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Governo, Finocchiaro: "Che schifo maggioranza tra 'gnocca' e 'fatti scopare'"

“Dopo il partito di ‘Forza Gnocca’ adesso anche ‘Fatti scopare’ rivolto dai leghisti alla deputata del Pd Lucia Codurelli. C’è veramente poco da ridere, questa maggioranza nell’atteggiamento verso le donne fa schifo. Queste, come quella sulla Padania, non sono solo battute, ma lo specchio della visione del Paese che hanno il Premier e la sua coalizione: arretrata, volgare, squallida. Senza prospettive di futuro”. Lo dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato che aggiunge, “abbraccio Lucia Codurelli: è davvero mortificante sentire queste parole in un’aula parlamentare”.

Scuola, Puglisi: “Miur al collasso”

“Rinviare concorso per dirigenti scolastici ed eliminare quesiti ideologici”. “Attendevamo e sollecitavamo ormai da tempo l’urgenza del concorso a dirigente scolastico, visto che ormai sono troppe le scuole statali italiane non governate a causa delle eccessive reggenze. Purtroppo però l’eliminazione di 976 quesiti errati dalla prova concorsuale, che certifica il collasso della struttura del ministero governato da Mariastella Gelmini, ci obbliga a chiedere un breve rinvio perché la prova si possa svolgere in condizioni di serietà, rigore e pari opportunità. Dopo la pubblicazione notturna dei test abbiamo dovuto rilevare peraltro che restano in vita ancora numerosi quesiti “d’opinione”, che attendono risposte quanto meno “ideologiche”. Come per esempio la domanda 170: la capacità di negoziare e promuovere il cambiamento all’interno della scuola dipende esclusivamente dal carisma del dirigente (risposta giusta) non dalla bontà delle relazioni tra i componenti (risposta sbagliata)! Diciamo che con il ‘leader carismatico’ abbiamo già devastato un paese … eviteremmo di riproporre la stessa amara medicina alla scuola!” .

Dichiarazione di Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale del Pd.

www.partitodemocratico.it

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Concorso per presidi, nuova figuraccia, Gelmini costretta a cancellare mille quesiti”, di Salvo Intravaia

Una prova per 42mila docenti divenuta un emblema di errori e superficialità. Anche in questo caso il ministero dell’Istruzione aveva parlato di “pochi e irrilevanti errori”, oggi sul sito la comunicazione: rimossi 975 test su 5750, quasi un su cinque. Centinaia di quiz sbagliati per la selezione di 2.386 dirigenti scolastici. E non soltanto “pochissimi e marginali refusi nelle domande del concorso per dirigenti scolastici”, come ha dichiarato lo scorso 6 settembre il ministero dell’Istruzione travolto dalle polemiche. Nel pacchetto di quasi 6 mila domande pubblicate sul sito del ministero lo scorso primo settembre ci sono quasi mille domande da eliminare. I 42 mila aspiranti presidi per settimane si sono quindi esercitati dunque su centinaia di quiz che non troveranno giorno 12 nel test di preselezione. Il perché è presto detto: molti item sono formulati in modo non chiaro o ambiguo, o più semplicemente sono errati.

Ieri sera, il ministero dell’Istruzione ha pubblicato l’atteso elenco dei test a risposta multipla da espungere prima del sorteggio dei 100 che varranno l’ammissione agli scritti. Nel corso delle scorse settimane, il blocco di 5.750 domande, dal quale saranno estratti i 100 quiz oggetto della preselezione del prossimo 12 ottobre, è stata oggetto di mille polemiche. I candidati spulciando le domande hanno trovato tantissimi errori, criticando il ministero e il governo per una selezione che alla maggior parte dei 42 mila candidati non sembra affatto idonea a selezionare dirigenti scolastici del futuro.

“Il ministero – recita la nota di ieri sera – ha provveduto ad una revisione complessiva della banca dati predisposta da una commissione esterna di esperti per la prova pre-selettiva del concorso a dirigente scolastico”. Scoprendo che “i pochi e marginali” refusi sono addirittura 975 (il 17 per cento del totale), contenuti in tre liste. Nella prima “sono compresi gli items contenenti errori o imprecisioni tali da incidere sulla correttezza delle domande e/o delle risposte”. E si tratta di delle prime 250 domande da scartare.

“Nel secondo – prosegue la nota – sono presenti, invece, tutti quegli items con formulazioni che potrebbero in qualche modo indurre in errore i candidati o presentare problemi interpretativi o refusi, che l’Amministrazione ha ritenuto comunque opportuno escludere dall’estrazione”. Altre 599 domande. E, infine, “per le lingue straniere, sono stati eliminati, a maggior garanzia dell’interpretazione degli stessi, anche i quesiti contenenti errori tipografici”. In tutto, altre 126 domande. Tra i candidati il senso di confusione e disorientamento per una selezione già nata sotto i peggiori auspici è ormai totale.

“Chi supererà i test – spiega Marina, una candidata che preferisce restare anonima – si potrà vantare di sapere gestire meglio di altri lo stress, di godere di una buona dose di fortuna e di una buona memoria”. E le qualità del dirigente scolastico? “Chi non supererà il test – continua Marina – non sarà meno preparato degli altri, né meno adatto a fare il dirigente scolastico”. Insomma, la solita lotteria all’italiana. In effetti, conoscere la risposta ad alcune domande non sembra essenziale per diventare capo d’istituto. Possono diventare dirigenti scolastici i professori che non sappiano se “possono contrarre matrimonio tra loro le persone delle quali l’una è stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra”? (domanda 359 della terza area). O senza conoscere quanti condomini devono abitare in un edificio per avere il Regolamento di condominio? (domanda 323). Ma la cosa che lascia ancora perplessi è che tra le domande escluse ci sarebbe anche la numero 710 della quinta area, che però ne contava 709.

Anche le modalità si espletamento del concorso sembrano cervellotiche. Ogni candidato avrà sul tavolo un librone con tutte le 4 mila e 750 domande rimanenti, un foglio a lettura ottica per segnare le risposte e un altro foglio con i numeri delle 100 domande da andarsi a cercare sfogliando il librone. In un minuto (per rispondere alle 100 domande avranno a disposizione 100 minuti) occorre andarsi cercare la domanda, leggere e interpretare il testo e infine rispondere correttamente evitando segni di riconoscimento o sbavature che potrebbero annullare la prova.

E comunque per il ministero si tratta di questioni “irrilevanti”. Come i neutrini, come le minori bocciature occultate.

www.repubblica.it

"Pochi figli, è in gioco il futuro", di Roberto Monteforte

Lo chiama il «suicidio demografico» il cardinale Angelo Bagnasco. Per il presidente del Progetto Culturale, cardinale Camillo Ruini si tratta di un «circolo vizioso involutivo da cui il Paese non sembra ancora in grado di uscire». È l’Italia che invecchia inesorabilmente. Non solo perché aumenta l’aspettativa di vita, ma proprio perché con quel tasso dell’1,4 di natalità siamo con il Giappone, fanalino di coda dei paesi industrializzati. Non si fanno figli e così non vi è un gran futuro all’orizzonte. Siamo una società vecchia, che senza ricambi vitali si fa sempre più povera. Non solo in senso economico, ma anche progettuale e culturale. Quando «si interrompe la catena generativa e si blocca il circuito della testimonianza tra le generazioni» si ha di fronte una società più povera e isterilita» osserva il presidente della Cei.
La Chiesa, alla domanda sul perché del calo delle nascite, risponde mettendo sotto accusa il modello «più consumo e meno figli». Non è così che si affronta l’emergenza economica. Non è certo colpa di chi vive la precarietà del quotidiano. Occorre mutare prospettiva e priorità. Puntare sulla famiglia e sul patto generazionale, quardando al futuro e contrastando la «cultura nichilista» e iperindividualista che in questi anni ha «decostruito» la società. E che ha pure fallito.
Bagnasco che torna a invocare una svolta per invertire quel declino del paese di cui è sintomo il calo demografico, esprime una critica netta ai modelli culturali proposti e perseguiti. Non si ferma alla denuncia. Con il «Rapporto-proposta» Il cambiamento demografico la Cei avanza analisi e proposte avvalendosi del contributo di esperti. Chiede di cambiare passo. Non è accettabile «aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, quando si prosciugherà il destino di un popolo». Questa volta la Chiesa non si ferma alla difesa dei valori «non negoziabili». Con l’emergenza denatalità pone all’agenda del paese il tema del suo futuro.

l’Unità 6.10.11

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Il Rapporto della Cei: «Il problema non è il mercato: senza figli l’Italia implode», di Jolanda Bufalini

Nel 2050 la popolazione sotto i 60 anni sarà di 6 milioni e mezzo in meno «Altro che consumi, la crisi comincia dal calo demografico». I vescovi: «Si calcola che nel 2050 la popolazione italiana sotto i 60 anni sarà di 6 milioni e mezzo di individui in meno mentre la popolazione sopra i 60 anni conterà 9 milioni in più».

Ha cambiato per una sera aspetto il saloncino della casa editrice Laterza, via il gigantesco tavolo attorno al quale negli incontri seminariali si accendono discussioni roventi, spesso fra esponenti dell’intellighenzia laica e cattolica, al suo posto una platea di sedie e molti clergymen. Al tavolo degli oratori il cardinale Bagnasco e il cardinale Ruini per presentare «Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia» a cura del comitato per il progetto culturale della Cei, di cui Camillo Ruini è presidente. Fu proprio Sua Eminenza a prendere contatto, attraverso lo storico Andrea Riccardi, con Giuseppe Laterza. Con l’intento di dare veste laica alle ricerche sociali promosse dai vescovi. Il volume sul declino demografico dell’Italia è il secondo, del 2010 è «la sfida educativa». Veste laica ma senza il contraddittorio che è, invece, costume della Casa editrice. E qualcuno, nella bacheca verde dell’ingresso, ha appeso un brano di don Milani, dalle Esperienze pastorali: «Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero … mi sono attirato un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di passione del mio popolo».
Contraddittorio o no, il rapporto che analizza andamento, nodi critici e fa proposte pratiche per invertire il trend negativo del crollo della natalità in Italia, pone a tutta la società un problema gigantesco enucleato da uno dei demografi che ha partecipato alla ricerca, Antonio Golini. «Si calcola che nel 2050 la popolazione italiana sotto i 60 anni sarà di 6 milioni e mezzo di individui in meno mentre la popolazione sopra i 60 anni conterà 9 milioni in più» mentre in altre parti del mondo avviene il contrario, «un paese con troppi figli – dice Golini – esplode, e in Africa ci saranno fra poco tre miliardi e mezzo di abitanti. Ma un paese con pochi figli implode».
PIRAMIDE ROVESCIATA
Ancora più impressionante è l’immagine di piramide rovesciata di quel 1,4 di bambini nati che si troveranno sulle spalle due genitori e quattro nonni: l’allungamento della vita è una grande conquista ma, dice un altro dei curatori del volume, Carlo Blangiardo, ma «ha delle controindicazioni» perché le risorse del welfare sono assorbite da pensioni e cura degli anziani. «Si deve rompere il tabù – sostiene Golini – dell’età pensionabile».
Gli studiosi cattolici rappresentano così un cane che si morde la coda: «Il 21 per cento di giovani maschi e il 20 di giovani donne sopra i trenta anni vivono con i genitori e, per il 20 per cento di costoro va bene così». Niente responsabilità, niente famiglia, niente figli. È una dimensione che il cardinal Bagnasco chiama pirandellianamente «solipsitica», sollecitando un mutamento culturale: «La nostra cultura fa vedere i figli come un peso … L’ideologia dell’autosufficienza occulta la bellezza della reciprocità». E che, sostiene Blangiardo, «non è controbilanciata dall’immigrazione, perché anche la popolazione immigrata tende a conformarsi ai costumi dominanti e la natalità, di anno in anno tende a diminuire anche fra gli immigrati, che, oltretutto, non possono contare sul sostegno familiare». Il quadro catastrofico ha qualche luce, per esempio nel fatto che, a fronte della media di 1,4 figli, il desiderio di maternità si attesta su due figli. E su questo desiderio, dicono demografi e prelati, si dovrebbe agire. In Italia nascono 600.000 bambini, il pareggio con la situazione attuale sarebbe a 750.000. Fra i 150.000 mancanti gli studiosi calcolano anche i «non nati», gli aborti volontari. Non si sa, però, quanti fossero gli aborti clandestini prima della legge 194.
Quando si passa dall’analisi alle ricette, il centro del ragionamento è il sostegno alla famiglia. Il professor Francesco D’Agostino vorrebbe affiancare al «gender away streaming» delle Nazioni Unite in favore dell’emancipazione delle donne un «family away streaming», anche perché le politiche individualiste «non hanno portato buoni frutti in realtà come la Svezia, dove si sono moltiplicate le ragazze madri«. Diverso sembra l’impianto di ragionamento di Golini che è l’unico fra gli oratori ad usare le parole «libertà» e «donne». Ma, al di là dei diversi punti di vista, le richieste rivolte alla politica – spesso troppo miope perché troppo legata ai tornaconti elettorali sottolineano il carattere laico. «Politiche pubbliche», dice il cardinale Ruini e, escludendo in modo netto “ogni coercizione”, chiede che : «Si rimuovano le cause economico sociali» che spingono all’interruzione di gravidanza. E poi, Blangiardo fa riferimento all’ esempio della Francia, politiche tariffarie, politiche abitative, asili nido, conciliazione dei tempi di lavoro e quelli della famiglia. Laicamente.

L’Unità 06.10.11

"Un'indagine parlamentare", di Teresa Bellanova

Maria Cinquepalmi, di 14 anni, uscita un’ora prima da scuola e vittima, dunque, di una sciagurata fatalità, e Matilde Doronzo, 32 anni, Giovanna Sardaro, 30 anni, Antonella Zaza, 36 anni, Tina Ceci, 37 anni, donne morte per meno di 4 euro all’ora, vittime della spirale al ribasso della competizione globale. Pronunciamoli a voce alta i loro nomi perché non li troveremo mai nelle rivendicazioni di chi esce da Confindustria per protesta o nelle lettere della Bce, sono i nomi di quelle persone che non si potranno mai permettere di acquistare pagine di giornali per urlare il proprio «sdegno». Ma sono nomi di quelle persone per le quali l’intera collettività, politica e sociale, dovrebbe reagire con rigore pretendendo che tali sciagure non si ripetano. Mai più. Sono i nomi di lavoratrici che, così come tutte le 12 dipendenti di quel laboratorio e milioni ancora di altre operaie in Bangladesh, Thailandia, India, Cina, Nord Africa, Centro America e ancora altri miliardi di lavoratrici e lavoratori in tutto il mondo, sono costrette ogni giorno letteralmente ad ammazzarsi di fatica otto, dodici ore e spesso anche più, per quattro soldi e senza diritti, per sopravvivere, per affrontare le primarie necessità di vita e provare ad offrire un futuro migliore ai propri figli. Maria, Matilde, Giovanna, Antonella e Tina, sono allora vittime della distrazione di troppi, perché troppi sono coloro che continuano a guardare il dito mentre la luna si sta drammaticamente spegnendo. E il risultato, che grida vergogna, è che pagano sempre e ancora i più bisognosi. Proprio per questo le tragedie sui luoghi di lavoro sono un drammatico ed eloquente indicatore di diseguaglianza sociale che il silenzio e l’inazione delle istituzioni non possono consentire. E allora perseguiamole fino in fondo le responsabilità della loro morte,ma tutte le responsabilità. Da chi poteva e doveva impedire
che quella palazzina crollasse, a chi poteva e doveva impedire che un laboratorio operasse in quel sottoscala, a chi poteva e doveva impedire che quelle donne lavorassero sottopagate, senza diritti e senza sicurezza in quel laboratorio. Ma accertiamo anche le responsabilità di chi quel sottolavoro lo commissiona, per portare poi il prodotto del «façonismo» da sottoscala nelle vie del lusso, magari nascondendosi dietro la maschera di un ipocrita codice di condotta cinicamente redatto come esercizio di pubbliche relazioni e conveniente pubblicità-mercato. Ed accertiamo e perseguiamo anche le responsabilità di chi ha costruito e continua ad alimentare un mondo in cui la quantità di attivi finanziari, prodotta tanto sui mercati ufficiali quanto in quelli «da sportello
», moltiplica di svariate volte l’intero Pil mondiale. Un mondo in cui la ricchezza non viene determinata dalla
quantità e qualità del lavoro, ma dalla capacità di cavalcare le impressionanti onde dei flussi di denaro virtuale che viaggiano su canali esclusivamente informatici. Una valanga di bit finanziari che lunedì si è abbattuta su Maria, Matilde, Giovanna, Antonella e Tina.
È improrogabile l’avvio di un’indagine conoscitiva parlamentare sul contoterzismo nel nostro Paese, poiché vi è la necessità di monitorare tutta la catena del «valore». È compito, dunque, delle Istituzioni tutte e della comunità quello di affermare, in questo paese, una cultura della legalità che deve inderogabilmente interessare tutti i livelli della produzione, dalle piccole fabbriche sino alle vetrine dei più lussuosi negozi.

L’Unità 06.10.11

"Barletta si veste a lutto Fiori bianchi e rosa per le vittime del crollo", di Mariagrazia Gerina

«Le donne reggono il mondo», aveva scritto (su facebook), pochi giorni prima di morire, Antonella. E invece a loro quel mondo pieno di crepe, fatto di magliette da cucire per quattro euro l’ora in uno scantinato, è crollato addosso dischianto. E tra le macerie, ora, si alternano la pietà e la rabbia. Un bigliettino, dei fiori. Le lacrime e
l’ultima parola scritta a penna: «Addio». Addio ad Antonella: Antonella Zaza, 36 anni e una figlia già diciottenne. Addio a Giovanna Sardaro, trent’anni, che nella foto sua più recente stringe al petto una bambina di quattro anni, sua figlia. Addio a Matilde Doronzo, 32 anni, timida e triste in quello scantinato. Addio a Tina Ceci, 37 anni, la più “anziana” del gruppo. E addio anche a Maria Cinquepalmi, 14 anni, figlia del “principale”, Salvio, che su quel mondo si era appena affacciata. Chi piange una madre, chi la figlia, chi la compagna. Operaie, precarie, tessitrici. Donne che lavoravano in nero. Perché c’era la famiglia da mandare avanti. Perché non c’era altro, se non quello per campare. Barletta oggi si ferma per dare loro sepoltura. Ma è l’Italia intera che si dovrebbe fermare, di fronte a quelle esistenze spezzate. I calcinacci di quella palazzina sono le macerie di un paese che non sa difendere né il lavoro né la vita. Per questo oggi, Susanna Camusso, da segretario della Cgil, sarà a Barletta. Per questo ci saranno le donne di Senon ora quando. Con un mazzo di rose bianche e rosa. «Ci saremo per rispetto», suggerisce Valeria Fedeli, sindacalista della Fictem Cgil, ma anche “socia” fondatrice di Snoq: «E in silenzio, di fronte al boato che ha ucciso quelle giovani operaie, perché è la forza e la dignità di Antonella e delle altre, che ora che deve parlare al paese». Quella «morte annunciata» grida più dell’urlo che hanno lanciato loro nelle piazze di tutta Italia, a febbraio. «Cinque donne del sud sono morte perché lavoravano in nero in uno scantinato senza sicurezza», gridano quelle vite spezzate. «Vogliamo che la qualità del lavoro delle donne sia la stessa che c’è negli altri paesi d’Europa», fanno loro eco le donne di Snoq: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: ogni giorno uomini e donne nel nostro paese muoiono mentre lavorano, nel silenzio di troppi». Un nesso tragico quello che lega la Costituzione alla realtà che a Barletta oggi, ancora una volta, si piange. «E certo che il nostro dolore è anche per quel padre», il proprietario del piccolo maglificio di via Roma, che nel crollo, «ha perso sua figlia,male condizioni in cui lavoravano quelle donne è inaccettabile e dobbiamo dirlo forte», dice Luisa Rizzitelli, giovane Snoq cresciuta a cinquanta metri
da quella palazzina, «È una vergogna nazionale che si possa morire per un lavoro malpagato, in condizioni di legalità e di sicurezza inaccettabili per un paese che sidefinsice civile», scandiscono Roberta Agostini, responsabile donne, e Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. Anche loro oggi saranno a Barletta, per i funerali di quelle giovani operaie. A celebrarli sarà l’arcivescovo Giovan battista Pichierri, alle 15,30 in piazza Aldo Moro. In una città listata a lutto. Negozi chiusi, saracinesche abbassate (le scuole invece resteranno aperte). Barletta piange le sue operaie morte. Come la Chicago dell’8 marzo, all’inizio Novecento. «Sono loro le nostre nuove eroine», suggerisce Vittoria Franco (Pd), «la loro tragedia purtroppo è simbolica di quanto sta accadendo alle lavoratrici italiane in questo momento di grande crisi». Per questo Beppe Giulietti chiede che la Rai trasmetta quella cerimonia, religiosa e civile, in diretta. Mentre il vicepresidente e della Commissione d’inchiesta sugli incidenti e le morti sul lavoro Paolo Nerozzi (Pd) chiede che il ministro del lavoro Maurizio Sacconi «venga la più presto in Senato per riferire sulle cause che hanno portato al crollo dello stabile di Barletta e alla morte della quattro operaie e della bambina». Il Cnr fa sapere che sta studiando come ascoltare i palazzi, per prevenire altri crolli, anche le crepe hanno una voce. E la voce di Antonella e delle altre questo paese quando comincerà ad ascoltarla?

L’Unità 06.10.11

"Il Paese che spreca giovani e donne", di Stefano Lepri

L’ Italia scoraggia le intelligenze, perché ha meno laureati degli altri Paesi avanzati, continua a produrne di meno, e non riesce nemmeno a dare un lavoro adeguato a tutti quanti, tanto che spesso i più brillanti vanno all’estero. L’Italia spreca energie di donne, perché troppe non lavorano rispetto agli altri Paesi avanzati; spreca le energie di molti giovani, costretti a lunghi anni di precariato con paghe magre e scarse prospettive di carriera . L’Italia sottoutilizza gli immigrati mentre ne sfrutta il lavoro, perché è incapace di offrirgli una prospettiva credibile di inserimento; sottoutilizza gli italiani del Sud, dove la malavita scoraggia l’impresa legale e protegge il lavoro nero. Così, guardando alle persone, si può riassumere la malattia di un Paese la cui economia non cresce perché non aumenta la produttività. In concreto vuol dire che continuiamo a perdere tempo prezioso per fare cose molto semplici, che non ci impegniamo di più nel lavoro perché non ne vediamo il vantaggio; che l’azienda non si rinnova perché tanto fa profitti lo stesso avendo pochi concorrenti o perché anche con guadagni in calo preferisce restare piccola (nel timore di nuovi obblighi burocratici oppure allo scopo di conservare il controllo familiare). E’ una sfida difficile per un Paese il cui sistema manifatturiero, pur ancora forte (settimo nel mondo, secondo in Europa) produce soprattutto merci che anche i Paesi emergenti sono capaci di fabbricare. Ma forse è arrivato al capolinea il «modello italiano» dell’arte di arrangiarsi, leggi malfatte ma che si eludono, molta fantasia e poco studio, ingegnose trovate e consegne in ritardo, buon design e qualità così così. Ci sono inefficienze a cui ci abituiamo senza nemmeno percepirne più il peso: una molto irritante per le imprese straniere è che occorrano anni per riavere i soldi da chi ha pagato con un assegno a vuoto.

In tutto questo, da circa vent’anni l’azione pubblica è impacciata da difficoltà finanziarie. Non ci siamo mai davvero ripresi dalla botta del 1992, quando il vecchio sistema politico aveva portato – era proprio l’inizio di ottobre – lo Stato sull’orlo della bancarotta. Nei primi anni successivi un passo lento dell’economia era scontato, a causa dei sacrifici necessari per rimettere in ordine i bilanci pubblici e riguadagnare competitività. Mentre già una parte del Paese recalcitrava, divenne urgenti altri sforzi, per essere ammessi nell’euro all’esame del 1998; e il centro-sinistra li fece soprattutto alzando le tasse. Cosicché nel 2001, non vedendosi ancora i risultati dello stringere la cinghia, la maggioranza degli italiani votò per chi prometteva un’altra cura, il rilancio con meno tasse e con liberalizzazioni. L’ultimo decennio anziché il «nuovo miracolo economico» hanno portato il declino. Il centro-destra al potere preferì aumentare le spese, sperando di consolidare ancor più il suo consenso; invece di liberalizzare, nel 2002 cercò perfino, senza riuscirci, di rinazionalizzare in parte le banche. I più alti deficit di bilancio non ebbero alcun effetto sullo sviluppo. A una crescita molto bassa, anzi zero se si guarda al reddito disponibile per persona, c’eravamo già arrivati prima della crisi mondiale iniziata nel 2007. Il carico fiscale è rimasto pressoché invariato, e crescerà forse a un nuovo record storico nei prossimi due o tre anni. Rimediare non è semplice.

In molti casi si tratta di leggi sbagliate, che però nessuna maggioranza politica ha voluto, o ha potuto se in qualche sua parte voleva, cambiare. Le «riforme che non costano», benvenute ora che i soldi mancano, non si fanno perché si teme che costino voti. Non costa, anzi riduce le spese, ritardare l’età di pensione, ma è sommamente impopolare. Non costa, anzi riduce il debito, privatizzare le aziende pubbliche, ma al potere di influenzarle i politici non vogliono rinunciare. Intanto i cittadini paiono diffidare di ogni ricetta che richieda sacrifici oggi per stare meglio domani. Per riguadagnare la fiducia esterna, quella dei mercati, occorre in primo luogo ripristinare la fiducia interna.

La Stampa 06.10.11

"Siate affamati. Siate folli", di Steve Jobs

Steve Jobs ai neolaureati di Stanford, 14 giugno 2005. “Il vostro dovere è non accontentarvi e pensare l’impossibile”. Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina ad una laurea, per me.
Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie.

La prima storia parla di unire i puntini.

Ho smesso di frequentare il Reed College dopo i primi 6 mesi, ma gli sono rimasto attorno per altri 18 mesi prima di lasciarlo definitivamente. Perchè lo feci?

Tutto cominciò prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studente universitaria nubile e decise di darmi in adozione. Sentiva nel suo cuore che io dovessi essere adottato da un laureato, così venne preparata la mia adozione, alla nascita, per un avvocato e sua moglie.

Solo quando vidi la luce questi decisero all’ultimo momento di desiderare una bambina. Quindi i miei genitori, che erano in lista d’attesa, vennero chiamati nel mezzo della notte da una voce che chiedeva: “Abbiamo un bambino indesiderato, lo volete?” Essi dissero: “Certo”. Mia madre biologica scoprì in seguito che mia madre non si era mai laureata a che mio padre non aveva neanche il diploma di scuola superiore. Rifiutò di firmare i documenti per l’adozione. Accettò, riluttante, solo qualche mese dopo quando i miei genitori promisero che un giorno sarei andato all’università.

17 anni dopo andai all’università. Ma ingenuamente scelsi un istituto universitario costoso quanto Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori lavoratori furono spessi per la retta. Dopo sei mesi non riuscivo a vederne l’utilità. Non avevo idea di cosa fare nella vita e nessun indizio su come l’università avrebbe potuto aiutarmi a capirlo. Così spesi tutti i soldi che i miei genitori avevano risparmiato in un’intera vita di lavoro. Decisi di non seguire il piano degli studi obbligatorio, confidando nel fatto che tutto si sarebbe sistemato. Ero molto spaventato da quella decisione, ma col senno di poi, sarebbe stata una delle migliori decisioni che avessi mai preso. Nel momento in cui scelsi un piano di studio personalizzato avevo la possibilità di ignorare le lezioni che non mi interessavano e di scegliere quelle che mi apparivano più interessanti.

Non era per niente romantico. Non avevo una stanza al dormitorio, così dormivo sul pavimento in stanze di amici. Restituivo i vuoti di cocacola per i 5 centesimi di deposito, ci compravo da mangiare, e mi facevo più di 10 kilometri a piedi attraverso la città, ogni domenica notte, per avere un pasto a settimana al tempio Hare Krishna. Che bello. Tutto quello in cui inciampai semplicemente seguendo la mia curiosità ed il mio intuito si rivelarono in seguito di valore inestimabile.

Per esempio:

il Reed College all’epoca offriva quello che era probabilmente il miglior corso di calligrafia del paese. In tutto il campus, ogni manifesto, ogni etichetta su ogni cassetto, era meravigliosamente scritto a mano. Decisi di prendere lezioni di calligrafia. Appresi la differenza tra i tipi di caratteri con grazie e senza grazie. Imparai l’importanza della variazione dello spazio tra combinazioni diverse di caratteri. Mi insegnarono quali elementi fanno della tipografia, una grande tipografia. Era affascinante: si trattava di storia, bellezza ed arte come la scienza non può catturare.

Niente di tutto ciò aveva la benchè mnima speranza di una qualunque applicazione nella mia vita. Ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, tutto mi tornò utile. E lo mettemo interamente nel Mac. Era il primo computer che curasse la tipografia. Se non avessi mai scelto quel corso, al college, il Mac non avrebbe mai avuto font proporzionali e font a larghezza fissa. E siccome Windows ha copiato il Mac, è probabile che nessun computer li avrebbe avuti. Se non avessi scelto di interrompere il piano degli studi obbligatorio non avrei scelto quel corso di calligrafia ed i personal computer avrebbero potuto non avere la stupenda tipografia che hanno. Era ovviamente impossibile unire i puntini guardando al futuro mentre ero al college e capire in cosa si sarebbe concretizzat. Ma la realizzazione era estremamenta chiara, guardardando alle spalle, dieci anni dopo.

Ve lo ripeto, non puoi unire i puntini guardando al futuro, puoi connetterli in un disegno, solo se guardi al passato. Dovete quindi avere fiducia nel fatto che i puntini si connetteranno, in qualche modo, nel vostro futuro. Dovete avere fede in qualcosa – il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, quello che sia. Questo approccio non mi ha mai deluso e ha fatto tutta la differenza nella mia vita.

La seconda storia parla d’amore e di perdita.

Sono stato fortunato – ho scoperto quello che amavo fare molto presto. Woz ed io fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo vent’anni. Lavorammo duro, e in 10 anni la Apple crebbe dai due che eravamo in un garage ad una società da 2 miliardi di dollari con più di 4000 impiegati.

Avevamo appena creato il nostro miglior prodotto – il Macintosh – un anno prima, e io avevo appena compiuto 30 anni. E fui licenziato. Come si fa ad essere licenziata dalla compagnia che hai fondato? Beh, non appena la Apple si espanse assumemmo qualcuno che pensavo fosse molto capace nel gestire l’aziende con me, e per il primo anno le cose andarono bene.

Ma la nostra visione del futuro cominciò a divergere e alla fine decidemmo di rompere. Quando ci fu la rottura i nostri dirigenti decisero di stare dalla sua parte. Così, a trent’anni, ero fuori. E molto pubblicamente. Il centro della mia vita da adulto era completamente andato, sparito, è stato devastante.

Non ho saputo che pesci pigliare per un po’ di mesi. Sentivo di aver deluso la precedente generazione di imprenditori per aver mollato la presa. Incontrai David Packard e Bob Noyce per cercare di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Fu un fallimento pubblico, pensai addirittura di andarmene. Ma qualcosa, lentamente, si faceva luce in me. Amavo ancora quello che avevo realizzato. L’inaspettato e repentino cambiamento alla Apple non avevano cambiato quello che provavo, neanche un poco. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Quindi decisi di ricominciare.

All’epoca non me ne accorsi, ma il mio licenziamento dalla Apple fu la cosa migliore che poteva capitarmi. Il peso del successo fu rimpiazzato dall’illuminazione di essere un principiante ancora una volta, con molta meno sicurezza su tutto. Questo mi liberò e mi consentì di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi, fondai una società di nome NeXT, un’altra di nome Pixar, a mi innamorai di una meravigliosa donna che sarebbe poi diventata mia moglie.

Pixar finì per creare il primo film animato al computer della storia, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione più famoso al mondo. Apple, con una mossa notevole, acquisì NeXT, io tornai ad Apple, e la tecnologia che sviluppo con NeXT è oggi nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Laurene ed io abbiamo una stupenda famiglia.

Sono sicurissimo che niente di tutto ciò sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stato un boccone amarissimo da buttar giù, ma era la medicina di cui avevo bisogno. A volte la vita ti colpisce in testa come un mattone. Non perdete la fede. Sono convinto del fatto che l’unica cosa che mi ha consentito di proseguire sia stato l’amore che provavo per quello che facevo. dovete trovare ciò che amate. E’ questo è tanto vero per il vostro lavoro quanto per chi vi ama. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti e quello di fare quello che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore e quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete. E, come nelle migliori relazioni, diventerà sempre migliore al passare degli anni. Quindi, continuate a cercarlo fino a quando non l’avrete trovato. Non fermatevi.

La terza storia parla di morte.

Quando avevo 17 anni, lessi un brano che diceva più o meno: “se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi lo sarà veramente”. Rimasi impresso, e da allora, per gli ultimi 33 anni, ho guardato nello specchio ogni mattina e mi sono chiesto:”se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei veramente fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta che la risposta fosse “No” per troppi giorni di seguito sapevo di aver bisogno di cambiare qualcosa.

Ricordare che morirò presto è lo strumento più importante che mi ha consentito di fare le scelte più grandi della mia vita. Perchè praticamente tutto – tutte le aspettative, l’orgoglio, le paure di fallire – tutte queste cose semplicemente svaniscono di fronte alla morte, lasciandoci con quello che è veramente importante.

Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore.

Circa un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto una TAC alle 7:30 del mattino e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava sicuramente di un tipo di cancro incurabile, e che avrei avuto un’aspettativa di vita non superiore ai 3-6 mesi. Il mio dottore mi consigliò di andare a casa e di sistemare le mie cose, che è il messaggio in codice dei dottori per dirti di prepararti a morire. Significa che devi provare a dire ai tuoi bambini ogni cosa che pensavi di dirgli nei prossimi dieci anni, in pochi mesi. Significa che devi assicurarti che ogni cosa sia a posto così che sarà la più facile possibile per la tua famiglia. Significa che devi dire addio.

Ho vissuto con quella diagnosi tutto il giorno. Più tardi, nel pomeriggio, mi è stata fatta una biopsia. Mi hanno infilato un endoscopio nella gola che è passato per il mio stomaco ed il mio intestino. hanno messo un ago nel mio pancreas e hanno prelevato alcune cellule dal tumore. Ero sotto sedativi, ma mia moglie, che era lì, mi ha detto che quando hanno analizzato le cellule al microscopio i dottori cominciarono a piangere perchè scoprirono che si trattava di una rarissima forma di cancro pancreatico curabile con la chirurgia. Sono stato operato. Ora sto bene.

E’ stata la mia esperienza più vicina alla morte e spero che rimanga tale per qualche decennio ancora. Avendola superata posso finalmente dirvi con più certezza di quando la morte era semplicemente un utile concetto ma puramente intellettuale:

Nessuno vuole morire. Neanche chi vuole andare in paradiso vuole morire per arrivarci. E nonostante tutto, la morte è la destinazione che condividiamo. Nessuno vi è mai sfuggito. E così dovrebbe essere perchè la Morte è probabilmente l’unica, migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Elimina il vecchio per far spazio al nuovo. Proprio adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo distante da oggi, diventerete gradualmente il vecchio che deve essere eliminato. Mi dispiace essere così drammatico, ma questa è la verità.

Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi – che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore ed il vostro intuito. Loro sanno già quello che voi volete veramente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era un’incredibile pubblicazione chiamata The Whole Earth Catalog, che era una delle bibbie della mia generazione. Era stata creata da un tizio di nome Stewart Brand non troppo lontano da qui, a Menlo Park, e la portò alla luce con il suo tocco poetico. Stiamo parlando dei tardi anni ‘60, prima dei computer ed il desktop publishing, quidi era tutta fatta con macchine da scrivere, forbici e Polaroid. Era una sorta di Google di carta, 35 anni prima della venuta di Google: era idealistico, e pieno di strumenti utili ed informazioni preziose.

Stewart ed il suo gruppo pubblicaro molti numeri del Grande Catalogo Mondiale fino all’ultima edizione. Eravamo a metà degli anni ‘70 ed io avevo la vostra età. Sul retro di copertina dell’ultimo numero c’erà la foto di una strada di campagna all’alba, quel tipo di strada sulla quale potreste trovarvi a fare l’autostop se voste così avventurosi. Sotto c’erano queste parole “Siate affamati, siate assurdi”. Questo era il messaggio di congedo. Rimanere affamato. Rimanere assurdo. Me lo sono sempre augurato. Ed ora, per voi che state per laurearvi, lo auguro a voi.

Siate affamati. Siate folli.

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