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"Anche Moody’s declassa l’Italia", di Bianca Di Giovanni

L’agenzia ha abbassato il rating dei titoli di Stato da Aa2 ad A2. Palazzo Chigi minimizza. Bersani: una mazzata, ora il governo va cambiato. Tremonti in giornata aveva detto: Spagna meglio di noi perché va al voto anticipato. Italia declassata. Confermando le previsioni della vigilia l’agenzia di rating Moody’s ha rivisto al ribasson il suo giudizio sui titoli italiani. Il rating (voto) è passato da Aa2 a A2. Un taglio di tre posizioni, che
pone l’Italia al pari di Malta, sotto l’Estonia e la slovacchia. Secondo gli analisti della cosiddetta “seconda sorella” tra le agenzie di rating, anche le prospettive (outlook) del nostro Paese sono negative. «Il rischio di default dell’Italia è remoto- scrivono gli americani – Ma la vulnerabilità di questo Paese è aumentata». «La notizia del declassamento di Moody’s é una mazzata – commenta Pier Luigi Bersani – L’Italia é meglio di quel rating, ma se non c’é un cambiamento la sfiducia rischia di tirarci a fondo».Le ragioni del downgrading sono
legate al rallentamento dell’economia mondiale, ma anche alle incertezze politiche che attraversa il Paese. Incertezze che sono emerse con forza ieri. Una giornata segnata da uno scontro frontale tra Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi. Il ministro all’Ecofin ha affermato che probabilmente la Spagna ha uno spread inferiore all’Italia
“perché lì si è deciso di andare alle elezioni, quindi di cambiare”. Una vero siluro lanciato dritto-dritto verso Palazzo Chigi dall’inquilino di Via Venti Settembre in uno dei momenti più complicati nel rapporto tra i due Palazzi. Giorni difficili in cui si devono affrontare nodi delicati, come la nomina del successore di Draghi in Bankitalia (la decisione è attesa per giovedì, ancora in vantaggio Fabrizio Saccomanni) o le nuove misure per lo sviluppo, su cui il ministro tiene la borsa chiusa. In questo contesto un’uscita di questo tipo da un proscenio internazionale non può certo passare inosservata. Si parla di credibilità dei Paesi, di andamento dello spread (il differenziale) che di quella credibilità è il termometro.
Per la Spagna c’è stata un’unica impennata, poi quasi rientrata. In Italia invece l’innalzamento del livello del differenziale sembra definitivo: non si riassorbe. Eppure il nostro Paese era partito da situazioni migliori di quelle dei titoli di Madrid.Cosa è davvero accaduto? Davanti alla stampa estera Tremonti spara ad alzo zero. Zapatero se ne va, Berlusconi resta, sembra affermare. Ecco perché l’Italia si ritrova peggio. Il ministro sa di aver detto solo una parte di verità. Lo spread italiano, infatti, si è alzato due volte, con il «caso»Milanese e con il discorso rassicurante del premier in Parlamento il giorno prima dell’intervento Bce sull’anticipo della manovra. I mercati non credono a nessuno da noi.«Dico così per dire», aggiunge con un sorriso sornione rivolto ai cronisti. Sa che quella bordata è già rimbalzata nei Palazzi italiani. Tra i parlamentari Pdl aumenta la rabbia verso il titolare del Tesoro.
IL GELO
Non è una novità: semmai è una conferma. Tremonti torna a vestire i panni del sabotatore, di quello che mette a rischio gli equilibri interni all’esecutivo, per di più in un momento in cui il premier è azzoppato dalle inchieste giudiziarie e la Lega soffre di profondi tormenti interni. Nongli basta di aver affondato il coltello nei bilanci di tutti i ministeri, mettendo in difficoltà i suoi colleghi. E non gli basta neanche di aver imposto all’Italia una stangata da 60 miliardi di qui al 2014, che forse neanche raggiungerà il pareggio di bilancio. Non gli basta aver disertato il parlamento durante il voto sul suo braccio destro Marco Milanese. Questo è il tam-tam che attraversa i ranghi pidiellini. Il fermento è tanto forte, che dopo qualche ora il ministero dell’Economia sforna una nota all’insegna dell’ appeasement. «Ero in Lussemburgo e non stavo parlando di politica interna italiana – si legge nella nota – Ogni Paese ha la sua particolare situazione. L’Italia ha appena fatto il pareggio di bilancio e
sta facendo la legge di stabilità. Ogni riferimento alla politica interna italiana è di conseguenza totalmente infondato e strumentale». Una spiegazione che forse peggiora le cose: solo un formalismo. Così il gelo tra Tremonti e Berlusconi resta. Vista da Palazzo Chigi, infatti, la trasferta lussemburghese del ministro somiglia all’ennesimo segnale di guerra. Per un Paese comel’Italia, «la priorità è la tenuta dei conti pubblici» e poi si può pensare alla crescita, spiega il ministro. Come dire: la mia politica è quella giusta, sbaglia chi chiede di spendere. Ovvero, tutto il resto del governo. Quanto ai conti, il ministro assicura che il pareggio arriverà. Ma Moody’s non gli crede. L’Italia è ancora in piena crisi, e resta ostaggio di veti e lacerazioni politiche. In queste condizioni sarà difficile risanare i conti. Ma il premier non ci sta a prendersi la responsabilità della crisi. Non ci sta a sentirsi dire che la sua permanenza a Palazzo Chigi fa sprofondare la Borsa mettendo a rischio la tenuta dell’Unione europea. Per questo, stando ai rumors, su Bankitalia procederà sulla sua strada, che punta a Saccomanni.

L’Unità 05.10.11

"La nostra vergogna", di Luciano Gallino

Le hanno trovate abbracciate. Le quattro donne morte lunedì nel crollo della palazzina lavoravano in nero per pagare i mutui. E venivano pagate 4 euro l´ora. Ieri si è levato il monito di Napolitano: «È inaccettabile». La Procura di Trani ha aperto un´inchiesta per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Ma al momento non ci sono indagati. Un edificio pieno di crepe, uno scantinato mal illuminato, mal aerato, senza uscite di sicurezza. Nel quale lavoravano una decina di donne, faticando fino a dieci ore al giorno. Però senza contratto di lavoro, e pagate 4 euro l´ora. Di laboratori del genere ce ne sono decine solo a Barletta, che diventano migliaia se si guarda all´insieme del Mezzogiorno, e decine di migliaia se lo sguardo si allargasse mai al Centro e al Nord.
Di laboratori e officine e cantieri in nero è piena tutta l´Italia, lo era prima della crisi e lo è ancora di più adesso che la crisi morde tutti e dovunque. Non tutti hanno sulla testa mura che si sgretolano. Però le condizioni di lavoro crudeli, il lavoro in nero e le paghe da quattro euro o meno sono per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori l´esperienza di ogni giorno. Il sindaco di Barletta ha detto che non se la sente di attribuire alle persone alcuna responsabilità per le condizioni in cui avevano accettato di lavorare in nero entro quel laboratorio. E neanche alla famiglia dei titolari, che non firmavano contratti in regola, ma nel crollo hanno perso la giovanissima figlia. Dalle nostre parti, intendeva dire il sindaco, l´alternativa al lavoro nero è la disoccupazione e la fame (o l´ingresso nella truppa della criminalità). L´affermazione è politicamente poco opportuna. Il guaio – che è un guaio di tutti noi – è che il sindaco ha ragione. Fotografa una situazione. Il mercato del lavoro è stato lasciato marcire dai governi e dalle imprese in tutte le regioni d´Italia. La crisi ha accelerato il degrado, ma esso viene dall´interno del paese, non dall´esterno. Una intera generazione oppressa dalla precarietà lavora quando può, quando riesce a trovare uno straccio di occupazione. Stiamo uccidendo in essa la speranza.
Adesso milioni di italiani guarderanno i funerali di Barletta in tv, e molti proveranno una stretta al petto, e il giorno dopo torneranno al loro lavoro precario per legge, grazie alle riforme del mercato del lavoro, o precario perché del tutto in nero. Tuttavia qualcuno un po´ di vergogna potrebbe o dovrebbe pur provarla. Come può un paese in cui si vendono centinaia di migliaia di auto di lusso l´anno, in cui ci sono più negozi di moda che lampioni stradali, e milioni di famiglie hanno almeno due cellulari pro capite, permettere a sé stesso di lasciar morire sotto una casa malandata che crolla un gruppo di giovani donne che faticavano senza contratto per 4 euro l´ora? Le abbiamo costruite tutte noi, queste trappole fisicamente e giuridicamente infami, con le nostre scelte di vita, i nostri consumi, con lo squallore della nostra cultura politica e morale.

La Repubblica 05.10.11

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“Sono morte per 4 euro all´ora le hanno trovate abbracciate”. La rabbia dei parenti delle vittime: qualcuno deve pagare, di GABRIELLA DE MATTEIS e GIULIANO FOSCHINI

Abbiamo cominciato a scavare, con le mani toglievamo le pietre. Sentivamo le voci, chiedevano aiuto
Giovanna aveva preso il vestito delle feste, oggi doveva andare a un matrimonio. La seppelliremo con quello. Sono messe in fila sui tavolacci dell´obitorio, una accanto all´altra come fossero ancora sedute al tavolo di lavoro, Giovanna, Matilde, Tina, Antonella e poco più in là Maria, le donne di Barletta, ammazzate per tre euro e 95 all´ora.
Per poter comprendere fino in fondo la loro storia bisogna aver visto almeno una volta una “confezione” di Barletta, segreto del boom economico degli anni ‘80 di questa città. Alla “confezione” ci lavorano soltanto donne. A gestirla nella maggior parte dei casi è una donna. Spesso la moglie del proprietario o di un dipendente di un maglificio. Al maglificio producono e alla “confezione” confezionano: tagliano cioè i fili sporgenti, applicano l´etichetta, piegano la maglia, la felpa o quello che è. Imbustano e poi accatastano. La loro è una ritualità da catena di montaggio, gesti sempre uguali e il più possibile precisi. È un lavoro da cinesi ma questi scantinati non hanno nulla di cinese: si respira profumo e pettegolezzo. Giovanna e Tina portavano i fiori giù in via Mura Spirito Santo, Matilde era quella invece della cucina, Antonella quella dei sogni, Maria raccontano fosse un po´ la mascotte e un po´ l´invidia. Aveva 15 anni, «potessimo avere noi ancora 15 anni, sai quante cose, sai quante».
Ecco, in una “confezione” si impacchettano maglie e si accatastano vite. Si ascolta Raf e Tiziano Ferro ed è un po´ come andare al cinema: chiudi una felpa e immagina il filmino del matrimonio, la più bella pellicola mai andata in onda, taglia un´etichetta e ricorda tua suocera, dannata la suocera. Richiudi un filo e racconta, o magari inventa, che il tuo corredo è meglio di quello di Mastrota. Guarda Maria e sorridi, perché speri tanto che anche tuo figlio o magari tua figlia verrà bella e intelligente così. Ecco, era tutto questo via Mura Spirito Santo, un´azienda a conduzione familiare, nel senso che conducevano le famiglie, che dopo pranzo erano tante ma prima di pranzo era soltanto una. Quella della “confezione”. Non erano schiave le donne di Barletta. Non ci sono vittime o aguzzini. Non ci sono cattivi in questi scantinati, né quello della fabbrica né questo dell´obitorio.
I cattivi in questa storia ci sono, ma sono altri. «Lo sai chi?». La mamma di Giovanna è la più determinata. Piccola, bionda, non piange ed è incazzata. «La colpa non è di quei poveri signori che le davano da lavorare e che ora piangono qui insieme con noi. La colpa è di chi doveva controllare e non l´ha fatto, di chi viene pagato per fare esistere e rispettare la legge e se n´è fregato. Noi siamo povera gente e ora ci hanno rubato anche il sorriso, che forse era l´unica ricchezza che avevamo». Il sorriso. Sorridono le donne di Barletta nella foto che Matilde, 31 anni, aveva postato su Facebook. «Quel maglificio le piaceva, un po´ era anche casa sua. E del resto che cosa avrebbe potuto fare? Rinunciare in questi tempi a un lavoro non si può» racconta la mamma, una signora anziana che rimane ferma sul muretto fuori l´obitorio, accarezzando la mano di una volontaria della Croce Rossa. La mamma di Tina è alla ricerca di una consolazione. «Un vigile del fuoco mi ha detto che Tina abbracciava Maria. La proteggeva. E´ stato il suo ultimo gesto». La mamma di Maria è sempre più piccola in un angolo dell´obitorio. Piccole come sanno diventare solo le mamme addolorate. Il suo è un dolore se possibile ancora più grande: piange sua figlia, piange quattro sue dipendenti, quattro sue amiche. Fa segno con cadenza regolare di no, dice che no, così è troppo, così non è sopportabile,
Poco più in là c´è Antonella. Aveva 36 anni appena e presto sarebbe diventata nonna. Sua figlia è incinta e aspetta una bambina, chiaramente. Giovanna invece aveva 30 anni e due bambini. Oggi era giorno di matrimonio, si sposa un parente e sul letto a casa c´è ancora il vestito della festa. Ed è con quello che ora un´amica la vuole seppellire. Mamme e figlie. I vestiti. La musica. «Domani, domani quando andranno via dovranno essere belle. Bellissime. Belle e fiere. Insomma, dovranno essere donne».

La Repubblica 05.10.11

"L´italia dei veleni", di Franco Cordero

La XVI legislatura è caso esemplare nel laboratorio politico. Aprile 2008: miserabilmente abortito l´ultimo governo centrosinistro (dove sedeva, inverosimile guardasigilli, un nomade berlusconoide), B. stravince; non s´erano mai viste maggioranze simili; cappello in mano, gli sconfitti rendono ossequio al trionfante. Dal loro campo volano ammissioni contrite: che incarni l´anima italiana; e schieri un ragguardevole establishment, particolarmente sul côté rosa. Donde un´autocritica: al diavolo l´antiberlusconismo, roba maniacale; «non porta da nessuna parte»; «tra vent´anni perderemmo ancora». Rivisitata, quest´analisi masochista suona sbalorditiva. L´asse gira storto nella famiglia politica se i perdenti dissertano così. I fatti erano più grossi d´una casa. L´uomo al potere, presunto reinventore del liberalismo (il veleno sta nell´aggettivo “moderno”), è un pirata in colletto bianco, voracissimo malaffarista, dedito al monopolio parassitario, egemone nel medium televisivo, col quale disintegra gli organi pensanti disseminando un immorale culto del successo aperto a chiunque, purché sia abbastanza furbo e svelto (i poveri diavoli lo godono in forme ipnotiche). Figura, discorsi, gesti, segnalano mente corta e asfissiante volgarità: le sue doti, molto cospicue nel codice malavitoso, appartengono al genere fraudolento, senza escludere atti brutali quando possa permetterseli; organicamente negato alla conduzione della Res publica, non sa da che parte cominci il mestiere; è un maniscalco in lavori d´orafo; e tale appariva nella XIV legislatura, governando talmente male da cadere. Cosa sia l´establishment, poi, lo dicono immagini e cronache, una corte dei miracoli uscita da infallibili selezioni in basso.
L´aprile 2008, dunque, presenta un´Italia in pericolosa spirale involutiva: quel regime piratesco infirma le radici morali (vedi etica calvinista e spirito del capitalismo): sotto tale aspetto la fortuna berlusconiana è pessimo affare; regrediamo nello sviluppo economico ma sull´onda d´una congiuntura favorevole, finché duri, pochi se ne accorgono; e se ha mano libera, in cinque anni l´occupante riconfigura lo Stato quale monarchia caraibica, applaudito dai cantori della «moderna democrazia liberale». Quante volte l´ha detto, che trasciniamo strutture obsolete, nel cui labirinto non può decidere: potendo, governerebbe come guida le aziende, a colpi fulminei (sbracato conflitto d´interessi e pudibondo silenzio nel coro); cova riforme radicali; il modello è la Protezione civile, organo d´un management risoluto, tra «uomini del fare». Gli guasta i piani la crisi americana nata dai mutui subprime, poi planetaria. Dapprima nega l´evento, incolpando gufi del malaugurio, ma i fatti hanno logiche testarde, insensibili all´imbonimento: i pazienti percepiscono sulla pelle quanto male vadano le cose; milioni d´italiani impoveriti aprono gli occhi; l´incombente povertà dissipa i fumi della sbornia. Qui emergono irrimediabili difetti. L´incantatore pifferaio zufola refrains monotoni, via via meno credibili. Dove non abbia tornaconti, sta immobile confidando nelle stelle, furiosamente attivo invece sul fronte giudiziario: l´unico che gl´importi; aveva sfondi criminali l´irresistibile ascesa, dissimulati da mani esperte, ma qualcosa affiora; e in otto anni perverte l´arnese legislativo rabberciandosi espedienti d´immunità penale. Lavorio da stregone apprendista, perché norme costituzionali ostano a tali scempi, però iberna i processi, disfarsi dei quali diventa il clou dell´agenda governativa. Il tutto nell´occhio pubblico, acuito dal malessere: aggravano l´effetto nuove accuse; le cercava inscenando serate postribolari penalmente valutabili.
In quarantun mesi dilapida il capitale elettorale, un colpo sull´altro come alla roulette, ed ecco il senso clinico dell´avventura berlusconiana. L´analista vi trova conferma d´arcaiche teorie greche. Esiodo è contadino religioso in lite col fratello che lo deruba dell´eredità corrompendo il giudice: non sappiamo come finisca la causa; ma le Opere e i giorni postulano un ordine garantito dagli dèi. Dike non accorda sconti. Solone la vede immanente nell´organismo collettivo, i cui disordini fungono da pena: i trasgressori commettono hýbris, gonfiandosi contro natura; e l´atto riesce autodistruttivo. Pura fisica sociale. Avesse sul tavolo anatomico Silvio B., l´arconte pacificatore ateniese lo presenterebbe quale caso classico. Le gesta compongono un´epopea d´immoralità: formatasi a quel modo l´enorme fortuna, crede d´essere onnipotente; soffre d´incontenibile bulimia; nelle soirées le mercenarie gli cantano inni; padrone del partito, incrimina i dissensi. In lingua psichiatrica l´hýbris è paranoia: gonfiatosi a dismisura, gesticola, sbraita, imperversa; chi gli aveva creduto lo vede nudo; e nel disinganno svaniscono i carismi. È nella logica dell´hybris negare i fatti presupponendo un dominio ormai allucinatorio: vedi Hitler 1945; «non molla» nemmeno l´attuale Führer alquanto spento; comanderà fino alla primavera 2013, ripete; e ogni tanto minaccia inchieste parlamentari alle procure. Non è più re taumaturgo: i vescovi l´hanno sconsacrato (26 settembre, con un cenno incongruo ma sommesso sul quantum dell´impegno investigativo verso l´Innominato); in via Solferino la campana segnala un morto politico; nell´assemblea lombarda Pdl (1 ottobre) Angelino Alfano, invocando «affetto e gratitudine», chiama gli amministratori locali intorno al condottiero, perché ne ha bisogno, lui che sinora volava trascinando la schiera. Lo dà defunto persino un devoto, vista anche «l´immagine internazionale del paese» (senza domandarsi come mai: A. Panebianco, «Corriere della sera», 28 settembre), ma tiene bellicosamente vivo lo spirito berlusconiano profetando una resa dei conti con la magistratura, colpevole d´avere insidiato l´augusto de cuius: secondo lui, la corruzione fiorente richiede un regolamento politico, non penale (regime consortile dei lucri?); e gli ascolti vanno praticati in dosi minime, mai contro chi abbia cariche pubbliche, nemmeno se l´apparecchio ascoltato fosse d´altri. Teorema intrepido, con lievi sentori asinino-criminaloidi. L´epifania d´Arcore è fenomeno troppo grosso perché non lasci qualche residuo tossico.

La Repubblica 05.10.11

Bocciati in calo, polemica sui dati nascosti "Gelmini scorretta, si deve dimettere", di Corrado Zunino

Nel mirino l’ex portavoce Zennaro, autore della gaffe sui neutrini. La difesa del ministero: i nostri dati si basavano su una proiezione parziale. Sono nel bunker, asserragliati dentro le larghe stanze del Palazzo della Minerva in viale Trastevere. L’inchiesta di “Repubblica” sui quattro anni di “dati oscurati” dal ministero dell’Istruzione, sulle due stagioni di errori plateali nella comunicazione degli scrutini di fine anno, sul sospetto che quegli errori fossero forzature per non rivelare che la linea “bocciare con severità per formare la futura classe dirigente” era saltata, hanno soffiato nuove nevrosi nello staff di Mariastella Gelmini. Ieri mattina uno stanco Massimo Zennaro, reduce dal siluramento dal ruolo di portavoce per la supergaffe del tunnel dei neutrini, diceva: “Figuriamoci se tarocchiamo i dati”. Poi, però, deviava il telefono ai collaboratori e in serata inviava sei uscieri a bloccare ogni ingresso al ministero.

Dal 2008 a oggi i dati dei bocciati alle medie superiori sono in calo costante: erano il 13,8 per cento, oggi sono l’11,9. Basterebbe questo percorso a rendere plateale una sconfitta politica: i docenti non hanno tenuto in considerazione le esplicite indicazioni del ministro. Il problema successivo, e più grave, è che per quattro anni la Gelmini non ha reso pubblici i numeri ufficiali e in due occasioni – settembre 2008 e giugno 2010 – ha infilato negli stringati comunicati stampa cifre sbagliate. Il timore, adesso, è che fossero false.

Ecco, i “comunicati stampa”, perno della comunicazione seriale del ministero, affidati al padovano Zennaro. Diversi fonti indicano in lui, suggeritore che resta alla Direzione generale studenti, lo stratega della “comunicazione artificiosa”. E l’ultima perla uscita dal bunker, questa tutta dedicata alla questione “bocciati”, fa crescere i sospetti. Dice: “In merito alla ricostruzione fornita da “La Repubblica” il Miur precisa che i dati contenuti nel comunicato del ministero del 12 giugno 2010 si riferiscono a una proiezione parziale relativa agli scrutini trasmessi da circa 200 scuole di sei regioni. L’equivoco nasce dal mettere a confronto il dato complessivo dei non ammessi contenuto nel comunicato del 2009 (13,6%), con l’11,7%, dato parziale relativo ai non ammessi nelle stesse 200 scuole di riferimento”. I dati sono “parziali”, abbondano i “circa”, ma non si dice nulla sulla flessione dei bocciati né si offrono le cifre ufficiali, debitamente spiegate. In una seconda nota si specifica, poi, che per legge il ministero deve comunicare solo all’Istat e ad oggi all’Istituto statistica sono stati girati i dati degli scrutini fino al 2008-2009.

Il Pd, per voce di Manuela Ghizzoni, attacca: “Bisogna revocare a Massimo Zennaro l’incarico da direttore generale. Non ha i titoli, è incorso nella gaffe del tunnel dei neutrini e ora viene indicato come il responsabile della scelta di oscurare gli esiti degli esami”. L’Unione degli studenti punta in alto: “Il 7 ottobre andremo in piazza per chiedere le dimissioni della Gelmini. Ha presentato i numeri riguardanti le bocciature in modo da far apparire valida la sua linea dura, ma era solo propaganda sulle spalle di studenti che vivevano il trauma della bocciatura. Questo ministro è capace solo di mentire”.

Da tre anni non esce più, a cura del Miur, “La scuola in cifre” e in una risposta a un’interrogazione nel giugno 2010 il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza evidenziò che i dati ministeriali solo in rare occasioni, e su volontà del ministro, vengono diffusi. Osvaldo Roman, ufficio legislativo del Pd, segnala che anche la cifra delle classi a tempo pieno – 30,5 per cento, in aumento secondo il ministero – è scorretta perché fa rientrare in questa voce anche ciò che in realtà è solo tempo lungo. Il Partito democratico chiede all’Istat di “rendere nota tutta la documentazione scolastica in suo possesso”.

La Repubblica 05.10.11

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“La trasparenza dei dati non è un optional”, da Tuttoscuola

Ci auguriamo che anche le altre pubblicazioni sui dati del sistema di istruzione, che da molti anni comparivano sul sito del Miur e che in questi ultimi anni sono diventate sempre più sparute e povere, vedano presto la luce, in una logica di servizio al diritto di accesso per tutti.

Dopo i servizi del Corriere e di Repubblica sui dati mancanti dei bocciati e dei promossi del 2010-11 con l’accusa all’ex portavoce del ministro, Massimo Zennaro, di non averli pubblicati nell’intento di mascherare (questa l’accusa) una presunta flessione di bocciati che andrebbe a smentire la linea del rigore valutativo voluta dalla Gelmini, cresce la richiesta di conoscere i dati effettivi.

Noi ci auguriamo che in una linea di trasparenza – che Tuttoscuola da sempre invoca anche per quanto riguarda la diffusione di elementi conoscitivi di pubblico interesse del sistema di istruzione (e per parte nostra abbiamo raccolto nel 2° Rapporto sulla qualità nella scuola oltre 36 mila dati) – il Miur pubblichi finalmente e presto quei dati dei bocciati e dei promossi.

Ma questo non basta. Come abbiamo più volte detto e come richiesto da molti altri (per ultima l’on. Ghizzoni del PD), ci auguriamo che anche le altre pubblicazioni sui dati del sistema di istruzione, che da molti anni comparivano sul sito del Miur e che in questi ultimi anni sono diventate sempre più sparute e povere, vedano presto la luce, in una logica di servizio al diritto di accesso per tutti.

C’è una legittima attesa in tal senso da parte degli operatori scolastici e della pubblica opinione per approfondire importanti tematiche del sistema di istruzione, accedendo ai dati dettagliati, senza doversi accontentare del filtro dei comunicati stampa del Miur.

La diffusione dei dati relativi all’organizzazione e ai risultati di un servizio pubblico come la scuola (ma vale per tutti gli altri servizi pubblici) è un diritto dei cittadini e un dovere della Pubblica Amministrazione. Confidiamo che ai piani nobili di viale Trastevere se ne stiano convincendo.

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Non per “ultima” ma per prima Ghizzoni ha depositato l ‘interrogazione sulla mancata pubblicazione dei dati nel 2009!
La Redazione

"Un Paese che rinnega sè stesso", di Massimo Gramellini

Avevano trent’anni, un marito disoccupato e il mutuo della casa da pagare: la condizione disperata di chi non può più contrattare neppure la propria dignità. La tragedia ha scoperchiato un destino analogo a quello di mille altri sottoscala, dove si lavora stipati come conigli in tane fetide, senza uscite di sicurezza e senza luce.

Funziona così: l’azienda fallisce, chiude, licenzia e poi riapre in un seminterrato, che a volte è addirittura un garage, offrendo lavoro nero e sottopagato a un manipolo di donne – giovani madri, per lo più – disposte a tutto pur di aiutare la famiglia a sopravvivere. Sono le schiave dei tempi moderni. Condannate a ripetere lo stesso gesto per dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Troppo stanche, angosciate e ricattabili per poter protestare o anche solo prendere coscienza dei propri diritti. «Se non ora quando?» è una domanda che sfiorisce prima di giungere ai loro orecchi. Non può esistere idea di riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta.

Nessuno vuole infierire sui datori di lavoro che nell’incidente di Barletta hanno perso la figlia quattordicenne, scesa nel seminterrato in cerca dei genitori un attimo prima del crollo. Ma chi fa lavorare dodici donne in un buco fatiscente di quindici metri quadrati non è un imprenditore. E’ un disgraziato. Nessun ragionamento economico giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un principio che vale ovunque, ma a maggior ragione in questa parte di mondo, dove certi racconti speravamo di averli confinati per sempre nei romanzi di Charles Dickens. Stiamo assistendo alla deriva caricaturale della globalizzazione. Stiamo importando condizioni di lavoro cinesi (e proprio mentre i cinesi cominciano gradualmente ad abbandonarle) perché pretendiamo di fare concorrenza alle tigri asiatiche sul terreno del famigerato «low cost». Ma una tuta italiana non dev’essere più economica di una tuta cinese. Dev’essere più bella. Altrimenti che italiana è? Da questa crisi non si esce riducendo i lavoratori più deboli al rango di bestie, ma elevando la qualità del prodotto, cioè dei dipendenti, con corsi professionali che li riqualifichino. Urge tornare tutti a scuola di italianità – operai, artigiani e imprenditori – imparando di nuovo a produrre oggetti eleganti e geniali, non tristi fotocopie di altre fotocopie. Continuo a sognare un’Italia del Sud che riesca a trarre benessere dalle sue miniere inesplorate di natura e cultura. A far soldi con gli agriturismi non con le magliette, con i musei non con le magliette, con i tramonti non con le magliette. Il mondo ci percepisce come il deposito della bellezza e della qualità della vita. Invece noi continuiamo a rinnegare noi stessi, in nome di una visione piccola e frustrata, da eterni Malavoglia incapaci di alzare gli occhi dal seminterrato quotidiano in cui ci siamo autoreclusi, per risvegliare finalmente la meraviglia addormentata che ci circonda da sempre.

La Stampa 05.10.11

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“Gli operai “invisibili” sono oltre due milioni: boom di donne al Sud”, di Rosario Talarico

Il lavoro nero è leggermente diminuito nel corso dell’ultimo ventennio, ma continua a costituire una bella fetta dell’economia italiana. Gli occupati dipendenti non regolari (quelli cioè che lavorano senza il rispetto delle norme fiscali e contributive) pesavano sul totale per il 15% nel 1991, vent’anni dopo siamo scesi all’11%. Nel settore agricolo le percentuali sono più marcate: si è passati dal 53% di non regolari del 1991 al 43% del 2010. Difficile ma non impossibile scattare una fotografia del fenomeno. Esistono stime affidabili, nonostante l’ovvio problema di fornire numeri in un ambito che per definizione è «sommerso» e non misurabile con estrema precisione. Secondo l’Istat nel 2010 i lavoratori in nero erano oltre due milioni pari appunto all’11%. Ed in media, lo rivelano inchieste della magistratura e blitz degli ispettori dell’Inps e dell’Inail, le paghe orarie arrivano anche a toccare i 2 euro l’ora, a volte anche meno quando a prestare le braccia sono immigrati.

Il settore in cui si concentrano maggiormente è l’agricoltura (43%), seguito con un certo distacco da quello delle costruzioni (13%). Il valore dell’economia sommersa è di oltre 275 miliardi di euro, stima un recente rapporto elaborato dal ministero dell’Economia, ed è dovuta per il 37% proprio al lavoro non regolare. Nel 1991 gli irregolari erano quasi 2,5 milioni scesi nel 2010 a quota 2,1. Nel settore tessile (lo stesso in cui lavoravano le donne rimaste uccise dal crollo della palazzina a Barletta) si è passati dai 73 mila irregolari del 1991 ai 45 mila dello scorso anno. L’ultimo rapporto dell’Inps (riferito al 2010) snocciola altre cifre sul lavoro nero: oltre 88 mila ispezioni nelle aziende che hanno portato alla scoperta di 67.955 posizioni aziendali irregolari con 12.550 lavoratori irregolari e 65.086 totalmente in nero.

«Ci vorrebbe un’attività mirata di repressione con misure in grado di sostenere e stabilizzare l’emersione spiega Claudio Treves, coordinatore del dipartimento mercato del lavoro della Cgil -. Il lavoro nero è strutturalmente parte dell’economia italiana. Al Sud due donne su tre non cercano nemmeno lavoro, sono il 66%. È un’approssimazione statistica del peso rivestito dall’economia sommersa. Ma nella manovra del governo i tagli hanno colpito proprio l’attività ispettiva. Ed è una follia».

Nei primi sei mesi dell’anno sono stati accertati dall’Inps 345 milioni di euro di contributi non versati nel corso di oltre 30 mila ispezioni, che hanno portato alla scoperta di 29 mila lavoratori in nero. Geograficamente, il classico schema che vede le regioni del Nord e del Centro comportarsi meglio di quelle del Mezzogiorno è pienamente rispettato. La quota di lavoro irregolare al Sud infatti è più che doppia rispetto al Centro-Nord.

In un’audizione presso la Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini sosteneva che «il fenomeno del lavoro nero, privo di contribuzione sociale e di garanzie assicurative, è diffuso a livello europeo ma in Italia assume forme e connotazioni tali che le azioni di contrasto, per essere efficaci, devono operare in più direzioni». Treves sottolinea invece come uno dei primi atti del governo Berlusconi sia stata la soppressione della tracciabilità dei pagamenti (ma che verrà reintrodotta fra tre anni) «mentre l’attuale ministro del Lavoro sostenne che si attentava alla privacy dei cittadini quando si tentò la via dell’interconnessione delle banche dati per sconfiggere il fenomeno del lavoro nero».

Il ricorso al lavoro irregolare, con il conseguente risparmio in termini di imposte e contributi, accontenta tutti: risulta conveniente sia per le imprese che per le famiglie (nella loro veste di datori di lavoro che impiegano colf o badanti). Se si pensasse al lungo periodo i benefici sarebbero evidenti: aumenterebbe il gettito fiscale e si ridurrebbero i sussidi di tipo assistenziale. E in alcuni casi, si salverebbero anche vite umane.

La Stampa 05.10.11

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“Napolitano: sciagura inaccettabile”, di Raffaello Masci

Ci sono due inchieste della magistratura che dovranno fare luce sul dramma di Barletta, quella palazzina implosa a mezzogiorno e mezzo di due giorni fa, uccidendo quattro giovani donne e una ragazzina. Ma ora si è capito che dentro la tragedia ce n’era un’altra: il lavoro nero. Le operaie dell’opificio tessile al pian terreno dell’edificio crollato, erano giovani donne che lavoravano come potevano, fuori da ogni regola e per una retribuzione di 3,95 euro l’ora. Prendere o lasciare: funziona così in tanta parte del Sud (ma anche in qualche zona del Nord). La Guardia di Finanza sta indagando su questo.

E quindi al dolore, allo sgomento, al brivido che ha attraversato tutto il paese, ieri si è aggiunta una duplice riflessione da parte di politici (non tutti) e sindacalisti: la prima è sugli abusi edilizi e le leggerezze commesse in questo campo (a cominciare dai condoni), la seconda sul lavoro illegale, nero o come vogliamo chiamarlo.

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha trasmesso un messaggio al sindaco di Barletta, Nicola Menfi, ieri mattina, quando la vicenda del lavoro nero non era ancora emersa, e quindi ha parlato soprattutto di dolore e di sicurezza abitativa. Ma è nota la sua sensibilità per la tutela dell’occupazione e la sua battaglia contro gli incidenti sul lavoro.

«L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora, impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità – dice nella missiva il Presidente – e soprattutto l’impegno di tutti, poteri pubblici e soggetti privati, a tenere sempre alta la guardia sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro con una costante azione di prevenzione e vigilanza». Un monito, ma anche un momento di «commossa e affettuosa partecipazione al dolore delle famiglie delle vittime» e un augurio «di pronta guarigione» ai feriti. Napolitano ha però – sia pur con i toni pacati che si addicono alla sua carica – ricordato che il dramma non è campito nel nulla, ma che la città di Barletta è stata «già duramente colpita negli anni da analoghi gravi eventi».

Il Presidente non cita – come prevedibile – gli abusi edilizi, le leggerezze nel dare le licenze, i mancati controlli, i devastati effetti dei condoni edilizi. Temi che – invece – si ritrovano in molte dichiarazione dei politici. Qualcuno, come il segretario radicale, Mario Staderini, ha addirittura parlato di «strage di Stato», in quanto chi ha voluto (o tollerato) la causa, deve farsi carico anche dell’effetto.

L’intervento del Quirinale ha dato risalto al coro di tutti gli altri, a cominciare da quello del presidente del Senato Renato Schifani, del ministro – pugliese – Raffaele Fitto, dell’ex premier Massimo D’Alema, eletto in Puglia. La Regione, presieduta da Nichi Vendola, alla solidarietà ha fatto seguire un intervento concreto, con lo stanziamento di 200 mila euro per far fronte alle prime necessità. Una sollecitudine istituzionale che non ha impedito, però, a Vendola, di evidenziare il cuore del problema: «Stiamo diventando bravi nella gestione delle emergenze – ha detto – ma dobbiamo lavorare nel prevenirle, per combattere il partito del cemento e investire sulla riqualificazione delle periferie».

«Spetta naturalmente alla magistratura fare luce sulle responsabilità – ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, con riferimento sia alla tragedia sia al lavoro nero – Ma bisogna che il nostro paese ritrovi il senso delle priorità. La dignità del lavoro e la sicurezza sul lavoro sono elementi ineliminabili di un paese civile». Per il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere «La notizia che le lavoratrici decedute fossero al nero, aggrava ancora di più il quadro delle responsabilità». Oggi le salme delle giovani donne, trattenute per l’autopsie, saranno restituite alle famiglie. Ci sarà una camera ardente collettiva. Domani i funerali.

La Stampa 05.10.11

"Riconquistare il futuro", di Barbara Spinelli

Un aspetto impressionante, nella crisi che traversiamo, è l´impreparazione dei popoli. Non è l´impreparazione di chi si sente riparato. La crisi, inasprendo ineguaglianze divenute smisurate lungo gli anni, pesa sui popoli da tempo. Ma questa volta gli animi sono impauriti, disorientati, come se mancasse loro una bussola che indichi dove sta, veramente, il Nord. Nei Paesi più colpiti, come la Grecia, la disperazione può sfociare in guerra civile: come può sdebitarsi una nazione così sprofondata nella recessione, senza sfasciarsi? Nei Paesi che stanno meglio, come la Germania, cresce un isolazionismo antieuropeo non meno intirizzito. In Italia il disorientamento è diverso: la democrazia è talmente guastata, il legame sociale talmente liso, l´opinione talmente disinformata, che ciascuno scorge nella crisi qualcosa che concerne gli altri, mai se stesso.
Anche se diversi, i popoli hanno però questo, in comune: non sanno la storia che fanno. Vivono come in una caverna: fuori c´è un aperto da cui dipendono – l´Europa, il mondo – ma di cui non sanno nulla. Non vedono il futuro, sempre aperto visto che lo scriviamo noi. Non vedono che il futuro è ormai cosmopolitico nei fatti, non nella teoria. La cosa che più temono è cambiare ottica. Ogni novità appare ominosa, mai si presenta come occasione d´imparare la vita all´aperto. Come in Balzac, gli impauriti accettano che il passato domini il presente, e del presente diventano i proscritti.
Questa impreparazione non è tuttavia priva di speranze, in Italia. Basta una cifra – 1 milione 200 mila che condannano la legge elettorale – e subito si capisce come il popolo voglia riprendersi il futuro, partecipare al suo farsi. Come sia disgustato da politici che usano il popolo, che gli tolgono sovranità nell´attimo in cui ne magnificano il primato. L´essenza del populismo è questo bluff. Nei quattro ultimi referendum c´è sete non solo di verità ma di società maggiorenne, e non stupisce che tanti partiti li abbiano avversati o vissuti passivamente.
È stato difficile, trovare i banchetti per affossare il Porcellum: indicazioni assenti, orari fasulli, reticenze nelle sedi del Pd. Se fosse stato facile, forse avrebbero votato 3-4 milioni. Cosa dicono infatti i referendum? Dicono che sì, i popoli sono impreparati, ma perché qualcuno li vuole così: incavernati, frammentati, dunque malleabili. Dicono che la formazione dell´opinione pubblica – ingrediente fondamentale in democrazia – è stata guastata dal dominio politico sulle tv. I firmatari del referendum giudicano che la politica, come organizzatrice del bene comune, non fa il suo mestiere ma protegge poteri e ricchezze di clan.
Paul Krugman spiega bene come tali poteri si nutrano di dottrine economiche «completamente divorziate dalla realtà», fondate sulla menzogna: la menzogna secondo cui non c´è crescita se vengono tassati i ricchi, e quella secondo cui la crisi nasce da troppi regolamenti e non, come i fatti dimostrano, da assenza di regole (New York Times, 29-9-11). Le parole di Napolitano, venerdì a Napoli, smascherano questo fallimento: non sono parole politiche, quelle che promettono mini-Stati padani, ma «grida che si levano dai prati». Così come è grida la difesa di una legge elettorale nella quale «conta soprattutto mantenere buoni rapporti con il partito che ti nomina, non con gli elettori».
In questo la crisi economica somiglia alla guerra che Samuel Johnson descrive nel ´700: le sue «maggiori calamità sono la diminuzione dell´amore della verità, e la falsità dettata dall´interesse e incoraggiata dalla credulità». Questo fanno i moderni pretendenti politici: invece di guidare incoraggiano la credulità, assecondano gli interessi di chi vuol conservare privilegi e ineguaglianze che la deregolamentazione liberista ha creato.
Ma soprattutto di Europa i politici non sanno parlare, in nessun Paese dell´Unione: la evocano sempre come nostro obbligo, mai come nostra opportunità. Denunciano sempre la sua inconsistenza, senza chiarire che se l´Europa è debole è perché i governi la mantengono in questo stato, non affidandole poteri e aggrappandosi al proprio diritto di veto. Loro compito sarebbe di far capire come stiano davvero le cose, di smettere le illusioni di cui nutrono se stessi e gli altri.
È perché i politici non sono all´altezza – la politica è nulla, senza pedagogia delle crisi – che i popoli s´immobilizzano. Il populismo lusingandoli li sfrutta, per occultare quel che accade: una crisi che rovina non solo l´economia, ma quel che tiene unite le società e dunque la democrazia. Una diserzione delle classi dirigenti, restie a spiegare come solo in un governo europeo ritroveremo la padronanza (la sovranità) che tutti stiamo perdendo, governati e governanti. Secondo alcuni, il populismo è il marchio del XXI secolo. Orfano di alfabeto, proscritto dal presente: ecco il popolo-Golem che i populisti plasmano. Ora i popoli gli si rivoltano contro. Erano consumatori, anziché cittadini. Costretti d´un colpo a consumare meno, sgomenti, si riscoprono cittadini.
La paura può divorare l´anima, la storia non essendo progressista lo testimonia. Ma può anche aguzzare la vista. Nell´800, una prima previdenza pubblica nacque perché il socialismo incuteva spavento. Bismarck, in Germania, fu il primo a creare lo Stato che protegge i deboli e l´interesse generale, trasformando la paura di perdere il passato in costruzione del futuro. Così la destra storica in Italia. Le prime norme a tutela del lavoro, della vecchiaia, dell´invalidità, degli infortuni vennero dal liberale Giolitti. La destra di oggi non somiglia in niente a quella di ieri.
Va detto che l´Italia, pur anomala, non è un caso isolato. È venditrice di illusioni perfino la Germania, sono populisti Sarkozy e Cameron, per non parlare di governi liberticidi o corrotti come Ungheria o Bulgaria. Se oggi i governanti volessero ritentare la via di Bismarck, dovrebbero abituare i popoli a pensare che da soli non ce la faranno. Ogni giorno constatiamo che la statura conta, nella globalizzazione: sei forte se rappresenti non uno staterello (la Padania ad esempio) ma se competi con le grandezze demografiche della Cina, dell´India, del Brasile, degli Usa, della Russia.
Inizialmente il populismo sorge come risposta democratica alle oligarchie. Un laccio stringe il capo al suo popolo, e questo laccio, simbolo della sovranità popolare, comanda su tutto, non tollerando né istituzioni intermedie né autorità sovranazionali. Il populismo semplifica, quando per uscire dalla crisi urge complicare, differenziare i poteri. Si parla spesso di una ricaduta nel Trattato di Westfalia, che consacrò gli Stati sovrani assoluti. Si dimentica che l´Europa nel 1648 era in ascesa, mentre oggi precipita frantumandosi. Due guerre mondiali l´hanno emarginata storicamente, e resuscitare Westfalia è grottesco oltre che pericoloso.
L´Italia è in questo un laboratorio. Il deserto tra leader e popolo non resta vuoto, viene occupato da nuove oligarchie: più mafiose di prima, indifferenti al bene comune. Al posto del legame sociale s´insedia l´identità (etnica, religiosa, sessuale) fondata sul rigetto dell´altro. Le liste di politici gay, apparse in rete giorni fa, è un episodio da Ultimi Giorni dell´Umanità. In una democrazia decente i giornali le ignorano. Se non lo fanno è perché il populismo è l´aria che tutti respiriamo.
La crisi diventa occasione se si dice la verità. Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Secondo gli esperti, ci vorranno 40-50 anni perché i salari dei Paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Russia) raggiungano i nostri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi. Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso. Fu inventata per questo l´Europa unita. Perché non aveva più senso, costruire il futuro facendosi governare dalle menzogne sul passato.

La Repubblica 05.10.11

"Le lacrime e la lotta", di Valeria Fedeli

Sono morte giovani donne a Barletta. Sono morte mentre lavoravano senza standard di sicurezza e di legalità,
senza contratto e sottopagate. Sono morte delle speranze per il futuro dell’Italia. Speranze che lottavano e faticavano per una vita decente. Erano lì, nello scantinato, sognando un futuro differente che il lutto ha bruscamente interrotto. Mi occupo di lavoro, da sindacalista, da molti anni. Non ci si abitua mai alle morti bianche, non c’è volta che le lacrime, l’indignazione, la rabbia, la tristezza non scoppino devastanti. L’esperienza, la mia e quella di chi mi ha preceduto nella lunga sfida della rappresentanza del lavoro, e del lavoro delle donne, mi ha insegnato però che lacrime, indignazione e rabbia possono e devono accompagnarsi alla voglia di reagire, all’azione, alla responsabilità.
A stare in campo per il cambiamento. Erano delle operaie tessili, le ragazze schiacciate dal crollo del palazzo a Barletta, come operaie tessili erano quelle da cui è partita la lotta delmovimento sindacale femminile. Sono passati più di cento anni dal famoso incendio che a Chicago uccise lavoratrici, in sciopero, bloccate nella fabbrica chiusa dal padrone. Dopo cento anni, qui in Italia, ancora le condizioni di vita e di lavoro delle donne – e a dire il vero anche degli uomini – sono precarie, a rischio, spesso sotto ogni livello minimo di decenza e di legalità. Le condizioni di lavoro, inaccettabili, come quelle delle operaie morte, e le condizioni di vita, come quelle della figlia dei titolari del maglificio, scomparsa anche lei a soli 14 anni, sono drammaticamente il simbolo dell’Italia che questa classe dirigente che governa il Paese non vede, non ascolta, a cui non dedica politiche e scelte positive. A cui non viene dato rispetto, speranza, futuro. Conosco bene la realtà di vita e di lavoro di tante donne come quelle che ci hanno lasciato.
Nel Sud abbiamo tanto combattuto contro queste condizioni. Un lavoro frammentato,non riconosciuto, non valorizzato. Filiere di produzione senza trasparenza e legalità, divise in tanti spezzoni, purtroppo non sempre rispettosi della legge. Quelle lavoratrici non avevano un contratto. La loro paga, per un lavoro faticoso e difficile, era tremendamente bassa e ingiusta. Il posto di lavoro non garantiva condizioni e procedure di sicurezza. Ma che Paese siamo? E almeno questa volta la risposta non può essere la crisi. Non c’è crisi che tenga rispetto allo scenario descritto. Di lavoratrici e lavoratori che, comequelle operaie, faticano senza veder riconosciuta la loro dignità e i loro diritti, rischiano la vita lavorando ce ne sonotante, troppi. Forse si può pensare che sia stato un incidente, ma è sicuramente anche il tremendo segno di un sistema che ha troppe fragilità, incurie, irresponsabilità; e in cui pagano sempre gli stessi. Eppure siamo un Paese migliore di questo, viene da dire usando una frase retorica.Mala retorica si spegne davanti al lutto. Qui abbiamo bisogno di un minuto di silenzio! Siamo un Paese che non funziona. Un Paese che tollera l’illegalità, o che non riesce a contrastarla efficacemente. Un Paese che non riesce a superare le differenze territoriali, con il Sud troppo spesso trattato come la terra dove tutto si può fare, incancellazione di regole, rispetto, umanità. Un Paese che non offre possibilità ai giovani, con un atto di miopia nei confronti del proprio futuro. Un Paese che non rispetta e non valorizza le donne, come il movimento nato il 13 febbraio ha in questi mesi portato all’attenzione di tutti. Dovremmo e vorremmo essere un Paese migliore, si. Ma non lo diventeremo senza una fortissima azione di cambiamento, senza riforme che restituiscano stabilità e giustizia al sistema, senza uno sforzo politico che rompa finalmente la stasi in cui siamo piombati. Donne e lavoro, giovani e sud. È da loro che dobbiamo ripartire, è nella forza tenuta costretta dalla fatica del sopravvivere che l’Italia può riscoprire il futuro.Sono addolorata dal pensare che, da oggi, il nostro futuro dovrà fare a meno dell’energia, dei sorrisi, dell’intelligenza, delle emozioni di cinque giovani donne. Ma l’energia che avevano deve accompagnarci, deve essere un pezzo della forza che ci serve per cambiare l’Italia. Anche per loro continueremo a lottare e a servire questo Paese.

L’Unità 05.10.11

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“A parità di lavoro, salari diversi fino al 18% tra uomini e donne”, di Virginia Lori

A parità di qualifica e impiego, la differenza di retribuzione tra uomini e donne in Italia si attesta tra il 10 e il 18% ed è dovuta interamente a fenomeni di discriminazione. Il dato è contenuto in una ricerca presentata al convegno della seconda commissione politiche del lavoro e sistemi produttivi del Cnel, curata da Emiliano Rustichelli (Isfol), che esamina il caso italianoe propone policy per una effettiva parità di opportunità nel mercato del lavoro. MENO SCOLARIZZATE Dalla ricerca, condotta su 10 mila lavoratori e lavoratrici italiane, emerge che il differenziale retributivo di genere misurato sul salario orario dei soli lavoratori dipendenti è pari in media a 7,2 punti percentuali. Il gap retributivo per le lavoratrici dipendenti risulta particolarmente elevato in alcuni ambiti: tra le donne meno scolarizzate raggiunge quasi il20%e si mantiene oltre il 15% per chi possiede la licenza media. Ne soffrono sia le giovanissime (8,3% di penalizzazione rispetto ai coetanei) che le lavoratrici adulte (12,1%), mentre è più contenuto nella fascia di età compresa tra 30 e 39 anni (3,2%).
SUD, MENO DIFFERENZE La forbice retributiva di genere appare meno pronunciata nel sud mentre, in termini di caratteristiche dell’occupazione, si rileva una marcata differenza di genere nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (20,6%), degli impiegati (15,6%), dei legislatori, dirigenti ed imprenditori (13,4%). Particolarmente elevata è anche la penalizzazione delle donne impiegate in professioninon qualificate rispetto ai loro omologhi di sesso maschile (17,5%).
SERVIZI FINANZIARI In termini settoriali, si registra una forte differenza nelle retribuzioni medie orarie di uomini e donne impiegati nei servizi finanziari e quelli alle imprese (rispettivamente 22,4% e 26,1%), nell’istruzione e nella sanità (21,6%), nella manifattura (18,4%). Per il Cnel non è più possibile «sprecare una forza lavoro qualificata e potenzialmente molto produttiva come quella femminile. Ma questo lavoro segue pubblicazioni anche recenti che hanno spiegato come in un momento come l’attuale ad essere penalizzate sono sempre le fasce sociali cosiddette più deboli, i giovani e le donne.
GENDER PAY GAP I fattori che generano il gender pay gap sono diversi e spesso correlati: fattori culturali e stereotipi di genere favoriscono la segregazione orizzontale e verticale e divaricano il gap di partecipazione al mercato del lavoro tra uomini e donne, la mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro, ne impedisce la continuità lavorativa e limita le loro opportunità di carriera. discriminazioni inaccettabili alla luce del fatto che le donne possiedono requisiti di formazione e di esperienza analoghi se non superiori a quelli degli uomini». Ma le donne sono più sensibili al tema di avere risorse sufficienti per la vecchiaia. Stavolta secondo un’indagine realizzata per conto di Axa-Mps il 20,8% delle donne contro il 16,2% degli uomini si preoccupa della gestione della cosiddetta fase di «lunga vita». Tra le maggiori preoccupazioni le donne indicano proprio di non poter godere di una pensione dignitosa (61,6%contro il40,6%degli uomini). Al secondo posto c’è il pensiero di non avere beni di proprietà a cui ricorrere in caso di necessità economiche: 40,2% delle donne contro 21,4% degli uomini. In fondo questo dato è molto complementare con quelli prodotti dal Cnel. ❖

L’Unità 05.10.11