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Va a tre donne il Nobel per la Pace

Ellen Johnson Sirleaf, presidentessa della Liberia, la sua concittadina Leymah Gbowee, avvocato impegnato per i diritti femminili premiate insieme all’attivista yemenita Tawakkul Karman “per la loro lotta non violenta a favore del processo di costruzione della pace”. IL premio Nobel per la pace 2011 è andato a tre donne: Ellen Johnson Sirleaf, presidentessa della Liberia, Leymah Gbowee, avvocato liberiana e all’attivista yemenita Tawakkul Karman. “Per la loro lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace”, recita la motivazione del premio.

Ellen Johnson Sirleaf, attuale presidente della Liberia e prima donna a rivestire questo incarico nel continente africano, ha ricevuto il riconoscimento insieme alla sua concittadina Leymah Gbowee, attivista pacifista e all’attivista yemenita Karman, che si occupa di diritti delle donne e democrazia nello Yemen, paese negli ultimi mesi in preda a gravi conflitti sociali e politici.

Arrivata al potere nel 2005, la “signora di ferro” africana è impegnata nella ricostruzione del suo paese, devastato da 14 anni di guerra civile, che ha causato la morte di 250.000 persone. Di formazione economista, con un Master of public administration conseguito ad Harvard nel 1971, Johnson-Sirleaf parte in esilio a Nairobi, in Kenya, nel 1980, dopo il rovesciamento dell’allora presidente William Tolbert. Torna in patria solo nel 1985, per partecipare alle elezioni del senato della Liberia, ma quando accusa pubblicamente il regime militare, è condannata a dieci anni di prigione. Rilasciata dopo poco tempo, si trasferisce a Washington e torna in Liberia solo nel 1997 nel ruolo di economista, lavorando per la Banca mondiale
e per la Citibank in Africa.

Corre per la prima volta alle presidenziali contro Charles Taylor nel 1997, ma raggiunge solo il 10 per cento dei voti, contro il 75 per cento di Taylor, che poi l’accusa di tradimento. Dopo la sua vittoria alle elezioni del 2005, Johnson-Sirleaf pronuncia uno storico discorso alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti, chiedendo il supporto americano per aiutare il suo paese a “divenire un faro splendente, un esempio per l’Africa e per il mondo di cosa può ottenere l’amore per la libertà”. Johnson-Sirleaf è madre di quattro figli (due vivono negli Usa e due in Liberia) e ha sei nipoti, alcuni dei quali vivono ad Atlanta.

Leymah Gbowee, avvocato, è una militante pacifista e nonviolenta che ha contribuito a mettere fine alle guerre civili che hanno dilaniato il suo paese. Minuta, di carnagione chiara (per questo è soprannominata “rossa”), la Gbowee ha da poco pubblicato la sua autobiografia, “Mighty be our powers: how sisterhood, prayer, and sex changed a nation at war”. Tra le iniziative più note dell’attivista, di etnia kpellè, nota anche come la “guerriera della pace”, va ricordato “lo sciopero del sesso”, un’iniziativa che costrinse il regime di Charles Taylor ad ammetterla al tavolo delle trattative per la pace.

Ad appena 32 anni, esattamente come quelli del potere del presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, l’attivista yemenita Tawakkol Karman ha tre figli e coraggio da vendere e in poco tempo è divenuta la leader della protesta femminile contro il regime yemenita. Giornalista e fondatrice dell’associazione “giornaliste senza catene” è militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, primo gruppo di opposizione. Nel gennaio di quest’anno era stata arrestata dalle autorità yemenite, costrette poi a rilasciarla sotto la pressione delle manifestazioni in suo sostegno, che hanno portato in strada migliaia di persone.

da www.repubblica.it

"Presidi, 975 quesiti sbagliati. Il Pd: concorso da rinviare", di Mariagrazia Gerina

«La capacità di negoziare e promuovere il cambiamento all’interno della scuola dipende dal carisma del dirigente (risposta giusta ndr) o dalla bontà delle relazioni tra i componenti (risposta sbagliata ndr)?». Ecco, il ministero dell’Istruzione ha deciso di mettere gli aspiranti presidi di fronte a quesiti di questo tipo. Chi risponde bene vince un posto da dirigente scolastico. Chi risponde male è fuori. Già ma chi lo dice che una è la risposta giusta e l’altra è quella sbagliata? Dilemmi, appunto. Più che domande scritte per selezionare equamente i candidati migliori. E poi errori veri e propri, refusi, imprecisioni tali da compromettere la comprensione del quesito. Insomma, un pasticcio. L’ennesimo. che si compie alle spalle dei quarantaduemila insegnanti iscritti al concorso per dirigenti scolastici, e degli altri che non hanno neppure potuto presentare la domanda.A pochi giorni dalla prova preselettiva, convocata per il 12 ottobre, viale Trastevere si presenta con la candida ammissione che sui 5663 quesiti, pubblicati nelle scorse settimane per consentire agli aspiranti di esercitarsi in vista del test, ben 975 erano sbagliati. Le segnalazioni (e le proteste) arrivate nei giorni scorsi hanno colpito nel segno. «Alle nostre richieste scritte non è stata data mai alcuna risposta», denuncia il segretario della Flc Cgil, Domenico Pantaleo, che chiede ora, a mezzo stampa, al ministero di conoscere: «I criteri in base ai quali sono stati individuati gli esperti incaricati di predisporre le 5.663 domande; i costi di tale operazione; se è stata verificata l’eventuale incompatibilità di tali esperti con l’incarico ad essi affidato (per esempio se erano stati impegnati nell’organizzazione e nello svolgimento dei corsi di preparazione) ». E infine: «Se, per i numerosi errori commessi, è stata prevista a loro carico una penalità economica ». Ovviamente, i 975 quesiti individuati dal ministero stesso come sbagliati sono stati cancellati, tolti dal novero di quelli che potranno essere selezionati per il test del 12 ottobre. Ma un errore che riguarda il 20% delle domande formulate dal Miur è un’ammissione che getta quanto meno nello sconforto. I futuri aspiranti, certo.E anche quanti dipendono dalle decisioni e dalle scelte compiute a Viale Trastevere. E soprattutto, anche dopo le correzioni e la pesante auto-revisione, di quesiti strampalati ne restano parecchi. Quesiti ambigui, dubbi, amletici. E ideologici. Come quello che abbiamo citato sul «carisma del dirigente ». Domanda numero 170, che, anche dopo l’ultima scrematura, ancora campeggia nel blocco dei quiz. «A questo punto siamo costretti a chiedere un breve rinvio perché la prova si possa svolgere in condizioni di serietà, rigore e pari opportunità », attacca la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi. Stupita dalla mole degli errori. E dal fatto di averne trovati degli altri, non corretti dal ministero. Quesiti d’opinione, li definisce, con rispettive risposte, quantomeno«ideologiche ». «Ne restano in vita ancora numerosi, come abbiamo dovuto rivelare dopo la pubblicazione notturna dei test», denuncia la responsabile Scuola del Pd. Con rammarico. «Perché attendevamo e sollecitavamo con urgenza questo concorso ». Troppe, e da tropo tempo, le scuole senza preside. Oppure con un preside costretto a reggerne altre due o tre. A volte anche più di dieci, insieme. Perciò l’arma del rinvio (o peggio ancora dell’annullamento) fin qui è stata usata con estrema cautela. Nonostante gli errori da parte del Miur siano stati davvero troppi. Il più clamoroso potrebbe rivelarsi quello compiuto ai danni degli aspiranti presidi che, nominati docenti di ruolo da troppo poco tempo per partecipare al concorso, vantano però anni di esperienza nella scuola come precari. In Europa, il dilemma è già stato sciolto. Precario o no il lavoro svolto, nella scuola, come in generale nel pubblico impiego, vale allo stesso modo ai fini di quella che si definisce «esperienza accumulata ». L’ultimo pronunciamento della Corte di giustizia europea risale all’8 settembre di quest’anno. Il bando per selezionare i 2386 presidi di cui ha bisogno la scuola italiana va in tutt’altra direzione. Ai candidati si richiedono cinque anni di esperienza dal giorno della nomina in ruolo come docenti. Una beffa per una scuola che da anni fa sistematico ricorso al lavoro precario. Una parte degli esclusi ha deciso di provare lo stesso a partecipare. Il Tarnon si è ancora pronunciato sul merito del ricorso che hanno presentato, ma intanto ha concesso loro di partecipare con riserva alla prova preselettiva. Gli altri, precari e no, che non si presenteranno con in mano l’ordinanza sospensiva emessa dal Tar lunedì scorso, andranno a ingrossare le fila degli esclusi, che a questo punto hannopoche possibilità di far valere i loro diritti, ma molto rabbia

L’Unità 07.10.11

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“Concorso per presidi, caos al Ministero. Le domande eliminate a quota mille”

La Flc-Cgil chiede trasparenza sul concorso per i presidi. «Il ministero, dopo aver cercato di minimizzare sugli errori per la prova preselettiva, rassicurando che erano poco più di un centinaio, ha finalmente pubblicato il dettaglio delle domande eliminate: 975 su 5663 ,più del 17%. Poichè – afferma il segretario generale, Mimmo Pantaleo – non c’è stata trasparenza e alle nostre richieste scritte non è stata data mai alcuna risposta, ai sensi della Legge 241/90 si chiede al ministero di conoscere: i criteri in base ai quali sono stati individuati gli esperti incaricati di predisporre le 5663 domande; i costi di tale operazione; se è stata verificata l’eventuale incompatibilità di tali esperti con l’incarico a essi affidato (per es. se erano stati impegnati nell’organizzazione e nello svolgimento dei corsi di preparazione); se, per i numerosi errori commessi, è stata prevista a loro carico una penalità economica».
Rinviare la prova preselettiva del concorso per presidi ed eliminare i quesiti ideologici. Lo chiede la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi. «Attendevamo e sollecitavamo ormai da tempo l’urgenza del concorso a dirigente scolastico, visto che ormai sono troppe le scuole statali italiane non governate a causa delle eccessive reggenze. Purtroppo però – osserva l’esponente del Pd – l’eliminazione di 976 quesiti errati dalla prova concorsuale, che certifica il collasso della struttura del ministero governato da Mariastella Gelmini, ci obbliga a chiedere un breve rinvio perché‚ la prova si possa svolgere in condizioni di serietà, rigore e pari opportunità. Dopo la pubblicazione notturna dei test abbiamo dovuto rilevare peraltro – prosegue – che restano in vita ancora numerosi quesiti d’opinione, che attendono risposte quanto meno ideologiche. Come, per esempio, la domanda 170: la capacità di negoziare e promuovere il cambiamento all’interno della scuola dipende esclusivamente dal carisma del dirigente (risposta giusta) non dalla bontà delle relazioni tra i componenti (risposta sbagliata)! Diciamo che con il ‘leader carismaticò abbiamo già devastato un paese … eviteremmo – conclude Francesca Puglisi – di riproporre la stessa amara medicina alla scuola!».

Sarebbero mille le domande sbagliate pubblicate questa notte sul sito del Ministero della Pubblica Istruzione in merito al concorso per dirigenti scolastici. La denuncia è del responsabile regionale dei Dipartimenti dell’Italia dei Valori, Angelo Mascia. «Dal primo settembre 42.000 docenti candidati alla preselezione per 2.386 posti di dirigente scolastico (in Sardegna superano i 1.200 per 87 posti) si cimentano su 5.750 quesiti fra i quali dovrebbero essere estratti i cento oggetto della prova. Da subito – ha spiegato Mascia – i docenti hanno segnalato la miriade di errori grossolani, di domande oscure e opinabili, inadeguate e assurde. Ieri notte il sito del Ministero ha pubblicato il lungo elenco di quasi mille domande da buttare. Il ministro Gelmini è riuscita a confezionare l’ennesima beffa ai danni dei docenti». Nel condannare l’ennesima vergogna del Ministero dell’ Istruzione, il Dipartimento regionale Scuola e Cultura dell’Idv ha espresso solidarietà ai docenti impegnati nel concorso, ed ha chiesto che «venga rispettato il loro diritto a partecipare serenamente ad un concorso per coprire le sedi troppo a lungo vacanti», invitando il Dirigente scolastico regionale ad attivarsi presso l’Amministrazione centrale per rimediare ai danni già causati.

Il Messaggero 07.10.11

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“Quel pazzo concorso per presidi”, di Flavia Amabile

Non 400, come annunciato dieci giorni fa, ma più del doppio sono le domande del concorso per dirigenti scolastici ritenute errate dal Ministero dell’Istruzione e cancellate. Non 400, come annunciato dieci giorni fa, ma più del doppio sono le domande del concorso per dirigenti scolastici ritenute errate dal Ministero dell’Istruzione e cancellate. Sono 976, il 17% del totale dei quiz da studiare: l’elenco è apparso la scorsa notte sul sito del Miur, la selezione è mercoledì prossimo e per i 42 mila candidati davvero non c’è certezza di nulla.

Nemmeno del numero dei partecipanti, visto che nel frattempo il Tar ha accolto i ricorsi dei mesi scorsi e potranno partecipare alle prove anche i docenti precari, quelli di educazione fisica, religione e musica. Alla faccia del profilo da manger che il ministro dell’Istruzione Gelmini vorrebbe introdurre al posto del vecchio preside di una volta. Sono oltre 500 candidati in più. Ma la vicenda dei quiz cancellati è da raccontare bene. I sindacati parlano di «pasticcio» e di mancanza di rispetto per i candidati, il ministero si difende replicando che la revisione dei quiz è stata fatta «proprio a tutela dei candidati» e difendono una procedura che permette la massima «trasparenza».

Il Pd chiede che il concorso sia ritirato. La Flc-Cgil vorrebbe almeno punire i responsabili di questo pasticcio con una multa. Il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna si chiede: «Che cosa succederebbe se un insegnante nel predisporre le domande per i propri studenti ne sbagliasse il 20%». Francesco Scrima, segretario generale della Cisl scuola, avverte che il rischio è che «si apra un nuovo contenzioso». E Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari individua un errore persino nel comunicato dove si fa riferimento ad un quiz numero 710 che nella stesura originaria dei quiz è invece inesistente perché quel blocco di domande si ferma alla 709.

La Stampa 07.10.11

"Il Cavaliere lancia "Forza Gnocca" così l´ossessione diventa un partito", di Filippo Ceccarelli

Dopo tutto, e con il dovuto sgomento, Forza Gnocca esiste già. Gli storici del futuro avranno modo di raccontare come il signore e padrone di un partito, arrivato al potere in prossimità dei suoi settant´anni, decise non solo di plasmare una classe dirigente femminile a suo uso e consumo. ma anche di offrirla in pasto al suo pubblico come il segno e la prova di un patto inconfessabile fra il sovrano e il suo popolo.
Eh, che complicazione! Appunto. E allora, in attesa di sviluppi varrà la pena di far notare che ormai da almeno tre anni, più che intorno alla gnocca, la vita pubblica ruota intorno alla fissazione del presidente Berlusconi per la gnocca. Certo il termine è greve. Nella retorica antica si colloca la sineddoche, cioè la parte per il tutto. Ciò che resta del giornalismo politico ci ha fatto l´abitudine: ai tempi del caso Ruby con altrettanto successo Libero titolò cubitale: «La patata bollente», altra sineddoche.
Ma di recente in un´intercettazione il presidente del Consiglio ha parlato più crudamente di «patonza». Così la potenza espressiva della parola si è subito proiettata su Berlusconi fino a fargli mutare soprannome: da «Cavalier Pompetta», per via di certe basse meccaniche, a «Cavalier Patonza», appunto. Per non dire dei deputati di Fli che hanno inalberato nell´aula di Montecitorio una grande vignetta di Vauro pubblicata sul Fatto dal titolo: «Patonza da Volpedo». Un Quarto Stato di impudico e affollato assortimento alla cui testa c´era Berlusconi: nudo, con la lingua di fuori e la mano proprio lì.
Al di là della satira, questa sua voglia matta si esplica in molteplici ambiti e conosce infiniti risvolti, l´ultimo dei quali vedrebbe nientemeno che Fabrizio Corona nel ruolo di eminenza variopinta e salvifico restauratore dell´immagine della Began e della Minetti all´interno dell´ideale Forza Gnocca. Scrive Oggi che Berlusconi lo chiama spesso: «Ha bisogno di parlare con persone intelligenti con cui confrontarsi» ha spiegato lui con la consueta modestia.
Certo che all´inizio furono battute poco più che galanti, spiritosaggini, promesse. Ma tutto lascia pensare che il sistema cortigiano formatosi attorno al Cavaliere lo incoraggiasse ad alzare il tiro. E allora arrivarono le barzellette sozze, poi quelle sozze e in qualche modo autoriferite e opportunamente glorificanti. Allegria, vanteria, sodomia, il cialis come calmante, le ho fatto vedere le stelle, le devi versare dello champagne sotto e poi «suggere», s´inebriava l´instancabile raccontatore, e quella lunghissima della mela che sa di questo e non di quella.
Ma poi dalle storielle il presidente del Consiglio è passato ai fatti; e se pure era riuscito a cavarsela indenne e anzi forse addirittura invidiato da un paio di cicli di intercettazioni per piazzare attrici negli sceneggiati, dalla formazione di gruppi parlamentari abbastanza fru-fru con tanto di espliciti richiami allo ius primae noctis, e infine alla promozione di un governo dove le belle ragazze, già miss e starlette, si facevano senz´altro notare, beh, dall´aprile del 2009 con la scuola quadri per veline e il disvelamento di Noemi, la vergine di Casoria, l´ossessione ha preso a galoppare e non si è fermata più.
E con un ardore sempre in bilico dal trasformarsi in nausea ci si è dovuti occupare di escort, olgettine, api regine, crocerossine, poliziotte, e dame bianche, igieniste dentali finte suore, calciatrici del Milan, mangiatrici di fuoco, danzatrici del ventre, orfanelle del Grande Fratello, insomma un carro di Tespi, una corte dei miracoli entro cui, a rendere il tutto più maniacale di quanto già fosse, si collocano almeno quattro coppie di gemelline provenienti da ogni parte del mondo.
Farci sopra anche il buffone è una ambigua consolazione e ripetitiva. Questa del partito della Gnocca, per dire, risale al gennaio scorso e a gustarla per primi, con gridolini e applausi degni di Fantozzi, furono gli invitati alla festa di compleanno dell´onorevole Michela Biancofiore, che l´anno prima si era fatta fare una torta su cui si stagliava un dito medio. Ma in realtà l´ubriacatura di gnocca ha causato un sacco di disastri a Berlusconi, dal discredito internazionale al divorzio, dalle rampogna della Chiesa alle indagini, ai processi e ai milioni spesi per un sollazzo non sai mai bene quanto vero e quanto disperato.

La Repubblica 07.10.11

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“Pdl non mi piace, lo cambierò in Forza gnocca”, di Annalisa Cuzzocrea

Premier senza freni. Bersani: che desolazione. E alla Camera la Lega offende deputata pd. L´istantanea è di quelle che fanno venire i brividi: i lavori della Camera sono sospesi, la maggioranza prende tempo sulle intercettazioni in attesa della fiducia, Silvio Berlusconi è in aula circondato dai suoi deputati. Ridono e scherzano rumorosamente. Il premier spiega di aver fatto dei sondaggi, il nome Popolo della Libertà ha perso il suo appeal, qualcuno sbaglia ancora e lo chiama “la” Pdl, insomma, non va più bene: «Il nome migliore sarebbe Forza gnocca, ma non ce lo fanno fare». Sghignazzano, i parlamentari della maggioranza, contestati dai deputati pd rimasti in aula. Tra questi c´è Lucia Codurelli: «Vergognatevi», urla. E si sente rispondere da un leghista: «Vai a farti scopare, che è meglio».
Questo succede di giovedì mattina alla Camera dei deputati, prima che cominci il lungo week end di riposo del Parlamento, e che si scatenino le reazioni. Le due cose le tiene insieme Anna Finocchiaro: «C´è veramente poco da ridere – dice la presidente dei senatori pd – questa maggioranza nell´atteggiamento verso le donne fa schifo. Non sono battute, ma lo specchio della visione del Paese che hanno il premier e la sua coalizione: arretrata, volgare, squallida». A Lucia Codurelli arriva la solidarietà di tutto il Pd, la richiesta che il presidente della Camera intervenga, che chi ha parlato si faccia vivo, e magari chieda scusa. Niente invece, neanche una riga, da Lega e Pdl. In maggioranza parlano più volentieri di “Forza gnocca”: «Siete invidiosi», dice ai cronisti Umberto Bossi, riferendosi a quella che Alessandra Mussolini – un tempo sensibile ai temi femminili – definisce «una splendida battuta. Vuol dire che ci considera protagoniste, ci mette al centro». «Berlusconi è Berlusconi, si sa. Non impicchiamo nessuno per una battuta – commenta Roberto Formigoni – le fanno nel Ppe e le facevamo noi da ragazzi». Protesta invece la responsabile pari opportunità Barbara Saltamartini: «A volte anche la battuta più riuscita può risultare fuori luogo e poco spiritosa». Maria Stella Gelmini sceglie di non commentare: «Mi occupo solo di scuola». Parla un altro ministro donna, Giorgia Meloni, che a Radio 24 dice: «Berlusconi farebbe meglio a evitare le battute per non prestare il fianco alla polemica, però faccio notare che questo nome l´ho sentito fare da quelli della sinistra per denigrare le donne della destra». Non apprezzano il sindaco di Roma Alemanno e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Il segretario pd Bersani dice: «E´ desolante, mi viene in mente che oggi si stanno tenendo i funerali di cinque donne». Rosy Bindi: «Sarà l´unico partito che ha praticato, ma la farsa si è trasformata in tragedia». Il segretario Cgil Susanna Camusso invita: «Altro che cambio del nome, bisogna cambiare in fretta il premier». E Famiglia Cristiana scrive a Berlusconi: «Si vergogni, se non lo fa ci vergogniamo noi per lei. E ci scusiamo – a nome suo – di fronte al mondo».

La Repubblica 07.10.11

"Campione di un tempo passato", di Massimo Gramellini

Dopo una lunga riflessione fra sé e sé (i due amici a cui vuole più bene), il presidente del Consiglio ha finalmente colto l’essenza del caso italiano, il motore primo della crisi politica in cui ci stiamo avvitando. Si tratta del nome del suo partito. Non il declino fisico del capo, la mediocrità dei sottoposti e l’incapacità congenita di mantenere le promesse e riformare un sistema giurassico e corrotto. Nella sua testa di pubblicitario il problema non sono mai le cose, ma le etichette. Checché ne dicano i mercati, gli imprenditori e gli elettori (compresi i suoi), la vita in Italia sarebbe ancora un’immensa pasticceria e lui l’uomo più popolare del globo, se solo il Pdl si chiamasse in un altro modo. Ne consegue che la via d’uscita non può essere un banale decreto per la crescita, ma la ricerca di un nome più simpatico.

A un capannello di ridanciani clientes che gli rinfrescavano l’ego in Parlamento, il primo ministro ha proposto «Forza Gnocca» («Go pussy», sul sito della Cnn): elegante come certe cene. Rimangono perplessità tecniche sul simbolo, ma la consulenza di Bossi sarà in grado di dirimerle: a una parlamentare che osava contestare la raffinatezza di «Forza Gnocca» («Allez Minette», sul sito di Le Monde), un leghista ha risposto in pieno transatlantico di Montecitorio: «Ma vai a farti sc…».

L’impressione è che il premier sia ormai come la situazione: fuori controllo. In preda a una deriva infantile. L’altro ieri ha accolto il Presidente macedone con una battuta sulle macedonie di frutta. Di questo passo ne farà altri all’indietro, mettendosi a giocare a nascondino nei corridoi di palazzo Grazioli o a rubabandiera durante i vertici coi Grandi del mondo, che parlano di cose tanto complicate e noiose.

Ma persino in questo interminabile viale del tramonto, colui che fu Berlusconi rimane fedele alla sua essenza di pubblicitario. Convinto che, di ogni prodotto, ciò che davvero conta sia il pacchetto in cui viene incartato. Dieci anni fa suggerì a Fiat di uscire dalla crisi chiamando le Panda «Ferrari Young». Chissà quante volte avrà cercato di ribattezzare Tremonti «Thatcher» e Calderoli «Einstein» o almeno «Confalonieri». Per vent’anni ha venduto scatole vuote, miracoli italiani, aliquote irlandesi, il mantenimento di un benessere diffuso che la realtà si incaricava giorno dopo giorno di smentire. Non solo per colpa sua. E’ che i tempi sono cambiati e lui da tempo non è più un uomo di questo tempo.

L’ossessione per i nomi (diffusa anche fra i suoi cloni sfocati del centrosinistra) è seconda solo a quella per il potere evocativo dei numeri. Quando vuole elogiare se stesso infila lunghi elenchi cifrati, pur di farci sapere che ha fatto 211 leggi, vinto 23 coppe, presieduto 144 riunioni. Come se il numero fosse di per sé un merito. Confezione e Quantità rappresentano i suoi totem. I totem degli Anni Ottanta, quelli del consumottimismo e dell’indebitamento allegro, che questo Paese ha tentato disperatamente di mantenere in vita fino a oggi, affidandosi al campione che ne incarnava i valori. Purtroppo il Duemilaundici è insensibile alle leggi degli spot. Per uscire da una crisi che prima di essere economica è morale, non basterà infiocchettarla di sorrisi e «patonze». Anche se il partito del premier ha effettivamente dei problemi con un nome: il suo. Quel «Berlusconi», già garanzia di successo, che sta scomparendo da tutti i manifesti. Fino al giorno in cui qualcuno dei clientes che ancora ieri si spanciava per la sua patetica battuta sessista comincerà a negare che un tipo così, capace di venderci il nulla per vent’anni, sia mai realmente esistito.

La Stampa 07.10.11

"La rivolta non-violenta", di Guido Carandini

Le proteste contro un futuro che promette disoccupazione e quindi mancanza di redditi per creare una famiglia, per disporre di un´abitazione, per fare progetti di studio e di iniziative che offrano prospettive di avanzamento, diventano sempre più spesso delle “rivolte non-violente”, una nuova forma di protesta di massa dei giovani riuniti nelle piazze contro l´impotenza della politica scavalcata o sottomessa dal capitale globale. E la generale sfiducia nei partiti può tradursi, di riflesso, anche nella convinzione della inutilità del voto quale strumento di partecipazione collettiva alle decisioni di chi governa e di chi guida l´economia. Secondo le ultime proiezioni i non-votanti italiani supereranno il trenta per cento, costituendo il futuro maggiore partito del nostro Paese.
Questo nuovo fenomeno della protesta che diventa rivolta di massa non-violenta si sta diffondendo nel mondo del capitalismo maturo dal Sud-est asiatico all´Europa, fino a raggiungere Wall Street, passando da Nuova Delhi a Madrid, da Tel Aviv a Roma e a New York, con i cortei e le manifestazioni degli “indignati” per la corruzione, l´impotenza delle democrazie e le colpe dell´alta finanza.
Da noi quella protesta di massa è stata delle donne (“Se non ora quando?”) e degli studenti contro la legge sui tagli all´istruzione pubblica. Ma sarebbe l´ora che l´indignazione per le malefatte del nostro governo e il disgusto per gli ignobili comportamenti del suo capo si tramutassero ora in rivolte non-violente di massa anche di quanti stanno perdendo il loro lavoro o la speranza di trovarne uno, e saranno per di più impoveriti da una manovra finanziaria che risparmia solo i ricchi e gli evasori.
Occorrerebbe allora che la nostra “sinistra”, invece di implorare inutilmente un “passo indietro” di altri, si decidesse a fare essa stessa un “passo avanti” muovendosi nel solco delle nuove forme di protesta. E quindi collaborando a suscitare nelle centinaia di migliaia di indignati nostrani – compresi magari quelli che hanno votato per la Lega e il Pdl – la volontà di radunarsi nelle piazze per mostrare al mondo che oltre alla Confindustria e alla Chiesa di Roma c´è una vasta opinione pubblica che chiede la fine dell´ignominia berlusconiana.
È urgente farlo perché la rivolta non-violenta, oltre un certo punto, può tramutarsi come a Londra in tumulto facinoroso e barricadiero, con somma gioia della destra pronta a opporgli una dura reazione delle forze dell´ordine e severe sanzioni giudiziarie. Sarebbe un´altra pesante sconfitta della democrazia che, insieme ai rivoltosi, finirebbe anch´essa imprigionata dall´ingiustizia che non ha saputo combattere, dallo squallore di miserabili periferie che non ha voluto scongiurare, dalla corruzione privata e pubblica che non ha contrastato e che porta gli scontenti a rinunciare al diritto di voto.
A questo punto i politici devono rendersi conto di almeno due cose. La prima è che la crisi più devastante che sconvolge i nostri Paesi è questa sfiducia nella democrazia rappresentativa del capitalismo, perché ne corrode l´anima più avanzata. Quella che aveva saputo affiancare gli anticorpi della solidarietà e della compassione sociale alla logica del profitto e al cinismo del potere. La seconda è che ormai l´invenzione di una democrazia alimentata da nuove idee, da nuovi progetti, da nuove regole di partecipazione, non può più spettare a degli eletti con procedure sempre più lontane dalla volontà e dai bisogni dei cittadini.
Se quell´invenzione germoglierà, questo avverrà sempre meno per il carisma personale o il talento politico di singoli personaggi ricchi e potenti, e invece sempre di più per la saggezza collettiva di cittadini che, spinti nelle piazze dai loro bisogni manifestati e condivisi «in rete», nei social network, dovranno prima deliberare come soddisfarli e da chi farsi guidare, e solo dopo andare a votare.
Questa, possiamo augurarci, sarà la democrazia del futuro, ben diversa dalla dittatura di maggioranze servili e di piccoli cortigiani, “vil razza dannata” come li chiamava il Rigoletto, che corrompono la politica inchinandosi al potere del denaro.

La Repubblica 07.10.11

Storia di ordinario squallore

Berlusconi vorrebbe chiamare il Pdl: “Forza Gnocca” e un deputato leghista dice in Aula a Lucia Codurelli del PD: “…fatti scopare”. Bindi: “Non più farsa, ma tragedia”. Finocchiaro: “Che schifo. Insieme con la Padania è questa la visione che hanno del Paese”. Mentre il Paese è dilaniato da una crisi economica profonda e radicata, con tassi di disoccupazione giovanile vertiginosi e valutazioni di agenzie di rating negative, il Parlamento italiano oggi si è rivelato un vero treatrino, dove sono entrati in scena volgarità e squallore. Il presidente del consiglio, interpellato dai giornalisti in Transatlantico, su quale potrebbe essere un nuovo nome per il Pdl ha risposto mostrando tutta l’impalcatura dentaria: “Il Popolo delle libertà non è più “nel cuore degli elettori”…mi dicono che il nome che avrebbe maggiore successo sarebbe Forza Gnocca!”.

“E’ una cosa desolante…Mi viene in mente che in queste ore stanno facendo i funerali delle cinque donne morte a Barletta”, ha commentato lapidario e con grande amarezza il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani.

Ebbene è ormai chiaro che Berlusconi cerca di riconquistare strumentalmente il plauso dell’italiano medio, che scherza “al bar dello sport”, ma evidentemente non ha capito che lo stesso italiano non può più permettersi di ridere sulle sue battute, fatica ad arrivare a fine mese, ha problemi di mutuo, di lavoro, subisce l’assenza di uno Stato che scherza sulla sua pelle.

Berlusconi non rappresenta più la realtà del Paese che si ostina a voler “non governare”, ma interpreta imperterrito il proprio repertorio, ormai vecchio e consumato, sempre più distante dal ruolo di presidente del consiglio.

L’Art. 54 della Costituzione, continua ad essere da lui ignorato, “…i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”; la figura femminile è sempre più svilita, rappresentata unicamente da un organo del proprio corpo; l’Italia all’estero è ormai solo una barzelletta e le conseguenze anche sulla credibilità economica del Paese, sono tristemente chiare agli occhi di tutti. Cosa altro potrebbe accadere? Ma come si dice: “Al peggio, non vi è mai fine”. Sempre oggi, stessa location – il Parlamento italiano – un deputato della Lega, rivolto a Lucia Codurelli del PD, che protestava nell’ambito di una discussione, le ha detto: “….fatti scopare”.

Lo sdegno e le profonde critiche, non hanno tardato ad arrivare, soprattutto nelle fila del Partito democratico, ma anche da alcune parlamentari della maggioranza.

“Su ‘Forza Gnocca’ con una battuta si dovrebbe dire che è l’unico partito che Berlusconi ha avuto, l’unico che non ha bisogno di fondare e l’unico che ha praticato. Ma rispondere con una battuta non ce lo possiamo permettere perchè non è più farsa ma tragedia”, ha risposto la presidente del PD, Rosy Bindi, ai giornalisti. “E’ offensivo per le donne, ma attraverso le donne colpisce la credibilità della politica, delle istituzioni e dell’Italia”.

“Dopo il partito di ‘Forza Gnocca’ adesso anche ‘Fatti scopare’ rivolto dai leghisti alla deputata del Pd Lucia Codurelli. C’è veramente poco da ridere”, ha commentato con indignazione, Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo del PD al Senato. “Questa maggioranza, anche nell’atteggiamento verso le donne fa schifo. Queste, come quella sulla Padania, non sono solo battute, ma lo specchio della visione del Paese che hanno il premier e la sua coalizione: arretrata, volgare, squallida. Senza prospettive di futuro. Abbraccio Lucia Codurelli – ha aggiunto – è davvero mortificante sentire queste parole in un’Aula parlamentare”.

Il vicepresidente dei senatori del PD Luigi Zanda, rispetto a questi volgari accadimenti, ha considerato che proprio “l’inciviltà verbale e dei comportamenti del presidente del Consiglio è una delle principali cause dell’involgarimento galoppante della società italiana. Mi stupisce, e molto, che le tante persone perbene che militano nel Pdl, consentano che il loro partito venga sbeffeggiato con tanta volgarità dal loro stesso presidente, che non perde occasione di esibire una concezione inaccettabile della donna”. Ha ammonito Zanda: “Il Pdl deve trovare la forza di reagirea questa ennesima umiliazione e prendere pubblicamente le distanze da simili volgarità”.

“La volgarità di Berlusconi è senza limiti e oltre la decenza. Denunciarlo non è moralismo ma rispetto per la politica e per il Paese”. Ha sottolineato la senatrice del PD Vittoria Franco, che ha aggiunto che “le dichiarazioni di oggi sono il frutto di uno stato patologico, a ulteriore dimostrazione che Silvio Berlusconi non può più ricoprire il ruolo di Premier in un momento di grave emergenza per l’Italia. Credo che da parole in libertà come quelle di oggi, emerga chiaramente che il Premier non ha più cartucce a disposizione, è alla fine”.

“I tanti parlamentari seri del Pdl e della Lega come possono continuare a sostenere un governo presieduto da un uomo senza limiti che, nel giorno dei funerali di cinque donne, lavoratrici in nero per quattro euro l’ora, arriva allo squallore morale di proporre per il suo partito il nome di “Forza gnocca”? ha dichiarato con sdegno Stefano Fassina, responsabile Economia del Partito democratico. “Il problema dell’Italia – ha concluso Fassina – non è solo il Cavalier Berlusconi, il problema è questa classe dirigente che ancora lo sostiene e che si sta assumendo responsabilità gravissime”.

“E’ uno schiaffo in faccia agli italiani e la dimostrazione che quest’uomo sta portando il Paese a fondo”, ha rimarcato Antonio Misiani, deputato e Tesoriere del Partito Democratico.

Quest’uomo, questa maggioranza, questo governo, non ci rappresentano più.

Anto.Pro.

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Voi il buio del presente, Noi la luce del Futuro

7 ottobre– Mobilitazione nazionale studentesca. La piattaforma della Federazione degli Studenti. “Incarniamo la speranza, lavoriamo all’alternativa”. Tre anni fa, da facili profeti, urlavamo ad un governo sordo che la crisi finanziaria avrebbe scardinato tutte quelle convinzioni arrugginite e bugiarde sulla stabilità della geopolitica mondiale e avrebbe avuto soffocanti ripercussioni nel nostro paese, già in grave bisogno di riforme per l’occupazione e la formazione. La religione imperante però imponeva, e impone tutt’oggi, ben altro. La politica doveva mantenersi subalterna alle logiche della finanza e delle grandi reti speculative mondiali.

Nel 2008 ci trovavamo a subire esclusivamente colpi di coda di mercati impazziti, oggi assistiamo al commissariamento di interi stati dalla Banca centrale europea, dal fondo monetario internazionale e dalle agenzie di rating, e se solo pochi mesi fa nessuno riteneva plausibile il default di uno stato membro della zona euro, oggi la BCE dichiara possibile un fallimento controllato della Grecia, vessata dagli incessanti bollettini interessati delle Agenzie di Rating.

Da questo quadro confuso e precario, che le destre europee hanno contribuito a disegnare dagli anni ottanta ad oggi, non si possono più estrapolare soluzioni con le stesse ricette che ci hanno portato fin qui, pretendendo credibilità e rigore, a scapito di giustizia sociale, crescita e futuro.

Il Governo da 5 in condotta

In tutto ciò il nostro governo, di nota peculiarità, nel frattempo millantava stabilità e tenuta sociale, mentre oggi le foto e i video delle piazze calde delle nostre città, i licenziamenti orizzontali, le migrazioni all’estero di centinaia di piccole, medie e grandi imprese, denunciavano quanto scientemente sbagliata e pericolosa fosse la loro analisi.

Nel 2008 come negli anni a seguire scottavamo il dazio di un esecutivo interessato a promuovere politiche privatistiche, elitarie, giudiziarie, populiste e antidemocratiche; un governo che strizzava l’occhio ai mercati e all’alta finanza, dividendo i sindacati, abbandonando gli studenti e licenziando dalla storia un’intera generazione, condannata ai margini del proprio paese.

Nel frattempo la stessa maggioranza e lo stesso esecutivo hanno cambiato numeri, facce, pesi, diventando così deboli da non riuscire neanche a scrivere una finanziaria valida per due o tre giorni, privi di credibilità, mancanti ai propri impegni al punto da vederci interamente commissariati dalla Banca Centrale Europea, motivo che deve spingerci ad una seria riflessione su quanto la politica dell’UE stia giocando un ruolo marginale, anziché omogeneamente attivo nei fenomeni internazionali in campo, a favore di una banca e abdicando ai propri valori.

Il nostro ruolo. Per non rimanere in eterno adolescenti

Noi studenti dobbiamo essere capaci di raccontare un’altra storia, di raccogliere l’invito all’unità dello Sciopero Generale del 6 Settembre, portando avanti le vittorie ottenute in primavera con il referendum. Vogliamo un effettivo diritto di cittadinanza nell’elaborazione dell’alternativa democratica, politica e culturale, capace di raccogliere le richieste di un fronte di disagio ampio, sfilacciato e allo stremo; vogliamo armonizzare il frastuono di questo passaggio cruciale della storia, dando obiettivi politici al movimento per disinnescare l’esasperazione della violenza, rivendicando allo stesso tempo il valore di stare nelle piazze.

Abbiamo chiaro quanto la politica dei tagli, dell’austerità, della meritocrazia e della gerarchizzazione dei saperi abbiano messo in ginocchio la scuola, l’università e la ricerca nel nostro paese.

L’abbandono scolastico aumenta; un istituto su tre è a rischio; abbiamo un tasso di disoccupazione altissimo nelle giovani generazioni mentre i nostri laureati sono di meno rispetto agli altri paesi dell’unione europea; in media solo il 30% del bagaglio culturale di un ragazzo è appreso all’interno della scuola; il diritto allo studio non è sostanzialmente garantito in termini di emancipazione culturale e sociale, di trasporti, di accesso ai luoghi del sapere del nostro paese.

Eppure da Viale Trastevere il Ministro Gelmini si accontenta dell’aumento del numero dei bocciati, del ritorno al passato verso la scuola del rigore, che esclude anziché includere, che lascia a piedi i ragazzi anziché dar loro un’altra possibilità di crescita, che chiude le porte dell’ascolto e dell’interazione, che ghettizza gli immigrati, investendo chiaramente in una lotta fra poveri, che apre le porte all’omofobia e alla volgarità della diffidenza. È medievale.

Voi il buio del presente, Noi la luce del Futuro

Il 7 Ottobre la Federazione degli Studenti, insieme a tutte le altre associazioni studentesche del nostro paese, scenderà in piazza ovunque per lanciare un appello generazionale, per chiedere alla politica di interagire con noi, senza strumentalizzazioni di sorta, per fare proprie le nostre proposte, per riscattare una generazione condannata all’adolescenza.

Vogliamo una Scuola più giusta, che non veda i propri orizzonti nell’ipocrisia del merito ma nel valore della crescita interattiva, condivisa e collettiva. Una scuola di qualità al Sud tanto quanto al Nord, in Italia tanto quanto in Nord Europa.

Crediamo che non esistano scuole di seria A o di serie B, ma anzi che proprio professionali e tecnici incarnino oggi l’esigenza vitale di “sapere e saper fare”. Riteniamo essenziale aprirsi ai cambiamenti del nuovo mondo, investendo su internet, per l’immensità del sapere che porta con sé e poiché un ragazzo deve essere capace di sfruttarla con senso critico.

La scuola non deve rinchiudersi nell’egocentrismo dell’autosufficienza e tornare ad aprirsi, ad essere palestra di cultura, di cittadinanza e formazione. Deve essere il pilastro per la società della conoscenza, in cui la cultura e la formazione al lavoro e all’essere siano garantiti tutto l’anno e tutta la vita.

È il tempo di pensare e guardare lontano, di ridare valore alla politica, non spegnendoci nel presente. Incarniamo la speranza, lavoriamo all’alternativa.

Federazione degli Studenti

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Non SIETE Stato VOI, VOGLIAMO Essere NOI A Contare!
Mobilitazione nazionale studentesca. La piattaforma della Rete degli Studenti Medi

Siamo stanchi di dover stare alla finestra, siamo stanchi di essere considerati l’ultima ruota del carro da questo Governo, ora vogliamo contare. Viviamo in un Paese in cui la disoccupazione giovanile cresce costantemente, fino a raggiungere il picco del 29 %, nonostante questo nella manovra finanziaria approvata dal governo non c’è traccia di investimenti su scuola, università e occupazione giovanile, ma si continuano a mantenere intatti gli interessi della dei soliti privilegiati a discapito del nostro futuro.

Non vogliamo cadere nel demenziale ragionamento per cui in un periodo di crisi bisogna tagliare su tutto, abbiamo visto e denunciamo già da anni come la politica di austerity attuata dai governi europei non ha portato nessun risultato, se non continui tracolli finanziari. Non accettiamo che il governo Italiano faccia della crisi un pretesto per smantellare diritti e ridurre spazi di democrazia, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nella società tutta, poiché crediamo invece che la colpa qualcuno ce l’abbia, ed è di chi questa crisi l’ha generata e mai pagata.

È chiaro che questo governo ha fallito e deve andare a casa, basta vedere come, in questi anni, è riuscito a distruggere le nostre scuole e i diritti sanciti dalla Costituzione. Da quando la Gelmini ha proposto la legge 133, nel 2008, gridiamo dalle nostre piazze, nei pochi tavoli di confronto col ministro, dalle nostre assemblee e occupazioni che 8 miliardi di euro di tagli avrebbero portato al collasso la scuola pubblica Italiana. Oggi sono passati 4 anni, avremmo voluto avere torto e invece abbiamo tristemente ragione.

Ma ovviamente la ragione non ci basta.

I tagli del ministro Gelmini pesano su chi vive la scuola, studenti famiglie e insegnanti, che non sanno più cosa inventarsi per salvare quel poco che rimane di buono fra le macerie che questo governo ci ha lasciato.

8 miliardi hanno creato una scuola per pochi, che ha perso la sua funzione sociale e le sue basi costituzionali.

Una scuola non aperta perché non tutti possono permettersi di frequentarla: contributi volontari, ripetizioni private, materiale scolastico, costo dei libri, trasporti hanno reso la scuola una spesa enorme, soprattutto per quelle famiglie che sentono il peso della crisi.

Una scuola che non può stare aperta perché non ci sono i soldi, che perde quindi il suo rapporto col territorio, le attività extracurriculari, il senso di scuola comunità, per diventare un luogo chiuso in se stesso, senza rapporti col territorio, aperto lo stretto indispensabile.

Ci lasciano vivere in delle strutture fatiscenti, un edificio su tre non è a norma, però ogni anno il ministro inventa un nuovo provvedimento populista con cui penalizzarci e punirci, l’ennesimo ostacolo che aumenta soltanto l’abbandono scolastico e che viene usato come arma punitiva per sedare il dissenso. Voto di condotta, limite di assenze, sufficienza in tutte le materie per essere ammessi agli esami, sono provvedimenti inutili, che non fanno altro che lasciare sempre più studenti indietro senza dargli i mezzi per andare avanti.

Una scuola che non ci assomiglia, che è lenta e vecchia, con programmi vetusti e tecniche di insegnamento obsolete, in cui diminuiscono le ore ma non i programmi, i cui si ha il continuo assillo di inseguire il voto, la valutazione, la chiusura del quadrimestre e la fine del programma, senza mai avere il tempo per approfondire, dibattere, imparare.

Adesso basta, siamo stufi di un governo che da i numeri, ecco da dove ripartire per la scuola che vogliamo:

DIRITTO ALLO STUDIO
Le spese a carico degli studenti e delle famiglie quest’anno hanno raggiunto cifre esorbitanti, fra il costo dei libri (in media 400 euro a studente), il costo dei trasporti, i corsi di recupero e le attività extracurriculari a pagamento, frequentare la scuola è diventato un privilegio di pochi.

In un contesto di crisi economica che ha impoverito le nostre famiglie, tolto il lavoro ai nostri genitori, dare a tutti l’opportunità di avere un’istruzione di qualità ci sembra l’unica alternativa possibile per uscire dalla crisi ed investire sul futuro. Per questo chiediamo: misure straordinarie di borse di studio per consentire a tutti di studiare e raggiungere i più alti livelli di istruzione, una legge quadro nazionale sul diritto allo studio che limiti la dispersione scolastica e faciliti l’accesso all’istruzione.

EDILIZIA SCOLASTICA
Il 40% degli edifici scolastici è stato costruito fra il 1940 e il 1974 e necessita di misure urgenti d’intervento ma non ci sono neanche i soldi per la manutenzione. Chiediamo 20 miliardi di euro per modernizzate le strutture, creare laboratori e le palestre (assenti nel 45% degli istituti) e per avere una scuola all’altezza dei nostri sogni; chiediamo che venga pubblicata l’anagrafe nazionale sull’edilizia scolastica, perché nessuno deve mai più morire sotto le macerie di una scuola!

BASTA AL FALSO MERITO
La Gelmini dice di aver creato la scuola del rigore e del merito, ma il nuovo sistema di valutazione produce distorsioni e ingiustizie e spinge molti ad abbandonare precocemente gli studi. Il voto in condotta, il nuovo sistema di accesso all’esame di stato, il limite di assenze sono solo delle operazioni demagogiche e inutili, che ci riempiono di rabbia se consideriamo quali sono i veri sistemi con cui nel nostro Paese si fa carriera: non il merito ma le raccomandazioni e i favoritismi! Diciamo basta alle storture della riforma della valutazione, della terno al lotto per accedere alle università a numero chiuso, vogliamo una valutazione non punitiva che valorizzi davvero il merito, che ci aiuti a crescere e che serva a non lasciare indietro nessuno!

VOGLIAMO UNA DIDATTICA NUOVA
Con la finta riforma della secondaria, vengono eliminate le sperimentazioni, ridotte le ore, eliminate molte materie. Questo riordino ha soltanto lasciato le scuole nel caos, cambiando tutto per non cambiare niente. Chiediamo che venga riformato il sistema con l’introduzione del biennio unitario, innalzando l’obbligo a 18 anni. Chiediamo una didattica nuova, che abbandoni il sistema delle lezioni frontali e che investa sulle nuove tecnologie. Chiediamo che venga abbandonata l’idea che gli istituti tecnici e professionali siano scuola di serie B, vogliamo invece che vengano valorizzati in un’ottica nuova, garantendo prima di tutto gli studenti lavoratori creando uno statuto degli studenti e delle studentesse in stage.

WELFARE STUDENTESCO
I tagli pesantissimi agli enti locali dell’ultima manovra economica peggiorano ancora di più le situazioni che viviamo sui nostri territori, costringendo spesso regioni, comuni e province a tagliare su diritto allo studio e welfare. Troppo spesso gli studenti vengono considerati invisibili dalle amministrazioni locali, chiediamo trasporti gratuiti e funzionanti, che si abbattano i costi per l’accesso alla cultura (cinema, librerie, biblioteche, mostre), che si creino spazi di aggregazione a disposizione degli studenti.

NO AI LICENZIAMENTI
La Gelmini dice che gli insegnati sono troppi, per questo lascia senza lavoro oltre 30000 precari, per la maggior parte nuovi insegnanti più formati di quelli attuali che rimangono alla porta. Peccato che nelle nostre scuole gli insegnanti più che essere troppi sembrano pochi, visto che non si riescono a realizzare corsi di recupero, attività alternative, o a tenere aperte le scuole al pomeriggio. Servono insegnanti preparati, per rinnovare la didattica che è ferma agli anni 30. Per questo crediamo sia necessario un serio sistema di valutazione dei docenti e delle scuole che sia indipendente dal ministero e dai presidi e che sia fatto per aumentare la qualità e far in modo che tutti abbiano le stesse opportunità.

Crediamo che questo governo stia distruggendo lo stato, con metodi impensabili in una democrazia reale e moderna, vogliamo essere noi a contare, noi che vogliamo un Paese diverso da cui non siamo costretti a fuggire, che riparta da scuola, università e ricerca, non viste come capitoli di bilancio su cui tagliare per far cassa ma come motore del cambiamento.

RETE DEGLI STUDENTI MEDI

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