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Sergio Mattarella nuovo giudice costituzionale

Al quarto scrutinio, il Parlamento in seduta comune con 572 voti ha eletto Sergio Mattarella nuovo giudice della Corte Costituzionale. Un’elezione sofferta e raggiunta solo al fotofinish per un solo voto di scarto con quorum ai 3 quinti dei componenti dell’Assemblea. Mattarella succede al giudice Ugo De Siervo che lo scorso 29 aprile aveva completato il suo mandato. Dopo diverse votazioni senza esito positivo, lo scorso 9 settembre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano aveva scritto ai presidenti di Camera e Senato invitandoli a trovare “soluzioni concordate per l’elezione dei membri della Consulta e del Csm” con i gruppo parlamentari.

Sergio Mattarella, professore universitario di Diritto parlamentare è stato più volte ministro. Figlio dell’ex ministro Dc Bernardo Mattarella e fratello di Piersanti, il presidente della Regione Siciliana assassinato davanti alla sua abitazione a Palermo il 6 gennaio 1980.

Deputato dal 1983, è noto per il suo impegno contro la Mafia e per essere il padre della precedente legge elettorale (da cui il nome Mattarellum). È stato ministro per i Rapporti con il Parlamento nei governi De Mita e Goria, ministro della Pubblica istruzione nel governo Andreotti VI: da questo incarico si dimise per protestare contro l’approvazione della legge Mammì. La legge che ha consentito l’ascesa di Silvio Berlusconi.

Durante il governo D’Alema I ha assunto la carica di vicepresidente del Consiglio, mentre nei successivi governi D’Alema II e Amato II è stato ministro della Difesa. Successivamente è stato rieletto deputato nel 2001 e nel 2006. al 2009 è membro di nomina parlamentare del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa.

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"La rivolta contro il potere e le tentazioni populiste", di Carlo Galli

L´illusione tecnocratica, l´assalto ai governanti “tutti ladri e corrotti”: analisi di un fenomeno che da decenni attraversa la storia della Repubblica. L´indignazione non è contro un sistema da abbattere ma contro un ceto che ha deluso e che viene rifiutato con la stessa energia con cui lo si era amato. C´è già chi si prepara a sfruttare ancora una volta, dopo la prima nel 1994, la stanchezza dei cittadini per costruirci sopra una nuova carriera. Antipolitica è molte cose. È la disperazione di Adelchi morente: «non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede». La politica ha in sé, per sempre, lo stigma del peccato, della violenza che si replica nei secoli. Antipolitica è essere persuasi che la politica è l´Inferno in terra. Antipolitica è anche l´ostinazione di Antigone a uscire dall´implacabile logica amico/nemico che il re Creonte codifica nelle sue leggi: chi ha combattuto contro la città va messo al bando dall´umanità, anche da morto; va escluso dalla sepoltura. Ma un´uscita verso una comunità d´amore e non d´odio – quell´uscita che Antigone desidera – non può avvenire sulla terra: solo nell´Ade c´è spazio per la pietà. Antipolitica è poi quella di Julien Benda che difende la purezza disinteressata del sapere dalla commistione con la politica. Ed è anche lo sforzo di Thomas Mann di sfuggire alla forza d´attrazione gravitazionale che si sprigiona dal semplice sapere che la politica esiste, e che è la dimensione della nostra finitezza.
Questa antipolitica “di rinuncia” (tragica oppure profetica: dopo tutto anche il Sermone della Montagna è antipolitico) è una critica della politica così radicale che, paradossalmente, la conferma nei suoi tratti più crudi – quelli stessi evidenziati dai “realisti” più spietati –, proprio perché vede nella politica solo violenza e dominio. Una posizione che rinuncia ad agire, rivolgendosi all´aldilà o ipotizzando un mondo radicalmente diverso da questo; e che deve accettare di pagare con la morte e con la sconfitta – sempre – ogni tentativo di modificare la politica e le sue bronzee leggi.
Ma antipolitica può anche essere, al contrario, l´atteggiamento rivoluzionario di chi vede in un sistema politico un ostacolo da rimuovere integralmente, per instaurare un nuovo ordine di cose. L´originaria aspirazione del marxismo era portare l´umanità, attraverso il proletariato, a superare del tutto la politica: che è falsa e mistificante perché rispecchia e codifica l´alienazione che si genera nei rapporti di produzione capitalistici. Ma non si può certo affermare che questa fosse una fuga dalla politica: anzi, ha generato una potenza politica enorme, un anelito alla palingenesi che ha segnato più d´un secolo di storia mondiale.
Ci sono poi altre forme di antipolitica. C´è la tecnocrazia, ovvero la convinzione – maturata nel positivismo ottocentesco, e nelle pratiche manageriali novecentesche – che la politica sia un modo primitivo di regolare la coesistenza degli uomini. Quanto più la scienza e la tecnica progrediscono, tanto più emergono problemi oggettivi, né di destra né di sinistra, che richiedono, per essere risolti, non politica ma competenza, non conflitti ma decisioni efficaci, nate da un sapere specialistico, interno alle cose. È cronaca di oggi, ma è anche storia: la storia dell´illusione novecentesca della pianificazione, l´utopia dell´automazione. Ed è anche la ricorrente tentazione di non volere vedere che quanto più la società è complessa tanto più è intrinsecamente politica; che non esistono soluzioni ‘tecniche´ ai problemi politici, che la pretesa di oggettività è sempre veicolo di potere: che chi pianifica – chiunque sia – fa politica, non tecnica.
Se questa antipolitica vuole cacciare i politici perché incompetenti, per sostituirli con tecnici, un´altra, analoga a questa, li vuole cacciare perché ladri e corrotti. Ma l´antipolitica ‘di protesta´, dell´indignazione, dell´onestà e della legalità, per giustificata che sia (del resto, anche quella della competenza lo è: pensiamo ai tunnel per i neutrini), non va al di là della rabbia contro la Casta, del lancio di monetine, dello sventolio di cappi. In ogni caso, questa antipolitica è rivolta non contro la politica in quanto tale né contro un sistema da abbattere con la rivoluzione, ma contro un ceto politico che ha deluso le aspettative – che viene rifiutato con la stessa feroce energia con cui lo si era amato; che viene respinto come corrotto tanto quanto da esso ci si era lasciati corrompere – . Ed è quindi, con ogni evidenza, essa stessa una politica, che non sa di esserlo, o non vuole ammetterlo.
Il rischio a cui va incontro è che risulti passiva e inefficace, che sia una valvola di sfogo per i cittadini, che si sottraggono alle proprie responsabilità e le scaricano sulla classe politica, divenuta il capro espiatorio universale. È questo rischio che rende questa antipolitica manovrabile da chi ne sa cogliere l´ingenuità credulona, cioè dall´imprenditore politico populista, che sfrutta il qualunquismo e l´indignazione per sostituirsi ai vecchi politici, e finge che tutto cambi perché tutto resti com´è (o peggiori radicalmente).
Non a caso, c´è già chi (il solito Cavaliere) si prepara a sfruttare ancora una volta – dopo la prima, nel 1994 – la stanchezza dei cittadini per l´indecenza, l´inettitudine, la corruzione, dei politici, e a costruirci sopra una nuova carriera politica. E ci si dovrà veramente dichiarare “antipolitici” se questa operazione di ri-verginazione avrà successo: se cioè Berlusconi, con un “partito dell´antipolitica” (un ossimoro che si smaschera da sé), riuscirà a convincere gli italiani che è un uomo nuovo, non toccato da scandali, competente, non contaminato dalla politica. Se cioè, invece di venire escluso, saprà ancora includere gli italiani nel suo populismo affabulatorio – tanto più politico quanto più antipolitico –.

La Repubblica 06.10.11

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“La malattia qualunquista”, di NELLO AJELLO

La denunzia è tagliente. In Italia le consultazioni popolari vengono manovrate dall´alto, ad opera delle «direzioni dei partiti, che ne governano i rappresentanti, allontanando nella rielezione coloro che hanno dato segno d´indipendenza». A rivelarlo non è un fustigatore dei metodi che hanno aperto a Scilipoti le porte del potere. L´autore di quella requisitoria è, quanto ad anagrafe, meno fresco di così.
Si chiama Benedetto Croce, e il sistema di cui parla risale ai primi del secolo scorso. Altrettanto drastico era, negli stessi anni, Piero Gobetti: eccolo lamentarsi del fatto che, che «nella palestra del collegio uninominale», si va «addestrando all´intrigo una classe dirigente abile nel mercato dei voti».
Non è ancora l´”antipolitica”, ma se ne scorgono moventi o pretesti. Già da tempo, D´Annunzio ha tuonato: «Per servire alla stabilità di Depretis e all´eloquenza di Cavallotti in Italia si vendono i voti». Modico stupore. Gli annali della storia d´Italia traboccano, infatti, dei trucchi e dei brogli connessi alla scelta dei “patres conscripti” sia civili che religiosi. A partire da ciò che ai suoi tempi Guicciardini riferiva su Rodrigo Borgia, candidato alla fine del 1400 al seggio di san Pietro e poi eletto con il nome di Alessandro VI, il quale «comperò, parte con denari parte con la promessa degli uffici o benefici suoi, molti voti di cardinali».
È partendo da simili precedenti che davanti all´”antipolitica” propriamente detta si stendono praterie. Ancora prima che Mussolini decreti il tramonto dei “ludi cartacei” (così ribattezzerà le elezioni) già celebri letterati, dal Fogazzaro nel Daniele Cortis (1884) alla Serao della Conquista di Roma (1885), hanno mostrato le magagne elettorali dell´Italia da poco diventata “una”, fra l´impegno dei moderati a compiacere le proprie clientele e il disinganno dei clericali di provincia bloccati dal Non expedit, cioè dal divieto delle gerarchie a scendere in politica. Più avanti, nel 1914, una livida avversione per il parlamentarismo e per i singoli parlamentari, giudicati infidi, corrotti, opportunisti, inetti e traditori trionferà in un libello intitolato I moribondi di Montecitorio, cui arriderà una certa fortuna: esso risente degli umori dello “scapigliato” Paolo Valera, e del giornale La Folla. I toni, se un parallelo è praticabile a tanta distanza di tempo, somigliano, con qualche finezza in più, a quelli populisti adoperati da un Beppe Grillo. Il parallelo, certo azzardato a tanta distanza di decenni e di persone, può far capire che, fra i rami dell´antipolitica, non ne manca qualcuno di sinistra.
Ma consentiamoci a questo punto una trasvolata nel tempo. Non sarà affatto di sinistra, anzi intrisa di rimpianto per il fascismo, l´antipolitica che animò, tra il 1944 e il 1948, l´attività pubblica di Guglielmo Giannini. Il programma? Basta sapere che L´uomo qualunque, giornale diventato partito, è «stufo di tutto». A governare, spiegava quel leader, servono «degli amministratori, non dei politici». Insomma, «non occorrono né Bonomi, né Croce, né Nenni, né il pio Togliatti, né l´accorto De Gasperi». Va ricordato che di poltitica Giannini, si sforzò, sia pure invano, di farne parecchia. L´antipolitica ha sempre offerto simili sorprese.
E oggi? Colpisce il fatto che, tra i seguaci del premier, molti trovano che sarebbe bello restaurare lo spirito del ´94, cioè offrire al Paese a un´energica ripresa di quell´”antipolitica” che ai suoi esordi il patron di Forza Italia prometteva in dosi-urto. Perché, allora, non tornare al 1944, ai riposanti sospiri anti-antifascisti dell´UQ? In un´Italia in preda al sonno, nessun prodigio appare fuori posto.

La Repubblica 06.10.11

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“Indignados d’America”, di Vittorio Zucconi

Nata dalla più classica delle rivolte popolari contro la politica nella sua espressione più odiosa – le tasse – la Repubblica Americana porta dal 1773 il germe dell´antipolitica nel proprio corpo. Non c´è parola d´ordine più rilanciata nei due secoli di storia civica americana, dalla destra come dalla sinistra, dai Roosevelt agli Obama passando per i Reagan i e Bush, che la promessa di ripulire la infetta Washington ladrona e restituire la patria a “the people”, il popolo.
La inestirpabile diffidenza verso i signori in panciotto e cilindro e più tardi in completo blu scuro che di volta in volta governano la nazione non è l´eccezione, ma la norma nel rapporto fra i cittadini e chi è delegato a rappresentarlo. Un sentimento che la Costituzione stessa scolpisce in meccanismi elettorali e istituzionali studiati nel calendario che impone una elezione legislativa o presidenziale ogni due anni e l´autonomia della magistratura. Il mazzo del potere deve essere continuamente rimescolato e sparigliato, per stanare i bari.
Ma neppure questa complicata ingegneria ideata dai Padri Fondatori ha impedito che la “political class”, i professionisti del potere pubblico, si abbarbicasse periodicamente alle poltrone e ai corridoi marmorei dei palazzi, soprattutto attraverso la complicità fra la politica e il business, ben consci del famoso detto secondo il quale «il danaro è il latte materno della politica». Per interrompere questo empio allattamento, o almeno per inacidire il latte, ecco che periodicamente l´anima populista, ribellista, anti-politica si risveglia e grida.
Quando abbastanza cittadini si rendono conto che i bonificatori ufficiali non hanno bonificato niente – Reagan lasciò la capitale dopo otto anni avendo aumentato di 36 mila persone quella classe di “burocrati parassiti” che aveva giurato di sterminare – si alza il Mr. Smith del celebre film di Frank Capra, il cittadino qualsiasi spedito a Washington per ripulire l´aria. Riaffiora il “folk hero” alla Davy Crockett che rifiuta l´autorità costituita.
Scoppiettano i focolai di “milizie armate” che si preparano alla resistenza finale contro la politica, arrivando a tragedie terroristiche come l´attentato al palazzo del governo a Oklahoma City, espressione ultima e tragica dell´antipolitica a mano armata. La superstiziosa fede nel possesso individuale di armi è una manifestazione indiretta ma chiara dell´antipolitica latente.
E quando il senso di tradimento, l´ansia e lo scontento si allargano, l´antipolitica si coagula in grandi movimenti continentali, informi, senza partito, spesso senza leader, ma possenti. Deflagra nell´opposizione alla guerra in Vietnam. Sfonda le barriere dei partiti con il Women´s Lib, il femminismo militante. Trova nell´odio per Obama la miccia che innesca il Tea Party e fa eleggere stuoli di parlamentari antistatalisti e antigoverno nel 2010, ma subisce poi la stessa sorte del proprio bersaglio: il Parlamento americano ha un “rating favorevole” di appena il 10%. E oggi tenta di rivivere in quei falò di ribellione al nuovo impero del Male, quella Borsa di Wall Street alimentata dai salvataggi del governo. Dunque dalla politica. Tutto, nella storia americana, puntualmente si allarga e poi si placa nel grande bacino alluvionale di una politica così abilmente camaleontica da sapersi trasformare in antipolitica per assorbire l´esondazione della rabbia.
Perché il limite finora invalicabile e invalicato dall´antipolitica è nel suo rischiare di apparire antiamericana e antipatriottica. Certamente, il patriottismo è l´ultimo rifugio del mascalzoni, ma finora il bunker ha retto benissimo alle periodiche bombe dell´antipolitica.

La Repubblica 06.10.11

"Conflitto di interessi famigliari", di Carlo Federico Grosso

Marina Berlusconi ha rilasciato ieri al «Corriere» un’intervista il cui contenuto è a dir poco stupefacente. Il punto centrale del ragionamento è costituito da una vicenda e da una notizia. La vicenda è la controversia civile che ha visto Cir contrapposta a Fininvest, e quest’ultima condannata, in appello, a risarcire alla prima oltre 564 milioni di euro. La notizia è che Fininvest avrebbe «appena presentato un esposto al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Cassazione (cioè ai titolari dell’azione disciplinare) nel quale si segnala un’anomalia che avrebbe avuto un peso decisivo sulla sentenza». Sarebbe accaduto che, nella motivazione, la Corte di appello avrebbe fatto perno su un precedente giurisprudenziale fondamentale, che sarebbe stato tuttavia stravolto con il taglio di passaggi decisivi, tali da ribaltare addirittura «totalmente» la tesi giuridica ivi sostenuta.

Le parole usate da Marina Berlusconi sono durissime: «Altro che leggi ad personam, qui siamo al diritto cucito su misura; quando ci sono di mezzo mio padre o le nostre aziende, spuntano addirittura princìpi giurisprudenziali inediti; peccato che siano princìpi inesistenti, nati dal “taglio” di una frase e dalla mancata citazione di altre».

Anche se a domanda successiva del giornalista: «Ma allora sta dicendo che la sentenza è stata manipolata; accusa i giudici di un falso?», la presidente risponde: «Me ne guardo bene, l’esposto si limita a segnalare alle autorità competenti quanto è accaduto», l’accusa ai giudici è, in ogni caso, precisa e grave. In questa sede non m’interessa tanto stabilire se ciò che è stato denunciato sia giusto o sbagliato (anche se mi sembra davvero peculiare che giudici esperti, chiamati a giudicare un caso tanto scottante, siano incorsi in un errore clamoroso agevolmente individuabile dai legali del soccombente). Mi interessa, piuttosto, domandarmi: che significato «politico» ha denunciare a tutto tondo, sul maggior quotidiano italiano, che i giudici che hanno condannato ad un risarcimento pesante un’azienda del presidente del Consiglio hanno manipolato le carte ed annunciare l’avvenuta presentazione di un esposto disciplinare?

L’esposto al ministro e al procuratore generale non è un’iniziativa di routine; presuppone il sospetto (o addirittura la certezza) di dolo o colpa grave da parte di chi ha giudicato; costituisce un’extrema ratio che raramente si ritrova nelle aule di giustizia. Di regola, se si sospetta un’utilizzazione errata di atti o di sentenze, noi avvocati ricorriamo in Cassazione, denunciamo l’errore di diritto, sicuri, se veramente abbiamo certezza di essere nel giusto, di ottenere l’auspicato annullamento. Se davvero la sentenza che ha condannato Fininvest a pagare oltre 564 milioni a Cir fosse viziata da un’inesatta, errata o monca utilizzazione di precedenti decisivi, il suo annullamento da parte della Cassazione sarebbe fuori discussione. Ed allora perché, appunto, la presentazione, del tutto inusuale, addirittura anticipata rispetto al deposito del ricorso in Cassazione, di un esposto?

Presentare un esposto costituisce un diritto di chi ritiene di avere subito un torto. Non potrebbe essere tuttavia, questa specifica iniziativa, fatta dal presidente di Fininvest (e Mondadori), che è figlia del presidente del Consiglio (a sua volta interessato nella stessa), oggettivamente, un’intimidazione e basta? Un’intimidazione ai giudici che saranno chiamati a giudicare in Cassazione, alla magistratura tutta intera? Gli interessi di famiglia sono troppo importanti, a questo punto, e troppo minacciati, perché si possa ancora tentennare.

Ma non solo. Dopo avere discettato a lungo su torti e ragioni della menzionata vicenda giudiziaria privata di famiglia, Marina apre a tutto campo. Il suo babbo sarebbe la vittima di un’aggressione concertata: contro di lui «s’inventano inchieste a ripetizione su reati inesistenti», «il fango fabbricato viene palleggiato fra una Procura e l’altra e infine riciclato», «il processo, con relativa, inevitabile condanna, lo si celebra sui media». Infine, rispondendo a specifica domanda che citava l’editoriale di Panebianco che chiedeva a Berlusconi un passo indietro nell’interesse del Paese, un’affermazione tranciante: «Mio padre non deve assolutamente mollare e non mollerà».

Privato e pubblico, a questo punto, sembrerebbero impropriamente mescolati: risarcimenti non dovuti che devono essere pagati, Procure eversive che utilizzano il potere giudiziario per colpire a tradimento, libera stampa e informazione complice della terribile congiura. Quindi, resistenza, resistenza. Ad ogni costo.

Ma non sarà, allora, che al di là dell’indiscutibile conflitto di interesse personale del presidente del Consiglio, si sta profilando, a questo punto, un conflitto di interesse famigliare?

La Stampa 06.10.11

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di seguito la replica di M. Berlusconi a Grosso e la sua ulteriore risposta

Marina Berlusconi “Era un dovere denunciare quell’esproprio”
MARINA BERLUSCONI*
Egregio direttore, il professor Carlo Federico Grosso interviene sulla Stampa definendo «a dir poco stupefacente» una mia intervista al Corriere della Sera relativa all’esposto che come presidente Fininvest ho firmato per la sentenza d’appello sul Lodo Mondadori.

Secondo il professor Grosso, la mia iniziativa è «un fatto del tutto inusuale» e potrebbe rappresentare «oggettivamente» un’intimidazione nei confronti della magistratura.

Devo dire subito che «a dir poco stupefacenti» io trovo non le mie parole ma le sue. E’ un vero peccato, per cominciare, che al professor Grosso non interessi valutare il fatto, il contenuto dell’esposto. Gli suggerirei di leggerlo e di pronunciarsi sul punto centrale: è vero che la sentenza della Cassazione del 2007 dice esattamente l’opposto di quanto le fa dire la Corte d’Appello di Milano, nella sentenza che condanna la Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti per 564 milioni di euro? Proprio perché autorevole giurista, il professor Grosso sarà in grado di esprimersi sul merito, e la sua opinione risulterebbe di grande interesse per tutti.

Per il momento il professore preferisce però interrogarsi sul presunto «significato “politico"» dell’esposto. Mi chiedo: ma come può trovare così «stupefacente» il fatto che io segnali con forza una circostanza di questa gravità, determinante ai fini di una condanna spropositata? Le sentenze le rispettiamo, e l’assegno da 564 milioni per la Cir di De Benedetti è stato regolarmente firmato. I nostri avvocati si accingono a depositare il ricorso in Cassazione. Però mi pare un sacrosanto diritto utilizzare tutti gli strumenti che le norme mettono a disposizione per denunciare pubblicamente un verdetto che assume sempre più i contorni di un clamoroso esproprio.

E tutto questo rappresenterebbe un’intimidazione nei confronti della magistratura? Intanto, mi pare francamente paradossale rivolgerci questa accusa, se pensiamo che il nostro gruppo dal 1994, quando mio padre entrò in politica, ha subito 500 tra perquisizioni o sequestri, e ha visto aprire nei confronti delle sue società o dei suoi manager 106 procedimenti penali, la stragrande maggioranza dei quali sono già finiti nel nulla. Intimidazione mi pare un termine appropriato, ma noi ne siamo soltanto le vittime.

Presentare questo esposto era non solo un diritto, era innanzitutto un dovere. Un dovere nei confronti della nostra storia imprenditoriale, costruita sul lavoro, sul coraggio, sul talento di mio padre e di tutti coloro che, ieri e oggi, a tutti i livelli e nel più assoluto rispetto delle regole hanno contribuito a creare e a consolidare questo gruppo e a decretarne i successi. Ma esiste anche un dovere di tipo diverso, più generale, perché questa vicenda, pur di incredibile gravità, assume un significato che va anche oltre, fino a investire i fondamenti stessi della nostra democrazia. Non sarò certo io a dover spiegare ad un illustre giurista come il professor Grosso quale ruolo abbia, nella vita di una democrazia, la certezza del diritto, quale sia il suo insostituibile ruolo per la convivenza civile. E credo quindi sia innanzitutto un dovere chiedersi e chiedere se questa certezza del diritto oggi esista non soltanto nella forma ma anche nella sostanza, nel concreto esercizio della giustizia. La mia risposta è senza esitazioni: no, oggi in questo Paese la certezza del diritto non c’è più. Si può dirlo a voce alta o bisogna tacere per non essere accusati di voler intimidire la magistratura?

In tutto ciò non vedo la minima traccia di quel «conflitto di interessi» che il professor Grosso commentando l’intervista ipotizza, perché a suo dire «mescolerei» a valutazioni sulle aziende considerazioni più complessive di carattere politico. Questa mescolanza tra aziende e politica non deve essere contestata a me, ma va contestata a quella parte della magistratura che da quasi vent’anni tiene sotto attacco il nostro gruppo con finalità chiaramente politiche. Denunciare tutto questo significa porsi in conflitto di interessi?

Sul tema del conflitto di interessi però non posso davvero che rimettermi, in tutto e per tutto, alla competenza del professor Grosso, ponendomi sommessamente solo un’ultima domanda: ma si tratta dello stesso professor Carlo Federico Grosso che assiste abitualmente il gruppo De Benedetti in vertenze giudiziarie particolarmente delicate e importanti, alcune delle quali hanno come controparte il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi?
*Presidente Fininvest

Marina Berlusconi ed io abbiamo, evidentemente, opinioni molto diverse su democrazia, magistratura, stampa e comportamenti. Io rimango della mia idea, ma riconosco che la diversità di opinioni, e la possibilità di manifestarle, è in ogni caso, sempre e comunque, ricchezza per la democrazia.
Quanto alla mia attività professionale, è notorio che io difendo da anni i giornalisti di Repubblica, ma non ho mai difeso la Cir e tanto meno sono stato parte nella vertenza Cir-Fininvest. Nell’articolo di ieri non sono entrato nel merito di quella vertenza. Ho parlato di tutt’altro, di problemi generali. Quale conflitto di interessi, dunque?
Carlo Federico Grosso

La Stampa 07.10.11

"Studenti in piazza. La scuola pubblica non è una spesa: è un investimento", di Mariano Di Palma*

Guardando gli ultimi anni di attacchi alla scuola pubblica sembra che ormai lo spazio pubblico della formazione italiana abbia ormai esaurito le sue potenzialità, abbia raggiunto uno stadio così detto «di non ritorno». Spulciando la finanziaria ancora una volta non abbiamo trovato un euro di investimento reale alla voce istruzione pubblica. Sarà che non ci siamo abituati alla logica della scuola come spesa e non come investimento. La soluzione alla crisi in salsa italiana, del resto, è l’impoverimento sociale e culturale del Paese, la cancellazione dei diritti, la distruzione di ogni dimensione pubblica. L’aumento delle classi pollaio, l’assenza di voci di bilancio sul diritto allo studio, i tagli all’offerta formativa, le poche briciole sull’edilizia scolastica con le scuole che cadono a pezzi, è solo il campanello di allarme dello stato in cui versa la scuola italiana da anni agli ultimi posti in Europa. Questo è il prezzo che il Governo Berlusconi fa pagare alle studentesse e agli studenti per una crisi e un debito causati dalla mala politica di questi decenni.
La sfida che lanciamo quest’autunno, a partire da domani, è tutta culturale e sociale. Pensiamo, infatti, che cambiare la scuola dal basso sia una possibilità reale. Abbiamo costruito in questi anni di mobilitazione un percorso che abbiamo chiamato AltraRiforma; scendendo in piazza, occupando e autogestendo, e ogni giorno nelle nostre aule vogliamo dimostrare come sia possibile trasformare la scuola pubblica dal basso.
Ad una valutazione autoritaria e basata su criteri soggettivi, sul voto di condotta e sul limite di 50 assenze proponiamo un nuovo modello di valutazione, basato sul confronto mensile tra studente e docente che analizzi e recuperi davvero le carenze, una valutazione che superi l’idea di sentenza e sia in grado di valorizzare davvero non solo le conoscenze, ma anche le competenze, le creatività e le attitudini. Stiamo sperimentando nelle scuole lo strumento del referendum per ribaltare il modello piramidale fondato sui presidi-manager, lo statuto dei diritti in stage, per tutelare i tantissimi studenti che vengono sfruttati durante i percorsi di alternanza scuola lavoro, senza tutele e diritti.
Ovviamente questo non basta. Per questo domani chiederemo una legge quadro sul diritto allo studio, di tagliare le spese militari per investire su trasporti gratuiti e borse di studio, sul libero accesso alla cultura e su un piano straordinario per l’edilizia scolastica. Vogliamo contare davvero.
Da domani, passando per la mobilitazione internazionale del 15, questo governo dovrà fare i conti con noi in oltre 70 piazze italiane, stanchi di subire le scelte scellerate, di non poter decidere anche noi cosa studiare, chi essere, cosa sognare.

*coordinatore nazionale Unione degli Studenti

L’Unità 06.10.11

"La tirannia della maggioranza", di Stefano Rodotà

Davvero i diritti rischiano di non abitare più in Italia. Abbiamo già accumulato abbastanza discredito internazionale per l´incapacità di gestire la crisi. E anche per l´impresentabilità oltre frontiera del Presidente del consiglio. Ora si è fatta ancor più palese la vocazione censoria della maggioranza di centrodestra con le ultime iniziative contro la libertà d´informazione, e il mondo comincia a guardarci con il giusto sospetto verso chi mescola prepotenza e ignoranza. Prepotenza, perché siamo davvero di fronte ad uno di quei casi classici di “tirannia della maggioranza”, della quale parlò Alexis de Tocqueville, i cui scritti i sedicenti liberali italiani non hanno nemmeno annusato. Ignoranza, rivelata dal modo in cui è stata affrontata la questione dell´informazione e della conoscenza su Internet, con norme incompatibili con la natura stessa della rete, come ha denunciato proprio oggi Wikipedia, con una pagina che già sta facendo il giro del mondo (la parziale marcia indietro su questo aspetto della legge non fa venir meno il discredito che già ci è caduto addosso).
I fatti di ieri sono chiarissimi. Con il nuovo emendamento presentato dal Governo, diventa totale il blackout sulla pubblicazione dei contenuti delle intercettazioni, anche per riassunto, fino all´udienza-filtro, di cui rimangono incerti i tempi. Registrando questa novità, la presidente della Commissione giustizia, Giulia Bongiorno, si è dimessa da relatrice del provvedimento, smentendo con questo suo gesto le dichiarazioni rassicuranti del ministro della Giustizia, che ha sostenuto che nulla sostanzialmente cambia rispetto al testo già approvato in commissione. La finalità puramente censoria dell´iniziativa del Governo è rivelata dalla situazione contraddittoria e paradossale che si verrebbe a creare per effetto dell´emendamento. Anche prima dell´udienza-filtro, infatti, i contenuti delle intercettazioni non sarebbero più coperti dal segreto, e godrebbero quindi di un particolare regime di pubblicità derivante dal fatto che esse compaiono negli atti giudiziari a disposizione delle parti, come l´ordinanza con la quale viene disposto l´arresto di una persona. Nulla vieterebbe, quindi, alle parti stesse e ai loro avvocati di utilizzarle nel modo ritenuto più conforme al diritto di difesa, parlandone con altri, trasmettendole a consulenti, periti, investigatori. Si creerebbero così due circuiti comunicativi, che si vorrebbero non comunicanti anche quando le intercettazioni rivelano vicende gravi o comunque rilevanti per la valutazione politica e sociale dei comportamenti delle figure pubbliche.
Questo è un classico meccanismo censorio. L´obiettivo dichiarato di impedire la pubblicazione delle parti non rilevanti delle intercettazioni non può essere perseguito vietando la pubblicazione di tutti i contenuti delle intercettazioni. Non si può trasferire nel mondo dei diritti fondamentali l´irragionevole tecnica che sta a fondamento dei tagli lineari in economia. E, per quanto riguarda la sbandierata tutela della privacy, bisogna invitare per l´ennesima volta a leggere la norma cha limita la tutela per le figure pubbliche ai soli casi in cui le informazioni che le riguardano non hanno “alcun rilievo” per l´informazione dei cittadini. Di una disciplina differenziata per le figure pubbliche, per i “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche”, parla l´articolo 54 della Costituzione, stabilendo che quelle persone devono comportarsi con “onore e disciplina”. E tutti noi siamo titolari del diritto di poter valutare se ci si comporta in modo conforme a questi principi.
Da qui il dovere di informare e il diritto di essere informati come snodo essenziale del processo democratico, che sarebbe gravemente inquinato da quel doppio registro ricordato prima, perché rendere segreto quel che già è pubblico fatalmente, e quasi doverosamente, spinge a creare condizioni perché il meccanismo censorio non possa funzionare. Si può ancora fare appello alla responsabilità del legislatore perché non crei inammissibili situazioni di conflitto? Per esperienza sappiamo che solo un forte movimento nella società può indurre a qualche ripensamento, e stimolare le opposizioni. E poiché la buona politica deve essere nutrita da buona cultura, in questo difficile frangente vale la pena di ricordare le parole di Ronald Dworkin: “l´istituzione dei diritti è (…) cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera”. Se quella logica viene travolta, allora è l´idea stessa di costituzione a scomparire e, con essa, il fondamento moderno del sistema dei diritti.

La Repubblica 06.10.11

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“Giusto conoscere ogni atto degli eletti a incarichi pubblici”. Dopo il taglio ai bilanci limitare anche le intercettazioni ci impedisce di risalire alle organizzazioni mafiose, di ALBERTO CUSTODERO

«È sbagliato mettere la sordina all´informazione. Fanno bene in America a pubblicare tutti gli atti relativi alla vita di chi è stato votato dagli elettori a ricoprire incarichi pubblici». Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, magistrato di trincea nella lotta alla ´ndrangheta, boccia la legge bavaglio che vieta per anni la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche.
Dottor Gratteri, si parla di diritto di cronaca differito: ciò significa privare l´opinione pubblica per molto tempo della facoltà di controllare chi governa?
«Per me i cittadini che votano hanno diritto a sapere tutto delle persone che dicono di lavorare per il bene del Paese. Ciò che vogliono proporre oggi c´era già nel Codice Rocco, era una restrizione che consentiva di tenere segrete notizie che riguardavano i governanti ad esempio dopo la strage di Bologna o durante il sequestro Moro. Si tratta dunque di un regresso storico del Paese in contrasto con quanto sostiene la Corte Europea del Diritto dell´Uomo secondo la quale, al contrario, i cittadini devono essere informati il più possibile sulla classe politica che li amministra».
Cosa pensa a proposito della divulgazione (quando si potrà) di notizie di carattere privato e nel contempo estranee a obiettivi investigativi?
«Le notizie dei soggetti terzi che vengono casualmente intercettati, ma che nulla hanno a che fare con il reato, non devono essere pubblicate mai. Né rese note».
Al di là del divieto per i giornalisti di pubblicare le intercettazioni in fase delle indagini preliminari, l´udienza-filtro è utile per le indagini o è un ostacolo?
«Chi ha proposto questa legge dimentica che la Cassazione di recente ha imposto a noi pm di consegnare tutte le intercettazioni agli indagati e ai loro avvocati al momento stesso dell´arresto. Venti giorni dopo che queste bobine sono state consegnate in un´indagine di mafia mediamente a una cinquantina di legali, dovrebbe esserci l´udienza filtro nella quale in quella delicata fase preliminare si dovrebbe già decidere quale intercettazione sia utile per sostenere la condanna e quali per la difesa. Arriviamo alla follia, stiamo parlando di aberrazioni giuridiche».
Secondo lei l´udienza-filtro serve per raggiungere lo scopo di evitare che le conversazioni non utilizzabili restino nella cassaforte del pm?
«Se l´obiettivo è impedire che altri soggetti abbiano la disponibilità delle intercettazioni non utilizzabili, l´udienza-filtro non risolve questo problema. Che fine faranno infatti le copie integrali delle intercettazioni finite al momento dell´arresto nelle mani di quella cinquantina di legali? Come si comporteranno se qualche loro amico gliele chiederà in cambio di chissà che cosa? Quali sanzioni sono previste in caso di scambi?»
Con la nuova legislazione, c´è il rischio che siano compromesse le indagini per mafia?
«Certo. Limitare l´uso delle intercettazioni ci impedisce di risalire all´organizzazione mafiosa attraverso il reato cosiddetto “fine” commesso da chi è ai margini dell´organizzazione criminale. Il boss non usa mai il telefono, a lui, o a chi lo favorisce, però, arriviamo attraverso i suoi affiliati di secondo o terzo livello».
Ma ci possono essere altre vie investigative per sostituire le intercettazioni, nel caso la legge ve ne limiti l´uso?
«Purtroppo i tagli ai bilanci della Giustizia e delle Forze dell´Ordine ci impediscono di sostituire l´apporto investigativo degli ascolti telefonici e ambientali con pedinamenti o altre tecniche che richiedano l´impiego di molti uomini. Da 10 anni non si fanno assunzioni. E ciò comporta uno spaventoso scoperto di organico nelle polizie giudiziarie di cui nessuno parla».

La Repubblica 06.10.11

"Quei laboratori clandestini di tutte le Barletta d’Italia", di Roberto Giovannini

Una volta – solo quindici anni fa – a Barletta e dintorni nel tessile-calzaturiero lavoravano almeno 10 mila persone. Aziende con alti e bassi, ma medio-grandi; che pagavano stipendi regolari. Adesso, nel 2011, se va bene nelle poche ditte che non hanno chiuso i battenti ci saranno un migliaio di lavoratrici. Altre mille sono impiegate nelle aziende «irregolari-regolari», quelle che magari pagano in ritardo o tagliano di un terzo la busta paga. E poi, c’è il mondo dei sottoscala e degli scantinati, imprese che non esistono per la legge. «Saranno cinquanta in città, forse di più – spiega Luigi Antonucci, segretario della Cgil della provincia -, le scopriamo per puro caso, magari passando davanti a una porta da cui escono dei rumori. Strutture improvvisate, malsane, pericolose. Dove non riusciamo ad entrare».

Oggi l’Istat stima circa tre milioni di lavoratori irregolari. «Ma il fenomeno dei laboratori clandestini – chiarisce Clemente Tartaglione, economista del centro studi Ares 2.0 – è relativamente limitato e marginale. Il grosso del lavoro irregolare, dove non si rispettano regole, leggi e contratti, oggi è nei servizi. Ed è praticamente scomparso dall’industria manifatturiera. Con un’eccezione». L’eccezione è il tessile. Su circa 500 mila addetti, si stimano in circa 60 mila quelli non in regola. Una realtà che ha molte cause: ci sono addirittura 80 mila imprese, con il 30% degli occupati concentrati in ditte con meno di dieci dipendenti. Il tessile è particolarmente esposto alla congiuntura e alla concorrenza internazionale; è in «ristrutturazione permanente». Soprattutto, è un settore in gravissima crisi: negli ultimi tre anni sono stati espulsi ben 140 mila dipendenti, il 20% dell’occupazione totale. Spesso lavoratrici di una certa età, che non trovano – specie al Sud – alternative all’impiego in laboratori clandestini. Diffusissimi, oltre che in Puglia, in Campania, da Napoli all’hinterland al Vesuviano fino a Salerno.

Nel Centro-Nord del paese, dove le imprese sono più solide e le produzioni di migliore qualità, il tessile clandestino è quasi sempre faccenda che chiama in causa i cinesi. Il caso principe è quello di Prato, dove alla Camera di Commercio sono registrate addirittura 3000 aziende (molte resistono pochi mesi, subito altre ne sorgono) con proprietari cinesi che danno lavoro a circa 30-40 mila connazionali. Numeri certi non ce ne sono. L’iscrizione alla Camera di Commercio è l’unico elemento «regolare»: non si pagano tasse di nessun tipo né contributi, e si lavora in condizioni bestiali. Il 5 aprile a Prato sono stati scoperti due cadaveri di operai, morti a causa di stimolanti assunti per poter reggere turni anche di 16 ore di lavoro continuo. Laboratori lager, in cui si dorme al termine della giornata su materassi luridi. La paga? «O a cottimo, ad esempio 1,86 euro per ogni pantalone racconta Giovanni Piras, operatore sindacale della FilctemCgil – oppure un “fisso” mensile di 800 euro più vitto e “alloggio”, con la garanzia di prenderlo anche quando non c’è lavoro. Ma l’obbligo di andare ad oltranza quando c’è da completare una commessa. Migliaia di capi in un weekend». Ovviamente, italiani sono i proprietari dei capannoni, i consulenti, e i compratori dei prodotti.

A Prato i cinesi controllano il segmento meno pregiato della filiera dell’abbigliamento; a Ferrara, invece, cominciano a produrre direttamente anche per i grandi marchi del sistema moda, dice Marco Corazzari, segretario della Filctem locale. «Accade sempre più spesso – afferma – che le piccole aziende italiane che facevano queste lavorazioni vengano bypassate a favore delle ditte cinesi, che offrono prezzi irrisori e irraggiungibili». Anche per questo i piccoli laboratori di una volta sono quasi tutti chiusi: «In quelli sopravvissuti ci sono 400 lavoratrici, ma tutte in cassa integrazione in deroga».

Le grandi firme nazionali hanno responsabilità? «Non c’è dubbio che se c’è un’offerta c’è anche una domanda – replica Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia di Confindustria – ma di fronte a disgrazie come quella di Barletta dobbiamo sapere che ci siamo dentro tutti». Per Tronconi, tra i tanti «peccati di omissione» c’è una disattenzione generale al manifatturiero e ai suoi problemi. E per uscirne, è molto più utile pensare «a una fiscalità diversa, che pesi meno sull’impresa e sul lavoro», piuttosto che a nuovi giri di vite «con sanzioni esagerate e poi non rispettate». Valeria Fedeli, leader storica dei tessili Cgil, ammonisce: «Non possiamo pensare a rincorrere la Cina sui costi, e accettare “qualunque” lavoro, anche quello dei sottoscala». «Fa male al cuore vedere quello che è accaduto a Barletta – dice amareggiato Luigi Rossi, presidente di Federmoda Cna -, dobbiamo metterci in testa che serve una cultura della legalità. Anche noi imprenditori dobbiamo capire che non si va da nessuna parte con la logica del ribasso a prescindere. Abbiamo leggi buone, allora applichiamole con controlli severissimi. E inaspriamo le sanzioni».

La Stampa 06.10.11

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Geppino, 11 anni e un mestiere a due euro l’ora “La scuola è per bambini, io devo campare”, di Conchita Sannino

Ho un buon principale. Quando serve che lavoro di notte io monto alle 3 e finisco alle 7. Così faccio più soldi.
Vive a Casalnuovo, un posto dove anni fa qualcuno riuscì a erigere ben 29 palazzi abusivi.
«La scuola? È p´´e criature». Geppino “testa calda” ti sfida con gli occhi. Certo, è affare di bambini la scuola cui guarda questo Pinocchio al contrario, che ha dato via i sussidiari in cambio di giornate più dure e non crede nei campi dei miracoli. «Che cosa so fare di mestiere? Uno ‘e tutto. Il lavoro è lavoro». L´aria giocosa di chi sfoggia sguardi da adulto. E quella difesa che spunta coma seconda pelle: la risata. Nervosa, indagatrice.
Nome Giuseppe, lo chiamano Geppino, ha 11 anni, è uno dei sessantamila dispersi della scuola in Campania. Pelle olivastra, mani sottili. Una casella tra i cold case dell´istruzione. “Apprendista” in una tipografia dell´hinterland. Sneaker arancio della Nike, jeans firmati Cavalli. «Solo la maglia è cinese, quella buona si sporca di fatica e quindi me la metto il sabato». La paga di Geppino, 150 euro a settimana. «Più qualche mancia, se vado per consegne». I compagni, l´unica famiglia. Di sua madre non vuole raccontare, suo padre è detenuto per truffa, un tempo era camionista. E c´è un viaggio che il figlio ricorda di avere fatto con lui, dall´Asse mediano di Napoli al lungomare di Riccione. «Era divertente fermarci alle piazzole col panino. Anche dormire sul furgone mi piaceva. Quando arrivammo fino a là, vidi per la prima volta tanti alberghi vicini. E pure le file di ombrelloni uguali, ordinati. Non come sulle spiagge nostre dove ognuno va con le sedie sue». Ora Geppino vive con i nonni a Casalnuovo, un posto dove anni fa qualcuno riuscì ad erigere e perfino a vendere ben 29 palazzi abusivi, oggi in parte demoliti.
Geppino il tipografo somiglia a quei palazzi. Oggetto di una dimenticanza collettiva, segno di complicità rimossa. Quanti sono gli “onesti” che le famiglie lasciano andare e lo Stato finge di non vedere? Un esercito. Napoli se ne conferma capitale. Quarantamila solo nell´area metropolitana, come ricorda spesso la Fondazione Banconapoli. Ma i dati incrociati – l´ex anagrafe scolastica regionale e il welfare precario che assiste le famiglie disagiate – tracciano uno scenario più articolato. «I dispersi al di sopra dei 14 anni sono circa 52.000 in Campania», racconta Amelia Cozzolino, dell´ex progetto Suaris, Supporto all´attività di inclusione scolastica, cancellato in Regione da un anno. Continua Amelia: «A Napoli e provincia c´è il picco di abbandono per fascia d´età più bassa: 80 casi accertati nel centro della città, e oltre 50 tra i 6 e i 7 anni. E molti di questi bambini hanno a loro carico situazioni di disabilità fisiche o psichiche. Oggi? Può solo peggiorare. Avevo spinto una mia vicina al corso di parrucchiera. Poi il progetto è saltato. Lei è tornata a fare la shampista in nero. Ha 14 anni». Si rischia di parlarne solo nella “Giornata mondiale dello sfruttamento”.
Con il divampare della crisi, e i tagli agli enti locali, quale posto occupano gli “operai” invisibili? Cesare Moreno, fondatore della scuola di strada con Marco Rossi-Doria, detesta le classifiche che confinano con il colore. «Non cercate bimbi di 8 anni che fanno i baristi. Cercate l´enorme pattuglione dei 12enni o 16enni che alla scuola voltano le spalle e stanno nella fabbrica del sommerso o in quella del crimine, purché si sentano considerati».
In un´altra trincea, tra Castellammare e Pompei, i baby lavoratori passano qualche ora di svago e formazione a “La voce d´´e criature” di don Luigi Merola, fondazione dell´ex parroco del rione Forcella. Ergan, 15 anni, origini slave, lavora da un fioraio per 160 euro a settimana. Sveglia alle 2 di notte. Solo quando può, frequenta la terza media. «Ho perso due anni a ripetere la quarta elementare. Ci andavo, e dormivo. Presi pure a cazzotti una prof». Vive con i nonni: sfondo consueto, i minori aggrappati alla pazienza degli anziani. «Ho un buon principale. Quando serve che lavoro di notte, io monto alle 3 e finisco alle 7. Che cosa me ne faccio dei soldi? Porto la fidanzata il sabato a ballare ai locali di Sorrento, mi vesto». Di tanti fiori, Ergan non ha trattenuto che un nome. «Le rose, solo quelle mi piacciono».
Altra location. Scampia, via Fratelli Cervi. Nella curva dietro l´insediamento delle Vele, oltre una ditta di nettezza urbana, c´è sempre stato un porto per questi ragazzi. Dal nome austero: “Educativa territoriale”. Dentro, cento iscritti, oltre la metà «casi delicati». Significa: con parenti detenuti. Antonio ha 11 anni. Corpulento, mani grandi, che spesso picchiavano. Ha assaggiato molti lavori. «Il panettiere, lo scaricante, il barista e il ragazzo che controlla la merce esposta, sennò se la fottono. Farei tutto, tranne lo schiattamuorto», il fossatore. Le educatrici spendono ogni energia. Uno ribatte: «Se lavoro perché nascondermi? Non è meglio che spacciare?». Martellante il richiamo all´”altro” lavoro, il Sistema, la camorra. Chi fa il “palo”, cioè avvisare dell´arrivo della polizia, qui prende 150 euro al giorno.
Ma tanti si accontentano di un (sotto)lavoro. Come Geppino, sembrano sereni. «Se uno lavora, campa», ridono. Anche del loro futuro.

La repubblica 06.1o.11

"Sull'orlo del vulcano", di Eugenio Scalfari

Moody´s, la principale delle tre agenzie internazionali di “rating” ha declassato di tre punti in una sola volta il debito italiano. «Lo sapevamo – ha commentato il “premier” – non cambia nulla». Il commento è tipicamente suo. Nel corso degli ultimi quattro anni, da quando la crisi internazionale è esplosa, lui ha commentato le fasi principali di quella tempesta in questo modo: 1. «La crisi non c´è, è un´invenzione dei “media” e dei comunisti». 2. «La crisi c´è stata ma l´abbiamo superata». 3 «La crisi è tuttora in corso ma noi ne usciremo meglio degli altri».
Dopo questi tre passaggi, che hanno coinciso con il progressivo aggravamento della situazione economica internazionale e italiana, ci siamo trovati nella condizione d´esser posti sotto il “protettorato finanziario” di Draghi e di Trichet, cioè della Banca centrale europea, che ci ha dettato per iscritto le misure da prendere se volevamo essere aiutati dall´intervento della Bce a sostegno del nostro debito sovrano. Vi immaginate se Trichet avesse dettato il da fare alla Merkel o a Sarkozy o a Cameron o perfino al governo norvegese o danese o austriaco? Sarebbe stato cortesemente accompagnato alla porta di quelle rispettive cancellerie.
In Italia no. Noi abbiamo bisogno d´un vincolo esterno perché da soli non sappiamo provvedere al nostro bene comune quando la situazione generale peggiora ma anche in condizioni di relativa normalità. Tuttavia non sempre questo è accaduto. Nel ´65 provvedemmo da soli, egualmente nel ´74, egualmente (e fu il caso più grave anzi gravissimo) nel ´92. Ma allora la squadra politico-economica era folta e ben assortita: c´erano Vanoni, Saraceno, La Malfa, Visentini, Cuccia, Mattioli, Andreatta, Carli, Amato, Ciampi e probabilmente ne dimentico qualcuno. Erano tutti di massima competenza ma soprattutto avevano una visione lucida del bene comune. Non c´era bisogno d´un vincolo esterno, sapevano nuotare da soli e talvolta furono loro a dare qualche “dritta” ai colleghi europei.
I comunisti allora c´erano veramente. Si occupavano – quelli del Pci – di difendere gli interessi dei lavoratori. Nei limiti del possibile ci riuscivano con l´aiuto delle altre componenti della sinistra. Fu la grande stagione del “welfare”, dei diritti civili e di quelli sociali. La cultura azionista servì da collante tra la sinistra e il centro e da antemurale laico alla tentazione clericale. Sappiamo degli errori e degli orrori del comunismo internazionale e della vergognosa copertura che il Pci gli fornì, ma per quanto riguarda l´Italia nel periodo di guerra fredda resta quel contributo che bilanciò e rese possibile l´equilibrio delle forze in campo.
Tutto questo sembra preistoria. Oggi siamo il protettorato d´una Banca e camminiamo sull´orlo d´un vulcano ma siamo così ingombranti che un nostro “default” potrebbe essere letale per l´intera economia europea e perfino americana.
Forse il perché di questo nostro esser diventati un pericolo mondiale non è ben chiaro. Cercherò di spiegarlo. Del resto basta leggere il breve testo con il quale Moody´s ci declassa, per capire.
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Nello stato dei fatti, dice Moody´s, il debito sovrano italiano non è insolvibile e probabilmente non lo sarà nemmeno in futuro se misure adeguate saranno adottate con urgenza ed efficacia. Ma i mercati – dice Moody´s – non hanno fiducia che ciò accada. Le misure prese, anche per la provvidenziale pressione del presidente della Repubblica, vanno nella giusta direzione ma sono state adottate solo parzialmente anche per quanto riguarda le parti relative al rigore dei conti pubblici. Per quanto invece riguarda la parte che concerne la crescita del Pil mancano ancora totalmente e quelle delle quali si parla non sembrano tali da provocare effetti significativi. Perciò la sfiducia del debito sovrano non diminuisce, le aspettative dei mercati non migliorano. In tali condizioni i portatori di titoli italiani tendono a disfarsene, i rendimenti aumentano, nelle ultime aste hanno sfiorato il 6 per cento pur trattandosi di collocamenti di modesta entità. Nel 2012 scadranno titoli italiani per circa 250 miliardi, una cifra imponente. Chi li sottoscriverà?
Questi dettagli (che non sono affatto dettagli) non sono scritti nel testo di Moody´s ma sono ben noti a tutti, al Tesoro, agli operatori e ovviamente alle agenzie di rating. Mi permetto di aggiungere un altro elemento che non è certo da sottovalutare: la dilagante sfiducia connessa al rigore senza crescita determina effetti depressivi sull´economia reale e sui flussi del credito bancario alle imprese. Esercita effetti devastanti sulla coesione sociale. La paralisi governativa aumenta con l´eccezione dei temi che riguardano gli interessi privati del presidente del Consiglio.
Tutto lascia prevedere che la Grecia dovrà chiedere la moratoria per il suo debito. Vuol dire che i creditori di quel debito, cioè le banche, si troveranno in mano poco più che carta straccia e non si tratta di banche di poco conto ma di grandi istituti soprattutto francesi e tedeschi, alcuni dei quali dovranno necessariamente essere salvati con danaro pubblico, cioè nazionalizzati.
Disfarsi adesso di titoli greci è di fatto impossibile. Ma quelle stesse banche e moltissime altre sparse nel mondo ma soprattutto in Italia, possiedono anche forti quote di titoli italiani che si troveranno in prima linea (ci si trovano già) dopo la moratoria del debito greco. I titoli italiani si commerciano ancora agevolmente, perciò le banche e gli altri enti che li possiedono cominciano a disfarsene e i rendimenti ad aumentare. Sul mercato secondario sono già più elevati del pur elevato rendimento delle aste e lo sarebbero ancora di più se la Bce chiudesse il rubinetto dei suoi interventi.
Ecco perché Moody´s ha declassato il nostro debito. Berlusconi ha detto che «non cambia niente». In un certo senso è vero, siamo nel peggio e nel peggio continueremo.
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Questo di Moody´s è il fatto del giorno ed era giusto occuparsene; ma nel frattempo molti altri ne sono accaduti, importanti e significativi, sempre più rapidi e rovinosi a causa del disfacimento dell´apparato di governo. Ne abbiamo già dato notizia nei giorni scorsi ma credo sia utile ricordarne alcuni affinché non se ne stinga la memoria.
è tuttora inevasa la pratica che riguarda la nomina del successore di Mario Draghi al vertice della Banca d´Italia. Se ne parla dallo scorso giugno, la scadenza improrogabile arriverà alla fine d´ottobre. La procedura è stabilita dalla legge: il presidente del Consiglio propone un nome al Consiglio superiore della Banca il cui parere è obbligatorio ma non vincolante. Ottenuto quel parere il presidente del Consiglio riunisce il Consiglio dei ministri e propone la ratifica del nome prescelto. Prepara e firma il decreto di nomina e lo sottopone alla firma del Capo dello Stato che lo rende in tal modo esecutivo. Non è esatto dire che il Capo dello Stato lo controfirma, il decreto infatti non è un atto di legge di competenza esclusiva di Palazzo Chigi ma è un decreto del Quirinale, sicché quella del Capo dello Stato non è una controfirma “dovuta” ma una firma che manifesta una volontà autonoma e non obbligata.
Questa complessa procedura derivante dall´importanza della carica in questione implica pertanto che il presidente del Consiglio per scegliere il candidato abbia preventivamente contatti informali con il Quirinale.
Tali contatti ci furono già in giugno e in luglio e sembrò che avessero portato a un risultato, sennonché a quel punto si interpose il parere contrario del ministro dell´Economia la cui partecipazione non è prevista nella procedura di nomina e questa è la sola ragione del grande ritardo che tuttora perdura. Per quattro mesi questa pratica è rimasta inevasa con crescente disagio e stupefazione degli operatori, delle autorità europee e della Bce ed ha contribuito non poco a quella sfiducia dei mercati nei nostri confronti che Moody´s lamenta nella sua decisione di declassamento del nostro debito sovrano.
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Si è aperto un ampio dibattito politico dopo l´intervento del cardinale Bagnasco sulla necessità di “purificare l´aria” nella vita pubblica italiana, diventata “eticamente mefitica”. Il presidente della Conferenza episcopale non ha fatto nomi ma è stato non di meno esplicito poiché ha richiamato al rispetto dell´articolo 54 della nostra Costituzione che impone a tutti coloro che rappresentano istituzioni pubbliche di «onorarle con comportamenti sobri ed eticamente corretti». Chi sia il principale destinatario (non certo il solo) di tale reprimenda dei vescovi è chiarissimo, ma il suddetto Destinatario ed i suoi fedeli collaboratori hanno accettato fervorosamente le parole di Bagnasco con il presupposto che non riguardano loro ma ovviamente i giudici felloni e i comunisti faziosi.
Lo stesso Bagnasco ha anche informato che la Chiesa sta preparando insieme a molte comunità e associazioni cattoliche un soggetto che interloquisca con la politica affinché i cattolici civilmente impegnati abbiano un luogo di incontro e di discussione comune. Non si tratta di un partito – ha precisato il cardinale – perché «la Chiesa non fonda e non dirige partiti», ma d´una sorta di oratorio pre-politico che serva da raccordo al pluralismo politico dei cattolici.
Alcuni ben noti “atei devoti” hanno polemicamente osservato che i laicisti (neologismo improprio che significa laici non credenti) avrebbero dovuto protestare contro Bagnasco poiché il cardinale avrebbe interferito ben due volte nella sfera di competenza dello Stato. Per loro è un bene ma i laicisti avrebbero dovuto fare fuoco e fiamme. Ma perché?
L´articolo 54 fa parte della Costituzione ed è quindi patrimonio di tutti gli italiani. Noi l´abbiamo ricordato assai prima del cardinale e siamo lieti che l´abbia fatto anche lui. Il principale Destinatario se ne infischia, per conseguenza questo è l´ennesimo caso in cui viola la Costituzione sulla quale ha giurato.
Quanto al progetto di creare un punto di raccordo tra la pluralità delle associazioni e comunità cattoliche, non è cosa che riguardi i laici non credenti; rientra nello spazio pubblico che la Costituzione garantisce a tutti in ragione di quella libertà religiosa che ai laici sta particolarmente a cuore.
Infine: si è acceso un vivace dibattito all´interno del centrosinistra e in particolare del Pd tra chi ritiene che nel breve termine l´obiettivo primario per il bene del Paese sia la caduta del governo e la sua sostituzione con un governo di responsabilità nazionale, da un lato, e dall´altro chi vede come obiettivo primario la caduta del governo e le elezioni immediate. Il presupposto è comune, le tesi derivate hanno segno diverso.
La mia personale opinione è che le elezioni immediate, in questa situazione economica e con questa legge elettorale, sarebbero una pessima soluzione. Un governo di responsabilità nazionale affidato ad una personalità di massima autorevolezza sarebbe invece una garanzia per decantare la situazione, uscire dai “protettorati” e mostrare che siamo capaci di nuotare senza salvagente riconquistando fiducia in noi stessi e ispirandola agli altri.

La Repubblica 06.10.11

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Parla il capo del team di analisti di Moody´s per l´Italia, Alexander Kockerbeck. “Ritardi, troppe tasse e misure incerte ecco perché vi abbiamo abbassato il voto”, di EUGENIO OCCORSIO

«Noi abbiamo rilevato un marcato incremento della vulnerabilità dell´Italia rispetto agli eventi esterni. L´ambiente globale è incerto e il rischio di un ulteriore peggioramento nel sentiment degli investitori colpirebbe proprio il costo del debito pubblico italiano». Spiega le motivazioni con metodo pedagogico Alexander Kockerbeck, l´analista di Moody´s che per quattro mesi ha passato al microscopio l´economia italiana concludendo con la sonora bocciatura dell´altra notte: «Un rating A2 indica che il rischio di default dell´Italia resta remoto. Ma il cambiamento strutturale nel mercato monetario dell´Eurozona peggiora la vulnerabilità del vostro Paese, aumenta il pericolo di perdita di accesso al mercato a tassi accessibili, quindi lo rende incompatibile con un rating “Aa”».
L´Italia è un vaso di coccio fra vasi di coccio, ma siccome è più di coccio degli altri, diventa inevitabile il downgrading?
«Il comitato che ha deciso il declassamento ha valutato tre elementi. Il primo è l´aumento del rischio nel finanziarsi a lungo termine per i Paesi dell´euro ad alto debito pubblico come l´Italia, visto che è in corso una crisi eccezionale dei debiti sovrani. Il secondo è il ribasso delle prospettive di crescita dell´Italia sia per le debolezze strutturali che per l´indebolimento dell´outlook globale. Il terzo è l´incertezza, nonché i tempi dilazionati, nel centrare gli obiettivi governativi e rovesciare la tendenza negativa, dovuta alle esitazioni politiche interne».
Dei tre fattori, solo l´ultimo è colpa dell´Italia?
«È importante considerare la sinergia fra loro, che genera effetti più forti dei fattori positivi che pure esistono: la scarsezza di squilibri finanziari, l´assenza di bolle speculative sulla casa, il basso indebitamento privato, la solidità delle banche rispetto ad altri Stati. Un pacchetto di elementi di solidità che potrebbero aiutare a stabilizzare il merito di credito del Paese».
Il governo attuale vi sembra all´altezza della sfida?
«Mettiamola così. Le debolezze strutturali dell´Italia, cioè la bassa produttività e le pesanti rigidità sia sul mercato del lavoro che nella distribuzione, sono ancora tutte lì. Per questi punti di debolezza il Paese non è stato in grado di impostare un più alto potenziale di crescita nel decennio passato. Quando è arrivata la crisi nel 2009, gli stessi fattori hanno rafforzato la dinamica negativa».
Ma ci sono stati ritardi nell´attaccare la crisi?
«I piani del governo hanno appena cominciato ad essere indirizzati ad alcuni dei problemi strutturali e avrebbero bisogno di essere attuati rapidamente, invece avranno bisogno di tempo. Nel frattempo le prospettive di sviluppo sono state riviste ovunque al ribasso. Ma la crescita è il fattore cruciale: determina le entrate del governo, il raggiungimento degli obiettivi fiscali, la traiettoria del debito».
Come giudicate l´ultima manovra?
«Ci sono significativi rischi sulla sua riuscita. Più di metà delle misure si basa su crescite delle entrate, il che rende l´intera operazione vulnerabile alle carenze di sviluppo. Qualsiasi misura aggiuntiva è soggetta ad un difficile consenso politico, e così il governo può trovare arduo arrivare a un livello di surplus primario tale da ridurre il rapporto debito/Pil».
Vi siete riservati di rivedere ancora la valutazione?
«No, il rating non è sotto revisione. Abbiamo un outlook negativo dato che le sfide interne ed esterne non possono essere vinte in una notte. L´Italia avrà bisogno di rifinanziamenti per 200 miliardi nel 2012: forse le prossime misure europee miglioreranno la situazione, ma può accadere anche il contrario: per questo non era possibile che l´Italia restasse nella categoria “Aa”».

La Repubblica 06.10.11