comportamenti dei politici, giudicare e votare di conseguenza. È una questione fondamentale di trasparenza e di democrazia.
(sabatorepubblica.it)
Sostiene che le notizie sono vitali come il cibo, e che nel mondo moderno senza notizie, meglio se ottenute in anticipo, non si può vivere. (da “Le passioni dell´anima” di Raffaele Simone – Garzanti, 2011 – pag. 33)

La Repubblica 08.10.11

******

“Intercettazioni, sconti sul carcere il Pdl cerca il sì del Terzo polo”, di Liana Milella

Ma i centristi rilanciano: tornare al testo-Bongiorno. Enrico Costa: “Sanzioni adeguate ma non punitive per chi pubblicherà gli ascolti vietati”. Via il carcere pesante, fino a tre anni, per i giornalisti che pubblicano intercettazioni “irrilevanti”, quelle che, in un lavoro di scrematura delle carte giudiziarie tra pm, gip e avvocati, sarebbero destinate a finire in un armadio blindato senza mai essere svelate sui media. Il relatore del ddl sulle intercettazioni, il pidiellino Enrico Costa, lo ufficializza a La7: «Sanzioni adeguate, ma non punitive, a questo sto lavorando». A questo, e anche a molto altro, lavora Costa: l´udienza-filtro anticipata, forse coincidente con il tribunale del riesame, per eliminare il blackout delle notizie e il bavaglio alla stampa, l´autorizzazione di tre giudici, le regole delle riprese audio-video, le motivazioni per ottenere una registrazione. Tutto questo, da parte del Pdl, per agganciare l´opposizione. Dice Costa: «È nostro auspicio che il ddl venga approvato non solo dalla maggioranza». Niente fiducia? «L´obiettivo è cercare il consenso dell´opposizione in Parlamento». E ancora: «È una legge che può essere votata senza la fiducia». Fiducia che, va detto, non solo è mal vista dal Quirinale, ma comporta poi un voto segreto finale. Un passaggio che potrebbe essere utilizzato dal gruppo di Scajola per dissociarsi dalla maggioranza. E che fa paura.
È un fine settimana decisivo per il destino della legge. Che si è aperto ieri con un incrocio fittissimo di telefonate. Da una parte il Pdl, dall´altra soprattutto l´Udc. Il partito che anche giovedì, nello scorcio di dibattito alla Camera, con Pierluigi Mantini, ha lanciato un messaggio esplicito, “non forzate la mano, mantenete la mediazione della Bongiorno e noi ne trarremo le conseguenze”. Non si spostano da qui gli uomini di Casini, lui e i suoi tacciono per tutto il giorno. Ma la posizione resta quella della conferenza stampa Bongiorno-Rao-Pisicchio, «la nostra linea del Piave è la mediazione Bongiorno, o si torna lì o niente».
Ma è chiaro, a sentirli, che l´interesse a una legge «non vendicativa nei confronti di giudici e giornalisti», per usare una frase che il leader Casini ha speso più volte nell´ultima settimana, c´è tutto. Anche se è vero, come ha detto di nuovo Fini, «che i problemi degli italiani sono altri», tuttavia la legge è alla Camera, Berlusconi vuole farla approvare «per mettere fine a un sistema barbaro», a «uno scandalo quotidiano di cui non si riesce più a denunciare la gravità e l´anomalia», come ha ripetuto ancora ieri. E dunque contenere la rabbia del Cavaliere, sfruttare il suo momento di evidente difficoltà politica, evitare la fiducia e migliorare la legge, può essere un obiettivo.
Tutto dipende dalle prossime ore. Soprattutto dalla qualità sostanziale delle modifiche. Sulle quali sono molto freddi sia il Pd che l´Idv, convinti come sono che la legge sia negativa nel suo complesso, e non cambi solo perché migliora un singolo comma. Questo spiega il silenzio sui possibili emendamenti resi noti da Repubblica. Proprio a partire dai tre anni di carcere per la stampa. Costa sta esaminando la proposta alternativa della Pd Donatella Ferranti, che diversifica fortemente la sanzione. Carcere «fino a 90 giorni o ammenda da 5 a 30mila euro» se si pubblicano intercettazioni destinate alla distruzione o quelle che riguardano terze persone non indagate. Ma la minaccia della cella scende a 45 giorni e la multa si attesta tra 3 e 15mila euro se finiscono sui giornali quelle «irrilevanti».
Idem per quella finestra di blackout, oggi prevista con il lodo Costa, tra un provvedimento dei giudici che può contenere telefonate registrate (un´ordinanza di arresto, di perquisizione, di sequestro) e l´udienza-filtro. Costa e lo stesso Niccolò Ghedini lavorano a una soluzione diversa, potrebbe essere un´udienza a ridosso della misura o che coincida con il tribunale del riesame. Ma anche su questo l´Udc ha deciso che sta a guardare finché non vedrà in concreto il nuovo pezzo di carta.

La repubblica 08.10.11

"I servitori dello Stato presi di mira dai tagli e dal Governo", di Bruno Ugolini

La rivoluzione promessa dal ministro Brunetta è finita nel nulla: al posto di efficienza e modernità sono arrivati il blocco di contratti e salari ma anche insulti e licenziamenti. E il settore pubblico oggi scende in piazza. Sono quelli che il ministro Renato Brunetta ha etichettato, senza distinzioni, come fannulloni. Sono quelli che molti immaginano solo come un esercito di burocrati intenti a percorrere i corridoi ministeriali. E invece sono anche insegnanti, bidelli, ricercatori, vigili del fuoco, doganieri, impiegati comunali, infermieri, poliziotti. Sono quelli che una volta chiamavano “i servitori dello Stato”. Perché se questa macchina spesso sgangherata va avanti, malgrado i conducenti siano come presi da uno stato di ubriachezza, è proprio per loro. Come tante rotelline negli innumerevoli ingranaggi. Oggi presi di mira più di altri dalle manovre governative: il blocco dei contratti e dei salari, i veri e propri licenziamenti che colpiscono unaf olla di precari sfruttati per anni, l’attacco ai diritti, i tagli ai comuni e quindi i tagli a tanti servizi pubblici e conseguente enorme incremento di fatica per le “rotelline” rimaste. Nonè però vero che gli ubriachi al comando siano guidati dalla teoria del “meno Stato più mercato”. Quella che mister Cameron in Inghilterra chiama Big Society in Italia sta andando a rotoli. Basta vedere le proteste che si levano dalle associazioni del terzo settore, la cosiddetta “Confindustria del sociale”, dalle associazioni del volontariato. Tutti vittime della “manovra” anti- crisi. Altro che sussidiarietà tra pubblico e no profit. Eppure questo governo, col suo agitato ministro Brunetta, era partito lancia in resta, proclamando progetti che avrebbero dovuto rivoltare come un calzino la macchina dello Stato introducendo efficienza e modernità. Non è successo nulla o quasi di tutto questo. Eppure i sindacati avevano cercato di esercitare un ruolo non solo rivendicativo ma anche attento a problemi di produttività ed efficienza. Erano stati loro (con l’aiuto di un giurista importante come Massimo D’Antona, fulminato dalle Br) a battersi per privatizzare i rapporti di lavoro nel settore pubblico. Ad avanzare protocolli in cui si parlava ad esempio di mobilità controllata, di coinvolgimento dei cittadini nell’organizzazione dei servizi. Il ministro non ha cercato la strada della collaborazione (la famigerata concertazione). Ha umiliato il suo popolo, insultandolo, ha bloccato non soli i contratti ma anche l’elezione delle rappresentanze sindacali, rinviando le liquidazioni di fine lavoro. Cercando addirittura di superare quei criteri di contrattazione cari a D’Antona e ripristinando un sistema basato su leggine e clientele. Così, ad esempio, mentre tutti si riempiono la bocca sulla necessità di portare la contrattazione sindacale nei luoghi di lavoro – lui ha fatto tagliare i fondi necessari alla pur prevista contrattazione decentrata. Lo ha aiutato la ministra Gelmini licenziando 120mila persone precarie. E il ministro Sacconi con quell’articolo 8 teso smantellare lo Statuto dei lavoratori e con misure che aumentano l’età pensionabile delle lavoratrici. Una guerra nelle scuole contro il “sapere” che dovrebbe essere assicurato a tutti come strumento di libertà, una guerra per umiliare il lavoro considerando inutili i “servitori dello Stato”. Ora, dopo lo sciopero generale di settembre, scendono in piazza con la Cgil, si ribellano (e alla loro testa nel corteo saranno i precari) e tornano ad avanzare proposte .Un movimento che porta alla manifestazione nazionale di tutti il 27 novembre. Un movimento che coinvolge anche la Uil (con il pubblico impiego in sciopero il 28 ottobre) e la Cisl che convoca gli stati generali per il 12 di questo mese. È inutile rievocare l’autunno caldo, questa è una stagione ben più drammatica. Sono in gioco le sorti del Paese e delle sue forze migliori, quelle del mondo del lavoro.

L’Unità 08.10.11

******

“No ai licenziamenti sileziosi. La protesta del mondo precario”, di Mariagrazia Gerina

Il blocco del turn over e il taglio della spesa si abbattono sui lavoratori a tempo determinato: sono già 30 mila. Il corteo del Pubblico impiego che attraverserà Roma, oggi, lo apriranno loro. Perché: «L’etat c’est moi». Sono loro lo Stato. Come recita l’appello che hanno scritto in vista della manifestazione di oggi. Impiegati e medici. Ricercatori e infermieri. Impiegati a tempo determinato e assistenti sociali. Ispettori del lavoro, persino. Tutti precari. Precari pubblici. Un popolo di quasi quattrocentomila persone, se conti anche gli insegnanti precari, i collaboratori scolastici, le maestre d’asilo. Sono loro che mandano avanti un bel pezzo di quello Stato fatto di ospedali e di uffici, di asili e di pronto soccorso. Esono sempre loro la prima fila davanti alla crisi. Che il governo ha deciso di tagliare. Tanto non c’è neppure il disturbo di doverli licenziare. Dimezzare la spesa per i precari del pubblico impiego. Questa è l’indicazione di rotta. Prima ancora di cominciare a guardare in faccia la crisi, Tremonti aveva già deciso, decreto legge 88 del 2010, che lo Stato non poteva più permettersi di pagare tutti quei precari. La fotografia scattata nel 2009, l’ultima basata su dati ufficiali, ne coglie d’un colpo 94.936 che lavorano con contratti a tempo determinato o con contratti di formazione lavoro nel pubblico impiego, uno dei gruppi più numerosi sono i 33.184 dipendenti del servizio sanitario nazionale, medici, infermieri, impiegati. A loro, in quella fotografia, si aggiungono i 32.426 lavoratori interinali e Lsu, dipendenti di società che lavorano in appalto per la pubblica amministrazione. E poi ci sono i Co.co.co. La legge Biagi li ha cancellati, tasformandoli in contratti a progetto, ma nel pubblico ci sono e come. Nel 2009, almeno, ce ne erano 48.649. E ancora ci sono gli incarichi di studio, di ricerca, di consulenza: qui il conto non è sulle persone ma sui contratti, 67.670 stipulati nel corso del 2009. La stima è che, tolti i precari della scuola, i precari del pubblico impiego siano circa 240mila. La scuola di precari tra docenti e Ata ne conta altri 140mila. La somma fa: 380mila precari. «Siamo quelli che negli ultimi decenni hanno contribuito a tenere in piedi scuole, università, servizi pubblici. E siamo quelli che vogliono continuare a farlo», rivendicano loro. Lo Stato visto da via XXSettembre e da Palazzo Vidoni ha deciso di andare da tutt’altra parte. L’ultimo percorso di stabilizzazione all’interno del pubblico impiego è finito con l’anno 2008/2009. E ormai – spiega Michele Gentile, responsabile dei lavoratori pubblici della Cgil – l’obbiettivo prima ancora della stabilizzazione, è mantenere tutti in servizio. E non è che dall’altra parte si apra la strada ai concorsi. La linea dura decisa dal governo dice che il turn over è bloccato. E che solo 20 ogni 100 dei lavoratori che se ne vanno in pensione saranno sostituiti. Ma dall’altra parte, appunto, dice anche che è chiusa la strada ai precari. Perché bisogna dimezzare la spesa destinata a coprire i loro magri compensi. Dimezzare la spesa significa non lascia alternative. Significa che non ci sono più i soldi per pagare tutti. E che i precari che tra l’altro ora coprono i buchi lasciati scoperti dal mancato turn over verranno decimati. I licenziamenti silenziosi sono già iniziati. Si stima che siano circa 30mila i precari del pubblico impiego che non si sono visti rinnovare il contratto. Arrivederci, e neppure grazie. E lo stesso destino toccherà a breve ad altri 40mila. Una strage silenziosa. Che oggi farà sentire in piazza la sua voce. Ma la questione non riguarda solo i lavoratori. Se è vero che loro sono lo Stato, che fine fa quello Stato fatto di scuole, pronto soccorso, asili, ospedali? La loro “dipartita” dal pubblico impiego significa che servizi essenziali potrebbero non essere più garantiti. I pronto soccorso, per esempio. Oppure la Croce Rossa. E davanti ci sono altri 7 miliardi di tagli che gravano sui ministeri. La linea del Piave è che nessun taglio più ricada sui precari. Ma quello è solo un argine da porre davanti a uno Stato che ha detto: «alla crisi economica si risponde con meno pubblico». «Noi – rispondono i precari – diciamo altro: che ci vuole più pubblico, più welfare, più scuola, più università ».Un Paese che non lasci sole le persone. E che non sprechi i suoi talenti. Programmazione di assunzioni nei settori strategici «a partire da coloro che hanno già superato le prove d’accesso, vincendo i concorsi o risultando idonei », stabilizzazione, basta discriminazioni. Questo rivendicano i precari. È chiedere troppo per chi tutti i giorni regge lo Stato sulle proprie spalle?

L’Unità 08.10.11

******

“Meno salario meno contrattazione meno sindacato”, di Felicia Masocco

La riforma Brunetta ha smantellato la Bassanini e restituito il primato alla legge togliendolo agli accordi tra le parti. Il modo più semplice per spiegare che cos’è il blocco della contrattazione è parlare di stipendi. Quelli dei lavoratori pubblici sono congelati: fino a tutto il 2012, aveva stabilito la manovra economica del 2010. Quella del luglio scorso ha allungato i termini: il blocco durerà tutto il 2014. Niente aumenti, nessuno scatto di anzianità, indennità cancellate, carriere vietate. Mentre l’inflazione rialza prepotentemente il capo (le stime di settembre la danno in aumento del 3,1% in un anno) le buste paga di un’insegnante, di un infermiere, di un vigile del fuoco, di un impiegato, per un totale di 3milioni e mezzo di persone, ancora per 38 mesi resteranno inchiodate ai valori del 2010. È stato il ministro Giulio Tremonti, manovra dopo manovra, a decidere che i lavoratori pubblici dovessero tirare la cinghia. Le sue scelte sono facilmente monetizzabili: tra il 2010 e il 2014 un lavoratore ministeriale perderà in media 10.604 euro, quello della sanità 11.343, se di un ente pubblico non economico ci rimetterà in media 11.343 euro. Ancora: reddito alleggerito di 7.930 euro per gli insegnanti, di 13.941 per i ricercatori, di 7.546 euro per i ricercatori universitari. Sono decurtazioni in termini nominali: in termini reali la perdita sarà maggiore a causa dell’aumento del costo della vita. Ma se questo si vede chiaramente, meno intellegibili sono gli effetti delle decisioni del ministro Renato Brunetta e della sua “riforma” annunciata dal grido di «fannulloni» e accompagnata da rumorose installazioni di tornelli. Ha davvero portato maggiore efficienza? «In realtà, norma dopo norma, la pubblica amministrazione è tornata indietro di decenni, agli anni Cinquanta, Sessanta e non mi pare che allora fosse esempio di modernità », risponde Mario Ricciardi, docente di Relazioni industriali all’Università di Bologna e per dieci anni (fino al 2009) membro del Comitato direttivo dell’Aran, l’agenzia per la contrattazione pubblica. «Per capire quanto è successo occorre fare un passo indietro e tornare alla legge 165 del 2001, la cosiddetta “Bassanini”, una riforma – questa sì – che ha molto innovato. Tra i principi c’era la convergenza tra lavoro pubblico e lavoro privato, portando anche nel pubblico la supremazia della fonte contrattuale su quella legislativa che fino a quel momento aveva regolato il settore. La Bassanini aveva l’idea di fondo che con la contrattazione collettiva si poteva riformare l’amministrazione pubblica con un consenso ampio delle forze sociali e dei lavoratori». Il ministro Brunetta ha cambiato radicalmente prospettiva. Ha depotenziato la contrattazione, restituendo il primato alla legge, dunque alla politica e alle sue mille discrezionalità. «Ha introdotto elementi che definirei autoritari, unilaterali. Più legge e meno contrattazione, questo il suo paradigma», continua Ricciardi. Vantaggi? Benefici per il cittadino-utente? Finora non se ne sono visti. «In compenso c’è la Civit, una Commissione di 5 esperti (2 già dimessi) che ha il compito di valutare tutto il personale, di ogni amministrazione, inmodocentralizzato e uniforme, di decidere premi e sanzioni. Tuttoda Roma, è una follia. L’impostazione del ministro è ideologica: con meno contrattazione c’è meno sindacato e più efficienza ». Le nuove norme stabiliscono, ad esempio, che trascorso un certo termine senza il raggiungimento di un’intesa sul contratto nazionale, il datore di lavoro pubblico può procedere unilateralmente agli aumenti. Nella contrattazione integrativa si distingue invece tra materie organizzative e salario e così su annulla anche la logica dello scambio che spesso è a base della contrattazione. «L’obiettivo è il sindacato, inteso nel suo insieme», afferma Ricciardi. E infatti la Cgil chiama in causa anche l’articolo 39 della Costituzione. «È l’articolo che disciplina la libertà di associarsi in sindacato e di svolgere attività sindacali, cioè attività di autotutela – conclude il docente – Se si blocca la contrattazione come hanno fatto in parte la riforma Brunetta e in parte le ultime manovre economiche di Tremonti, il sindacato perde ragione di essere».

L’Unità 08.10.11

"La pace è donna il Nobel a tre africane", di Adriano Sofri

La gente di una certa età (di un´età certa) ricorda senz´altro quella geografia dei continenti attraverso l´età delle donne, che cominciava con l´Africa: “La donna a vent´anni è come l´Africa: semi-inesplorata”. (E poi, per esempio: “A 50 anni è come l´Europa: tutta una rovina”). Era una porcheria che passava per lo più inosservata, e lo fa ancora. L´idea che associava l´Africa a giovinezza e femminilità (comprese le espressioni più o meno inavvertitamente coloniali, “il continente vergine”) ha resistito, direi, ma va prendendo un ben altro senso. Così ieri il premio Nobel per la pace è andato a tre donne africane. Solo quindici giorni fa era morta a Nairobi Wangari Maathai, Nobel per la pace 2004, biologa e fondatrice del Green Belt Movement, impegnata soprattutto nella lotta contro la deforestazione. È come se donne, e africane, si passassero il testimone.
Tre donne africane: ce n´è abbastanza per sentire aria di correttezza politica. Vorrei appunto scrivere un elogio del comitato norvegese (cui è riservato il Nobel per la pace) e della correttezza politica. La quale è stucchevole, quando esagera. Succede.

Ma succede più spesso il contrario. Guardate la coincidenza fra il premio e la trovata su “Forza gnocca” – lo so, voleva essere una battuta di spirito, il che peggiora le cose. L´anno scorso il premio fu assegnato a Liu Xiaobo, militante di Tiananmen 1989, dissidente e detenuto, con una condanna a undici anni per sovversione intellettuale. Ci fu una sedia vuota, a Oslo, e Liu è ancora in cella, e sua moglie agli arresti. Fu iper-correttezza politica, anche quella? Ma la Norvegia, coi suoi neanche cinque milioni di abitanti, diventò ipso facto la bestia nera della Cina, che si adoperò a sollevarle contro il boicottaggio dei paesi a lei infeudati, inventò il suo premio Confucio (forse già affondato, proprio ora che aveva un candidato smagliante come Putin), e ancora, come ha appena riferito qui Giampaolo Visetti, si premura di tenere al bando il salmone norvegese.
Viva la correttezza politica, dunque, quando non è una maniera. Anche Ellen Johnson-Sirleaf, presidente della Liberia e prima presidente donna in Africa, ha conosciuto condanna, prigione – per due volte – ed esilio. Ha quattro figli e sei nipoti. La sua connazionale Leymah Gbowee ha 39 anni e sei figli, è avvocato e militante dei diritti civili, si è battuta contro le violenze alle donne e per il riscatto dei bambini soldati. In lei soprattutto, è evidente come delle donne abbiano segnato peculiarmente la lotta contro un´atroce guerra civile, per l´unità fra etnie e religioni diverse (lei è cristiana protestante) e la scelta della nonviolenza. Come recita il titolo della sua autobiografia, “la sorellanza, la preghiera e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra”. Nel 2002 Gbowee sollevò l´attenzione internazionale promuovendo, con le sue “donne in bianco”, uno sciopero del sesso – come nella Lisistrata di Aristofane – finché fosse durata la “seconda” guerra civile (1999-2003), costata, a quel paese di nemmeno quattro milioni di abitanti, più di 200mila vittime. Si fece appello a tutte le mogli, comprese quelle del dittatore e dei suoi cortigiani, e alle prostitute, per le quali lo sciopero aveva un costo peculiare. Fu soprattutto una campagna simbolica, ma ebbe un´efficacia nella rivendicazione di negoziati di pace. Ci furono, soprattutto in Occidente, obiezioni: lo sciopero delle mogli era un modo di confermare la divisione dei ruoli fra gli uomini, incaricati del potere e della guerra, e le donne, titolari della camera da letto; e rischiava di far passare il sesso come un piacere esclusivamente maschile. La risposta delle attiviste liberiane fu che gli uomini hanno una fissazione peculiare per il sesso e per la guerra, e le donne sono più inclini alla pace e alla maternità: difficile da negare, nemmeno qui e oggi.
La yemenita Tawakul Karman, giornalista, vicina ai Fratelli musulmani, ha tre figli. Ha anche lei conosciuto la galera nel corso della ribellione popolare della Piazza del Cambiamento di Sanaa. La ribellione ha ricevuto un´attenzione minore rispetto ad altre della primavera araba, che già volge all´autunno, per l´immagine di confusione “tribale” associata al suo paese. Si è osservato che ha la stessa età, 32 anni, della dittatura di Saleh, dettaglio illuminante che vale per l´insieme di quelle intrepide ribellioni: poteri divenuti lunghissimi e dinastici, e giovani che appartengono a un altro mondo, e lo rivendicano. Il 44 per cento della popolazione liberiana e il 43 per cento della yemenita hanno meno di 14 anni!
Che la decisione norvegese risponda a un´intenzione politica è indubbio. Si sono scelte l´Africa, le donne, la primavera araba, il credito accordato a un Islam nonviolento e rispettoso ruolo femminile. Le critiche possono moltiplicarsi a piacere. In Liberia c´è una campagna presidenziale agli sgoccioli, e Sirleaf è in lizza per la rielezione. Le si addebita inoltre un passato prominente in istituzioni internazionali come la Banca Mondiale. Argomento dubbio, se non altro perché è dubbio che il mondo trovi una via di scampo, o almeno riduca i danni, senza che qualunque militanza civile e dal basso si proponga di arginare la prepotenza delle istituzioni internazionali e condizionarne la potenza. Quanto alla primavera araba, il comitato ha scommesso sul suo futuro, e ha puntato sulla ruota più azzardata, la piazza insanguinata di Sanaa. Tutto considerato, sono state premiate tre donne, e africane. Donne africane sono diventate protagoniste della lotta universale contro le mutilazioni genitali. Si può congratularsi con la correttezza politica. «Sono contenta per mille motivi, ed essenzialmente tre», ha detto Emma Bonino. Non è poco.

La Repubblica 08.10.11

******

“Madri della rivoluzione”, di LUCIA ANNUNZIATA

Hanno vinto tre donne o, rispettivamente, il Presidente della Liberia, un’attivista dei diritti civili e una giornalista rivoluzionaria.

I premi alle donne anche quando sono importantissimi come il Nobel assegnato ieri alle tre protagoniste di cui parliamo, hanno sempre un sapore un po’ dolce-amaro. Dedicati con pompa magna all’altra metà del cielo dovrebbero essere in effetti più precisamente assegnati alle opere che alla identità sessuale. E mai come nel caso anche di questi Nobel ci ritroviamo a festeggiare tre donne africane i cui successi si innalzano molto più in alto della loro differenza.

Queste signore infatti hanno portato a termine in questi anni imprese con cui si sono misurati vanamente un numero enorme di uomini. Sarà anche perché ciascuna di loro ha raggiunto nella vita ben prima del Nobel un livello di scolarizzazione, educazione, e capacità di operare al di sopra di ogni mediocre convinzione, incluse quelle delle civiltà occidentali.

Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee, le due liberiane, si sono confrontate non tanto con la condizione femminile, ma con le devastazioni di una guerra civile come se ne ricordano poche, se si fa eccezione per quella del Ruanda. La Liberia fondata nel 1847 prende il suo nome dagli schiavi neri americani liberati, e la capitale si chiama Monrovia in onore del Presidente James Monroe. Gli americani Liberiani, come venivano chiamati, hanno dominato la politica del Paese, sempre aiutati dagli Stati Uniti in funzione del ruolo pro-occidentale che la Liberia ha giocato in Africa e alle Nazioni Unite nel secondo dopoguerra. Aiuti che non vennero meno neppure dopo un colpo di Stato nel 1980 che diede l’avvio a ben due guerre civili, la cui eredità è di 250 mila morti e l’85 per cento della popolazione sotto il livello di povertà. Qualcuno ricorderà i nomi di due signori di queste guerre: Samuel Doe, che si elesse presidente nel 1985 dopo aver fatto il golpe, e Charles Taylor che lanciò una offensiva contro Doe nel 1989 con l’aiuto del Burkina Faso e della Costa d’Avorio. Entrambi sono diventati il prototipo della violenza militare in Africa, dell’uso dei bambini in guerra, delle violenze ripetute sulle donne, e, non ultimo, grazie a molti film e a una campagna sostenuta da grandi star, del traffico illegale dei «diamanti insanguinati», usato dal regime per autofinanziarsi. La vicenda di Taylor finì per mano di un ulteriore gruppo ribelle che nel 2003 conquistò Monrovia e spedì (col sostanziale aiuto degli Usa) il dittatore in esilio, aprendo la strada alla ennesima missione di messa in sicurezza delle Nazioni Unite, sotto la cui egida avvennero le elezioni del 2005 in cui venne eletta la attuale Presidente e ora Premio Nobel. Dov’erano Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee mentre tutto questo accadeva e cosa hanno fatto per la Liberia? Solo dopo aver risposto a questa domanda possiamo davvero capire l’importanza del Premio svedese.

Ellen Sirleaf era dentro e fuori il suo Paese, spesso dentro e fuori un carcere, e negli Stati Uniti. Figlia del primo deputato nero di origini locali, adottata da una famiglia benestante, economista con numerose lauree inclusa quella di Harvard, alla John F. Kennedy School, ministro delle Finanze del suo Paese fino al golpe di Samuel Doe, poi fuggita a Washington dove lavora per la World Bank e più tardi in Africa per le Nazioni Unite. Nel frattempo sfidava inutilmente nel 1997 alle elezioni presidenziali Charles Taylor, e arrivava poi alla presidenza nel 2005 dopo la cacciata del dittatore. Probabilmente Sirleaf non sarebbe giunta così in alto se non ci fosse stata in Liberia un’attivista come la sua compagna di Nobel, Leymah Gbowee, una vera e propria Lisistrata nera di cui Aristofane sarebbe stato molto orgoglioso. Fu lei, 39 anni, assistente sociale, madre oggi di sei figli, a lanciare e sostenere nell’anno cruciale della fine della Guerra civile, il 2002, uno «sciopero del sesso» sostenuto dal suo gruppo delle «donne in bianco», musulmane e cristiane, che si scontrarono a più riprese con le varie bande di militari denunciando la pratica sistematica dello stupro. In un episodio famosissimo Leymah Gbowee affrontò un’assemblea di legislatori minacciando di spogliarsi nuda in pubblico, gesto di potente maledizione in West Africa.

Anche la terza donna del Nobel esercita un ruolo che va ben al di là di quello femminile: Tawakkul Karman dello Yemen ha 32 anni, tre figli ed è una giornalista che in uno dei Paesi più repressivi dell’Africa musulmana è diventata, con il suo velo rosa a fiori, l’ispirazione della protesta contro Ali Abdallah Saleh. Fondatrice dell’associazione «Giornaliste senza catene» è militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, primo gruppo di opposizione. Arrestata a gennaio, poi rilasciata grazie alle manifestazioni a suo sostegno, ha già ottenuto il titolo di madre della rivoluzione. Il Nobel a lei è nei fatti il Nobel alle primavere arabe. Durante una delle manifestazioni a Sana’a disse queste parole: «Manterremo la dignità delle persone e il loro diritto ad abbattere ogni regime».

E’ un po’ la frase che il comitato del premio Nobel ha parafrasato nella motivazione della sua scelta. Ma va ricordato che questa moderna dichiarazione dei diritti universali può essere attribuita alle donne proprio perché oggi il loro ruolo femminile si è trasformato in metafora e pratica del bene generale.

La Stampa 08.10.11

******

“Donne e non violenza: due rivoluzioni”, di EMMA BONINO

Dire che sono contenta è banale, ma vero. Sono molto contenta. Perché se pure qualche rumore sulla possibilità che il premio Nobel per la Pace potesse essere conferito a Ellen c’era, la competizione è stata difficile fino all’ultimo. Con lei, Ellen Johnson Sirleaf, ho lavorato un po’ di anni fa: era mia collega nell’International Crisis Group. Era il periodo in cui era in esilio a Washington, dopo l’arresto e la galera negli anni Ottanta seguiti al colpo di Stato; spinse l’organizzazione a occuparsi di più di Africa e delle dittature.

Ma quello che mi fa più contenta è la motivazione di questo Nobel, che è rivoluzionaria. Non solo afferma che senza le energie e la creatività del 50 per cento della popolazione mondiale non si va da nessuna parte. Ma premia la scelta, da parte di queste tre donne, della nonviolenza declinata in modi diversi, certo, nelle diverse aree del mondo. Da radicale per me è un principio fondamentale. Infine, e questo si vede soprattutto nella scelta dell’attivista liberiana Leymah Gbowee, si premia la riconciliazione post dittatura. Lei, cristiana, ha fatto un’associazione con le donne musulmane, superando le diversità religiose in nome del bene del suo Paese. Mi ricorda, con tutte le diversità del caso, il Nobel del ’76 attribuito alle attiviste nordirlandesi Betty Williams e Maired Corrigan che avevano fondato l’associazione Women for peace (donne per la pace), con le donne cattoliche e protestanti insieme.

Ellen Johnson Sirleaf è riuscita a riappacificare la Liberia dopo l’era di Taylor. È stata inflessibile nel chiedere l’estradizione dell’ex presidente, accusato dal Tribunale speciale per la Sierra Leone dei crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile in quell’infelice Paese (fomentata dall’allora presidente liberiano Charles Taylor). E ripenso con orgoglio oggi quanto noi radicali con «Non c’è pace senza giustizia» abbiamo lavorato in sinergia con Ellen, per l’istituzione di quel tribunale ad hoc, cui pochissimi credevano. Da presidente, poi, ha condotto con saggezza e moderazione, così come ha fatto anche Mandela per il Sudafrica, la transizione del suo Paese. Ha istituito una commissione di riconciliazione per valutare i crimini commessi e confessati, senza pena di morte, in modo che potesse prevalere la giustizia sulla vendetta nel chiudere un’epoca sanguinosa della Liberia e guardare avanti.

Il Nobel di quest’anno è un riconoscimento a generazioni, culture, provenienze etniche e religiose diverse. Tawakkol Karman è una ragazza, Leymah Gbowee quasi una quarantenne e Ellen una settantenne.

Sono donne che provengono non solo da Paesi e zone del mondo diverse, una è musulmana, una, Leymah, è cristiana e Ellen non usa far riferimento pubblico ad alcuna religione. Tawakkol Karman è un’«islamista» con delle contraddizioni positive, non appartiene all’area liberale della primavera araba. Ma è un’islamista sui generis, non interamente velata, come usa diffusamente in Yemen. Ed è la prima donna araba, di qualsiasi disciplina, insignita del Nobel.

Io spero che le motivazioni di quest’anno facciano riflettere tutto il mondo. Non si è più premiata la diplomazia (basti pensare ai Nobel di Kissinger o Arafat, ma anche a quello di Martti Athisaari, o addirittura a quello a Obama), la soluzione classica dei conflitti. Si riconosce e si premia un elemento diverso: le donne, svantaggiate ovunque nel mondo, in posti dove si è o si è stati sull’orlo della guerra civile, con determinata nonviolenza cercano di riportare la legalità, il rispetto dei diritti della persona, la democrazia.

Ieri dopo aver letto la notizia, passando nei corridoi del Senato, mi sono ritrovata a sorridere ai colleghi maschi, scherzando ma non troppo: «Rassegnatevi e fate di necessità virtù». A noi donne dico: «È un momento importante, facciamone tesoro».

Vice Presidente del Senato

Il Corriere della Sera 08.10.11

"Il gusto fuori luogo delle parolacce così la politica perde dignità", di Maria Laura Rodotà

Il partito che si vorrebbe chiamare Forza Gnocca. La patonza che deve girare. La deputata che protesta e le urlano «vai a farti scopare». Viene da rispondere «il partito fatelo pure, le donne girano se e quando credono loro, e quanto al sesso, cari signori (si fa per dire), non con voi». Viene da posare il giornale, cambiare sito, obiettare che siamo in guai seri e certe battute vanno ignorate. Ma non si può più. Siamo in piena deriva linguistico-culturale, una deriva che ci fa rischiare altre derive, più durature di questo governo. Come:

a) La sindrome di Tourette collettiva. Le esternazioni del premier e di vari leghisti, accompagnate da dosi massicce di tv trash, stanno portando molti italiani — finora consumatori di parolacce in modica quantità — alla ripetizione continua e ossessiva di termini anatomici. Sono usati con compiacimento o indignazione; sempre parolacce sono. Non si era mai visto un pezzo di classe dirigente adottare un linguaggio così volgare, a parole e a gesti. Un linguaggio che, combinato col bombardamento di foto osé di signorine coinvolte e di barocche cronache del bunga bunga, ha fatto piombare la conversazione pubblica italiana in un incubo che neanche Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini in una loro tarda joint venture avrebbero potuto immaginare, e poi:

b) I danni da uso discriminante della cassetta degli attrezzi. Cioè del linguaggio, così definito da Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. Gli attrezzi sono le parole, con funzioni che variano. Quando una parola è utilizzata fuori dal suo contesto solito, il «gioco linguistico» cambia. Per dire: il contesto di «patonza» o «gnocca» è un bar vecchio stile, o un gruppo di maschi che discute dei video su YouPorn. Ma se «gnocca» e «patonza» vengono usati regolarmente dal presidente del Consiglio al posto del termine «donna», il gioco si fa brutto. Un intero genere è definito solo in base a una caratteristica fisica; per nominare l’altro genere però non si dice «un pisello», o altro. Così, le donne a quel gioco perdono. Anche se sono gnocche; e perderebbero pure in caso di:

c) Una prossima contro-deriva bacchettona. In molti, stremati dai battutoni, ogni tanto sogniamo un premier suora (una vera, non Nicole Minetti travestita). Ma non siamo né suore né preti né santi, in maggioranza.

Solo, vorremmo un linguaggio pubblico più dignitoso (anche tanti maschi maschilisti e parolacciari non ne possono più, oramai).

Il Corriere della Sera 08.10.11

"La generazione dei poveri", di Tito Boeri

Nei giorni scorsi il ministro del Lavoro Sacconi ha cercato di scaricare sulla lettera di Draghi e Trichet del 5 agosto la responsabilità dell´articolo 8 della manovra estiva, quello che permette alla contrattazione aziendale di derogare alle leggi dello Stato, comprese le norme sui licenziamenti. Le parole di ieri di Draghi hanno chiarito quanto lo spirito delle riforme invocate dalla BCE sia lontano dalle scelte del nostro Ministro del Lavoro. Sacconi ha scelto di abdicare alle sue funzioni, delegando il compito di cambiare le regole del mercato del lavoro alle parti sociali, che hanno non poche responsabilità nel dualismo del nostro mercato del lavoro. Draghi ieri ha chiesto al Governo, non a Confindustria e sindacati, riforme che aumentino la copertura dei nostri ammortizzatori sociali riducendo al contempo il dualismo, a vantaggio dei giovani e delle famiglie con figli.
Sono proprio queste le categorie maggiormente colpite dalla Grande Recessione. I dati sin qui disponibili ci dicono che sono proprio i giovani e le famiglie con due o più figli le principali vittime della crisi. Il loro reddito disponibile è diminuito dal 2007 al 2010 di circa il 6 per cento contro l´1,5 per cento per la media degli italiani. Mentre la povertà fra le famiglie con più di due figli è cresciuta quattro volte di più che per gli altri. L´unica categoria risparmiata dalla recessione è stata quella dei pensionati, che ricevono un reddito fisso, protetto dall´inflazione. Per chi ha più di 65 anni, c´è stato in questo periodo un incremento di più del 3 per cento del reddito disponibile e un calo della povertà.
Le preoccupazioni per la condizione dei giovani sono rivolte soprattutto al futuro. Chi rimane disoccupato all´inizio della sua carriera lavorativa e non può beneficiare, come da noi, di alcuna forma di sostegno pubblico al proprio reddito, si porterà dietro per lungo tempo le cicatrici di questo evento sfortunato. I dati che seguono le stesse persone nel corso del tempo ci dicono che in media chi perde il lavoro e non è protetto si trova ad avere salari più bassi per 20 anni, a subire una forte instabilità dei redditi per 10 anni, ha una probabilità più alta di divorziare e minore di fare figli.
Il fatto più preoccupante è che, a parte i ripetuti richiami di Draghi, questi problemi vengono sistematicamente ignorati dal dibattito pubblico. C´è uno scontro fra amministrazioni centrali e locali sull´entità del contributo che diversi livelli di governo stanno dando al consolidamento fiscale e i politici si schierano prendendo posizione, chi a favore dei Comuni, chi del Governo. Ma la vera linea di demarcazione è quella tra politiche che guardano ai giovani e politiche che pensano solo a chi ha più di 60 anni di età. Negli ultimi dieci anni la spesa per pensioni (gestita dal centro) e sanità (gestita dalle Regioni) è aumentata più del doppio delle altre spese sotto la giurisdizione di Governo e enti locali. E´ una differenza che non si spiega, se non in minima parte, con l´invecchiamento della popolazione italiana. Si tratta di una questione di peso politico: non è un caso che la manovra abbia evitato di toccare, se non in modo del tutto marginale, la spesa per la previdenza, destinata così a crescere del 12 per cento da qui al 2014. E un Governo che ha fatto salire le tasse sul lavoro ai livelli della Svezia, si è rifiutato ostinatamente di reintrodurre l´Ici sulla prima casa, che verrebbe pagata soprattutto da chi ha più di 60 anni di età. I pochi tagli alla spesa corrente colpiscono, invece, proprio i beni e i servizi pubblici destinati maggiormente ai giovani, come l´istruzione e i trasporti pubblici.
I giovani non hanno alcuna responsabilità nella crisi di credibilità del nostro paese. E´ legata a un debito pubblico accumulato negli anni 80, quando molti di loro non erano ancora nati. Il debito è esploso in quegli anni non certo per fare investimenti per il futuro, ma per aumentare il numero dei dipendenti pubblici, cresciuti di un terzo in quegli anni, e permettere a chi avrebbe vissuto più a lungo dei propri genitori di andare in pensione fino a 20 anni prima di loro, a spese dei propri figli.
L´Istat dovrebbe cominciare a pubblicare conti generazionali per mettere in evidenza queste stridenti iniquità di cui gli italiani spesso non si rendono conto. Alla politica spetta, invece, trovare delle soluzioni che scongiurino un conflitto intergenerazionale altrimenti inevitabile. Molte delle riforme a costo zero da fare in Italia guardano proprio ai giovani. Si possono unificare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, con contratti a tempo indeterminato con tutele crescenti. Si può permettere di associare studio e lavoro nell´ambito di scuole tecniche di specializzazione universitaria sul modello delle Fachhochschule tedesche. Sarebbe un modo per abbattere il numero di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso. Sono scelte che evitano il conflitto tra generazioni, puntando sulla crescita e non solo sulla redistribuzione di risorse date, perché servono a meglio utilizzare il capitale umano di cui disponiamo. Mai come oggi pensare a cosa sarà il nostro paese fra 10 o 20 anni serve ad evitare il peggio per tutti. Il pessimismo degli investitori nei confronti dell´Italia è nato prendendo atto di come (non) siamo cresciuti negli ultimi 15 anni, vedendo che il nostro Governo ambisce al massimo a riportarci nel 2020 ai livelli di reddito che avevamo alla vigilia della grande recessione. Speriamo che non si siano accorti che ora sta progettando, invece della crescita, l´ennesimo condono tombale, aggiungendo al danno per chi si appresta a pagare tasse più alte per tutta la vita per colpe non sue anche la beffa di vedere che chi le tasse non le ha mai pagate ancora una volta la farà franca.

La Repubblica 08.10.11

******

“Il decennio perduto dei giovani dimenticati”, di TONIA MASTROBUONI

E’ un caso se negli ultimi dieci anni di crescita «quasi zero» il numero dei precari è esploso, il fenomeno dei cosiddetti «bamboccioni» si è cronicizzato e i giovani hanno nella stragrande maggioranza dei casi la netta sensazione di stare peggio dei genitori? Secondo Mario Draghi no. Ieri il governatore della Banca d’Italia lo ha detto chiaramente: «La crescita economica non può fare a meno dei giovani né i giovani della crescita». Altre volte il prossimo presidente della Bce aveva avvertito che gli under 35 avrebbero risentito maggiormente della crisi a causa dei «buchi» di una legislazione sui quali non si è mai stancato di mettere l’accento. Ma le premesse per questo decennio perduto, soprattutto dal punto di vista delle riforme, vanno ricercate anche in quello precedente. Ed è indubbio, oggi che non aver investito nelle nuove generazioni ha fatto arretrare tutto il Paese.

Uno dei peccati originali risale al 1997, quando la famosa legge Treu pose le premesse per quella che è stata una vera e propria «primavera» dell’occupazione, dal punto di vista strettamente numerico. Ma quel governo e quelli successivi omisero di riformare anche gli ammortizzatori sociali, rinunciarono insomma a introdurre un sussidio di disoccupazione adatto a quelle nuove forme contrattuali. Anche perché costava caro, circa 12-13 miliardi di euro all’anno. La Treu ed altre leggi regolarono alcuni contratti flessibili, l’interinale o il co.co.co., e li resero molto appetibili per le imprese anche attraverso contributi bassissimi. Esplosero negli anni seguenti, come sappiamo, le forme di lavoro atipico. Anche perché nel frattempo il vecchio contratto a tempo indeterminato, strettamente presidiato dai sindacato, rimase blindato.

L’abuso di quelle decine di forme contrattuali, reiterate negli anni, crearono un «effetto criceto», schiere sempre più ampie di giovani che facevano sempre lo stesso lavoro, pagati per anni le stesse, bassissime cifre nel confronto europeo, senza prospettive di carriera, come roditori in una ruota. Soprattutto, privi di qualsiasi tutela, tra un contratto o e l’altro. Tanto che a un certo punto la Commissione europea sentenziò che avevamo condizioni di lavoro avanzate, da Paese nordico, ma tutele da Est Europa.

Le imprese, cullate dalla moderazione salariale garantita anche dagli accordi di luglio ‘93 che fecero divorziare per sempre gli stipendi dall’inflazione, accentuarono la tendenza già molto diffusa ad investire poco in ricerca e sviluppo e continuarono ad essere poco attente al capitale umano. Non impararono a cambiare prodotto, a qualificarsi di più, a star dietro ai concorrenti tedeschi invece che a quelli cinesi. Laurearsi in Italia, oggi, conta dunque meno che negli altri Paesi avanzati. Eppure, come dimostra anche uno studio della Banca d’Italia, un livello di istruzione più alto aumenta la produttività. Che è il mattone essenziale della crescita.

In questi anni il connubio dei contratti rinnovati ad libitum, l’assenza di una rete protettiva e la permanenza in posti di lavoro poco soddisfacenti ha trasformato il termine «flessibilità» anche in bocca agli studiosi che negli anni Novanta se ne erano innamorati in «precarietà». La differenza? Esistenziale. Se si fa una vita da criceti senza prospettive di miglioramento, è impossibile costruirsi un futuro.

Da un lato, perché a causa dei bassi salari – quelli di ingresso sono tra i peggiori d’Europa – si è costretti spesso a restare a casa dei genitori oltre la soglia d’allarme dell’età adulta. Draghi, ieri, lo ha ricordato: due terzi dei giovani tra 18 e 34 anni vive ancora «con almeno uno dei genitori». Inoltre, non è un caso che in Italia le donne facciano il primo figlio ormai tardissimo, alla soglia dei 30 anni. Tra l’altro, senza le immigrate che fanno più bambini, il tasso di natalità non sarebbe neanche a 1,4 com’è attualmente. Per inciso: il minimo per garantire la sopravvivenza a un popolo è 2,1, secondo gli studiosi.

Le donne, in questa ruota da criceto sono particolarmente penalizzate perché in Italia sono rari gli asili nido, soprattutto per i bambini sotto i due anni, e spesso sono costosissimi. E i congedi sono mal congegnati. Più in generale il dato sull’occupazione femminile – neanche un’italiana su due lavora contro la media europea del 60 per cento segnala che su questo c’è un problema specifico.

Infine, non c’è dubbio che la crisi ha esaltato tutti i difetti del sistema. Non potendo toccare i lavoratori «tradizionali», le aziende in crisi si sono limitate a non rinnovare i contratti ai giovani. Oltre due terzi della disoccupazione è ricaduta sulle loro spalle. Moltissimi, evidentemente, sono tornati a casa. Il risultato è agghiacciante. Un giovane su cinque, secondo l’Istat, non ha un lavoro e non lo cerca più. Tra le donne la percentuale sfiora il 50 per cento. Come fa un Paese a crescere se lascia i figli a casa?

La Stampa 08.10.11

******

«L’Italia brucia il futuro dei giovani», di Rossella Bocciarelli

Saranno famosi? No, saranno poveri. A spiegare che senza riforme strutturali il futuro dei giovani resta incerto, che le scarse prospettive di occupazione e reddito delle nuove generazioni si traducono in uno «spreco di risorse preziose» e che «stiamo mettendo a repentaglio non solo il loro futuro ma quello del Paese intero» è stato ieri il governatore della Banca d’Italia e futuro presidente della Bce. Mario Draghi è infatti intervenuto al seminario dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà che si è svolto a Sarteano (Siena) e ha spiegato che per l’Italia «la priorità assoluta è uscire dalla stagnazione, riavviando lo sviluppo con misure strutturali».
«La crescita economica non può fare a meno dei giovani nè i giovani della crescita» ha sottolineato il numero uno di Palazzo Koch. «In passato, soprattutto nella lunga fase di espansione che ha caratterizzato le economie avanzate dopo la guerra, questo duplice nesso si manifestava chiaramente nello sviluppo demografico e della produttività, nel progresso tecnico, nelle caratteristiche del capitale umano adatte a sostenere lo sviluppo». Invece oggi non è più così: «specialmente nel nostro Paese le prospettive di reddito delle nuove generazioni sono più che mai incerte; il loro contributo alla crescita è frenato in vario modo dai nodi strutturali che strozzano la nostra economia».
Poi, il governatore ha spiegato che il problema non è solo di tipo distributivo: «le difficoltà incontrate dalle giovani generazioni devono preoccuparci. Non solo per motivi di equità – ha detto Draghi –. Vi è un problema di inutilizzo del loro patrimonio di conoscenza, della loro capacità di innovazione. La bassa crescita dell’Italia negli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle giovani generazioni di contribuire allo sviluppo economico e sociale con la loro capacità innovativa, la loro conoscenza, il loro entusiasmo».
Non basta. La crisi che dal 2008 ha colpito l’economia mondiale, ha ricordato Draghi, ha acuito drammaticamente il problema perchè i giovani sono coloro che ne subiscono i contraccolpi più forti: nella Ue a 15, infatti, tra il 2004 e il 2007 il tasso di disoccupazione è aumentato di 5 punti nella classe di età compresa fra i 15 e i 24 anni, di 3,6 nella classe 25-34 e di 1,8 punti nella classe compresa tra i 35 e 64 anni. Il profilo di incremento è lo stesso per tutti i paesi ad eccezione della Germania ma «in Italia come in Spagna esso è più accentuato».
La caduta dell’occupazione avvenuta durante la crisi, ha poi ricordato il governatore «ha interessato in prevalenza i figli conviventi e quindi i nuclei familiari plurireddito». Come risultato, le famiglie con figli si sono impoverite più delle altre: «Secondo stime effettuate dalla Banca d’Italia, tra il 2007 e il 2010 il reddito equivalente, ovvero corretto per tenere conto della diversa composizione familiare, sarebbe diminuito in media dell’1,5 per cento – ha proseguito Draghi – Il calo sarebbe stato più forte, oltre il 3 per cento, tra i nuclei con capofamiglia di età compresa tra i 40 e i 64 anni, proprio per le minori entrate degli altri componenti». «All’opposto – ha aggiunto – sarebbe aumentato il reddito dei nuclei con capofamiglia di 65 e più anni. Nel complesso, la condizione di povertà economica delle famiglie con figli si è aggravata». Draghi ha poi ricordato che a contribuire al fatto che i giovani non escano di casa al momento giusto,(la quota di giovani fa i 25 e i 34 anni che vivono con i genitori è salita al 14,2 per cento) al di là degli effetti della crisi, ci sono anche «molteplici fattori di lunga durata: é un carattere culturale dalle radici profonde, poco sensibile ai cambiamenti economici, politici e sociali, che sembra persistere anche per le seconde generazioni di connazionali emigrati in contesti sociali assai diversi come gli stati uniti». Ma, ha aggiunto, «vi contribuiscono anche fattori economici». Infine, in una società che non cresce tendono tendono ad aumentare le disuguaglianze nelle condizioni di partenza: «Il legame tra i redditi da lavoro dei genitori e quelli dei figli è in Italia tra i più stretti nel confronto internazionale, più vicino ai valori elevati osservati negli Stati Uniti e nel Regno Unito che a quelli stimati per i paesi nordici e dell’Europa continentale . Il successo professionale di un giovane– ha concluso– appare dipendere più dal luogo di nascita e dalle caratteristiche dei genitori che dalle caratteristiche personali come il titolo di studio conseguito»

Il Sole 24 Ore 08.10.11

******

“Studenti, c’è qualcuno che vi ascolta”, di Stefano Menichini

In apparenza non c’è alcun rapporto diretto tra i cortei degli studenti di ieri e l’intervento di Mario Draghi al seminario di Sarteano.
Probabilmente gli uni ignoravano l’iniziativa dell’altro. Molti dei manifestanti non condividono una riga degli ultimi interventi del Governatore di Bankitalia, a partire dalla lettera di “consigli” al nostro governo firmata insieme a Jean-Claude Trichet. A Milano è stato esposto uno striscione che recitava: «Bce e Bankitalia chiudono, via i Draghi speculatori, non pagheremo i vostri debiti». Anzi, se l’autunno degli studenti italiani sfocerà in una protesta sociale di piazza di carattere greco, gli indignados italiani potrebbero fare fronte c o m u n e anche contro le “ricette neoliberiste” di Francoforte, un po’ come è successo ad Atene. Aumento dell’età pensionabile, privatizzazioni dei servizi pubblici locali, giro di vite nel pubblico impiego, un mercato del lavoro più flessibile sono viste come il fumo negli occhi dalle frange più politiche del movimento sceso in piazza ieri.
D’altra parte, perché stupirsi: anche nel Partito democratico c’è chi ha descritto la lettera di Draghi- Trichet come parte del problema, non come la sua soluzione.
Eppure basta leggere le parole di Draghi di ieri per capire l’equivoco nel quale rischia di avvitarsi la crisi italiana. Quanto, in realtà, sia lontana l’etichetta di “pensiero unico neoliberista” dalla documentata e spietata analisi dei mali italiani di cui il Governatore si è fatto carico da quando si è insediato a palazzo Koch. Fin dalla prima delle Considerazioni finali di fine maggio, nel 2006, Draghi ha insistito sulla centralità della questione giovanile come il problema italiano. Una denuncia in sintonia con quanto ci ha ricordato il capo del stato nel suo ultimo messaggio di fine anno, quando ha spiegato che senza futuro per i giovani non c’è futuro per il paese.
Ieri, però, il Governatore ha fatto un passo in più, almeno nella scelta delle parole.
Non si è limitato a indicare le «sempre più scarse opportunità offerte alle giovani generazioni» come causa (non effetto) della crescita zero, a denunciare «la struttura dell’occupazione e gli strumenti di sostegno esistenti che tendono a favorire le persone meno giovani o già occupate». Ma ci ha detto che l’Italia è un paese ancora troppo familista, nepotista, conservatore perché possa sperare in un riscatto. «Il successo professionale di un giovane appare dipendere più dal luogo di nascita e dalle caratteristiche dei genitori che dalle caratteristiche personali come il titolo di studio conseguito». Quindi, per uscire da questa situazione, oltre a una sana liberalizzazione del mondo delle professioni e a misure che allentino il dualismo del mercato dei lavoro tra protetti e non protetti, si può pensare a «una dotazione di capitale all’inizio della vita adulta che può aiutare ciascun individuo a determinare più liberamente e più responsabilmente il proprio futuro», per esempio aiutandolo a promuovere un’attività economica autonoma.
Un paradosso. Agli studenti che vanno in piazza intonando cori contro «i Draghi speculatori», il Draghi in carne e ossa dice che siamo un paese nel quale il cognome che si eredita conta più del titolo di studio, che la professione dei genitori determina quella dei figli, che le opportunità di partenza sono così sballate che occorre fare qualcosa per riequilibrarle.
Cari studenti, dire queste cose è di destra o di sinistra? Caro Pd, è pensiero unico neoliberista o espressione di quella rivoluzione liberale e progressista che la società italiana non ha mai conosciuto e che Silvio Berlusconi non ha nemmeno iniziato? Di declassamento in declassamento, ci aspetta un autunno difficile. In piazza la protesta non si fermerà. A Francoforte Draghi non ci farà sconti, ma non potremo più dire che non ci aveva avvertito.
Dobbiamo decidere con chi stiamo.

da Europa Quotidiano 08.10.11

******

“Se il Paese ignora il futuro delle nuove generazioni”, di GIOVANNI BELARDELLI

A ll’Italia spetta la «maglia nera nell’occupazione dei più giovani». La nostra previdenza si regge sul «sacrificio dei giovani». Il futuro dei giovani italiani è «in salita». Queste sono solo alcune delle cose che la stampa italiana ha scritto di recente sulla condizione dei giovani, per solito a commento dei rapporti di questo o quel centro di ricerca (da ultimo, qualche giorno fa, il rapporto Svimez sulla situazione drammatica dell’occupazione giovanile nel Mezzogiorno). Ma nonostante i ripetuti gridi di allarme, nonostante i moniti autorevoli come quelli del presidente Napolitano o (ieri) del Governatore Draghi, delle nuove generazioni la politica sembra non volersi occupare, benché poche questioni appaiano altrettanto decisive per il futuro del Paese. La condizione di marginalità e sacrificio di chi oggi ha meno di trenta o quarant’anni altera infatti profondamente la fisiologia di una società, quel processo grazie al quale le generazioni più giovani progressivamente rimpiazzano le più anziane. Una possibilità, questa, che nel caso italiano è lo stesso andamento demografico a rendere sempre più difficile: siamo infatti un Paese che si colloca ai primissimi posti nel mondo sia per il tasso di denatalità sia per la crescente aspettativa di vita. Ma un’Italia sempre più popolata di anziani, e che per giunta offre alle nuove generazioni condizioni di lavoro e di vita dominate dall’incertezza, che continua a perdere molti dei suoi giovani più promettenti (perché disposti a rischiare e competere a livello internazionale) che scelgono di andare all’estero, non potrà che essere un Paese sempre meno dinamico, sempre meno capace di innovazione e creatività.

Dei giovani, della necessità di promuoverne l’istruzione e le possibilità di lavoro, di migliorarne le prospettive di vita, la politica italiana non è che non parli. Ne parla continuamente, anzi, senza però che davvero il governo sia mai intervenuto in modo effettivo. I giovani sono insomma argomento di un tipo di retorica che nel nostro Paese ha sempre avuto molto spazio, dall’epoca della Giovine Italia di Mazzini (l’iscrizione alla quale era riservata a chi avesse meno di quarant’anni) al «largo ai giovani» di Mussolini, fino alle generazioni forever young (come suonava una canzone di Bob Dylan) degli anni 60 e 70. Abbiamo anche un ministero destinato alla Gioventù. Ma è l’agenda politica vera, quella dei fatti e delle decisioni che contano, che si mostra incapace di includerli. Perché i giovani votano, sì, ma — a causa dell’andamento demografico — sono e saranno sempre meno in grado di far pesare il loro voto. È anche per questo che trovano poco ascolto da parte di una classe politica miope, incapace di percepire l’interesse generale come oggetto e scopo del proprio operare.

Sarebbe ingenuo pretendere che, in Italia come altrove, un politico di professione segua in tutto e per tutto una concezione «alta» della politica, svincolata dal perseguimento di interessi immediati e settoriali. Ciò che fa la differenza è se però quel politico riesce a coniugare gli interessi e le domande particolari con una visione più ampia e generale, facendosi guidare — nelle parole di Max Weber — da «passione, senso di responsabilità, lungimiranza». Infatti, è solo una qualche idea di interesse generale che può indurre la politica ad agire guardando alle nuove generazioni, compiendo dunque scelte che possono non avvantaggiare la maggioranza degli elettori oggi, ma il Paese per come sarà in futuro.

Il difetto principale del nostro ceto politico, quello che gli impedisce di occuparsi davvero del presente e del futuro delle nuove generazioni, si lega appunto alla mancanza di una visione del genere, all’assenza — potremmo dire — di una certa idea dell’Italia, del nostro Paese come vorremmo che fosse quando noi non ci saremo più. Quest’idea la avevano, ciascuno a suo modo, Cavour e Giolitti, De Gasperi e (per quanto possa non piacerci) Togliatti. Sembra invece assente da una politica come quella odierna, che appare sempre più appannaggio di gruppi in competizione, il cui orizzonte troppo spesso non va oltre gli interessi settoriali, o semplicemente privati, degli appartenenti.

Il Corriere della Sera 08.10.11

"Una missione non necessaria", di Franco Venturini

Ora che Putin si è tolto la maschera anticipando ai russi il risultato delle elezioni presidenziali di marzo, ha deciso di togliersela — ammesso che l’avesse — anche Berlusconi. Il viaggio in Russia del presidente del Consiglio non dovrebbe stupirci, tanto numerosi sono i suoi precedenti. Ma Silvio Berlusconi è riuscito nell’impresa: perché mentre l’agenda diplomatica del capo del governo italiano risulta paralizzata da un asserito «eccesso di impegni» (anche giudiziari, si deve forse intendere), il tempo viene trovato senza difficoltà per correre a festeggiare il compleanno dell’amico e prossimo zar Vladimir. Il tutto in una atmosfera tanto riservata da apparire quasi cospiratoria.

Intendiamoci, non saremo certo noi a sottovalutare la cruciale importanza dei nostri rapporti con la Russia. E Putin, scontati quei dissensi che ieri Sarkozy ha ben messo in evidenza, resta un leader da rispettare con il quale tutto l’Occidente dovrà fare i conti. Tanto meglio, allora, se con Putin Berlusconi ha inteso parlare di accordi economici, tanto meglio se gli ha chiesto ragione del veto con il quale Russia e Cina hanno bloccato all’Onu le sanzioni contro il regime massacratore di Assad. Ma pur non volendo indulgere a certi recentissimi furori antiberlusconiani, non riusciamo a credere che siano stati questi temi a riportare Berlusconi in terra russa. Piuttosto ci sembra di scorgere una confessione di stanchezza, una ricerca di evasione dalla realtà italiana resa più gradita dal sapere che ad accoglierlo ci sarà quel Putin che è stato l’unico leader mondiale ad elogiarlo pubblicamente nelle ultime settimane.

Potremmo persino capirlo, questo Berlusconi in carenza di ossigeno. Potremmo passar sopra a certi antichi sospetti dei nostri principali alleati, diventati peraltro molto più discreti d’un tempo. Ma quel che non può essere condonato a Berlusconi è che mentre Putin si merita un viaggio, il resto della politica estera italiana debba subire il suo disinteresse e le sue assenze. Dobbiamo proteggere i nostri cospicui interessi in Libia, ma Berlusconi non ci è andato lasciando campo libero a Sarkozy, a Cameron e a Erdogan. Dovremmo avere una parola da dire all’Onu sulla richiesta di Stato palestinese e sulla relativa linea europea, ma al Palazzo di Vetro Berlusconi non si è fatto vedere. Un vertice bilaterale con la Serbia è stato rinviato ripetutamente su richiesta italiana. Altri si apprestano a subire la stessa sorte. E c’è il timore fondato che al vertice europeo del 18 prossimo o al G20 del 4 novembre, dove andrà, Berlusconi possa replicare esibizioni vittimistiche antigiudici come quella non dimenticata e sommamente imbarazzante del G8 di Deauville.

Un simile comportamento, signor presidente del Consiglio, non danneggia soltanto la nostra politica estera. Contribuisce, anche, a ridurre quella credibilità di cui tanto abbiamo bisogno per sostenere l’euro e salvare l’Italia dalla sindrome greca. A meno che l’Italia non stia per entrare nell’area rublo.

Il Corriere della Sera

"ll pubblicitario di Silvio al comando della Biennale", di Natalia Aspesi

La nave sta affondando, e si distribuiscono gli ultimi salvagenti, agli amici naturalmente: basta aver fatto tanti anni fa jogging con il premier, quando ancora le sue ginnastiche erano innocenti, per essere ricompensato con l´incarico culturale più prestigioso non solo dell´Italia ma anche d´Europa: la presidenza della Biennale di Venezia. Via Paolo Baratta, che ha ricoperto l´incarico dal 1998 al 2001 e poi dal 2008 alla fine di quest´anno, entra Giulio Malgara, che pur non essendosi mai occupato né d´arte contemporanea, né di cinema, né di architettura, né di teatro, né di musica e neppure di danza, le sei sezioni della Biennale, ha un fiammeggiante curriculum culturale: sin dall´inizio della sua luminosa carriera, si è occupato con grande successo di calzature, di alimenti per cani e gatti, di olio di mais, della bevanda dello sport, di acque minerali, di pasta liscia e ripiena, di prodotti da forno senza glutine. Comunque la presidenza è una sua vocazione, infatti è stato presidente (adesso onorario) dell´Upa, (utenti pubblicitari associati) e lo è dell´Auditel, da lui fondato.
Nominato dal ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan, il neopresidente della Biennale si è espresso con grande finezza intellettuale, dichiarandosi onorato, «perché da sempre sono molto legato a Venezia». E soprattutto al Cavaliere, che in passato non era riuscito a farlo nominare presidente della Rai ma ora, con Galan, gli ha assicurato la Biennale, tanto non deve averne mai visto una in vita sua, tanto forse da ritenerla non diversa da gestire di uno spot televisivo. «Ci sarà molto da fare», ha annunciato dall´estero Malgara. Però il suo predecessore ha già fatto moltissimo, oltre a ridursi lo stipendio della metà (ma Malgara magari ne farà a meno del tutto), soprattutto per la sezione d´arte contemporanea, che quest´anno si è autofinanziata per il 90%. Il successo della 54° edizione è stato grandioso e si conta che alla sua chiusura in novembre i biglietti venduti saranno 400mila.
I visitatori delle mostre d´arte contemporanea e di architettura, durante l´ultima presidenza Baratta sono stati più di un milione. È stato Baratta a raddoppiare i luoghi espositivi acquisendo le meravigliose Corderie dell´Arsenale, restaurando l´incantevole Giardino delle Vergini, moltiplicando i paesi espositori, incaricando come direttori personalità di fama mondiale e quindi per forza stranieri. La città diffidente ha ceduto al suo entusiasmo, la Regione a presidenza leghista ha apprezzato la sua capacità di attirare i giovani con un lavoro sul territorio. Il sindaco Giorgio Orsoni (centrosinistra) si è detto costernato al pensiero del dottor Malgara che traffica con le grandi istituzioni mondiali d´arte, perché «è persona inadeguata».
Ma a parte la distribuzione a vanvera delle poltrone, Baratta è considerato dal governo un fastidio: per essere stato nominato la prima volta da Veltroni, la seconda da Rutelli, ministri di governi di centro sinistra. Per essere fastidiosamente preparato in tempi in cui l´incompetenza è indispensabile: infatti è laureato in ingegneria ed economia (a Cambridge), è stato tre volte ministro, sta dentro varie banche e purtroppo, come del resto ha riconosciuto Galan, è stato bravissimo. Malgara però tra gli altri meriti, ha quello, secondo il libro L´arbitro è il venduto, di Giulio Gargia, di essere stato un gentile testimone durante il famoso processo All Iberian, 2001.

La Repubblica 07.10.11