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L'ambiente sostenibile: il PD presenta il progetto Yasunì

Una sfida lanciata dai Paesi del Sud del mondo a quelli a capitalismo maturo sul futuro del pianeta. Intervista a Francesca D’Ulisse, Responsabile America Latina. Il 6 ottobre il Partito democratico presenterà, con il Ministro degli Esteri dell’Ecuador, il “progetto Yasunì”. Ci racconti di cosa si tratta? Il Progetto che presentiamo al PD è una interessante e concreta iniziativa nel segno della tutela ambientale. Ma non solo: è anche una sfida che è lanciata dai Paesi del Sud del mondo a quelli a capitalismo maturo sul futuro del pianeta.
In estrema sintesi, il progetto prevede che l’Ecuador si impegni a NON sfruttare i giacimenti di petrolio scoperti nel territorio del Parco naturale Yasunì-ITT (tra gli 800 e i 900 milioni di barili di “oro nero”) in cambio della creazione di un fondo, alimentato dai contributi degli altri Paesi, per sostenere progetti a zero impatto ambientale e che facciano uso di energie pulite alternative. Si stima che il risparmio per la nostra atmosfera è equivalente a oltre 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Non mi pare poco! Il principio è elementare ma proprio per questo estremamente “rivoluzionario”: se, come si sostiene, la tutela del pianeta è un tema che riguarda tutti ed è ormai una emergenza, occorre che la comunità internazionale si faccia carico dei mancati introiti per l’Ecuador derivanti dal non sfruttamento di una importante risorsa presente nel suo sottosuolo. Da qui la creazione del Fondo sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Come ci ricordi, si tratta di un progetto che ha avuto largo appoggio internazionale, dall’Unione europea al Programma dell’ONU per l’ambiente, alla’Organizzazione degli Stati Americani. E l’Italia?
Una premessa è doverosa. Nel 2007 l’allora Presidente del Consiglio, Romano Prodi, discusse del Progetto Yasunì-ITT con il Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa. Le cronache riportano che Prodi mostrò apprezzamento per la proposta e il suo contenuto e che si impegnò a proseguire i colloqui. Con la caduta del Governo, la cooperazione sul tema cadde nel dimenticatoio. Le notizie che abbiamo sono che, a latere della V Conferenza Italia-America latina, l’Italia firmerà un accordo di conversione del debito con l’Ecuador per un ammontare di 35 milioni di euro con lo scopo di finanziare il fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile del parco. Con questo atto, l’Italia diventerà il primo contributore all’iniziativa. Mi pare una ottima notizia. D’altra parte, il tempo stringe: secondo i dati forniti dal capo dei negoziati del progetto, Yvonne Baki, che sarà nostra ospite, l’Ecuador ha raccolto fino a fine maggio 2011 solo 40 milioni di dollari, una cifra ancora lontana dai 100 milioni previsti per la fine del 2011. Il rischio è che nel 2012 si cominci a trivellare….

Quali sono il ruolo e l’impegno del PD nell’ambito di questa iniziativa?
Abbiamo constatato che nella comunità scientifica e accademica e dell’ambientalismo del nostro Paese, in pochi conoscono questo progetto. Il nostro primo obiettivo è, quindi, quello di informare. Ma non basta. Il fatto che siano proprio il Ministro per gli Affari esteri dell’Ecuador, Ricardo Patiño, e la Responsabile del progetto, Yvonne Baki, a parlarne nella sede del nostro Partito dimostra che al ruolo divulgativo si somma una precisa volontà politica di attribuire al dialogo con le esperienze più innovative dell’America latina un senso di priorità tra le priorità dell’agenda internazionale. Crediamo, tra l’altro, che questo sia un esempio concreto di un nuovo rapporto tra Paesi a capitalismo maturo e Paesi in via di sviluppo su una materia così importante qual è quella della tutela e della protezione delle risorse ambientali. Non solo. Crediamo che sia utile per tutti noi sviluppare un dialogo con un Paese sta sperimentando un nuovo modello di sviluppo “post crisi neoliberista”. Si parla tanto di un nuovo paradigma che superi la finanziarizzazione del sistema economico, di un ritorno al lavoro, di un nuovo rapporto tra uomo e ambiente: ebbene, l’adesione al Progetto Yasunì è un gesto concreto di chi sente l’urgenza di riflettere sulle origini della crisi e di immaginare un nuovo modello di sviluppo in cui uomo e ambiente siano in equilibrio. Non ci nascondiamo le difficoltà e alcune contraddizioni insite nello stesso progetto ma per questo vogliamo aprire un dibattito senza preconcetti e pregiudizi verso una iniziativa a cui, tra l’altro, il Governo italiano ha promesso un forte finanziamento.

La presentazione si tiene a margine della Conferenza Italia-America latina del 5 e 6 ottobre. Qual è lo stato delle relazioni fra l’Italia e l’America latina?
Direi che le relazioni sono buone. Il che non significa che siano soddisfacenti. Al contrario. Mi spiego meglio: il nostro Paese avrebbe tutte le caratteristiche per sviluppare questa relazione nel migliore dei modi. In un’ipotetica agenda post crisi dovrebbero essere al centro del dialogo politico la definizione delle nuove regole dell’economia, la partnership politica, i temi ambientali fino al nuovo ruolo della donna come motore di crescita e di sviluppo. La realtà è che l’Italia non riesce, in questo momento, a esprimere una leadership credibile e autorevole e manca di una visione politica di medio-lungo termine. In particolare, duole constatare che il mondo economico e industriale italiano sia molto più avanti della politica nel continente a cui ci riferiamo. Dopo la primavera delle relazioni Italia-America latina (con il lavoro svolto nel secondo Governo Prodi, dal Ministro D’Alema e dal suo Sottosegretario per gli affari con il continente, Di Santo) è arrivato l’inverno del governo di Silvio Berlusconi, con una crisi economica e finanziaria dei paesi sviluppati che ci ha ancora più marginalizzati da un sistema di relazioni internazionali in grande mobilità e con nuovi protagonisti. D’altra parte, in questa assenza totale dell’Italia dagli scenari che contano, per lo meno il Sottosegretario Vincenzo Scotti ha visitato molti Paesi del continente latinoamericano. Che dire di un governo che in tre anni non è mai andato in Cina o in India? Ma forse è stato meglio così….

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"Gli investimenti crollano al Nord", di Gianni Trovati

La casa domina il cantiere condiviso fra manovra e federalismo intorno ai conti degli enti locali, ma non è da sola: tra i dossier che affollano i tavoli dei tecnici e della politica, e che saranno al centro del confronto con i sindaci per ricucire gli strappi provocati dalla manovra, ci sono anche i nodi della «virtuosità», che dovrebbe distribuire sconti ai migliori, e della Robin Tax, chiamata ad alleggerire il conto complessivo su Comuni, Province e Regioni. Tutte le biglie sono in movimento, e da come si fermeranno dipende la sorte di molti bilanci locali per il prossimo anno.

Dal momento che i saldi sono “sacri”, il campo d’azione principale per chi vuol dare più spazio finanziario ai sindaci è quello delle entrate, con una sorta di scambio fra riduzione di risorse e maggiore autonomia fiscale. Una parte di questo scambio è già stata scritta nella manovra-bis, con l’anticipo al 2012 dello sblocco totale per l’addizionale Irpef, ma non è bastata ad abbassare la temperatura nel rapporto fra Governo e Comuni. Nasce da qui l’idea di anticipare al 2012 il debutto dell’imposta municipale unica (si veda anche Il Sole 24 Ore del 19 settembre), che metterebbe nelle mani dei sindaci una leva in più al posto dell’Ici, ancora congelata dal blocco tributario introdotto nel 2008. L’ipotesi presenta dei rischi, al punto che tra le opzioni potrebbe affacciarsi anche quella di un anticipo più “morbido” al 2013, perché se in tanti sfruttassero la possibilità di alzare l’aliquota (il massimo è il 10,6 per mille, contro il 7 per mille dell’Ici, ma bisogna considerare che l’Imu assorbe anche l’Irpef pagata sui redditi fondiari) l’equazione «federalismo fiscale = più tasse locali» diventerebbe difficile da combattere. Un rischio, questo, tanto più concreto per imprese e commercianti, che subirebbero la nuova aliquota senza nemmeno compensarla parzialmente con l’addio all’Irpef sui redditi fondiari.

Rientra in questo scenario anche il lavoro sulle rendite catastali (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), il cui ritocco amplia una base imponibile generatrice soprattutto di tributi locali, e quindi di diretto interesse dei sindaci. Questa strada presenta meno rischi della prima perché l’aggiornamento dei valori non sarebbe figlio del federalismo, e i sindaci si vedrebbero aumentare le risorse senza dover toccare le aliquote.
Il ventaglio degli interventi non si esaurisce comunque sulla casa.

L’ondata post-manovra si intreccia con il ticket al federalismo municipale, il decreto che più degli altri ha bisogno di revisioni per poter funzionare al meglio. Qui il punto più delicato riguarda la compartecipazione all’Iva, sulla quale la distribuzione pro capite su base regionale zoppica per l’attendibilità dei dati (il quadro Vt delle dichiarazioni, su cui si basa, spesso non è compilato) e non offre al Comune nessun reale premio anti-evasione. L’idea, al riguardo, sarebbe quella di tornare alla compartecipazione Irpef, pensata inizialmente, che permetterebbe al Comune di trattenere una quota del gettito nato sul territorio.

Resta poi tutta da risolvere la questione dei «virtuosi», che secondo la manovra-bis dovrebbe premiare già nel 2012 gli enti che ottengono le performance migliori in base al panel di indicatori scritto nel decreto di luglio. Il problema, sul punto, è che molti degli indicatori non sono applicabili perché mancano i dati, o perché misurano un’evoluzione che può essere registrata solo dopo anni. Da qui nasce l’ipotesi di un’applicazione a tappe, che nel 2012 misuri i Comuni sulla base dei soli indicatori applicabili subito (per esempio l’equilibrio corrente, il rispetto del patto e la capacità di riscossione). Si tratta di un ritocco necessario anche perché, come spiega il presidente della Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale Luca Antonini, «il meccanismo della virtuosità ha un’applicazione progressiva, che sta procedendo, e nel giro di qualche anno metterà a disposizione un pacchetto completo di strumenti. Oggi stiamo completando le rilevazioni dei fabbisogni standard sulle prime due funzioni, e gli enti che vanno al voto dal prossimo anno avranno l’obbligo del bilancio “certificato” e della relazione di fine mandato».

Il Sole 24 Ore 03.10.11

"La crisi finirà solo quando cambieremo l'economia", di Paolo Mastrolilli

Bisogna cambiare, ora. Anche se non volessimo, la «Terza rivoluzione industriale» è già cominciata, e la crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo paradigma per la nostra società. Un modello che richiede di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio, ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione. Così scrive Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro, intitolato appunto «The Third Industrial Revolution: How Lateral Power Is Transforming Energy, the Economy, and the World».

Durante un’intervista fatta ad agosto, ci aveva anticipato i contenuti con queste parole: «Verso la fine degli Anni Settanta è terminata la Prima rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie alla ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda rivoluzione industriale, in cui poco alla volta abbiamo bruciato i nostri risparmi e cominciato a vivere di debito». Questo ci ha esposto a crisi ricorrenti: «Ogni volta che c’è una recessione, facciamo sempre la stessa cosa: pompiamo soldi nel mercato e diciamo che vogliamo tagliare le spese. Ma la ripresa si alimenta spendendo, le nostre spese fanno crescere la domanda, i Paesi emergenti ne approfittano aumentando la produzione per moltiplicare l’offerta, e questo fa salire i costi delle materie prime come il petrolio. Di conseguenza tutti i prezzi aumentano, compresi quelli del cibo, e quindi ci ritroviamo in breve in una nuova situazione insostenibile, tornando a fare affidamento sul debito per soddisfare le nostre esigenze. Così non ne verremo mai fuori».

Quindi aveva concluso: «La crisi finirà solo quando cambieremo il nostro paradigma economico. Dobbiamo passare dalla Seconda rivoluzione industriale alla Terza, per smettere di consumare le ricchezze del passato e tornare a produrre liberando la nostra creatività». Ora il libro è in uscita, le anticipazioni circolano in rete, e si può leggere cosa intende.

Energia nuova
«La gestione dell’energia – scrive Rifkin – forma la natura della civiltà. Come è organizzata, come i frutti del commercio sono distribuiti, come viene esercitato il potere politico e le relazioni sociali. Il controllo di produzione e distribuzione dell’energia si sta spostando dalle gigantesche compagnie centralizzate basate sui combustibili fossili, a milioni di piccoli produttori che generano le loro energie rinnovabili e commerciano i surplus». «La nuova era porterà una riorganizzazione dei rapporti di potere a tutti i livelli. Mentre la Prima e la Seconda rivoluzione favorivano centralizzazione e verticalizzazione, con strutture organizzative che operavano nei mercati dall’alto in basso, la Terza si muove per vie laterali, preferendo i modelli di business collaborativi che funzionano meglio nei network. La “democratizzazione dell’energia” ha profonde implicazioni su come orchestriamo l’intera vita umana. Stiamo entrando nell’era del “capitalismo distribuito”. Il rapporto da avversari tra venditore e compratore è sostituito dalla relazione collaborativa fra fornitore e utilizzatore».

Nuovi modelli
«Il capitalismo distribuito introduce modelli nuovi, inclusa la stampa tridimensionale nel settore manifatturiero, e le imprese che condividono i risparmi di scala nel campo dei servizi, capaci di ridurre enormemente i capitali, l’energia e i costi del lavoro, incrementando la produttività».

La politica
«La Terza rivoluzione cambia il business, ma anche la politica. C’è un nuovo atteggiamento mentale nelle generazioni di leader socializzati via Internet. La loro politica non riguarda più lo scontro fra destra e sinistra, ma tra il modello autoritario e centralizzato e quello distribuito e collaborativo». «Mentre Prima e Seconda rivoluzione erano accompagnate dalle economie nazionali e dalla governance della nazione-stato, la Terza, essendo distributiva e collaborativa per natura, progredisce lateralmente e favorisce le economie e le unioni governative continentali».

Geopolitica e biosfera
«L’era intercontinentale trasformerà le relazioni internazionali dalla geopolitica alla politica della biosfera. Nella Prima e Seconda rivoluzione, la Terra era concepita in maniera meccanica e utilitaristica. Era vista come contenitore di risorse utili, pronte per essere appropriate a fini economici, e gli stati nazione erano formati per competere e assicurarsi il loro controllo. Il passaggio verso le energie rinnovabili ridefinirà la nozione delle relazioni internazionali lungo le linee del pensiero ecologico… La biosfera ci porta da una visione coloniale della natura, come nemico da saccheggiare e schiavizzare, a una nuova visione della natura come comunità condivisa da proteggere. Il valore utilitaristico della natura sta facendo spazio al suo valore intrinseco. Questo è il significato profondo dello sviluppo sostenibile».

Addio Adam Smith
«Sui mercati, i vuoti scambi di proprietà sono stati parzialmente rovesciati dall’accesso condiviso ai servizi commerciali nei network open-source. Gran parte dell’economia, come viene insegnata oggi, è sempre più irrilevante per spiegare il passato, capire il presente e prevedere il futuro».

L’istruzione
«Preparare la forza lavoro e la cittadinanza per la nuova società richiederà di ripensare i modelli tradizionali di istruzione, con la loro enfasi sul rigido insegnamento e la memorizzazione dei fatti. Nella nuova era globalmente connessa la missione primaria dell’istruzione sarà preparare gli studenti a pensare e agire come parte di una biosfera condivisa. L’approccio dominante dell’insegnamento dall’alto al basso, che ha l’obiettivo di creare un essere competitivo e autonomo, sta dando spazio ad una istruzione “distribuita e collaborativa”. L’intelligenza non è qualcosa che si eredita o una risorsa da accumulare, ma piuttosto un’esperienza comune distribuita tra le persone».

La nuova qualità della vita
«La Terza rivoluzione cambia il nostro senso della relazione e la responsabilità verso gli altri esseri umani. Condividere le energie rinnovabili della Terra crea una nuova identità della specie. Questa coscienza di interconnettività sta facendo nascere un nuovo sogno di “qualità della vita”, soprattutto tra i giovani. Il sogno americano si colloca nella tradizione illuministica, con la sua enfasi nella ricerca del proprio interesse materiale. Qualità della vita, però, parla di una nuova visione del futuro, basata su interesse collaborativo, connettività e interdipendenza. La vera libertà non sta nell’essere slegato dagli altri, ma in profonda partecipazione con essi. Se la libertà è l’ottimizzazione di una vita, essa si misura con la ricchezza e la diversità delle esperienze di ciascuno, e la forza dei suoi legami sociali. Una vita vissuta meno di così è un’esistenza impoverita».

La Stampa 03.10.11

"La persona è il vero motore della crescita", di Elio Borgonovi

Da quando è scoppiata la crisi, analisti, governi e consiglieri dei governi concordano sul fatto che senza crescita non è possibile affrontare con successo i problemi della riduzione del debito pubblico e della lotta alla disoccupazione. Il Governo sta predisponendo un decreto per lo sviluppo i cui contenuti non sono ancora noti e tutti sottolineano come sia necessario coniugare provvedimenti per la crescita con la necessità di mantenere, anzi migliorare, la situazione dei conti pubblici. Tuttavia si è detto poco di un’altra fondamentale condizione riconducibile a quello che viene definito come “capitale umano” e che sarebbe meglio definire come “qualità, valori, comportamenti delle persone”.

Una condizione che si articola in tre dimensioni:
1) accettazione diffusa del principio di legalità sostanziale, cui anche il cardinal Bagnasco ha fatto riferimento in apertura della recente conferenza della Cei, sottolineando l’esigenza di «purificare l’aria»;
2) recupero della fiducia nel futuro, da parte dei giovani e dei meno giovani, da cui possono derivare in tempi brevi nuovo slancio imprenditoriale, orientamento all’innovazione (in campo tecnologico e di logiche politiche), scatto di orgoglio del Paese che in altri periodi storici ha consentito all’Italia di uscire da periodi altrettanto difficili;
3) rafforzamento delle conoscenze, competenze e capacità professionali, manageriali, organizzative necessarie per gestire l’economia reale, la finanza e la società divenute molto più complesse rispetto anche a un recente passato.

Proviamo ad approfondire quest’ultima dimensione, poiché è quella su cui si può intervenire in tempi brevissimi e con costi limitati. Prevedere incentivi per le imprese che vincono appalti per opere pubbliche o che sono disposte a investire capitali freschi in ricerca e innovazione può risultare inutile o addirittura comportare sprechi di risorse, se le stesse imprese o le politiche riguardanti la scuola e l’università non consentono di adeguare la qualità e l’atteggiamento delle persone.

Che dire poi dell’amministrazione pubblica, sottoposta alle pressioni per il contenimento della spesa e del disavanzo, nonchè alla richiesta di un più elevato livello di qualità ed efficienza dell’azione pubblica? Non bastano certo le politiche e i provvedimenti atti a collegare parte della retribuzione ai risultati e al merito. Occorre investire in efficaci programmi finalizzati a diffondere conoscenze e competenze relative all’impiego di nuove tecnologie nelle amministrazioni, all’introduzione di nuove modalità per la produzione e l’erogazione dei servizi, alla verifica dei livelli di soddisfazione dei cittadini e delle imprese, a valutare il personale, a realizzare un accettabile equilibrio tra incentivi individuali e riconoscimento dell’utilità del lavoro di gruppo.

Si assiste peraltro a una contraddizione evidente. I provvedimenti adottati nel 2010 e nel 2011, atti a “rassicurare i mercati finanziari”, hanno utilizzato la scure sulle spese per la formazione nelle amministrazioni pubbliche con la motivazione implicita, e molte volte esplicitata, che in questa voce spesso si annidavano e si annidano sprechi, risorse che finivano nelle tasche di amici e di amici di amici, qualche volta addirittura flussi di denaro che alimentavano situazioni di corruzione.

Questi fenomeni sono stati e sono presenti, ma non si può “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Sono più che sufficienti i vincoli globali di bilancio posti alle amministrazioni. Basta attivare un monitoraggio sui soggetti che offrono formazione e sulle caratteristiche dei programmi realizzati dalle amministrazioni per individuare sintomi di “acqua sporca” e segnali di “bambini” (formazione di qualità) da salvaguardare e, anzi, da promuovere. Bloccando o rendendo sempre più difficile la formazione si corre il rischio che i dipendenti pubblici possano diventare “categoria svantaggiata” a riguardo del progresso. I vincoli sul saldo globale del bilancio, e non vincoli su singole voci, sono più che sufficienti per responsabilizzare, mantenendo un’autonomia e flessibilità da parte di chi ha veramente intenzione di promuovere la crescita e lo sviluppo tramite il rinnovamento delle amministrazioni pubbliche.

Il Sole 24 Ore 03.10.11

"Ricostruiamo la fiducia e la speranza per il Paese", di Pier Luigi Bersani

“Serve riabilitare l’Italia con rigore, riforme e prospettiva europea”
Sintesi della relazione del segretario Pier Luigi Bersani alla Direzione nazionale del PD del 3 ottobre 2011

Il primo passo deve essere quello di aggiornare la nostra analisi, nel solco di ciò che abbiamo affermato da tempo. Noi abbiamo visto non da oggi il dato strutturale di una crisi nella quale la questione democratica e la questione sociale si sono intrecciate. Abbiamo indicato per tempo una fase di un lungo, difficile, incerto e fiammeggiante tramonto. C’è da aggiungere quel che è avvenuto in questi mesi estivi: un salto di qualità negativo su tre punti fondamentali. Primo: nel quadro di una crisi finanziaria sostanzialmente fuori controllo, l’Italia si trova sul fronte più esposto ed è oggi realmente la maggior preoccupazione per l’Europa e per il mondo. Secondo: la stagnazione economica tende a prendere la forma di una recessione, la questione sociale e quella del lavoro si accentuano, si allarga la forbice sociale e l’incertezza che ne deriva comincia a prendere la forma dell’allarme e in alcuni strati sociali la forma della paura. Terzo: l’assenza di governo, che era evidente già prima dell’estate, si è trasformata nell’ostacolo del governo, un macigno che impedisce al paese di riprendere la propria strada. Su questi tre punti fondamentali l’opinione pubblica vive una sensazione di fortissimo disagio, assiste a uno spettacolo di impotenza ad agire e reagire da parte delle istituzioni e del sistema politico. Non c’è solo Della Valle ad avere pensieri rabbiosi e confusi. Beninteso, non dico che quei pensieri siano condivisibili, dico però che sono condivisi.

Nella scala europea le risposte arrivano con ritardo e in modo insufficiente. Per dirla in due parole, si fa abbastanza per andare in stagnazione, ma non si fa abbastanza per mettere in sicurezza le banche e i paesi. Con tutta evidenza questo ciclone finanziario sceglie la direzione di marcia non in ragione dei fondamentali dell’economia, per capirlo basterebbe guardare al debito giapponese o al deficit americano, ma in ragione della presenza di un sistema credibile di decisioni istituzionali e pubbliche, capace di fare argine con efficacia e rapidità. Nel caso europeo questa connessione intima ed evidente tra la criticità dei debiti pubblici e la solidità del sistema bancario non trova ad oggi risposte convincenti. Il fondo salva-stati è certamente una risposta, ma quanto tempestiva, quanto sufficiente nelle dimensioni? Il problema della Grecia, per esempio, non è più quanto sia assorbibile, ma quanto sia contagioso, quanto possa aprire uno scenario più drammatico. Ognuno ormai conviene che la dissoluzione dell’euro sarebbe una catastrofe vera e propria con esito impensabile, ma non si tirano ancora le conseguenze operative di interventi e di salvataggi che scongiurino il rischio. Difficile dare torto ad Obama in questo caso. Non si intravedono nemmeno politiche che diano finalmente coerenza alla scelta della moneta unica. E intanto le politiche di rientro e di rigore spingono a un ridimensionamento dell’attività economia e dell’occupazione.

L’Italia è nel cuore del cuore di tutto questo e si trova laddove non avrebbe dovuto essere, viste le condizioni in cui il centrosinistra lasciò la situazione e il governo quando vinse la destra. Bisogna sapere che anche al netto di un ogni possibile precipitazione che non possiamo escludere dall’orizzonte economico e politico, anche il solo protrarsi della situazione che viviamo adesso metterebbe a poco a poco il paese in ginocchio. Con gli spread a questo livello in modo duraturo, per esempio, il costosissimo e sempre più difficile approvvigionamento delle banche si scaricherebbe e si sta già scaricando sulle imprese che stanno riducendo e azzerando gli investimenti. Ne abbiamo segni molto ampi in alcune aree del paese, ma in modo anche diffuso. Quanto alla finanza pubblica, manovra dopo manovra, altro che decreti per la crescita: non c’è verità nella previsione di pareggio nel 2013 sia per l’iniquità e sia per l’approssimazione delle manovre, compresa l’ultima che presenta buchi a cominciare da cosa vuol dire tagliare sette miliardi dai ministeri e dal cosa vuol dire tirar fuori 16 miliardi dall’assistenza o dalle detrazioni fiscali. Peraltro, si attendono altre correzioni a causa di un’economia che ripiega. Si gonfiano così, pericolosamente, esigenze sociali che sono drammatiche e anche costose se si vogliono affrontare. Cito per tutte l’arrivo a scadenza di tutti gli ammortizzatori, a cominciare dalla cassa integrazione in deroga. Tra l’altro nessuno sa nemmeno quanti lavoratori siano in cassa in deroga, nemmeno l’Inps o il ministero sanno quanti sono e quanti scadono. E nel frattempo il peso delle manovre si sente, nelle famiglie, nei costi dei servizi, scuola, trasporti, andamento dei prezzi dopo l’aumento dell’Iva. La benzina ad un euro e 6 è un segnale inquietante.

Non voglio qui dettagliare ulteriormente. Voglio stare al punto politico di fondo. Siamo esposti ad un’ulteriore avvitamento della crisi. E questo avvitamento può dar luogo a fenomeni di opinione incontrollabili. E non è detto che questi fenomeni abbiano uno sbocco positivo. C’è anche la possibilità che prendano una piega populista, di destra o di sinistra. E’ davanti a questo punto che c’è l’elemento di fondo per noi: come si esce da questo rischio, qual è la nostra seria e anche drammatica responsabilità, che io definisco storica in questo passaggio perché siamo di fronte alla crisi più profonda dal dopoguerra ad oggi. E questa non può essere una giaculatoria. Deve metterci di fronte alla radicalità e alla profondità della sfida. Come esercitare questa nostra responsabilità? Io dico innanzitutto rafforzando l’asse della nostra politica mettendola all’altezza dei problemi. Avendo la percezione di quel che accade nel profondo del paese, che non è esattamente ciò che leggiamo ogni giorno sui quotidiani. Mantenere saldo il punto di fondo: avere un’iniziativa politica e un progetto che riescano a contendere questa emergenza con una fase di ricostruzione, che tengano assieme la dura consapevolezza che il paese ha di fronte con la fiducia e la speranza, con la certezza che uno dei paesi più forti e più ricchi del mondo possa ritrovare la sua strada. Questo tocca a noi. Non meno di questo, se vogliamo essere in qualche modo utili all’Italia. E su questo asse dobbiamo assumere una centralità del Pd e una centralità del progetto del Pd, un messaggio da dare agli Italiani: ricostruzione, ricostruzione della fiducia, ricostruzione della speranza, ricostruzione del paese. Macerie da sgombrare e un cantiere di riforme.

In primo luogo, la ricostruzione non è solo nazionale. Dobbiamo ripartire dal sogno europeo, da una concreta riforma che i partiti progressisti devono allestire. Abbiamo fatto passi in avanti, anche se forse troppo lenti. Quel che dicevamo sull’Europa un anno fa e che anche nel confronto con gli altri partiti progressisti sembrava velleitario, estraneo all’attenzione dello schieramento principale delle forze progressiste europee, ora sta facendo progressi. Lo stiamo registrando nei rapporti con questi partiti. Oggi appare più credibile la possibilità di impostare una posizione comune in vista degli appuntamenti elettorali previsti nei diversi paesi nei prossimi mesi. Ci abbiamo lavorato. E pensiamo che anche le nostre iniziative in Italia debbano avere questo segno, a cominciare dalla manifestazione del 5 novembre.

Qual è il valore del nostro sforzo nella dimensione europea? Due sono gli obiettivi. Primo: riabilitare l’Italia. Il nostro impegno per rilanciare il sogno europeo è la via che possiamo prendere per ripristinare il buon nome dell’Italia, nel ricordo di una tradizione di governo del centrosinistra che sapeva che cosa era il rigore, che cosa erano le riforme e che cosa fosse la prospettiva europea. Quindi una riabilitazione dell’Italia non con la psicologia stucchevole degli antitaliani e neanche con la condiscendenza a modelli caricaturali, ma con l’orgoglio di essere italiani. Quando ho lanciato la definizione dei democratici come patrioti e autonomisti non la reazione dei nostri circoli all’estero è stata entusiasta. E’ un messaggio importantissimo. Credo che possa trovare riscontro anche nell’opinione pubblica all’interno.

Secondo obiettivo: la possibilità di dare un contributo politico originale. Siamo tra i primi partiti progressisti in Europa e abbiamo sperimentato la possibilità di mettere in comunicazione culture politiche diverse sia sul piano nazionale sia sul piano internazionale. Possiamo aiutare ad allargare gli orizzonti, possiamo mettere a frutto la nostra esperienza, anche se ancora deve essere completata. Pensiamo soprattutto al rapporto tra partiti e società, che è lo stesso tema al centro di riflessioni in altri paesi, come testimoniano le primarie in Francia e la discussione che sta avvenendo nel Spd.

Ricostruzione dunque nell’ambito dell’Europa, come nel Mediterraneo, che poi è un’altra parte della nostra casa. Stiamo stringendo rapporti un con tutte le forze sella sponda Sud del Mediterraneo. Si voterà in una quindicina di paesi il prossimo anno. Comincerà la Tunisia, poi l’Egitto. In Libia la situazione è in forte evoluzione. E quindi prenderemo iniziative. Stiamo cercando di organizzare un viaggio in Libia, Tunisia, Marocco, dopo quello in Israele ed Egitto.

Insomma, mi fermo qui, riprendendo una frase della Marcegaglia, quando dice: “Siamo stanchi di essere lo zimbello del mondo”. La ricostruzione comincia da lì, dall’opinione che si ha dell’Italia nel mondo.

In Italia ricostruzione vuol dire in primo luogo è rilegittimazione dello Stato democratico. Suggerirei di prendere questa sfida dal fattore critico, che ci sta indebolendo come paese: abbiamo un governo che sopravvive a dispetto di tutto. Opposizione incapace e impotente? Molti altri sono arrivati oggi, con i loro tempi e i loro modi, a chiedere che il governo se ne vada. Sono tutti incapaci? Sono tutti impotenti? Anche dal punto di vista internazionale il quotidiano disvelarsi di fatti che porterebbero alle dimissioni qualsiasi governo del mondo, significa che tutto il mondo è incapace? E sarà dunque la rabbia qualunquistica l’esito politico di questa situazione? Sentiamo forte questa sensazione nel paese. Per noi è l’occasione, per quanto difficile e ardua, di giocare in contropiede. Per portare una razionalità combattiva. E dunque per prima cosa dobbiamo rivendicare quel che abbiamo detto e fatto in questi anni. Fino a quindici giorni fa non tutti dicevano che il governo deve andare a casa perché ci avrebbe portato al disastro. Noi abbiamo tenuto un pensiero critico quando tutti applaudivano. E sto parlando di cose concrete, non della generica voce dell’opposizione: dicemmo che era assurdo finanziare gli straordinari; dicemmo di fare piccole opere per dare un po’ di lavoro; dicemmo: perché cancellate la tracciabilità? Dicemmo che quella della scuola non era una riforma; dicemmo che era ora di dare un’occhiata ai patrimoni immobiliari sul versante della tassazione. Cose sulle quali stanno arrivando tutti e che noi abbiamo indicato tre anni fa, due anni fa, un anno fa. Questo ci consente anche di dire, quando ci accusano di non avere proposte: che cosa avete detto allora? Dobbiamo controbattere in modo combattivo.

Il secondo punto di attacco di questo contropiede è: chiarire il problema democratico. Ogni paese democratico al mondo ha una flessibilità istituzionale e politica che, senza ignorare il dato elettorale, consente di tenere conto di drammatiche cadute del consenso o di drammatiche novità dovute all’emergenza. Noi no. E’ tempo di ricordare al paese perché: se Berlusconi si è inchiodato alla sedia è perché il paese si è inchiodato a Berlusconi. Quindici anni fa, davanti al vuoto ed alla delegittimazione della politica, l’Italia non ha avuta la forza di scegliere una riforma della democrazia rappresentativa e ha scelto invece un’illusoria scorciatoia di un populismo che ci ha allontanato dagli altri paesi democratici. Dobbiamo andare a fondo di questa questione, semplificandola per spiegarla, perché non tutti fanno i costituzionalisti. Da qui le parole d’ordine: via i nomi dal simboli; salvatori della patria non ci sono; se ci si salva, ci si salva tutti assieme; se Zapatero può anticipare le elezioni è perché ha un partito; se Grecia, Irlanda, Portogallo hanno cambiato governo o anticipato elezioni è perché hanno un sistema rappresentativo sano, perché non si sono inchiodati. E’ evidente che nella crisi, nella disaffezione del dopo Berlusconi, c’è ancora più insofferenza, più distacco. E quindi emergono radicalismi, qualunquismi. E’ tutto questo che dobbiamo prendere in contropiede: le scorciatoie ci hanno allungato la strada. Le critiche alla politica sono comprensibili in questa fase. Ma vanno prese dal lato di chiedere e di ottenere una buona politica. L’alternativa è fare il già visto, reinventarsi l’eccezionalità italiana, tornare sulle strade che ci hanno portato a Berlusconi.

Vogliamo conservare il “ghe pensi mi”, le leggi elettorali e le leggi ad personam, una partitocrazia senza partiti o vogliamo fare davvero quello che ci manca, quello che in questi quindi anni non è stato fatto? Noi dobbiamo promettere questo scatto in avanti, riforme alla mano, proposte precise: Stato più leggero e autorevole; politica più sobria; legge elettorale; nuovo patto fiscale; semplificazione istituzionale; ruolo dei partiti garantito da una legge in attuazione della Costituzione, e così via. Vogliamo o no rilegittimare lo Stato democratico? Questo poi ha mille corollari, a cominciare dal rapporto tra lo Stato e l’economia. Via le intermediazioni, opzioni liberali, automatismi. E assieme però la ripresa di una capacità di iniziativa strategica e di indirizzo sui temi economici: che si parli di nuove tecnologie, di rete, di Nord-Sud.

Ricostruzione interna vuol dire anche proiettare un nuovo modello culturale nelle parole di fondo: lavoro, conoscenza e solidarietà contro un modello ingiusto e inefficiente individualista, privatista e corporativo, prono ai privilegi e all’egoismo sociale. Basta. La persona come snodo delle relazioni. Regole, coesione, unità del paese, equità, sforzo comune. E anche qui si parli di fisco, welfare, accesso all’istruzione. Dobbiamo mettere in competizione questi due modelli. E dobbiamo cogliere i movimenti positivi che ci sono. Per esempio, l’accordo tra le parti sociali del 28 giugno. Noi partiremo da lì, da quello sforzo positivo per rinnovarlo implementarlo, perché può recuperare flessibilità e produttività senza atomizzare le relazioni sociali, senza balcanizzare il paese. Oggi la Fiat ha chiarito che esce dalla Confindustria. Bisogna chiarire da che parte ci mettiamo.

Siamo pronti a confrontarci con le autonome assunzioni di responsabilità che oggi vengono scambiate contro la politica in nome di un far da sé delle forze sociali in nome dell’impotenza della politica, ma che domani potranno e dovranno dare una mano in una corresponsabilità forte, in una fase di concertazione. Ci confronteremo sui cinque punti proposti dalla Confindustria. Si vede ad occhio dove sono oggettivamente possibili le convergenze. Per esempio sulla parte fiscale quei cinque punti ricalcano gli emendamenti che abbiamo presentato noi. E si vede anche dove è difficile trovare una convergenza, o dove bisogna fare di più. Prendiamo le liberalizzazioni. Vanno bene le professioni, vanno bene i servizi locali, ma io dirò qualcosa che disturberà anche qualche associato della Confindustria, perché anche il settore dei carburanti deve essere liberalizzato. Insomma, avremo un confronto. Serio, concreto, diverso certo dalla rappresentazione che ne fanno alcuni. Ho letto oggi il più grande giornale nazionale che dice il Pd spaccato in tre sui punti della Confindustria. Trovo tutto questo un po’ stucchevole e anche un po’ patetico.
Allo stesso tempo dobbiamo cogliere i fermenti nuovi che si colgono nel mondo cattolico, nella Chiesa italiana. L’offerta politica e culturale del Pd deve poter incrociare le straordinarie risorse presenti nella religione e nel mondo culturale cattolico. Il Pd, cioè tutti noi assieme, che siamo un partito di laici e di cattolici che non annacqua i valori ma li porta tutti all’incontro sulla base di una forte impostazione umanistica, si apre sulla base di una orgogliosa autonomia della politica, che dichiara i propri limiti ma sa esercitare anche una mediazione tra realtà e valori.

Da un lato, insomma, c’è il modello individualista e privatista, dall’altro il nostro modello solidaristico e coesivo. Questi sono secondo me i due grandi crinali. Naturalmente tutto questo si tratta di renderlo esigibile nel merito delle proposte. Nel metterle a punto dobbiamo avere capacità di ascolto, ma anche una grande autonomia di pensiero, che si tratti di fisco e lotta all’evasione e di riequilibrio del prelievo, di lavoro di battaglia per la dignità del lavoro e contro la precarietà, di pensione e riqualificazione del welfare, di liberalizzazioni, privatizzazioni, del Mezzogiorno o di efficientamento della Pubblica Amministrazione. Noi abbiamo le condizioni per una nostra proposta. Ancora non ci siamo del tutto, ma abbiamo acquisito già molti punti fermi. Ci lavoreremo ancora. Le nostre organizzazioni, regionali e provinciali, che abbiamo incontrato in questi giorni, dicono che le nostre elaborazioni arrivano già alla società. Bisogna dunque che ora il gruppo dirigente si faccia carico di dare una lettura unica, per quel che abbiamo acquisito fin qui. Si tratta di affinare e di approfondire alcuni punti. Ma sui temi fondamentali dobbiamo avere una unicità che può poggiare su un certo grado di elaborazione.

Ricostruzione della fiducia e della speranza, ricostruzione del paese: deve essere chiaro che questa operazione va ben oltre Berlusconi e vuole andare a fondo delle ragioni sociali e culturali che ci hanno portato al berlusconismo. E’ una operazione che richiede in tempi non lunghi una legittimazione democratica e un concorso consapevole dell’elettorato, le elezioni insomma. E’ un appuntamento che può farsi più prossimo, al quale vogliamo arrivare con il nostro progetto. Nello stesso tempo ribadiamo che per noi non ci sono ostacoli alla possibile novità di un governo di emergenza e transizione che potesse consentirci un passo in quella direzione. Chiedo che venga tenuto fermo questo modo di ragionare. Siamo in una situazione confusa. Ogni giorno partiranno tatticismi di ogni genere. Ma bisogna avere una rotta chiara. Non ci può essere ricostruzione senza una ripartenza del paese che muova da una grande partecipazione consapevole degli italiani. Tuttavia, si possono sgombrare le macerie, affrontare l’urgenza, allestire una nuova legge elettorale. Se teniamo ferma questa impostazione usciamo fuori dai tatticismi.

Un’operazione di ricostruzione così profonda richiede una proposta politica coerente, cioè una proposta che si esprima in modo largo anche rispetto al perimetro delle forze politiche. Dobbiamo trovare il modo di far capire che il Pd si propone come un’infrastruttura al servizio di una riscossa civica di questo paese: associazioni, movimenti, personalità. C’è bisogno di mettere in connessione politica e società civile. Dobbiamo fare un appello al paese e metterci al servizio della ricostruzione. E’ solo dentro questo ambito che c’è anche la relazione con le altre forze politiche e il problema delle alleanze. Ciò significa incalzare le forze del centrosinistra a porsi all’altezza della responsabilità di governo. Qui non basta imbastire cartelli tra chi è contro. Ci vuole un patto vero di governo, quello che abbiamo chiamato Nuovo Ulivo, che parta dai programmi, che sappia mettere in chiaro i punti critici e dire parole univoche al paese. I punti critici sono i rapporti internazionali, il 28 giugno, come si affronta il risanamento, i temi istituzionali e elettorali. E mi fermo qui. E’ un rapporto che non si può realizzare ed estendere a tutti i prezzi, ma per il quale lavoriamo, che ci interessa. Non credo che occorra spiegare il perché. Basterebbe volgere lo sguardo al percorso fatto fin qui, alle amministrative, per i referendum. La nostra proposta è quella di un approfondimento programmatico serio. Il nostro appello è di non avere giochi allo scavalco per avere lo 0,5 per cento in più. Si verifichino fino in fondo le possibilità di un programma comune ed esigibile, perché se facciamo finta rischiamo di tornare al vecchio.

A partire dal centrosinistra la nostra aspirazione è di tenerci larghi nel nostro appello e di tenerci agganciate le forze moderate nella strada verso la ricostruzione. Questo è il nostro appello, generoso, a quelle forze che non si riconoscono nel centrosinistra, ma che riflettono, discutono, vogliono superare l’esperienza di Berlusconi, l’esperienza populista. Questo è il nostro orizzonte. E dobbiamo tenerlo fermo comunque sia, se l’obiettivo è di ricostruire il paese nel profondo. Il problema non è adesso chi ci sta o chi non ci sta. Adesso bisogna fare un appello largo al paese. Noi stessi dobbiamo guardarci dal dare l’impressione, profondamente falsa, che ci siano potenziali interlocutori di una parte o dall’altra, che bisogna prendere una strada o l’altra. Non è vero. Siamo noi che dobbiamo dire quale è la strada. Dobbiamo mettere a frutto la novità, che è il Partito democratico, per fare le riforme. Altrimenti buttiamo via il lavoro che abbiamo fatto. E su questo bisogna che siamo tutti uniti.

Su un tale asse il nostro programma di lavoro nei prossimi mesi sarà molto intenso. L’abbiamo valutato insieme con i segretari regionali e i provinciali. Ci sono comprensione, condivisione, disponibilità. Ma lo sforzo sarà grande. Sono appuntamenti di natura settoriale, dal tema delle piccole imprese agli stati generali della cultura. Sono appuntamenti di mobilitazione: a metà ottobre in tutti i territori. Come riferimenti i temi sociali, la scuola, i trasporti, le autonomie. A fine ottobre avvieremo a Napoli la formazione di duemila giovani del Mezzogiorno. Siamo l’unico partito che può prendere in mano un’idea nazionale. Ma non è facile, perché viviamo in questa Italia e gli anni passati hanno creato problemi culturali e di comunicazione profondi. Il 5 novembre abbiamo l’impegno straordinario della manifestazione a piazza San Giovanni a Roma. Infine, dobbiamo organizzare una convenzione per il progetto di governo, un appuntamento aperto agli apporti dall’esterno.

In questo percorso dobbiamo mettere anche il nostro impegno per la conferenza sul partito. Faremo su questo tema una riunione della direzione a novembre. Poi vedremo il calendario in ragione delle evenienze.

Può sembrare che mettiamo in accostamento il tema Italia e quello del partito, ma non c’è contraddizione: quando discutiamo del partito noi pensiamo all’intero sistema rappresentativo con partiti moderni nel nostro paese. Se siamo solo noi a riformarci non faremmo un vero passo in avanti: possiamo avere il partito più aperto e partecipato, ma se gli altri restano così, rischiamo di trovarci in un sistema che resta inchiodato lo stesso, anche se il Pd fosse il partito più aperto e più partecipato. Noi dobbiamo avere un obiettivo sistemico. Il primo passo è una legge sui partiti, in applicazione dell’articolo 49 della Costituzione.
Questo di migliorarci è un tema che ha principalmente un risvolto politico, ma riguarda anche aspetti statutari, sui quali dobbiamo riflettere. Per esempio, su come inserire i territori nei luoghi di direzione. O su come avviare sperimentazioni sui rapporti tra partito e società. Qui metto una parentesi sulla questione del referendum sulla legge elettorale. Ricordo che noi potevamo anche avere una situazione nella quale il Pd non aveva un progetto di legge e finiva diviso tra i sostenitori di diversi referendum. Anche se in una maniera complessa, siamo arrivati al punto nel quale noi, a differenza si altri, abbiamo una proposta di legge condivisa e abbiamo dato opportunità e sostenuto alla raccolta delle firme. Per questo non capisco le polemiche, a meno che non debba essere solo io a curare la funzione della ditta. Ma ricordo ancora che noi siamo uno strumento per questo paese e indebolire questo strumento è un male per l’Italia. Io credo che il Pd abbia tenuto una posizione da rivendicare. Ma dico di più. Nella discussione sul partito dobbiamo trovare l’equilibrio del rapporto tra la politica e la società. Non è un tema da poco. Oltre a fare il nostro mestiere, cioè fare le proposte, avere un progetto unitario per il paese, sostenere i governi, dobbiamo essere una infrastrutture al sostegno delle buone pratiche della società civile. Può essere il caso dei referendum, ma non solo. Per esempio, nei prossimi mesi e in una campagna elettorale che potrebbe arrivare, noi dovremo avere lo sguardo largo in vista della ricostruzione, a partire dai territori, dai nostri circoli, che devono essere aperti alla società, sostenendo le iniziative, ospitando associazioni territoriali. Dobbiamo cogliere l’occasione della conferenza sul partito per dare una spinta al rinnovamento.
Infine, vorrei soffermarmi sul tema dei comportamenti. Siamo di fronte ad un passaggio stringente. Voglio essere molto chiaro. Cominciano ad avvicinarsi su scala locale, scala regionale, scala nazionale, appuntamenti elettorali, scadenze. Di fronte a questi passaggi dobbiamo evitare che prendano corpo elementi dissociativi. Sul piano politico occorre evitare che nostre organizzazioni si facciano cogliere su vicende che appaiono autoreferenziali. Non è possibile restare chiusi a fare le primarie per scegliere un segretario regionale, mentre l’Italia è in mezzo al guado e noi parliamo di ricostruzione. Lo dico per buonsenso. E infine parlo dei comportamenti che riguardano i nostri gruppi dirigenti. Massima attenzione a dichiarazioni di cui non si calcola bene la misura. Abbiamo migliorato. Ma stanno arrivando passaggi complessi.

In nome del buon lavoro che abbiamo fatto tutti assieme, prendiamoci tutti assieme le nostre responsabilità.

da www.partitodemocratico.it

"Che cosa ci insegnano i bambini disabili", di Isabella Bossi Fedrigotti

Ci sono storie che vanno a toccare i nervi scoperti di una società, la nostra, all’apparenza così sicura di sé. In questo caso storie, tra loro opposte, di bambine down: una esclusa dalla fotografia di classe in una cittadina della Basilicata, l’altra invece fotografata e mostrata per amore dalla propria madre americana. Storie di handicap infantile. Ed ecco che la Rete si infiamma, s’indigna, soffre e gioisce. La discussione comincia con due articoli sul Corriere, di venerdì e sabato, poi continua con un intervento sul blog La 27esimaora. Ma presto tracima, moltiplicandosi, su altri forum. Il tema del dibattito è, appunto, l’handicap infantile, in particolare la sindrome di Down. Hanno scritto padri e madri, zii, fratelli, parenti, vicini di casa, narrando la vita con un bambino Down. Vita non facile, vita spesso faticosa. Ansie e angosce, riguardanti, sì, il presente, è cioè l’organizzazione quotidiana, la custodia e la salute, sovente malferma, dei piccoli «diversamente abili», nonché le reazioni non sempre garbatissime degli altri, però riguardanti assai di più il futuro lontano. Ansie e angosce che fanno porre ai genitori sempre la stessa, irrisolta domanda: «Cosa sarà di lui quando noi non ci saremo più?».

Ma altrettanta gioia esce dai messaggi, altrettanta fiduciosa accettazione di quel bambino in qualche modo speciale e diverso, altrettante testimonianze di una vita non più immaginabile senza di lui, una vita che sarebbe stata infinitamente più triste senza di lui. È l’amore che induce a scrivere certe frasi, che si ostina a dipingere di rosa situazioni che, viste da fuori, da lontano, difficilmente sembrano davvero così rosa? Ovvio che è l’amore, miracoloso, ostinato e pieno di energia, fortunatamente mai del tutto oggettivo, capace non soltanto di fare sognare ma anche di risolvere i problemi e le esistenze. È l’amore che a molti genitori di figli handicappati, anche gravissimi, ha fatto dire: «Meglio un figlio così che niente figli del tutto».

Tra l’altro, chi ha avuto un poco a che fare con l’handicap infantile, sa bene che la sindrome di Down è uno dei meno pesanti, che ha diversi gradi di gravità e che attenzione assidua, formazione e istruzione possono incidere molto sulle capacità di apprendimento e, dunque, sulla qualità della vita dei bambini e poi dei ragazzi Down peraltro notoriamente molto affettuosi e mai aggressivi. Ed è forse proprio questa la risposta che si dovrebbe dare ai non pochi lettori che ai forum del Corriere hanno scritto cose assai diverse: per esempio — la più dura di tutte — che chi mette al mondo, pur sapendolo in anticipo grazie alle indagini prenatali, un piccolo Down fa un torto grave alla collettività perché appesantisce in modo irresponsabile la spesa sanitaria. A parte il fatto che lo stesso rimprovero si potrebbe fare a chi mette volontariamente a rischio la propria salute ostinandosi a fumare o, anche, eventualmente, comprandosi una motocicletta superveloce, l’aborto «obbligatorio» nel caso che il bambino si preannunciasse Down non può non far pensare a programmi eugenetici di tragica memoria; oppure ad abbastanza tragiche notizie del giorno che ci informano di manager di cliniche private, nonché medici, sorpresi a rifiutare ai malati costose medicine anticancro perché, tanto, «quelli devono morire».

Il vero e più grave torto che si possa fare alla collettività sarebbe proprio quello di obbligare, sia pure soltanto moralmente, due genitori a liberarsi prima della nascita di un figlio Down, per pura questione economica: negando non soltanto comprensione o compassione ma anche quel grado minimo di solidarietà fatto di tasse pagate per sostenere il prossimo — non viene in mente altro termine più adatto di quello cristiano — colpito da qualche disgrazia o malattia, davvero si negherebbe l’esistenza stessa della comunità, la si vuoterebbe di senso, lasciando avanzare ancora di più il deserto.

Il Corriere della Sera 03.10.11

"Settecento arresti a New York. Indignados contro Wall Street", di Marina Mastroluca

Fermata dalla polizia la marcia degli indignados americani, 700 arrestati. Da due settimane stazionano davanti a Wall Street contro l’ingordigia della finanza. «È la protesta del 99% contro lo strapotere dell’1%». Per qualcuno è stata una trappola. La marcia degli «indignados», che da due settimane stazionano pacificamente nei pressi di Wall Street, sabato scorso è finita peggio che si trattasse di hooligan scatenati a fine partita: settecento arrestati, e presto rilasciati, e una sfilza di accuse per disturbo dell’ordine pubblico, per aver bloccato il traffico sul ponte di Brooklyn.
Che cosa sia davvero successo non è chiaro nemmeno a molti dei manifestanti. Un imbuto all’ingresso del ponte, la folla che si divide, qualcuno sui marciapiedi, altri intenzionati ad occupare la corsia. «Gli agenti guardavano e non facevano nulla, piuttosto sembravano guidarci verso la strada», ha raccontato Jesse A.Meyerson, uno dei coordinatori di «Occupy Wall Street». «Non c’era un solo poliziotto a dire: “Non lo fate” ha detto al New York Times Etan Ben-Ami, psicoterapista di 56 anni -. Ho pensato che ci scortassero per garantirci sicurezza». Comunque sia andata, per quel migliaio, forse 2-3000 persone che manifestano da due settimane la reazione degli agenti è stata quasi un colpo di fortuna: mai tanti titoli sulle prime pagine dei giornali, da quando è partita la versione Usa della Primavera araba, quello che dichiaratamente intendono essere i «ribelli» accampati allo Zuccotti Park, a poche centinaia di metri da Wall Street, bersaglio primario della loro indignazione.
«Questa non è una protesta contro la polizia di New York ha detto uno dei manifestanti, Robert Cammiso, alla Bbc -. Questa è la protesta del 99 per cento contro il potere sproporzionato dell’1 per cento. Non siamo anarchici. Non siamo hooligans. Io sono un uomo di 48 anni. L’1% che è in cima controlla circa il 50% della ricchezza degli Stati Uniti». Detto così, questo sembra essere il filo conduttore di una ribellione organizzata sul web fondamentale il ruolo del gruppo di hacker Anonymous e cresciuta spontaneamente. Tanti, tra quelli in piazza, hanno raccontato di essersi imbattuti per caso nella protesta e di essere rimasti. Per denunciare il disastro generazionale dei debiti universitari insolvibili in mancanza di lavoro l’Huffington Post ha denunciato in un reportage il diffondersi della prostituzione tra gli universitari in bolletta. Perché mentre nessuno si preoccupa di loro e di chi nella crisi ha perso la casa, i soldi dei contribuenti sono stati usati per salvare le banche. Ma anche per protestare contro la pena di morte, contro la guerra, contro l’avidità del sistema economico.
Giovani e non. Con un’occupazione persa o appesa a un filo. Nonni preoccupati dei nipoti. Figli senza prospettive. Studenti, insegnanti, organizzazioni sindacali, veterani, famiglie, gente comune: uno spaccato di classe media che vede allargarsi la forbice tra chi ha di più e chi ha di
meno, una generazione dopo l’altra, il sogno americano a raccogliere polvere in soffitta. Una realtà a molte facce, che sembra avere al momento più domande che risposte, e che a spanne rientra nel bacino elettorale di Obama, ma non ha visto il cambiamento in cui sperava. «Finché non alzi la voce è difficile che ti ascoltino. Ma è la maggioranza a pensarla come noi», raccontano.
Non saranno la maggioranza sui loro siti inclinano a sinistra. Ma hanno già raccolto parecchie adesioni, non solo quelle blasonate di Susan Sarandon e Michael Moore. Domani si uniranno alla loro protesta i lavoratori dei trasporti, i piloti d’aereo lo hanno fatto nei giorni scorsi. Per qualcuno come il reverendo Herbert Daughtry, attivista di antica data per i diritti umani sentito dal Washington Post, hanno l’aria di essere l’inizio di qualcosa: manifestazioni analoghe sono spuntate come funghi a Boston e San Francisco. «Quello che conta è la durata», dice. In piazza i pionieri di qualcosa che mobilita i sentimenti profondi della società. E anche qualcos’altro. Giovedì scorso è stata aperta una sottoscrizione sul sito Kickstarter per finanziare un giornale della protesta, viste le difficoltà a guadagnarsi l’attenzione mediatica. In 8 ore sono stati raccolti 12.000 dollari. E sabato il giornale è uscito quattro pagine di carta a colori, in controtendenza con il dna virtuale del movimento: il Wall street journal occupato, così si chiama. Tra le firme anche un ex corrispondente di guerra del New York Times, Chris Hedge. «Non ci sono scuse scrive -. O ti unisci alla rivolta in corso davanti a Wall Street e nei distretti finanziari di altre città, o ti trovi dal lato sbagliato della storia».

L’Unità 03.10.11

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Tra gli indignados di Zuccotti Park: tende, tamburi e rabbia “Basta, facciamo come in Egitto”
di Maurizio Molinari

Tamburi, computer, sacchi a pelo e bandiere americane costellano a Zuccotti Park l’accampamento di Occupare Wall Street, il gruppo di manifestanti che si propone di innescare negli Stati Uniti una protesta simile a quelle avvenute in Egitto e Gran Bretagna. «Sono arrivata con i primi, era il 17 settembre – racconta Zubeyda, 19 anni, del New Jersey -. Tutto è iniziato attraverso Twitter e Facebook, con i messaggi di un magazine di sinistra che dicevano “Ci vediamo a Freedom Plaza, porta 10 persone”, e così ho fatto».
Zuccotti Park, fra Broadway e Ground Zero, è stato scelto come sede della protesta «contro l’avidità di Wall Street» – come si legge in uno dei cartelloni all’entrata – perché è molto vicino alla Borsa e al tempo stesso, essendo un parco, consente di rimanervi 24 ore su 24. L’hanno rinominato Liberty Plaza e il comitato che coordina i militanti lo gestisce come un accampamento. Entrando da Broadway ci si trova nello «spazio pubblico» dove Abdullah, 26 anni, di New York, è uno dei suonatori di tamburi. «Barack Obama è come Hosni Mubarak e se ne deve andare pure lui – dice con rabbia -. Per chi è povero e di colore come me questo presidente è un traditore, anziché proteggere noi tutela i banchieri, se siamo qui è perché vogliamo un vero cambiamento».
Lasciandosi alle spalle i tamburi si arriva nella «zone dei media» dove su panchine di pietra e tavolini di legno i militanti dotati di computer sono al lavoro: sfruttano i social network per organizzare le marce che si svolgono ogni giorno, alle 12 e alle 17,30. Quella di sabato aveva raccolto oltre tremila persone e la scelta del comitato è stata di puntare sul Ponte di Brooklyn al grido di «Take the Bridge» (Prendiamo il Ponte). Ne sono scaturiti oltre 700 arresti. A raccontare com’è andata è Matt Brady, 24 anni, di Dover in Delaware, che c’era: «La polizia ci ha detto che potevamo andare, arrivati all’entrata del Ponte eravamo troppi per camminare solo sulle corsie pedonali, siamo andati avanti anche su quelle stradali e dopo poche centinaia di metri ci siamo trovati un muro di agenti davanti e un altro alle spalle. Ci hanno arrestati in massa».
Brady e Nicholas Moers, 21 anni, del New Jersey, hanno ancora i segni delle manette ai polsi e concordano nel dire che «è stata una trappola, volevano punirci e ci sono riusciti». Ma entrambi, reduci da un fermo durato fino alle 3 del mattino, assicurano che «non ci hanno piegato e marceremo ancora». Ogni fermato dovrà pagare 300 dollari di multa perché, spiega il portavoce della polizia Paul Browne, «li avevamo avvertiti che non dovevano invadere le corsie ma lo hanno fatto lo stesso».
Ci sono stati tafferugli e il vice-ispettore Anthony Bologna ha usato lo spray accecante, un video lo ha ripreso ed è finito sotto inchiesta. Il capo della polizia, Raymon Kelly, assicura che «se ha agito in maniera impropria sarà punito». Il Dipartimento di polizia circonda Zuccotti Park con un assedio leggero: gli agenti ci sono ma restano a distanza. Il suono dei tamburi non cessa mai ma l’angolo più visitato è là dove sono stesi sul selciato i cartelli che descrivono la protesta. Invitano a «Fire the Boss» (Licenziare il capo), assicurano che «One Day Everything Will Be Different» (Un giorno tutto sarà diverso), invocano «Destroy Power Not People» (Distruggi il potere, non la gente) e gridano «Tired of Capitalism» (Stanchi del Capitalismo) riassumendo quando sta arrivando con «Wall Street is Nero and Rome is Burning» (Wall Street è Nerone e Roma sta bruciando).
La sorpresa arriva quando, passando attraverso la zona cucine, dove caffè, muffin e sandwich vengono offerti da volontari, si arriva nel dormitorio disseminato di sacchi a pelo. È qui che i singoli espongono le proprie insegne e ci si accorge che la matrice di sinistra non è l’unica. Se infatti lo stemma del Partito socialista d’America campeggia in bella vista, altrettanto vale per i cappelli a tricorno e le bandiere del Tea Party, o per le insegne dei militanti libertari di Ron Paul, candidato repubblicano alla Casa Bianca. «Questo non è un partito politico – spiega Ignadi, 24 anni, seduto su un muretto con gli occhiali scuri e il berretto calato sulla fronte – perché sono presenti gruppi diversi, uniti solo dalla volontà di combattere la corruzione. Come mi ha detto un ex marine che ha dormito vicino a me, siamo qui per servire l’America».
I manifestanti pubblicano un giornale, «The Occupied Wall Street Journal» che in prima pagina proclama «La rivoluzione inizia a casa» e in ultima pubblica i cinque comandamenti della rivolta: Occupare, Passare parola, Donare, Seguire online l’occupazione, Istruirsi. I richiami alle altre proteste nel mondo sono costanti. Per Abdullah: «Dopo la Tunisia e l’Egitto abbiamo capito che toccava a noi ma il modello è Londra perché anche qui siamo pronti a batterci».
C’è un problema in vista e Matt lo riassume così: «Stanno per arrivare l’inverno e la neve, ci servono coperte e tende più resistenti, il comitato le sta cercando». Sempre ammesso che il proprietario di Zuccotti Park, una importante società immobiliare di Manhattan, non decida di chiedere agli agenti di sgombrare il parco mandando tutti a casa.

La Stampa 03.10.11