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Napolitano: "A Barletta sciagura inaccettabile Ora accertare con rigore le responsabilità", da repubblica.it

Il capo dello Stato esprime solidarietà alle famiglie delle vittime del crollo e torna sulla piaga degli incidenti sul lavoro. Sollecita ancora una volta “a tenere sempre alta la guardia”. Schifani: “Fare chiarezza”. Vendola: “Non si devono accettare queste morti”. La Regione Puglia stanzia 200 mila euro. “L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora, impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità, e soprattutto l’impegno di tutti, poteri pubblici e soggetti privati, a tenere sempre alta la guardia sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro con una costante azione di prevenzione e vigilanza”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano torna sul tema degli incidenti sul lavoro e lo fa con toni ancora una volta molto duri in un messaggio al sindaco di Barletta, dove ieri quattro operaie e la figlia dei titolari di un maglificio sono morte nel crollo di una palazzina 1.

Profondamente colpito dal tragico bilancio della sciagura, Napolitano ha espresso al sindaco Nicola Maffei, “sentimenti di commossa e affettuosa partecipazione al dolore delle famiglie delle vittime” e rivolto ai feriti “gli auguri di una pronta guarigione, manifestando all’intera comunità di Barletta, già duramente colpita negli anni da analoghi gravi eventi, la solidarietà di tutto il Paese”.

La tragedia ha suscitato grande emozione. “In questo momento di sgomento e dolore desidero innanzitutto far giungere ai familiari delle vittime il mio accorato cordoglio, unitamente a quello dei colleghi senatori, e un sentito augurio di pronta guarigione a coloro che sono stati coinvolti
in questa sciagura”, ha affermato il presidente del Senato, Renato Schifani. “Desidero nel contempo sottolineare la necessità – ha aggiunto – che sia fatta luce sulle cause del crollo, non solo perché simili eventi non abbiano più a ripetersi, ma anche affinché vengano accertate le cause di un così grave evento e individuare le eventuali responsabilità. Questa tragedia, che riguarda sia la garanzia di sicurezza delle civili abitazioni che il rispetto delle regole sulle condizioni dei luoghi di lavoro, deve essere un severo monito per tutti affinché resti alta l’attenzione su rilevanti ed essenziali aspetti del vivere civile”.

Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha convocato una seduta straordinaria della giunta regionale che ha deciso di stanziare in favore del comune di Barletta 200mila euro. Un “contributo concreto” per le famiglie delle vittime, per far fronte alle prime necessità. In particolare, la somma sarà destinata a sostenere i familiari delle vittime, delle famiglie rimaste senza abitazione, sia per il crollo sia per l’evacuazione degli edifici confinanti. “Non aggiungere dolore a dolore, disagio a disagio – ha detto dopo una riunione con il sindaco di Barletta e l’assessore regionale alle opere pubbliche, Fabiano Amati, coordinatore regionale della Protezione civile. Poi, dopo un sopralluogo sul luogo della sciagura, ha aggiunto: “Fare memoria delle tragedie perché cose come queste, e come tutte quelle di questo tipo, avrebbero potuto essere evitate. Non è possibile accettare morti annunciate come quelle di ieri”. “Stiamo diventando bravi nella gestione delle emergenze – ha concluso Vendola – ma dobbiamo lavorare per prevenirle, per combattere il partito del cemento e investire sulla riqualificazione delle periferie”.

“Il crollo della palazzina a Barletta è una tragedia che lascia sgomenti. Esprimo il cordoglio mio del partito alle famiglie delle vittime”, afferma il segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani. “L’assenza di sicurezza – ha proseguito – il lavoro in nero per pochi euro 2, i controlli che fanno acqua: troppe volte abbiamo dovuto assistere a tragedie come questa. Spetta naturalmente alla magistratura fare luce sulle responsabilità. Ma bisogna che il nostro Paese ritrovi il senso delle priorità. La dignità del lavoro e la sicurezza sul lavoro sono elementi ineliminabili di un Paese civile”.

Per il capogruppo dell’Italia dei Valori al Senato, Felice Belisario, “sul crollo di Barletta è necessario stabilire subito la verità e accertare le responsabilità, come chiede anche il presidente Napolitano, per poi agire di conseguenza in modo da evitare che possano ripetersi tragedie simili”. “Al dolore per le cinque giovani donne – si legge in una nota dell’esponente Idv – che hanno perso la vita e al cordoglio per le famiglie si aggiunge la rabbia per una tragedia prevedibile, annunciata, che ripropone ancora una volta la centralità del problema della sicurezza nell’edilizia abitativa e sul lavoro”. “Sono tante le domande che esigono una risposta – ha concluso Belisario – ma, in attesa che la magistratura faccia chiarezza sull’accaduto, è necessario che la politica si attivi subito, sia a livello locale che nazionale, perché troppi sono in Italia gli edifici a rischio crollo che bisogna mettere in sicurezza al più presto”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: “Bisogna individuare le cause del crollo di questa palazzina e perseguire i responsabili della tragedia di Barletta. Si può parlare di veri e propri omicidi annunciati. Qui ci sono delle precise responsabilità delle istituzioni preposte ai controlli che vanno subito accertate. Ha ragione il presidente della Repubblica Napolitano quando parla di sciagura inaccettabile. Insieme alle cause del crollo non sono chiare le condizioni nelle quali si svolgeva il lavoro in questo maglificio. Per questo la magistratura deve fare piena luce”.

Il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere ha sottolineato che la sciagura è “un’ulteriore tragica dimostrazione di come non basta scrivere le regole sulla carta, queste vanno applicate con celerità ed efficacia”. “Tutelare la sicurezza dei cittadini e il lavoro – ha aggiunto il sindacalista – è un dovere degli organismi preposti alla vigilanza e alla prevenzione. Tocca alla magistratura ricostruire le cause e le responsabilità ma non è più accettabile che la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro siano considerate alla stregua di un qualunque adempimento burocratico”.

Amaro il commento del capo della Protezione Civile Franco Gabrielli che rimarca come “oggi come al solito piangiamo altre vittime” ma fino a ieri “nessuno sapeva, nessuno vedeva”. “Quante altre situazioni di questo tipo ci sono in Italia? – ha continuato Gabrielli – Edifici pericolanti, frane imminenti, territori sconquassati”. Per evitare nuovi disastri, però, “c’è una sola alternativa, che si chiama responsabilità. Di tutti. Un procedimento inverso alla ricerca di una responsabilità generalizzata perché in un sistema complesso come il nostro la responsabilità comincia dai proprietari, da chi è tenuto al controllo del territorio”. Poi Gabrielli ha concluso: “Adesso accederemo al sistema penale, che è ormai l’unica agenzia di controllo che funziona in questo Paese e aspetteremo le prossime vicende, le prossime vittime”.

da www.repubblica.it

"Crolli ripetuti disastri annunciati", di Mario Tozzi

Chi avrà il coraggio di guardare negli occhi i sopravvissuti al crollo di Barletta e i parenti delle vittime? Con quale faccia qualcuno si permetterà ancora di parlare di fatalità o di destino? Mentre si sta ancora scavando a mano, e le cause non sono state messe in luce, una cosa è certa, crolli e cedimenti degli edifici sono una tragica regola sul territorio italiano e non si fa nulla per prevenirli. Ma questo è proprio il momento di insistere, tanto per cominciare perché si vada fino in fondo a quanto testimoniato in quel ventre molle e fatiscente della città della disfida. Cioè che il crollo era annunciato da segnali premonitori pesanti come scricchiolii e allargamento di crepe e fratture.

Ma questi crolli sono sempre annunciati, perché spesso causati da interventi mal congegnati o in malafede, figli della bulimia costruttiva del nostro Paese e della speculazione, quando non da piogge torrenziali o frane. Anche qui, dove una parte della comunità cittadina teneva faticosamente in piedi la memoria di quel tragico crollo del 1959, quando 58 persone furono uccise da quella che allora già si tentava di chiamare la mala-edilizia. E il tutto è figlio dei soliti difetti, quelli sì strutturali: nessuna pianificazione nei centri storici, pochi piani regolatori e soprattutto deroghe e mancato rispetto delle regole. Nel 1959 furono le sopraelevazioni su un’autorimessa non adatta a sostenerne il peso a causare il crollo.

In questo caso vedremo, ma, come a Villa Jacobini a Roma o nel 1999 a Foggia, è la mancanza di controlli e manutenzione a fare il resto. Il raffronto tra prima e dopo il crollo a Barletta è impressionante: la facciata dell’immobile mostra i segni di un restauro recente, ma c’è stato un rilievo statico-strutturale? Sono state messe in campo competenze ingegneristiche, o tutto è stato lasciato nelle mani di tecnici impreparati? Da un lato poi ci sono le transenne dei lavori sulla casa vicina: sono stati fatti a regola? Si è provveduto a sostenere le strutture eventualmente interessate? Il tutto su quinte di case che mostrano i segni di interventi ripetuti a diversi livelli: mattoni e pietre a vista, malte intaccate da intarsi di tetti e muri, fori e l’idea di un caos costruttivo e abitativo che al sud è la regola. Qui non si aprono voragini come a Napoli e a Roma, non ci si mettono il terremoto come a L’Aquila o le frane come in Veneto. Qui tutto riporta alle colpe degli uomini. Interventi senza misura e fuori controllo sono la regola in Italia e l’abusivismo edilizio mette in condizioni di rischio centinaia di migliaia di persone.

All’alba del terzo millennio le abitazioni degli italiani non sono sicure, tutt’altro: tra frane, alluvioni, terremoti, voragini e cedimenti strutturali ogni cittadino ha, in un raggio molto corto attorno a casa propria, motivi per non fidarsi. Già è difficile vivere sotto la spada di Damocle di un grave rischio naturale, ma subire le conseguenze di mancanze di altra natura è francamente inaccettabile. E che fine ha fatto quel libretto dei fabbricati che avrebbe dovuto accompagnare la vita dei nostri immobili fornendone una carta d’identità veritiera? In questo contesto disastrato, speriamo che qualche regione si renda conto che non è di piani casa e aumento di volumetrie abitative che il Paese ha bisogno, ma della più grande delle opere: la ristrutturazione dei centri storici fatiscenti di una parte delle città italiane, specie del Meridione. Ritardare questa grande opera è ben più grave che averne realizzate poche delle altre.

La Stampa 04.10.11

Scuola, Pd: Gelmini ha mezzi per intervenire su inammissibile obbligatorietà contributi

Ghizzoni: basta tagli, da ministro solo lacrime di coccodrillo. “Il ministro Gelmini, oltre a contestare la prassi che sta trasformando i contributi volontari dei genitori in contributi obbligatori, intervenga sul governo e ponga fine alla situazione finanziaria emergenziale delle scuole italiane”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni replica al ministro dell’istruzione che ha detto che “la trasformazione dei contributi volontari delle famiglie alle scuole in contributi obbligatori rappresenta un atto illegittimo”. “E’ vero – sottolinea Ghizzoni – e lo stiamo dicendo da molto tempo, ma il ministro non può far finta di non sapere che servono sicuramente più controlli, ma soprattutto bisogna garantire alle scuole i fondi per una loro regolare funzionalità. E lo dimostrano i recenti dati della Corte dei conti che certificano che la grande maggioranza delle scuole vanta nei confronti dello Stato un rilevante ammontare di crediti. Stiamo parlando di oltre un miliardo e mezzo, 1.660 milioni di euro per la precisione, soldi anticipati dalle scuole per affrontare l’ordinaria amministrazione (dalla pulizia, alla sicurezza, alle supplenze) e che lo Stato non restituisce. Pertanto finchè il govenro non metterò in campo interventi per rimuovere questa emergenza finanziaria le preoccupazioni della Gelmini restano lacrime di coccodrillo”.

Gelmini: Pd, dopo gaffe sul tunnel e incarico di Barbara Berlusconi, Zennaro si dimetta da direzione generale

Domani al question time interrogazione urgente. “Revocare al dott. Massimo Zennaro l’incarico da direttore generale presso il Ministero dell’istruzione – già anomalo in concomitanza con il ruolo di capo ufficio stampa del ministro Gelmini – e che appare oggi inopportuno e incompatibile rispetto al ruolo di consulente che gli è stato offerto da Barbara Berlusconi, secondo quanto riferito da un grande quotidiano”.

Lo chiede un’interrogazione urgente del gruppo Pd al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca di cui è prima firmataria la capogruppo in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni.

“Dopo l’ormai nota “gaffe” relativa al presunto tunnel tra il Cern di Ginevra e il laboratorio dell’INFN ad Assergi, le dimissioni del dott. Massimo Zennaro da capo ufficio stampa del Ministero appaiono un atto dovuto ma resta incomprensibile il suo incarico di Direttore della Direzione generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione, incarico che ricopre dal 2009 per designazione del ministro Gelmini. Il gruppo del Pd, con un atto di sindacato ispettivo (n. 5-02216) del dicembre 2009, aveva già messo in dubbio le caratteristiche culturali e i titoli professionali del dott. Zennaro, esprimendo perplessità al doppio ruolo assunto come portavoce del ministro in concomitanza all’incarico di Direttore generale della detta direzione. Da fonti di stampa, infine, al dott. Zennaro è stata attribuita la scelta di non rendere noti i dati relativi agli esiti degli esami di stato dell’anno scolastico appena concluso, scelta che sarebbe giustificata dalla volontà di non rendere nota la lieve flessione del numero dei bocciati, elemento che avrebbe dimostrato un minor rigore della scuola italiana. Per noi, dunque, il dottor Zennaro deve immediatamente lasciare il suo incarico”.

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05.10.11
Ultima ora: Il question time, che si doveva svolgere alla Camera dei Deputati oggi, è stato annullato a data da destinarsi. Sarà nostra cura darne tempestiva notizia.
La Redazione

"Da ieri un po’ più chiari", di Marina Sereni

Abbiamo una grande responsabilità, quella di ricostruire il Paese, di liberarlo dalle macerie del berlusconismo. Su questo punto della relazione di Bersani si è registrato, e non poteva che essere così, un largo consenso. Nella società italiana cresce il malessere, l’indignazione, la rabbia per una condizione di insicurezza materiale, per il lavoro che manca, per un sistema pubblico che funziona male, per una politica che appare impotente… Il governo è parte del problema e non della soluzione. È insopportabile leggere ogni giorno che anche le opposizioni sono deboli e incapaci. Non è così, le nostre analisi e le nostre proposte per contrastare la crisi sono oggi divenute oggetto di un dibattito molto più ampio. Ma non possiamo considerarci soddisfatti, non possiamo non cogliere anche i limiti della nostra iniziativa. Non possiamo definirci per vicinanza o distanza dalle proposte della Bce o delle imprese. Serve un progetto che guardi al di là dell’emergenza e che offra una cornice di valori e di obiettivi verso cui tendere. Non più ricchezza materiale ma più equità e una migliore coesione e qualità sociale. Solo dentro questo disegno sarà possibile per i progressisti affrontare anche riforme scomode, perché toccano mondi che consideriamo “nostri”, come la modernizzazione della pubblica amministrazione e la riorganizzazione del mercato del lavoro.
Su questo il confronto nel Pd non è maturato a sufficienza e sento la tentazione di rifugiarsi dietro formule rassicuranti che dicono troppo o troppo poco: uscire dal neoliberismo conservatore va bene ma per andare dove? Verso un modello socialdemocratico che è in crisi anche dove ha dato il meglio di sé? Abbiamo le risorse e le capacità per disegnare un progetto progressista nuovo, originale, che faccia i conti con la dimensione inedita dei problemi che abbiamo davanti. Vorrei che la Conferenza programmatica che terremo all’inizio del nuovo anno diventasse un’occasione per coinvolgere intellettualità, competenze, esperienze anche esterne ai partiti.
La Direzione del Pd si è tenuta all’indomani della conclusione della raccolta delle firme per i referendum elettorali. Non ho condiviso i toni aspri – inutilmente e ingiustamente aspri – di Parisi. Il Pd ha la sua proposta, in tanti militanti e dirigenti hanno contribuito al successo della raccolta di firme, credo sia utile che si lavori tutti all’approvazione di una buona riforma elettorale o, in alternativa, alla celebrazione del referendum. Ritengo tuttavia che anche questa vicenda, dopo quella dei referendum su acqua e nucleare, evidenzi una certa timidezza del Pd a cogliere la spinta alla partecipazione diretta dei cittadini come una risorsa che non basta “guardare con simpatia”. Qualche volta è utile, a noi e alla società civile, lasciarsi attraversare da quella spinta, mescolarsi, fare le cose insieme.
Bersani ha detto più volte che il Pd vuole dare la mano ai movimenti della società, rispettandone l’autonomia.
Ecco, credo che in alcune occasioni – e il referendum contro il “Porcellum” poteva essere una di queste – valga la pena essere in modo trasparente parte di una mobilitazione civica diffusa che va oltre la dimensione dei partiti organizzati.
Infine sulla proposta politica. Mi auguro che il dibattito in direzione sul rapporto tra l’ipotesi di un governo istituzionale di emergenza e la prospettiva delle elezioni sia sufficiente ad evitare oscillazioni nel futuro.
È perfino ovvio che un partito di opposizione si prepari al voto e punti a conquistare il governo del paese. Nella condizione in cui siamo oggi in Italia tuttavia lavoriamo per l’immediato svolgimento delle elezioni o per un governo di responsabilità nazionale che faccia alcune riforme e affronti i problemi più urgenti sul terreno economico e finanziario? Se la crisi è davvero così dura come diciamo, se servono subito misure difficili e severe, se dobbiamo riscrivere le regole per uscire dal populismo di marca berlusconiana, allora serve una convergenza di forze diverse che da subito si misurino con questa emergenza. Oggi, e nella prossima legislatura, che non potrà che essere costituente e per la quale è necessaria l’alleanza tra progressisti e moderati.
Chi dice o dirà di non essere disponibile si assumerà la responsabilità di non corrispondere ai compiti che spettano ad una politica alta, capace di ridare speranza all’Italia.

da Europa Quotidiano 04.03.11

"La vita è il costo del tuo lavoro. Lettera a un'operaia che muore", di Edoardo Nesi

ll costo del tuo lavoro è la vita. La tua vita. Sei un’operaia e vai ogni giorno a lavorare in uno scantinato. Lo scantinato è un opificio. Una maglieria. Tu confezioni maglie. Un giorno cominci a sentire strani rumori che non hai mai sentito prima.Sono come dei gemiti, degli scricchiolii. Non vengono dalla strada vicina, o dalle macchine davanti alle quali lavori. Vengono dalle mura del palazzo. Ti chiedi cosa possano voler dire. Non puoi accettare che siano ciò che pensi. Ti dici che forse è normale sentire degli scricchiolii, in un palazzo così vecchio. E continui ad andare a lavorare. Ogni giorno. Ti chiedi se non dovresti parlarne con qualcuno. Coi sindacati, coi vigili. Con la polizia. Coi carabinieri. Ma non lo fai. Ti scordi di farlo. Preferisci scordarti di farlo, forse. Ogni giorno vai avanti, e torni lì, a lavorare. Perché devi. Devi pagare la spesa, i vestiti dei bambini, il mutuo. Continui a lavorare. È quello che fai, che hai sempre fatto. Lavori sepolta in uno scantinato per combattere la concorrenza di altri disgraziati come te. Sei impegnata in una competizione crudele con altri lavoratori che lavorano in altre fabbriche, in tutto il mondo. Fabbriche probabilmente più sicure dello scantinato in cui lavori tu. Ma non importa. Devi lavorare e lavorerai. Non credi davvero possibile che un palazzo possa cadere. E poi, proprio su di te. Ti dici che queste cose è molto difficile che succedano. Che non succederà proprio a te.

Il costo del tuo lavoro è la tua vita, ragazza mia. E non dovrebbe essere così. Non è giusto che sia così. Non quando con il tuo lavoro stai producendo parte dell’eccellenza mondiale. Il Made in Italy. Perché non importa quale sia la qualità delle maglie che produci. È merce fatta in Italia. Ha un valore misurabile, e lo si applica a ogni straccio e a ogni accessorio che venga prodotto nel nostro Paese. Da chiunque. Decine e decine di migliaia di cinesi sono venuti e continuano a venire a lavorare in Italia, chiusi in scantinati come il tuo, per poter produrre merce Made in Italy. Sei parte di una catena di lavoro che un tempo era una cosa gloriosa, ragazza mia, l’orgoglio e il vanto della nostra nazione, e oggi invece non ha più alcun senso. Ricordalo, e salvati.

Il Corriere della Sera 04.10.11

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Quelle crepe aperte da 3 giorni «Ci dicevano: le avete dipinte», di Marco Imarisio

In via Roma la speranza si accende al buio. «Spegnete tutto». Quando l’urlo arriva dal punto più alto della montagna fatta di blocchi di tufo e detriti, il brusìo, i singhiozzi e le parole sommesse si interrompono. I gruppi elettrogeni che illuminano questa frana che fino a mezzogiorno era stata una palazzina a due piani, vengono spenti, i cellulari silenziati. «Ci sentite?» urla nell’oscurità il vigile del fuoco, in bilico tra due lastre, con la faccia incrostata di polvere e i vestiti fradici perché laggiù, nella pancia dell’edificio, è anche saltata una conduttura dell’acqua. «Ci sentite?». Ripetuto tre, quattro volte, nel silenzio innaturale delle centinaia di soccorritori, giornalisti e semplici curiosi che a notte fonda circondano la carcassa del palazzo. Dalle viscere della montagna arriva un tonfo, un suono sordo, qualcuno sta sbattendo un oggetto contro una parete. «Vai, vai, ci sono, accendete che scaviamo». E ricomincia il rumore dei gruppi elettrogeni, delle ruspe, riparte la catena umana che si passa secchielli di plastica pieni di mattoni, per sgomberare la scena.

Fino all’alba, fino a quando non ci sarà più nulla. Perché in questo crollo annunciato di Barletta c’è anche il paradosso dell’incertezza, nessuno sa quanti sono i vivi e i morti, nessuno sa quante fossero le operaie al lavoro nel maglificio Cinquepalmi che occupava l’intero seminterrato. Certi giorni erano almeno una dozzina, altre volte molte meno, in tanti sostengono che in quell’opificio aperto nel 1995 si lavorasse soprattutto in nero. Così la contabilità dei sommersi e dei salvati diventa impossibile, si procede a spanne, come i vigili che scavano con le mani coperte di sangue per dare aria a eventuali superstiti.

Sono tutti qui, familiari, figli e padri che sperano, che compongono numeri al cellulare. «Dà libero, quindi vuol dire che forse è ancora viva…». Tutti raccolti in venti metri quadrati, nello spazio tra via Roma e via Muro Spirito Santo, dove dall’ultimo piano del palazzo accanto si vede il buco lasciato dalla palazzina crollata. Intorno ai soccorritori si è creata una bolla di tensione, sudore, cattivi umori e rancori rappresi.

C’è un uomo che si aggira sfregando le mani tozze e sporche di calce bianca. Si chiama Ruggero Vitrani, abitava da una decina d’anni al secondo piano. Racconta che venerdì mattina, dopo essersi consultato con i vicini di pianerottolo, è stato lui a chiamare l’ufficio tecnico del Comune, e di seguito i vigili urbani e quelli del fuoco. «Correte, che sulla parete del salotto e in cucina si sono aperte delle crepe larghe tre centimetri, ci posso mettere una mano dentro». Sono arrivati, hanno fatto il sopralluogo in ogni appartamento. Tranquilli, va tutto bene, è stata la risposta, non c’è alcun pericolo. Ieri mattina Vitrani ha sentito le vibrazioni che salivano dal basso, ha visto che la porta di casa non si apriva, i muri si stavano deformando. «Ho sfondato e sono scappato». Dieci minuti dopo è venuto giù tutto.

L’edificio di via Roma, costruito all’inizio del Novecento, era già stato controllato nel 2009, quando i proprietari avevano chiesto e ottenuto l’autorizzazione a sopraelevare di un piano lo stabile adiacente, da due a tre. Dunque pochi anni fa questo cumulo di mattoni bianchi, che ora sembra una costruzione del Lego schiacciata dal piede di un gigante, era stata ritenuto idonea per sopportare qualche altra tonnellata di peso. L’impresa Giannini, proprietaria dello spazio, aveva demolito l’edificio accanto, lasciando in piedi solo i muri di confine, abbattuti venerdì scorso, proprio ieri mattina le ruspe hanno ripulito l’area dalle macerie.

E subito dopo il panettiere Roberto Sansone ha fermato il suo motorino all’imbocco della via. «Quel palazzo tremava, sembrava si muovesse. Poi si è afflosciato su se stesso. Ha presente un palloncino bucato quando si sgonfia?». Intorno agli scavi non si respira speranza e apprensione, come spesso capita. L’aria è sempre più spessa, carica di rabbia. Una collaboratrice del sindaco Nicola Maffei, appena atterrato all’aeroporto di Bari, gli intima di non venire in via Roma. «C’è molta esasperazione, puoi immaginare…».

L’immaginazione non serve con Tobia, il fratello di Emanuela Antonucci, la donna incinta di cinque mesi salvata dai primi soccorritori. L’hanno calata giù dalla stanza della vecchia madre, completamente sventrata. Sulla parete si vede il quadro della Madonna dello Sterpeto e due crocifissi. Ma Tobia non crede ai miracoli, crede piuttosto nell’approssimazione degli uomini. «Quando sono venuti a controllare ci hanno detto che erano crepe di pittura, ci hanno chiesto se per caso non stavamo facendo una speculazione in casa nostra, pensavano ai soldi dell’assicurazione. Venerdì l’ufficio tecnico ci aveva garantito l’esito per sabato mattina, ma non si è fatto vedere nessuno. E adesso guardatelo qui, l’esito».

Il prefetto ha mandato un agente in ospedale, per chiedere alla prima operaia estratta dalle macerie quante fossero davvero le persone al lavoro nell’opificio. Consulta una lista. «Là sotto sono ancora in cinque». Gli sguardi vanno a una donna seduta su una sedia di plastica. È la signora Cinquepalmi, la proprietaria del maglificio. Sua figlia Maria, appena 14 anni, aveva l’ultima ora di scuola libera, mancava la professoressa di educazione fisica. Allora è andata a trovare i genitori. L’hanno vista scendere nel seminterrato che era mezzogiorno. La mamma era fuori, a fare compere. Adesso è qui, non si muove da ore. A ogni sussulto dei soccorritori rivolge uno sguardo speranzoso alle infermiere e alle assistenti sociali che le stanno accanto, attente a non guardarla negli occhi. Non le hanno ancora detto che Maria è morta, nessuno ha trovato il coraggio di farlo.

Il Corriere della Sera 04.10.11

Boom delle pensioni di anzianità. «I lavoratori statali scappano via», di Marco Ventimiglia

Si vuole una cosa e succede esattamente l’opposto. Con un governo che funziona non dovrebbe mai accadere, specie su un argomento delicatissimo come le pensioni; quando c’è di mezzo l’esecutivo Berlusconi l’esperienza insegna che tutto è possibile, anche se nel caso in questione il pressappochismo rischia di generare ulteriori aggravi sulle malmesse casse dello Stato. Infatti, l’Inpdap ha reso noto ieri che è in corso un autentico boom delle pensioni d’anzianità tra i lavoratori statali. In particolare, nei primi nove mesi sono salite del 34,2%, passando da 39.477 a 52.973. Nel complesso le nuove pensioni sono aumentate del 5,27% passando dalle 71.953 dei primi 9 mesi del 2010 alle 75.743 dei primi nove mesi del 2011, ed a controbilanciare il forte aumento dei trattamenti d’anzianità c’è stato il calo delle pensioni di vecchiaia, di quelle di inabilità e del cosiddetto “part time” (si va in pensione di anzianità ma si continua a lavorare). TIMORI CRESCENTI Quanto all’aumento di persone che hanno lasciato l’amministrazione in età anticipata rispetto alla vecchiaia, la spiegazione sta soprattutto in quanto deciso dallo Stato, il che ci rimanda all’assunto di partenza. Infatti, una norma del 2009 prevede la possibilità di far uscire il dipendente se ha raggiunto i 40 anni di contributi (quindi di fatto una scelta dell’ amministrazione e non del lavoratore). A pesare, poi, ci sono anche le misure sul pubblico impiego, quali il blocco dei contratti e la reateizzazione del Tfr. Senza considerare il turbillon di voci, e qui ci sono altre evidenti responsabilità dell’esecutivo, su nuovi interventi sul sistema previdenziale. Parole che hanno sicuramente pesato sulla scelta di coloro che hanno optato per l’uscita anticipata, alimentando il timore di un peggioramento delle condizioni previdenziali nel comparto del pubblico impiego. INVERSIONE DI TENDENZA «Chi può scappa dalla pubblica amministrazione», ha dichiarato il responsabile dei lavoratori pubblici della Cgil, Michele Gentile. «Le misure decise dal governo sul pubblico impiego, blocco dei contratti, rateizzazione del Tfr e taglio alle retribuzioni dei dirigenti – ha spiegato – fanno sì che chi ha la possibilità di andarsene se ne vada. Finora non era stato così. La maggior parte dei lavoratori pubblici, pur avendo i requisiti per la pensione di anzianità restava fino al raggiungimento dei 40 anni di contributi o fino all’età prevista per la vecchiaia ».❖

L’Unità 04.10.11

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“Pensioni anticipate, fuga delle donne” Melania Di Giacomo

Nei primi nove mesi via 53 mila statali, il 34% in più rispetto al 2010. Ha inciso la prospettiva per le donne di dover lavorare cinque anni di più, c’è poi il blocco triennale dei contratti e tutte le strette sulle pensioni dei dipendenti pubblici degli ultimi anni. Secondo i sindacati anche le incertezze su future manovre hanno pesato sulle decisioni. Fatto sta che nel pubblico impiego è in corso una sommossa silenziosa: nei primi nove mesi dell’anno — dicono i dati dell’Inpdap, l’istituto di previdenza dei dipendenti pubblici — in 75.743 hanno lasciato il lavoro per andare in pensione, il 5,2% in più rispetto al settembre 2010, ma, soprattutto, le pensioni di anzianità sono state del 34% in più, da 34.477 a 52.973. Un dato in controtendenza rispetto al settore privato, dove nei primi 8 mesi del 2011, le pensioni di anzianità sono diminuite del 36,5%.

Nel pubblico, come nel privato, se si è almeno a quota 96 (60 anni d’età e 36 di contributi oppure 61 anni e 35) si imbocca la «finestra» e ci si mette a riposo. E una parte consistente dei prepensionamenti sono da attribuire all’equiparazione — che scatta dal primo gennaio prossimo — dell’età per le pensioni di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego decisa nel 2010, per dare seguito a richieste dell’Unione Europea. Quindi le donne andranno in pensione a 65 anni a partire dal primo gennaio, con uno scalone unico, senza fasi intermedie. Un provvedimento — disse allora il governo — che avrebbe interessato 25 mila donne. Se finora le impiegate andavano in ufficio fino a 61 anni, da gennaio dovranno lavorare fino al sessantacinquesimo compleanno e poi aspettare la finestra di uscita (passate da 4 a una sola all’anno). Un bello scaglione temporale, e la prospettiva avrebbe indotto a valutare il pensionamento anticipato. Ma per spiegare l’aumento così vistoso serve anche altro. «Lo Stato sta cambiando le carte in tavola», dice Corrado Mannucci, sindacalista dell’Ugl e membro del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inpdap. Negli ultimi due anni: blocco degli stipendi, stop del turnover, la possibilità — dal 2009 — per l’amministrazione di imporre il pensionamento al dipendente con 40 anni di contributi. Di recente i trasferimenti interni e con la manovra di luglio il blocco della buonuscita, che chi va in pensione anticipata percepirà dopo 24 e non più 12 mesi dalla fine del servizio. «C’è confusione totale e la paura di rimanere intrappolati, quindi ognuno cerca di portare a casa quello che gli sembra sicuro», aggiunge Mannucci. «Chi può scappa — dice anche Michele Gentile, responsabile del dipartimento Settori pubblici della Cgil — mentre prima la maggior parte dei lavoratori, pur avendo i requisiti per la pensione di anzianità restava fino ai 40 anni di contributi o fino all’età per la vecchiaia». Infatti, una parte consistente delle pensioni di anzianità (24.000 nei primi 9 mesi 2011 a fronte di 25.345 dell’intero 2010) continua a essere legata a uscite dal lavoro con 40 anni di contributi ma le altre, circa 28.000, a uscite volontarie, di personale che poteva restare al lavoro. Le uscite per vecchiaia sono diminuite per effetto della finestra mobile passando da 15.824 a 14.941 (-5,91%). Sono diminuite anche le pensioni di inabilità (da 4.394 a 3.808 con un -15,39%) e sono crollate le anzianità con trasformazione in part time (da 12.258 a 4.021 con un -204%).

Il Corriere della Sera 04.10.11