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"Elogio della Bocassini", di Oreste Pivetta

Ilda Boccassini, magistrato e “togarossa” celebre e sbeffeggiata, offesa, vilipesa dalla stampa berlusconiana, s’è presa la libertà,discutendo di mafia, di proporre alcune considerazioni a proposito di intercettazioni con grande schiettezza oltre che con equilibrio, intelligenza, competenza Lo ha fatto dopo una giornata passata in tribunale a sostenere le ragioni di un processo, quello per il caso Ruby, che si deve fare, malgrado i soliti tentativi dei soliti legali di rinviare, occultare, insabbiare. Considerazioni impreviste e forse imprevedibili nel momento in cui il presidente del Consiglio muove l’ennesima campagna censoria, per fortunatra molti ostacoli emolte opposizioni, giornalisti in prima fila. Ilda Boccassini, con naturalezza, ha detto una cosa semplice, che a legger certe cose sui giornali s’indigna, e ne ha detto un’altra difficile, lei magistrato rivolgendosi ad altri magistrati: che s’è fatto un cattivo uso di quel formidabile strumento da parte della magistratura, ovvero da parte degli uffici del pubblico ministero a livello nazionale, proponendole di fatto come il campo, l’occasione, di uno scontro politico senza autentica politica, contribuendo al degrado di una politica che degradata lo è già per conto proprio. Il giudizio è severo, pretenderebbe una seria riflessione, anche se qualcuno non mancherà di impugnarlo come un’ascia di guerra per fare a pezzi giornali e rotative o almeno per stendere pennellate di inchiostro nero, a propria discrezione, su dialoghi, conversazioni, confessioni. Ma non è così per Ilda Boccassini, che segnala invece l’importanza delle intercettazioni, indispensabili a qualsiasi inchiesta giudiziaria. Ci richiama però ad un uso sobrio e pertinente, ad un uso severo che non metta di mezzo chi non c’entra, il colpevole ipotetico di un delitto o il dirigente politico che parla senza inibizioni: perchè non sempre in ciò che è intercettato vi è, per fortuna, rivelazione di reato e comunque ad ogni presunto reato dovrebbero corrispondere prove certe.
Soprattutto, il magistrato Boccassini ci invita a sottrarre la politica alle tentazioni della chiacchiera, del retrobottega, del buco della serratura. A seconda dei casi e nella migliore delle ipotesi sul gossip si può costruire una immagine della morale dei tempi e un po’ di sociologia del costume. Anche per questo la stampa ha il diritto insuperabile di pubblicare tutto ciò che è pubblico, noi di leggere o di non leggere (più che l’indignazione spesso ci tocca la noia). La politica dovrebbe sollevarci, sottrarci alla china. Colpa di tutta la politica se non va così? Si torna sempre a quel punto, alla presenza diunpersonaggio che levandosi di torno aiuterebbe questo Paese a tornare, o almeno ad avvicinarsi, alla normalità. Forse anche a un uso normale delle intercettazioni.

L’Unità 05.10.11

"Le mani su Alenia della Lega predona", di Gianni del Vecchio

Il nuovo ad di Finmeccanica chiude lo stabilimento aeronautico di Casoria e lo trasferisce a Nord, per la gioia di Bossi. «Più che di federalismo industriale parlerei di semplice accaparramento, da parte dei leghisti, di saldi di fine stagione prima che il governo cada». Gigi Moncalvo è stato direttore de La Padania, il giornale del Carroccio, ed è quindi uno che conosce bene il modo di pensare e di agire di Bossi e dei suoi uomini. Proprio per questo ha ancora più valore il suo commento, nel corso della trasmissione In Mezzora in onda domenica scorsa, al nuovo piano industriale dell’Alenia, la società aeronautica del gruppo Finmeccanica.
Piano che spoglierebbe il Centro-Sud di fabbriche d’eccellenza e posti di lavoro a favore del Nord, con grande gaudio dei dirigenti leghisti.
Per capire questa storia di egoismo territoriale, bisogna tornare indietro di qualche mese.
A inizio aprile il Tesoro ufficializza le nuove nomine per le più importanti società di proprietà statale, e ovviamente alla spartizione di presidenti e amministratori delegati partecipa anche la Lega. Bossi riesce a portare a casa un posto di peso, la poltrona di ad di Finmeccanica: lì si siede Giuseppe Orsi, ingegnere piacentino vicino alle posizioni del partito. Una vittoria politica che inizia a dare i frutti pochi mesi dopo, a settembre, quando i vertici dell’Alenia (controllata appunto da Finmeccanica) presentano il progetto di riorganizzazione della società. Il piano è una vera e propria doccia fredda per gli stabilimenti di Napoli e gli uffici di Roma, mentre regala alla provincia di Varese un’inattesa possibilità di sviluppo. Cominciamo con l’attacco al Sud: sono previsti 1.200 esuberi a livello nazionale, di cui solo la metà in Campania; dei quattro stabilimenti della provincia di Napoli (Pomigliano, Casoria, Nola e Capodichino) ne chiuderà uno, quello di Casoria, nonostante abbia buoni livelli di produttività e goda del boom di commesse per gli Atr, gli aerei prodotti dalla joint venture fra Alenia e Eads; infine verrà trasferita la sede legale da Pomigliano a Venegono, nel varesotto, dove Alenia si integrerà con Aermacchi, altra azienda aeronautica ma molto più piccola, visto che il rapporto di forze è di sette a uno. Proprio quest’ultimo punto è quello che preoccupa i lavoratori e la classe politica campana, perché si teme che assieme alla sede legale possa successivamente passare nella patria di Reguzzoni e Maroni anche il reparto progettazione, la vera punta di eccellenza delle fabbriche napoletane di Alenia. Una prospettiva, questa, che finirebbe col privare il meridione di uno dei pochi poli industriali tecnologicamente avanzati: basta considerare che da decenni c’è una stretta collaborazione fra la facoltà di ingegneria napoletana e l’azienda aeronautica, sinergia che permette a tanti giovani ingegneri meridionali di trovare un posto di lavoro qualificato a pochi passi da casa.
Il nuovo piano però colpisce anche Roma, affondando il coltello su uno dei luoghi comuni che il sedicente partito padano non manca mai di alimentare: i romani che campano solo grazie agli uffici pubblici e parapubblici.
Il progetto di Alenia infatti prevede la chiusura della sede amministrativa della Capitale, per trasferire tutti gli uffici a Torino o Pomigliano. Cosa che ha provocato una prevedibile sollevazione bipartisan dei politici capitolini, capace di unire il sindaco Alemanno al presidente della provincia Zingaretti.
Non a caso il Campidoglio è stato unanime nel dare mandato al primo cittadino di chiedere il blocco del trasferimento.
Insomma, se si mette da parte la chiusura di una fabbrica a Venezia, la geografia della riorganizzazione non lascia dubbi: la polpa finirà sopra al Po, nonostante l’ad Giuseppe Giordo cerchi di minimizzare. E a sorridere saranno soprattutto i varesini dell’Aermacchi dove lavora, singolare coincidenza, la moglie di Maroni.

da Europa Quotidiano 05.10.11

Ddl intercettazioni. Bersani: “Uno scandalo parlarne mentre il Paese è in crisi”

E’ uno scandalo: mentre 5 donne che lavoravano a 4 euro all’ora muoiono sotto un palazzo e Moody’s ci declassa, noi siamo qui a parlare di intercettazioni!”. Il Governo pensa solo agli affari suoi e il declassamento è un’altra mazzata: non c’è un cambiamento, la sfiducia rischia di tirarci a fondo. “E’ uno scandalo: mentre 5 donne che lavoravano a 4 euro all’ora muoiono sotto un palazzo, e Moody’s ci declassa, noi siamo qui a parlare di intercettazioni!”. Lo ha affermato il segretario del PD Pier Luigi Bersani riferendosi al ddl intercettazioni il cui esame è iniziato in aula alla Camera. “Tutta l’Italia e tutto il mondo – ha aggiunto Bersani – vedono che mentre questo governo ha una perdita di presa totale sulla situazione del Paese nello stesso tempo pensa solo agli affari suoi: è scandaloso”.
“E’ chiaro che così non possiamo arrivare al 2013. Il PD è disposto discutere qualsiasi soluzione che convinca questa maggioranza a fare un passo indietro e che porti il Paese fuori da questa situazione”.

“Tutti i Paesi che hanno avuto gli stessi problemi, o hanno cambiato governo, o sono andati al voto. Tre gradini in meno è una mazzata. A questo punto le favole non bastano più”.

“Purtroppo – ha concluso Bersani – testardamente, in questa maggioranza non c’è il minimo senso di responsabilità di fare un atto di generosità verso il Paese. Noi siamo pronti a prenderci qualche responsabilità in un governo di transizione con figure nuove che rassicurino i mercati e che ci dia tempo per una nuova legge elettorale”.

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Ogni anno muoiono 8 milioni di bambini sotto i 5 anni. Rapporto Save the Children

L’emergenza nel Corno d’Africa e l’alluvione in Pakistan aggravano il bilancio. Somalia e Ciad paesi maglia nera, lì un bimbo rischia di morire 5 volte di più che in Norvegia Un bambino che nasce in Somalia, Guinea, Ciad o Niger rischia di morire da piccolo cinque volte di più di un bimbo nato in Svizzera o in Norvegia. Quasi otto milioni di bambini muoiono, ogni anno nel mondo, prima di avere compiuto 5 anni, uno ogni quattro secondi, di cui oltre il 70% muore nel primo anno di vita e il 40% nel primo mese. Le cause sono spesso malattie banali e curabili, quali le complicazioni pre e post parto (21%), la polmonite (18%), la malaria (16%) e la diarrea (15%). Sono dati Unicef riportati da Save The Children nel rapporto “Accesso Vietato – Perché la grave carenza degli operatori sanitari ostacola il diritto alla salute dei bambini”, in occasione del rilancio della Campagna Every One, per dire basta alla mortalità infantile . A queste malattie si aggiunge la malnutrizione come concausa di un terzo dei decessi infantili.. Il 65% dei decessi infantili da malnutrizione avvengono in 10 paesi: India, Cina, Nigeria, Pakistan – dove la situazione è drammaticamente peggiorata dopo le alluvioni – Indonesia, Bangladesh, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Filippine, Tanzania. Quasi la metà della mortalità infantile si concentra nell’Africa sub sahariana (49%), e nell’Asia meridionale (33%), dove rispettivamente 1 bambino su 8 e 1 bambino su 15 muoiono prima di compiere i 5 anni. In termini assoluti, metà di queste morti avviene in 5 Paesi: India (che da sola conta il 30% del numero dei decessi infantili), Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina. Ad aggravare ulteriormente un bilancio così catastrofico sono state le recenti emergenze come quella nel Corno d’Africa, che ha già provocato la morte di decine di migliaia di bambini in Somalia ed Etiopia, e quella in Pakistan, dove nelle aree colpite dall’alluvione è stato rilevato un tasso di malnutrizione dei bambini del 23%.
Secondo Save the Children, 350 milioni di bambini al mondo non vengono visitati da un operatore sanitario in tutta la loro vita. La cifra è ricavata dalle stime dell’OMS che parlano di 1 miliardo di persone nel mondo senza accesso a nessuna cura sanitaria. Il 35% della popolazione mondiale è costituita da bambini, il 35% di 1 miliardo corrisponde a 350 milioni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità per assicurare un’assistenza sanitaria di base occorrono 23 operatori sanitari ogni 10.000 persone. L’intervento di un operatore sanitario può fare la differenza fra la vita e la morte di un bambino: Save the Children stima infatti che dove ce ne sono troppo pochi, un bambino rischia cinque volte di più di perdere la vita prima di aver compiuto 5 anni.
Sono Ciad e Somalia i paesi in fondo alla classifica per numero degli health workers e per il loro impatto nell’assistenza ai bambini. Un quarto del peso delle malattie mondiali grava sull’Africa, ma sul continente lavora solo il 3% dei dottori, delle infermiere e delle ostetriche del mondo. In totale, su tutto il pianeta mancano 3.500.000 operatori sanitari, incluse 350.000 ostetriche. Per assicurare un’assistenza sanitaria di base, occorrono 23 operatori sanitari ogni 10.000 persone. Tuttavia 61 paesi – di cui 41 in Africa – sono ben al di sotto di questa soglia. Sono le stime fatte con il nuovo Indice degli Operatori Sanitari di Save the Children, che prende in considerazione 3 parametri, cioè il numero di operatori sanitari, la percentuale di bambini che ricevono 3 dosi di vaccino per difterite, pertosse e tetano e il tasso di parti assistiti da personale specializzato. Un bambino bisognoso di cure e assistenza, dal momento della nascita in poi, corre in quei paesi un rischio 5 volte maggiore di morire rispetto ai paesi in cima all’indice Svizzera, Finlandia, Irlanda, Norvegia. In Somalia si contano 1,5 operatori sanitari ogni 10.000 persone a fronte di 1 bambino su 5 che muore prima di aver compiuto i cinque anni di età . In Etiopia il rapporto è di 2,6 su 10.000 persone, a fronte di un tasso di mortalità infantile di 1 bambino ogni 10. Al contrario la Norvegia conta oltre 188 tra dottori, infermieri e ostetriche ogni 10.000 abitanti, con un rapporto di un operatore sanitario ogni 53 abitanti. In Guinea, Somalia e Niger, il rapporto è rispettivamente di 1 operatore ogni 7.143, 6.667 e 6.250 abitanti.
“Gli operatori sanitari sono il cardine di qualsiasi servizio sanitario. Senza di loro, non si possono somministrare i vaccini, prescrivere medicinali salvavita, dare assistenza alle donne durante il parto. Senza operatori sanitari, malattie come la polmonite e la diarrea diventano mortali, soprattutto per i bambini piccoli o neonati e tanto più se questi bambini e le loro mamme vivono in aree rurali, più difficilmente raggiungibili.”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.
“Il 4° e 5° obiettivo del Millennio, cioè la riduzione di due terzi della mortalità infantile e dei tre quarti di quella materna entro il 2015, non potranno essere raggiunti finché bambini e mamme non potranno contare sull’assistenza e la cura di operatori sanitari quando ne hanno bisogno”, sottolinea Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia. “Stimiamo che se solo ci fossero 350.000 ostetriche in più e ad ogni parto assistesse un operatore sanitario qualificato, 1,3 milioni di neonati potrebbero essere salvati”.
L’Ong dichiara che nel 2010 ha supportato la formazione di quasi 85.000 operatori sanitari nei paesi in via di sviluppo e l’obiettivo è di arrivare a 400.000 entro il 2015. Con la campagna Every One agisce a sostegno della salute di bambini e madri, prima durante e dopo il parto e programmi per la nutrizione materno-infantile. Approvigiona ambulatori medici e ospedali, supporta centri per bambini con problemi di malnutrizione, fornisce supporto economico a donne e famiglie, promuove sistemi agricoli e coltivazioni.

da Redattore Sociale

Giornata mondiale dell'insegnante: "Ricostruiranno l’Italia, come 150 anni fa", di Francesca Puglisi

Saranno nuovamente gli insegnanti a ricostruire, nelle scuole, l’Italia di domani, così come accadde 150 anni fa, in cui furono proprio loro a realizzare appieno l’Unità d’Italia, diffondendo dalla Sicilia al Piemonte, tanto nelle campagne quanto in città, la nostra unica lingua, per sconfiggere poi negli anni ’50 l’analfabetismo. Nella giornata mondiale degli insegnanti, che si celebrerà domani, ci auguriamo davvero che questi uomini e donne possano essere i protagonisti di una stagione di innovazione e cambiamento che ridia centralità nel nostro Paese alla scuola della Costituzione.
Sta uscendo dal servizio attivo la generazione che ha vissuto da protagonista la lunga stagione che è riuscita a tradurre il cambiamento socioeconomico degli anni sessanta nello straordinario sviluppo e innovazione dell’istruzione degli anni settanta. È una generazione che lascia la scuola nel disincanto: il ruolo della scuola dell’emancipazione e del superamento degli svantaggi sociali rischia di soccombere sotto la mannaia demolitrice del Governo Berlusconi, che ripropone la scuola della separazione e dell’immobilità sociale, tanto combattuta da Don Milani.

I “giovani” insegnanti stanno entrando nella scuola con mille difficoltà e segnati troppo spesso da un devastante precariato. Per questo, quando torneremo al Governo, vogliamo costruire le condizioni affinché il passaggio di testimone coincida con la ricostruzione di una prospettiva di rilancio della professione insegnante, per tornare ad investire su una scuola per tutti e per ciascuno, che veda nella scuola pubblica l’istituzione democratica fondamentale, in cui ricostruire l’identità di un Paese unito.

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“Il terzo gradino”, di Beppe Bagni, presidente CIDI- Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti

Nella giornata mondiale dell’insegnante mi piace raccontare una piccola storia. Un alunno aveva scritto che il suo luogo preferito nella scuola era il terzo gradino delle scale. Chiedendogli il motivo, venne fuori che il terzo gradino era quello appena prima del pianerottolo, il più alto prima di cadere sotto lo sguardo della portineria. Da quella posizione si vedevano tutti i compagni e ancora non si era visti dagli adulti.

Un insegnante incontra nella sua carriera molti studenti che un gradino simile a scuola non l’hanno mai trovato.
Mi ricordo molto bene di Davide. Si era iscritto nella prima odontotecnico, accompagnato da certificazione di disabilità. Al fondo, la solita sindrome di mal di scuola, allergia che di norma consiglia il soggiorno nei professionali.
Davide aveva uno sguardo vispo, curioso verso la scuola, ma di quella curiosità tipica di un turista in un paese straniero. Non ho mai avuto la sensazione che considerasse l’esperienza scolastica come qualcosa che appartenesse alla sua vita reale, quella che trascorreva alle Piagge, periferia di Firenze. L’unico spazio veramente suo il marciapiede, condiviso con gli amici del quartiere.

So bene che non è una storia originale, nella scuola pubblica si trovano molti ragazzi e ragazze così. Adolescenti-convalescenti; corpi fragili che soffrono il contatto con la scuola. Se vi si immergono lo fanno contro voglia e trattenendo il respiro.
Era come se Davide stesse nel suo banco, chiuso in un sacchetto di plastica.
Tante volte un insegnante si trova di fronte a ragazzi e ragazze sigillati, apparentemente impermeabili a qualunque approccio, col desiderio scritto in fronte di transitare in fretta il tempo della scuola passando sui marciapiedi più bui, ma non possiamo lamentarci dei nostririsultati. Sicuramente accanto a fallimenti inevitabili abbiamo tutti memoria di sacchetti fatti a brandelli, strappati con i denti e a costo di tanto sudore.

Un insegnante può essere bravo quanto vuole, ma non riesce in questa impresa se non impara a pensare come si pensa dall’interno del sacchetto e se non comprende l’importanza del terzo gradino. Ci riesce solo se rifiuta l’idea stessa che vi sia qualcuno che non è fatto per la scuola . Se è convinto che anche a chi dice che non vuol imparare si può far cambiare idea, se solo gli si offre una ragione per farlo.

In un racconto per l’infanzia di J. Crockett, Harold è un bambino che si costruisce il proprio mondo con la matita viola. È notte, dalla sua finestra vede la luna e decide di fare una passeggiata. Allora disegna la luna e una strada, e lui che la percorre. Poi disegna il mare e una barca su cui naviga. Dopo decide di andare verso la luna, allora disegna una mongolfiera e vola nel cielo notturno. Vedendo la città dall’alto vuole disegnare la sua finestra, quindi con la matita disegna case e palazzi e finestre, ma nessuna corrisponde a come lui si ricorda la sua. Fino a quando si ricorda che aveva visto la luna attraverso la finestra della sua stanza. Allora disegna l’interno della sua camera e la finestra, e la luna oltre di essa. Finalmente soddisfatto, chiude l’album e va a letto.

Harold forse non lo sa, ma quella sera è cresciuto. Ha imparato che il suo è solo un punto di vista, uno dei molti possibili, e ha disegnato la luna di qua e di là dalla finestra. È così che si cresce, con un processo che certamente richiede un impegno molto personale, ma anche degli insegnanti che ti insegnano a impugnare bene la matita viola.
Ma soprattutto, che ti convincono che per tutti c’è una luna che vale la pena disegnare.
Magari stando seduti sul terzo gradino.

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"Niente scherzi su Mattarella", di Mario Lavia

Peccato che ieri Sergio Mattarella non sia stato eletto giudice costituzionale per 33 voti: il quorum era alto – due terzi del parlamento –, speriamo che ce la faccia oggi o alla quarta votazione, quando scenderà a tre quinti. L’accordo trovato sull’ex ministro per la Consulta e Albertoni per il Csm, malgrado la mancata nomina del primo, può reggere, perché Albertoni ha avuto solo una manciata di voti in più di Mattarella (ma per lui sufficienti perché il qurum era più basso).
Restiamo fiduciosi. Anche se quelle 74 schede bianche e 55 nulle un po’ inquietano: da dove vengono? L’ultima cosa che vorremmo è assistere al protrarsi delle votazioni, perché sarebbe un altro segnale di incapacità del parlamento di assolvere ad uno dei suoi doveri fondamentali, quale quello di garantire il plenum di istituzioni fondamentali della democrazia.
Non facciamo scherzi, dunque. Non si creino altre macerie istituzionali e politiche.
Saremo un po’ retrò ma per noi la notizia che in parlamento si era trovato l’accordo sul nome di Sergio Mattarella come giudice costituzionale era apparsa subito di quelle buone. Cosa rara di questi tempi.
Si tratta di una personalità di cui unanimente sono riconosciute finezza giuridica, onestà intellettuale e probità personale, oltre – ma qui ci fa velo la partigianeria – una passata capacità politica che negli anni ha costituito un valore aggiunto per la sua parte. Ma insisteremmo qui sul dato personale di Mattarella, uomo lontano dalle luci della ribalta, refrattario alla politicaspettacolo in voga da 17 anni in qua, legato piuttosto ad una idea per così dire, “sostanziale” della politica, attenta cioè alla individuazione delle soluzioni dei problemi: e qui lo ha sempre soccorso la profonda conoscenza dei meccanismi costituzionali e istituzionali.
C’è chi non ha condiviso i nomi proposti, come i radicali, che hanno votato per altri candidati. Francamente invece non si capisce la posizione di Antonio Di Pietro che ha schierato Idv su una linea demagogica, alla base della non partecipazione al voto, per la quale la corte costituzionale e il Csm «non sono posti da occupare». Ma sa o no, l’ex pm, che il parlamento, dunque i partiti, deve esprimere – secondo la Costituzione – alcuni componenti delle due istituzioni? Dovrebbe saperlo, anzi lo sa certamente. Che vuol dire, allora, che «la Corte deve restare autonoma?». E perché, con Mattarella diventa una cellula del Pd? Ma per favore. È pura demagogia, è un’altra prova di cedimento alla sub-cultura dell’antipolitica, un trucchetto buono per infilarsi nel vortice pericoloso del qualunquismo. Ma così quella di Vasto diventa una foto sempre più sfocata.

da Europa Quotidiano 05.10.11

Barletta. Il cordoglio di Bersani e del Partito democratico

Delegazione del PD a Barletta per i funerali delle lavoratrici. Bersani: “Bisogna che il nostro Paese ritrovi il senso delle priorità: la dignità del lavoro e la sicurezza del lavoro, elementi ineliminabili di un Paese civile”.
Una delegazione del Partito democratico a cui parteciperanno Roberta Agostini, portavoce della Conferenza nazionale delle Donne e Stefano Fassina, responsabile economico del PD, sarà a Barletta ai funerali delle cinque donne morte nel crollo della palazzina dove lavoravano.

“Vogliamo esprimere – hanno affermato Agostini e Fassina – il nostro personale cordoglio e quello di tutto il Partito Democratico alle famiglie delle vittime. Morire di lavoro per sopravvivere e assicurare il proprio contributo alla famiglia, per pagare le bollette o il mutuo della casa è una tragedia, ed è una vergogna nazionale che si possa morire per un lavoro malpagato, in condizioni di legalità e di sicurezza inaccettabili per un paese che si definisce civile. La compressione dei diritti, delle garanzie e delle tutele del lavoro è ormai una realtà in tante parti del nostro paese ed in particolare nel Mezzogiorno e sono spesso le donne a pagarne le conseguenze più drammatiche. Ci dobbiamo sentire tutti impegnati per garantire, non solo a parole ma con i fatti e con le leggi, la dignità delle condizioni di lavoro delle donne e di tutti i lavoratori in ogni parte del Paese perché queste tragedie non possano e non debbano più accadere”.

“Il crollo della palazzina a Barletta è una tragedia che lascia sgomenti – ha detto Pier Luigi Bersani, Segretario nazionale del PD – l’assenza di sicurezza, il lavoro in nero per pochi euro, i controlli che fanno acqua: troppe volte abbiamo dovuto assistere a tragedie come questa. Spetta naturalmente alla magistratura fare luce sulle responsabilità. Ma bisogna che il nostro Paese ritrovi il senso delle priorità. La dignità del lavoro e la sicurezza sul lavoro sono elementi ineliminabili di un Paese civile”.

“E’ straziante che dopo più di un secolo si debbano ripetere tragedie come quella che è accaduta a Chicago e che ha poi ispirato l’8 marzo”, ha evidenziato la senatrice del PD Vittoria Franco. “Le donne di Barletta, operaie in nero precarissime e senza alcuna tutela né sicurezza, donne che cercavano di contribuire all’economia famigliare conciliando il lavoro con la cura, sono delle nuove eroine. Ha ragione il Presidente Napolitano – ha proseguito Vittoria Franco – è una sciagura inaccettabile, di fronte alla quale dobbiamo chiederci quanto sia estesa la piaga dello sfruttamento, e in particolare dello sfruttamento femminile, specie al Sud”.

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Ricattate e senza diritti. «Non possiamo perdere quel reddito minimo», di Jolanda Bufalini

Vito De Mario a 14 anni era operaio alla Osram, ora è segretario regionale della Filctem: «Le lavoratrici ci raccontano ma in modo riservato, senza fare nomi. C’è chi restitusce metà stipendio e chi con il part time lavora 12 ore». Non avevamo notizia di questa impresa a conduzione familiare, poi abbiamo saputo da RAI3 che si tratta di lavoro nero. Ma cosa significhi lavoro nero non sappiamo, c’è un’indagine della magistratura. Bisognerebbe andare a fondo, perché si fa presto a dire lavoro nero. Lavoro nero è anche un contratto parttime, se lavori per 12 ore al giorno, oppure c’è chi prende la busta paga il lunedì, va in banca e il martedì porta la metà di quello che ha riscosso al datore di lavoro, altrimenti il mercoledì è messo fuori della porta. A Barletta il lavoro nero è un fenomeno molto esteso che si è accentuato negli ultimi anni soprattutto in questo settore che, noi, in gergo sindacale, chiamiamo Tac, tessile-abbigliamento-calzaturiero, in cui sono impiegate soprattutto donne. Lo sappiamo perché vengono le lavoratrici a raccontare, ma in modo riservato, senza fare nomi, perché non vogliono perdere quel minimo reddito. Noi sollecitiamo gli organi ispettivi, le sedi istituzionali, ma l’impressione è che la crisi morda moltissimo. Parliamo, per queste donne, di poche centinaia di euro mensili». «A Barletta, fino a una decina di anni fa, c’erano decine di manifatture, nei calzaturifici lavoravano 12.000 addetti. Poi le calzature non erano più vendibili, le fabbriche hanno chiuso».
Quella che abbiamo raccolto è la testimonianza di Vito De Mario, 58 anni, segretario regionale in Puglia della Filctem, la federazione italiana lavoratori chimici, tessili, energia, manifatture della Cgil. «Qui si sono salvate solo alcune aziende che producono scarpe di sicurezza oppure scarponi per sciare. Ma la scarpa tradizionale di Barletta è ormai in diretta concorrenza con paesi come la Cina. Le aziende si sono trasformate, in parte si sono buttate sulla commercializzazione, altri sono diventate piccoli centri artigianali, il lavoro si è riconvertito in queste forme subumane. La situazione di ricatto è sempre più forte, le politiche governative sappiamo quello che sono, e le donne sono quelle che pagano di più. Gli imprenditori navigano in questo ventre molle della Tac, utilizzando i contratti che sono uguali per tutto il settore, alcuni si sono specializzati nei completamenti, altri nel ritiro merci».
Eraclio, il gigante di Barletta
«Non so quali fossero le mansioni di quelle ragazze, delle operaie della maglieria, né ora vogliamo fare la parte di quelli che si impicciano dopo che è avvenuta la disgrazia. Lì ci sono state liti fra i proprietari dei palazzi, è stato rimosso un muretto e, più c’erano le vibrazioni dei macchinari. L’unica cosa certa è che lì un’attività produttiva non ci poteva stare, ci sono le aree dedicate alle attività produttive e non sono nel centro storico, in palazzi vecchi, vicini all’Eraclio, il “gigante” di Barletta.
Per capire la situazione bisogna fare il confronto fra il prima e dopo. Prima, alcuni anni fa c’era più differenza fra Monopoli e Barletta che fra Barletta e Treviso. Barletta non era Sud. Adesso è depressa. Le aziende aprono e chiudono, si trasformano e la gente si arrabatta per sbarcare il lunario, deve arrangiarsi e le donne pagano di più. Di fronte alla legge siamo tutti uguali ma non siamo tutti uguali quando si tratta di portare a casa qualcosa».
«Cosa facciamo noi sindacalisti per contrastare tutto questo? Abbiamo persone che impazziscono da mattina a sera. Non caviamo un ragno dal buco, dal punto di vista degli introiti sindacali, però ci siamo sul territorio, il nostro è un settore complicato: acqua, gas, chimica, e Tac Tessile-abbigliamento-calzaturiero. E siamo stretti fra le norme e il condizionamento che subisce la gente che viene da noi a pregare e piangere, ci racconta le cose, in modo riservato, senza fare nomi. Perché nessuno può permettersi di perdere quelle poche centinaia di euro. E le donne sono quelle che pagano di più».
Chiediamo a De Mario come è diventato sindacalista. «Faccio attività sindacale dall’età di 14 anni, lavoravo alla Osram, la fabbrica delle lampadine, ero manutentore meccanico. Poi mi sono anche laureato in Scienze politiche, ho fatto l’università serale. Sindacalista di professione lo sono dal 1981, è una vita che sto dietro a queste cose.
I liquori al bar
«Mi ricordo quando Barletta era florida, negli anni 80, abbiamo fatto tante vertenze. Allora, la mattina, vedevi uscire un fiume di persone, chi andava verso i campi e chi verso le industrie. Bastava andare al bar per accorgersi di come si stava bene, c’erano tutti i tipi di liquore. Anche da queste cose si vede la ricchezza di una zona.
La crisi è cominciata negli anni Novanta, poi è espolsa dal 2000 in poi e abbiamo iniziato a vedere gli opifici che chiudevano. Alle dismissioni, da sindacalista, ho lavorato per diversi anni».
«Oggi il tasso degli incidenti sul lavoro è alto ma sono tanti quelli che non vengono denunciati. L’Italia, dal punto di vista statistico, è il più bel paese del mondo. Solo quando scoppia una tragedia di grandi dimensioni si viene a sapere cosa è successo». «E dire che qui ci sarebbe il terreno giusto, perché la gente è molto combattiva, non è come nel sud barese dove si ha di più la testa da impiegati. Solo che anche qui la combattività si va affievolendo, le nuove generazioni non si capisce cosa vogliano. Però c’è ancora la gente che lavora, che dà un senso alla vita nel lavoro. Ma sono i più penalizzati».

L’Unità 05.10.11