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"Università, le più care al Nord e le tasse dei figli degli operai più alte di quelle dei gioiellieri", da La Tecnica della Scuola

Secondo l’Osservatorio nazionale Federconsumatori le spese per frequentare gli atenei nordisti risultano più care, in media, del 13,5% rispetto alla media nazionale: le tasse maggiori a Parma, con oltre mille euro l’anno. Grazie all’Isee gioiellieri, albergatori e ristoratori però si fermano quasi sempre a 500 euro: meno di quello che versa un genitore che opera alla catena di montaggio. Brutte notizie per gli studenti che si apprestano ad iscriversi ad una sede universitarie del Nord Italia: scorrendo il II rapporto sui costi delle tasse universitarie negli atenei italiani, realizzato dall’Osservatorio nazionale Federconsumatori, si evince infatti che le spese per l’iscrizione ed in generale la frequenza degli atenei nordisti risultano più alte, in media, del 13,5% rispetto alla media nazionale.
La differenza più marcata rimane comunque quella tra Nord e Sud: le Università sopra il Po sono più care, in media, del 28,3%. Divario che si fa ancora più evidente prendendo in considerazione l’ultima fascia, quella per i redditi più alti: gli atenei “del Nord – spiegano da Federconsumatori – risultano in questo caso più cari del 68% rispetto a quelle del Sud, di conseguenza non dover dichiarare il proprio reddito (rientrando automaticamente nella fascia più alta) costa di meno al Sud”.
L’ateneo italiano più esoso (prendendo in considerazione la prima fascia) è l’Università degli studi di Parma con una retta di 1005,87 Euro annui per le facoltà scientifiche e di 890,05 Euro per quelle umanistiche, pari al +103% in più rispetto alla media nazionale.
Al secondo posto si trova invece l’Università degli studi di Verona (con una retta annuale di 613,18 Euro per le facoltà umanistiche e 671,22 Euro per le facoltà scientifiche).
In termini generali, invece, sono gli atenei del Sud ad applicare tasse più basse, con l’Università Aldo Moro di Bari in testa alle università che costano meno (sempre considerando la prima fascia), anche se bisogna sottolineare che parte dell’importo della retta è dovuta al merito: una votazione media bassa o un basso numero di crediti conseguiti, quindi, si traduce in un aumento delle tasse.
A dir poco paradossale è la situazione che emerge guardando al raffronto generale sulle spese affrontate per far mandare i nostri giovani all’Università. La maggior parte delle famiglie monoreddito di lavoratori autonomi, come gioiellieri, albergatori e ristoratori rientrano infatti nella seconda fascia Isee considerata, e quindi pagano in media una tassa annuale universitaria pari a 515,82 Euro, esattamente come la famiglia monoreddito di un operaio non specializzato. “Anche qui, come in altri settori in cui si utilizza come parametro l’Isee, i figli degli operai alla catena di montaggio pagano di più dei figli dei gioiellieri”, ha dichiarato Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori.

La Tecnica della Scuola 04.10.11

"Nuovo salvaprecari più difficile", di Carlo Forte

Al rush finale le domande per i nuovi elenchi del decreto salva precari. Il 27 settembre scorso si è tenuta l’ultima riunione di informazione ai sindacati presso il ministero dell’istruzione, durante la quale l’amministrazione ha raccolte le ultime osservazioni. Ed ora si attende solo la pubblicazione del decreto. Dopo di che scatteranno i 20 giorni canonici per la presentazione delle domande degli interessati. Le istanze dovranno essere redatte utilizzando il modello allegato al decreto e dovranno essere presentate alla scuola dove si è prestato servizio nell’anno 2010/2011 o, in mancanza, nell’ultimo triennio.

Hanno titolo a presentare la domanda i docenti e il personale Ata, inseriti a pieno titolo nelle graduatorie provinciali per le assunzioni, che abbiano conseguito nell’anno scolastico 2010/2011,o nel triennio 2008/11 nomina a tempo determinato di durata annuale o sino al termine delle attività didattiche, o, attraverso le graduatorie d’istituto una supplenza di almeno 180 giorni in un’unica istituzione scolastica (anche tramite proroghe o conferme contrattuali) per le classi di concorso, posti o profili professionali per i quali risultino inseriti nelle graduatorie provinciali.

A patto che si siano trovati nella condizione di non poter ottenere, per l’anno scolastico in corso, una nomina per carenza di posti disponibili o di averla ottenuta per un numero di ore inferiore a quello di cattedra o posto in assenza di disponibilità di cattedre o posti interi. Sono esclusi dai benefici coloro che, nell’anno scolastico 2011/12, rinuncino o abbiano rinunciato ad una supplenza annuale o fino al termine delle lezioni, conferita per intero orario nell’ambito della graduatoria ad esaurimento o dalle graduatorie di circolo o di istituto.

L’amministrazione, dunque, ha ritenuto di non recepire l’orientamento della prevalente giurisprudenza di merito, secondo la quale il diritto all’inclusione negli elenchi prioritari si matura anche se i 180 giorni siano stati maturati in più scuole oppure, nella stessa scuola, ma con interruzioni tra un contratto e l’altro.

Quanto alla disciplina delle rinunce e delle sanzioni, il provvedimento dispone che il personale che produce istanza è obbligato ad accettare qualunque proposta di supplenza, all’interno delle preferenze espresse nella domanda, salvo quella che viene offerta in corso di altro contratto. E che in caso di rinuncia immotivata o senza giustificato motivo la sanzione è la decadenza dalla graduatoria del salva precari.

Il provvedimento non reca la nozione di rinuncia immotivata o senza giustificato motivo. E dunque, l’apprezzamento dei motivi, giustificati o meno che siano, rimane nella sfera di esercizio della discrezionalità amministrativa. Che non di rado comporta l’insorgenza di interpretazioni non univoche, alle quali, talvolta, l’amministrazione pone un freno tramite l’emanazione di circolari e note di approfondimento. Circolari che spesso vengono recepite nei provvedimenti successivi che vengano emanati sulla stessa materia.

Vi sono però delle ulteriori esimenti tassative. Quali la possibilità di rinunciare ad una supplenza il cui importo della retribuzione risulti inferiore a quello dell’indennità disoccupazione in godimento. Oppure la rinuncia alla supplenza, anche già in corso, per accettare un incarico annuale o fino al termine delle attività didattiche resosi disponibile successivamente o in quanto destinatario di progetti ai sensi di specifiche convenzioni stipulate tra il ministero dell’istruzione e le regioni.

da ItaliaOggi 04.10.11

"L´ultimo strappo di Marchionne", di Massimo Giannini

Il divorzio tra Fiat e Confindustria si è dunque consumato. Sergio Marchionne, l´Amerikano, viola anche l´ultimo tabù, e porta il Lingotto fuori da Viale dell´Astronomia. Cioè fuori dal luogo fisico, ma anche istituzionale e sociale, dove la Fiat era sempre stata dal 1910, dai tempi del senatore Giovanni Agnelli fino a Vittorio Valletta e poi all´Avvocato. Lo «strappo», anche solo per questo, si può davvero definire storico. Per un secolo Fiat e Confindustria sono state una cosa sola. La prima sceglieva i presidenti della seconda. Un unico, vero Potere Forte, che condizionava i governi e ne orientava le politiche.
Questa «cinghia di trasmissione» subì una prima rottura con l´elezione di Antonio D´Amato nel 2000, sull´onda di una Vandea dei «piccoli padroncini» che Agnelli patì e salutò a modo suo, con una delle frasi che resteranno negli annali della Repubblica: «Hanno vinto i berluschini». Ma undici anni e molte polemiche dopo, c´è voluto il super-manager italo-svizzero-canadese a compiere la rottura definitiva. Una rottura che, al di là della portata simbolica, ha un profondo significato politico ed economico. Mentre esce da Confindustria, la Fiat sembra fare un passo in più verso un´altra uscita, molto più significativa: l´uscita dall´Italia. Un´uscita da un impianto culturale (le pratiche concertative e le regole associative, la contrattazione nazionale e la costituzione materiale) che prelude sempre più all´uscita da un sistema industriale. Un´uscita per altro largamente annunciata, e larvatamente preparata, nel corso di quest´ultimo anno e mezzo. Gli accordi separati del 2010 (Pomigliano D´Arco a giugno e Mirafiori a dicembre) erano già un implicito «manifesto» pubblico del modello Marchionne: mani libere nelle fabbriche e intese con chi ci sta, se serve anche al di fuori della gabbia del contratto collettivo. Ora, con la lettera in cui ufficializza l´addio del Lingotto a Viale dell´Astronomia a partire dal primo gennaio 2012, l´amministratore delegato rende esplicito quel «manifesto». La Fiat «è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale, con 181 stabilimenti in 30 Paesi». Non può permettersi il lusso di «operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato».
L´inciampo italiano, per Marchionne, è rappresentato dal sistema di regole alla quale Confindustria ha scelto di restare ancorata, rifiutando di ascoltare la sirena che da Torino cantava ormai da un paio d´anni. Un sistema che ruota intorno alla difesa del contratto collettivo nazionale, che deve garantire certezza dei trattamenti economici e normativi comuni a tutti i lavoratori, in tutti i settori e in tutto il territorio nazionale. Alla valorizzazione dei contratti aziendali, che disciplinano tutte le materie «delegate», anche in deroga parziale al contratto nazionale, ma con i limiti e le procedure disciplinate da quest´ultimo. Al principio della rappresentatività e della maggioranza, che garantisce la validità e l´applicazione di questo doppio impianto contrattuale dentro le fabbriche.
Questa piattaforma è stata ribadita da Confindustria e sindacati con l´accordo del 28 giugno scorso, che ha sancito una ricucitura importante nel metodo della concertazione, con il ritorno al tavolo, e alla successiva intesa, anche della Cgil. Quell´accordo a Fiat andava stretto. Perché non lasciava sufficiente discrezionalità alle aziende, soprattutto sui licenziamenti. È nato così l´articolo 8 della manovra d´agosto. Con quella norma il governo è venuto incontro alle richieste Fiat, cogliendo un varco lasciato aperto dall´accordo di giugno, che allarga anche alla «legge» (e non solo al contratto nazionale) lo spettro delle materie «delegate» alla contrattazione aziendale in deroga. Il ministro Sacconi, con quel blitz agostano, ha stabilito che le intese aziendali possono derogare alla legge o al contratto nazionale, compreso lo Statuto dei lavoratori. In questo modo salta l´intero apparato degli istituti di tutela dei lavoratori: dalle mansioni agli inquadramenti, dal part time agli orari. Ma soprattutto, l´articolo 8 concede alle imprese, di fatto, la libertà di licenziamento.
Per questo la Cgil è scesa in piazza il 6 settembre, decretando lo sciopero generale. Per questo, soprattutto, Confindustria e sindacati sono tornati a sedersi al tavolo interconfederale, e il 21 settembre hanno siglato un nuovo accordo, confermando «l´autonoma determinazione delle parti sociali» in tutte le scelte relative «alle relazioni industriali e alla contrattazione», nazionale e aziendale. Una scelta coraggiosa e responsabile. In una stagione di forte crisi economica e di alta instabilità politica, le parti sociali hanno ristabilito il primato della concertazione, e hanno disinnescato l´inutile e pericolosa «mina» dei licenziamenti. Il governo Berlusconi ha inserito l´articolo 8 in un «luogo» improprio, il maxi-decreto anti-deficit, come fattore di condizionamento ideologico e di scardinamento sociale. L´accordo interconfederale del 21 settembre (al di là delle diverse esegesi giuslavoristiche che l´hanno accompagnato) ha opportunamente disinnescato quella «mina». Ristabilendo, come nel ‘92, una benefica «supplenza» nei confronti di una politica irresoluta e irresponsabile.
Ora è proprio contro quella mossa che si scaglia Marchionne. Ed è proprio quella mossa che il «ceo» della Fiat usa come argomento, per giustificare il «divorzio» da Confindustria. Il «lodo» del 21 settembre «rischia di snaturare l´impianto previsto dalla nuova legge», e di «limitare fortemente la flessibilità gestionale». Evidentemente, un esito del tutto inaccettabile per il Lingotto. È questo, dunque, il «peccato» di Emma Marcegaglia. Aver riportato la Confindustria al tavolo della concertazione, e aver ricostruito la trama lacerata dei rapporti sociali, all´insegna di un´idea quanto più possibile condivisa delle relazioni industriali nelle fabbriche, dei diritti fondamentali delle persone, e alla fine dell´Italia che produce, che lavora e che deve cercare faticosamente una comune via d´uscita dal declino.
Lo «strappo» di Marchionne ha quindi una chiave di lettura, visibile, che è prevalentemente socio-economica. Volendo, ce n´è anche una meno visibile, e tutta politica. La Confindustria della Marcegaglia, a sua volta, ha appena consumato la rottura con il governo Berlusconi, lanciando l´ultimatum («o fa le riforme, o va a casa») e proponendo il progetto alternativo «Salviamo l´Italia» (insieme a Rete Imprese). La Fiat non condivide le critiche al Cavaliere (non a caso John Elkann sabato scorso ha stroncato il progetto confindustriale dicendo «non è tempo di proclami e proposte generiche». E allora prende definitivamente e pubblicamente le distanze, e se ne va da Viale Astronomia. E´ un´interpretazione maliziosa, che i vertici del Lingotto smentiscono seccamente. Ma allora perché Marchionne parla di «Confindustria politica», che per Fiat «ha zero interesse»? E perché Fabrizio Cicchitto esulta per il «divorzio», dicendo «ora la Marcegaglia è isolata»? E perché, infine, solo un´ora dopo aver proclamato l´uscita da Confindustria il Lingotto annuncia anche un altro anno di cassa integrazione a Mirafiori, generosamente coperto, pro-quota, dal denaro pubblico?
Ma al di là delle dietrologie, conta quello che si vede. E quello che si vede è che la Fiat di Marchionne, a dispetto delle promesse, fatica a tenere la competizione globale e non regge la competizione nazionale. I numeri parlano chiaro. Sia quelli della finanza, sia quelli dell´industria. Dal 3 gennaio 2011, data dello spin off del Lingotto, i titoli del gruppo sono crollati. Fiat Spa valeva 6,9 euro, e ora ne vale 3,9, Fiat Industrial valeva 9 euro e ora ne vale 5,3. Fiat Spa, che allora capitalizzava 7,5 miliardi, oggi è scesa sotto i 4 miliardi. La produzione nazionale è inferiore alle attese, lontana anni luce dagli 1,4 milioni di auto previsti nel 2014. Le vendite continuano a ridursi, con un´ulteriore caduta del 4,7% a settembre, che porta la quota di mercato domestico ad un modesto 29,7%.
I nuovi modelli continuano a latitare: a prescindere dalla Nuova Panda appena lanciata, i 9 nuovi modelli e i 4 restyling previsti non si vedranno prima dell´inizio del 2013, e l´uscita della Giulia Berlina e Station Wagon è slittata al 2014. A parte la chiusura certa di Termini Imerese, della Irisbus di Avellino e della Cnh di Imola, sul destino degli impianti italiani regna la confusione più totale. Il mitico progetto «Fabbrica Italia» resta un´araba fenice. Il piano industriale è tuttora ignoto. La conferma degli investimenti su Mirafiori, formulata dallo stesso Marchionne, è sicuramente un fatto positivo, come lo è la garanzia che lì si produrrà la Jeep. Ma non si può non vedere che per Torino siamo ormai al terzo dietrofront: prima doveva produrre la Topolino, poi la Citycar, poi i Suv Alfa.
L´impressione, purtroppo, è quella di un´azienda che, almeno nel Belpaese, viaggia ormai a fari spenti. Che ha scelto di scommettere tutte le sue carte solo sulla ruota americana di Detroit, e ha scelto di giocare la partita della concorrenza domestica solo sul piano dei tagli alla produzione e al costo del lavoro. Marchionne può dire quello che vuole. Ma tanti indizi, ormai, cominciano a fare una prova. La «strategia delle mani libere» non ha più nessun´altra giustificazione, se non quella del disimpegno. Dopo il divorzio da Confindustria, arriverà anche il divorzio dall´Italia.

La Repubblica 04.10.11

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“Lo strappo di Marchionne. E Confindustria si spacca”, di Laura Matteucci

L’ ultimo strappo di Marchionne verso l’autarchia negoziale preoccupa molti e non piace a (quasi) nessuno. Certo non a Emma Marcegaglia, che «rispetta la decisione», ma«non ne condivide le motivazioni », che anzi «non stanno in piedi», dice. E nemmeno al mercato, che penalizza tutti i titoli del Lingotto, con Fiat Industrial a guidare i ribassi con un calo del 5,74%. Decisa, annunciata, organizzata da oltre un anno, l’uscita di Fiat da Confindustria adesso ha il timbro dell’ufficialità e una data: il primo gennaio 2012. Il tutto nero su bianco in una lettera dell’ad Fiat Sergio Marchionne alla leader dei confindustriali, che per spiegare l’adieu stigmatizza l’accordo del 21 settembre tra sindacati e Confindustria, colpevole di aver «fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’articolo 8», leggi sulla possibilità di licenziare più facilmente (articolo accolto esaltato da Marchionne anche nella lettera). Un facile appiglio, si può dire, per giustificare una decisione maturata ben prima di tutti gli ultimi accordi sulla contrattazione. «Marchionne – replica Marcegaglia – dice che l’accordo interconfederale avrebbe depotenziato l’articolo 8, ma questo non è vero, i pareri espressi da importanti giuslavoristi dicono esattamente il contrario». Paradossale poi il giudizio di Marchionne sulla recente uscita del «collega» Diego Della Valle contro un certo modo di fare politica: «Ha espresso frustrazione, ma ora al Paese serve coesione». Sarà, ma sembra sia sempre qualcun altro a doverla costruire. Come dice Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil: «È spiacevole che proprio la più grande azienda italiana continui a fare scelte che puntano a mettere in discussione i passi avanti fatti con la ricostruzione di regole nell’ambito di nuove e rinvigorite relazioni sindacali». Le parole di Marchionne sono «molto negative», commenta Pier Luigi Bersani dalla sede del Pd. «Si può lavorare per cercare flessibilità in un quadro di tenuta del sistema delle relazioni – continua – non serve la balcanizzazione». Come spiega Stefano Fassina, responsabile economico Pd: «Indica la volontà di applicare le potenzialità più regressive dell’articolo 8: licenziamenti facili, deroghe peggiorative alle leggi e al contratto nazionale, mutilazione della rappresentanza e della democrazia in fabbrica». SISTEMA DEBOLE Anche i sindacati commentano con preoccupazione: «Non può dire che esce perchè è stato depotenziato l’accordo del 28 giugno. Non è affatto vero», dice Raffaele Bonanni, leader Cisl. «La Fiat non vuole regole e nega la rappresentanza – dice ancora Scudiere – Una posizione che trova il sostegno di un governo che non ha mai avuto la capacità di farsi rispettare ».E che adesso, con il ministro Sacconi, riesce a dire solo: «La vera notizia è che vengono confermati gli investimenti in Italia». Magra (e nemmeno tanto reale) consolazione. La preoccupazione, ora, è che il baricentro di Fiat si allontani sempre più dall’Italia, come sottolinea lo storico Giuseppe Berta, per il quale lo scopo di Marchionne è quello di «un contratto tagliato su misura: da tempo tende a sottolineare la distanza dalle istituzioni. Le sue esigenze non sono più contemperabili nell’ambito degli assetti italiani». Non bastano quindi le rassicurazioni dell’ad sui nuovi investimenti: a Mirafiori dal 2012 verrà prodotto un suv a marchio Jeep, a Pratola Serra (Avellino), si lavorerà ad un nuovo motore per l’Alfa Romeo. L’addio del Lingotto «avrà forti ripercussioni sul sistema confindustriale », aggiunge Berta. E «certamente la spinta delle grandi imprese verso l’autonomia contrattuale esce rafforzata», rischio che preoccupa anche Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale dell’Associazione degli industriali. Come addetti Fiat rappresenta lo 0,8% dell’intero sistema confindustriale, mentre dal lato contributivo pesa l’1%, poco meno di 5 milioni di euro. Ma è tutto politico il peso più rilevante della scelta. Per Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale, lo strappo «segna un indebolimento che il sistema delle imprese non può permettersi».

L’Unità 04.10.11

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“Annunci, rotture e chiusure. La memorabile Fabbrica Italia”, di Oreste Pivetta

Sergio Marchionne, il cashmere della modernizzazione, ha spiegato che cosa vuole davvero, raccontando per calmare le acque un’altra versione del suo Progetto Italia, della sua Fabbrica Italia, raccontando cioè di un altro rinvio e di un altro no. Mentre pretende mano libera sul fronte delle relazioni sindacali e pretende facoltà di licenziamento senza giusta causa, in virtù dell’articolo 8 della legge finanziaria, buttando a mare per quanto lo riguarda l’accordo tra Confindustria e sindacati, che pareva ai più la via migliore e pacifica per costruire modelli di contrattazione più adeguati ai tempi, mentre – tanto per fare un esempio – si va chiudendo la storia di Irisbus con l’avvio delle procedure di mobilità per i lavoratori (l’Italia non sarà più in grado di produrre autobus?), l’amministratore delegato del Lingotto aggiorna i suoi piani e promette un suv a marchio Jeep per il secondo semestre del 2013, quello stesso suv che aveva già solennemente promesso per il terzo bimestre del 2012, salvo ancora lasciare nella totale vaghezza l’eventuale produzione di un suv a marchio Alfa Romeo, che a questo punto non si produrrà mai, né a Mirafiori né in qualsiasi altro sito italiano. Del resto non si conoscono i volumi produttivi (aveva garantito duecentocinquantamila vetture all’anno), non si sa come si arriverà a quel fatidico secondo semestre, se non attraverso nuove ondate di cassa integrazione, non si capisce neppure che futuro avrà l’Alfa Romeo, sembra sull’orlo del baratro e della vendita. Non si vedono gli investimenti promessi nella gigantesca cifra di venti miliardi e per ora ridotti alle briciole in attesa, evidentemente, di chissà quali nuovi ripiegamenti del sindacato italiani, di chissà quanti nuovi “articoli otto”. Il paesaggio produttivo nazionale, in deciso regresso, contempla per ora solo annunci e chiusure. L’unica cosa certa, con la morte di Irisbus, è la fine di Termini Imerese. Il resto, in aggiunta ai suv, sarebbe una city car, la nuova Topolino, che si sarebbe dovuta produrre a Mirafiori e che è già sparita dalla scena. Accenniamo ancora, per dovere di cronaca, alla Topolino elettrica, la Panda ibrida e alle cinquantamila Maserati promesse a Grugliasco: che ne sarà mai? L’incertezza e la paura si fanno compagnia e non solo Giorgio Airaudo, segretario Fiom e storico leader metalmeccanico a Torino, si chiede se la rottura con Confindustria, l’ormai esausta polemica sulla conflittualità sindacale, l’eterna rivendicazione di flessibilità (e di bassi salari) servano a produrre auto in Italia o a coprire la ritirata dall’Italia. Le perplessità sono anche del segretario Cisl del Piemonte, Giovanna Ventura che a questo punto vorrebbe un incontro con Marchionne: “Vogliamo capire esattamente i tempi di tutta l’operazione perchè restiamo preoccupati soprattutto per quei lavoratori in cassa integrazione da più di tre anni e per tutti gli altri che operano nell’indotto». Persino Bonanni e Angeletti, segretari Cisl e Uil, hanno protestato: la promessa del suv torinese non compensa il siluro spedito a Confindustria e quindi all’accordo sindacale del 28 settembre. Evidentemente Marchionne la conflittualità se la cerca da sé, se non offre almeno la garanzia di un piano e se varompendo i patti. Se vuole governare Mirafiori, a questo punto gli servirà un sindacato. C’è già il Fismic (il cui segretario Di Maulo s’è affrettato a ringraziare per il futuro suv, che confermerebbe la centralità di Mirafiori nel sistema Fiat, almeno in Italia),mail Fismic, che non ha sottoscritto l’accordo con Cgil, Cisl e Uil, non è certo maggioritario. Vedremo che cosa di nuovo escogiterà la Fiat per aiutarlo a crescere: la tradizione alle spalle non fa difetto. Un’altra volta, secondo Airaudo, manca un interlocutore politico. Marchionne s’è ritrovato accanto al governo, che con il solerte Sacconi ha escogitato l’articolo 8, articolo ad aziendam dicono alla Fiom. Purtroppo il governo non se lo sono trovato al fianco i lavoratori, un governo capace di strappare al Lingotto certezze dopo tanto vagare tra Torino, Pomigliano, Serbia, Polonia, Brasile e pure di fronte al regalo dell’ultima manovra. Marchionne veleggia sempre di più verso l’America, ma la storia tutta rose e fiori che ci racconta non corrisponde al vero: deve risanare l’impresa deve ripagare i debiti, deve anche lì trattare con un sindacato, che avrà altra cultura rispetto al nostro, ma che intanto rivendica la revisione dell’accordo che prevedeva più bassi salari per i nuovi assunti. Anche in America dovrebbero prevalere principi di equità. Banalmente se le mansioni sono identiche, anche i salari dovrebbero esserlo. La sensazione è che la Fiat tricolore debbapagare il risanamento a Detroit. All’Italia che cosa resta? Pomigliano (con la newco, le riassunzioni, con la nuova Panda?), Mirafiori (con il suv Jeep?), Grugliasco (con le cinquantamila Maserati?), Melfi, Pratola Serra (con il nuovo motore Alfa, altro annuncio, proprio ieri)… Intanto il mercato dell’auto ricrolla. La Fiat si consola:guadagna mezzopunto come quota di mercato, calando di quasi cinque punti rispetto al settembre 2010

L’Unità 04.10.11

"Che fine hanno fatto i dati statistici sulla distruzione della scuola primaria?", di Osvaldo Roman

Il ministro Gelmini prende in giro il Parlamento e nasconde i numeri che provano l’autentico massacro del sistema educativo più avanzato che l’Italia possedeva. Da Tuttoscuola apprendiamo che “Il Corriere della sera ha scritto in questi giorni che i dati dei bocciati e dei promossi, la cui pubblicazione sarebbe obbligatoria per legge, non sono stati resi noti sul sito del ministero per decisione del Direttore Generale della Comunicazione presso il Miur, Massimo Zennaro (già portavoce del ministro), per il timore che il lieve decremento di bocciati registrato quest’anno potesse compromettere la linea di rigore voluta dalla Gelmini.
Il Direttore Zennaro ha inviato al quotidiano di Via Solferino questa nota di precisazione: ‘In merito all’articolo “Il ministero mantiene segreti i dati sui promossi e bocciati” (Corriere di ieri), preciso che “Non esiste alcun obbligo di legge a cui è tenuto il ministero dell’istruzione in merito alla pubblicazione dei dati sulla valutazione degli alunni. Il Miur è semplicemente tenuto a comunicarli all’Istat; non si sono quindi verificate violazioni di legge’.

Questa la replica del giornalista Lorenzo Salvia del Corriere: “Il dottor Zennaro conferma i contenuti dell’articolo: i dati sono stati oscurati, cosa mai avvenuta in passato. E, fino al momento della scrittura del pezzo, non risultavano trasmessi nemmeno all’Istat.”

Scuola primaria, occultare la realtà
Anche per quanto riguarda i dati concernenti gli effetti della cosiddetta riforma della scuola primaria assistiamo ad un analogo occultamento dell’informazione.
Infatti, nell’anno scolastico 2009-2010 sono entrati in vigore i DPR n.89 e n. 81 recanti rispettivamente il “Regolamento riguardante la revisione ordinamentale, organizzativa e didattica della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione” e il “Regolamento recante norme per la razionalizzazione della rete scolastica”.

In particolare si preannunciavano come assai rilevanti per l’incidenza sulla natura e sull’organizzazione del servizio scolastico reso ai cittadini le modifiche introdotte nel funzionamento della scuola primaria. Di qui il manifestarsi di una particolare attenzione per le modifiche riguardanti il tempo pieno e l’organizzazione didattica delle classi investite dal riordino.
Nell’anno citato si trattava solo delle prime classi, per quanto concerne il cosiddetto maestro unico e delle classi successive, per quanto concerne l’eliminazione il funzionamento dei TEAM docenti e l’eliminazione delle compresenza nel tempo pieno.

Il tempo pieno? Esiste solo nelle parole del ministro
In un comunicato del 17 maggio 2010 emanato dal Miur si leggeva che sarebbe aumentato il tempo pieno nella scuola italiana. Si annunciava che nell’anno scolastico (2010/2011) sarebbero state attivate nella scuola primaria 782 classi a tempo pieno in più, per un totale di 37.275 classi. Per il secondo anno consecutivo quindi sarebbero aumentati gli alunni che avrebbero potuto usufruire di questo quadro orario.

Nell’anno 2009/2010, infatti, secondo i comunicati ministeriali sarebbero state attivate 2.176 classi a tempo pieno in più rispetto all’anno scolastico 2008/2009. Negli ultimi due anni dunque, grazie all’introduzione del maestro unico e all’abolizione delle compresenze, si sarebbe registrato un aumento complessivo di 2.958 classi a tempo pieno, sempre secondo il Miur.

Nascondere i dati
E’ un fatto, però, che da due anni ha cessato di uscire al pubblicazione del MIUR “La scuola in cifre” il cui ultimo numero che risale al 2008 riferiva che nell’anno scolastico 2007/08 su un totale di 2.275.310 studenti 669.101 frequentavano classi di 40 ore settimanali a tempo pieno (due insegnanti con 8 ore di compresenza); 430.770 frequentavano classi con un orario settimanale variante dalle 31 alle 39 ore con mensa (i cosiddetti TEAM); 53.311 frequentavano classi da 31 a 39 ore senza mensa; 1.303.473 frequentavano classi con un orario variante tra le 28 e le 30 ore settimanali e 118.665 frequentavano classi con 27 ore settimanali.

I comunicati stampa della Gelmini compreso quello con cui ha aperto il presente anno scolastico 2011-12 nulla hanno fatto conoscere del reale destino di oltre 500.000 alunni che frequentavano, nell’anno 2008-09 classi da 31 a 39 ore in gran parte con mensa.
Questa tabella non è mai stata pubblicata dal MIUR ed è nota solo perché risulta negli atti parlamentari allegata alla risposta ad una interrogazione discussa in VII Commissione martedì 24 novembre 2009.

Da essa risultava che nell’anno scolastico 2008-09, quello che precede la riforma, gli studenti che frequentavano classi, non a tempo pieno, ma con un orario settimanale da 31 a 39 ore con mensa erano stati 446.049, pari al 17,4% del totale degli alunni frequentanti la scuola primaria. Quelli frequentanti lo stesso orario ma senza mensa erano stati 46.566 pari all’ 1,8%.
L’on. Giuseppe Pizza, sottosegretario all’Istruzione, in quell’occasione dichiarò di non poter ancora disporre dei dati della rilevazione integrativa riguardante l’anno scolastico 2009-10, che erano stati anticipati nel comunicato ministeriale solo per la parte riguardante il tempo pieno, perché ancora in corso di elaborazione.

Ciò che è falso risulterà vero
Una successiva interrogazione n. 5-03021, discussa il 9 giugno 2010 ha avuto uno svolgimento sorprendente, che solo oggi apprendiamo da chi e da quale logica fosse ispirato, e mio parere assai grave in quanto, non solo si negava il sacrosanto diritto della Camera di conoscere dati rilevanti sul funzionamento di un settore vitale dell’ordinamento scolastico sottoposto ad un riordino che stava suscitando crescenti proteste nella scuola e nel Paese, ma soprattutto perché la risposta ministeriale recava evidenti elementi di falsificazione della realtà di fatto che riguardava la pubblicità e la gestione delle rilevazioni statistiche.
Infatti i dati richiesti riguardavano la tabella della Sezione D della Rilevazione integrativa delle scuole primarie statali, denominata PUI-00001, inserita nel Piano statistico Nazionale 2008-10 approvato con DPCM del 3 agosto 2009.

E’ del tutto evidente il modo con cui si tentava di prendere in giro il Parlamento affermando, come si fa nella risposta all’interrogazione n. 5.03021 del 9 giugno 2010 che:
“In merito al primo punto, faccio presente che l’attività di rilevazione viene principalmente effettuata per fornire all’Amministrazione la conoscenza dei fenomeni che quantitativamente interessano il mondo scolastico, con il fine precipuo di realizzare uno strumento di supporto alle decisioni. Di anno in anno, poi, vengono pubblicate solo quelle rilevazioni che si ritiene di maggior interesse per una diffusione esterna all’Amministrazione.”

Tali affermazioni erano palesemente false ed è grave che sia state acriticamente lette da un Sottosegretario di questo governo.
In tal modo sono stati illegalmente rifiutati al Parlamento i dati richiesti prospettando un’ autentica falsificazione delle procedure esistenti e negando la natura di Rilevazione statistica nazionale dei medesimi.

La malafede del ministro
Quando all’inizio di quest’anno scolastico il Ministro Gelmini ha affermato che il tempo pieno (in tutta la scuola di base) è aumentato ed ha raggiunto il 30,5% degli studenti sapeva bene che quel tempo pieno nella scuola primaria era fatto di 40 ore raccogliticce senza compresenze e che non ha nulla aveva che spartire con la qualità e l’efficacia didattica che caratterizzavano il precedente modello.

Sapeva pure che già quest’anno, dei quasi 600 mila studenti che frequentavano il tempo lungo nel 2008-09 sono poche decine di migliaia lo avevano potuto conservare. Di questo autentico massacro del sistema educativo più avanzato di cui disponeva il nostro paese questo governo dovrà renderne e conto di fronte all’opinione pubblica.
Poiché si rifiutano di rispondere in Parlamento e continuano a nascondere “il corpo del reato” da loro commesso è necessario che l’ISTAT renda nota tutta la documentazione regione per regione e provincia per provincia riguardante i primi due anni di attuazione della cosiddetta riforma della Scuola primaria. E’ urgente tirare fuori i dati raccolti con il modulo della Sezione D della Rilevazione integrativa delle scuole primarie statali, denominata PUI-00001, inserita nel Piano statistico Nazionale 2008-10 approvato con DPCM del 3 agosto 2009!

www.partitodemocratico.it

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In questo comunicato stampa del 1 ottobre avevamo già denunciato i dati occultati

"I bocciati fantasma del ministro Gelmini", di Benedetta Tobagi

Ammettiamolo: era davvero difficile battere l´exploit del fanta-tunnel per neutrini. Ma Mariastella Gelmini è riuscita ancora una volta a lasciarci a bocca aperta. Il ministro avrebbe occultato e manipolato i dati sulle bocciature, pur di propagandare l´immagine di una scuola più severa sotto la sua guida. La Gelmini, d´altronde, ha fatto dell´ideologia del rigore, nutrita di elementi simbolici ed esteriori (il voto in condotta, il grembiule, la “liberalizzazione” delle bocciature anche nel ciclo di base) il suo cavallo di battaglia. La bocciatura è diventata l´incarnazione plastica della reazione al permissivismo “sessantottino”, fucina di tutti i mali. Da qui, l´inammissibilità di un calo nel numero dei bocciati: un dato quantitativo che di per sé può significare qualunque cosa, ma al ministro preme solo in quanto incrina un´immagine propagandistica diffusa con insistenza martellante.
Questa notizia deve turbarci profondamente per almeno tre motivi.
Primo: ci ricorda che viviamo in un mondo alla rovescia in cui i responsabili della pubblica istruzione si vergognano perché, stando ai numeri, la scuola, nonostante i tagli, adempie bene al suo compito, che è formare gli studenti, dunque portarli alla promozione, e non bocciarli. Alla Gelmini è caro il modello-azienda, ma nemmeno le imprese che invocano a gran voce una maggiore libertà di licenziare misurano la loro performance in termini di dipendenti espulsi.
Secondo: i numeri sono un pilastro portante della retorica di questo governo. Strumento di potere e incantamento, vengono sciorinati a ogni occasione per impressionare l´uditorio con un´immagine di concretezza ed efficienza, ma è ormai documentato che gli esponenti del governo spesso diffondono numeri falsi o errati. Ma la prassi instaurata dal Miur in era Gelmini sembra da regime comunista: oscurare i dati, manipolarli o concederli col contagocce, per privare docenti, analisti e osservatori del diritto democratico di sottoporre a pubblico controllo l´azione di governo.
Terzo: ancora una volta emerge una sconcertante mancanza di coerenza tra parole e fatti, tanto più grave in quanto emana dalla figura cui fa capo tutto il sistema educativo. Che genere di messaggio trasmettiamo ai ragazzi? Se al compito di matematica i dati non tornano, devono sentirsi autorizzati a truccare le cifre? «Se c´è più rigore a scuola è un bene per il paese – Gelmini dixit – perché è fra i banchi che si forma la nuova classe dirigente». Ministro, lei ha appena 38 anni, è un esponente di spicco della “nuova classe dirigente”. Vuole applicare un po´ del rigore che tanto declama anche a se stessa?

La Repubblica 04.10.11

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“Scuola, calano i bocciati così la Gelmini ha nascosto il flop della linea dura”, di Salvo Intravaia

E sul sito del Miur note stringate hanno sostituito i risultati integrali degli scrutini. Calano i respinti alle scuole superiori: dal giugno 2008 al giugno 2011 sono scesi quasi del due per cento. La “linea della severità” annunciata da Mariastella Gelmini esce ridimensionata dalle scelte dei professori, lo si scopre leggendo i dati dell´ultima stagione approdati in viale Trastevere, mai resi pubblici e ora consultati da Repubblica. È dal 2008 che il Miur non ha più pubblicato ufficialmente, ovvero sul sito del ministero, i risultati integrali degli scrutini di fine anno limitandosi a stringati comunicati stampa. Adesso si scopre che negli anni del Governo Berlusconi non c´è mai stata alcuna crescita dei bocciati alle medie superiori: niente pugno di ferro dei professori contro gli studenti riottosi e pelandroni.
È una storia travagliata e piena di censure quella degli scrutini di fine anno ai tempi della Gelmini. L´ultima pubblicazione completa e senza errori sugli esiti di fine anno risale al luglio del 2007, quando a Palazzo della Minerva sedeva Giuseppe Fioroni. L´anno dopo, con il cambio del ministro, arriva la prima sorpresa: un clamoroso refuso aritmetico fa schizzare in alto il numero complessivo dei bocciati. Il 13 settembre del 2008, quattro mesi dopo l´insediamento della Gelmini, il ministero comunica infatti che «dopo le verifiche di fine agosto il totale degli studenti non promossi per l´anno 2007-2008 si attesta al 16,2 per cento del totale, mentre nell´anno scolastico 2006-2007 i bocciati furono il 14,2 per cento». Nel conteggio, già allora, c´era qualcosa che non quadrava. «A giugno – spiegava il comunicato ufficiale – gli studenti promossi sono stati il 59,4 per cento del totale, i non ammessi sono stati il 13,8 per cento e quelli con giudizio sospeso il 26,8 per cento». Proseguiva la nota: «Circa il 6 per cento degli studenti che hanno effettuato le prove di verifica a fine agosto sono stati bocciati portando la percentuale dei non ammessi al 16,2 per cento». Però il 5,9 per cento – che è quel “circa il 6 per cento” – di bocciati a settembre sul 26,8 di rimandati a giugno determina l´1,6 per cento di respinti. Se si somma questa quota al 13,8 dei bocciati a giugno la percentuale complessiva di respinti arriva al 15,4 per cento. E non al 16,2. In quella stagione di partenza, ecco, i dati già non tornavano e, comunque, erano inferiori di uno 0,8 per cento a quelli dichiarati.
L´anno successivo, il 23 giugno 2009, il ministero lancia un comunicato che riporta i dati delle bocciature di fine stagione nelle prime quattro classi delle superiori: 13,6 per cento. E nel 2010, il 12 giugno, si torna a parlare dell´argomento. «Scuola, Miur: primi dati su esito scrutini, più severità», recita una nota ministeriale. Si legge: «Per quanto riguarda i risultati degli scrutini relativamente alle prime quattro classi delle scuole superiori, i dati disponibili segnalano un incremento significativo dei non ammessi. Rispetto all´11,7 per cento dei non ammessi alla classe successiva del precedente anno scolastico, quest´anno nelle stesse scuole la percentuale sale al 13,1 per cento». Ma l´anno prima, in verità, si parlava di un 13,6 per cento. Errore anche questo?
Infine, il dato dei bocciati di giugno del 2010-2011 nelle prime quattro classi delle medie superiori, mai reso pubblico da viale Trastevere. Parla dell´11,9 per cento di non promossi a giugno. Sono quasi due punti percentuali (1,9%) in meno rispetto al 2007-2008, il primo anno di insediamento della Gelmini. E da allora i dati dei bocciati a giugno sono sempre stati in calo progressivo.

La Repubblica 04.10.11

"La mitezza e i limiti della politica: un esempio", di Giorgio Napolitano

Debbo dire che mi era completamente sfuggita la pubblicazione, nel 2009, del libro di Mino Martinazzoli (con Annachiara Valle). Uno strano democristiano. D’altronde, l’autore di certo non aveva fatto nulla per promuovere quel suo libro di «ricordi» presentati, nel modo spoglio e riduttivo che gli era proprio, come «nient’altro che vaghe spigolature, ormai consumati nel loro tempo».L’ho letto e ne scrivo ora che Martinazzoli non c’è più, e ne scrivo non solo per colmare una mia disattenzione né solo per la stima e l’amicizia da cui fummo legati, ma perché mi ha fortemente colpito. E la ragione è presto detta: in questo libro si ritrova nella sua interezza e coerenza una figura singolare e rilevante di protagonista della vita pubblica italiana, e insieme una rappresentazione genuina, coraggiosa, non scontata, di due decenni cruciali, quelli nei quali si avviò a conclusione e si chiuse una intera fase storica dell’Italia repubblicana.

Vengono messi a fuoco nel libro fatti ed episodi — anche per aspetti inediti — che Martinazzoli visse in prima persona; ed emergono i tratti di una personalità politica esemplare, e insieme i tratti migliori dell’epoca contrassegnata dal ruolo dei partiti che fondarono la Repubblica e dal rapporto conflittuale ma non distruttivo che tra essi successivamente si stabilì. C’è molto su cui riflettere e c’è molto da imparare per quanti vogliano oggi guardare al futuro della vita politica e istituzionale nel nostro Paese.

Martinazzoli è rimasto fino alla fine profondamente (non acriticamente) legato all’esperienza della Democrazia cristiana, si è identificato con quella assai breve (la «disperata avventura») del rinato Partito popolare, né ha mai abbandonato l’idea di un ruolo del «centro» nella dialettica politica. Ma tutto questo sempre nel quadro di una scelta della politica «come disegno, come visione, come durata», e di una meditata adesione a «due concetti: la mitezza della politica e il limite della politica».

Della sua coerenza è testimonianza, nel libro, la consonanza piena e costante con Moro (ma anche, in certi momenti, l’autonomia nell’assumersi le sue responsabilità, ad esempio da presidente della «Commissione inquirente» durante il caso Lockheed). Della sua onestà intellettuale e del suo coraggio sono egualmente testimonianza i giudizi sulla crisi della Dc (dopo la scomparsa di Moro, «anni di pura sopravvivenza e poi di decadenza») e l’impegno per un suo radicale rinnovamento. Ne resta, ancor più, testimonianza la conclusione che l’«imperversare» degli interventi della magistratura per Tangentopoli, non fu «la causa determinante dell’implosione del partito» (della Dc e forse anche di altri). «In verità, la nostra sorte si era giocata sulla nostra ottusità nell’affrontare i grandi cambiamenti che nel frattempo stavano verificandosi».

Vale davvero ancora la pena di leggere questo libro di Mino Martinazzoli. Per capire meglio molte cose: compresi i problemi della giustizia, come egli li vide e li visse — ma come sono rimasti simili! — da ministro per tre anni, fino al 1986, tenendo ferma la linea del «contenere la difficoltà del rapporto tra politica e magistratura che si era nel frattempo ampliata», nonché polemizzando con le «riforme fatte ad horas, inseguendo le convenienze del momento e non ponderate in prospettiva».

E vale ancora la pena di leggere questo libro, che così riccamente esprime impegno, spirito di servizio, disinteresse personale, passione nutrita di cultura e anche di ironia e autoironia, e infine attitudine al dialogo, per capire di quale stoffa possano essere i politici, e quale dignità debba mostrare la vita pubblica se non si vuol vedere messo in gioco «non solo il destino della democrazia, ma anche il senso della politica».

Il Corriere della Sera 03.10.11

Il Nobel ai nuovi "cacciatori di microbi", di Eugenia Tognotti

C’è un libro, letto da bambino, che ha avuto una parte fondamentale nella scelta dell’immunologo Bruce Beutler – il più giovane dei tre scienziati insigniti ieri del premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina – di dedicarsi all’ambito di ricerca che lo ha portato a cercare «i guardiani della risposta immunitaria con cui l’uomo e altri animali si difendono contro l’attacco di batteri e altri microrganismi». Si tratta di un classico, «I cacciatori di microbi», pubblicato per la prima volta nel 1926 e scritto dal batteriologo statunitense, Paul de Kruif, il quale, attraverso le biografie scientifiche di undici scienziati – tra cui Lazzaro Spallanzani, Louis Pasteur, Robert Koch – ricostruisce l’epopea della batteriologia e le scoperte del ruolo dei germi nelle malattie infettive.

L’interesse per i microbi e per il loro terrificante potere distruttivo – ha raccontato, qualche tempo fa, Beutler in un’intervista – riguardava, naturalmente, l’altra faccia della medaglia: la complessità e la straordinaria perfezione e bellezza del sistema immunitario, che si è evoluto per difenderci contro i microbi, ma non solo. Per svolgere i suoi compiti esso dispone – per dirla con parole semplici – di due meccanismi: l’immunità specifica o innata e l’immunità aspecifica o adattativa, che sono strettamente legate una all’altra e si influenzano a vicenda. I risultati di ricerca dei tre scienziati premiati quest’anno ne hanno rivoluzionato la comprensione, rivelando come si attivano le due fasi, specifica e aspecifica, della risposta immunitaria. Non sarà necessario insistere come e quanto questi sviluppi possano essere, a buon diritto, considerati una delle grandi conquiste della medicina, come dimostrano le strade aperte per lo sviluppo della prevenzione e di nuove strategie terapeutiche per infezioni, patologie infiammatorie e cancro. Ed è già una realtà il vaccino terapeutico contro il cancro alla prostata, approvato di recente dalla Food and Drug Administration statunitense: un vaccino che cura perché induce una risposta attiva e permanente del sistema immunitario.

Bruce Beutler è stato premiato con Jules Hoffmann per la scoperta delle proteine dei recettori che riconoscono i «nemici», batteri e microrganismi, e innescano l’immunità innata, la prima linea del nostro sistema di difesa. Nel 1996, Hoffmann aveva scoperto che un gene già conosciuto (chiamato «Toll») era cruciale per il funzionamento della risposta immunitaria. Beutler ha compiuto un altro passo decisivo, trasferendo queste acquisizioni ai mammiferi. Mentre Ralph Steinmann morto qualche giorno fa per un cancro al pancreas – non ha potuto gioire del riconoscimento per la scoperta delle sentinelle del sistema immunitario, le cellule dendritiche e del loro ruolo nell’immunità adattativa. La sua ricerca su questa nuova classe di cellule immunitarie – che ha aperto un nuovo campo di studio nell’ambito dell’immunologia – ha portato alla loro caratterizzazione come accessori importanti e unici nell’insorgenza di diverse risposte immunitarie, compresi il rigetto dell’organo, la resistenza ai tumori, le malattie autoimmuni e le infezioni. Confluendo insieme a chiarire i principi chiave per l’attivazione del sistema immunitario, le ricerche dei tre scienziati hanno contribuito a svelare come esso si difende dagli attacchi esterni. «Il loro lavoro – ha affermato la giuria in una nota diffusa dal Karolinska Institute di Stoccolma – ha aperto nuove strade per lo sviluppo della prevenzione e della terapia contro le infezioni, il cancro e le malattie infiammatorie».

C’è la musica di Bach a fare da sottofondo al Nobel di Beutler: la sua musica per riprendere le sue parole – cattura tutti gli umori della scienza: le inevitabili delusioni, la gratificazione del lavoro onesto e del progresso, la gioia e l’eccitazione di un’improvvisa illuminazione.

La Stampa 03.10.11